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imperatóre

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Lessico

(ant. e lett. imperadóre), sm. (f. -trice) [sec. XIII; dal latino imperātor-ōris].

1) Il capo dello Stato romano da Augusto in poi. Il f. indica sia la donna investita del potere imperiale sia la moglie dell'imperatore. Per estensione, chi è a capo di un impero.

2) Nel gioco dei tarocchi, nome, sia al m. sia al f., di uno dei trionfi.

Cenni storici

Nell'antica Roma titolo di chi ricopriva un'alta carica, poi limitato al campo militare e dato per acclamazione al comandante vittorioso, che posto dopo il nome indicava il numero delle volte che era stato ricevuto. L'ebbe per primo forse Scipione l'Africano, Pompeo se ne fregiò undici volte, Cesare l'ottenne a vita. Ottaviano lo prese come prenome e con Vespasiano iniziò a indicare il capo dell'Impero romano. Quale primo (princeps) dei magistrati l'imperatore riuniva in sé gli attributi delle magistrature repubblicane: così l'imperium proconsulare gli dava il comando assoluto delle truppe, la tribunicia potestas l'inviolabilità della persona e il diritto d'intercessione contro i senatoconsulti e le leggi, il pontificato massimo la guida della vita religiosa; aveva cioè poteri molto ampi e senza limiti di durata e di collegialità. Governava l'Italia e le province pacificate in una specie di diarchia con il Senato, ma di fatto aveva autorità su tutta l'amministrazione di ogni parte dell'Impero. Influssi orientali e il cedimento delle strutture tradizionali fecero dell'imperatore un despota assoluto, oggetto di culto. Diocleziano cercò di stabilire un modulo costante di successione (tetrarchia) e Costantino ne portò le caratteristiche nell'ambito del cristianesimo. Dopo Teodosio (395) l'Impero si divise: una parte durò a Bisanzio con forme greco-orientali sino al 1453, l'altra, dopo la deposizione di Romolo Augustolo (476), si dissolse nei regni romano-barbarici. Il titolo imperiale venne ripreso da Carlo Magno (800) e Ottone I unì il rinnovato Sacro Romano Impero alla corona di Germania e Italia (962). Attraverso varie dinastie (case di Sassonia, Franconia, Svevia) si stabilì la consuetudine che l'imperatore eletto in Germania portasse il titolo di re dei Romani sino alla consacrazione da parte del papa, conseguendo allora la pienezza dei poteri. Nel mondo cristiano medievale l'autorità dell'imperatore era, in varia forma, universale, con interventi anche nella vita religiosa, e più volte si scontrò con quella del papa (lotta delle investiture). Con l'evoluzione delle monarchie nazionali la supremazia dell'imperatore si andò restringendo all'area germanica (sec. XIII-XV) e Carlo IV (Bolla d'oro, 1356) ne affidò l'elezione a quattro principi e a tre arcivescovi tedeschi. Tranne i brevi periodi degli imperatori delle case di Nassau, Lussemburgo, Baviera, il titolo finì per rimanere agli Asburgo, fondandosi sui domini ereditari di casa d'Austria (sec. XV-XVIII). L'idea di una certa continuità del Sacro Romano Impero durò sino alla Rivoluzione francese e a Napoleone, che nel ricordo dei valori militari dell'Impero romano si proclamò imperatore dei Francesi, costringendo Francesco II ad assumere il titolo di imperatore d'Austria (1806). Come titolo di maggior rilievo era già stato usato, in precedenza, per indicare i sovrani della Cina e del Giappone e dal sec. XVIII lo zar delle Russie. Allo stesso modo fu assunto nel sec. XIX da Massimiliano d'Asburgo in Messico, da Pedro di Braganza in Brasile e da Guglielmo I di Prussia in Germania. In relazione ai possessi coloniali fu istituito per Vittoria in Inghilterra (imperatrice dell'India, 1877) e per Vittorio Emanuele III in Italia (imperatore d'Etiopia, 1936). È usato ancora per il sovrano del Giappone.