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L'età contemporanea

La deriva dell'Africa

A quasi mezzo secolo dalla sua decolonizzazione, l'Africa presenta uno scenario storico-politico ed economico carico d'ombre. Se è vero che il riuscito collaudo della giovane democrazia multirazziale del Sudafrica, confermato dall'elezione alla presi­denza del successore di Mandela, Thabo Mbeki (1999), rappre­senta un importante esempio e stimolo per il futuro del conti­nente, è altrettanto vero che, salvo eccezioni come la Tunisia e il Senegal, il ricambio dei gruppi dirigenti africani è avvenuto e avviene ancora perlopiù attraverso vie extraistituzionali e in for­me violente. Il susseguirsi di colpi di Stato, di dittature, di guer­re civili, religiose o etniche (in alcuni casi casi al limite del ge­nocidio, come in Burundi e in Ruanda negli anni '60 e ancora nel 1994) ha scandito le vicende africane del periodo successi­vo all'indipendenza, ma ha anche posto una pesante ipoteca sullo sviluppo economico del continente. La sua partecipazione al commercio mondiale, già ridotta negli anni '60 (3%) è crol­lata all'1 % negli anni '90. Particolarmente colpita è la regione subsahariana, flagellata da AIDS (che interessa nella regione quasi 30 milioni di abitanti), carestie, sottoalimentazione e sottosviluppo cronico. A condizionare il panorama africano contribuisce non solo il retaggio etnico-religiosi coloniale, ma anche la presenza ultramillenaria dell'Islam, all'origine di una complessa e frastagliata frontiera, che, mentre isola in parte dal resto del continente il Nordafrica (solidale al Medio Oriente e inserito nella Lega Araba), attraversa l'Africa orientale e quella del Sahel, concorrendo a intaccare la già pre­caria coesione interna di importanti Paesi. Tale è il caso, per esempio, della Nigeria, il più popoloso Stato africano, già tea­tro della guerra secessionista del Biafra (1966-69) e periodicamente lacerata ancora negli anni '90 e nel 2000-2002 da conflitti etnici a sfondo religioso nelle regioni musulmane settentrionali e centrali. È ancora il caso del Sudan, il maggior Stato africano per superficie, dove il predominio delle élite musulmane del nord è contrastato da una guerriglia quasi ventennale delle po­polazioni cristiane e animiste del sud, che ha prodotto un milio­ne di morti. O il caso della sterile guerra che nel 1998-2000 ha contrapposto l'Etiopia, a maggioranza cristiano-copta, all'Eri­trea, a maggioranza musulmana.

Conflitti interetnici legati alla povertà o al degrado, ma molto spes­so al controllo paracoloniale delle risorse (soprattutto materie pri­me, come uranio, oro, diamanti, petrolio e legni pregiati), si so­no prodotti ancora in Liberia (1989-1997), Sierra Leone (1989-1998), Angola (1999-2002), Centrafrica e Costa d'Avorio (dal 2002). Il caso senz'altro più emblematico della profonda crisi in cui versa il Continente Nero è quello dell'ex Zaire, divenuto Repubblica Democratica del Congo dopo l'abbattimento della trentennale dittatura del maresciallo Mobutu Sese Seiko (1995-1997), deflagrato dal 1998-1999 in quella che viene definita la prima guerra mondiale africana e che vede coinvolte truppe di almeno cinque Paesi (Angola, Ruanda, Uganda, Zambia e Zim­babwe) e ha già seminato oltre 2 milioni di morti. Ma l'Africa non è solo ripiegata su se stessa, essa condivide e patisce le contraddizioni, gli sconvolgimenti, le paure e le speranze del resto del mondo, come gli attentati terroristici che, sempre nel 1998, hanno preso di mira le ambasciate degli Stati Uniti a Nairobi, in Kenya e a Dar es-Salam, in Tanzania. Naufraugata così l'illusione solidaristica del panafricanesimo, ma andata in frantumi anche la pretesa realpolitik del padri no­bili dell'unità africana di poter preservare almeno le frontiere coloniali, gli Stati africani si sono trovati a dover ridefinire, se non a rifondare, i loro reciproci rapporti e, insieme, il pro­prio statuto continentale. Da ciò è scaturito il processo che nel 2001 ha trasformato la vecchia Organizzazione dell'Unità Afri­cana (QUA), creata nel 1963, in Unione Africana (UA), dotata, sul modello europeo, di proprie istituzioni comunitarie (conferenza dei capi di Stato e di governo, parlamento, corte di giu­stizia, consiglio economico e sociale, segretariato), e affiancata da un organismo di promozione dello sviluppo (New economic partnership for the African Development, NEPAD).

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