Questo sito contribuisce alla audience di

Indonèsia

Guarda l'indice

(Republik Indonesia). Stato dell'Asia sudorientale (1.910.931 km²). Capitale: Jakarta. Divisione amministrativa: province (32), distretti speciali (1), provincia autonoma (1). Popolazione: 248.818.100 ab. (stima 2013). Lingua: bahasa-indonesia (ufficiale), giavanese. Religione: musulmani 87,2%, protestanti 7%, cattolici 2,9%, induisti 1,7%, buddhisti 0,7%, altri 0,5%. Unità monetaria: rupia indonesiana (100 sen). Indice di sviluppo umano: 0,684 (108° posto). Confini: Mar delle Andamane, Malaysia e Mar di Celebes (N), Papua Nuova Guinea (E), Mar degli Arafura e Mar di Timor e Timor Est (S), Oceano Indiano (W). Membro di: APEC, ASEAN, OCI, ONU e WTO.

Generalità

Stato dell'Asia formato da ca. 3000 isole che nel loro complesso costituiscono il più vasto arcipelago del mondo, si estende per quasi 5000 km tra l'Oceano Indiano e l'Oceano Pacifico ed è uno degli Stati con la maggior densità di popolazione del pianeta.. Abitata fin dall'antichità, deve le sue origini più propriamente alle migrazioni malesi che popolarono le isole principali dell'arcipelago intorno al 400 a.C., fondando i regni di Giava e Sumatra. Sottoposta, a partire dal Cinquecento, alle dominazioni portoghese, spagnola e soprattutto olandese, l'Indonesia fu contesa per alcuni secoli tra le diverse potenze europee, attratte dalle possibilità commerciali rappresentate dalle isole: presenza di spezie, coltivazioni di caffè, zucchero, caucciù ecc. che coprivano i fabbisogni sempre crescenti dei Paesi d'origine. Alla fine del secondo conflitto mondiale, dopo il raggiungimento della piena sovranità nazionale, ottenuta prima formalmente e poi sostanzialmente a seguito di un acceso conflitto con i Paesi Bassi (strenuamente intenzionati a non perdere il controllo sulle isole e sulle loro ricchezze), l'Indonesia ha intrapreso un cammino caratterizzato da spinte differenti. Da un lato, l'attenzione è stata rivolta al raggiungimento di obiettivi inerenti la crescita e lo sviluppo nazionale, perseguiti attraverso politiche nazionalistiche di controllo delle risorse del Paese (soprattutto il petrolio) e dittatoriali, non esenti da frequenti colpi di Stato militari; dall'altro, riproducendo una politica colonialista ai danni sia delle isole vicine sia di alcune province interne. Qui, di conseguenza, le aspre imposizioni del governo centrale e le offensive armate hanno suscitato cruente rivolte da parte dei movimenti indipendentisti locali, soffocate nel sangue. Nel 2002, dopo 24 anni di occupazione indonesiana e 3 di amministrazione ONU, Timor Est otteneva l'indipendenza; nel 2005 anche il GAM (Movimento per Aceh libera) deponeva le armi dopo aver siglato accordi di pace. Nel nuovo millennio rimanevano aperti i delicati fronti degli attentati terroristici di matrice islamica e il Paese si trovava a fare i conti anche con alcuni disastrosi eventi naturali: lo tsunami, che nel 2004 si abbatteva sull'Asia meridionale causava, solo in Indonesia, centinaia di migliaia di morti, così come gravi danni subiva l'isola di Giava a causa di un terremoto nel 2006.

Lo Stato

In base alla Costituzione del 17 agosto 1945 l'Indonesia è una Repubblica di tipo presidenziale. Il presidente della Repubblica, che dura in carica per 5 anni e viene eletto a suffragio diretto è capo dello Stato e capo del Governo ed esercita il potere esecutivo con l'ausilio del Consiglio dei ministri, verso di lui responsabili. Il potere legislativo spetta alla Camera dei Rappresentanti (composta da 500 membri con mandato quinquennale), affiancata da una Camera/consiglio dei rappresentanti regionali (anch'essi eletti con mandato di 5 anni). Importante organo dello Stato è anche il Congresso consultivo del popolo, che traccia le linee dell'azione politica e nomina il presidente ed è formato dai membri delle due camere e da altri esponenti militari di nomina governativa o espressione di alcuni gruppi economici del Paese. Per quanto riguarda l'amministrazione della giustizia, il sistema in uso nel Paese si basa sul diritto olandese con influenze locali. L'organizzazione del sistema prevede diversi gradi di giudizio: la Corte Distrettuale, l'Alta Corte e la Corte Suprema. Sono presenti anche alcuni tribunali religiosi che deliberano su questioni attinenti la sfera religiosa e familiare. È in vigore la pena di morte. Le forze armate del Paese (esercito, aviazione, marina) sono state unificate nel 1966 e poste sotto il controllo del Ministero della difesa. Il servizio militare è obbligatorio e dura due anni; è prevista anche la possibilità di una ferma volontaria. Il sistema educativo, così come quello culturale, ha risentito in particolar modo degli influssi europei: dal sec. XVII al XIX la Compagnia Generale delle Indie Orientali impose infatti nel Paese un'educazione protestante, con l'ausilio di insegnanti olandesi. Fino all'indipendenza, l'intero sistema scolastico, specie per l'istruzione secondaria e superiore, restò dunque organizzato sulla base del modello olandese. Successivamente il governo si preoccupò di dare al Paese un'organizzazione scolastica nazionale, imponendo l'obbligatorietà dell'insegnamento fino a 13 anni (1954), estesa a 16 anni nel 1993. L'istruzione elementare ha attualmente la durata di 6 anni, a partire dai 7 anni d'età. Anche l'insegnamento secondario ha la durata di 6 anni e comprende 2 cicli triennali. L'istruzione superiore viene impartita nelle università e in alcuni istituti. Fra le principali sedi universitarie vi sono, tra le altre: l'università di Jakarta, più la più antica e prestigiosa del Paese, i diversi atenei di Yogyakarta, l'Universitas Pakuan a Bogor, l'Universitas Padjadjaran a Bandung, la Diponegoro University a Semarang, gli istituti tecnologici e il politecnico di Surabaya, l'Universitas Pelita Harapan a Tangerang, l'Università dell'Indonesia a Depok e le facoltà di Kalbar, Lampung e Riau. La percentuale di analfabetismo nel Paese era, nel 2006, il 8%.

Territorio: morfologia

Il territorio dell'Indonesia si estende su un arco di isole tra l'Asia sudorientale e l'Oceania, segnando qui il limite convenzionale tra gli oceani Pacifico e Indiano; strutturalmente rappresenta la prosecuzione delle grandi catene montuose del Sudest asiatico, riallacciandosi a E con le dorsali, in parte sommerse, che orlano il continente sul lato del Pacifico e terminano con le isole Aleutine. Da quest'immenso festone di isole assai allungate nel senso W-E, che da Sumatra giungono sino alla Nuova Guinea, si distacca nettamente la massiccia isola del Borneo: ciò è il risultato della diversa origine di quest'ultima rispetto a tutte le altre. Il Borneo (Kalimantan) – isola tozza e gigantesca, terza del mondo per superficie – poggia in gran parte su uno zoccolo archeozoico ritenuto un frammento del Gondwana; le rimanenti isole indonesiane sono invece di recente origine e rappresentano le parti emerse di una duplice serie di dorsali montuose formatesi durante il Cenozoico e la cui nascita si inserisce nel quadro della poderosa orogenesi himalayana. L'allineamento interno – prosecuzione dei monti birmani Pegu – comprende Sumatra, Giava, Sumbawa, Flores, Alor e Wetar, sino alle isole Banda; quello esterno – prolungamento dei monti Arakan tramite l'arcipelago delle Andamane e delle Nicobare – è ben individuato nelle isole Simeuluë, Nias, Mentawai, Sumba e Timor, incurvandosi poi attorno al Mare delle Molucche con le isole Ceram, Ambon e Buru. Complesso è l'andamento di Celebes (Sulawesi) la cui dorsale principale continua verso N nell'isola di Mindanao, nelle Filippine: quest'ultimo arcipelago peraltro si connette più marcatamente con i rilievi del Borneo tramite le isole Sulu e Palawan. Tormentate fratture trasversali, che formano numerosi stretti (di Karimata, tra Borneo e Sumatra; di Makasar, tra Borneo e Celebes; ecc.), e mari interni (di Giava, tra Borneo, Giava e Sumatra; di Ceram, tra le Molucche e la Nuova Guinea; di Celebes, tra l'omonima isola, il Borneo e le Filippine; ecc.) articolano l'immenso spazio indonesiano, che profonde fosse oceaniche ben delimitano: a S la fossa di Giava si spinge sino a -7450 m, a E il Mar di Banda raggiunge i -7440 m, a NE il Mar di Celebes sprofonda sino ai -6220 m. Verso NW mancano fosse tettoniche, poggiando le isole su una vastissima e poco profonda piattaforma continentale, che sino a epoca recente emergeva pressoché senza soluzione di continuità; infatti prima che lo scioglimento dei ghiacciai würmiani provocasse l'innalzamento del livello marino, l'arcipelago della Sonda formava un blocco unico, o al più separato da bassi tratti di mare, con la massa continentale asiatica. Nel Borneo prevalgono le formazioni antiche; il rilievo è rappresentato da rocce sedimentarie (arenarie e calcari) del Paleozoico, poggianti sull'imbasamento cristallino archeozoico. Nelle altre isole invece prevalgono quegli espandimenti lavici e quei grandi apparati eruttivi (questi ultimi costituenti una delle note dominanti del paesaggio indonesiano nonché in genere le massime elevazioni dell'arcipelago) dovuti ai sommovimenti orogenetici da cui ebbero origine le isole stesse e che hanno largamente obliterato i sottostanti sedimenti del Paleozoico e del Mesozoico. Non mancano però, per esempio a Sumatra, limitati affioramenti del nucleo cristallino, archeozoico e paleozoico. Il vulcanesimo è ancora una marcata caratteristica dell'Indonesia e, con la frequente sismicità, attesta l'instabilità geologica della regione. Data la loro origine, le isole sono tutte essenzialmente montuose; un seguito pressoché ininterrotto di dorsali percorre tutto l'arcipelago lasciando ben poco spazio alle pianure, formate per lo più da terreni alluvionali recenti del Neozoico, e in genere limitate alle fasce costiere, specie settentrionali. Particolarmente imponente è il sistema montuoso di Sumatra, che presenta un andamento a pieghe, dovuto al corrugamento himalayano; forma un allineamento soprattutto compatto in corrispondenza dei monti Barisan, che orlano la costa sudoccidentale dell'isola con varie vette e coni vulcanici di considerevole altezza, quali il Kerinci (3800 m) e il Dempo (3159 m). I rilievi scendono con ripido versante all'Oceano Indiano; il fronte interno invece si affaccia su una vasta pianura di terreni alluvionali argillosi e tufacei, spesso paludosa, che interessa tutta la sezione settentrionale dell'isola, man mano ampliandosi sino a superare i 200 km di larghezza. Minor potenza hanno le pieghe tettoniche a Giava, dove per contro spiccano gli apparati vulcanici che occupano ca. un terzo della superficie dell'isola, contraddistinta da forte attività eruttiva. L'accidentato sistema di rilievi che attraversa interamente Giava lascia uno spazio abbastanza esiguo alla pianura litoranea, chiusa all'estremo settentrionale da alture calcaree che giungendo sino alla costa la rendono fittamente articolata in ben protette baie, rifugio dei principali porti del Paese. I rilievi, più discontinui che a Sumatra, sono inframmezzati da conche e pianori, fertilissimi per l'abbondanza di piogge e la ricchezza del suolo vulcanico, e nei quali, nonostante il sempre incombente pericolo delle eruzioni, l'addensamento umano raggiunge valori tra i più elevati della Terra. Dei cento e più vulcani di Giava, molti dei quali ancora attivi, si annoverano, da W a E, il Salak (2211 m), il Ciremay (3078 m), lo Slamet (3428 m), il Lawu (3265 m) e il Semeru (3676 m), massima elevazione dell'isola. Nel Kalimantan il vulcanesimo ebbe un periodo di intensa attività nel Cenozoico, ma già all'inizio del Neozoico ogni manifestazione effusiva era cessata, e nemmeno esistono – se non in ristretti lembi nordorientali – terreni lavici. Vaste pianure alluvionali di recente formazione s'interpongono tra le principali dorsali montuose, che dal nucleo centrale, attorno al gruppo dei monti Kapuas, si dipartono a raggiera: i monti Kelingkang verso W, i monti Schwaner (2278 m) e Müller verso SW, i monti Iran (2988 m) e Penamba (2423 m) verso NE; infine verso S, ma isolata dal complesso principale, si svolge la dorsale dei monti Meratus (1892 m) e verso E la catena dominata dal monte Kongkumul (2053 m). Particolarissima è la struttura radiale di Celebes (Sulawesi), in quanto l'isola è il nodo orografico di ben tre arcipelaghi: le Filippine, le Isole della Sonda e le Molucche. Tracce del substrato cristallino antico, per lo più ricoperto da rocce sedimentarie, affiorano nelle due penisole principali – di Minahasa a NE e di Makasar a S – mentre rocce sedimentarie tenere più recenti formano interamente le due penisole centro-orientali. Assai aspre sono le forme del paesaggio: il rilievo, sovrastato spesso da apparati vulcanici, raggiunge cime piuttosto elevate in tutta l'isola, culminando nei 3455 m del monte Bulu Rantekombola. A E di Giava l'arcipelago indonesiano si frantuma nelle Piccole Isole della Sonda (Nusa Tenggara), che di Giava e Sumatra ripetono le caratteristiche geomorfologiche. Così parimenti una serie di apparati vulcanici dominati dal monte Agung (3142 m) forma l'ossatura dell'isola di Bali e due vulcani, il Rinjani (3726 m) e il Tambora (2850 m), sono rispettivamente le maggiori elevazioni delle isole Lombok e Sumbawa. Chiude l'arco delle Piccole Isole della Sonda Timor, la maggiore del gruppo ed essa pure montuosa; l'orientamento generale del rilievo prelude già al poderoso ripiegamento che tutto il sistema orografico subisce attorno al Mare di Banda. Tra questo e il Mar delle Molucche emerge l'omonimo arcipelago (principali isole sono Halmahera, Ceram, Buru, Ambon, Obi, ecc.), in parte di natura vulcanica, in parte cristallina, che con il gruppo minore delle isole Aru si spinge a E sino alla Nuova Guinea. Qui siamo già, in stretto senso geografico, in Oceania; tuttavia anche l'imponente catena montuosa che attraversa l'Irian Jaya, i monti Maoke (4884 m nel Puncak Jaya), è dovuta all'orogenesi cenozoica e si allaccia, attraverso le Molucche centrali, al sistema di Celebes.

Territorio: idrografia

La rete idrografica è molto ricca, benché per la complessa morfologia e frammentazione insulare lo sviluppo dei singoli corsi d'acqua sia relativamente limitato. Solo a Sumatra e nel Borneo infatti si hanno fiumi di considerevole lunghezza; tuttavia tutti i fiumi indonesiani hanno grande valore antropico in quanto costituiscono spesso le uniche vie di penetrazione nell'interno delle isole e sulle loro sponde si allineano in genere i villaggi e le città non costiere. I fiumi hanno però portate piuttosto irregolari e nella stagione delle piogge sovente straripano, allagando con violenza le pianure nelle quali terminano pigramente il loro corso, rendendo così difficile il drenaggio di vaste aree. A Sumatra i fiumi principali scendono dal versante interno della catena dei Barisan e si dirigono grosso modo paralleli verso NE (fiumi Kampar, Indragiri, Musi ecc.), attraversando vaste zone paludose e inondabili. Nel Borneo scendono radialmente dai rilievi centrali verso le coste: verso quella occidentale, come il Kapuas, verso la meridionale, come il Barito, e la orientale, come il Mahakam; a Giava l'unico importante corso d'acqua è il Solo, che scorre con prevalente direzione W-E tra i rilievi centrali e la costa settentrionale dell'isola. Nell'Irian Jaya vari sono i corsi d'acqua di rilevante sviluppo, che hanno origine dai monti Maoke, la cui linea di cresta rappresenta lo spartiacque; tra i maggiori sono il Digul, che dal versante meridionale della catena volge al Mar degli Arafura, e il Mamberamo, che scende invece dal versante settentrionale tributando all'Oceano Pacifico. Pochi sono i bacini lacustri; il più esteso è il Toba (1264 km²) nell'isola di Sumatra, che si adagia in una conca dei rilievi settentrionali; altri laghi sono presenti a Celebes (Towuti 578 km², Poso 281 km²) e nel Borneo (Jempang 225 km², Prian 548 km²).

Territorio: clima

Benché il rilievo, la più o meno diretta esposizione alle masse d'aria marittime e l'enorme estensione dell'arco insulare determinino delle sensibili differenze climatiche tra zona e zona, l'Indonesia nel suo complesso presenta un clima prevalentemente di tipo equatoriale, con temperature elevate tutto l'anno (25-27 ºC), escursioni termiche giornaliere relativamente più marcate di quelle annue (queste ultime di 2 ºC a Jakarta) e piogge abbondanti (medie di 1800 mm annui). L'andamento delle precipitazioni è influenzato, però, dai monsoni per cui si ha un'alternanza tra stagione asciutta (giugno-ottobre) e stagione piovosa (novembre-maggio), con piovosità particolarmente accentuata nel mese di febbraio. Ciò è il risultato della diversa situazione barica, che nel corso dell'anno s'instaura tra Asia e Australia: d'estate, quando le basse pressioni dell'Asia meridionale richiamano le masse d'aria asciutte dell'anticiclone australiano si attenua la piovosità, specie nelle zone meridionali delle isole; nei mesi invernali invece i venti, che in prevalenza provengono dall'Asia diretti verso l'Australia, si caricano d'umidità sul mare e incontrando la barriera delle montagne provocano forti precipitazioni, che sui più esposti rilievi di Sumatra, di Giava e del Borneo superano i 4000 mm annui e nelle pianure di Sumatra toccano i 2000 mm. Una stagione secca più marcata e una minor caduta d'acqua si verificano nelle isole più prossime all'Australia, come a Timor, dove cadono meno di 1500 mm annui di pioggia.

Territorio: geografia umana. Dalle origini al XIX secolo

Popolata sin da epoca remotissima (come provano i resti di Pitecantropine, risalenti al Pleistocene inferiore, e di Homo sapiens fossili di varie epoche, ritrovati soprattutto in diverse località di Giava) e posta tra due oceani e due continenti, l'Indonesia fu una delle aree di passaggio obbligato di uomini e culture fin dal Pleistocene medio, quando si saldava ancora con il resto del continente e quando fu probabilmente percorsa e abitata più o meno a lungo da popolazioni di cacciatori australoidi, pigmoidi, veddoidi e successivamente premongolici provenienti (come accadde con le successive ondate migratorie) dalla penisola di Malacca. Di tali popoli rimangono tracce nel Borneo (Punan, Sagai), a Celebes (Toala, Loinang), nelle Molucche (Halmahera), a Flores (Krunesi) e soprattutto nell'Irian Jaya (Papua, Pigmoidi). Assai importanti, tra le molte migrazioni che seguirono, furono, a partire dal Neolitico, quelle dei popoli agricoltori che colonizzarono vaste regioni costiere e valli fluviali, soprattutto a Giava, e che diedero la definitiva impronta al popolamento dell'Indonesia. I più antichi, detti genericamente Paleoindonesiani o Protoindonesiani, erano agricoltori nomadi, derivanti probabilmente dalla fusione di genti premongoliche con altre di tipo veddoide allora diffuse nella penisola indocinese. Questi si estesero nel vasto arcipelago sino alle Filippine disboscando vaste aree, per le necessità della loro primitiva agricoltura, e in parte fondendosi con le popolazioni di cacciatori, in parte respingendole nelle zone più impervie e verso le isole orientali. Gli Indonesiani in senso proprio, detti anche Neoindonesiani e Deuteromalesi, raggiunsero l'Insulindia in epoca storica: affini ai Paleoindonesiani e ai Malesi, si differenziano da questi per alcuni tratti somatici di tipo europoide, dovuti forse a mescolamenti con genti indeuropee. Costoro occuparono le fertili terre disboscate dai Paleoindonesiani che in parte si fusero con loro e in parte si adattarono a vivere nelle regioni montuose o più boscose delle isole, lasciando ai nuovi arrivati Giava e gran parte di Sumatra con le isole più vicine. Gli Indonesiani introdussero più evolute tecniche agricole fondate sulla risicoltura, così come era praticata nella Penisola Indocinese da cui provenivano, trovando in Indonesia adatte condizioni climatiche e pedologiche. In seguito, nelle regioni costiere di Sumatra e nei più grandi villaggi si insediarono comunità di genti della penisola di Malacca (Malesi in senso proprio) ai quali, dal sec. IX, seguirono i cinesi, le cui principali attività erano la navigazione e i commerci. Tra le varie popolazioni non vennero a mancare più o meno marcati miscelamenti etnici e culturali. L'Indonesia, quindi, conta una ventina di principali gruppi etnici (ciascuno in genere con un proprio idioma): gli indonesiani costituiscono la maggioranza della popolazione e prevalgono soprattutto a Giava, Sumatra, Madura, Bali, Flores, Timor, nonché nelle aree intorno ai maggiori centri abitati del Borneo, di Celebes e delle Molucche. I paleoindonesiani costituiscono forti minoranze a Sumatra (batak, gaio) e prevalgono nel Borneo, a Celebes, nelle Molucche (dayak, niassesi, ngagia, toraja, alfuri, ngada, minahasa) e nelle Piccole Isole della Sonda, mentre costituiscono la minoranza nell'Irian Jaya. Infine l'elemento australoide, rappresentato dai Papua, prevale nell'Irian Jaya. La penetrazione indiana ebbe influssi enormi negli ambiti politico, economico, culturale, artistico, religioso, ma non interessò la compagine etnica del Paese; ciò vale anche per gli arabi, la cui religione fu diffusa nell'arcipelago dai malesi, e più tardi per gli europei, che si impadronirono del potere politico ed economico, ma rimasero sempre una trascurabile minoranza etnica. Di un certo rilievo fu invece l'immigrazione dei cinesi, che vivevano in prevalenza nelle città. Sino alla fine del sec. XIX l'altissima mortalità mantenne basso il coefficiente dell'incremento naturale della popolazione; solo nell'ultimo periodo del dominio coloniale gli olandesi consentirono che nuove terre venissero destinate alle colture alimentari per gli indonesiani; questo, unito ai successivi miglioramenti delle condizioni igienico-sanitarie, favorì elevati accrescimenti demografici.

Territorio: geografia umana

L'Indonesia è il quarto Paese più popolato del mondo (dopo Cina, India e Stati Uniti). La densità di popolazione è particolarmente elevata (130 ab./km²), ma la sua distribuzione continua a essere fortemente squilibrata, nonostante siano state attuate politiche di migrazioni interne per incoraggiare il popolamento verso le aree meno abitate; il problema rimane infatti legato alla frammentarietà del territorio, alla presenza di aree difficilmente coltivabili, all'inefficienza dei trasporti interni, nonché alla resistenza della popolazione ad abbandonare la propria terra e le proprie tradizioni. Nel corso del tempo si sono registrati significativi cambiamenti riguardo al tasso di incremento annuo, che, quasi dimezzato tra gli anni 1980-98, rimane oggi tra i più bassi tra i Paesi dell'ASEAN. In considerazione dell'abbassamento della mortalità negli ultimi trenta anni del Novecento per effetto del miglioramento delle condizioni igieniche e generali di vita, alimentazione e cure sanitarie in primo luogo, la riduzione che si è avuta nel tasso di crescita della popolazione è attribuibile, in larga misura, al successo avuto dalla campagna di pianificazione familiare, che ha inciso profondamente sul tasso di fertilità.

Territorio: ambiente

Le condizioni climatiche alimentano una ricchissima vegetazione; prevale la fitta foresta pluviale, che un tempo ricopriva tutto l'arcipelago a eccezione delle isole orientali, dove per la minor piovosità si hanno ampie distese savaniche e la presenza di specie arboree che già preannunciano ll'areale xerofilo dell'Australia. La foresta equatoriale, con un fittissimo sottobosco di epifite, è rimasta pressoché intatta nel Borneo, ma altrove, soprattutto a Giava, è stata in parte degradata dall'uomo e sostituita dalle colture. Dove l'ambiente vegetale non ha subito alterazioni, la foresta giunge fin verso i 1000-1500 m d'altezza; qui cede a più radi boschi di querce, lauracee, conifere; non mancano boschi di bambù e formazioni di mangrovie lungo le coste. L'Indonesia è divisa da un profondo tratto di mare, conosciuto come linea di Wallace, in due settori caratterizzati da una zona faunistica asiatica e una europea; molte specie sono autoctone di un'isola o un gruppo di isole. Questa grande varietà è però minacciata da un alto rischio di estinzione. Tra le maggiori urgenze ambientali vi sono la deforestazione, causata dall'industria della carta, dall'esportazione di legname e da un tipo di agricoltura intensiva, e l'inquinamento idrico e atmosferico. Numerose sono, tuttavia, le aree protette, che ricoprono il 9%% del territorio e comprendono anche 67 parchi naturali, oltre a centinaia di altre aree protette. L'UNESCO ha dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità quattro siti naturalistici indonesiani: il Parco nazionale di Komodo (1991), il Parco nazionale di Ujung Kulon (1991), il Parco nazionale Lorentz (1999) e il patrimonio della foresta tropicale di Sumatra (2004), considerato in pericolo.

Economia: generalità

Nel corso dell'ultimo decennio del Novecento l'Indonesia ha messo a punto una strategia di sviluppo che ha consentito di rilanciare l'economia e di realizzare importanti progressi in tutti i principali settori. Strumento della politica economica del governo sono rimasti i piani quinquennali di sviluppo, destinati a stabilire le priorità e i livelli della crescita, senza però specificare nel dettaglio i procedimenti esecutivi di particolari programmi e progetti. Oltre agli interventi diretti verso la valorizzazione del settore agricolo, tramite la creazione di infrastrutture e la concessione di sussidi agli agricoltori, si è perseguito l'obiettivo della diversificazione produttiva, riducendo la dipendenza dalle esportazioni petrolifere. Significative modifiche si sono registrate anche nella produzione industriale che è raddoppiata rispetto a quella che si registrava negli anni Ottanta. I risultati che si sono avuti sono stati incoraggianti, soprattutto sotto il profilo della crescita economica. A fine decennio l'Indonesia, come tutto il Sudest asiatico, è stata vittima di una grave crisi economica che ha lasciato pesanti segni (incremento della disoccupazione, dell'inflazione e del debito estero) solo in parte attutiti dalla buona tenuta delle esportazioni di idrocarburi e del settore minerario. I primi anni del Duemila hanno visto tuttavia una costante crescita del PIL e una prosecuzione delle politiche economiche improntate alla liberalizzazione e privatizzazione di alcuni settori (per esempio per le risorse idriche), alla riforma del sistema bancario, alla revisione del sistema di finanziamento delle attività imprenditoriali. Benché un'ingente parte dell'industria strategica sia ancora in mano pubblica, va segnalata la buona tenuta della piccola imprenditoria, diffusa nelle diverse isole dell'arcipelago. La questione fondamentale per l'economia indonesiana resta, comunque, la capacità di attrazione dei capitali stranieri, in quanto troppe incertezze condizionano ancora gli investitori internazionali nella scelta di operare in questo Paese: dalla situazione politica in costante divenire e mai veramente sotto controllo, alle pratiche burocratiche e amministrative, troppo spesso permeate di opacità e illegalità, alle carenze nelle reti di comunicazione e informazione. La direzione intrapresa dal governo, impegnato anche in una profonda riforma del sistema giuridico e delle principali istituzioni economiche, sembra essere quella giusta, anche se gli interventi, in molti casi richiesti dallo stesso Fondo Monetario Internazionale, vengono spesso percepiti come misure impopolari e contribuiscono ad alimentare le agitazioni sociali.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

L'agricoltura rimane la base dell'economia indonesiana, occupando oltre metà della popolazione attiva, anche se partecipa per meno di un settimo alla formazione del prodotto nazionale (13,4% nel 2005). L'incidenza del settore nella produzione della ricchezza del Paese ha subito diverse oscillazioni nel corso del Novecento, ma a parte un lieve aumento negli anni successivi alla crisi economica e finanziaria del 1997, il suo peso si mantiene in costante declino. Le colture alimentari sono quelle che hanno registrato i più significativi incrementi, anche grazie ai piani di sviluppo agricolo promossi dal governo per rendere coltivabili terreni situati nelle isole meno densamente abitate per far fronte alla concorrenza esercitata dai Paesi dediti alla pratica intensiva dei cereali, come Giappone e Cina: si calcola, infatti, che solo una minima parte dei terreni adatti alle colture siano utilizzati a tal fine. Le coltivazioni industriali, invece, assai floride durante il periodo coloniale, hanno perso alcuni dei loro precedenti primati; esse rappresentano solo il 13% dei terreni agricoli, forse a causa anche della frammentazione della proprietà terriera e della conformazione del territorio, disomogeneo e frammentato. Principale coltura è il riso, elemento fondamentale dell'alimentazione locale; sul 60% di terreno coltivato, ca. il 7% è destinato alla risicoltura, dato che colloca l'Indonesia al terzo posto nella graduatoria mondiale per la produzione di riso dopo la Cina e l'India. Grazie agli incentivi del governo, il Paese da importatore si è trasformato in esportatore di riso. I più alti valori di produttività si registrano a Giava, che si avvantaggia di terreni adatti e di una fittissima rete di canalizzazioni ereditata dagli olandesi. La risicoltura è altresì presente in vaste aree di Sumatra e del Kalimantan (Borneo), nonché in varie isole minori; la meccanizzazione agricola è tuttavia ancora a un livello assai basso, e, se a Giava la risicoltura viene praticata mediante allagamento dei terreni, nelle altre isole la pratica più frequente continua a essere quella itinerante ad avvicendamento (ladang). Completano il quadro delle principali colture alimentari mais, seconda coltura prodotta nel Paese (soprattutto nella parte occidentale di Giava, nelle isole della Sonda e a Celebes), manioca, patate dolci, quindi vari ortaggi (pomodori, cipolle) e frutta (soprattutto banane, agrumi e ananas). Vasta è la gamma delle piante oleaginose, come la soia, l'arachide, la palma da olio, seguite dal sesamo e dal ricino; si tratta però di produzioni artigianali, attuate nei piccoli poderi che attorniano i villaggi. Discorso a parte merita invece la palma da olio, di recente sviluppo, coltivata in grandi appezzamenti sovvenzionati dallo Stato. Tra gli altri prodotti agricoli, si annoverano il caffè, per la maggior parte destinato al consumo nazionale, il tè e il cacao, di cui l'Indonesia è uno dei maggiori esportatori. La canna da zucchero che in passato costituiva una delle principali voci di esportazione, proviene in massima parte da Giava. Anche il tabacco, che costituisce una delle varietà migliori al mondo, viene coltivato sull'isola, oltre che a Sumatra. Diffusa un po' ovunque in tutto l'arcipelago è la palma da cocco, da cui gli isolani traggono una gran quantità di prodotti per il consumo locale oltre alla copra, che è in parte anche esportata; le migliori produzioni di copra, ottenute in genere da piccoli coltivatori riuniti in cooperative, provengono da Celebes, da alcune aree costiere del Kalimantan e dalla sezione occidentale di Giava. Non hanno invece più l'importanza di un tempo le spezie (pepe, noce moscata, cannella ecc.), per le quali erano famose le Molucche, e del pari in declino è la coltivazione della Cinchona, l'albero della china, per la caduta della domanda di chinino sul mercato mondiale. Un ruolo modesto hanno infine le piante tessili (kenaf, cotone, agave sisalana ecc.). Ingente è il patrimonio forestale, che interessa più della metà della superficie territoriale e che nella maggior parte delle isole, specie nel Kalimantan, forma una copertura pressoché ininterrotta (la produzione annua di legname è elevatissima); vi si trovano essenze pregiate come il teak, l'ebano, il mogano, il sandalo ecc.; alberi da cui estrarre tintura e resina, alberi per legname da opera, bambù e soprattutto l'Hevea, le cui piantagioni, localizzate soprattutto nel Kalimantan e a Sumatra, furono sviluppate in periodo coloniale e di cui l'Indonesia detenne a lungo il primato mondiale per l'estrazione del caucciù. Proprio la produzione del caucciù proviene in larga parte da imprese statali, ma esistono lavorazioni che hanno origine nelle proprietà di piccoli coltivatori. Lo sfruttamento forestale, limitato fino alla seconda metà del Novecento dalla carenza delle infrastrutture e di adeguate vie di comunicazione e, secondariamente, dalla necessità di salvaguardare le risorse forestali, anche attraverso opere di riforestazione, riveste un interesse crescente, anche a causa degli effetti provocati sull'ambiente dal disboscamento abusivo. Il ritmo medio di deforestazione annuale, spesso condotto anche attraverso incendi per ampliare la superficie destinata alle colture intensive, è aumentato, infatti, tra la fine del Novecento e l'inizio del nuovo millennio per attestarsi a oltre un milione e mezzo di ettari. L'entità del disboscamento è tale che la percentuale di foresta distrutta annualmente è pari a circa il 2% del patrimonio complessivo. Per quanto riguarda le altre attività del settore primario, si può osservare come l'allevamento resti una pratica poco sviluppata, a causa dell'esiguità dei pascoli permanenti e degli spazi adatti (6,2% del territorio nazionale). Sono tuttavia presenti caprini e ovini e, in misura crescente, volatili da cortile, soprattutto in città; di un certo rilievo l'allevamento dei bovini, praticato a Bali e nelle isole meno popolate; diffusi anche bufali e suini, destinati al consumo locale delle minoranze straniere e all'esportazione, essendo la grande maggioranza della popolazione di religione musulmana. Il contributo primario al fabbisogno proteico è fornito dalla pesca. In genere praticata con sistemi molto antiquati, questa attività ha goduto di alcuni interventi statali volti a favorirne lo sviluppo, a partire dalla motorizzazione delle imbarcazioni; diffusa non solo nelle zone costiere, ma anche nelle acque interne, specie a Giava, dove è fiorente l'allevamento delle carpe. Particolarmente consistente è anche la cattura di tonni al largo di Celebes, Giava e Sumatra; molto diffusa è la pesca del trepang.

Economia: risorse minerarie e industria

Le risorse minerarie del Paese sono cospicue, ma non adeguatamente valorizzate e in buona parte controllate da società straniere, cui si deve fin dal sec. XIX il loro primo sfruttamento; vastissime zone non sono ancora state sottoposte ad accurate prospezioni. Particolarmente importanti per l'economia indonesiana sono i giacimenti di petrolio, di grandi dimensioni, ma non proporzionalmente redditizi per la forte dispersione che innalza i costi di estrazione; la maggior parte del greggio (l'Indonesia è uno dei maggiori produttori petroliferi dell'Estremo Oriente e il diciottesimo su scala globale), proviene dal Kalimantan e da Sumatra, mentre meno ricchi sono i pozzi di Giava; è presente anche gas naturale, specie a Sumatra. A conferma del ruolo assunto dagli idrocarburi, il Paese ne ricava il circa il 28% delle esportazioni, essendo divenuto in particolare uno dei primi venditori mondiali di gas liquido. L'estrazione è effettuata dalle società straniere presenti nel Paese, e solo in piccola parte direttamente effettuata dalla compagnia petrolifera indonesiana, la Portamina, a cui rimane, tuttavia il potere decisionale sulle prospezioni e sulle concessioni di sfruttamento. L'Indonesia occupa una posizione di grande rilievo anche per lo stagno, esportato per la maggior parte in Malaysia e Singapore; il minerale è presente nelle isole Riau, Singkep, Bangka e Belitung. Dall'isola di Bintan, nel gruppo delle Riau e nelle isole Tembeling, Kelong e Dendang proviene anche la maggior parte della bauxite. Una forte riduzione estrattiva ha colpito il nichel, di cui il Paese possiede quasi un ottavo delle riserve mondiali; questo minerale presente nelle isole di Celebes, Halmahera e nelle Molucche, viene estratto principalmente dall'ente statale in collaborazioni con aziende giapponesi e canadesi. Il rame (estratto a Tembagapura, dove si trova una delle miniere più grandi del pianeta), l'oro (scoperto nel sottosuolo di Kalimantan), i diamanti, l'argento, il manganese, i fosfati e anche l'uranio (anch'esso presente nel Kalimantan) completano il panorama del settore minerario, che produce, idrocarburi esclusi, un ottavo circa del PIL nazionale. Un accelerato sviluppo ha avuto anche il settore energetico, soprattutto quello di origine termica: l'Indonesia possiede infatti notevoli giacimenti di gas naturale (destinato in massima parte all'esportazione) e di carbone (impiegato per usi interni). § L'industria è in genere rappresentata dalla debolezza della classe imprenditoriale privata: l'industria è in genere rappresentata, almeno per i complessi di maggior rilievo, dalle multinazionali e dalle società estere, in alcuni casi con partecipazione indonesiana, oppure statali, ma dipendenti soprattutto dalla tecnologia straniera. Questa debolezza della classe imprenditoriale privata costituisce uno dei fattori all'origine del lento sviluppo industriale del Paese. Inoltre, la maggior parte del potenziale industriale indonesiano si concenta a Giava e in modesta misura a Sumatra e nelle altre isole. Su tutte prevale per importanza l'attività estrattiva, rivolta essenzialmente all'esportazione: mancano, infatti, le aziende di trasformazione, salvo le raffinerie di petrolio, che sono ormai abbastanza numerose anche se non sviluppate quanto la disponibilità di materia prima consentirebbe. Le industrie siderurgica e metallurgica sono presenti soprattutto a Kaulatanjung e Pematangsiantar (Sumatra); non meno modesto è il settore meccanico: i piccoli cantieri navali sono siti per esempio a Jakarta, Surabaya e Semarang; gli stabilimenti per il montaggio di autoveicoli sono allocati a Surabaya; le imprese di costruzioni aeronautiche si trovano a Bandung, stabilimenti chimici a Palembang e Cilacap. L'industria manifatturiera destinata al consumo interno è tuttora largamente organizzata su basi artigianali; un certo rilievo hanno il settore tessile, specificatamente cotoniero, presente con numerosi stabilimenti, e quello alimentare. Esistono inoltre piccole fabbriche di pneumatici, cartiere ecc. L'espansione della presenza straniera (soprattutto giapponese, coreana e cinese), incentivata fortemente durante l'ultimo decennio del Novecento, ha diffuso in particolare l'assemblaggio meccanico di auto e di componentistica elettronica; parimenti, sono aumentati gli investimenti nei settori metalmeccanico, tessile e aeronautico, poli di interesse privilegiati dei Paesi europei. Questi flussi di denaro e incentivi stranieri rivolti ad alcune attività hanno contribuito ad accentuare lo squilibrio fra i comparti moderni e quelli tradizionali, nonché quello territoriale fra Giava e il resto del Paese. Sussistono, benché in genere piuttosto decadute rispetto al passato, anche produzioni artigianali, come quella delle ceramiche di Palembang, la lavorazione dei tessuti batik, la fabbricazione di cappelli di bambù. §

Economia: commercio, comunicazioni e turismo

Il commercio interno, un tempo nelle mani dei cinesi, pur risentendo della mancanza di una dinamica classe mercantile, è comunque abbastanza vivace: la direttrice principale dei flussi si irradia da Giava verso le altre isole. Quanto agli scambi internazionali, la bilancia commerciale risulta in attivo, con una tendenza all'aumento dell'export (petrolio, gas naturale, vestiario, pesce, caucciù, legname, caffè, soprattutto a seguito dell'aumento dei prezzi) e una contestuale crescita dell'import (con un tasso cha nel 2005 ha fatto registrare un terzo in più rispetto all'anno precedente). Le importazioni riguardano essenzialmente le manifatture (macchinari, impianti, mezzi di trasporto, prodotti chimici) ma anche taluni prodotti petroliferi e generi alimentari. Principali partner commerciali sono Giappone, Unione Europea, Stati Uniti, Singapore, Corea del Sud e Cina. In aumento è il turismo (ca. 5 milioni di visitatori annui); il movimento interessa soprattutto le isole di Giava e Bali, ma l'Indonesia ha un immenso patrimonio paesaggistico, artistico e folcloristico ancora da valorizzare adeguatamente. Dal punto di vista delle infrastrutture, data la particolare struttura morfologica del Paese, la realizzazione di un razionale sistema di trasporti costituisce uno dei problemi più gravi. Il mare, da sempre la naturale via di collegamento, ha favorito e orientato l'urbanesimo che si è sviluppato attorno ai porti destinati ai grandi traffici internazionali. Solo dopo il 1967, con il governo di Suharto, furono presi provvedimenti per il potenziamento di strade, ferrovie, attrezzature portuali ecc.; ma la situazione, eccetto che a Giava, è ancora nettamente deficitaria. Del tutto irrisorio è lo sviluppo delle ferrovie (6458 km nel 2004), presenti solo a Giava (dove due linee ferroviarie, costruite dagli olandesi alla fine del XIX secolo, attraversano longitudinalmente l'isola, collegando le principali città), nell'isoletta di Madura e, con piccoli tronchi, a Sumatra. Più sviluppata è la rete stradale esistente però soprattutto a Giava e limitata alle sole strade di collegamento dei centri portuali a Sumatra, Celebes, Timor: dei ca. 368.000 km di strade, ca. due terzi sono asfaltate; sulle altre isole le vie di comunicazione sono rappresentate in gran parte da sentieri nella foresta o da corsi d'acqua; la motorizzazione, fino agli anni Sessanta del XX secolo scarsamente diffusa, ha subito nei decenni successivi un aumento considerevole, facendo crescere nelle aree urbane la presenza di autovetture e nelle aree rurali quella dei motoveicoli, con gravi ripercussioni sul traffico metropolitano e sui trasporti periferia-centro. Date le difficoltà e l'insufficienza dei mezzi di trasporto interni, mantengono tutta la loro importanza i collegamenti marittim per il piccolo cabotaggio e le comunicazioni fra le varie isole ci si avvale ancora largamente dei praho, le tipiche imbarcazioni malesi in uso sin da epoca assai antica. Il settore dei trasporti via mare ha potuto avvalersi, dagli anni Cinquanta del Novecento in poi, di investimenti pubblici, conseguenti anche all'importanza crescente rivestita dai trasporti transnazionali. Punti nodali del traffico internazionale sono i porti di Tanjung Priok, presso Jakarta, di Tanjung Perak, presso Surabaya, e di Semarang, tutti su Giava, seguiti da quelli di Padang (Sumatra); ben 41 milioni di t di merci transitano però per il porto petrolifero di Dumai, sulla costa settentrionale di Sumatra. Sempre più largo è tuttavia il ricorso ai servizi aerei, svolti da numerose compagnie straniere, dalla società nazionale Garuda Indonesian Airways e da alcune minori compagnie private indonesiane; i principali aeroporti sono quelli della capitale (Halim e Kemayoran), di Surabaya, Mean e Bali (Denpasar).

Storia: dalle origini al dominio olandese

La vastissima area insulare che costituisce la Repubblica Indonesiana non ha avuto, prima del periodo coloniale, una storia caratterizzata da istituzioni unitarie. Se etnicamente l'Indonesia presenta caratteri abbastanza compatti, bisogna ricordare come da un lato tali caratteri siano presenti anche in regioni estranee (penisola malese e Borneo Settentrionale, in particolare); e come d'altro lato la separazione del territorio in grandi isole (Sumatra, Giava, Borneo, Celebes) e in arcipelaghi minori abbia facilitato forme di sviluppo diverse nelle varie regioni. Si può così constatare come l'isola di Giava sia sempre stata il centro umano e storico dell'area indonesiana, la sede di quasi tutti i maggiori potentati che da qui hanno diffuso la loro influenza sui territori circostanti. Solo in qualche caso Sumatra ha potuto giocare una funzione alternativa, mentre le altre regioni (tra l'altro relativamente spopolate) hanno sempre avuto, dal punto di vista umano e storico, una funzione periferica. L'altro tratto saliente del mondo indonesiano è quello di aver elaborato una civiltà autoctona relativamente modesta, ma di aver saputo, d'altra parte, accogliere e riplasmare elementi di quasi tutte le maggiori culture del mondo: da quella indiana, grazie alla cui mediazione il Paese esce dalla preistoria; a quella islamica, adottata a partire dai sec. XV-XVI; a quella europea, forzatamente sperimentata durante il periodo coloniale; a quella cinese, presente con comunità minoritarie, ma economicamente significative. Il mondo indiano penetra in Indonesia nei primi secoli della nostra era. La prima grossa formazione politica locale è il regno di Srivijaya, il cui centro era Sumatra, nella regione dell'odierna città di Palembang. Nel 992 Dharmavamsa (sovrano del primo Stato di Giava di cui si hanno notizie relativamente sicure) attaccò Sumatra e più tardi, nel 1035, Arialanga, un altro grande sovrano originario di Bali, concordò con i re di Sumatra una spartizione delle sfere di influenza sull'arcipelago. Nel sec. XIII il re Kertanagara impostò una politica espansionistica tendente a instaurare un unico impero su tutto l'arcipelago. In questo stesso secolo, intanto, fioriva a Giava il regno di Majapahit, ultimo grande regno induista della storia indonesiana, che riunì in una compagine feudale gran parte delle isole dell'arcipelago stabilendo, sotto l'onnipotente primo ministro Gajah Mada, l'egemonia di Giava. Con l'inizio del sec. XV il potere del regno di Majapahit si sgretolò rapidamente, mentre la graduale penetrazione dell'Islam interveniva, quale fatto nuovo, a modificare sostanzialmente la storia dell'arcipelago. Penetrato gradualmente e pacificamente attraverso le vie del commercio (già alla fine del sec. XIII esistevano colonie islamiche a Sumatra), l'Islam esercitò una profonda influenza culturale e i regni musulmani che si formarono poterono contare sul consenso e sull'appoggio della popolazione. Agli inizi del sec. XVI ebbero inizio i contatti con gli Europei che dovevano trasformare l'Indonesia nel primo teatro di dominazione coloniale. I primi contatti con gli Occidentali avvennero attraverso i Portoghesi i quali, per ottenere il monopolio del commercio delle spezie, occuparono Malacca sulla penisola malese nel 1511; poco dopo anche gli Olandesi, attratti dal commercio delle spezie, si interessarono all'Indonesia; già nel 1602 essi avevano fondato la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (Vereenigde Oostindische Compagnie). La concorrenza commerciale diede ben presto luogo a ostilità tra Portogallo e Olanda; stipulando accordi con i più potenti Stati indigeni, che venivano lasciati formalmente indipendenti ma condizionati agli interessi olandesi, e occupando le isole minori, la Compagnia acquistò gradualmente il controllo delle isole, ma solo dopo aver conquistato Malacca nel 1641 riuscì a scalzare definitivamente i Portoghesi dall'arcipelago. La Compagnia, che dovette difendere i propri interessi anche contro gli Spagnoli e gli Inglesi, basò la propria politica sullo sfruttamento agricolo delle isole, ottenuto imponendosi anche con la forza ai sultani locali e sfruttando con durezza il lavoro degli indigeni; la sua attività fu concentrata soprattutto a Giava, dove anche il controllo politico era più rigido. Nel 1799, vittima della politica economica di sfruttamento da essa stessa impostata, gravata da debiti, la Compagnia fu sciolta e i suoi affari furono rilevati dal governo olandese. Conquistate dagli Inglesi durante le guerre napoleoniche, con i trattati del 1814 e 1824 le isole furono rese all'Olanda, contro la quale si verificò una serie di rivolte che durarono fino al 1910 e che le impedirono di imporre il proprio costante dominio.

Storia: l’indipendenza

Il movimento anticoloniale, che si manifestò in tutta l'Asia orientale all'inizio del sec. XX fece sentire la propria influenza anche in Indonesia, dove, specialmente a Sumatra e a Giava, un'intensa attività nazionalista (inquadrata nel Sarikat Islam e nel Partito comunista) raggiunse il suo culmine negli anni 1926-27, osteggiata e repressa dalla potenza dominatrice. Infatti, nonostante nel 1916, fosse stato istituito dagli Olandesi il Volksraad (Parlamento), organismo con scarso potere politico, eletto a suffragio ristretto che accresceva i diritti dei nativi, la linea dura di repressione continuò contro il Partito Nazionalista Indonesiano, fondato da Sukarno e, poi, contro il gruppo moderato, guidato da Hatta e Sutan Sjarhiz. Nel 1942, in questo clima repressivo, l'occupazione giapponese dell'Indonesia e la coeva liberazione dei leader nazionalisti imprigionati, Sukarno e Hatta, furono viste dai nazionalisti come la fine del colonialismo olandese, allo stesso tempo i comunisti e i socialisti si mobilitarono contro gli occupanti in un movimento di guerriglia. Ritrovata un'unità tra le due correnti verso la fine della II guerra mondiale, il 17 agosto 1945, prima della resa ufficiale nipponica, un gruppo di nazionalisti proclamò la Repubblica Indonesiana di cui lo Sukarno divenne il primo presidente. Tentando di ripristinare il loro antico dominio, gli Olandesi spinsero gli Indonesiani a una lotta rivoluzionaria che durò a lungo. Alterne furono le trattative, che sfociarono nei Trattati di Linggadjati (1946) e Renville (1948), entrambi violati dagli Olandesi con la ripresa della lotta armata. Solo nel 1949, dietro intervento dell'ONU, si giunse a una sistemazione definitiva: riconoscimento da parte olandese della sovranità indonesiana su tutto l'arcipelago, eccetto nella parte occidentale della Nuova Guinea (Irian Jaya) che rimase sotto il controllo olandese fino al 1963. Nel 1950 fu ripristinata una struttura centralizzata e più democratica e quattro anni dopo si tennero le elezioni generali. I partiti politici più importanti che emersero in quella occasione furono quattro: due islamici, uno nazionalista e uno comunista. Le coalizioni di gabinetto che si formarono si dimostrarono tuttavia inefficienti a risolvere i maggiori problemi economici e politici del Paese. L'intensificarsi della crisi e la rivolta delle isole periferiche (1958), che chiedevano l'indipendenza, spinsero il presidente Sukarno a sciogliere l'Assemblea Costituente e ad abrogare la Costituzione provvisoria del 1950, per assumere più vasti poteri, dando origine a un sistema detto della “democrazia guidata”. Nei primi anni Sessanta Sukarno, spostatosi a sinistra per tentare di includere il Partito comunista tra le forze governative, accentuò le proprie posizioni antioccidentali e nel 1965 annunciò il ritiro dell'Indonesia dalle Nazioni Unite. Nel frattempo l'esercito, alleato di Sukarno dal 1958, acquistava sempre maggior potere costringendo il presidente a una politica di equilibrio e di compromesso tra le varie forze. Nell'ottobre del 1965, prendendo pretesto da un paventato colpo di stato comunista, i militari esautoravano Sukarno assumendo, nella persona del generale Suharto, il controllo del Paese con una sanguinosissima repressione che costò diverse centinaia di migliaia di morti. Privato di qualsiasi autorità, Sukarno rimase formalmente in carica fino al 1967, quando Suharto fu nominato ufficialmente presidente della Repubblica.

Storia: il regime di Suharto

Nel 1971, dopo la decisione di ridare al Paese un governo fondamentalmente civile, furono indette le elezioni che videro la vittoria del partito filogovernativo, il Golkar, riconfermato al potere anche nelle elezioni del 1978, del 1983, del 1988 e del 1992. Intanto, nel 1975, divenuta indipendente dal Portogallo la zona est di Timor, l'Indonesia invadeva l'isola e un anno dopo l'annetteva, nonostante l'opposizione del movimento indipendentista locale (il FRETILIN). La sistematica violazione dei diritti umani del Timor Orientale provocava ben presto al regime di Suharto una condanna dell'ONU, che non riconosceva la sovranità indonesiana sull'ex colonia portoghese. La tensione sembrava allentarsi solo nel 1993, con l'apertura dei negoziati tra Indonesia e Portogallo per il futuro assetto di Timor Est. In questa occasione, Suharto riduceva la condanna inflitta al comandante del FRETILIN, José “Xanana” Gusmao, e concedeva alle organizzazioni internazionali il permesso di controllare la reale situazione del rispetto dei diritti umani nel Paese. La spirale guerriglia-repressione nel piccolo territorio nel Timor Orientale continuava comunque a rappresentare la cartina di tornasole della brutalità del regime indonesiano nel corso degli ultimi anni del sec. XX. Sul piano interno, tra il 1997 e il 1998, al pari di altri Stati del Sudest asiatico, una grave crisi monetaria e finanziaria colpiva l'Indonesia, rivelandosi fatale per il regime corrotto e nepotista di Suharto. Licenziamenti di massa e un elevatissimo tasso di disoccupazione, accanto a un aumento senza precedenti della criminalità urbana e delle attività illegali, connesse al traffico di droga, erano gli effetti più visibili della recessione in atto. Nel maggio 1997, la campagna elettorale per le consultazioni politiche si svolgeva così in un clima violento, segnato fortemente dalla mancanza di libertà, dalle disuguaglianze sociali, dall'estendersi della corruzione e del clientelismo e dalla verticale caduta di fiducia dei cittadini verso le istituzioni. I risultati elettorali sancivano la vittoria del partito al potere (Golkar), registrando contemporaneamente una buona affermazione del Partito Unito per lo Sviluppo (PPP), la coalizione musulmana d'opposizione. L'anno dopo, Suharto veniva rieletto presidente (marzo 1998) per la settima volta, ma, nonostante i successi elettorali e l'accettazione dei piani di riforma economica del FMI, sotto la spinta di violente manifestazioni di protesta popolare, abbandonato anche dalle potenze occidentali che lo avevano sostenuto in passato, era costretto ben presto a dimettersi.

Storia: il post Suharto

Dimessosi Suharto, veniva designato presidente ad interim, il vicepresidente della Repubblica, Bacharuddin Jusuf Habibie, il quale annunciava libere elezioni, favorendo la nascita di nuovi partiti che trasformavano radicalmente il panorama politico indonesiano: Amien Raïs, feroce critico di Suharto e intellettuale islamico riformista, già a capo dell'influente associazione Muhammed-jiah, fondava il Partito Islamico del Mandato Nazionale (PAN); Abdurrahman Wahid, leader del gruppo musulmano moderato Nahdlatul Ulama (Rinascita degli Ulema) creava il Partito del Risveglio Nazionale (PKB); Megawati Sukarnoputri, figlia dell'ex leader Sukarno, con il Partito Democratico Indonesiano di Lotta (PDID) accentuava i toni nazionalistici e condannava ogni movimento separatista, in particolare quello del Timor Est; infine s'integravano nel nuovo gioco politico anche gli altri due partiti tradizionali: il Golkar, che rinnovava il gruppo dirigente guadagnando nuova credibilità, e il PPP, che sottolineava la propria fedeltà all'Islam assicurandosi il consenso della borghesia devota. Le elezioni del giugno del 1999 consacravano la vittoria del PDID di Megawati Sukarnoputri, costituendo un indubbio progresso di democratizzazione, che non riuscivano però a ricomporre le profonde divisioni della società indonesiana. Ai disordini sociali e alla rabbiosa avversione verso la comunità cinese, ritenuta complice di Suharto, si affiancava inoltre la ripresa del separatismo, favorita principalmente dallo squilibrio nella distribuzione delle risorse economiche. Già nel 1998, infatti, nella provincia di Aceh, a nord di Sumatra, focolaio dal 1976 di una larvata ribellione, dopo decenni di repressione, erano esplosi sanguinosi scontri di piazza con il rilancio della lotta armata separatista a opera del movimento “Aceh libera” (Aceh Merdeka). Fenomeni analoghi si ripetevano nel 1999 anche nel Kalimantan, nelle isole Molucche e nell'Irian Jaya, intrecciandosi spesso con i conflitti religiosi tra musulmani e cristiani. In quello stesso anno, inoltre, lo scontro tra separatisti e antisecessionisti nella parte orientale dell'isola di Timor diveniva il drammatico banco di prova della tenuta dell'unità nazionale indonesiana. Il riaccendersi delle violenze costringeva il presidente Habibie a pronunciarsi in favore dell'indipendenza del territorio (gennaio 1999) e a sottoscrivere un accordo con il Portogallo sotto l'egida dell'ONU (maggio 1999), che prevedeva lo svolgimento di un referendum sull'autodeterminazione di Timor Est. La vittoria degli indipendentisti (agosto 1999), tuttavia, innescava una dura reazione del governo indonesiano che avviava una brutale azione repressiva. I conseguenti violenti scontri tra popolazione locale ed esercito rendevano indispensabile l'intervento dell'ONU, che autorizzava subito l'intervento di una forza multinazionale guidata dall'Australia (ottobre 1999) per garantire il rispetto del risultato del referendum e poneva l'isola sotto il controllo dell'amministrazione delle Nazioni Unite per un periodo di due anni. A seguito di questa crisi Habibie decideva di non candidarsi alle elezioni presidenziali (ottobre 1999) vinte dal leader musulmano Wahid. L'acuirsi del separatismo, le inchieste sulla violazione dei diritti umani a Timor Est da parte dei militari, il coinvolgimento del presidente in scandali finanziari, il congelamento dei prestiti da parte del FMI, nel 2001, portavano alla destituzione di Wahid e al suo posto veniva designata la vicepresidente Megawati Sukarnoputri, che si trovava a dover far fronte al gravi attentanto terroristico di Bali in cui persero la vita molti turisti (2002). Nel maggio dellos tesso anno veniva proclamata ufficialmente l'indipendenza della Repubblica democratica di Timor Est che, dunque, era da considerarsi definitivamente affrancata dal controllo indonesiano. Nel dicembre il governo e i ribelli del movimento Aceh Libera firmavano un accordo di pace a Ginevra che prevedeva la formazione di un governo democratico nella regione; fallito questo tentativo politico il governo decideva di sottoporre Aceh alla legge marziale inviando i militari (2003). Nelle elezioni presidenziali del 2004, le prime dirette, si affermava Susilo Bambang Yudhoyono, il quale presentò un programma di riforme e crescita economica. Nel dicembre dello stesso anno il paese era sconvolto da un terribile maremoto causato da un sisma avvenuto al largo dell'isola di Sumatra. Villaggi e coste dell'Oceano Indiano venivano, prima colpiti dalla scossa del terremoto e subito dopo completamente sommersi dalle acque causando decine di migliaia di vittime, soprattutto nella parte nord di Sumatra. Nel luglio 2005 il governo e i rappresentanti di Aceh Libera raggiungevano un accordo di pace che prevedeva il ritiro parziale delle truppe indonesiane dalla provincia di Aceh, la fine delle violenze e il disarmo dei separatisti. Nel 2006 il presidente Yudhoyono incontrava il presidente di Timor Est, Gusmao, stabilendo relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Nel dicembre dello stesso anno, dopo quasi trenta anni di scontri si svolgevano elezioni amministrative nella provincia di Aceh. Per l'impossibilità di rispettare le quote di estrazione stabilite dall'organizzazione, nel 2008 il Paese si ritirava dall'OPEC, di cui era membro dal 1962. Nell'aprile del 2009 si svolgevano le elezioni legislative vinte dal partito del presidente Yudhoyono (PD), il quale veniva anche riconfermato alle presidenziali di luglio. Nel 2014 Joko Widodo "Jokowi" vinceva le elezioni presidenziali con il 53,15% dei voti.

Cultura: generalità

Bhinneka Tunggal Ika è il motto nazionale dell'Indonesia. Significa “Uniti nella diversità” e rappresenta al meglio le contraddizioni e le molte anime che le appartengono. Il processo di democratizzazione, di apertura e di sviluppo dell'Indonesia, che, avviato alla fine del XX secolo, ha nell'economia il motore principale, si riflette nella vita culturale, sulla quale, storicamente, il primo elemento di influenza è stata la struttura fisica del Paese (è lo Stato insulare più esteso del mondo). Un crocevia di culture, religioni, popoli e civiltà che hanno lasciato tracce del proprio passaggio e hanno contribuito alla stratificazione di credenze, valori, modi di vita tuttora presenti e inseriti in una convivenza mai facile. Testimonianza esemplare di questa commistione sono le meraviglie che l'UNESCO ha iscritto fra i patrimoni dell'umanità: il buddismo nel Complesso di templi di Bārābudur (1991); l'induismo nel Complesso di Prambanan (1991); le origini dell'umanità nell'antichissimo Sito dell'uomo preistorico di Sangiran (1996). ); l'unione tra uomo e natura nel Paesaggio Culturale della Provincia di Bali: il sistema Subak come manifestazione della filosofia Tri Hita Karana (2012). La raccolta e la valorizzazione di un'eredità così intensa è, oggi, onere e onore delle generazioni più giovani, che accolgono gli stimoli dell'arte contemporanea europea, della musica occidentale, del cinema americano, della tecnologia dell'Estremo Oriente e li fanno propri, molto spesso rileggendoli alla luce delle tradizioni in cui sono immersi e da cui non vogliono prescindere. Così come non rinunciano a confrontarsi con l'ingombrante e difficile passato socio-politico recente del Paese e con i retaggi che in ogni ambito ha lasciato. Anche e soprattutto coloro che vivono all'estero, artisti, intellettuali, giornalisti che, espulsi o partiti autonomamente, sperimentano una posizione di avanguardia culturale. Come Semsar Siahaan (1952-2005), pittrice e attivista politica che ha trascorso gli ultimi anni in Canada e che ha rappresentato la componente forse più attiva del rinnovamento in atto, le donne. Arte, cinema, musica, letteratura, beneficiano di una sorta di renaissance di una parte sociale, quella femminile, che più duramente ha subito ingiustizie, indifferenza, passività. Un esempio della sintesi di tradizione, modernità, riscatto sociale è Inul Caratista (n. 1979), cantante e ballerina di dangdut, genere musicale tradizionale adattato alle sonorità del terzo millennio. Il fermento culturale e artistico è, infine, motivo di crescente attrazione per il pubblico internazionale, e maggiormente dal 2004, quando il disastro dello tsunami ha rischiato di compromettere il turismo legato essenzialmente alle bellezze naturali delle isole indonesiane, Giava e Bali su tutte.

Cultura: tradizioni

Arcipelago ricchissimo di tradizioni, l'Indonesia subì un forte influsso indù a cominciare dal sec. IV d. C. con conseguente trasformazione di riti e costumi, che il successivo influsso islamico, specie del sec. XVI, non riuscì più a mutare radicalmente. Furono poi gli europei (portoghesi, inglesi, olandesi) ad avere peso maggiore nell''evoluzione del costume indigeno. L'Indonesia, come molti altri Paesi dell'area asiatica, manifesta un profondo senso mistico che si accomuna a un gusto sensuale della vita, in cui sono presenti il culto degli antenati e la magia. Il concetto centrale della vita è legato al mana, l'energia che scorre in ogni cosa e che l'uomo deve dominare. Il mana è presente anche in alcuni uomini, sempre però nel sovrano. La fede nel mana era sentita anche dai cacciatori di teste, che nel macabro trofeo vedevano l'accrescimento della propria personale energia e di quella del villaggio. Geni, leggende, miti, divinazioni trovano eco enorme nella vita dell'indonesiano, così come molto sentito è il culto degli antenati. Lo spirito religioso si concretizza nei “mille templi” di Bali, con i tre cortili, l'ultimo dei quali è il più silenzioso, significante il momento di contatto con gli dei, lontano dai rumori della vita e dove gli alberi, esseri sacri, sono inseriti nell'architettura sacra. Concetti indù e divinità locali si sono fusi. A Giava si venera Devi Shri, dea del riso, mistica consorte di Viṣṇu. Agli dei di Bali si offrono riso, frutta e fiori, portati dalle donne che, oltre a occuparsi della coltivazione del riso, fanno ogni altro lavoro. Le feste religiose sono molte in tutta l'Indonesia. Accanto a quelli di ispirazione musulmana permangono riti arcaici. Numerose le celebrazioni nel mese del ramaḍā'n, in cui il giorno è silenzioso e inerte e la notte piena di vita. La più grande festa dell'anno è la fine del digiuno, giorno in cui si scambiano visite e si fanno regali. Riti, sette, magia, misticismo si concentrano intorno alla figura dell'asceta, venerato e amato, servito e accudito dai suoi discepoli a cui in cambio egli dà il proprio insegnamento. Matrimonio, nascita e morte, specie a Bali, sono celebrati con partecipazione corale solenne e sottolineati da canti con contrappunto mimico e da danze. Se sono famose quelle dedicate al matrimonio e alla nascita, particolarmente drammatiche, la danza che celebra la morte possiede una simbologia cupa e rarefatta, affidata in apertura a una bimba. Questa danza precede la fastosa cerimonia della cremazione, in cui le donne indossano i loro sarong più belli per seguire il badé, l'alta e decorata torre funeraria sulla quale è issata la salma da cremare. L'usanza di bruciare le vedove, insieme con il badé e il defunto, è ormai scomparsa. La casa dell'indonesiano è semplice. Ogni famiglia vive nel proprio kampong, isolato e difeso dalla curiosità e dagli spiriti maligni da un muro di terra battuta o di pietre. Come i templi la casa è divisa in tre sezioni. L'artigianato è soprattutto rivolto alla tessitura (batik), all'intreccio, alle armi, alle marionette (wayang). Tra i passatempi vanno segnalati la lotta dei galli, il pentipak, una specie di lotta che assomiglia al judo, e il gebolg, scherma con lance di bambù. Un accenno infine alla cucina, assai simile a quella indocinese. Dominano il riso e la frutta. Tipici della gastronomia nazionale, una qualità di locuste e il blaciang, pesciolini o gamberi macerati nell'acqua e fermentati al sole.

Cultura: letteratura

La produzione letteraria indonesiana fa capo principalmente a due lingue, quella giavanese e quella malese, sebbene una tradizione scritta sia stata sviluppata anche nelle lingue di Sumatra, Bali, Lombok e Celebes meridionale. L'influenza indiana dei primi secoli d. C. maturò la letteratura indo-giavanese e impresse un indirizzo letterario che fu di rado abbandonato, almeno prima dell'introduzione dell'Islam nell'arcipelago. Le iscrizioni in sanscrito di Borneo e Giava del sec. V d. C. attestano una precoce penetrazione culturale indiana nell'arcipelago, dapprima a seguito di rapporti marittimi e commerciali, più tardi di movimenti di popolazioni arie e dravidiche dal subcontinente indiano verso le isole. Queste popolazioni introdussero, insieme con il brahmanesimo e il buddhismo, le arti e la letteratura indiane che, assimilate dalla cultura giavanese, si diffusero poi su gran parte dell'arcipelago. La letteratura d'influenza indiana, scritta con un alfabeto anch'esso d'origine indiana e in una lingua ricca di prestiti sanscriti, comprende opere cosmologiche, mitologiche, genealogiche e storiche oltre a una trattatistica di argomento vario (lessicografia, giurisprudenza, religione, filosofia morale, erotologia). La favolistica e l'epopea furono ispirate preferibilmente alla materia del Mahābhārata e del Rāmāyana. Intorno ai sec. X-XI le composizioni si resero più libere dai modelli indiani. Del sec. XI è il kakawin intitolato Arjuna-wiwâha. Alcuni rimaneggiamenti poetici dei cicli epici indiani furono composti in kidung. Un'importante storiografia, anche se di tipo eminentemente romanzato e celebrativo, fiorì alla corte del regno di Majapahit fra i sec. XIV-XV. Tra le opere più importanti figura il Desa Warnana (Descrizione del paese), più noto come Nagarakrtagama, di Prapanca e il Pararaton (Il libro dei re) di Tantular, lo scrittore che per primo avanzò l'idea dell'unità nazionale indonesiana, introducendo il motto bhimeka tunggal ika (unità nella diversità), che figura sullo stemma della Repubblica indonesiana. La letteratura formatasi successivamente per influenza islamica fu vasta e multiforme, sebbene per lo più in lingua malese. La produzione giavanese fu meno esposta all'influenza islamica di quanto non lo fu prima a quella indiana, tuttavia l'Islam finì con il compenetrare tutta la cultura dell'Indonesia per un lungo e ininterrotto periodo storico che inizia almeno verso i sec. XIII-XIV. Le aree in cui la cultura islamica pose più profonde radici furono Sumatra, Madura e Celebes meridionale. I primi documenti in scrittura arabo-persiana sono l'iscrizione di Trangganu, del sec. XIV, e una storia di Pasa, scritta fra il 1350 e il 1524. Gran parte della letteratura islamica fu di soggetto religioso, ma anche la letteratura giuridica godette di una posizione preminente, insieme con quella di carattere mistico e propedeutico nella quale figurano autori giavanesi come Josodipuro e Ronggowarsito della corte di Surakarta. Una letteratura di carattere popolare, ma di intendimento devozionale, è costituita dalle versioni giavanesi e malesi di originali persiani o arabi sulla vita e la missione di Maometto, sulle principali figure e vicende del Corano o di asceti musulmani, nonché sui “nove santi” che secondo la tradizione avevano convertito Giava all'Islam. Di influenza islamica anche il genere poetico noto come shair (o syair), che fu usato a partire dal sec. XVI e fu spesso ispirato all'epopea popolare, quale quella legata al ciclo di Panji. In seguito alla colonizzazione olandese l'evoluzione letteraria indonesiana si allineò su forme e generi europei. I primi risultati si sono cominciati, tuttavia, a raccogliere nel sec. XX, specie dopo che nel 1908 fu istituito il Comitato per la letteratura popolare che mise alla portata di vasti strati sociali collane di opere antiche, secondo un programma di diffusione della cultura. Il comitato assunse poi il nome di Balai Pustaka e così fu denominato il primo periodo della letteratura moderna, che ebbe inizio negli anni Venti e fu caratterizzato da una forte influenza minangkabau, provenendo da tale regione di Sumatra gran parte degli autori. La produzione è consistita soprattutto in romanzi, che descrivono il contrasto tra vecchia e nuova generazione (quest'ultima soffocata dalla tradizione, in particolare dal matrimonio imposto dalle famiglie). Notevoli sono Siti Nurbaya (1922) di Marah Rusli (1889-1968), uno dei romanzi prediletti da generazioni di indonesiani, e Salah Asuhan (1928; Educazione sbagliata) di Abdul Muis (1890-1959). Fra i poeti si distingue l'insigne patriota e uomo politico Muhammad Yamin (1903-1962). Segue il periodo di Pudjangga Baru (Il letterato moderno), titolo della rivista fondata nel 1933 (cessò le pubblicazioni nel 1942, all'inizio dell'occupazione giapponese). Figure di spicco in questo periodo sono Sutan Takdir Alisjahbana (1908-1994) e i fratelli d'origine batacca Sanusi (1905-1968) e Armijn Pane (1908-1970), quest'ultimo insigne narratore di formazione moderna, autore del primo romanzo indonesiano a carattere psicologico, Belenggu (1940; Catene); Sanusi, invece, ispirato soprattutto alla tradizione classica, fu poeta lirico raffinato. Tuttavia il grande poeta di questo periodo, uno dei maggiori dell'intera letteratura indonesiana, fu Amir Hamzah (1911-1946), nobile sumatrano, le cui liriche raccolte in Nyanyi Sunyi (1941; I canti della solitudine) sono ispirate a un profondo misticismo. Del tutto diversa nell'ispirazione, nell'espressione e nel linguaggio scarno ed essenziale, privo di orpelli, è la “generazione del 1945”, frutto delle esperienze e delle sofferenze della seconda guerra mondiale, dell'occupazione giapponese e della lotta per l'indipendenza. I principali esponenti di questa generazione sono Chairil Anwar (1922-1949), poeta espressionista, giudicato come il maggiore dell'intera letteratura indonesiana, e il prosatore Idrus (1921-1979). Nello stesso periodo compare uno dei più notevoli romanzi indonesiani, Atheis (1949; L''ateo), di uno scrittore sudanese, Achdiat Karta Mihardja (n. 1911). Nell'Indonesia indipendente la produzione letteraria si fa sempre più ampia e varia e non resta più appannaggio esclusivo dei sumatrani. Il dotto islamico Hamka (1908-1982) è uno dei pochi narratori d'ispirazione spiccatamente religiosa in un ambiente generalmente laico e occidentalista nei modelli e nello spirito. Fra i tanti autori va citato il giornalista e saggista Mochtar Lubis (n. 1922-2004), autore di bei racconti e di alcuni romanzi altrettanto notevoli, come Jalan Tak Ada Ujung (1952; La strada senza fine), ambientato nell'immediato dopoguerra, quando gli olandesi cercavano di ripristinare il loro dominio coloniale; come ancora Senja di Jakarta (1963; Crepuscolo a Jakarta), quadro fosco e realistico della corruzione e del decadimento morale della capitale nel dopoguerra; Harimau! Harimau! (1975; La tigre! La tigre!), ambientato nella foresta sumatrana, interessante per l'analisi psicologica; infine, il migliore di tutti, Maut dan Cinta (1977; Morte e amore), dedicato alla lotta per l'indipendenza contro gli olandesi. Va menzionato inoltre lo scrittore batacco Iwan Smatupang (1928-1970) per aver introdotto un nuovo modo di narrare: quello del Nouveau Roman di Robbe-Grillet e della Sarraute. Particolarmente notevole il suo romanzo Merahnya Merah (1969; Il rosso è rosso). Il giavanese Pramoedya Ananta Toer (n. 1925-2006), con una serie di romanzi storici, prima accolti con grande favore, poi vietati a motivo della lunga militanza comunista dell'autore, si è imposto come narratore di altissimo livello. Infine Pengakuan Pariyem - Dunia Batin Seorang Wanita Jawa (1981; Le confessioni di Pariyem - Il mondo spirituale di una donna di Giava) di Linus Suryadi (n. 1951-1999), è un'opera singolare, originalissima, in prosa ritmata, che ricorda i grandi poemi giavanesi dei sec. XVIII e XIX, veri compendi del sapere tradizionale. La presenza femminile nella moderna narrativa indonesiana è dovuta a un certo numero di apprezzate scrittrici, fra le quali spicca Nh. Dini (n. 1936), delicata e sensibile, con Pada Sebuah Kapal (1973; Su una nave), Namaku Hiroko (1977; Il mio nome è Hiroko) e vari altri romanzi. Nella poesia spiccano W. S. Rendra (n. 1935), di educazione cattolica, poi convertitosi all'islamismo, il protestante Sitor Situmorang (n. 1924) e Ajip Rosidi (n. 1938), anche brillante saggista e narratore. Ayu Utami (n. 1968) fa parte dell'ultima generazione di scrittori indonesiani e nei suoi romanzi resta ancora molto presente, oltre a temi e istanze sociali di diversa natura, il tema della transizione verso la democrazia. Ha scritto Saman (1998), Larung (2001) e Parasit Lajang: Seks, Sketsa, Cerita (The Single Parasit: Sex, Sketches, Stories, 2003). Goenawan Mohamad (n. 1946) poeta, scrittore ed editore, ha fondato il Tempo Magazines, il settimanale più diffuso in Indonesia, chiuso dalle autorità, ma poi tornato alle pubblicazioni. Nei suoi saggi e articoli ha sempre criticato aspramente la condotta dei governi, da Sukarno a Suharto. Leila S. Chudori, altra scrittrice “scomoda”, ha invece pubblicato diverse raccolte di racconti in cui la condizione femminile viene stigmatizzata senza mezzi termini. Putu Wijaya (n. 1944) è fra gli scrittori contemporanei più famosi dell'Indonesia; molto prolifica la sua produzione, composta da romanzi, opere teatrali, sceneggiature. Da ricordare ancora Djenar Maesa Ayu (n. 1973), la cui scrittura sessualmente esplicita sovente diventa metafora di critica aperta: all'ipocrisia diffusa, alla repressione sessuale, all'abuso su donne e minori, alla società in senso lato.

Cultura: arte

Lo svolgimento dell'arte indonesiana nelle sue diverse manifestazioni appare costantemente caratterizzato da tre componenti fondamentali: la tradizione persistente di culture etnologiche, l'azione trasformatrice svolta dall'arte della cultura Dong Son (che agì in un periodo di sensibili influssi della Cina del tardo Chou) e la determinante influenza esercitata dalla civiltà indiana, da cui l'Indonesia derivò concezioni estetiche e tradizioni stilistiche e iconografiche. Nell'arcipelago indonesiano, durante il I millennio a.C., allo stile monumentale delle culture megalitiche (suddivise nei periodi dei dolmen e delle tombe a lastre litiche) subentrarono lentamente gli stili decorativi curvilinei introdotti con l'arte della cultura Dong Son, la più antica civiltà metallurgica dell'Asia sudorientale, fiorita nello Yunnan e nel Viet Nam settentrionale. Gli stili ornamentali acquisiti dagli indonesiani attraverso questa cultura del Bronzo trovarono possibilità espressive nelle più diverse applicazioni di forme d'arte e di artigianato realizzate in vari luoghi dell'arcipelago (Celebes, Flores, Tanimbar ecc.). Presso altre tribù (Borneo centrale e Flores centrale, per esempio) si svilupparono invece tendenze stilistiche influenzate dall'arte cinese del tardo periodo Chou. Sia gli stili provenienti dalla cultura dongsoniana sia quelli derivati dalla cultura figurativa cinese hanno dato vita in Indonesia a un repertorio di motivi decorativi la cui tradizione è persistita nel tempo con estrema coerenza (i suoi caratteri essenziali sono individuabili tuttora in alcuni prodotti contemporanei dell'arte popolare). Nelle sue più antiche manifestazioni indonesiane la cultura Dong Son è documentata dai famosi tamburi bronzei con motivi geometrici e raffigurazioni incise (un esemplare di grandi dimensioni è stato trovato a Pedjeng ed è noto con il titolo di Luna di Bali) e da asce rituali, di cui originali esempi sono quelle in bronzo, fuse in un unico pezzo, con lama a forma discoidale provenienti dall'isola di Roti. L'evoluzione dell'arte indonesiana si definisce nei primi secoli dell'era cristiana nell'ambito della civiltà indiana (secondo gli stili dell'India orientale e meridionale) che introdusse nell'arcipelago il buddhismo Mahāyāna e il brahmanesimo, ai cui culti i regni di Śailendra e di Mataram dedicarono tra i sec. VIII e X i più importanti monumenti dell'architettura indo-giavanese, che caratterizzano il periodo artistico di Giava centrale. Tra i numerosi monumenti buddhistici costruiti nella piana di Prambanam (Kalasan, Sari, Sewu) e quelli induistici edificati soprattutto sull'altopiano di Dieng (complesso di Arjuna, Dvaravati, Chatotkatja, Bima) importanza particolare assume la gigantesca e complessa struttura del Bārābudur, edificato nella piana di Kedu (sec. IX) e concepito come un enorme stūpa. Lo spostamento del potere politico nei territori orientali dell'isola determinò, dopo un periodo di transizione (sec. X-XII) in cui apparve un nuovo tipo di monumento funerario (piscine funerarie di Jalatunda e di Belahan sul fianco del monte Penanggungan), il periodo artistico di Giava orientale (sec. XII-XV), che segnò un'evoluzione nuova dell'architettura e una rinascenza delle arti in genere (complesso monumentale di Panataran). I resti delle coeve architetture e sculture a Sumatra rivelano la loro affinità con l'arte di Giava (monumenti di Muara Takus e di Padang Lawas). L'architettura dell'induismo assunse forme originali (specie nei templi rupestri) nell'isola di Bali, estremo rifugio della religione indù dopo la penetrazione musulmana a Giava e a Sumatra, dove tuttavia aspetti dell'arte indonesiana trovarono modo di sopravvivere e innestarsi nelle manifestazioni di quella islamica. Più forte appare l'interferenza di elementi della tradizione locale nei successivi sviluppi dell'architettura indù a Bali (monumenti di Bangli, Batur, Besa kin) di cui caratteristici sono i santuari meru (interpretazione architettonica della montagna sacra) costituiti da una cella sormontata da un'alta copertura a elementi sovrapposti (specie di gopuram) e costruiti in legno con rinforzi in muratura. Dopo il sec. XVII la produzione artistica di Bali, di Giava e di altri centri è limitata a manifestazioni delle arti minori. Tra queste si ricorda la raffinata tradizione della lavorazione dei metalli (eccellenti le tecniche della granulazione e della filigrana), specie nella produzione di armi (kris e armi astate da cerimonia). Espressione di alto artigianato artistico sono i vari tipi di marionette wayang; la lavorazione dell'avorio intagliato e scolpito; la tecnica batik per la decorazione tessile; infine, la pittura popolare, praticata soprattutto a Bali. § L'Islam penetrò gradualmente in Indonesia, tramite i commerci e gli scambi culturali, soprattutto dalla regione indiana del Gujarat. A Sumatra si formarono piccoli regni musulmani, uno dei quali, Samudra, raggiunse notevole importanza intorno al 1300. Il regno di Pasei si impose invece nella seconda metà del sec. XIV, prima di cedere a Malacca il ruolo di Stato commerciale più importante dell'Indonesia. Le manifestazioni artistiche musulmane mantennero tuttavia a Giava e nel resto del Paese caratteristiche tipicamente indù. Così il minareto di Kudus e la moschea di Sendang Duwur, entrambi del sec. XVI, conservano elementi architettonici dei monumenti di Giava orientale, anche se scompare la decorazione figurata. Più tardi, molte moschee furono costruite in legno, così come i palazzi reali (kraton), che ci sono pervenuti. § Negli ultimi decenni del Novecento si è assistito al fiorire di un'arte moderna indonesiana che rielabora le tendenze espressioniste, astrattiste e informali occidentali, alla luce della tradizione pittorica locale. Fra gli artisti di maggior originalità sono da ricordare Zaini, Oman Effendi, Rut Mochtar e soprattutto Saptohodojo Kartika e Affandi. L'architettura moderna in Indonesia ha accolto molte delle tendenze proprie del mondo occidentale, senza tuttavia rinunciare, soprattutto negli arredi e nelle atmosfere degli interni, all'eredità della tradizione locale.

Cultura: teatro

La parte più rilevante dell'attività teatrale si accentra nell'isola di Giava, dove sono rimaste tracce delle influenze buddhistiche e induistiche anche dopo l'islamizzazione. Lo dimostra il più tipico degli spettacoli locali, il wayang kulit (o wayang purva), un teatro di ombre di cui si ha testimonianza scritta fin dalla metà del sec. XI d. C., fatto con sagome di cuoio che portano i nomi dei personaggi dell'epica indiana e ne ripetono, con molte varianti, le avventure. I testi si basano in genere, nonostante gli inserimenti di elementi comici e grotteschi, sul contrasto tra bene e male, con il trionfo del primo e conseguenti ammaestramenti morali per gli spettatori. La rappresentazione, cui generalmente si assegnano funzioni apotropaiche, comincia alle nove di sera e prosegue fino all'alba: il burattinaio, o dalang, si pone dietro uno schermo di tessuto bianco (kelir) illuminato da una lampada di rame (mentre il pubblico prende posto sia dietro sia davanti) e muove le figurine recitando e cantando da solo le parti con l'accompagnamento, fondamentale, di un'orchestra (gamelan). Derivazione del wayang kulit, con più spiccato carattere popolare, è il wayang golek, o teatro delle bambole, fatto recitare da pupazzi a tutto tondo. Oltre al wayang topeng, o teatro delle maschere (che segnò l'apparizione dell'attore in carne e ossa), e ai derivati topeng barongan, o teatro delle maschere vive, e topeng wong, o teatro dell'attore parlante, che a sua volta ha dato origine al recente wayang orang, in cui gli attori, deposta la maschera, hanno accolto in repertorio anche adattamenti di classici del teatro occidentale, importanti sono state in passato le eleganti e raffinatissime danze, riservate agli svaghi delle corti di Solo e di Yogyakarta ed eseguite in genere da concubine dei sovrani. Solo dal 1918, per iniziativa del figlio del sultano di Yogyakarta, esse vengono insegnate anche a chi non fa parte dell'aristocrazia, mentre dal 1963 la tradizione è alimentata da un'Accademia nazionale di danza che ha sede nella stessa città. Tali danze, soprattutto quelle ispirate all'epica del Mahābhārata e del Rāmāyana mostrano evidenti legami con varie forme coreiche dell'India, particolarmente con le danze kathakali. Due sono le principali forme di danza giavanese: quella del tipo bedaja (o bedojo), che sembra derivi da antichissime cerimonie sacrificali animiste e viene eseguita da nove giovani donne tra i 13 e i 25 anni (nel bedojo, che ricorda lo stile indiano bharata natyam, le mudrā sono stilizzate fino a divenire movimenti delle mani decorativi ed estremamente sottili), e quella del tipo serimpi, danzata in perfetto sincronismo da quattro bimbe di sangue reale. L'influenza della cultura giavanese si è estesa fin dal sec. XI a Bali, dove emigrarono in gran numero nobili, sacerdoti e studiosi dopo l'islamizzazione del Quattrocento. Qui questa cultura di lontane origini induistiche ha trovato la sua più suggestiva espressione nel barong, una danza eseguita con maschere animalesche, e nel legong, dove il tema ricorrente della lotta tra il bene e il male si esprime in danze drammatiche ispirate ad antiche leggende e affidate a una tecnica del movimento corporeo che poggia su eccezionali tensioni e deformazioni degli arti. La danza impegna tutto il villaggio: vi prendono parte fanciulle in età tra i sette e i quattordici anni, mentre la musica, che accresce il potere di suggestione dell'esibizione e contribuisce a far ritrovare attraverso il rituale arcane ossessioni, è affidata agli uomini ed eseguita con strumenti a percussione simili a xilofoni. Danze virili sono il baris, danza armata, e il più recente kebyar, danza solistica, interpretazione mimata del gamelan accompagnata da rapidi ed estrosi movimenti di ventaglio.

Cultura: musica

Gli unici centri dell'Indonesia in cui si sono sviluppate significative tradizioni musicali sono le isole di Giava e di Bali. In entrambe si individua un'armonia impostata su due scale distinte: pelog e slendro, entrambe pentatoniche, ma la prima (“femminile”) presenta una terza maggiore e la seconda (“maschile”) una terza minore. Gli strumenti prevalentemente usati sono idiofoni (gong, metallofoni, xilofoni) e, non essendo nota la modulazione, la costruzione melodica risulta estremamente semplice, mentre grande importanza è attribuita al timbro. Caratteristica comune è anche l'uso sistematico di orchestre (gamelan) con organici abbastanza numerosi e poiché gli strumenti utilizzati hanno suono fisso si impone l'impiego di orchestre diverse per l'esecuzione secondo le scale pelog o slendro. La tradizione musicale, sviluppatasi in modo del tutto autonomo a Bali, ha subito a Giava nette influenze persiane, musulmane, indiane, cinesi. Gli anni dell'apertura economica e culturale verso il mondo occidentale hanno permesso la nascita di una musica diversa da quella tradizione. Cantanti e gruppi pop-rock si sono affacciati nel panorama nazionale riscuotendo il favore delle generazioni più giovani.

Cultura: cinema

Si attribuisce a Pareh, il canto della risaia (1935), film semidocumentario dell'olandese Manus Franken con interpreti non professionisti e tecnici locali, il primo germe di un cinema autoctono. La produzione nazionale si sviluppò negli anni Cinquanta e nel solo 1952 furono girati più film (una sessantina) che in tutto il passato. Tra essi fu notevolissimo Lo storpio di Kotot Sukardi, neorealista, evocante la tragedia dei bambini a Jakarta durante la guerra. In questa tendenza si affermò anche il giovane Basuki Effendi, specie con Il ritorno, film su un reduce arruolato a forza dai giapponesi. Vero e proprio pioniere del cinema indonesiano fu Usmar Ismail, scomparso all'inizio degli anni Sessanta, che diresse nel 1952 Il peccato imperdonabile, poi La rugiada, con liriche descrizioni della campagna, e nel 1961 Il combattente, sulla lotta di liberazione. Seguì quindi un periodo di decadenza, ma a partire dal decennio successivo nuove leve di interessanti registi si sono messe in luce. Ricordiamo Asrul Sani (Che cosa stai cercando, Palupi?, 1970; Le lotte della vita, 1977), Wim Umboh con i suoi due film sugli emarginati (Fiori di plastica, 1977, e Il mendicante, 1978), Teguh Karya (Novembre 1828, 1977; Diciott’anni, 1981; Sotto la zanzariera, 1983) e Ismail Subarjo (Una donna in catene, 1981). Il personaggio più importante della cinematografia indonesiana di fine secolo è senza dubbio Garin Nugroho (n. 1961), premiato a Cannes nel 1998 e nel 2006. Tra i suoi film più rappresentativi: Lettera a un angelo (1993), E la luna danza (1995), Opera Jawa (2006). Fra gli autori più interessanti della generazione più giovane, già entrati nei circuiti internazionali, Riri Riza (n. 1970), Joko Anwar (n. 1975), Nia Dinata (n. 1970). La vitalità del movimento cinematografico indonesiano è testimoniata anche dalla crescente importanza acquistata nel tempo dal Jakarta International Film Festival.

Bibliografia

Per la geografia

R. W. van Bemmelen, Geology of Indonesia, L'Aia,1949; J. C. van Lewi, Indonesian Trade and Society, L'Aia, 1955; R. Lewis, Indonesia - Troubled Paradise, Londra, 1962; C. Robequain, Malaya, Indonesia, Borneo and the Philippines, Londra, 1966; O. J. Bee, The Petroleum Resources of Indonesia, Oxford, 1982; P. Tarallo, Indonesia, Milano, 1985.

Per la storia

G. Kahin, Nationalism and Revolution in Indonesia, Ithaca, 1952; A. Sukarno, Ideali e realtà della Libera Indonesia, Roma, 1956; J. Bruhat, Histoire de l’Indonésie, Parigi, 1958; D. S. Lev, The Transition to Guided Democracy: Indonesian Politics, New York, 1966; P. Polomka, Indonesia Since Sukarno, Londra, 1971; L. Palmier, Understanding Indonesia, Londra, 1986; W. B. Mody, Indonesia Under Suharto, New York, 1987.

Per la letteratura

B. Raffel, N. Salam, Chairil Anwar, Selected Poems, Albany, 1963; B. Raffel, An Anthology of Modern Indonesian Poetry, Albany, 1964; A. Teeuw, Modern Indonesian Literature, L'Aia, 1967; B. Raffel, The Development of Modern Indonesian Poetry, Albany, 1967; F. Soemoto, Il romanzo popolare indonesiano d’anteguerra, Napoli, 1976.

Per l’arte

B. Coedes, Les Ètats hindonisés d’Indochine et d’Indonésie, Parigi, 1948-64; H. Parmentier, Art architectural hindou dans l’Inde et l’Extrême-Orient, Parigi, 1948; H. R. van Heckereren, The Stone Age in Indonesia, L'Aia, 1957; A. J. Bernet Kempers, Ancient Indonesian Art, Amsterdam, 1959; F. A. Wagner, Indonésie, l’art d’un archipel, Parigi, 1961; A. Le Bonheur, La Sculpture indonésienne au Musée Guimet, Parigi, 1971; S. Ciuffi (a cura di), Antiche civiltà dell’Indocina e dell’Indonesia, Firenze, 1980.

Media

Indonesia.IndonesiaIndonesia
IndonesiaIndonesiaIndonesia
IndonesiaIndonesiaIndonesia
IndonesiaIndonesiaIndonesia
IndonesiaIndonesiaIndonesia

Collegamenti