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Ilìade

(greco Iliás-ádos). Poema greco attribuito dalla tradizione a Omero, composto su narrazioni epiche precedenti, rielaborate e raccolte da un poeta “ordinatore” intorno al sec. IX-VIII a. C. L'azione si svolge al decimo anno della guerra condotta dai Greci contro i Troiani per vendicare l'offesa fatta dal troiano Paride al re greco Menelao, col rapimento della moglie Elena. Movente è l'ira d'Achille (tema annunciato nel proemio) e il suo dissidio col capo degli Achei, Agamennone, che, costretto a riconsegnare la schiava Criseide al padre Crise, reclama in cambio Briseide, già assegnata come schiava ad Achille. Questi, sdegnato, si ritira dal combattimento (libro I) e le sorti della guerra volgono al peggio per i Greci privati del loro più grande eroe, tanto che Agamennone propone di levare l'assedio e tornare in patria. Ma la battaglia riprende per intervento di Ulisse (II) e continua con alterne vicende finché i duci achei decidono di mandare un'ambasceria ad Achille per indurlo a tornare sul campo; ma l'eroe è irremovibile (III-IX). Solo quando vede i Greci stremati sul punto di capitolare, acconsente che l'amico Patroclo scenda in campo vestito delle sue armi. Patroclo, scambiato per Achille, semina il terrore tra i Troiani, ma viene alla fine ucciso da Ettore (X-XVII). Il dolore per la morte dell'amico e il dovere di vendicarlo convincono Achille a riprendere il combattimento. Risollevate le sorti della battaglia (XVIII-XIX), egli si scontra in un duello decisivo con Ettore e lo uccide. Il cadavere dell'eroe troiano, legato al cocchio del vincitore, è trascinato nella polvere (XX-XXII). Il poema si conclude coi ludi funebri in onore di Patroclo e con la restituzione della salma di Ettore al padre Priamo, supplice alla tenda di Achille (XXIII-XXIV). Poema dell'eroismo guerriero, ricco di pathos e di sofferta e grandiosa umanità, unitario pur nella varietà e complessità degli episodi, l'Iliade ha goduto in ogni epoca di un'immensa fortuna. A Roma in età repubblicana, fu tradotta da Gneo Mazio e da Ninnio Crasso, in età giulio-claudia da Attio Labeone, da Polibio, liberto di Claudio, e dall'ignoto autore dell'Ilias Latina. All'Iliade si ispirarono poi Ennio, che disse d'avere in sé l'anima di Omero, e Virgilio. Il Medioevo conobbe Omero, e l'Iliade in particolare, attraverso gli scrittori latini e il compendio dell'Ilias Latina. In età umanistica la prima traduzione fu quella in prosa latina (ca. 1360) di Leonzio Pilato; versioni parziali fecero L. Bruni, L. Valla, A. Poliziano. Ai tempi della Querelle des anciens et des modernes ci fu chi antepose Virgilio a Omero, considerato poeta barbarico, ma Vico e il romanticismo ne confermarono l'importanza storica e letteraria. Sotto lo stimolo vichiano si ridestò l'interesse per i poemi omerici: Cesarotti fece una libera traduzione dell'Iliade (1786), V. Monti compose la versione più celebre e artisticamente più valida (1810) e Foscolo tradusse due frammenti (1807-21). Grande fortuna l'Iliade ebbe negli altri Paesi europei: in Inghilterra fu tradotta, tra gli altri, da A. Pope (1715-20); in Germania da L. Stolberg, J. Bodmer, H. Voss (fine del sec. XVIII-inizio del XIX); in Francia da Leconte de Lisle (1850). Tra le versioni moderne si ricorda quella in prosa di N. Festa.

Bibliografia

F. Arnaldi, La poesia dell'Iliade, Bologna, 1932; P. Mazon, Introduction à l'Iliade, Parigi, 1942; E. Howald, Der Dichter der Ilias, Zurigo, 1946; P. von der Mühll, Kritische Hypomneumata zur Ilias, Basilea, 1952; D. L. Page, History and the Homeric Iliad, Berkeley, 1959; W. Kullmann, Die Quellen der Ilias, Wiesbaden, 1960; K. Reinhardt, Die Ilias und ihr Dichter, Gottinga, 1961; C. R. Beye, The Iliad, the Odissey and the Epic Tradition, Garden City, 1966.