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Mónti, Vincènzo

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Biografia e primi lavori

Poeta italiano (Alfonsine, Ravenna, 1754-Milano 1828). Il maggiore rappresentante del classicismo italiano, vissuto durante la fioritura dell'Arcadia e la moda della poesia sepolcrale, notturna e ossianica, rispecchiò il carattere ambiguo e complesso di quel periodo letterario. Studiò nel seminario di Faenza e poi all'Università di Ferrara. Nel 1778 poté trasferirsi a Roma per i buoni uffici del cardinale legato Scipione Borghese e ottenne in breve fama di poeta, mantenendosi sulla scia del Metastasio. Nel 1776, già accademico dell'Arcadia a 19 anni, si era fatto conoscere con La visione di Ezechiello e con altre composizioni scritte su commissione. A Roma scrisse la Prosopopea di Pericle in onore di Pio VI (1779), dimostrando già la sua perizia di coreografo barocco e neoclassico. Dopo l'inno biblico-ovidiano La bellezza dell'universo (1781), scritto per le nozze di Luigi Braschi e Costanza Falconieri, nipoti del papa, venne assunto come segretario del principe e ricevette il titolo di abate. In quel periodo s'innamorò, e nacquero Gli sciolti al principe Don Sigismondo Chigi e I pensieri d'amore (1783), “appassionata imitazione” di Goethe, del quale aveva letto il Werther in una traduzione francese.

Tra poesia e teatro

Nel 1784 pubblicò l'ode Al signor di Montgolfier per celebrare l'invenzione del pallone aerostatico; nel 1786 Bodoni gli stampò l'Aristodemo, una tragedia di ispirazione shakespeariana con l'innesto di motivi sepolcrali e ossianeschi che venne rappresentata a Roma e a Parma e che piacque a tutti, perfino a Goethe. Trovata la strada del teatro, Monti insistette con Galeotto Manfredi (1788) e con Caio Gracco che, finita nel 1800, venne rappresentata nel 1802 a Milano. Nel 1791 Monti sposò Teresa Pikler, scrisse enfatici sonetti (Sulla morte di Giuda), cantate teatrali, canzonette anacreontiche. Nel 1793 Nicolas-Jean-Hugon de Bassville, emissario della Repubblica francese, che cercava di diffondere le idee rivoluzionarie, venne linciato dai Romani e Monti scrisse la Bassvilliana, un poemetto contro i Francesi perturbatori della pace, col quale imitò Dante. Ebbe grande successo: 14 edizioni in sei mesi, le lodi di Manzoni quindicenne, di Alfieri, di Parini. Lo chiamarono “Dante redivivo”, “Dante ringiovanito” o “ringentilito”. Nel 1797 pubblicò la Musogonia, con la quale celebrò l'opera civilizzatrice delle Muse, che rimaneggiò l'anno prima di morire.

Da Milano a Parigi

Ma in quel 1797 i Francesi giunsero a Roma e Monti, che mostrava già da qualche anno la sua aspirazione alla libertà, accusò il pontefice di averlo costretto a scrivere la Bassvilliana e inaspettatamente fuggì al seguito del generale napoleonico Marmont, stabilendosi a Milano, capitale della Repubblica Cisalpina, dove, per farsi perdonare gli errori trascorsi, scrisse Il Fanatismo, La Superstizione e Il Pericolo, contro la tirannide papale; inoltre il poema “tutto repubblicano” in versi sciolti Il Prometeo che, dopo la pubblicazione del primo canto (1797), cambiate le cose nell'aprile del 1799 con le vittorie degli Austro-Russi, perse ogni contenuto politico. Monti fuggì a Parigi, dove, interpretando la stanchezza dell'opinione pubblica per gli eccessi rivoluzionari, cominciò a stendere la Mascheroniana (1800), simile per il disegno dantesco alle cantiche precedenti. Gli fu ispirata dalla morte dell'amico L. Mascheroni, ma in essa ebbe modo di celebrare anche Parini, Verri, Beccaria e Spallanzani. Inoltre tradusse, senza tuttavia pubblicarlo, il poema eroicomico di VoltaireLa Pucelle d'Orléans in eleganti, anche se arditi, versi di sapore ariostesco.

Poeta dello stato

Tornato in Italia dopo Marengo, scrisse la canzonetta Per la liberazione d'Italia (1801), una delle sue cose più felici. Le opere del periodo successivo (1801-05) sono frutto di una non disinteressata adulazione a Napoleone e gli procurarono la cattedra di eloquenza a Pavia, il titolo di poeta dello stato e di assessore alle Belle Arti “ne' loro rapporti colla letteratura”, nonché la carica onorifica di storiografo del Regno d'Italia. Nasceva, dopo l'abate e il cittadino, il Monti cavaliere del nuovo regno. Per l'incoronazione di Napoleone scrisse Il beneficio; dopo le vittorie sulla Prussia La spada di Federico II; con il Bardo della Selva Nera (1806) compì il tentativo di creare un'epica napoleonica, che ebbe la sua prosecuzione nelle liriche La Ierogamia di Creta (1810), per le nozze dell'imperatore con Maria Luisa, e Le Api Panacridi in Alvisopoli (1811), per la nascita del Re di Roma. Ma sempre l'attirava l'amore dei classici: già nel 1788 aveva cominciato la traduzione dell'Iliade e nel 1810 la portò a termine, lui che non conosceva il greco, valendosi di traduzioni latine e dei consigli degli esperti. Perfino Foscolo, che pure per polemica lo chiamò “traduttor de' traduttor d'Omero”, fu ricreato da quella lettura. Nel 1812 Monti venne nominato accademico della Crusca, cominciò a correggere il vocabolario e iniziò quella Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca che terminò molto più tardi, in polemica contro i pedanti e i fiorentini. Quando nel 1814 gli Austriaci tornarono a Milano, scrisse le cantate drammatiche Il mistico omaggio (1815) e Il ritorno di Astrea (1816), che furono rappresentate alla Scala, la seconda alla presenza dell'imperatore Francesco I, in omaggio al quale scrisse anche l'Invito a Pallade (1819).

Gli anni della solitudine

Nonostante tutto era sempre il “lume de' letterati”, il poeta “ornamento dell'italiana favella”. Gli ultimi anni furono caratterizzati da un'amara solitudine; Monti scriveva sempre meno, ma pare che la poesia e la fantasia si siano concentrate in queste ultime sue cose: nell'idillio Le nozze di Cadmo ed Ermione (1825), dove la sonorità montiana è più smorzata e più viva è la fantasia, nel Sermone sulla mitologia (1825), con cui Monti intervenne nella polemica antiromantica, propugnando un'arte rasserenatrice e neoclassica, nella Feroniade che, iniziata in onore di Pio VI per la bonifica delle Paludi Pontine nel 1784, fu pubblicata nel 1827, quando già il poeta era immobilizzato da un colpo apoplettico da circa un anno. Ancora lucido, scrisse Per l'onomastico della moglie (1826), che Momigliano ritiene il suo vero capolavoro. In realtà, la fantasia per eccellenza mitica di Monti aveva già trovato il suo culmine lirico nella traduzione dell'Iliade, dove l'oggetto del canto era la letteratura stessa. Se lo sfondo umano della poesia montiana è costituito da una vicenda incessante di esaltazioni e di ritrattazioni, di calcolati opportunismi e di clamorosi voltafaccia ideologici, la coerenza vera di Monti è infatti da ricercare in quel suo amore per la classicità che fa di lui il “poeta della letteratura” (Croce): incapace di sottrarsi al ritmo vorticoso di una realtà che non sa comprendere, Monti si rifugia nel mito e ne fa il suo mondo esclusivo. Freddo decoratore di belle forme in tante sue opere, nelle quali si rivela veramente, secondo il famoso giudizio di Leopardi, “poeta dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo”, Monti trova in Omero il calore delle passioni che a lui facevano difetto e raggiunge lo splendore della lingua e dello stile nella sua Iliade, ultimo fiore del sogno neoclassico.

C. Angelini, Notizie di Poeti, Firenze, 1944; G. De Robertis, Studi, Firenze, 1944; L. Fontana, I Classici italiani nella storia della critica, vol. II, Firenze, 1955; C. Muscetta, Vincenzo Monti, Milano, 1956; P. Treves, Lo studio dell'antichità classica nell'Ottocento, Milano-Napoli, 1962; I. De Luca, Tre poeti traduttori, Monti, Nievo, Ungaretti, Firenze, 1988.