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Etiòpia

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(Ityjopya). Stato dell'Africa orientale (1.127.127 km²). Capitale: Addis Abeba. Divisione amministrativa: stati (9), città (2). Popolazione: 75.690.000 ab. (stima 2008). Lingua: amharico (ufficiale), inglese, italiano, somalo, tigrino, tigrè. Religione: ortodossi 43,5%, musulmani 33,9%, protestanti 18,6%, animisti/credenze tradizionali 2,6%, cattolici 0,7%, altri 0,7%. Unità monetaria: birr (100 centesimi). Indice di sviluppo umano: 0,389 (169° posto). Confini: Eritrea (N), Gibuti (NE), Somalia (E e SE), Kenya (S), Sudan (W). Membro di: ONU e UA, associato UE..

Generalità

La sua superficie occupa gran parte delle alteterre comprese tra l'Eritrea e la depressione nilotica. All'epoca coloniale si devono le modificazioni territoriali che hanno dato all'Etiopia la configurazione, nella quale era compresa l'Eritrea, Paese che dopo una lunga lotta di liberazione ha conseguito l'indipendenza nel 1993. I confini con la Somalia sono a loro volta arbitrari: nelle aree di frontiera è attiva la guerriglia dei secessionisti dell'Ogadèn. Tuttavia l'attuale territorio dell'Etiopia corrisponde sostanzialmente a quello dei regni formatisi fin dai primi secoli d. C. e mantenutisi indipendenti, anche a prezzo di qualche concessione territoriale (tranne per il breve periodo di dominazione coloniale italiana dal 1935 al 1941). Questo costituisce un caso quasi unico in Africa, dove gli Stati attuali sono per lo più sorti in seguito all'espansionismo arabo e ad artificiali suddivisioni coloniali. L'Etiopia è infatti l'unico Paese africano che è riuscito a resistere alla colonizzazione, ha svolto un ruolo di rilievo nella regione e ha sviluppato una tradizione politica e culturale propria. L'Etiopia è riuscita a conservare la propria identità grazie a due fattori: il cristianesimo monofisita copto, che è il fattore legante le varie genti abitanti l'altopiano; le condizioni naturali del territorio, simile a un unico grande bastione difensivo. All'inizio del sec. XXI, comunque, il Paese presenta un'immagine contraddittoria: gli eventi degli ultimi decenni hanno portato alla ribalta uno Stato che appare poverissimo e non sembra in grado di soddisfare i bisogni elementari dei suoi abitanti, ma al tempo stesso spende in armamenti assai più di quanto basterebbe per sfamare la popolazione e persegue una politica di potenza regionale.

Lo Stato

L'Etiopia è una Repubblica democratica dal 1975. In base alla Costituzione del 1994 il Paese è una Repubblica democratica federale. Il potere di governo è concentrato nelle mani del Primo Ministro, mentre il presidente svolge funzioni meramente rappresentative, quest'ultimo è eletto ogni 6 anni dal Consiglio dei rappresentanti del popolo, i cui membri sono eletti a suffragio diretto per 5 anni. Il sistema giudiziario in uso nel Paese è formato da Corti popolari speciali, elette dai membri delle associazioni urbane e rurali. Il massimo organo preposto all'amministrazione della giustizia è la Corte suprema con sede ad Addis Abeba, successivamente troviamo l'Alta Corte, le Corti provinciali, competenti in materia civile e penale, e le Corti di distretto, competenti solo in materia civile. É in vigore la pena di morte. In seguito all'indipendenza dell'Eritrea (1993) e alla conseguente perdita di sbocchi al mare, si sono dovute riformare le intere forze armate, aprendo l'accesso a tutte le etnie e vendendo agli altri Paesi l'intera flotta navale. Oggi il sistema di difesa dello Stato è diviso in esercito e aviazione. Dalla fine della guerra ha avuto inizio il programma di riforma della struttura scolastica. L'istruzione in Etiopia è gratuita,in tutti i suoi cicli e obbligatoria dai 7 ai 13 anni di età. L'educazione secondaria inizia a 13 anni e e dura per un periodo di 6, diviso in un primo ciclo di 2 anni, con funzione propedeutica, e in un secondo di 4, che può avere indirizzo classico, commerciale, tecnico o agricolo. Nel 2007 la percentuale di analfabeti era molto alta raggiungendo il 64,1%. Gli studi superiori vengono svolti nell'Università di Addis Abeba, in quella di Diredaua e in alcuni istituti privati.

Territorio: morfologia

Il Paese ha la sua sezione più caratteristica e importante nel vasto altopiano, o acrocoro, che rappresenta la parte settentrionale dell' “Africa alta” e che corrisponde all'Etiopia storica, l'Abissinia. Nella sua conformazione attuale il territorio etiopico è il risultato dei grandi perturbamenti che hanno portato alla separazione dell'Africa dall'Asia sudoccidentale; a essi si deve la formazione della depressione dancala e della Rift Valley che, attraverso la valle dell'Awash e la fossa dei laghi Galla, continua in direzione sudoccidentale nel Kenya. Questi stessi elementi tettonici dividono il Paese in due parti: da un lato l'acrocoro etiopico vero e proprio, dall'altro gli altopiani che digradano verso i bassi tavolati e le pianure più esterne della Somalia. Il territorio poggia su un antichissimo zoccolo precambriano, costituito in prevalenza da scisti, gneiss e graniti, che affiora già in Eritrea e nell'altopiano Sidamo-Borana, e che rappresenta una sezione dello scudo nubio-arabico; esso fu interessato dalle orogenesi archeozoiche, che vi determinarono la formazione di catene montuose, soggette durante il Paleozoico a continua e intensa erosione. All'inizio del Mesozoico, quando ormai al posto delle catene si stendeva un vasto penepiano, iniziava un lento processo di affondamento; mentre il mare invadeva gradualmente Somalia, Dancalia (l'attuale Denakil) e parte dell'acrocoro, depositi marini di tipo clastico si raccoglievano nella fascia costiera originando arenarie, mentre più al largo, dove si erano instaurate condizioni pelagiche, si formavano invece depositi calcarei. Gradualmente il processo di subsidenza si arrestò e fu sostituito da un lento sollevamento con corrispondente regressione marina; sui calcari si stratificavano così altre arenarie mentre la regione riaffiorava. All'inizio del Cenozoico i grandi perturbamenti tettonici provocarono un ulteriore forte sollevamento dello zoccolo cristallino e la sua fratturazione. Dalle profonde aperture fuoruscirono colate di lava che si espansero sulle superfici sedimentarie, raggiungendo spessori anche di 3000 metri. Nel frattempo vennero individuandosi, con l'apertura del Mar Rosso, la depressione dancala (all'origine invasa dal mare) e le valli del Rift. Dalla tettonica, probabilmente ancora vivente, e dal vulcanesimo (attivo in Dancalia) dipende il carattere relativamente complesso del rilievo, sul quale i fenomeni d'erosione agirono con discontinuità, anche in rapporto a diversi cicli climatici. Le colate laviche tra l'altro sbarrarono alcune valli provocando deviazioni fluviali e la formazione di laghi, come il T'ana Hāyk (lago Tana), e isolando il golfo dancalo dal mare. L'intensa erosione, avviata dai moti generali di sollevamento, ha aperto profonde incisioni nel complesso tabulare di rocce vulcaniche e arenacee; tali canyons sono oggi elementi morfologici assai importanti, ponendosi alla base della divisione regionale del Paese: così la valle dell'Ābay (Nilo Azzurro) divide il Goggiam dallo Scioa e dall'Uolleggà; il Tacazzè (Tekeze) separa il Tigrè dall'Ahmar ecc. Tra i canyons si ergono gli elementi tabulari (le ambe), che rappresentano la tipica morfologia del rilievo etiopico, il quale ha le sue cime più elevate nei monti del Semièn, culminando nei 4620 m del Ras Dashen Terara. Numerose altre sono le sommità che superano i 4000 m, come l'Abuna Josef (4190 m), il Guna (4231 m), i monti Mangestu (4154 m); molte di esse si trovano sul ciglio della grande scarpata che delimita l'acrocoro sul lato orientale, elemento di notevole portata geografica per la divisione che esso opera tra il Denakil (che ospita nel Piano del Sale delle marcate criptodepressioni, quali il lago Āsalē e il lago Giulietti, posti rispettivamente a -116 m e a -80 m) e l'altopiano, posto in media a 2000-2500 m di altitudine. L'arido e desolato Denakil, esteso per ca. 100.000 km² al piede orientale dell'altopiano, è delimitata a E dalle cosiddette Alpi Dancale, sistema montuoso anch'esso a struttura tabulare, con alcuni coni vulcanici, che raggiunge la massima altitudine nel monte Ramlu (2130 m.). Il distacco dell'Eritrea ha viceversa determinato la perdita dell'intera fascia costiera, con i buoni approdi di Massaua (Mitsiwa) e Assab (Aseb). A W della Fossa Galla infine è un'altra regione di alteterre, il cosiddetto altopiano galla-somalo, comprendente grosso modo l'Ogadēn, il Bale e il Sidamo; esso scende con una ripida scarpata al Rift, di fronte al ciglione dell'altopiano etiopico, mentre digrada a SE verso la Somalia: la sua uniforme inclinazione e le sue valli per lo più poco incassate sono elementi morfologici che distinguono nettamente tale altopiano dall'acrocoro vero e proprio.

Territorio: idrografia

La rete idrografica, che ha scolpito profondamente il rilievo, è stata condizionata nel suo sviluppo dalla situazione strutturale; così l'orlo della scarpata etiopica segna, in generale, lo spartiacque tra i bacini del Mediterraneo (attraverso il Nilo) e del Mar Rosso; inoltre alcuni fiumi sfociano direttamente nell'Oceano Indiano. Le valli principali, dall'andamento radiale, sono dirette prevalentemente verso W e NW nelle alteterre nordoccidentali, verso SE in quelle meridionali; non mancano però i tratti volti a N (alto Tacazzè) o addirittura a S (Nilo Azzurro). Le direzioni prevalenti disegnano due reticoli interferenti, rettangolare e romboidale; ciò sembra dipendere strettamente dalle condizioni tettoniche. L'Etiopia può essere considerata il nodo idrografico dell'Africa Orientale per i molti e importanti fiumi che vi si originano. Anche i maggiori corsi d'acqua sono però in genere navigabili solo per brevi tratti, date le forti variazioni di portata dovute al regime pluviale e le frequenti rapide; assai rilevante è per contro il loro potenziale idroelettrico. I principali fiumi che solcano la sezione settentrionale dell'altopiano sono: il Barka (o Baraka), che attraversa l'Eritrea e si perde nelle sabbie prima di arrivare al Mar Rosso; il Tacazzè, che dalle montagne del Lasta e del Semièn, dove scorre in un canyon grandioso, scende verso la depressione nilotica per confluire nell'Atbara, uno dei maggiori tributari del Nilo, i cui rami sorgentiferi attingono nella zona a NW del lago T'ana; e soprattutto il Nilo Azzurro , emissario del lago T'ana , che descrive una grande ansa intorno ai monti Ch'ok'ē (Goggiam) prima di piegare verso W e raggiungere, in territorio sudanese, il Nilo Bianco. Solcano invece gli altopiani meridionali l'Omo Botego, immissario del lago Turkana, il Genale (Ganale Doria) Genale che a Dolo, presso il confine con la Somalia, si unisce al Dawa (Daua Parma) e al Weyb (Uebi Gestro) a formare il Giuba, e loShebelē Wenz (Uebi Scebeli ), che con un profondo solco d'erosione divide l'Ogadēn dal Bale ed entra poi in territorio somalo, che interessa per la maggior parte del suo corso. L'Awash, che nasce a W di Addis Abeba, percorre invece la Fossa Galla e sfocia nel lago Abbè, dopo aver perso parte delle acque attraversando il Danekil. La fossa, a S dell'Awash, ospita numerosi laghi a bacino chiuso che, come si è detto, si definiscono lago Galla: sono lo Ziway, il Langano, l'Abiyata, il Shala, l'Awasa, l'Abaja o Margherita e il Shamo; il lago maggiore dell'Etiopia è il T'ana (3600 km²), nel cuore dell'acrocoro, formatosi dopo lo sbarramento dell'alta valle dell'Abbai da parte di colate laviche.

Territorio: clima

Per la sua posizione geografica l'Etiopia ha un clima che può essere definito di tipo tropicale a due stagioni, di cui una invernale (ottobre-marzo) asciutta e una estiva (aprile-settembre) piovosa. Ma se il fattore latitudinale determina effettivamente una diminuzione media delle precipitazioni dall'equatore verso i tropici, l'altitudine e la disposizione del rilievo influenzano profondamente non solo le piogge ma anche le temperature e i venti. Occorre considerare inoltre la vicinanza del continente asiatico, separato solo dall'angusto Mar Rosso. Così, in gennaio, all'anticiclone dell'Asia occidentale si contrappone direttamente il ciclone dell'Africa centrale. I venti che ne risultano, spiranti da NE a SW, piuttosto freddi e secchi, raccolgono poca umidità sul Mar Rosso, scaricandola subito sulle coste e sulla scarpata eritrea. In luglio la situazione si inverte e i venti equatoriali, caldi e umidi, che investono l'Etiopia provenendo sia da SE sia da SW scaricano le loro acque sugli altopiani. A ciò corrisponde una marcata differenza distributiva delle precipitazioni passando dall'acrocoro alla pianura costiera dell'Eritrea e alla Dancalia: in quest'ultima si ha un regime nettamente arido (fino a 50 mm annui), nell'altopiano si superano generalmente i 1000 mm annui, con valori più elevati (fino a 1800 mm) sui rilievi centrali e nelle zone occidentali, e valori decrescenti verso E e SE, oltre che verso N (Eritrea). Un regime particolare ha la scarpata esposta al Mar Rosso, dove si hanno precipitazioni invernali ed estive con totali che in alcune zone superano i 1000 mm annui. Per quanto riguarda le temperature l'altitudine esercita una funzione determinante; occorre perciò distinguere tra le zone d'altopiano e le pianure, con differenze medie dell'ordine di 8-14 °C. In genere nelle regioni poste verso i 2000 m la media annua si aggira sui 16-18 °C, con un'escursione termica annua assai esigua, di 4-5 °C e anche meno: Addis Abeba, situata a 2370 m d'altitudine, ha una temperatura media annua di 16 °C, con una media di gennaio di 15,9 °C e una di luglio di 14,9 °C. Più marcato è lo sbalzo termico giornaliero: d'inverno durante la notte il termometro può anche scendere sotto lo zero. Le pianure invece si pongono tra le zone più calde della Terra, toccando in certe località persino i 50 °C. Rilevanti sono le escursioni, sia annue sia tra i massimi e i minimi assoluti: a Massaua si passa dai 25,5 °C di media di gennaio ai 34,5 °C di luglio, mentre il massimo assoluto è di 47,5 °C e il minimo assoluto di 14 °C. A elementi topografici locali è dovuto il fatto che in talune zone i mesi più caldi sono quelli invernali e i più freddi sono i mesi estivi: è il caso per esempio di Addis Abeba e di Gambela (27,2 °C in media in gennaio, 25,6 °C in luglio), situata nell'Etiopia sudoccidentale (regione dell'Ilubabor).

Territorio: geografia umana

Il popolamento dell'Etiopia è un problema che ancora non è stato risolto: infatti il Paese è abitato in gran parte da genti assai antiche che appartengono a un tipo umano caratteristico, etiopide, diverso da quello negroide con il quale, però, vi sono stati ripetuti incroci fino ai tempi attuali. È certo che in epoca preistorica vi furono mescolamenti con genti della valle del Nilo, mentre nulla si sa per epoche precedenti. Tuttavia va sottolineato il fatto che in varie zone dell'acrocoro (Afar, valle dell'Omo, bacino del Turkana) sono stati rinvenuti i più antichi reperti fossili di ominidi sicuramente umani, appartenenti alla specie Homo habilis. In epoca storica il Paese ha risentito di influssi semitici provenienti dall'Arabia meridionale, che hanno determinato l'odierna stratificazione etnica. All'apporto semitico si deve anche l'affermarsi della cultura che è stata all'origine del regno di Axum e che diede unità alle genti dell'altopiano. Gli abissini costituiscono un nucleo molto rappresentativo del Paese; ne fanno parte gli amhara e le genti eritree che parlano il tigrino e l'affine tigrè. Dopo l'indipendenza dell'Eritrea gli amhara e i tigrini non sono più l'etnia dominante, costituendo rispettivamente il 26,9% e il 6,1%, essendo ora più numerosa quella degli oromo (o galla), con il 34,5%. Gli amhara, che si trovano fra il lago T'ana e il fiume Tacazzè, si diversificano di poco dagli eritrei (mensa, maria, habab ecc.) che vivono più a N fino alla costa, e dagli shoa, che occupano l'acrocoro centrale. L'altro grande gruppo etnico è rappresentato dalle diverse genti che non hanno subito un diretto influsso semitico e hanno conservato, come elemento distintivo della loro origine camitica, soprattutto la lingua, il cuscitico. Essi formano sia piccoli gruppi sparsi, come gli agau, sia gruppi estesi e compatti di pastori e agricoltori, come i galla (borana, arussi, uollo, gugi ecc.), e i più ridotti gruppi meridionali: sidama (4%), ghimirà, caffini ecc. Cuscitiche sono anche le popolazioni dell'Eritrea settentrionale (begia, bileni), gli afar o danàchili (1,7%), stanziati nel Danekil, e i somali (6,2%) delle regioni orientali. Alle stratificazioni etniche più antiche si riallacciano minoranze paleonegritiche (dispregiativamente dette sciangalla), oltre a genti negroidi più o meno camitizzate, come i baria e cunama dell'Eritrea. Nelle zone periferiche occidentali e sudoccidentali si trovano gruppi di popolazioni nilotiche di pastori e agricoltori, come gli anuak e i nuer (abigar), e nilotocamitiche, come i mekan, i bako e i conso, che vivono nella zona del lago Turkana (Rodolfo) e del Ch'ew Bahir (lago Stefania), praticando soprattutto la pastorizia. Tra le numerose minoranze (che ammontano in totale al 22,7%), si annoverano i Falascià (alcune migliaia di individui), di religione ebraica, stanziati a N del lago T'ana (alcune migliaia di ebrei “neri” sono stati trasferiti in Israele con un ponte aereo verso la fine del 1984 e altri nella primavera del 1991, con la cosiddetta “Operazione Salomone”, completando l'esodo dall'Etiopia) e gruppi arabi, lungo la costa del Mar Rosso. Secondo una stima del 2007 la densità media della popolazione è di 67 ab./km², tuttavia si hanno forti variazioni da zona a zona in rapporto all'ambiente e ai corrispondenti generi di vita. I valori più elevati si registrano sull'altopiano, dove le condizioni ambientali favorevoli, con un clima temperato e le piogge abbondanti, consentono un'agricoltura relativamente sviluppata e diversificata; inoltre l'altitudine garantisce l'assenza della malaria. L'area di Addis Abeba è infatti quella più popolata, e comunque la popolazione urbana è solo un sesto del totale. Le meno popolate sono le zone più periferiche al confine con la Somalia e il Sudan e il Denakil, date le sue caratteristiche desertiche. Tra aree a diverso grado di densità esistono dei limiti precisi: si tratta infatti di limiti ecologici legati alle diverse altitudini e alle condizioni generali, più o meno favorevoli all'agricoltura e alle attività sedentarie in genere. Elemento comune del Paese, nonostante la diversità etnica, la varietà ambientale, climatica e le condizioni economiche regionali, è la scarsità dell'insediamento sparso a favore del villaggio, che garantisce una minima sicurezza collettiva. Nell'area abissina i centri abitati, che hanno spesso funzioni di mercato dei prodotti locali, sono dominati dalle chiese copte. Il mercato è un aspetto fondamentale della vita e dell'assetto territoriale del Paese: è l'unico centro di coagulazione degli interessi elementari in spazi spesso molto estesi. Lo sviluppo di questi centri si verifica specialmente lungo le principali strade, che sono i veri assi della geografia antropica dell'Etiopia, collegando tra loro le poche città del Paese, secondo motivazioni in parte antiche, in parte dovute dall'occupazione italiana e dai suoi interventi nella trama delle comunicazioni. Un urbanesimo esisteva in Etiopia già in epoche remote: Gonder (Gondar) e Aksum sono appunto la testimonianza di una civiltà dai caratteri fondamentalmente urbani. L'urbanesimo moderno però si è sviluppato in seguito alla promozione dei vecchi centri di mercato posti nelle zone più popolose e strategiche dal punto di vista dei traffici. Un caso a sé è costituito da Addis Abeba, nata dalla scelta di Menelik II che la volle al centro del suo impero. La prima valorizzazione della città si deve alla costruzione della ferrovia per Gibuti, sul golfo di Aden, poi alle strade che l'hanno collegata con Asmara e altri centri dell'altopiano nonché al porto di Aseb (Assab), sul Mar Rosso. La capitale è di fatto il fulcro di tutta l'organizzazione territoriale etiopica e ha acquistato le dimensioni di una grande città che da sola ospita oltre un terzo dell'intera popolazione urbana del Paese, di cui è il massimo centro culturale, politico ed economico. La perdita di Asmara, già seconda città del Paese e ora capitale dell'Eritrea indipendente, ha accentuato lo squilibrio della trama urbana etiopica, dove Addis Abeba vede rafforzato il suo carattere di città egemone, mentre tutti gli altri centri principali si collocano su un medesimo ordine gerarchico, senza costituire una rete organica né integrare le proprie funzioni. Una città importante e vivace è Harar (Hārer), in una zona di ricca agricoltura commerciale (caffè specialmente) e valorizzata dalla vicinanza alla ferrovia per Gibuti, sulla quale è Diredaua (Dirē Daua), essa pure notevole centro commerciale, sede di industrie. Gonder, Dessiè (Desē), Adama e Gimma (Jima) sono mercati attivi. Interesse particolare presenta Gonder, che fu capitale dell'Abissinia dal sec. XVII al XIX, epoca in cui si arricchì di numerose chiese e di fastosi castelli.

Territorio: ambiente

In stretto rapporto col clima è l'ambiente vegetale. Le fasce altimetriche dell'altopiano Etiopico sono quattro, chiamate rispettivamente quollà o zona inferiore (600-1800 m), voina degà o zona intermedia (1800-2500 m), degà o zona superiore (2500-3500 m), urèc o aree cacuminali (sopra i 3500 m). Esistono differenze floristiche rilevanti, legate ai diversi regimi delle precipitazioni, tra la parte settentrionale e quella meridionale dell'altopiano, come anche tra il versante del bacino del Nilo e quello della scarpata del Mar Rosso. Nella quollà, oltre alle acacie, appaiono frequentemente le euforbie (comuni Euphorbia officinarum ed Euphorbia abyssinica), le palme (la palma dum è frequente nella pianura dancala), i tamarindi e, ai livelli superiori, i bambù, la Musa ensete e il caffè, che cresce nelle zone più umide. Nella voina degà la vegetazione è costituita da un bosco rado con alberi e arbusti sempreverdi, qui iniziano le foreste montane, con euforbie, aloe, ginepri e podocarpo. Caratteristica della degà sono i prati e i pascoli sfruttati dalla pastorizia; mentre nell'urèc prevale una vegetazione di tipo alpino con prati e zone arbustive a Ericacee e a romici. La fauna selvatica presenta numerose specie, soprattutto di animali di grossa taglia, come leoni, leopardi, elefante, ippopotami, rinoceronti e antilopi. Sono molto comuni anche la iena, lo sciacallo, la lince e numerose varietà di scimmie e di uccelli, tra cui l'airone, il pappagallo, l'aquila, il falco e l'avvoltoio. La deforestazione per ottenere legname da combustione e lo sfruttamento intensivo dei pascoli per l'allevamento sono tra i maggiori problemi ambientali che il Paese deve affrontare in questi anni. Il 17,5% dell'intero territorio è ufficialmente protetto dallo Stato sotto forma di riserve faunistiche, oasi e parchi nazionali, nove in tutto, fra cui rientra il Parco nazionale del Simien, che nel 1978 è stato dichiarato patrimonio mondiale dell'umanità dall'UNESCO e successivamente è entrato a far parte della lista dei patrimoni in pericolo.

Economia: generalità

Il panorama economico del Paese risulta particolarmente precario in seguito alla prolungata situazione di conflittualità con Eritrea e Somalia. Nel primo decennio del Duemila i problemi fondamentali del Paese sono la carenza di adeguate vie di comunicazione, una forte disparità economica fra gli Stati in cui il Paese è diviso, le difficili condizioni delle popolazioni rurali, le cicliche gravi carestie e l'AIDS; inoltre le frequenti ondate di siccità rendono difficili i progressi nel settore agricolo, per altro troppo soggetto alla fluttuazione dei prezzi di una monocultura: il caffè. L'Etiopia è lo stato sub-sahariano che ha ricevuto, soprattutto da Banca Mondiale e FMI, la quota più consistente di aiuti allo sviluppo. Essa conobbe un periodo di profondo cambiamento economico durante gli anni Settanta del Novecento con la svolta marxista-leninista del governo di H. M. Menghistu: egli, attraverso la confisca dei latifondi, assegnò alle famiglie contadine piccoli appezzamenti di terreno (non superiori ai 10 ha) e cercò di modernizzare la popolazione rurale. Nel 1991, con il crollo dell'Unione Sovietica, iniziò per il Paese un periodo di profonda crisi economica che condusse a una svolta liberista. Nel decennio successivo, grazie ai vasti e cospicui aiuti internazionali, il Paese provò a investire nelle infrastrutture, nella sanità, nell'istruzione e nel comparto energetico. Nonostante gli sforzi l'Etiopia si trova in uno stato di costante emergenza, ne è prova il PIL pro capite fatto registrare nel 2008 di 324 $ USA. In parte, tuttavia, le difficoltà dell'Etiopia sono imputabili anche a fattori organizzativi, in quanto le possibilità oggettive del Paese sono notevoli. Esso dispone di condizioni naturali favorevoli, con ambienti diversi, che permettono forme varie di sfruttamento del suolo; rilevantissimo è il potenziale idrico (il fiume Nilo passa attraverso i suoi altopiani), da destinare sia alla produzione di energia elettrica sia all'irrigazione di nuovi comprensori agricoli; la presenza di vaste aree a prato e a pascolo permanente consentirebbe di incrementare l'allevamento del bestiame; varia è anche la ricchezza forestale inadeguatamente sfruttata.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

L'economia dell'Etiopia è basata sull'agricoltura che occupa ca. 80% della popolazione attiva e contribuisce per il 43% alla produzione del PIL (2006). Per il consumo interno vengono coltivati mais, orzo, miglio, sorgo e frumento. Assai diffusi sono i legumi e vari ortaggi (cipolle, pomodori ecc.) consumati localmente come le patate, le banane, i datteri e altra frutta tropicale. L'unica coltura, introdotta in epoca coloniale e di cui il Paese è fra i primi produttori mondiali continua a essere il caffè (260.000 t nel 2005), diffuso in due aree principali, quella sudoccidentale e ancor più l'Harar; l'economia dello stato è fortemente dipendente da questa monocultura tanto che le diminuzioni della produzione causate dai periodi siccità producono pesanti decrementi del PIL. In sensibile diminuzione, la produzione di cotone, che proviene soprattutto dalle zone irrigue della Rift Valley, dove esistono moderne piantagioni. Tra le colture industriali principali, oltre al cotone, sono da segnalare la canna da zucchero, quindi l'agave sisalana, il tabacco e, tra le piante oleaginose, il sesamo, le arachidi e il ricino. Non viene ancora adeguatamente sfruttata l'irrigazione. § Le foreste, concentrate nella zona occidentale del Paese e nella umida sezione meridionale, forniscono numerose varietà di legname. § Grande rilievo per l'economia etiopica ha l'allevamento bovino, di tradizioni antichissime e che sfrutta soprattutto gli estesi spazi delle savane. In funzione dell'allevamento bovino sono stati istituiti vari moderni macelli, dislocati nelle zone più ricche di Dessiè (Desē), Gonder (Gondar) ecc. Diffusi sono anche gli ovini e i caprini; largamente impiegati per i trasporti sono i muli e gli asini, cui seguono i cavalli e i cammelli. Molto elevato è altresì il numero dei volatili da cortile. Nonostante l'abbondanza di capi di bestiame, il settore zootecnico – che è il secondo per importanza dopo l'agricoltura – non si avvale delle tecniche moderne per svilupparsi ulteriormente ma si limita soltanto all'esportazione delle pelli: esempio macroscopico delle arcaiche forme di produzione. § Dopo l'indipendenza dall'Eritrea l'Etiopia non possiede più sbocchi sul mare e la pesca, un tempo comparto con buone possibilità data la ricchezza ittica del Mar Rosso, non è più una risorsa del Paese.

Economia: industria e risorse minerarie

Le industrie, eminentemente al servizio del mercato interno, sono in gran parte concentrate ad Addis Abeba. Esse riguardano fondamentalmente la trasformazione dei prodotti agricoli locali e comprendono perciò zuccherifici, oleifici, birrifici, pastifici, fabbriche di conserve alimentari; si annoverano inoltre diversi stabilimenti tessili che lavorano anche cotone d'importazione, mentre i tabacchifici impiegano prodotto nazionale. Un settore tradizionalmente sviluppato è quello della lavorazione del cuoio, che però si articola su imprese a livello artigianale, così come artigianali sono numerose altre attività produttive (ceramica, vetro, calzature ecc.). Nel complesso la situazione del settore industriale non è migliore di quella dell'agricoltura; l'industria manifatturiera resta infatti attestata su valori estremamente bassi, e ancor più è carente nei settori di base. § Le risorse minerarie dell'Etiopia sono ancora poco note. Si sfruttano da tempo giacimenti di platino e di oro e sembra ne esistano di ferro, rame, zinco e piombo; dal Denakil si ricava salmarino. È stata rilevata infine la presenza di petrolio e di gas naturale nel Sud-Est del Paese, ma sinora non si conoscono le reali consistenze dei giacimenti che non sono sfruttati. La potenzialità idrica dell'Etiopia è notevolissima: tuttavia, la produzione di energia rimane sempre ridotta; essa è per metà di origine termica (che costringe a importare petrolio), anche se sono attivi alcuni impianti idroelettrici, dei quali il più importante entrato in funzione è quello di Koka sul fiume Awash.

Economia: commercio, comunicazioni e turismo

La bilancia commerciale del Paese è in passivo, anche se in lieve miglioramento, e riflette lo stato di sostanziale sottosviluppo dell'Etiopia. I commerci interni sono ancora poveri: i centri di mercato sono raggiunti settimanalmente dai contadini dei villaggi che vengono a farvi le loro vendite (cereali, prodotti ortofrutticoli, capi di bestiame) e vi effettuano gli acquisti essenziali (sale, stoffe, vasellame, ecc.). Solo ad Addis Abeba si può trovare una gamma relativamente vasta di beni di consumo. I generi d'importazione provengono soprattutto dall'Unione Europea (sopratutto dall'Italia), seguono Cina, Stati Uniti e Giappone; comprendono autoveicoli, macchinari, prodotti chimici e industriali in genere, combustibili ecc. Le esportazioni vedono nettamente al primo posto il caffè, seguito dalle pelli e dal cuoio nonché da qualche prodotto agricolo; . Finanziariamente l'Etiopia riesce a salvaguardare la propria economia ricorrendo largamente all'aiuto straniero. § Le vie di comunicazione sono ancora enormemente carenti e spesso corrispondo ancora a quelle costruite dagli italiani durante il periodo coloniale: questo costituisce un ostacolo assai grave per lo sviluppo del Paese; molte zone sono prive di collegamenti con la capitale o i centri maggiori. Le strade si sviluppano per 36.469 km (2004); però solo le principali direttrici sono asfaltate o comunque presentano buone condizioni di percorribilità (6980 km). Le due strade che uniscono Addis Abeba con l'Eritrea (Asmara) passando per Gonder (Gondar) e per Dessiè (Desē) assicurano le comunicazioni meridiane, che si completano con la strada per il Kenya: la superstrada che collega Addis Abeba con Nairobi è anzi parte integrante del sistema autostradale dell'Africa orientale. Più carenti sono le vie di comunicazione in senso trasversale. La principale ferrovia è quella che collega Addis Abeba con il Gibuti, costruita alla fine del sec. XIX da una compagnia francese e che rappresenta sempre un'infrastruttura di rilievo, benché non svolga più il ruolo di un tempo. Estesa è la rete aerea interna che collega inoltre l'Etiopia con vari Paesi africani, europei e asiatici. Numerosi i piccoli aeroporti, che in effetti sono in gran parte semplici scali; il principale è quello internazionale di Addis Abeba. § Quasi nullo è invece l'apporto turistico nonostante gli sforzi governativi per incentivare il settore e nonostante gli indubbi interessi artistici (prima fra tutte Lalibela) e paesaggistici offerti dal Paese.

Storia: dalle origini alla guerra con l'Italia

Secondo una leggenda, che ricalca quelle analoghe giudaico-cristiano-musulmane, l'origine dell'Impero d'Etiopia risalirebbe a Menelik I, nato dall'incontro di Salomone con la regina etiopica Maqeda, più nota col nome di regina di Saba. Secondo i fatti storicamente accertati, l'origine dell'impero si riconnette al Regno di Aksum, la cui famiglia reale venne sterminata verso la fine del sec. X da una cosiddetta “regina ebraica” di nome Esato o Ghedit. Intorno al 1140 si affermò una nuova dinastia, non più di origine sudarabica ma appartenente alla popolazione cuscitica degli Agau, gli Zaguè, che trasportarono la capitale del regno da Aksum a Lalibelà, donde la loro famiglia era originaria. Dopo poco più di un secolo, intorno al 1270 un movimento capeggiato dai monaci dell'Amhara portò sul trono una nuova dinastia, nota come dinastia salomonide, il cui fondatore, Yekunno Amlak (1270-85), volle ricollegarsi all'antica leggenda della regina di Saba e quindi affermare un legame genealogico con re Salomone. Yekunno trasportò la capitale nello Scioa occidentale; il suo regno comprendeva Tigrè, Amhara, Lasta, Goggiam, Scioa, nei quali dominava il cristianesimo monofisita benché fossero presenti anche piccole comunità ebraiche (i cosiddetti Falascià), e piccoli emirati o sultanati musulmani; questi ultimi sotto il regno di Yagbea Syon, figlio e successore di Yekunno, cessarono di pagare tributo e si ribellarono. La guerra tra musulmani e cristiani, che si protrasse per quasi tre secoli, ebbe i momenti più salienti durante il regno di ʽAmda Syon I (soprannominato il Grande o anche Gabra Masqal, cioè servo della Croce), che regnò tra il 1314 e il 1344 e che sconfisse i sultanati di Ifāt e di Adal; di Yeshaq (1414-29), che uccise in battaglia il sultano di Ifāt (1415); di Zara Jakob (1434-68), che soffocò il tentativo di rivincita compiuto dai figli di detto sultano; e di Lebna Dengel (1508- 40), che si trovò a fronteggiare l'assalto in forze di un grande uomo d'arme: Aḥmad ibn Ibrāhīm, soprannominato dagli Abissini Grāñ (il Mancino), contro il quale solo l'intervento dei portoghesi, chiamati dal nuovo imperatore Claudio (1540-59), salvò l'Etiopia dall'essere completamente conquistata. La secolare lotta contro i musulmani rinsaldò lo spirito religioso e nazionale dell'Abissinia. L'abuna o vescovo d'Etiopia fu, col clero dipendente, il maggiore alleato dell'imperatore, che, nel 1312, essendo abuna Takla Hāimanō't (fondatore del convento di Debra Libanos), riservò un terzo delle terre coltivabili ai monasteri, mentre un altro terzo andava alla famiglia reale e il resto ai capi militari. Verso la fine del sec. XVI una minaccia esterna pose fine alle guerre tra cristiani e musulmani in Etiopia (l'ultima fu combattuta nel 1577); i galla avevano iniziato (1532) l'invasione delle province meridionali dell'Etiopia. Intanto, in conseguenza dei rapporti stabiliti nel corso della guerra contro il Mancino, era giunta in Abissinia (1557) una missione di gesuiti; un tentativo del negus Neghesti Susenyos (1607-32), convertito dai gesuiti, di imporre l'unione alla Chiesa di Roma ebbe un'immediata reazione: Susenyos fu costretto ad abdicare in favore del figlio Fasiladàs (1632-67), che cacciò i portoghesi, ristabilì la religione monofisita e trasferì la capitale a Gondar. Dopo un periodo d'isolamento, che durò circa due secoli e durante il quale l'ultimo grande negus fu Iyāsu I (1682-1706), l'Impero etiopico praticamente si sfasciò e il controllo passò nelle mani dei capi Galla. Teodoro II, infine, salito al trono nel 1855, ristabilì l'unità dell'impero, riportando ai suoi ordini, tra i vari capi, quello dello Scioa, il cui figlio (il futuro Menelik II) portò con sé come ostaggio. A Teodoro, rimasto famoso per aver sostenuto una guerra disastrosa con l'Inghilterra, succedette Giovanni IV (1871-89), con il quale l'Italia entrò in contatto a seguito dell'occupazione di Assab (1869) e di Massaua (1885) mentre nel frattempo la spedizione Antinori era già entrata in contatto (1876) con Menelik II, negus dello Scioa. Quest'ultimo nel 1889, alla morte di Giovanni IV, doveva salire al trono in Etiopia: con lui il 2 maggio 1889 il conte P. Antonelli firmò, a conclusione di trattative iniziate già l'anno precedente, il Trattato di Uccialli. Successivamente, da un'interpretazione estensiva data da Crispi a un articolo del trattato, doveva derivare una tensione di rapporti e quindi la guerra tra l'Italia e l'Etiopia. Dopo la sconfitta dell'Italia, l'Etiopia, riconosciuta come Stato sovrano e indipendente dalle maggiori potenze europee, iniziò una nuova era di lenta evoluzione interna, costituendo tuttavia ancora l'oggetto delle ambizioni di Gran Bretagna, Francia e Italia, che nel 1906 firmarono un accordo di eventuale spartizione del suo territorio, rimasto poi inoperante.

Storia: dalla prima guerra mondiale alla fine dell'Impero etiope

A Menelik succedette Iyāsu, un nipote da lui designato, la cui politica in favore dell'elemento musulmano etiopico, della Turchia e degli Imperi centrali durante la prima guerra mondiale provocò una rivoluzione (1916); in seguito a essa, Iyāsu fu deposto; Zauditù, una delle figlie di Menelik, fu riconosciuta imperatrice e Tafari, figlio di ras Makonnen, venne considerato erede al trono. Nel 1923 l'Etiopia fu ammessa alla Società delle Nazioni, iniziando un'attiva politica di relazioni con i principali Stati europei, in particolare con l'Italia (Trattato di amicizia del 2 agosto 1928). Nominato “vicario plenipotenziario dell'Impero” nel 1928, ras Tafari, alla morte di Zauditù (1930), fu proclamato imperatore d'Etiopia col nome di Ḥāylasellāsē I. Il 3 ottobre 1935 l'Italia, nell'intento di crearsi un impero, dichiarava guerra all'Etiopia (seconda guerra italo-etiopica) e il 9 maggio 1936 proclamava la propria sovranità sull'Etiopia che venne così a costituire la colonia dell'Africa Orientale Italiana. Dopo cinque anni di dominio italiano , durante la seconda guerra mondiale, truppe inglesi riconquistarono l'Etiopia dove il 5 maggio 1941 fece ritorno l'imperatore Ḥāylasellāsē I, che cercò, con un abile gioco di equilibri, sia in campo internazionale sia all'interno, di risolvere i gravi problemi del Paese. Pur avendo concesso nel 1955 una nuova Costituzione che introduceva il suffragio universale, Ḥāylasellāsē mantenne un potere assolutistico e personale. Un tentativo di rivoluzione compiuto nel 1960 (quando l'imperatore era in visita ufficiale in Brasile) da un gruppo di ufficiali della guardia venne soffocato senza scalfire la posizione di Ḥāylasellāsē che tre anni dopo, coerentemente alla sua politica di equilibrio tra blocchi, promosse la costituzione dell'OUA (Organizzazione dell'Unità Africana), tentando nello stesso tempo di fare dell'Etiopia un modello africano di riformismo moderato. Il regime venne infine abbattuto da una rivolta militare (agosto-settembre 1974) e l'imperatore fu messo agli arresti.

Storia: dalla repubblica socialista a quella federale

Un comitato di coordinamento dei capi della rivolta militare (DERG) sostituì il vecchio potere imperiale fondando una Repubblica con connotazioni di tipo socialistico e nominando presidente il generale M. Andom. Ma l'assestamento del nuovo vertice politico sarebbe avvenuto solo nel febbraio 1977 con la destituzione di Taferi Banti (che aveva eliminato nel 1974 Andom) e l'avvento al potere del colonnello H. M. Menghistu. Il nuovo capo dello Stato si trovò a dover fronteggiare una situazione particolarmente grave: l'intensificarsi della resistenza armata eritrea aveva portato alla liberazione della maggior parte di quel territorio mentre nel luglio dello stesso anno del suo insediamento la Somalia aveva invaso l'Ogadèn. L'accentuazione del carattere socialista della Repubblica etiopica permise però a Menghistu di ottenere il favore dell'URSS, che abbandonò il vecchio alleato somalo e fornì all'Etiopia ingenti quantitativi di armi. Con i nuovi armamenti e l'aiuto di truppe cubane, Menghistu già nel febbraio del 1978 riconquisto l'Ogadèn e iniziò a riprendere il controllo dell'Eritrea. La vittoria sui somali e l'istituzione del “terrore rosso”, con le carcerazioni e l'eliminazione di migliaia di oppositori, permisero a Menghistu di rafforzare il suo potere e di dare all'Etiopia una certa stabilità. Lo smantellamento del vecchio regime feudale mostrò risultati contraddittori con indubbi miglioramenti sociali (sanità, istruzione, riforma agraria) di cui potevano usufruire particolarmente i ceti più poveri, mentre la situazione economica (aggravata da una pesante carestia negli anni Ottanta) rimase difficile con una produzione molto al di sotto delle aspettative; sul piano politico, il potere restò legato alla ristretta base militare. Rimaneva irrisolto il problema eritreo. Menghistu nel tentativo di allargare le basi sociali del suo potere costituì nel 1984 il Partito dei Lavoratori (WEB), di cui divenne segretario generale. Soppresso definitivamente il DERG nel 1987, il colonnello si fece eleggere capo della Repubblica Popolare con un mandato di 5 anni. Ma le difficoltà crescenti e gli stessi contraccolpi del rinnovamento iniziato da Gorbačëv in URSS, alleata dell'Etiopia, segnarono ormai un processo di irreversibile sfaldamento. La mai domata resistenza eritrea e degli altri movimenti guerriglieri era una spina nel fianco sempre più pericolosa anche per il disimpegno progressivo degli alleati sovietici e cubani. Né sarebbe servita, a contrastarla, l'utilizzazione delle truppe precedentemente ammassate al confine con la Somalia con la quale l'Etiopia aveva ripreso relazioni diplomatiche nel 1988. Nel 1989 Menghistu dovette anche fronteggiare un tentativo di colpo di stato militare, mentre la guerriglia eritrea e tigrina dispiegavano tutta la loro attività. Era troppo tardi, ormai, per i tentativi di conciliazione e di liberalizzazione dell'economia. Nemmeno le nuove armi fornite da Israele in cambio dell'espatrio degli ebrei etiopici (Falascià) furono sufficienti a rovesciare la situazione. Mentre il Fronte Popolare di Liberazione dell'Eritrea (FPLE) riusciva a espugnare gli ultimi capisaldi della regione, il Fronte Democratico Popolare Rivoluzionario (FDPRE), nato dall'unificazione del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (FPLT) con il Movimento Democratico Popolare (MDPE), con l'offensiva scatenata nel febbraio del 1991 avanzò verso la capitale. Il 21 maggio Menghistu fu costretto alla fuga e il 29 dello stesso mese il FDPRE entrò vittorioso ad Addis Abeba. Il 23 luglio 1991 Melles Zenawi, presidente del FDPRE, venne eletto presidente del Consiglio dei Rappresentanti, il Parlamento provvisorio, e divenne quindi automaticamente il capo dello Stato. Il rapporto di stretta collaborazione precedentemente instauratosi tra la formazione guerrigliera eritrea e le formazioni etiopiche favorì anche la soluzione dell'annosa richiesta di indipendenza dell'Eritrea. Un accordo stabilì la separazione di fatto e l'indizione di un apposito referendum per il 1993, mentre all'Etiopia venne garantito uno sbocco nel Mar Rosso (dichiarazione di Assab e Massaua come porti franchi). Quando, dunque, gli eritrei votarono a stragrande maggioranza per l'indipendenza, Melles Zenawi si affrettò a riconoscere il nuovo Stato eritreo (maggio 1993). Il difficile cammino della costruzione della nuova Etiopia proseguì con le elezioni indette per la formazione di un'Assemblea Costituente (giugno 1994), vinte largamente dal FDPRE anche perché i maggiori partiti di opposizione boicottarono la consultazione. Nel 1995 fu proclamata la Repubblica federale popolare di Etiopia e il nuovo Parlamento elesse capo dello Stato Negaso Gidada, membro dell'Organizzazione democratica del popolo Oromo, uno dei movimenti che contribuiva a formare l'EPRDF. Zenawi, già presidente ad interim, venne nominato primo ministro (1995). Ma segnali anche clamorosi, di insofferenza verso un potere ritenuto coercitivo e accusato di ricorrere sistematicamente all'arresto degli oppositori, vennero anche nel 1997 (febbraio) quando la maggioranza dei componenti della nazionale di calcio etiopica approfittò di una permanenza in Italia per richiedervi asilo politico. In politica estera l'Etiopia firmò un accordo economico doganale con l'Eritrea, mentre si deterioravano le relazioni con il Sudan. Con l'invasione del Tigrai da parte di truppe eritree, nel giugno 1998 si apriva un nuovo conflitto tra i due Paesi. La non completa accettazione da parte dei due Paesi dei negoziati proposti dall'OUA, nel febbraio del 1999, vide una violenta ripresa del conflitto sia sul fronte terrestre sia aereo, guerra che proseguì per tutto il 2000. Dopo due lunghi anni di violenti scontri armati, il 12 dicembre 2000 il premier etiopico Melles Zenawi e il presidente eritreo I. Afeworki sottoscrissero ad Algeri un accordo di pace, mettendo fine formalmente alla guerra tra i due Paesi. Sul confine fra i due stati in territorio eritreo venne creata, nel 2001, una fascia smilitarizzata sotto il controllo dell'ONU; contemporaneamente l'Etiopia rinunciò a ogni pretesa sul porto eritreo di Assab. empre nel 2001 venne eletto presidente Girma Wolde-Giorgis. Segnali del potere coercitivo e della repressione delle opposizioni si ebbero di nuovo con le elezioni del 2005 che videro la riconferma del EPRDF e il conseguente scoppio di disordini nella capitale. Continuavano i tentativi di ricerca di una soluzione per il confine fra Etiopia ed Eritrea ma la commissione internazionale incaricata di trovare un compromesso fra i due Stati nel 2007 chiudeva i lavori con un nulla di fatto. Con le elezioni legislative del 2010 il FDPRE confermava la sua maggioranza in parlamento, mentre i leader della coalizione di partiti dell'opposizione, denunciavano brogli e irregolarità.

Cultura: generalità

L'Etiopia (escludendo la breve parentesi in cui divenne colonia italiana), diversamente da altri Paesi africani, è riuscita nel corso dei secoli a mantenersi indipendente; per questo motivo conserva ancora oggi tante sue peculiarità. Gli elementi culturali che la caratterizzano sono per esempio il tipo di religione (la cristiana copta), la lingua e la scrittura (amharica), il calendario. Quasi certamente è la prima regione della Terra che ha visto muovere i primi passi all'uomo; qui, infatti, sono stati scoperti i più antichi resti di ominide, come la famosa Lucy, risalenti a più di 3,2 milioni di anni fa. L'impero amharico, insieme all'isolamento politico, storico e geografico gli hanno permesso di resistere in buona parte all'ondata islamica. Legata alle più antiche tradizioni è anche la danza (la più nota è la iskista), che ha una forte funzione sociale; ne esistono per ogni occasione e si eseguono ancora danze rituali per ringraziare la natura o in occasione di feste pubbliche. La musica popolare viene accompagnata da semplici strumenti a percussione e a fiato, mentre una forte connotazione emotiva ha quella sacra, che si può ascoltare nelle vecchie chiese. La letteratura popolare è ancora molto viva, e tanti racconti della tradizione vengono tramandati oralmente. Particolarmente originale è anche il teatro di lingua amharica; nella capitale esistono alcune compagnie stabili che portano in scena rappresentazioni moderne, caratterizzate da lunghi monologhi e dove il pubblico partecipa attivamente. I monumenti considerati patrimonio dell'umanità dall'UNESCO raccontano la lunga storia di questo Paese: fra questi, il sito paleontologico della bassa valle dell'Awash (inserito nel 1980), dove furono appunto trovati i resti di Lucy, le chiese rupestri di Lalibela, del sec. XIII (inserite nel 1978), o le straordinarie rovine della città del regno di Aksum, che vanno dal I al sec. XIII (inserite nel 2006).

Cultura: tradizioni

Presso tutti i gruppi etnici etiopici la religione, sia essa quella cristiana o quella musulmana, riveste una grande importanza e influenza fortemente la vita quotidiana, che viene scandita da preghiere e feste religiose. I copti celebrano il Natale il 7 gennaio; in questa occasione si usa giocare a gennà, una specie di hockey giocato su un campo senza limiti; il gugs, una sorta di polo, ma più violento, viene praticato in occasione di altre ricorrenze come il Capodanno, che cade l'11 settembre. La famiglia è il fulcro della vita; in genere si lascia quella d'origine solo al momento del matrimonio. In questa occasione la coppia va a vivere presso i genitori dello sposo e successivamente richiedono al villaggio un appezzamento di terra per costruire la casa. Elemento comune del Paese è la scarsità dell'insediamento sparso a favore del villaggio, che garantisce una minima sicurezza collettiva. Nelle zone forestali esso è posto al centro delle radure; in quelle steppiche prevale il villaggio ammassato, mentre nelle savane predomina il villaggio disperso, con capanne a contatto dei campi. Lungo i fiumi e le vie di comunicazione, i villaggi sorgono di preferenza presso i guadi o ai crocevia. Diversa è pure la forma delle abitazioni, anche se i tipi più noti si possono ridurre a tre, con prevalenza delle abitazioni cilindro-coniche. La capanna ad alveare è il tipo usato dalle più antiche popolazioni agricole. Nelle regioni settentrionali prevale la casa a pianta quadrata o rettangolare (hudmò), che consiste in un solo ambiente, suddiviso in due parti da una serie di vasi d'argilla; nella parte posteriore si trovano la cucina e il letto, in quella anteriore, il ripostiglio; non manca mai una veranda, nella quale si svolge gran parte dell'attività giornaliera della famiglia. Il tetto della casa è piano e ricoperto da frasche e terriccio. Procedendo verso S, dove le piogge sono copiose, il tipo di abitazione più diffuso fra gli agricoltori dell'altopiano e delle pianure diviene la capanna cilindrica a tetto conico, chiamata agdò o, con parola araba, tucul. La capanna è costituita da un unico ambiente circolare del diametro di 6-10 m, con pareti di tronchi d'albero e ramaglie, spesso intonacate con un impasto di fango e paglia tritata; il tetto, a tronco di cono, è sostenuto da un palo centrale ed è fatto di paletti, sui quali viene fermato uno strato di paglia; la capanna ha una sola apertura che serve da porta e da finestra. Altri tipi di abitazione sono l'abùr, costituito da un ampio recinto irregolarmente ovale, nel quale una fitta palizzata, inclinata verso l'interno, forma una grande capanna scoperchiata nel mezzo; la dasà, capanna conica di frasche senza sostegno centrale e con una piccola apertura triangolare; vi sono poi capanne a pianta rettangolare con tetto a doppio spiovente, comuni a in tutta la zona costiera. Nella Dancalia, infine, è frequente costruire capanne con foglie di palma dum, molto diffusa in queste zone, talvolta completate da stuoie. I pastori nomadi usano invece attendarsi utilizzando teli, stuoie, pelli e frasche quali ripari provvisori durante il loro lento peregrinare da una zona di pascolo all'altra. Il principale ingrediente della cucina etiopica è una sorta di focaccia sottile e morbida, piuttosto grande, detta injera; di solito viene portata in tavola arrotolata accanto al piatto oppure vi viene servito sopra il cibo. La carne sotto forma di stufato (wat) viene presentata in diversi modi: può essere manzo, agnello o capra, mai maiale, che è proibito sia dalla religione copta sia da quella musulmana. Le verdure sono poco utilizzate: si cucinano solitamente cavoli, patate, barbabietole e spinaci. Le spezie condiscono abbondantemente tutti i piatti. Le bevande più diffuse sono naturalmente il caffè, servito con una tipica cerimonia e, sui bassopiani abitati dai musulmani, il tè.

Cultura: letteratura

Le più antiche testimonianze della letteratura etiopica sono costituite da iscrizioni storiche dei re di Axum (soprattutto del re Ezānā, prima metà del sec. IV d. C.). L'antica lingua etiopica (geʽez) è usata solo nelle iscrizioni più recenti (dalla metà del sec. IV d. C. in poi) mentre le più remote sono in greco oppure in sudarabico. Con l'introduzione del cristianesimo in Etiopia da parte di monaci siriani (fine del sec. V) ha inizio una vera e propria letteratura in lingua geʽez. Vengono tradotti i testi base della Chiesa cristiana: i libri dell'Antico e del Nuovo Testamento, oltre un gran numero di apocrifi (Libro di Enoch, Libro dei Giubilei, Libro dell'Ascensione di Isaia, Apocalisse di Maria), importanti perché di alcuni di essi la letteratura etiopica ci ha conservato l'unico testo completo giunto fino a noi. Nello stesso periodo vengono tradotte opere fondamentali per il monachesimo, come la Vita di S. Antonio, la Vita di S. Paolo eremita, la Regola di S. Pacomio, fondatore del cenobismo. Dal sec. VII al XIII la letteratura etiopica subì una battuta d'arresto determinata da una situazione di crisi all'interno del Paese. Col ripristino della dinastia salomonide (ca. 1270) iniziò un periodo di fioritura artistica, il più interessante forse di tutta la storia letteraria etiopica. Opere di rilievo sono la Gloria dei re, a carattere storico-allegorico, apocalittico sull'origine della dinastia salomonide, la Storia delle guerre del negus ʽAmda Syon, dedicata alle vittorie del negus sui principi musulmani finitimi, il Libro dei misteri del cielo e della terra, di carattere iniziatico ed esoterico, la Storia di Alessandro, ispirata alla storia di Alessandro Magno dello Pseudo Callistene. Il sec. XV è dominato dalla forte personalità del negus Zara Jakob che dovette lottare contro gli intrighi della sua stessa corte e contro le eresie dei mikaeliti e degli stefaniti, mentre, all'esterno, riprendeva la lotta contro i musulmani. Sono di questo periodo vaste compilazioni antieretiche come il Libro della luce, il Libro della natività, attribuite a Zara ma certo redatte da ecclesiastici della corte. Si affermavano anche la poesia commemorativa e religiosa e la letteratura agiografica: importante è il Libro dei miracoli di Maria, traduzione dall'arabo di una collezione di racconti nata originariamente in Francia. Nel sec. XVI l'Etiopia subì le invasioni musulmana e galla: le Cronache reali, la Cronaca abbreviata, la Storia dei Galla sono un drammatico resoconto delle perdite e distruzioni di quelle guerre. Nello stesso tempo continuò l'opera di traduzione, soprattutto dall'arabo, di opere d'argomento religioso. All'abate Embakom di Debra Libanos si deve la traduzione del noto Libro di Barlaam e Giosafat già diffuso nelle varie lingue dei Paesi cristiani. Dalla seconda metà del sec. XVIII, per più di cento anni l'Etiopia attraversò un periodo di grande decadenza politica ed economica che si rifletté, naturalmente, sulla cultura e solo con Teodoro II ebbe inizio il risveglio letterario. La letteratura in geʽez, ferma su schemi tradizionali, cedette definitivamente il passo alla letteratura in amharico (Cronache reali, che raccontano la storia di Teodoro II; Cronaca dello Scioa). Con il sec. XX ha avuto inizio la moderna letteratura in amharico, che trova i suoi maggiori rappresentanti in Gabre Yesus Afework (1868-1945) e in Heruy Wolda Sellāsè (ca. 1878-1939). Afework, autore di una vita di Menelik II e del primo romanzo etiopico (Fantasia), ha saputo fondere la ricca tradizione della sua terra con gli apporti della cultura europea. La letteratura in geʽez è confinata a una imitazione di scuola mentre si ha una vivace produzione in amharico, influenzata dall'occidente europeo, ma ispirata anche a un ripensamento della tradizione in termini moderni e a una presa di coscienza nazionale. Gli scrittori della seconda metà del Novecento sono molto legati ai temi della moralità e del patriottismo; con la salita al trono del re selassie fu dato un forte impulso alla letteratura amharica. Tra gli scrittori più noti di questo periodo si possono citare Makonnen Endalkachew (1890-1963), autore di romanzi e opere teatrali allegoriche, Kebede Mikael (biografo e commediografo e Tekle Tsodeq Makuria (romanziere). Negli anni Sessanta appare una letteratura realistica, orientata verso l'analisi di conflitti psicologici e una problematica politico-sociale. Si sono imposti scrittori di talento, come i romanzieri Zerihun Berhanu (n. 1933) e Asfa Wesen Asres (n. 1936), i narratori L. Taddes e Nemo Beka, il commediografo Menghistu Lemma (1925-1988). Si è sviluppata anche una letteratura in lingua inglese, rappresentata, fra gli altri, dal drammaturgo Tsegaye Gabre-Medhin (1936-2006), che si distingue per la potenza delle immagini e la bellezza del linguaggio, dal romanziere Ashenafi Kebede (1938-1998), dallo storico Zewde Gabre-Sellassie (n. 1926) e dal poeta Solomon Deressa, i cui versi superano gli orizzonti nazionali per esprimere l'uomo universale. Una delle figure contemporanee più interessanti è senza dubbio Martha Nassibou (n. 1931), vissuta in Italia e poi in Francia, che nel suo libro Memorie di una principessa etiope (2005) descrive la sua infanzia in Etiopia e la sua giovinezza in Italia durante il periodo fascista.

Cultura: arte

L'architettura del periodo cosiddetto “paleoetiopico” (ultimi secoli prima di Cristo-sec. VII d. C.) è caratterizzata da costruzioni massicce la cui funzione non è ancora stata chiarita (religiosa, civile o funebre), sorgenti su un alto podio (ca. 5 m) di blocchi di calcare con gradinata d'accesso. Nulla rimane delle pareti in elevazione, costruite con la tecnica tipicamente etiopica (documentata dalla decorazione della stele) che alternava fasce in muratura con traverse orizzontali di legno (solo il “tempio sudarabico” di Yehà, del sec. V d. C., si è conservato perché interamente in muratura). Rovine di edifici di questo periodo, raggruppabili in tre tipi fondamentali per pianta, orientamento e disposizione degli ingressi, si trovano ad Aksum, Debarwa, Tokhondà, Adulis, Agulà, Qohaitò ecc. Nel campo della scultura figurata rare sono le statuette a tutto tondo (piccole sfingi, figure umane sedute, animali in pietra e in bronzo), più comuni i bassorilievi (leone e leonessa scolpiti sulla roccia presso Aksum); ricca la scultura architettonica (colonne, capitelli, fregi, obelischi). Nel periodo cosiddetto medievale (sec. VI-XVI) si sviluppò un'arte cristiana schiettamente etiopica. In seguito all'espansione musulmana il centro politico e culturale si spostò da Aksum verso S, prima nel Lasta poi nel Sawa. Le forme più caratteristiche dell'architettura di tale periodo sono le chiese monolitiche ipogee del Lasta, con archi a tutto sesto, volte a botte, cupolette, decorazioni a stucco e a fresco (chiese di Lalibela, vedi Amhara). Allo stesso periodo risalgono anche chiese rettangolari in muratura con pareti a fasce alternate di pietra e legno (chiesa del convento di Debra Damo nell'Agamè, ca. sec. VI-X). Un terzo tipo è rappresentato dalle chiese, pure rettangolari e in muratura ma senza fasce alterne, dell'Etiopia settentrionale (nuova chiesa di Syon ad Aksum; Endà Giyorgìs a Feremena; chiesa di Asmara). Per quanto concerne la scultura del periodo medievale si conservano soltanto bassorilievi, soprattutto su pietra (facciata di Maryàm a Lalibela; Deposizione e nove Santi nella chiesa di Golgotà; Evangelisti del tabernacolo nella cripta di Sellassiè, sempre a Lalibela), ma anche su legno, come le 33 formelle con decorazioni zoomorfe e geometriche del soffitto a cassettoni nell'antivestibolo di Debra Damo. La produzione pittorica, che inizia in epoca cristiana, comprende sia dipinti ornamentali sia grandi figurazioni di soggetto sacro, per lo più a fresco. Rare le icone dipinte a tempera su legno, mentre nel campo della pittura parietale va ricordata la tecnica della tempera su tela incollata alle pareti. Più tarda, ma assai raffinata, è la tradizione della miniatura. I manoscritti più antichi (sec. XIV) riflettono l'influenza asiatica (siro-mesopotamico-armena) nell'iconografia e quella copta nell'ornamentazione. Etiopico è invece lo stile e, dopo il sec. XV, anche i tipi e gli ambienti. Buon livello raggiunsero la ceramica, l'oreficeria e la lavorazione dei metalli (corone, oggetti liturgici, croci portatili, rilegature, ecc.), le monete coniate. Il periodo “moderno” dell'arte etiopica, che si fa iniziare nel sec. XVI, corrisponde alla progressiva decadenza e alla penetrazione, sia pure in aree e in periodi ristretti, dell'influenza europea (soprattutto portoghese nel secondo Cinquecento e nel primo Seicento attraverso i gesuiti). Le invasioni dei Galla, provenienti da S, determinarono un nuovo spostamento della capitale verso N, a Gondar. Le costruzioni di questo periodo (caratteristici i castelli probabilmente portoghesi di Gondar ) sono per lo più di esecuzione straniera e presentano caratteri europei o europei-orientali (chiesa a due piani di Martùla Maryàm nel Goggiam). L'influenza europea divenne determinante a partire dalla fine del sec. XIX; dopo il 1936 le maggiori città ricevettero piani regolatori a opera di architetti italiani. Assai gravi sono stati i danni subiti dal patrimonio artistico durante l'ultima guerra mondiale.

Bibliografia

Per la geografia

V. Lissicine, The Climate of Ethiopia, Addis Abeba, 1961; J. Gallais, Une géographie politique de l'Èthiopie, Parigi, 1979; J. Poirier, Èthiopie, Parigi, 1985.

Per la storia

R. L. Hess, Ethiopia, Ithaca, 1970; C. F. Brown, Ethiopian Perspectives: A Bibliographical Guide to the History of Ethiopia, Londra, 1978; F. Halliday, M. Molyneaux, The Ethiopian Revolution, Londra, 1981; A. Aquarone, Dopo Adua, Roma, 1985.

Per l'etnologia

E. Cerulli, V. L. Grottanelli, Le popolazioni dell'Etiopia, da “L'Italia in Africa”, I, Roma, 1955; G. A. Lipsky, Ethiopia. Its Peoples, its Society, its Culture, New Haven, 1962.

Per la letteratura

E. Cerulli, Storia della letteratura etiopica, Milano, 1956; P. Huntsberger e altri, Highland Mosaic: A Critical Anthology of Ethiopian Literature in English, Atene, 1973; E. Ullendorff, The Ethiopians. An Introduction to Country and People, Londra, 1973; L. Bani, Letteratura ge'ez, Milano, 1982.

Per l'arte

L. Ricci, Ritrovamenti archeologici in Eritrea, Oriente moderno, 1956; J. Doresse, Découvertes en Ethiopie et découverte de l'Ethiopie, Leida, 1957; G. Rossi, Studi di protostoria etiopica, Roma, 1979.

Per il folclore

S. R. Pankhurst, Ethiopia and Eritrea, Woodford Green, 1953; M. Zendler, Costumi nuziali in Somalia ed Etiopia, Milano, 1981.

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