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anatòlico, tappéto-

denominazione con cui si identificano vari tipi di tappeti turchi dell'Asia Minore. Trattandosi di una varietà quanto mai ricca di esemplari, essa viene suddivisa, per comodità di classificazione, secondo i maggiori centri di produzione. Tra i nomi più noti di questi centri, sparsi dalle coste del Mar Nero, a N, a quelle del Mediterraneo, a W e a S, ricorrono più frequenti quelli di Konya, Smirne, Sparta, Ghiordes, Usak, Pergamo, Sivas, Cesarea, Kula, Yuruk, Milâs, Ladik, Brussa, Hereke, Mudjur. Le classificazioni proposte dagli specialisti, oltre a tener conto delle qualità tecniche e stilistiche del manufatto, nelle sue varietà tipologiche e topografiche di produzione, danno rilievo ai riscontri iconografici che il tappeto anatolico ha trovato nella pittura europea dal sec. XIII al sec. XVIII. Quest'ultima classificazione ha portato a una terminologia inconsueta, distinguendo gruppi di tappeti con il nome del pittore che ne ha assunto il tema con più insistenza e fedeltà. Valga come esempio il caso dei tappeti Usak raggruppati e noti come “Holbein”. Questo legame tra prodotto dell'artigianato orientale e capolavori della pittura italiana, tedesca e fiamminga avviene soprattutto attraverso la storia del commercio medievale, che intensificò nel secolo di Marco Polo i traffici mercantili lungo le rotte dell'Oriente (fin dal sec. XII le Repubbliche marinare di Genova e di Venezia contavano floridissimi empori affacciati sul Bosforo). I frammenti più antichi di tappeti anatolici provengono dal centro di produzione di Konya, all'epoca in cui era capitale dell'Impero selgiuchide, che nei primi due secoli dopo il Mille aveva introdotto assieme all'arte dei nomadi il tappeto di lana con annodatura alla turca, fitta di decorazioni a motivi geometrici. Nel suo primo capitolo di storia selgiuchide il tappeto anatolico partecipa dei medesimi sviluppi delle altre espressioni artistiche, specie della miniatura, che nel sec. XIII doveva essere assai in auge, da quanto indirettamente ne riferisce il Poema spirituale di Gialāl ud-Dīn detto Rūmī, vissuto a Konya. Nello stesso tempo il tappeto anatolico appare nella pittura di Giotto e, a Venezia, tutta protesa verso l'Oriente, l'architettura si riveste di superfici marmoree dette “a tappeto”. Alla ripresa della pittura turca ottomana nel Quattrocento (dopo la crisi seguita alla caduta dei Selgiuchidi) le fortune del tappeto si manifestano, specie durante il regno di Bāyazīd II (1481-1512) con ricchezza di produzione e l'inserzione di nuovi elementi decorativi derivati dalla Cina e dalla Persia. Perfino i colori che predominano nella pittura corrispondono a quelli usati per i tappeti (rosso e azzurro). In quest'epoca Gentile Bellini, ricco di esperienze e di appunti, ritornava a Venezia dopo il suo soggiorno alla corte di Maometto II. Altri pittori, che fossero stati o meno in Oriente, comunque attenti alle novità esotiche, diffusero la conoscenza del tappeto anatolico. Per restare a Venezia, basterà citare i tappeti che figurano nei “teleri” del Carpaccio, oppure quello splendido dipinto dal Crivelli nell'Annunciazione (Londra, National Gallery). Sotto Selim il Terribile (1512-20) appare il tappeto da preghiera nei primi esempi di Kula e Ghiordes. Al periodo dell'espansione turca sotto il regno di Solimano il Magnifico (1520-66), che tanto impulso diede alle arti, appartengono i tappeti in lana o in seta “siriaci” o “damaschini” (eseguiti a Costantinopoli e imbarcati a Damasco, ma pure considerati tappeti anatolici). Al regno di suo figlio Selim II (che segna l'inizio della decadenza) sono invece riferibili due nuovi tipi di tappeti a fondo bianco: uno detto degli “uccelli” (che poi sono foglie stilizzate) e uno della “nuvola e le sfere”. Un'ultima fase creativa della pittura turca, che di riflesso coincide ancora con le fortune del tappeto anatolico, si ha nella seconda metà del sec. XVIII. A una produzione databile tra il 1600 e il 1750 è riferibile la serie di piccoli tappeti da preghiera (di fattura anatolica di Pergamo e di Usak) che vanno sotto il nome di tappeti della Transilvania o “Siebenbürgen”. Dopo alcuni esemplari di rilievo eseguiti fin verso la fine dell'Ottocento, la produzione attuale dei tappeti anatolici, in genere rivolta ai modelli del passato, è accentrata nella zona di Cesarea (odierna Kayseri), dove le manifatture sono organizzate presso gruppi di nomadi che lavorano su commissione di ditte nazionali ed estere.