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Neróne

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Biografia

(latino Nero Claudíus Caesar Drusus Germanícus). Imperatore romano (Anzio 37-Roma 68). Figlio di Gneo Domizio Enobarbo e di Agrippina Minore, quindi discendente di Augusto, dopo un'adolescenza repressa, per le abili manovre della madre, venne adottato nel 50 dall'imperatore Claudio del quale sposò la figlia Ottavia. Tanto si adoperò Agrippina per lui presso Claudio che il figlio di questi, Britannico, fu escluso dalla successione. Morto nel 54 Claudio, avvelenato dalla stessa Agrippina, i pretoriani acclamarono Nerone, appena diciassettenne, imperatore e il Senato lo riconobbe come tale. Consigliato da Seneca, che la madre gli aveva dato come precettore, e da Burro, prefetto del pretorio, nei primi tempi Nerone improntò i suoi atti di governo a moderazione concedendo alleggerimenti fiscali, tenendosi fedele la guardia pretoriana con donativi, promuovendo controlli dell'operato dei governatori provinciali, usando mitezza verso tutti (quando firmò la prima condanna a morte disse che avrebbe preferito non saper scrivere). Indotto dai suoi consiglieri, allontanò gradualmente dalle cose di governo l'invadente madre, ma quando costei si volse a Britannico, Nerone lo fece uccidere nel 55, recuperando però subito il favore popolare, scosso dal delitto, con la costruzione di un immenso anfiteatro di legno, con generosi donativi, con provvedimenti amministrativi equi e ponderati (dimise per esempio l'intrigante liberto Pallante e fece condannare il delatore Suillio). Le vittorie di Corbulone in Armenia valsero anch'esse a rafforzare la sua posizione. Ma nel 59, per tagliar corto con gli intrighi di Agrippina, la fece assassinare. Esiliò poi Ottavia, che successivamente eliminò, e sposò Poppea. Morto nel 62 Burro e messo da parte Seneca, Nerone governò da allora con una politica personale, assecondato dalla stessa Poppea e dal nuovo prefetto Tigellino, dando libero sfogo alle sue inclinazioni artistiche: mirava con ciò a distogliere i Romani dai rozzi ludi gladiatori volgendoli invece a svaghi più umani con feste, spettacoli, agoni, nei quali si esibiva lui stesso come cantante o citaredo, obbligando quelli del seguito a fare altrettanto con scandalo dei tradizionalisti. Si venne così a creare uno stato di tensione tra lui e l'aristocrazia, che portò al ripristino della legge di lesa maestà. Per fortuna di Nerone sui confini vigilavano valorosi generali: Domizio Corbulone in Armenia dove i Parti furono indotti a patti, Svetonio Paolino in Britannia dove fu domata la regina Boudicca, e Vespasiano nella Giudea in rivolta. Del grande incendio divampato a Roma nel 64, per sviare i sospetti attizzati dalla propaganda avversaria, accusò autori i cristiani che, detestati dalla gente, furono oggetto della prima persecuzione. L'incendio offrì l'occasione a Nerone di intraprendere una grandiosa opera di ricostruzione della città sulla base di più razionali criteri urbanistici. Preso ormai da mania di grandezza, nella circostanza si costruì sull'Esquilino un immenso e sontuoso palazzo, la Domus Aurea. Le grandi spese che ne seguirono misero in difficoltà l'erario e Nerone fu costretto a svalutare il denaro e a promuovere processi per confiscare i patrimoni degli avversari. Sventata la congiura dei Pisoni nel 65, nella quale si trovarono implicati, tra gli altri, Seneca, Lucano, Trasea Peto, capo dell'opposizione senatoria, e Petronio, arbiter elegantiae, tutti giustiziati o suicidatisi, Nerone cercò di conservarsi l'appoggio dei ceti minuti con iniziative improntate a una sfacciata demagogia spettacolare. Morta Poppea (65), forse per un calcio da lui datole, e sposata Statilia Messalina, lasciato Elio, un liberto, al governo di Roma, si recò in Grecia dove partecipò a corse di carri e a concorsi di poesia: in quell'occasione proclamò la libertà dei Greci e progettò il taglio dell'istmo di Corinto. Rientrato nel 68, celebrò in Roma un grandioso trionfo apollineo ormai tutto preso, come già Caligola, da suggestioni dispotiche alla maniera orientale. Sospettoso di tutti, ordinò a Corbulone e ai due fratelli Scriboni, governatori della Germania, di uccidersi. E intanto una rivolta scoppiò in Gallia su iniziativa del legato Giulio Vindice. La rivolta fu domata, ma vi aderirono con i propri eserciti Galba in Spagna e Clodio Macro in Africa. In Roma l'opinione pubblica era ormai contro Nerone per i numerosi delitti e per le sue megalomanie esibizioniste: il suo filellenismo, anche se in lui l'amore per l'arte era sincero, aveva finito con l'urtare il sentimento nazionale romano. Tradito dal prefetto del pretorio Ninfidio, Nerone fu proclamato dal Senato nemico pubblico: costretto a rifugiarsi in una villa suburbana, vi si fece uccidere da Epafrodito, suo liberto, esclamando la famosa frase “quale artista perisce con me”. Sei mesi dopo era già rimpianto dal popolino e dai soldati, ma i cristiani lo considerarono l'Anticristo e in Oriente si credeva di averlo visto tre volte. Per una valutazione d'insieme su Nerone occorre tener presente la giovane età in cui assunse il potere, dopo un'adolescenza repressa, e l'inevitabile tendenza a forme di dispotismo e tirannia quando, non più guidato da esperti consiglieri, si trovò solo a reggere l'impero senza adeguata preparazione, in balia di cortigiani che ne esaltarono l'estro poetico e artistico come strumento irresistibile di governo. § Per antonomasia, il nome dell'imperatore è entrato nel linguaggio comune a indicare persona crudele, feroce.

Iconografia

L'effigie di Nerone è nota da monete e da ritratti plastici, non tutti, però, di sicura identificazione. Tipici appaiono il volto carnoso, la barba ricciuta che copre la gola e le guance, la pettinatura a ciocche ondulate. Tra i ritratti più noti sono quello giovanile dal Palatino (Roma, Museo Nazionale Romano) e quello in bronzo della Biblioteca Vaticana.

Spettacolo

In teatro è soprattutto il personaggio più compiuto e più inquietante della tragedia Britannicus (1669) di Jean Racine; ma è anche protagonista assoluto di molti altri testi che a lui s'intitolano, tra i quali un'anonima tragedia inglese del 1624, un fortunato copione in versi di Pietro Cossa del 1872, un poema drammatico di Arrigo Boito pubblicato nel 1901 e rappresentato postumo nel 1924 alla Scala con musica dello stesso autore, una devastante parodia di Ettore Petrolini rappresentata nel 1918 e tradotta in film da A. Blasetti nel 1930, e un'opera di Mascagni eseguita alla Scala nel 1935. Tra le opere successive si cita un Nerone è morto? (1968) dell'ungherese Miklós Hubay, rappresentato dallo Stabile di Torino nel 1974.