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inchiòstro

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Lessico

sm. [sec. XIII; latino tardo encaustum, dal greco énkauston, pittura a encausto].

1) Sostanza liquida o pastosa adoperata per scrittura, disegno o stampa: inchiostro nero, rosso; inchiostro per scrivere, per stampa; macchiarsi d'inchiostro; inchiostro di china, indelebile, simpatico; fig., scritto, stampato; quindi versi, libri; per estensione, stile: “Le donne io vo' scolpir con puro inchiostro” (Tasso).

2) Riferito al più comune colore dell'inchiostro, in botanica, mal dell'inchiostro, grave malattia del castagno causata dal fungo parassita Phytophthora cambivora, il cui micelio invade e distrugge i tessuti cambiali nella parte inferiore del tronco, fino al colletto e alla parte iniziale delle radici, determinandovi caratteristici annerimenti. I soggetti colpiti manifestano via via sintomi sempre più gravi di deperimento (appassimento e ingiallimento delle foglie, caduta delle stesse, essiccamento dei rami, ecc.), finché, dopo alcuni anni, la pianta muore. La malattia si trasmette facilmente da un albero all'altro, provocando gravi danni. Dal momento che alcune varietà giapponesi e cinesi di castagno risultano immuni al contagio, si tende a diffondere il loro uso come portainnesto del castagno europeo, o a coltivarle al suo posto.

Cenni storici

I primi inchiostri furono preparati miscelando polveri di minerali e lacca, poi nerofumo e tipi diversi di gelatine e gomme. Già in età romana furono in uso inchiostri ricavati da soluzioni di sali di ferro in decozioni di vegetali (soprattutto noce di galla). Inchiostri di vario colore si ottennero con pigmenti di origine animale (per esempio il rosso, fatto con la porpora dei muricidi) o vegetale o minerale. Nel Medioevo nella composizione degli inchiostri entrarono con sempre maggiore frequenza acidi, quali il vetriolo, usatissimi ancora nei sec. XVII e XVIII. Attualmente, oltre agli inchiostri a base vegetale in soluzioni acide opportunamente trattate, si usano inchiostri a base sintetica; a base di nerofumo è ancora l'inchiostro di china, la cui invenzione risale alla Cina del III millennio a. C.

Inchiostri per scrivere

Le caratteristiche principali richieste agli inchiostri per scrivere sono la scorrevolezza, la stabilità all'azione della luce e degli agenti atmosferici, la resistenza all'asportazione meccanica e chimica, la buona penetrazione nella carta e l'intensità del colore. Gli inchiostri per scrivere si distinguono in inchiostri neri e colorati. Gli inchiostri neri possono essere a base ferro-gallica, a base di campeggio, di coloranti sintetici e di nerofumo. Gli inchiostri a base ferro-gallica sono soluzioni acquose di acido gallico e di solfato ferroso che, reagendo con l'appretto della carta, formano il complesso ferro-gallico il quale, ossidato dall'aria, assume il colore nero. La reazione procede lentamente per cui questi inchiostri sono in genere mescolati con l'estratto di campeggio o con coloranti sintetici. Gli inchiostri a base di campeggio sono soluzioni acquose di campeggio e di un sale di cromo o di rame; danno un segno nitido e intenso, ma sono meno resistenti degli inchiostri ferro-gallici. Gli inchiostri a base di coloranti sintetici si ottengono solubilizzando in acqua un colorante organico e aggiungendo sostanze addensanti (destrina, gomma arabica, ecc.); sono molto scorrevoli e danno un segno brillante, ma sono facilmente asportabili con acqua. Tra gli inchiostri a base di nerofumo il più comune è il nero di china, ottenuto da miscele di nerofumo con gomma lacca e gelatina; si distingue per la resistenza e l'opacità del segno: per quest'ultima proprietà è utilizzato per disegni su lucidi da riprodurre mediante eliografia. Gli inchiostri colorati sono formati, in genere, da un colorante organico o da pigmenti, da destrina, glucosio o gomma arabica, miscelati in acqua; sono molto scorrevoli e brillanti, ma poco resistenti all'umidità e alla luce. Tipi particolari di inchiostri sono gli inchiostri copiativi, costituiti da soluzioni concentrate di coloranti con l'aggiunta di glucosio e di glicerina per rallentarne l'evaporazione; gli inchiostri indelebili, generalmente a base di blu di Prussia e acido ossalico come stabilizzante; gli inchiostri simpatici, che danno un segno visibile solo dopo opportuno trattamento del supporto e dei quali i più comuni sono le soluzioni zuccherine, il succo di limone, il cloruro idrato di cobalto, che sono resi visibili mediante riscaldamento, le soluzioni acquose di acetato di piombo e di solfato rameico che vengono invece rivelati con reagenti chimici. Gli inchiostri per penne a sfera debbono avere buona fluidità senza provocare sbavature, buona resistenza alla luce, rapida essiccazione all'aria, capacità di conservarsi fluidi nel refill per lungo tempo; allo scopo i coloranti vengono finemente dispersi in un veicolo oleoso (polietilenglicoli, acidi grassi, glicerina, ecc.) insieme con addensanti quali resine naturali o sintetiche.

Inchiostri per stampa

Date le caratteristiche dei vari sistemi adottati, debbono rispondere a ben precise proprietà e quindi debbono essere realizzati con particolari criteri; un buon inchiostro per stampa deve avere: rapida essiccabilità, senza spandersi sul supporto, date le alte velocità di svolgimento dei moderni sistemi di stampa (tali proprietà si realizzano per assorbimento e penetrazione nei pori del substrato, per rapida evaporazione del solvente, per precipitazione di una resina in soluzione, per gelificazione di una resina finemente dispersa, per ossidazione); variabile viscosità, e in particolare buona tissotropia, ossia variazione della viscosità con l'agitazione. Ogni tipo di stampa infatti richiede particolari valori di viscosità, legati alla velocità di stampa e al modo d'ottenimento dei segni grafici (incisione, rilievo, ecc.); per esempio, per la rotocalcografia 1 poise, per litografia, tipografia e offset da 5 a 5000 poise; stabilità di colore, ottenuta per miscela di pigmenti inorganici e coloranti, tenendo presente l'influenza di tali sostanze sulla densità e viscosità dell'inchiostro. Gli inchiostri litografici e tipografici vengono prodotti attraverso due vie: miscelazione dei pigmenti predispersi in un mezzo solvente con il veicolo; miscelazione dei pigmenti con il veicolo seguita da macinazione. I veicoli impiegati per tali inchiostri sono resine naturali, resine fenoliche, maleiche, ecc., disperse in oli minerali, spesso a base alifatica, altobollenti; in particolare gli inchiostri litografici richiedono, a causa del processo di stampa, che il veicolo sia insolubile in acqua e sia in grado di bagnare completamente il pigmento. Gli inchiostri per rotocalco e flessografia sono prodotti per preparazione del veicolo con polimerizzazione o per dispersione del veicolo solido in un solvente con seguente miscelazione e dispersione del pigmento tramite macinazione in un mulino a palle. I veicoli usati per tali inchiostri sono a base di nitrocellulosa, polimeri poliammidici e acrilici, caseina, gomma clorurata, ecc., dispersi in solventi a bassa viscosità (alcol etilico, propilico, soluzioni alcaline acquose) non aggressivi nel caso della flessografia, e chetoni e idrocarburi aromatici per la rotocalcografia. Gli inchiostri magnetici contengono particelle che possono essere magnetizzate: sono usati per stampare documenti contenenti lettere o numeri che devono essere riconosciuti da speciali “lettori di caratteri” (per esempio assegni bancari). La testina di lettura magnetizza l'inchiostro prima che i caratteri (che hanno una forma particolare, molto stilizzata e riconoscibile sia dalle persone che dal calcolatore) passino sotto di essa.