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abolizionismo

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Definizione

sm. [sec. XIX; dall'inglese abolitionism]. Movimento tendente ad abolire o modificare determinate situazioni sociali, quali la tratta degli schiavi, la schiavitù, il traffico della droga, la pena capitale, ecc. Storicamente il termine si riferisce particolarmente al movimento, sorto negli USA, rivolto alla soppressione della schiavitù e, impropriamente, a quello tendente all'abolizione del cosiddetto regime secco che vietava il commercio degli alcolici in tutto il territorio degli Stati Uniti (vedi proibizionismo).

Il movimento abolizionista

Ispirato da motivi religiosi ed etici, si sviluppò nei Paesi maggiormente coinvolti dal fenomeno della schiavitù, dapprima in Inghilterra e nelle sue colonie americane, poi in Francia, Spagna e Portogallo. Mentre l'abolizionismo, come repressione della tratta, riuscì, relativamente presto, a far presa sui governi, altrettanto non avvenne per la soppressione vera e propria della schiavitù, per il cui annientamento furono necessari anni di lotte. All'abolizionismo aderirono assai presto gli Stati nei quali gli schiavi costituivano una percentuale assai bassa rispetto al totale della popolazione. Tipico è il caso degli Stati Uniti: nella Nuova Inghilterra, dove furono liberati prima che altrove, gli schiavi rappresentavano il 5% ca. della popolazione totale, mentre nel Sud, dove furono liberati dalle armi nordiste, tale proporzione saliva fino al 70%. L'abolizionismo, come denuncia della tratta, ottenne in Inghilterra il suo primo successo con la sentenza del 1772 del giudice Sharp, relativa al caso Somerset, con la quale veniva affermato il principio per cui uno schiavo sarebbe diventato libero non appena avesse posto piede sul suolo delle isole britanniche. La causa dell'abolizionismo fu sostenuta con particolare vigore dai Quaccheri, che nel 1783 fondarono in Inghilterra la prima associazione abolizionistica (Abolition Society), mentre i loro confratelli d'oltre Atlantico decidevano di escludere dal proprio seno quanti fossero coinvolti nella tratta (1774) o non avessero liberato i propri schiavi (1776). I primi risultati concreti si ebbero nelle colonie nordamericane. Sia per motivi morali, sia per la loro struttura economica, le colonie e gli Stati della Nuova Inghilterra, a cominciare dal Rhode Island (1774), abolirono prima del 1800 la schiavitù, che continuò invece a essere praticata negli Stati del Sud fino alla guerra di Secessione. In Inghilterra la lotta sostenuta da W. Wilberforce ai Comuni portò nel 1807 all'approvazione della legge che proibiva la tratta dai porti sotto il dominio britannico; nello stesso anno gli Stati Uniti vietarono l'importazione di schiavi dall'Africa, mentre la Danimarca, che pure aveva un fiorente traffico nell'Africa occidentale, vi aveva già provveduto fin dal 1792. In Francia, l'abolizione della schiavitù predicata da Raynal e Gregoire fu decretata dalla Rivoluzione. La schiavitù fu poi reintrodotta da Napoleone I, il quale l'abolì nuovamente durante i Cento Giorni. Sul piano internazionale il divieto della tratta fu sancito dal Congresso di Vienna (1815), che ne lasciò la determinazione temporale ai singoli Stati. Vi aderirono così il Portogallo, la Spagna, l'Olanda e i nuovi Stati indipendenti dell'America Latina, mentre la marina inglese svolgeva compiti di polizia. Verso la metà del sec. XIX il traffico di schiavi poté dirsi stroncato. Tutto ciò però non significava ancora l'emancipazione degli schiavi. Anche in questo caso, e sempre sotto lo stimolo di Wilberforce, fu l'Inghilterra a dare l'esempio con una legge del 1833 che prevedeva l'indennizzo dei proprietari espropriati. Nell'America Latina le leggi emancipatorie emanate all'atto dell'indipendenza, sotto la spinta di personalità quali Bolívar, San Martín, Morelos e Hidalgo, subirono negli anni successivi e in diversi Paesi (Uruguay, Colombia, Perú, Venezuela) alterne fortune: furono infatti abrogate o sottoposte a condizioni – quali la prestazione di un periodo di servizio militare – che in alcuni casi non vennero nemmeno soddisfatte. Nel Brasile la liberazione degli schiavi avvenne per iniziativa personale dell'imperatore Pedro II che, perduto per questo l'appoggio dei latifondisti, fu costretto poco dopo ad abdicare. A Cuba misure parziali di emancipazione furono decretate dalla Spagna, ma la soluzione definitiva del problema si ebbe solo dopo la guerra del 1895-98. Negli Stati Uniti, infine, l'abolizionismo sostenne, con la guerra di Secessione, la più aspra delle sue battaglie. Rinviando alla storia degli Stati Uniti per quanto riguarda le vicende politiche a essa connesse, basti qui accennare al movimento abolizionistico vero e proprio che agiva per motivi di principio ed ebbe tra i suoi apostoli B. Lundy (1789-1839), W. Garrison, W. Philipps, Ch. Summer, J. Brown, E. P. Lovejoy (gli ultimi due martiri della causa). Accanto a una vasta opera di informazione e propaganda (The Liberator di Garrison e La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe si possono iscrivere in questo filone), gli abolizionisti agirono anche sul piano pratico e politico a favore degli schiavi. Dell'estirpazione della schiavitù, praticata ancor oggi in alcuni Paesi orientali e africani, si occupano le Nazione Unite e un certo numero di organizzazioni internazionali non governative. L'opera di tali organismi tuttavia è ostacolata da una serie di fattori che vanno dall'omertà alla difesa di interessi costituiti, alla vergogna stessa che gli Stati in questione provano nell'ammettere l'esistenza di tale infamia sul loro territorio.