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nazióne

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Lessico

sf. [sec. XIV; dal latino natǐo -ōnis].

1) Ant. o lett., nascita; origine, stirpe: gente d'ogni nazione.

2) Insieme di persone che hanno origine, lingua e storia comuni e che sono coscienti di tale comunanza: la nazione germanica. Per estensione, l'organismo politico fondato su tale comunanza, Stato, governo: l'economia della nazione; l'insieme dei cittadini di uno Stato: un appello alla nazione.

Cenni storici

In senso generale è possibile far risalire fin all'antichità e al Medioevo alcuni tratti caratteristici del concetto di nazione (comunità di territorio, di lingua, di tradizioni, di religione ecc.). Il termine deriva infatti dal latino natio ed era utilizzato dai romani per indicare comunità di individui aventi uguale nascita ed origine, in riferimento però a tribù lontane e selvagge. Nel corso del Medioevo conservò il significato di distanza spaziale, mentre nel XVI secolo cominciò ad essere usato per designare il paese di nascita di gruppi specifici (ecclesiastici ai Concili cattolici, studenti stranieri nelle Università, mercanti residenti all'estero) ovvero per qualificare alcuni paesi o regni, ma in senso solo geografico e senza implicazioni ideologico-politiche. D'altra parte le più lontane radici delle nazioni possono essere fatte risalire all'etnia, giacché in entrambi i casi si tratta di comunità umane definite da un nome proprio collettivo, da una terra, da una lingua e da miti e memorie unificanti. Tuttavia, mentre la nazione è anzitutto una comunità territoriale resa omogenea da una cultura di massa, da un'unità economica, dall'esercizio della sovranità e da uguali doveri e diritti giuridici, le etnie non possiedono elementi culturali comuni ad altri gruppi, non esercitano necessariamente sovranità né hanno obbligatoriamente unità giuridica ed economica, e spesso non risiedono neppure in uno stesso territorio (come nel caso di quelle che hanno conosciuto la diaspora). Pertanto, benché talora sistemi politici antichi e medievali siano costituiti attorno ad etnie dominanti tanto in Oriente (antico Egitto, Persia sassanide, Giappone durante lo shogunato di Tokugawa) che in Occidente (Francia, Inghilterra e Spagna), almeno fino al XV secolo né le entità etno-linguistiche né i diversi regni avevano ancora, quantomeno in Europa, quel significato politico che intervenne con la fine dell'universalismo imperiale, il tramonto dell'ecumene cristiana, lo sgretolamento del feudalesimo e la conseguente nascita degli Stati nazionali attorno alla forza delle monarchie assolute incarnanti l'unità della nazione. In effetti una compiuta ideologia nazionale moderna si formò solo alla fine del XVIII secolo, durante la Rivoluzione francese (anche se anticipazioni vi furono nella rivoluzione indipendentistica olandese del Cinquecento e in quella puritana inglese del Seicento), quando, rotto il binomio sovrano-nazione, quest'ultima venne identificata con la sovranità del popolo (Terzo Stato) e tale identificazione fu rafforzata dalla necessità di difendere la patria rivoluzionaria minacciata dalle potenze europee. In questo senso il concetto moderno e contemporaneo di nazione si contraddistingue da quelli del passato per la sua politicità, sovrapponendosi in parte al popolo e allo Stato (una nazione è costituita da un popolo e tende ad avere uno Stato territoriale sovrano che ne assicuri l'autonomia), ma anche differenziandosene, giacché il popolo consiste nell'insieme dei cittadini sottoposti a leggi comuni e lo Stato è l'organizzazione politica formata dai tre elementi essenziali territorio-popolo-sovranità. In tale processo di differenziazione la nazione è venuta definendosi sempre più come complesso di individui uniti da vincoli biologici, storici, culturali e religiosi che possono o meno legarsi giuridicamente e politicamente ma che comunque storicamente tendono a farlo. Il passaggio all'idea di nazione così intesa è frutto del Romanticismo che rappresentò, sul terreno politico e culturale, la risposta alle tendenze razionalizzanti e cosmopolite dell'Illuminismo (l'individuo “cittadino del mondo”), volte a creare leggi valide per tutti i popoli e tutti i tempi. L'idea, già presente in Rousseau e Kant, che ciascuna nazione rappresenti un'individualità storica irripetibile, unitariamente espressa da una volontà collettiva, è stata poi sviluppata in due modi diversi. La cultura tedesca, dal protoromanticismo dello Sturm und Drang fino all'idealismo, ne accentuò i tratti etno-naturalistici, linguistici, mitologici, giungendo a considerare la Germania contrapposta e superiore alle altre nazioni, in particolare alla civiltà latina; tra fine Settecento e inizio dell'Ottocentodi questa concezione si fecero interpreti in diversa misura J. G. Fichte, J. G. Herder, F. Schlegel,C. F. Schiller. Per questa via, attraverso l'esaltazione dei legami di razza, si gettarono le premesse del nazionalismo e della conseguente rottura del nesso nazione-libertà ancora presente in G. W. F. Hegel, che pure considerò lo Stato tedesco manifestazione suprema dell'eticità in quanto tappa ultima di realizzazione dello Spirito. La cultura francese e quella italiana, invece, tesero a vedere nella nazione il risultato di un processo volontaristico scaturente dall'aggregazione di fedeltà individuali, dando maggior peso alla libertà come elemento costitutivo della nazionalità. Così lo storico francese J. E. Renan sostenne nel 1882 che la nazione non poteva essere definita in base alla razza, alla lingua, alla religione, alla geografia, ma solo come principio spirituale radicato nel passato e continuamente attualizzato dal consenso popolare (da cui la sua celebre metafora della nazione come “plebiscito di ogni giorno”). A sua volta G. Mazzini vide nelle nazioni l'espressione dell'identità d'intenti di un popolo, destinato a compiere una “missione” stabilita da Dio e la cui attuazione richiedeva la libertà di una Repubblica indipendente e unitaria in cui il popolo, pienamente padrone di sé,. avrebbe potuto farsi “profeta” di Dio e collaborare al più vasto piano di redenzione di tutta l'umanità. Questa idea volontaristica e liberale di nazione, affermatasi tra 1815 e 1870, per cui l'unità nazionale è un obbiettivo da raggiungere e conservare grazie al perenne riformularsi del consenso popolare, benché non esente da rischi di degenerazione nazionalistica (impliciti nel postulato mazziniano delle diverse missioni delle singole nazionalità o in quella del “primato” nazionale italiano sostenuta nel Risorgimento da Gioberti), venne così contrapponendosi a quella di matrice tedesca, divenuta egemone all'incirca dal 1870 ed incline invece a considerare l'unità politica nazionale solo come un risultato di un'originaria omogeneità naturalistica e linguistica condizionante la libertà individuale e collettiva in favore dello Stato. Diversa la vicenda dell'Inghilterra, dove l'idea di nazione venne progressivamente identificandosi, dal regno elisabettiano della seconda metà del '500 all'ottocentesca età vittoriana, con il concetto puritano di popolo “eletto” da Dio, poi con quello della missione imperiale e civilizzatrice realizzata dal dominio marittimo mondiale britannico e infine con i valori di libertà individuale ed economica celebrati dal costituzionalismo e dal liberoscambismo. E diversa altresì la storia degli Stati Uniti, dove prevalse un concetto pluralistico di nazione impiantato su una realtà multietnica e su una base statale federalistica. Nel corso del XX secolo, in particolare dopo la fine del primo conflitto mondiale, si registrò un grande sviluppo delle autonomie nazionali: la disgregazione dell'Impero austro-ungarico, la fine di quello ottomano, il crollo della Russia zarista e il ridimensionamento della Germania modificarono infatti la carta geopolitica europea con la nascita di Stati nuovi o radicalmente ridisegnati. Nello stesso tempo, però, buona parte delle classi dirigenti europee abbandonò l'obbiettivo di educare i popoli al patriottismo, come era accaduto nell'età liberale (quasi sempre ricorrendo ad apparati simbolici ed autocelebrativi analoghi a quelli della religione: nazione come “divinità”, inni nazionali, canti di guerra, bandiere come simboli sacri, cerimonie in onore dei caduti ecc.) e preferì rafforzare lo Stato dall'interno contro altri Stati o accrescerne la potenza mediante politiche espansionistiche. Ciò favorì la nascita di regimi totalitari come quello fascista e nazista, che si appropriarono del concetto di nazione esaltandone le valenze etniche, antiliberali ed imperialistiche, mentre altrettanto accadeva nella Russia stalinista, dove l'originaria ideologia internazionalisca del movimento comunista occidentale si capovolgeva nella dottrina del “socialismo in un solo paese” e in una politica di potenza. L'esasperazione nazionalistica, e la connessa volontà espansionistica della Germania, portarono alla seconda guerra mondiale, ma dopo il 1945, nel quadro della guerra fredda e del bipolarismo russo-americano, l'Europa occidentale, malgrado l'avvio di processi economici unitari (EURATOM, CEE), fu ricostruita ancora sulla base dello Stato nazionale, anche se in versione democratica. Un ruolo fondamentale in tal senso assolsero le politiche economiche delle singole nazioni miranti a evitare che si ripetessero quelle crisi di consenso che avevano aperto la strada ai totalitarismi tra le due guerre: essenziale fu quindi assicurare non solo i diritti politici, ma soprattutto certi livelli di reddito alle popolazioni mediante la piena occupazione, la regolamentazione pubblica dell'economia, il controllo del sistema bancario, la nazionalizzazione di settori produttivi strategici (energia, trasporti), la creazione di meccanismi previdenziali e di protezione assistenziale. Pertanto la piena restaurazione della nazione si affermò grazie all'allargamento della base sociale dello Stato che surrogò le vecchie retoriche patriottiche e unificò le nazioni attorno alla difesa degli interessi sociali da esse espressi, ricomposti nel quadro democratico-parlamentare. La costruzione del consenso perdeva così ogni possibile tratto totalitario per assumere il volto della rappresentanza di interessi. Contemporaneamente l'affermazione della nazionalità divenne in molti paesi già coloniali extraeuropei uno strumento di liberazione e di autodeterminazione almeno fino agli anni Novanta del XX secolo, quando il crollo del comunismo sovietico e la fine del sistema bipolare mondiale hanno fatto rinascere visioni etniche della nazione e movimenti di rivendicazione di identità nazionali prima soffocati o sommersi. Simili spinte appaiono spesso una reazione alla cosiddetta globalizzazione che tende ad omogeneizzare rapidamente culture, tradizioni, costumi, stili di vita, comportamenti, modelli di consumo diversi tra loro. I processi d'interdipendenza economica mondiale, la concentrazione del potere ai vertici della società e dell'economia transnazionale, il controllo delle comunicazioni di massa, il rapido sviluppo di organizzazioni sovranazionali economiche (WTO, FMI) e regionali (Unione Europea, NAFTA, ecc) hanno d'altra parte provocato una crisi dei tradizionali poteri sovrani degli Stati-nazione (ridimensionati fortemente nella gestione delle politiche economiche, di difesa ed estere) e alterato le loro configurazioni etniche, soprattutto per i massicci fenomeni di migrazione, dando luogo ad identità nazionali ibride e multiculturali.

Bibliografia

F. Chabod, L’idea di nazione, Bari 1961; A.D. Smith, Il revival etnico, Bologna 1984; idem, Le origini etniche delle nazioni, Bologna 1992; C. Tilly (a cura di), La formazione degli Stati nazionali nell’Europa occidentale, Bologna 1984; A. Giddens, The nations-State and violence, Cambridge 1985; H. K. Bhabha (a cura di), Nation and narration, London-New York 1990; E. Renan, Che cos’è una nazione e altri saggi, Roma 1993; H. Schulze, Aquile e leoni. Stato e nazione in Europa, Roma-Bari 1995; W. Connor, Etnonazionalismo: quando e perché emergono le nazioni, Bari 1995; R. De Felice, Fascismo, antifascismo, nazione; ricerche storiche, Roma 1996.