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Giava

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Generalità

Isola dell'Indonesia, la più popolata (141.985.600 ab. secondo una stima del 2013, considerando anche la popolazione di Madura e di alcune isole minori, incluse nella provincia di Giava Orientale) e la più importante, ospitando, oltre alla capitale, tutte le principali città del Paese. Misura 129.439 km² ed è amministrativamente divisa in tre province (Giava Occidentale, Giava Centrale, Giava Orientale), un distretto speciale (Yogyakarta) e un distretto urbano (Jakarta); affacciata a N al Mar di Giava e a S all'Oceano Indiano, si allunga per oltre 1000 km (con una larghezza variabile da 50 a 200 km) tra l'isola di Bali a E e quella di Sumatra a W, da cui la separano rispettivamente lo stretto di Bali e lo stretto della Sonda. L'isola ha coste prevalentemente alte e rettilinee a S, pianeggianti e frastagliate a N, ed è attraversata in tutta la sua lunghezza da un sistema di rilievi comprendenti oltre un centinaio di vulcani (Pangrango, 3019 m; Cereme, 3078 m; Slamat, 3428 m; Sumbing, 3371 m; Lawu, 3265 m; Semeru, 3676 m, la vetta più elevata dell'isola; Raung, 3332 m), separati da fasce pianeggianti o da depressioni, che a N si aprono in una vasta e fertile pianura. I fiumi sono generalmente brevi, ma ricchi di acque; il più importante è il Solo, che attraversa la pianura settentrionale. Il clima dell'isola è di tipo equatoriale, caldo-umido, con deboli escursioni termiche e abbondanti precipitazioni; nella sezione orientale è però più secco per l'influenza dei venti di SE, provenienti dall'Australia. La vegetazione, un tempo ricchissima e costituita dalla foresta equatoriale, è stata sostituita quasi ovunque dalle colture. Il Parco nazionale di Ujung Kulon, all'estremità nord occidentale dell'isola, è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO (1991).

Economia e demografia

L'economia di Giava si basa soprattutto sull'agricoltura: principali prodotti sono il riso, base dell'alimentazione locale, e il mais; più modesta la produzione di manioca, batate, ortaggi, legumi, arachidi, soia e frutta. Colture d'esportazione sono invece il tè, il caffè, il tabacco, la palma da cocco e da olio, la canna da zucchero, il caucciù e le spezie; la cinchona (albero della china), coltivata tra i 1500 e i 1800 m, ha perso molta della sua importanza. Oltre alla pesca e allo sfruttamento forestale (teak, mogano, ebano, sandalo), altre risorse sono l'allevamento del bestiame (bufali, bovini) e l'estrazione di petrolio (giacimenti di Rembang e Wonokromo, raffineria a Wonokromo) e manganese; a Giava sono concentrate quasi tutte le industrie dell'Indonesia, che comprendono impianti siderurgici, meccanici, cantieristici, tessili, chimici, farmaceutici, petrolchimici, alimentari, del tabacco, del cemento e della gomma. La popolazione, la cui densità media era nel 1996 di 912,8 ab./km², si concentra nella pianura settentrionale. A causa della fortissima pressione demografica, consistenti flussi migratori muovono soprattutto dalle sezioni centrale e orientale, per lo più diretti verso Jakarta e le altre città maggiori o la grande e assai meno popolata isola di Sumatra. Negli anni Novanta il tasso di emigrazione oscillava fra il 2,5 e il 3,5% annuo, mentre quello di immigrazione si aggirava intorno all'1,3%, con un saldo negativo comunque netto ma largamente compensato dall'intensità del movimento naturale (+3%), per cui la crescita annua della popolazione risultava pari al 2% annuo, ovvero superiore alla media dell'intero Paese. Il fenomeno dell'urbanizzazione riceveva un decisivo impulso, negli anni Settanta, da grossi investimenti per l'occupazione: basti pensare che i posti di lavoro crescevano, in quel periodo, a un ritmo del 6% annuo nelle città, contro appena l'1% nelle campagne. Principali aree urbane, oltre alla capitale, sono quelle di Surabaya, Bandung, Semarang, Yogyakarta, Bogor, Cirebon, Pekalongan, Surakarta, Madiun, Malang e Kediri. In indonesiano, Jawa.

Storia

Dopo un succedersi di regni in continua lotta fra loro e spesso con il regno di Sirivijaja, nel sec. XI, con il re Airlanga, cominciò ad ascendere il prestigio di Giava, che acquistò il controllo sulla parte orientale dell'arcipelago. Un re di Giava, Kertanagara (sec. XIII), concepì per primo l'arcipelago come un tutto unitario e più tardi, col regno di Majapahit (sec. XIII-XV), l'isola visse un periodo di splendore. Iniziata la decadenza a causa della penetrazione musulmana, si vennero formando a Giava, nella seconda metà del sec. XVI, degli staterelli islamici, tra cui il sultanato di Bantam. Qui, verso la fine del sec. XVI, fecero la loro prima comparsa gli Olandesi, i quali, fondata la Compagnia delle Indie Orientali a Batavia, monopolizzarono l'intero commercio dell'isola. Occupata dagli Inglesi dal 1811 al 1814, Giava ritornò all'Olanda in condizioni economiche disastrose. A partire dalla metà del sec. XIX fu consentita una modesta presenza indigena nella conduzione dell'isola e nel 1918 fu inaugurato il Consiglio Popolare (Volksraad), sebbene con poteri limitati. Occupata dai Giapponesi durante la seconda guerra mondiale, dal marzo 1942 fino alla conclusione della guerra, nell'ottobre 1945, Giava fu liberata da forze anglo-indiane e nello stesso anno entrò a far parte dell'Indonesia di cui Batavia, con il nome di Jakarta, divenne la capitale. La sproporzione tra il peso demografico ed economico della relativamente piccola isola di Giava rispetto a Sumatra, Borneo e Celebes creò, negli anni successivi all'indipendenza, non pochi problemi al nuovo Stato, provocando fermenti autonomistici e, a volte, indipendentistici nei territori periferici.

Letteratura

La letteratura giavanese contemporanea merita una trattazione a parte (per quella classica vedi Indonesia) perché è elaborata dalla maggior etnia dell'intero Sud-Est asiatico. L'ampia diffusione che ha avuto la lingua indonesiana (varietà di malese) da quando nel 1928 fu proclamata lingua nazionale, non poteva non limitare drasticamente la produzione letteraria nelle lingue regionali del Paese. Ciò è vero solo in parte per la letteratura giavanese, la più antica e ricca dell'intero arcipelago. Anche se molti intellettuali giavanesi preferiscono esprimersi nella lingua nazionale, l'attaccamento alla propria cultura è tale che ancor oggi, non solo negli ambienti più elevati, molti amano coltivare la prosa e i versi nella loro raffinata e duttile lingua. Il romanzo Serat Riyanto (1920; La storia di Riyanto) di Sulardi segnava l'inizio della moderna letteratura giavanese. Il tema – come quello dei tanti romanzi indonesiani dell'epoca – consiste nel conflitto generazionale, nella rivolta dei giovani contro il matrimonio imposto dalle famiglie. Nei due decenni seguenti si aveva una fioritura di romanzi del genere. Fra i narratori negli anni Venti si distingueva Asmawinangun per la maestria nel creare atmosfere e per l'ottima lingua. La nascita delle riviste culturali in giavanese incoraggiava, intanto, lo sviluppo del racconto breve (anche questo in parallelo con la letteratura indonesiana). Con l'indipendenza dell'Indonesia (1945) si aveva una ancora maggiore fioritura del racconto breve, a cominciare da Ismaniasita, anche ottimo poeta. Tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta si assisteva alla ripresa della narrativa di più ampio respiro, in cui emergeva Suparta Brata, autore di numerosi romanzi di varia tematica (anche del genere poliziesco, scarsamente coltivato in Indonesia). Continuava, intanto, la produzione di racconti e novelle di ottima fattura, settore nel quale spiccava Notodijaya, il più insigne e produttivo narratore giavanese. La folta schiera di autori nati tra il 1935 e il 1960 dimostrava la vitalità della prosa giavanese, che alcuni vedevano ormai destinata a un fatale e progressivo declino. Notevole anche l'apporto di questa giovane generazione alla poesia, a cominciare da Sumarna e Priyanggana e al già citato Ismaniasita. Negli anni Settanta e Ottanta a Solo, il Centro culturale di Giava Centrale (Pusat Kebudayaan Jawa Tengah) organizzava numerose conferenze con la partecipazione dei maggiori intellettuali giavanesi contemporanei. Intensa era anche la produzione letteraria di riviste e quotidiani. Un'altra caratteristica della vita letteraria giavanese degli anni Ottanta era la presenza di molti giovani, anche al di sotto dei vent'anni, i quali partecipavano con entusiasmo a incontri e competizioni letterarie, accompagnati spesso da letture di prosa e di macaoatan (antica poesia giavanese). Questo revival di interesse, protrattosi negli anni Novanta, però, si limitava generalmente al ricordo di un glorioso passato e restava nell'ambito della oralità: la produzione letteraria giavanese, pertanto, poteva considerarsi quasi inesistente. Alla fine degli anni Novanta, infatti, anche i migliori scrittori giavanesi preferivano esprimersi nella lingua nazionale, l'indonesiano; fra quelli che hanno comunque cercato di tenere vivo il retaggio culturale giavanese va citato Sryadi.

Arte

Manifestatasi a partire dalla fine del sec. VII, la civiltà artistica a Giava si sviluppò nel corso dei secoli in due ben distinti periodi: quello di Giava centrale, o indo-giavanese per il prevalere di componenti dell'arte indiana (sec. VIII-X), e quello di Giava orientale, in cui l'arte divenne espressione di tendenze locali (sec. XI-XV). Al primo periodo appartengono i più antichi templi, o candi, quelli induisti, costruiti nel sec. VII sull'altopiano di Dieng, e quelli sorti durante la fioritura del buddhismo del Grande Veicolo (Mahāyāna) sotto il regno Śailendra. Tra questi (candi Kalasan, Sajiwan, Sewu, Plaosan), famoso monumento è il Borobudur (patrimonio dell'umanità UNESCO, 1991), nel suo complesso significato di tempio-montagna e stūpa, al cui insieme dovrebbero appartenere i vicini candi Mendut e Pawon. Del medesimo periodo sono altri templi induisti, come quelli di Banon e di Prambanan (o Loro-Jonggrang, eretto nel secolo VII dal re Malitung Maha Sambu, patrimonio dell'Umanità UNESCO, 1991), interessanti per ricchezza di opere scultoree. Quasi tutti induisti sono i templi costruiti nel secondo periodo, a iniziare dalla fine del sec. X (Gunung Gangsir, Jalatunda, Belahan, Singhasāri, Kidal, Jago), epoca in cui apparve un nuovo tipo di monumento funebre costruito nei fianchi della montagna e concepito come una piscina destinata a raccogliere l'acqua sacra (famose le piscine di Jalatunda e di Belahan). Intensa fu l'attività costruttiva nella regione orientale dell'isola durante il regno Majapahit, soprattutto nei sec. XIV-XV: candi di Kedaton, Suravana, Saventar, gli importanti santuari del complesso di Panataran, il candi Sukuh sul monte Lawu (nel sec. XV molti templi furono costruiti sui monti, divenuti luoghi sacri). Opere di scultura dei due periodi di Giava centrale e di Giava orientale, provenienti da templi, figurano in varie raccolte pubbliche dell'isola (Museo di Jakarta) e in alcuni musei europei, soprattutto a Leyda. Con il sec. XVI si affermò a Giava l'arte musulmana (palazzi, moschee, mausolei), che caratterizzò lo sviluppo delle arti popolari giavanesi, la cui tradizione si affermò con la produzione dei tessuti batik, delle marionette wayang, dei famosi pugnali kris e di originali oggetti ornamentali in metallo.Giava custodisce alcune testimonianze del suo antichissimo passato nel Sito dell'uomo preistorico di Sangiran, dichiarato dall'UNESCO patrimonio dell'umanità nel 1996. § Per la musica e la danza, vedi Indonesia.

Bibliografia

Per la geografia

R. W. van Bemmelen, Geology of Indonesia, L'Aia, 1949; J. C. van Lewi, Indonesian Trade and Society, L'Aia, 1955; R. Lewis, Indonesia - Troubled Paradise, Londra, 1962; C. Robequain, Malaya, Indonesia, Borneo and the Philippines, Londra, 1966; O. J. Bee, The Petroleum Resources of Indonesia, Oxford, 1982; P. Tarallo, Indonesia, Milano, 1985.

Per la storia

B. Schrieke, Indonesian Sociological Studies, L'Aia, 1957; C. Geertz, The Religion of Java, Glencoe, 1960; L. Palmier, Social Status and Power in Java, Londra, 1960; Autori Vari, Das Bild unserer Welt, Monaco-Stoccarda, 1989.

Per l'arte

E. B. Vogler, De monsterkop... in de Hindoe-Javaanse bouwkunst, Leida, 1949; H. Zimmer, The Art of Indian Asia, New York, 1955; C. Sivaramamurti, Le stupa de Barabudur, Parigi, 1961; F. Acerboni, I “Caudi” di Deng, Roma, 1982.