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Australopitecine

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Descrizione generale

sf. pl. [da australe+greco píthēkos, scimmia]. Nome dato ai numerosi reperti fossili che si riferiscono a Ominidi vissuti nell'Africa australe e orientale, dal Pliocene al Pleistocene. Un tempo ritenute uno stadio (australopitecoide) dell'evoluzione degli Ominidi, da cui discendeva in linea diretta l'uomo, sono oggi considerate un genere parallelo, classificato con il nome di Australopithecus, della sottofamiglia Homininae cui appartiene anche il genere Homo. Secondo vari studiosi, soprattutto di scuola francese (Y. Coppens, B. Senut, C. Tardieu, R. E. F. Leakey), si potrebbe addirittura parlare di una sottofamiglia (Australopithecinae) rappresentata da due generi (Preaustralopithecus o Paraustralopithecus e Australopithecus) "Per la comparazione anatomica e per l’evoluzione delle australopitecine vedi i disegni e i diagrammi a pag. 161 del 3° volume." . "Per la comparazione anatomica delle australopitecine vedi disegni al lemma del 3° volume." Tuttavia, molti paleantropologi (D. C. Johanson, T. D. Withe, Y. Rak, A. Walker, C. O. Lovejoy, P. V. Tobias, M. Taieb) ritengono più opportuno suddividere le Australopitecine in un gruppo arcaico e in un gruppo recente, classificando i vari reperti secondo un limitato numero di specie per le quali vi è accordo generale fra gli studiosi. Anche il rapporto filogenetico tra le varie specie di Australopitecine è considerato in maniera assai diversa dai vari ricercatori, pur riconoscendo tutti una continuità tra forme arcaiche e forme più recenti; queste valutazioni si ripercuotono, inoltre, sul rapporto filetico con l'uomo e sulla stessa interpretazione del processo di ominazione.

Antropologia: morfologia ed evoluzione

Lo studio anatomico di numerosi reperti ha consentito di ricostruire la morfologia generale di questi Ominidi, i caratteri antropologici delle varie specie e il loro modo di vita; in alcuni casi è stato possibile, applicando le più moderne metodiche della clinica medica e le simulazioni videografiche al calcolatore, ipotizzare alcuni aspetti della fisiologia di questi esseri. Come architettura generale dello scheletro e del cranio, le Australopitecine si pongono in posizione intermedia fra i Pongidi (scimpanzé) e l'uomo solo per alcuni caratteri (struttura delle mani e della faccia, curvatura della mandibola, lunghezza degli arti, conformazione della parte posteriore del cranio), mentre per altri determinanti (architettura del cervello, capacità cranica, forma del bacino, dentatura, struttura dei piedi) si possono considerare decisamente affini ad Homo. Dallo studio dei paleoambienti rilevati dai terreni in cui sono stati trovati i reperti, è stato possibile individuare una stretta relazione fra evoluzione delle Australopitecine e profonde trasformazioni geoclimatologiche avvenute nel tardo Pliocene e nel primo Pleistocene: la comparsa di questi Ominidi è certo che sia avvenuta nell'Africa orientale in un periodo antecedente i 6 milioni di anni fa, cioè in concomitanza con la progressiva scomparsa del mare Tetide, che trasformò la geografia di quelle aree e il clima; scomparvero le grandi foreste pluviali che furono sostituite da foreste aperte con ampie praterie umide, si ampliò la Rift Valley con la costituzione di grandi laghi profondi. Significativo, in proposito, il fatto che tutti i reperti di Australopitecine finora rinvenuti si trovino a est e a sud di questa gigantesca frattura africana, mentre quelli delle scimmie antropomorfe antenate delle attuali sono distribuiti solo a ovest, nell'Africa centrale e occidentale. Sul finire del Pliocene e durante il Pleistocene nuove “crisi geologiche” (fra le quali le glaciazioni) interessarono le aree abitate dalle Australopitecine e questa fu una delle cause, se non la principale, che portarono al differenziarsi di nuove specie e anche del genere Homo. Il formarsi di un collegamento fra l'altopiano etiopico e la penisola arabica, lo spostamento dell'influenza dei monsoni verso l'Asia, con l'instaurarsi anche di fasi aride, furono le probabili cause, nel tardo Pliocene, della notevole diversità che si registra fra le Australopitecine arcaiche e quelle successive (tanto da far pensare a due generi diversi) che progressivamente si diffusero fino all'Africa australe. La scoperta nello Yunnan settentrionale (Cina), nel 1989, di alcuni reperti fossili di problematica attribuzione al genere Australopithecus e datati a ca. 1,5 milioni di anni fa, se confermata, potrebbe testimoniare una migrazione verso l'Asia di questi Ominidi considerati fino a oggi tipicamente africani.

Antropologia: Australopitecine arcaiche

Gruppo di Ominidi rappresentato da circa 600 reperti, di cui uno di scheletro quasi completo, tutti esclusivi dell'Africa orientale. In essi appaiono ancora evidenti alcuni caratteri di affinità con gli scimpanzé: struttura dello scheletro postcraniale, possibilità di ampia rotazione del ginocchio, braccia un po' lunghe con bloccaggio dell'articolazione spalla-gomito, falangi delle mani curve, premolari con un solo tubercolo, faccia molto proiettata in avanti. Di statura non superiore a un metro, si differenziano nettamente dalle scimmie non solo per la capacità cranica (da 400 a 500 cm3) ma soprattutto per l'architettura del cervello le cui circonvoluzioni sono molto più complesse; la posizione del foro occipitale, la struttura dei piedi e del femore, il bacino con ileo accorciato dimostrano l'inequivocabile capacità della stazione eretta (seppur leggermente curva) e del bipedismo, anche se gli arti superiori denotano la possibilità di una vita arboricola. L'ambiente in cui vivevano era quello della foresta con ampie praterie umide e la dieta doveva essere esclusivamente vegetale, adatta ai loro piccoli denti, frontalmente allineati, e ai minuti canini poco cuspidati. Vi sono alcune diversità tra le forme più antiche, trovate in terreni risalenti a 6,5-3,5 milioni di anni fa (Lukeino, Tabarin, Mabagest, Lothagam, nel Kenya) e quelle più recenti, fra le quali la famosa Lucy (l'unico reperto quasi intero), risalenti a 3,5-2,8 milioni di anni fa (Hadar, Maka, Bolohediali, valle medio Auasc, valle dell'Omo, in Etiopia; Est Turkana, Lothagam, Raparaina, Chemeron, nel Kenya; Laetoli in Tanzania). Le seconde presentano un'arcata mandibolare lunga e stretta, il bacino corto con ala iliaca ben sviluppata, piedi decisamente umani (a loro potrebbe essere attribuita la prima serie di impronte di piedi trovate nella lava solidificata di Laetoli, risalenti a circa 3 milioni di anni fa), una relativamente maggiore capacità cranica. Per questi motivi i vari reperti vengono classificati in due distinte specie: Australopithecus afarensis e Australopithecus aethiopicus.

Antropologia: Australopitecine recenti

Gruppo di Ominidi rappresentato da ca. 1400 reperti dai quali è stato possibile ricostruire le diverse forme vissute fra 3,5 e 1 milione di anni fa; tale molteplicità sembra dovuta al succedersi di notevoli “crisi geologiche” (fra le quali i primi cicli glaciali) che portarono alla trasformazione dell'ambiente in savana alberata o aperta e a lunghe fasi di desertificazione, con la differenziazione progressiva del clima, e quindi della vegetazione, tra le varie regioni abitate da questi Ominidi. Le Australopitecine occuparono, infatti, tutte le nicchie ecologiche dell'Africa orientale spingendosi fin nell'Africa australe. Le specie accettate dalla maggior parte degli studiosi sono tre: la più antica, presente fino a 2,5 milioni di anni fa, è Australopithecus africanus, diffusa dall'Africa orientale (valle dell'Omo, in Etiopia; Olduvai, lago Natron, lago Beringo, in Tanzania; Est ed Ovest Turkana, nel Kenya) all'Africa australe (Taung, in Botswana; Makapansgat e Swartkrans, nella Repubblica Sudafricana). Questa Australopitecine è caratterizzata da statura intorno a 1,25 m, bacino ampio e basso ma con scalvo pelvico largo, gambe e piedi decisamente umani capaci della sola andatura bipede, mani ancora con falangi curve tali da permettere di arrampicarsi facilmente. La faccia è molto prognata, con mascella robusta dotata di molari rivestiti di spesso smalto e premolari parzialmente molarizzati, incisivi taglienti e canini piccoli cuspidati: si tratta di una dentatura adatta a un regime vegetariano più vario con la possibilità di nutrirsi di piccole prede animali, che ben si accorda con l'ambiente di savana alberata e praterie di erbe alte in cui questi Ominidi vivevano. Il cranio ha ossa spesse, con cresta sagittale adatta all'inserimento di una forte muscolatura facciale; la sua capacità è intorno ai 550 cm3 e l'encefalo si presenta in posizione elevata, ricco di circonvoluzioni. Significativo il fatto che in alcuni giacimenti sono stati rinvenuti resti di ossa e denti con segni di utilizzo (industria osteodontocheratica).

Antropologia: Australopithecus robustus e Australopithecus boisei

Le altre due specie, Australopithecus robustus e Australopithecus boisei, vengono considerate varianti regionali: la prima, vissuta tra 2,2 e 1 milione di anni fa, è tipica dell'Africa australe (Taung, Makapansgat, Kromdraai, Sterkfontein, Swartkrans); la seconda si è diffusa in tutta l'Africa orientale fra 2,4 e 1,5 milioni di anni fa (Koobi-Fora, valle dell'Omo, in Etiopia; Ovest Turkana e Chesowanja, nel Kenya; lago Natron, Olduvai e Laetoli, in Tanzania); a quest'ultima viene attribuita la seconda serie d'impronte di piedi restate nelle ceneri solidificate di Laetoli risalenti a circa 2 milioni di anni fa. Entrambe le specie sono altamente specializzate per un ambiente di savana rada, con povere praterie e zone desertiche, che offre quali alternative alimentari vegetali duri oppure animali; questi ultimi, indubbiamente, dovettero essere esclusi dalla loro dieta a causa della concorrenza loro fatta da Homo erectus, diffuso nelle loro stesse aree e abile cacciatore. Tipica di queste forme è la robusta dentatura con molari e premolari coperti da uno spesso strato di smalto, alla quale ben si adatta la faccia corta e poco prognata, con grande mandibola e forte sviluppo dell'arcata zigomatica; anche il cranio, molto robusto, con fronte sfuggente, forte cresta sagittale, torus occipitale e restringimento postorbitario, sta a testimoniare la presenza di una possente muscolatura masticatoria, adatta a spaccare semi e gusci nonché ossa. Il cranio è tuttavia ben conformato e ha una capacità fra 550 e 600 cm3; le circonvoluzioni dell'encefalo e la sua posizione tendono a quelle tipiche dell'uomo; la posizione dell'osso ioide e la profondità del palato ricordano quelle di Homo abilis. La differenza tra le due specie riguarda soprattutto l'altezza, minore in Australopithecus robustus (1,40 m contro 1,50 m) che però presenta una più forte struttura scheletrica e quindi una maggiore massa muscolare (peso ca. 50 kg); Australopithecus boisei ha una leggera prevalenza della capacità cranica, faccia meno larga con orbite basse e rilievo sopraorbitario, palato più profondo e arti inferiori più lunghi.

Antropologia: gli studi sulla fisiologia

Grazie all'uso delle più moderne metodiche sviluppate dalla medicina e all'impiego di simulazioni al calcolatore, è stato possibile iniziare studi sulla fisiologia di questi Ominidi: dall'esame di alcuni elementi (struttura dello scalvo pelvico, caratteristiche dei denti, e quindi della loro eruzione e dentizione, tipo di accrescimento delle ossa) è stato per ora accertato che la durata della gravidanza doveva essere più vicina a quella degli scimpanzé nelle Australopitecine arcaiche, mente si accosta a quella dell'uomo per le Australopitecine più recenti; la dentizione doveva avvenire con modalità simili a quelle umane, mentre lo sviluppo del neonato doveva essere più lento rispetto a quello delle scimmie. Se ne può dedurre che la prole delle Australopitecine, soprattutto di quelle recenti, richiedeva maggiori cure parentelari; il che, unito al fatto che il dimorfismo sessuale è molto limitato, ha fatto presumere un comportamento assai diverso rispetto a quello degli stessi scimpanzé, le più evolute fra le scimmie. Alcuni ritengono persino che le Australopitecine fossero organizzate in famiglie. A sostegno dell'alto grado di evoluzione di questi Ominidi sta il fatto che in quasi tutti i siti abitati dalle specie più recenti compaiono, accanto a reperti d'industria osteodontocheratica, numerosi frammenti di ciottoli scheggiati rozzamente (tool stones); in due giacimenti dell'Africa orientale e in uno del Sudafrica si sono rinvenute ossa bruciate intenzionalmente, il che può far pensare a un uso quale combustibile per un falò. Ciò ha posto il problema della capacità “intellettuale” di questi Ominidi dal cervello indubbiamente evoluto, le cui mani erano in grado di “lavorare” ossa e pietre; la stessa posizione dell'osso ioide poteva consentire l'emissione di suoni articolati. Alcuni studiosi (Tobias, Taieb e altri) ritengono che siano state proprio le Australopitecine ad aver prodotto l'industria litica delle tool stones, considerando il fatto che in alcuni di questi luoghi sono presenti ciottoli scheggiati evoluti (choppers), sicuramente prodotto culturale dei rappresentanti del genere Homo allora viventi. Meno certezza vi è sulla possibilità di emettere, da parte delle Australopitecine recenti, suoni-parola, anche se le simulazioni videografiche ammettono tale evenienza. La scomparsa delle Australopitecine intorno a 1 milione di anni fa fu totale e globale: nessun terreno posteriore ha più dato reperti di questi esseri. Probabilmente, diventate troppo specializzate, non furono in grado di adattarsi alle nuove e ripetute trasformazioni ambientali del Pleistocene, proprio in una fase in cui si stava affermando nelle medesime nicchie ecologiche il più evoluto Homo erectus, cacciatore e raccoglitore in grado di sviluppare e usare strumenti molto efficienti per la sua sopravvivenza, quali la pietra lavorata, il fuoco e la parola.

Le recenti scoperte

L'attività condotta da varie équipe di ricerca internazionali continua a fornire dati sempre più cospicui sulla vita di questi antichissimi Ominidi. Nel 1994, Tim White, paleoantropologo dell'Università di Berkeley, ha annunciato il rinvenimento di ossa fossili di una creatura vissuta 4,4 milioni di anni fa, localizzate nei pressi di Aramis, un villaggio situato 230 km a nord-est di Addis Abeba. I primi resti vennero alla luce già nel 1992, durante una ricognizione di superficie e due successive campagne di scavo permisero il recupero di altro materiale. In un primo tempo le ossa furono classificate come resti di Australopithecus ramidus e si pensava di avere a che fare con un predecessore dell'Australopithecus afarensis, la specie definita da D. Johanson in seguito alla scoperta di Lucy e databile tra i 3 e i 3,6 milioni di anni fa. In seguito, la scoperta di nuovi resti ha permesso di cogliere alcune differenze importanti tra i due Ominidi, soprattutto per quel che riguarda l'apparato dentario. Quest'ultimo, nel caso della specie di Aramis, è risultato più vicino a quello dello scimpanzé che non a quello degli australopitechi, perciò White e i suoi collaboratori hanno deciso di creare una nuova specie, ribattezzandola Ardipithecus ramidus. L'ardipiteco aveva già acquisito la deambulazione bipede e aveva un'altezza stimata intorno ai 120 cm. Le ricerche nella zona interessata dai primi ritrovamenti sono tuttora in corso e si spera di poter recuperare almeno uno scheletro completo che potrà fornire indicazioni più esaurienti e sicure su quella che viene ormai considerata la più antica specie di Ominide. Nel 1995, Maeve Leakey e i suoi collaboratori hanno annunciato la scoperta di una nuova specie di australopiteco che hanno chiamato Australopithecus anamensis. Anche in questo caso, si tratta di una creatura che aveva sviluppato l'andatura bipede, ma che, come l'ardipiteco, aveva una dentatura ancora più simile a quella delle scimmie che non a quella della specie umana. I resti di questa creatura sono stati rinvenuti nella località Kanapoi, in Kenya, e sono databili tra i 4,2 e i 3,9 milioni di anni fa. Cronologicamente più giovane (3-3,5 milioni di anni fa) è invece il cosiddetto Little Foot (Piccolo piede) di Sterkfontein. Si tratta di un insieme di quattro ossa fossilizzate relative, appunto, a un piede (dalla caviglia alla base dell'alluce). Sono state ritrovate da Phillip Tobias e Ronald Clarke, che le hanno attribuite a un esemplare della specie Australopithecus africanus e che al momento rappresentano la più antica testimonianza della presenza di Ominidi nell'Africa del Sud. Le osservazioni sui reperti hanno dimostrato che le ossa appartenevano a un individuo che forse era già pronto fisicamente per la deambulazione bipede, ma che ancora faceva ampio uso dei piedi come estremità prensili. Nell'ottobre 1997, un'équipe composta da studiosi statunitensi, giapponesi ed etiopi (di cui faceva parte anche Tim White), ha annunciato, sulla prestigiosa rivista Nature, la scoperta del primo cranio completo di Australopithecus boisei. Il rinvenimento ha avuto luogo a Konso, in Etiopia. Il cranio apparteneva a un individuo che visse intorno agli 1,4 milioni di anni fa ed è perciò l'esemplare più giovane di Australopithecus boisei finora conosciuto. La completezza del cranio, e dunque la presenza della mascella inferiore, ha messo a disposizione della comunità scientifica internazionale un termine di riscontro ottimale per le ipotesi finora elaborate circa i tratti somatici distintivi e le abitudini alimentari di questo Ominide. Il cranio rinvenuto a Konso ha fornito anche indicazioni di carattere più generale circa i criteri di analisi e classificazione che devono essere adottati nel campo degli studi di paleontologia umana. A una prima osservazione, infatti, le differenze rilevate fra l'Australopithecus boisei di Konso e gli altri resti di individui della stessa specie precedentemente rinvenuti avevano indotto a ritenere che si fosse alle prese con una specie del tutto nuova e forse attribuibile al genere Homo. Successive verifiche hanno dimostrato che l'esemplare di Konso è a tutti gli effetti un Australopithecus boisei e che le differenze sono da considerarsi il frutto del normale tasso di variabilità all'interno di una medesima specie, tanto più se vissuta per circa un milione di anni. Più recentemente, ancora una volta in Etiopia, nella regione desertica dell'Afar (la stessa in cui, nel 1992, erano venuti alla luce i primi resti di ardipiteco), a seguito di ricerche condotte fra il 1996 e il 1999, il medesimo team al quale si deve la scoperta di Konso ha dato notizia del ritrovamento di resti fossili attribuibili a un individuo che potrebbe costituire l'anello di congiunzione tra le australopitecine e l'uomo; ad accrescere la rilevanza dell'evento vi è la circostanza del rinvenimento, in associazione con i resti fossilizzati attribuibili a ominide, di ossa di grandi mammiferi – antilopi, cavalli – la cui carne sarebbe dunque stata mangiata da queste australopitecine. Le analisi condotte sull'insieme dei reperti hanno fornito una datazione oscillante intorno ai 2,5 milioni di anni da oggi, ribadendo l'assoluta eccezionalità della scoperta: oltre ad avere forse individuato il più probabile candidato al ruolo di primo antenato dell'albero genealogico della specie umana, si è infatti di fronte a un individuo che aveva già sviluppato parte delle caratteristiche strutturali tipiche dell'uomo (quale per esempio l'allungamento dell'osso femorale) e si deve registrare la più antica attestazione finora conosciuta del consumo intenzionale di carne, favorito dalla capacità di utilizzare la pietra come strumento (anche se questa seconda ipotesi necessita ancora di più sicure conferme). I resti della nuova specie sono stati localizzati nei pressi del villaggio di Bouri e quasi subito i ricercatori si sono imbattuti in reperti di notevole interesse, quali le ossa delle braccia e delle gambe (fondamentali per la determinazione delle dimensioni, della postura, ecc.). I successivi scavi hanno permesso il recupero di altri materiali ossei e dei resti di antilope che hanno fornito i primi indizi circa il consumo della carne. Una delle scoperte chiave, vale a dire quella di parte di un teschio dalla quale è stato possibile ricavare indicazioni precise sulla conformazione e sulla dentatura dell'australopitecine è giunta nel 1997. I tratti riconosciuti si sono rivelati palesemente diversi da quelli delle australopitecine già note e al tempo stesso inaspettatamente moderni per un essere vissuto intorno ai 2,5 milioni di anni fa, per questo è stato scelto di battezzare una nuova specie, alla quale è stato attribuito il significativo nome di Australopithecus garhi, cioè scegliendo il vocabolo che nel dialetto della regione dell'Afar significa “sorpresa”. Nelle successive indagini sono stati recuperati resti appartenuti ad almeno 6 individui diversi e dopo un lungo e difficile intervento di restauro (per via delle forti incrostazioni) è stata possibile una parziale ricomposizione delle ossa rinvenute che ha consentito, tra l'altro, di stimare l'altezza dell'Australopithecus garhi in circa 150 cm (in posizione eretta). Rispetto ad altre australopitecine e in particolare al confronto con la celebre Lucy, l'Australopithecus garhi presenta denti più grandi, soprattutto per ciò che riguarda i molari e i premolari. Come già detto non vi è ancora la certezza che questa nuova australopitecine fosse in grado di fabbricare utensili in pietra o utilizzare come strumenti pietre di forma appuntita, ma la presenza di ossa di antilope con evidenti segni di rottura costituisce un indizio piuttosto importante. Il 9 dicembre 1998, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Johannesburg, Ronald Clarke e Phillip Tobias hanno annunciato una nuova clamorosa scoperta, effettuata ancora una volta nel giacimento preistorico di Sterkfontein. Inglobato nella breccia fossile che compone il sedimento stratigrafico, è stato trovato lo scheletro di un'australopitecine, databile, alla luce delle prime osservazioni, intorno ai 3,6 milioni di anni da oggi. La scoperta ha avuto una vasta eco, anche al di fuori della cerchia degli specialisti, soprattutto per l'eccezionale stato di conservazione dei resti. A differenza di precedenti scoperte, come quella di Lucy, in questo caso è stato recuperato uno scheletro pressoché integro e la circostanza apre importanti prospettive per una migliore definizione delle caratteristiche morfologiche e del tipo di comportamento della creatura (si consideri, per esempio, che per la prima volta si può disporre di un cranio completo, con l'intero apparato masticatorio, costituito dalla mascella e dalla mandibola). Per quanto insperata, la scoperta era almeno in parte stata “prevista” dagli studiosi che l'hanno effettuata: le parti anatomiche rinvenute permettono infatti di completare la ricostruzione dell'individuo al quale appartenevano i resti di arto inferiore battezzati Little Foot. Da un punto di vista tipologico, l'Ominide è classificabile come Australopithecus africanus, ma le informazioni che si desumono dall'analisi dei suoi resti possono chiarire molti aspetti che riguardano più in generale tutte le australopitecine.

B. Chiarelli, Evoluzione fisica dei primati e origine dell'uomo, Torino, 1970; C. S. Coon, Storia dell'uomo, Milano, 1970; Y. Rak, The Australipithecine Face, New York, 1985; P. V. Tobias, Hominid Evolution: Past, Present and Future, New York, 1985; Y. Coppens, La scimmia, l'Africa e l'uomo, Milano, 1985; F. Facchini, Il cammino dell'evoluzione umana, Milano, 1985; Y. Coppens, Ominoidi, ominidi e uomini, Milano, 1988; Autori Vari, L'evoluzione degli ominidi. “Atti del secondo convegno internazionale di Paleontologia umana”, Milano, 1989.