Questo sito contribuisce alla audience di

decostruttivismo

tendenza affermatasi in architettura a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Si tratta di una particolare interpretazione della costruzione e del progetto come testo, inizialmente ispirata alle formulazioni teoriche del filosofo francese J. Derrida. Tale procedimento è teso a “sfasare” la relazione tradizionale fra forma e significato della lingua naturale dell'architettura. Nel 1986, due anni prima della ratifica ufficiale della nuova tendenza con una mostra al MoMA di New York, gli architetti P. Florian e S. Wierzbowski dell'Università dell'Illinois di Chicago propongono a P. Johnson, potente e carismatico arbitro delle tendenze architettoniche, una mostra che avrebbe dovuto intitolarsi "Perfezione violata: il significato di un frammento architettonico". Dopo due anni di silenzio, Johnson accetta ponendo come condizioni il titolo neutro di "De-constructivist Architecture" e l'esposizione di progetti non realizzati o irrealizzabili quasi a volerne limitare l'importanza. L'enunciazione ufficiale dei caratteri del decostruttivismo si deve all'architetto M. Wigley, curatore della mostra con P. Johnson. Gli architetti espositori sono sette: F. O. Gehry, D. Libeskind, R. Koolhaas, P. Eisenman, Z. M. Hadid, il gruppo Coop Himme(l)blau e B. Tschumi. Comune alla loro ricerca è l'interesse per l'opera dei costruttivisti sovietici degli anni Venti che per primi hanno infranto l'unità, l'equilibrio e la gerarchia della composizione classica per creare una geometria instabile con forme pure disarticolate e decomposte. È questo il precedente storico di quella “destabilizzazione della purezza formale” che gli architetti decostruttivisti esasperano nelle loro opere attuando così un completamento del radicalismo avanguardistico costruttivista. Da ciò scaturisce la cifra “de” anteposta al termine costruttivismo, che sta a indicare la “deviazione” dall'originaria corrente architettonica presa a riferimento. Un'altra caratteristica dei progetti esposti a New York è la “dislocazione” effettuata nel rapporto con il contesto. Questo particolare spostamento viene attuato attraverso la “distorsione tipologica” (come, per esempio, nelle torri rovesciate del Peak di Zaha Hadid a Hong Kong, 1983), con lo “straniamento” e lo “spiazzamento” dei materiali, con la messa in questione dell'opposizione interno/esterno. Quest'ultima componente, oltre a definire la forma delimitandone il volume attraverso le superfici, realizza e rappresenta il sovvertimento del focolare e della casa. Le pareti si inclinano, si fendono, si aprono; è lo stesso concetto di chiusura a essere qui destabilizzato e disintegrato non solo nel suo aspetto esterno ma anche relativamente alle partizioni interne (non a caso per curare la complessità delle particolari strutture dei decostruttivisti esiste uno studio specializzato: l'Ove Arup). Principale centro di irraggiamento e luogo di consacrazione del decostruttivismo è New York, città che ospita alla fine degli anni Ottanta del Novecento l'Institute for Urban Studies (IAUS) diretto dal 1970 da P. Eisenman. Tra i principali temi di ricerca dell'Istituto, molto noto all'estero anche grazie alla sua rivista Oppositions, vi è la rilettura delle opere delle avanguardie europee tra le due guerre. È nella convinzione del potere della interdisciplinarietà che, intorno al 1985, Derrida viene invitato a collaborare con Eisenman e Tschumi per un progetto all'interno del parco della Villette a Parigi. Questa collaborazione a un concreto progetto di architettura sancisce definitivamente l'ingresso della “decostruzione” nella teoria architettonica. Il bando viene formulato per Un parco del XXI secolo, un grande servizio urbano all'aperto destinato a usi culturali per il tempo libero. Tschumi scompone il programma in tre sistemi tra loro sovrapposti che definisce Punti, Linee, Superfici. I punti sono rappresentati da trenta piccoli edifici, denominati Folies, tutti diversi tra loro, indifferenti alla funzione assegnata che cambia di volta in volta. Le colonne e i timpani postmoderni cominciano a lasciare il posto a forme oblique, serpeggianti e frammentarie, in parte derivabili o ispirate al costruttivismo di Chernikov e Melnikov. Ma rimane P. Eisenman il più significativo e fecondo traduttore della decostruzione derridiana, con la sua ricerca tesa a rendere autonomi e fini a se stessi il linguaggio e la scrittura architettonica. Critico verso il contesto attuale e la concezione della “casa”, egli afferma che essa può essere migliorata grazie all'estraniazione dell'individuo dal modo consueto di percepire e interpretare il suo ambiente. Ne è un esempio la Casa VI del 1972, edificio nel quale vengono contraddette organizzazione classica e funzionalità inserendo addirittura in aggiunta a una scala realmente funzionante, colorata in verde, una scala “in falso” (che, terminando contro il soffitto, non porta in nessun luogo), colorata in rosso, simmetrica a quella vera. Mentre B. Tschumi si è sempre definito il più legato al pensiero di Derrida, maggiormente problematiche sono le matrici dell'iperframmentazione di D. Libeskind. A Gehry si deve il fatto di aver attuato le decostruzioni più radicali e sostanziali, con architetture spesso caratterizzate dal tema del “non-finito” con “ perturbazioni” della statica e della tettonica tradizionali come le stesse nozioni di verticale e orizzontale. Zaha Hadid dichiara di non aver mai letto il filosofo francese e di aver guardato invece al tardo costruttivismo russo, all'antigravitazionalità di Leonidov, alle sperimentazioni spaziali degli Arkhitektoniki, al suprematismo di Malevič, alla quarta dimensione temporale, ai sistemi elettronici “mixati” in disegni. Gli architetti del gruppo Coop Himmelb(l)au, attivi dal 1968 a Vienna, si dichiarano totalmente estranei a qualunque etichetta decostruttivista. Il loro slogan è: ”L'architettura è l'osso nella carne della città” e il loro irriducibile spirito perturbante è riconducibile alle utopie urbane degli Archigram. R. Koolhaas, olandese, formatosi fra Londra e New York, definisce l'architettura moderna e contemporanea “dominata da una cultura della congestione”. F. Purini è tra i pochissimi architetti italiani ad essersi interessato al decostruttivismo e ad averne offerto una lettura e una chiave di interpretazione di grande lucidità e sottigliezza.