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L'età contemporanea

Il Giappone e l'Asia orientale

Asceso fin dallo scorcio degli anni '80 al rango di seconda potenza industriale del mondo, in seguito al declino dell'URSS, il Giappone fu tra i promotori, nel 1989, insieme con Stati Uniti e Australia, della creazione dell'APEC (Cooperazione Economica Asia-Pacifico), organizzazione destinata a raggruppare nel de­cennio seguente 21 Stati della regione (tra gli altri Russia, Cina, Indonesia, Canada, Perù, Messico e Nuova Zelanda), interessan­do poco meno di metà della popolazione e del commercio mondiali. Sempre nel 1989 morì l'imperatore Hirohito, cui succedet­te il figlio Akihito. Nei primi anni '90, pur mantenendo un netto primato economico tanto in Estremo Oriente quanto nel Sud-Est asiatico, il Paese del Sol Levante entrò in una crisi insieme eco­nomica e politica. La prima si manifestò nel rallentamento del ritmi di crescita, preludio d'una lunga fase di ristagno. La seconda fu conseguente all'appannarsi dell'immagine del Partito Liberaldemocratico, al potere da un quarantennio, colpito da accuse di corruzione e scosso nel 1995 da un attentato terroristico alla metropolitana di Tokyo compiuto col gas nervino da parte di una setta millenaristica. Ad appesantire la situazione è intervenuta la crisi finanziaria, legata a manovre speculative, abbattutasi nel 1997 sui mercati emergenti dell'Asia orientale, in vario modo ag­ganciati all'economia nipponica: da quelli di Hong Kong, Taipei e Seoul a quelli di Singapore, Bangkok e Manila.

La crisi ha esercitato un impatto particolarmente forte in Indonesia, decretando il crollo della più che trentennale dittatura del generale Suharto (1975-1998) e rinfocolando spinte centrifughe in varie parti dell'arcipelago, culminate durante il 2002 nella secessione di Timor Est e nella semiautonomia della provincia dell'Aceh. Appena lambito dalla crisi è stato invece il Vietnam, be­neficiario del normalizzarsi della situazione cambogiana dopo la scomparsa di Pol Pot (1998) e impegnato in un imponente sfor­zo d'industrializzazione. Nell'immediata periferia del Giappone, intanto, si è assistito sul finire del secolo a un timido avvicina­mento tra le due Coree, presto congelato, però, dopo l'11 settembre 2001, dall'inserimento, da parte degli Stati Uniti, della Co­rea del Nord nel cosiddetto "asse del male". Nell’estate 2007, tuttavia, la Corea del Nord ha annunciato la fine degli esperimenti atomici; in accordo con la Corea del Sud è stato poi varato un vertice (Pyongyang, ottobre 2007) in cui i due presidenti hanno annunciato l’avvio di un processo di pace. Qualche schiarita nel delicato panorama della regione si è venuta profilando anche in Giappone con l’avvento al governo del leader riformatore Junichiro Koizumi (2001-2006), quindi col varo, nel 2002, di una zona di libero scambio, l’AFTA, tra i Paesi del Sud- Est asiatico. Alcuni contenziosi territoriali con la Cina sono stati invece rinfocolati dalla successiva salita al potere di due premier conservatori, Shinzo Abe (2006-2007) e Yasuo Fukuda (2007-2008).

All’estremità occidentale della regione Sud-Est asiatica, un’area di forte crisi è invece quella di Myamar (Birmania), dove nel settembre 2007 il regime dittatoriale ha soffocato nel sangue la protesta non violenta dei monaci budddisti, scesi in strada contro le ripetute violazioni dei diritti umani e contro l’arresto del leader dell’opposizione (già Nobel per la pace 1991) Aung San Suu Kyi.

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