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Indiano, Ocèano-

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Generalità

È il meno esteso (74.900.000 km²) e il più giovane, dal punto di vista geologico, dei tre oceani e diversamente dagli altri due (Pacifico e Atlantico) non presenta molte ramificazioni. È limitato a N dalla parte meridionale dell'Asia, che si protende nell'oceano con la penisola indiana, dando luogo a due grandi insenature: il golfo del Bengala (a E) e il Mare Arabico (a W); quest'ultimo comunica con due altre dipendenze dell'Oceano Indiano, e precisamente con il Golfo Persico attraverso lo stretto di Hormuz e il golfo di ʽOman, e con il Mar Rosso tramite lo stretto di Bab al Mandab e il golfo di Aden. A W è limitato dalla Penisola Arabica e dalle coste orientali dell'Africa; a E dalla Penisola di Malacca, dalle isole della Sonda e dalle coste occidentali dell'Australia; a S dall'Antartide. Le sue acque comunicano a E con quelle dell'Oceano Pacifico e a SW con quelle dell'Oceano Atlantico; convenzionalmente si è fissato come limite sudoccidentale il tratto del meridiano di 20 ºE compreso tra capo Agulhas e l'Antartide, mentre il limite orientale segue una linea collegante l'estremità meridionale della Penisola di Malacca con l'Antartide passando per Sumatra, Giava, Bali, Sumbawa, Sumba, il Kimberley (Australia), l'imbocco occidentale dello stretto di Bass, la Tasmania, quindi il meridiano di 146 º55´ E. Occupa ca. il 15% della superficie terrestre e ca. il 21% della superficie degli oceani: si estende in latitudine da 30 ºN, nel Golfo Persico, a 70 ºS, per una lunghezza di ca. 11.000 km; la sua larghezza massima è di ca. 9000 km.

Morfologia e clima

Le piattaforme continentali orlano con continuità le coste africane, arabiche, indiane, malesi e australiane, come pure la costa occidentale del Madagascar, con un'ampiezza inferiore ai 100 km lungo il versante afro-arabico. Altrove l'ampiezza della piattaforma oscilla tra i 200 e i 300 km, ma supera di gran lunga questi valori nell'Australia meridionale, al largo di Bombay (Mumbai), del Bengala e della Birmania (Myanmar). Le coste indonesiane di Sumatra e Giava, nonché la costa orientale del Madagascar, precipitano, invece, in profonde fosse oceaniche. Le piattaforme continentali, secondo una recente scoperta, sono segnate da una fitta rete di canyons, che, posti per lo più in corrispondenza delle maggiori foci fluviali, si prolungano per centinaia di chilometri fino alle piane abissali. Rilievi e scandagli hanno messo in evidenza come il fondo dell'oceano sia percorso da alcune dorsali sottomarine (di Carlsberg, delle Chagos, dell'Indiano centrale, orientale e sud-occidentale, delle Kerguelen) che individuano vari bacini, quali quelli Arabico, dei Somali, dell'Indiano Centrale, del Madagascar, delle Kerguelen, dell'Australia occidentale, dell'Australia meridionale.La profondità media delle sue acque è di 3900 m, mentre quella massima, misurata nella Fossa della Sonda, a S di Giava, raggiunge i 7450 m. Numerose sono le isole: la maggiore è il Madagascar che, insieme con le Comore, le Seychelles e le Mascarene, è situata nel settore occidentale. Nel Mare Arabico sono le isole di Socotra, le Kuria Muria, le Laccadive e le Maldive; nel golfo del Bengala sono Srī Lanka (Ceylon), le Andamane e le Nicobare e a S, infine, sono le isole Chagos, Mentawai, Christmas, Cocos, Amsterdam, San Paolo, Kerguelen, Crozet, Marion, Principe Edoardo, Heard e McDonald. Per quanto riguarda il clima, a causa del diverso grado di riscaldamento e raffreddamento delle acque oceaniche e delle terre circostanti, si stabilisce nella zona un'ineguale distribuzione delle pressioni, che danno origine a un particolare tipo di venti periodici, i monsoni, spiranti in senso alterno secondo le stagioni, e precisamente dal mare verso terra (monsoni di mare) nel periodo estivo, e dalla terra verso il mare (monsoni di terra) nel periodo invernale, e il cui influsso è soprattutto sensibile nella parte settentrionale dell'oceano. Il regime dei venti influenza notevolmente anche le correnti marine superficiali. Sotto l'azione costante dell'aliseo di SE, le acque si spostano dalle coste occidentali dell'Australia (corrente dell'Australia Occidentale) verso W, formando la Corrente Equatoriale, che, giunta all'altezza del Madagascar, si divide in tre rami: uno scorre verso S lambendo le coste orientali del Madagascar (corrente del Madagascar), il secondo percorre il canale del Mozambico da N a S (Corrente del Mozambico), mentre il terzo volge a N lungo le coste dell'Africa orientale. I primi due rami si riuniscono a S del Madagascar formando la Corrente delle Agulhas (o del Capo); nell'Oceano Indiano settentrionale, invece, le correnti si alternano in senso opposto in corrispondenza all'alternanza dei monsoni. Nel periodo estivo le correnti sono generalmente dirette da W verso E e lambiscono le coste della Somalia da SW a NE; nel periodo invernale, invece, sono dirette in prevalenza da E verso W e si dirigono verso SW lungo le coste della Somalia. La temperatura delle acque superficiali varia da quasi 30 ºC a N (Mar Rosso, Golfo Persico, Golfo del Bengala) a.0º a S, presso l'Antartide: la salinità assume valori compresi tra il 32 e il 36‰. I valori più elevati sono raggiunti nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nel Mar Arabico, quelli più bassi nel golfo del Bengala e nel settore meridionale, a causa della rilevante quantità di acqua dolce apportata, rispettivamente, dai fiumi e dalle acque di fusione dei ghiacciai antartici. I principali fiumi che sfociano nell'Oceano Indiano sono lo Zambesi, lo Shatt al ʽArab (formato dalla confluenza del Tigri con l'Eufrate e tributario del Golfo Persico), l'Indo, il Gange con il Brahmaputra, l'Irrawaddy e il Murray. Gran parte del fondo dell'oceano è ricoperta da uno spesso strato di sedimenti, costituiti prevalentemente da argille rosse nel settore orientale, da melme a globigerine in quello occidentale e da melme a diatomee in quello meridionale.

Economia

Numerosi sono i porti che si affacciano all'Oceano Indiano, tra cui gli africani Port Elizabeth, East London, Durban, Maputo, Dar es Salaam, Mombasa, Port Sudan e Suez (all'estremità meridionale del canale omonimo, che collega l'Oceano Indiano col Mar Mediterraneo), gli asiatici Aden, Karachi, Bombay (Mumbai), Colombo, Chennai, Calcutta (Kolkata), e gli australiani Perth e Adelaide. La pesca è largamente praticata dai Paesi rivieraschi del N e dell'E (India, Birmania, Malaysia), dove rappresenta una cospicua risorsa alimentare; lungo il litorale del Mar Rosso è diffusa la pesca delle perle, mentre ai bordi dell'Antartide si caccia la balena. Un cenno particolare merita il notevole incremento turistico registrato in molte parti dell'Oceano Indiano: nel corso degli anni Sessanta e Settanta, le prime mete furono alcune località costiere del Kenya e della Tanzania, nonché del Mar Rosso, ad accogliere un rilevante numero di turisti internazionali, mentre le isole Seychelles già da tempo rappresentavano un'area turistica di élite. In seguito, il movimento ha assunto maggiori proporzioni, investendo anche altre aree, come le Comore e le Maldive, meta di flussi cospicui.

Storia

Probabilmente in principio via di comunicazione nelle migrazioni di popoli indiani e africani verso le isole della Sonda, l'Australia, la Malesia e il Madagascar e l'Africa continentale, l'Oceano Indiano con i Sumeri divenne un ponte tra l'Oriente e l'Occidente per lo scambio di prodotti e di idee. Percorso dalla civiltà indiana di Harappa e dagli Egizi, costituì un vero e proprio sistema di connessione con l'Occidente all'epoca di Alessandro Magno e con i Romani nel Tardo Impero. Scoperto e solcato poi per lungo tempo dagli Arabi, dalla fine del sec. XV l'Oceano Indiano iniziò a essere esplorato anche dagli europei: nel 1498 si ricorda la spedizione di Vasco da Gama che sbarcò a Calicut, provenendo da Malindi. I Portoghesi furono, quindi, i primi esploratori e colonizzatori, seguiti poi dagli Olandesi e dagli Inglesi che con la conquista dell'India e la colonizzazione dell'Africa meridionale e orientale e quella dell'Australia ebbero il monopolio dell'Oceano Indiano. Nel sec. XX, durante la II guerra mondiale, questo oceano fu un'importante via per il rifornimento di truppe dalle Indie inglesi ai diversi fronti africani, ma con l'entrata in guerra del Giappone tale funzione fu impedita e solo dopo le battaglie dei Coralli e di Midway (1942), i Giapponesi abbandonarono l'Oceano Indiano, dove rimasero a operare solo alcune unità di superficie. Negli anni Novanta, l'intervento degli Stati Uniti nella guerra del Golfo (1991), quale forza di maggior consistenza all'interno dello schieramento multinazionale, e la quasi contemporanea dissoluzione dell'Unione Sovietica determinavano un mutamento quantitativo e qualitativo della presenza statunitense in tutta la regione dell'Oceano Indiano e in quella più ristretta del Golfo Persico, dove, tuttavia, l'influenza degli USA assumeva una valenza particolarmente significativa. Tra gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) e Washington venivano firmati diversi accordi che permettevano agli USA di realizzare manovre militari congiunte e concesso facilitazioni aeree e navali. In queste regioni l'egemonia statunitense diveniva assoluta, oltre che per la sua preponderanza militare rispetto agli Stati della regione, anche per l'incapacità dimostrata dalla Federazione Russa di esercitare sulla zona lo stesso tipo di controllo praticato dalla potenza sovietica. L'assenza di una controparte capace di bilanciare la preponderanza degli Stati Uniti era tangibile anche nelle altre zone dell'Oceano Indiano: nonostante il peso sempre crescente dei giganti locali, quali per esempio, la Repubblica Sudafricana, l'India, l'Australia, nessuno di essi si era dimostrato capace di proporre un progetto politico a scala regionale, tale da unificare i diversi interessi nella comune difesa dell'autonomia e del controllo delle grandi vie marittime di comunicazione, passanti per importantissimi stretti strategici (Bab al Mandab, Hormuz, Palk, Malacca, Sonda, Lombok, Torres). Nel Mar Rosso e nel Corno d'Africa la situazione era molto incerta: l'equilibrio geopolitico si era modificato dopo il conseguimento dell'indipendenza da parte dell'Eritrea (1993), in seguito alla quale l'Etiopia era stata privata dello sbocco al Mar Rosso.