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Stati Uniti d'America

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(United States of America, USA). Stato dell'America Settentrionale (9.371.219 km²). Capitale: Washington. Divisione amministrativa: Stati (50), Distretto Federale (1). Popolazione: 316.128.839 ab. (stima 2013). Lingua: inglese (ufficiale), spagnolo. Religione: cattolici 25,1%, altri cristiani 18,2%, battisti 15,8%, non religiosi/atei 15%, ebrei 1,2%, anglicani 1,1%, musulmani 0,6%, buddhisti 0,5%, altri 6,7%. Unità monetaria: dollaro USA (100 centesimi). Indice di sviluppo umano: 0,914 (5° posto). Confini: Canada (N), oceano Atlantico (E), Golfo del Messico e Messico (S), oceano Pacifico (W). Membro di: ANZUS, APEC, DR-CAFTA, EBRD, NAFTA, NATO, OAS, OCSE, ONU, OSCE, osservatore Consiglio d'Europa, PC e WTO.

Generalità

Lo Stato occupa quasi la metà della superficie del subcontinente; politicamente include altre due vaste regioni, l'Alaska (estremità nordoccidentale del Canada, affacciata sul Mar Glaciale Artico) e l'arcipelago delle Hawaii. Il territorio continentale a S del confine canadese, segnato per gran parte convenzionalmente dal parallelo di 49º latitudine N, ha una duplice apertura oceanica; il confine con il Messico per un lungo tratto corrisponde al corso del Rio Grande. Anche la divisione degli Stati nell'interno della federazione si basa essenzialmente su confini geometrici, definiti in funzione delle necessità dei coloni e delle esigenze catastali. Dopo la fase espansiva intrapresa nel XIX secolo che portò all'acquisizione di nuovi territori e all'ammissione di nuovi stati membri, e la guerra civile americana, che si concluse con l'abolizione della schiavitù, con la guerra ispano-americana e la prima guerra mondiale, gli USA confermavano lo status del Paese come potenza militare. Ma è con la seconda guerra mondiale che si affermavano come superpotenza globale, status che mantenevano durante la guerra fredda e dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, anche forti della capacità di imporre la propria leadership a livello economico e culturale. Con il nuovo millennio, diversi erano i fattori che minacciavano di ostacolare la supremazia americana. Da una lato, la crescita delle economie dell'area asiatico-pacifica (Cina in testa), dall'altro, gli interventi armati in Iraq e Afghanistan conseguenza degli attentati terroristici dell'11 settembre 2001, che si erano rivelati molto pesanti sul piano dei costi umani e finanziari. Sul fronte interno, Barack Obama, primo presidente di origine afroamericana, dopo la rielezione del 2012 raggiungeva successi come l'approvazione di una riforma sanitaria che costituisce una svolta epocale per il sistema del welfare americano, mentre la ripresa economica sembrava consolidarsi dopo la peggiore recessione del dopoguerra, anche se una consistente fascia della popolazione viveva ancora sulla propria pelle le conseguenze della bolla speculativa che rovinava migliaia di famiglie. Permanevano problemi nel campo della politica estera, soprattutto nelle relazioni con i Paesi arabi, soprattutto dopo i cambiamenti del 2011. Nascevano nuove contraddizioni con i principali alleati degli USA nella regione, Arabia Saudita e Paesi del Golfo, che sostenevano attivamente i movimenti islamisti avversati dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali.

Lo Stato

In base alla Costituzione del 17 settembre 1787 – in seguito più volte integrata dagli emendamenti, l'ultimo dei quali risale al 1970 – gli USA sono una Repubblica federale di tipo presidenziale. Essa comprende il Distretto Federale, o District of Columbia, che è sede del governo federale, e 50 Stati, ciascuno dotato di un proprio governatore e di un'Assemblea legislativa (bicamerale, tranne il Nebraska che ha un organo monocamerale) elettiva; ciascuno degli Stati, dotato di una propria Costituzione, detiene ampi poteri interni (dall'istruzione alla giurisdizione civile e penale) mentre sono di competenza federale, tra l'altro, l'emissione della moneta, la difesa e la gestione degli affari esteri. Il potere legislativo degli USA spetta al Congresso, composto da due Camere, entrambe elette a suffragio universale: il Senato e la Camera dei Rappresentanti. Il Senato, che è presieduto dal vicepresidente degli USA, gode di un ampio mandato: responsabile della legiferazione in materia di politica estera ha inoltre competenza esclusiva per la ratifica dei trattati internazionali; spetta invece alla Camera dei Rappresentanti l'emanazione di leggi che impongono tributi. Il potere esecutivo è esercitato dal presidente degli Stati Uniti con l'ausilio di un gabinetto presidenziale, formato dai capi dei dipartimenti (ministeri), che sono da lui nominati e verso di lui responsabili. Il presidente è eletto ogni 4 anni, insieme al vicepresidente che lo sostituisce in caso di morte o di impedimento, da un'assemblea di “grandi elettori” che è a sua volta eletta – con il sistema maggioritario di lista – dal corpo elettorale, suddiviso in collegi che hanno la medesima estensione degli Stati e ognuno dei quali elegge un numero di grandi elettori eguale al numero dei senatori e dei rappresentanti ai quali gli Stati hanno diritto. Dotato di ampi poteri, il presidente ha anche l'iniziativa delle leggi e può esercitare su di esse il diritto di veto; deve riferire annualmente al Congresso sullo “stato dell'Unione”. Il presidente può essere rimosso dalla carica tramite la procedura dell'impeachment, per la quale è richiesto il voto della Camera, l'esecuzione di un processo nel Senato e il voto favorevole di quest'ultima assemblea a maggioranza dei due terzi. Egli nomina inoltre i giudici della Corte Suprema (9 membri a vita), l'organo giuridico di grado più elevato, cui compete decidere sui conflitti fra gli Stati e fra Stati e Federazione, nonché sulla costituzionalità delle leggi votate dal Congresso. La rimozione dei giudici è possibile mediante il voto a maggioranza dei tre quarti espresso dal Senato, dietro richiesta di impeachment formulata dalla Camera dei Rappresentanti. Il sistema giudiziario degli Stati Uniti, che si basa sulla Common Law britannica prevede inoltre, nei gradi inferiori, le Corti d'Appello e le Corti Distrettuali. Presenti anche tribunali speciali, come la Tax Court. Ciascuno Stato è inoltre dotato di sistemi specifici, con leggi organi e procedure proprie relativamente a tutto ciò che non è regolamentato dalla legislazione federale. La pena di morte è in vigore in 37 dei 50 Stati, ma nel 2005 la Corte Suprema ha abolito la pena capitale per i cittadini che abbiano commesso crimini prima dei 18 anni d'età. La difesa degli Stati Uniti è affidata alle armi tradizionali (esercito, marina e aviazione) cui si affianca una Guardia Costiera. La potenza del Paese, principale membro della NATO, è significativamente sottolineata non solo dal possesso di armi nucleari, ma anche dalla presenza di basi americane dislocate in diversi punti strategici sul pianeta e da programmi volti a intensificare la protezione nazionale, come la creazione di uno “scudo spaziale” (avviato nel 2002). Il servizio di leva si effettua a partire dai 18 anni d'età; la quota delle donne presenti nelle forze armate è molto elevata ed è superiore al 17%. Gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte Penale internazionale dell'Aja né considerano vincolanti le emanazioni della Corte Internazionale di Giustizia. Legata in passato alle istituzioni confessionali, e ispirata successivamente a modelli europei, l'istruzione è diventata gratuita all'inizio del XIX secolo anche se solo all'inizio del secolo successivo il sistema è stato organizzato secondo i diversi gradi della Elementary School o Grammar School, della Junior High School e della Senior High School. L'obbligatorietà scolastica dura 9 anni. La scuola elementare dura 6 anni; a essa fa seguito la Junior High School che ha una durata triennale e che costituisce una sorta di ponte tra la scuola elementare e la scuola secondaria. Anche la scuola medio-superiore si articola in tre corsi di diploma: preparazione al College, addestramento professionale, cultura generale. Immediatamente successivo alla scuola secondaria è dunque il College. Il termine designa l'istituto a durata quadriennale che conduce al titolo di Bachelor of Arts o di Bachelor of Science. Il termine “università” si applica invece a quegli istituti che, oltre ad avere un College non specializzato, offrono una pluralità di corsi professionali, o scuole di vario tipo, le Graduate Schools, corrispondenti all'incirca alle facoltà italiane, che conducono al conseguimento del Master’s Degree. Tali scuole prevedono, inoltre, corsi ulteriori che si concludono con il Doctor of Philosophy or Professional (Ph. D), corrispondente al titolo di dottorato. Esistono poi altri istituti come i Junior College, che ospitano giovani tra i 18 e i 20 anni e si collocano a metà strada tra il biennio universitario e l'istituto autonomo. Tra le sedi universitarie di maggior importanza si ricordano: le università di California (1868; con campus a Berkeley, Davis, Irvine, Los Angeles, San Francisco ecc.), la Stanford University (Stanford, 1885), del Colorado (Boulder, 1861), del Connecticut (Storrs, 1881), la Yale University (New Haven, 1701), della Florida (Gainesville, 1853), dell'Illinois (Urbana, 1867), la Northwestern University (Evanston, 1851), di Chicago (1857), la Purdue University (Lafayette, Indiana, 1874), dello Iowa (Ames, 1858), del Kansas (Lawrence, 1864), del Kentucky (Lexington, 1856), la Johns Hopkins University (Baltimora, Maryland, 1876), il Massachusetts Institute of Technology (Cambridge, 1861), la Harvard University (Cambridge, 1636), di Boston (1839), del Michigan (Ann Arbor, 1817), del Minnesota (Minneapolis, 1851), del Missouri (Columbia, 1839), del Nebraska (Lincoln, 1869), di New York (1831), la Princeton University (1746), la Columbia University (New York, 1754), la Cornell University (Ithaca, New York, 1865), della North Carolina (Chapel Hill, 1931), dell'Ohio (Columbus, 1870), la Case Western Reserve University (Cleveland, 1967), della Pennsylvania (Filadelfia, 1740), del Tennessee (Knoxville, 1794), del Texas (Austin, 1881), dello Stato di Washington (Seattle, 1861). Il tasso di analfabetismo è bassissimo (0,5%).

Territorio: morfologia. Le grandi unità regionali, il sistema degli Appalachi nella sezione orientale

Il territorio statunitense trae i suoi elementi fondamentali dai grandi complessi strutturali dell'America Settentrionale; generalmente orientati in senso meridiano, essi sono, da E a W, il sistema degli Appalachi (Appalachian Mountains), le Pianure Centrali, la cordigliera delle Montagne Rocciose (Rocky Mountains) con gli altopiani connessi e le catene costiere prospicienti l'oceano Pacifico. Questi elementi introducono varietà regionali abbastanza marcate, anche se in genere prive di brusche soluzioni di continuità; esse spiegano, con la diversità dei caratteri climatici, pedologici e vegetali, l'imporsi di differenti attività agricole e quindi anche, in certa misura, della stessa organizzazione territoriale, seppure questa dipenda in modo determinante dai grandi centri urbani. Tutta la sezione orientale degli USA è dominata dalla presenza degli Appalachi. La catena, che interessa anche il Canada, estendendosi da NE a SW per ca. 2500 km, larga in media 200-300 km, risale al Paleozoico (i processi orogenetici si verificarono, a intervalli, dall'Ordoviciano al Permiano) e raggiunge la massima altezza nel monte Mitchell (2037 m), nelle Blue Ridge Mountains. Pur molto spianati ed erosi, nella sezione meridionale gli Appalachi mostrano ancora la caratteristica struttura a pieghe, particolarmente evidenziata nella catena degli Allegheny e che morfologicamente si risolve in una successione di lunghe dorsali alternate a piatti e ampi fondivalle, tanto da costituire un motivo ripetuto che giustifica l'appellativo unitario di Great Valley, dato appunto a tale insieme vallivo. I fiumi che vi scorrono, con andamento in genere meandriforme, talvolta si aprono dei varchi (watergaps) per uscire dalla catena, tanto sul versante interno quanto su quello esterno. A N del grande solco segnato dal fiume Hudson il sistema appalachiano – che in tale sezione settentrionale ha genericamente il nome di Monti della Nuova Inghilterra mentre in quella meridionale spicca la catena degli Allegheny – perde la struttura a pieghe e si presenta come una successione di massicci e dorsali isolate tra i quali spiccano le Green Mountains e le White Mountains (monte Washington, 1917 m). I lineamenti orografici sono più confusi, tuttavia le valli sono in prevalenza orientate verso S; sono proprio queste valli che danno origine sulla costa agli ampi estuari (dell'Hudson, del Delaware ecc.) che hanno fatto la fortuna della facciata atlantica statunitense. Morfologicamente essi sono il risultato recente di una profonda ingressione marina; e difatti la piattaforma continentale è qui ampia e solcata da caratteristici canyon sottomarini che rappresentano la continuazione degli sbocchi fluviali. Geologicamente il rilievo appalachiano presenta strutture diverse, tra cui masse cristalline e scistose d'origine archeozoica, formazioni vulcaniche e sedimentarie paleozoiche. Queste ultime, nella sezione settentrionale degli Allegheny, racchiudono cospicui giacimenti carboniferi, fattore primario dell'affermazione industriale della regione. Per certi aspetti tutta l'area appalachiana può far pensare all'Europa dei massicci antichi (di cui infatti è geologicamente la continuazione) caratterizzata da profili montuosi maturi, senza asprezze, da transiti facili lungo le ampie vallate. Verso oriente il rilievo digrada in una fascia pedemontana, il Piedmont, costituita dai conoidi dei fiumi appalachiani che si sovrappongono a formazioni cenozoiche. Essa sovrasta la piana costiera alluvionale da cui è separata, lungo la cosiddetta Falls Line (linea delle cascate), da un “gradino” strutturale, che rappresenta il limite orografico orientale del sistema appalachiano e costringe i fiumi a bruschi salti. La piana costiera è notevolmente ampia a S del Capo Hatteras, dove accoglie aree paludose, dando origine a una morfologia di tipo lagunare. Ampie analogie si riscontrano con la penisola della Florida, protesa verso S per ca. 500 km a dividere le acque dell'oceano Atlantico da quelle del Golfo del Messico: si tratta di un antico tavolato, in massima parte ricoperto da terreni sedimentari calcarei che non hanno subito alcun perturbamento tettonico e che perciò danno origine a un territorio pianeggiante, situato a pochi metri sopra il livello del mare e quindi dal drenaggio difficile. Ciò spiega le zone paludose della Florida, specie nella sezione meridionale, dove si aprono ampi bacini lacustri (come il lago Okeechobee) e le aree anfibie conosciute come Everglades.

Territorio: morfologia. Le grandi unità regionali, le Pianure Centrali

Il corso del Mississippi e quello del suo grande affluente Missouri costituiscono l'asse del poderoso sistema di distese, per lo più pianeggianti, che si frappongono tra gli Appalachi e le Montagne Rocciose e che in genere sono definite globalmente come Interior Plains (Pianure Centrali). Bacino tettonico di dimensioni continentali (continua infatti esso pure nel Canada, spingendosi perciò dal Mar Glaciale Artico al Golfo del Messico), si può considerare come una grande sinclinale allungata in senso meridiano. Per restare nell'ambito degli USA, le alluvioni del Mississippi e dei suoi affluenti hanno ricoperto le formazioni sedimentarie, essenzialmente paleozoiche e mesozoiche, con un apporto di materiale detritico cospicuo: è un'immensa conca da cui emergono ai bordi gli altopiani che preludono agli Appalachi a E (Cumberland ecc.), alle Montagne Rocciose a W (Ozark, Ouachita ecc.). A loro volta, naturalmente, le Pianure Centrali comprendono varie sezioni. Tre sono le fondamentali ripartizioni. A N è il cosiddetto Bassopiano Centrale, esteso intorno ai Grandi Laghi fino a raggiungere i margini del sistema appalachiano a E, la valle del Missouri a W; costituisce un insieme di pianori ondulati che in parte poggia sopra lo scudo canadese, l'antichissimo zoccolo, archeozoico, dell'America Settentrionale, il quale però affiora solo in brevi tratti a S del lago Superiore (Lake Superior). Segue la gigantesca pianura alluvionale del Mississippi, che viene fatta generalmente iniziare dal punto in cui l'Ohio confluisce nel fiume e termina con l'ampia falcatura del Golfo del Messico; estrema porzione meridionale delle Interior Plains, la fascia costiera allinea terre basse, alluvionali, che riposano però sopra strati sedimentari più antichi (Mesozoico e Cenozoico) depositatisi durante le lunghe ingressioni del mare verso l'interno del continente. Infine a W, grosso modo delimitata dal corso del Missouri, dall'altopiano di Ozark e dal pedemonte delle Montagne Rocciose, è l'immensa regione delle Great Plains, le Grandi Pianure vere e proprie, estese in senso meridiano dal Messico all'Alaska ed elevate in media dai 700 ai 1200 m; già terra delle praterie sconfinate (le Prairies), sono destinate alla cerealicoltura e all'allevamento estensivi. Si comprende subito come la morfologia delle Pianure Centrali abbia aspetti assai vari da regione a regione. Essa assume tipici caratteri fluviali (depositi alluvionali più o meno recenti, aree di inondazione, meandri abbandonati ecc.) nella parte più depressa, meridionale, mentre nei pianori (Superior Upland) a W dei Grandi Laghi anche il Mississippi scorre talora tra sponde rocciose; paesaggio del tutto particolare, a calanchi, formano le Badlands del South Dakota (Dakota del Sud). Variano da S a N anche i suoli: a quelli alluvionali nella sezione meridionale succedono i suoli eolici nel tratto settentrionale; avvicinandosi al Canada compaiono le morfologie glaciali con i loro depositi morenici (tipici i drumlin).

Territorio: morfologia. Le grandi unità regionali, le caratteristiche geologiche delle Montagne Rocciose

Con le Montagne Rocciose inizia la sezione occidentale degli Stati Uniti. Si tratta di un sistema assai complesso, risultato di molteplici corrugamenti in una zona assai instabile della massa continentale nordamericana. Di tali ripetuti processi orogenetici, i più antichi risalenti al Paleozoico, particolarmente poderosi furono quelli, detti laramici, del tardo Cretaceo (Mesozoico), che si accompagnarono a un'intensa attività vulcanica: il Parco Nazionale di Yellowstone, tra i monti Absaroka e Teton, offre uno sbalorditivo “campionario” di manifestazioni vulcaniche tra cui particolarmente spettacolari sono i geyser. Ulteriori sollevamenti si ebbero nell'era cenozoica, caratterizzati però da irregolari sprofondamenti lungo gigantesche fratture, il che portò alla formazione di erti massicci, vasti bacini depressionari, ampi altopiani. In più punti emersero le antiche rocce cristalline, per il resto coperte da rocce sedimentarie: in specie straordinariamente potenti sono le stratificazioni del Mesozoico; grandiosi furono anche i fenomeni erosivi, fluviali ed eolici, mentre, soprattutto nella loro sezione settentrionale, le Montagne Rocciose mostrano chiare tracce del modellamento glaciale pleistocenico.

Territorio: morfologia. Le grandi unità regionali, le caratteristiche morfologiche delle Montagne Rocciose

La complessità del sistema fa sì che vi sia discordanza tra gli studiosi circa i limiti delle Montagne Rocciose; in genere si considera che si estendano dai monti Brooks (Alaska) sin verso i 35º latitudine N (New Mexico), con i monti Sangre de Cristo (secondo altri geografi si spingerebbero invece più a S, includendo i monti Sacramento); il grande sistema montuoso forma una bastionatura possente anche se non molto elevata – specie se è raffrontata alle catene andina e himalayana –, culminando a 4399 m nel monte Elbert (Colorado). Morfologicamente presenta una serie di catene, con andamento generale da N a S, in genere ben delineate ma a volte spezzate da interposti bacini; le catene per lo più mostrano un duplice allineamento, racchiudendo vasti altopiani sedimentari, tra cui notevolmente esteso quello del Wyoming, dominato da grandiose dorsali: monti Bitterroot, Bighorn, Teton, Wasatch, Front ecc. Sovrastando a E, spesso come autentico baluardo, le Pianure Centrali, le Montagne Rocciose si affacciano a W su una serie di altopiani, allungati dal Messico allo stretto di Bering, detti anche “intermontani” perché a loro volta chiusi a W dalla lunga serie di catene prospicienti il Pacifico; a N in taluni punti si restringono sino a 150-200 km (per esempio nella Columbia Britannica, Canada), là dove le Montagne Rocciose quasi si raccordano con le catene costiere, ma a S, specie nel Gran Bacino (Great Basin), si espandono sino a toccare, da E a W, gli 800-1000 km. I tre principali altopiani inclusi nel territorio statunitense sono quelli detti del Columbia e del Colorado, dal nome dei fiumi che li solcano, e il già menzionato Gran Bacino. La formazione di tali altopiani è legata essenzialmente, come quella delle Montagne Rocciose, all'orogenesi laramica: per questo taluni geografi li trattano congiuntamente includendoli nella globale “regione delle Montagne Rocciose”, con le quali, soprattutto l'altopiano del Colorado, mostrano in effetti rilevanti affinità. Di estremo interesse morfologico, le loro fondamentali caratteristiche fisiche sono il prodotto, in rapporto pressoché eguale, di imponenti fratture crustali, di intense manifestazioni vulcaniche e di una non meno possente attività erosiva, soprattutto fluviale ed eolica. Su un'antica base di rocce cristalline e metamorfiche, l'altopiano del Columbia, definito “mare di lava”, è interamente ricoperto da stratificazioni laviche, che talora raggiungono un migliaio di metri di spessore: ciò perché le pareti delle catene circostanti formarono una sorta di gigantesca diga che bloccò l'espansione territoriale delle effusioni magmatiche. L'altopiano del Colorado, esteso per ca. 325.000 km² e posto a un'altitudine media di 1800-3000 m, poggia anch'esso su un imbasamento di antiche rocce cristalline (gneiss, graniti ecc.); tuttavia la sua peculiarità consiste nella sovrastante poderosa sedimentazione, soprattutto di calcari e arenarie del Mesozoico, di perfetta orizzontalità, attestanti cioè un sollevamento compatto dell'intera regione. Tale innalzamento si verificò a partire dalla fine del Mesozoico, era nella quale il vasto territorio rimase continuamente sommerso dal mare, e si protrasse sino al Neozoico; con l'emersione degli strati si ebbe un'imponente attività erosiva, con manifestazioni particolarmente poderose a opera del fiume Colorado, che ha intagliato il celebre Grand Canyon: qui la crosta terrestre mostra un gigantesco squarcio lungo alcune centinaia di chilometri, profondo oltre 1000 m, nelle cui pareti appare la perfetta successione delle stratificazioni, resa più evidente dalla diversa colorazione (rossa, gialla, bianca, verdastra, bruna ecc.) degli strati. A W della sezione centromeridionale delle Montagne Rocciose, tra i 35º e i 45º latitudine N, si apre infine il Gran Bacino, regione dalla morfologia estremamente complessa, formata da una serie di catene inframmezzate da bacini, con andamento per lo più nella direzione meridiana, e che in più punti superano i 3000 m, sfiorando i 4000 m nei monti Snake (Wheeler Peak, 3982 m). Quanto ai bacini intermontani, taluni costituiscono depressioni tettoniche tra le più profonde del globo: qui la Valle della Morte (Death Valley) tocca i -86 m, minimo assoluto del continente americano. Chiusa agli influssi oceanici, la regione ha carattere essenzialmente desertico, con distese ciottolose e sabbiose (per esempio nel Gran Deserto Sabbioso, situato nella sezione settentrionale del Gran Bacino, tra la Catena delle Cascate e l'altopiano del Columbia) in cui sovente si affossano laghi salati, come il Gran Lago Salato (Great Salt Lake), ai piedi dei monti Wasatch.

Territorio: morfologia. Le grandi unità regionali, le catene costiere prospicienti l'oceano Pacifico

L'ultimo grande elemento strutturale del territorio statunitense è rappresentato dalle catene, d'era cenozoica, che in duplice allineamento, separato da una marcata depressione, dominano la facciata del Pacifico; sviluppate dall'Alaska al Messico, rappresentano forse l'elemento morfologico più straordinario dell'America Settentrionale, toccando tra l'altro nell'alaskano monte Denali (prima chiamato McKinley, 6194 m), la massima vetta del subcontinente e ospitandone gli unici vulcani ancora attivi. L'allineamento più interno, meglio marcato e più imponente, comprende in territorio statunitense a S la Sierra Nevada, a N la Catena delle Cascate (Cascade Range), che ne forma il proseguimento. In entrambe le catene si ha un imbasamento di rocce antiche, cristalline, sul quale però nella Catena delle Cascate si sono sovrapposti grandi apparati vulcanici d'origine cenozoica (che, nel monte Rainier, toccano i 4392 m) e ampie superfici laviche, mentre nella Sierra Nevada prevalgono le coperture sedimentarie del Paleozoico e del Mesozoico. Presentano verso E una scarpata in genere molto erta, soprattutto la Sierra Nevada, che con un salto improvviso strapiomba sulle superfici sabbiose del Gran Bacino: dal monte Whitney (4418 m, massima cima degli USA, Alaska esclusa) in soli 100 km di distanza si precipita alla ricordata depressione della Valle della Morte, con un balzo cioè di oltre 4500 metri. L'innalzamento delle due catene ha portato allo sprofondamento di una lunga fascia a W delle medesime e precisamente della valle percorsa dal fiume Willamette a N e di quella solcata dai fiumi Sacramento e San Joaquin a S: quest'ultima, più nota come Valle della California (o semplicemente la Valle, o The Valley), è una delle più caratteristiche e marcate depressioni tettoniche del mondo, chiusa tutt'attorno da elevate dorsali montuose e il cui unico accesso naturale è rappresentato dalla splendida baia di San Francisco. L'allineamento più esterno forma la vera e propria Catena Costiera (Coast Ranges), meno elevata, in particolare nella parte meridionale, mentre tocca i 2428 m nel monte Olympus presso il confine con il Canada; la catena domina, come dice il nome, direttamente la costa, determinandone la morfologia rocciosa ma non molto frastagliata, dato l'andamento stesso del rilievo: in pratica infatti la compattezza del litorale cede solo all'estuario del fiume Columbia, nell'estremo Nord, e alla citata magnifica rientranza di San Francisco, dovuta a un recente fenomeno di sommersione marina, essendo il mare riuscito a superare le modeste alture della Catena Costiera.

Territorio: idrografia

La rete idrografica degli USA è chiaramente organizzata secondo i lineamenti strutturali del vasto territorio: pertanto la prima fondamentale ripartizione distingue i tributari dell'Atlantico da quelli del Pacifico. La maggior parte del Paese, ca. i 2/3, riversa le sue acque all'Atlantico, in rapporto alla posizione, molto spostata verso W, delle Montagne Rocciose, su cui corre lo spartiacque che separa le due sezioni (Continental Divide). Un'ulteriore suddivisione si può fare, all'interno dei bacini atlantici, tra fiumi direttamente tributari dell'oceano e fiumi sfocianti nel Golfo del Messico. In questi ultimi rientra il principale fiume degli USA, il Mississippi, che drena tutta la vasta sezione compresa tra le Montagne Rocciose e gli Appalachi. Il bacino del Mississippi, comprendendo anche quello del Missouri, è di ca. 3.328.000 km² (3º del mondo) e include regioni molto varie dal punto di vista delle precipitazioni. L'alimentazione più ricca proviene dagli affluenti di sinistra, appalachiani, tra cui il ricco e placido Ohio; i tributari di destra, che si originano dalle Montagne Rocciose, hanno bacini complessivamente più estesi, particolarmente il Missouri (che più propriamente è il principale ramo sorgentifero del Mississippi), il cui bacino idrografico è di circa 1.400.000 km², ma dove minori sono le precipitazioni. Essi attraversano anzi aree semiaride soggette a forti erosioni e le loro acque giungono al Mississippi cariche di detriti, oltre che con regime molto irregolare; il Missouri tuttavia è controllato da un gigantesco sistema di dighe. Magre e piene del Mississippi sono assai sensibili: la sua portata alla foce, che mediamente è di 20.000 m3/s, sale in periodo di piena, all'inizio dell'estate, sino a 40.000 m3/s, per effetto delle precipitazioni primaverili che investono quasi tutto il suo bacino. Il fiume, che includendo il ramo sorgentifero Missouri-Red Rock si sviluppa per 5970 km, è navigabile sino alla città di Cairo, alla confluenza con l'Ohio, dove termina praticamente la vasta piana alluvionale inondabile (ai lati del corso fluviale, che in taluni punti si allarga sino a 2,5 km, ampie zone sono periodicamente inondate in quanto il fiume corre ormai su un letto pensile); rispetto al passato, la sua navigabilità si spinge molto più a monte e un canale lo congiunge ai Grandi Laghi. La funzione del Mississippi come via di comunicazione rimane importante, anche se non è più quella che ebbe all'epoca della conquista delle zone interne degli USA e che fu rimarchevole nonostante i limiti posti alla penetrazione dall'orientamento meridiano del fiume e dalla foce (il massimo apparato deltizio del mondo, in continuo avanzamento) in un'area relativamente “defilata” rispetto alle grandi correnti del traffico qual è il Golfo del Messico, cui tributano vari altri fiumi: l'Alabama a E del Mississippi, il Brazos e soprattutto il Rio Grande, al confine con il Messico, a W. La sezione del territorio statunitense che rientra nel bacino atlantico vero e proprio è drenata essenzialmente dal San Lorenzo (Saint Lawrence) e dai fiumi appalachiani, quelli del versante orientale, esterno, della catena (quelli interni in massima parte scendono al Mississippi tramite l'Ohio, come il Tennessee). Ricchi d'acqua, data la buona piovosità della regione, e con regime non eccessivamente irregolare, i fiumi appalachiani non hanno però in generale bacini estesi: sono essenzialmente fiumi di scarpata, dal corso breve, diretto dallo spartiacque montagnoso al mare. Il loro andamento è tendenzialmente normale alla costa ed è qui che si misura tutta la loro importanza, in quanto le foci a estuario, risultato di ingressioni marine recenti, costituiscono meravigliose e ben protette penetrazioni, adatte alla creazione dei porti. Da N a S i più importanti di tali estuari sono quello dell'Hudson, fiume che nasce dagli Adirondack, parzialmente navigabile e oggi collegato con canali ai Grandi Laghi, quello del Delaware e quello del Susquehanna (baia di Chesapeake), che attinge le acque molto all'interno della Great Valley. Più a S i fiumi sono privi di estuario, data l'esistenza della piana alluvionale costiera, raggiunta superando il salto che separa tale piana dal Piedmont: è la già ricordata Falls Line, lungo la quale è stata creata tutta una serie di centrali idroelettriche. Quanto al San Lorenzo, tale imponente fiume (3058 km di corso, 1.550.000 km² di bacino), pur non rientrando nel territorio degli USA, rappresenta una fondamentale via d'acqua direttamente inserita nel quadro geografico statunitense. Ciò perché esso collega l'Atlantico con i Grandi Laghi, elementi idrografici di primaria importanza degli USA (nonché del Canada cui appartengono per quasi la metà), ormai pienamente navigabili. I cinque grandi bacini – Superiore, Michigan, Huron, Erie, Ontario – che occupano antiche conche glaciali profonde qualche centinaio di metri, formano un unico spazio lacustre, il massimo d'acqua dolce del mondo (248.500 km²), grazie ai loro collegamenti naturali o artificiali; i dislivelli sono di lieve entità, se si esclude quello che separa il lago Erie (175 m) dal lago Ontario (75 m), per gran parte rappresentato dalle famose cascate del Niagara. Nella fascia a W del Continental Divide, regione tendenzialmente arida, l'idrografia è in parte esoreica e in parte endoreica. In quest'ultima rientra tutto il Gran Bacino, nel quale si aprono, diversi laghi salati, tra cui il Gran Lago Salato il più esteso degli USA (4144 km²), esclusi i Grandi Laghi. All'oceano Pacifico tributano due importanti fiumi, il Colorado e il Columbia, quest'ultimo con il suo grande affluente Snake. Il Colorado (2350 km di corso, 676.000 km² di bacino) attinge le sue acque dalle montagne che dominano la sezione centrosettentrionale dello stato omonimo, sfociando, dopo un corso prevalentemente da NE a SW, nel golfo di California; il Columbia, meno lungo (1954 km) ma con bacino più vasto (772.000 km²), si origina nella Columbia Britannica, in territorio canadese, ma interessa soprattutto gli USA, sfociando con un profondo estuario a valle di Portland (Oregon); i loro corsi si svolgono incassati in grandi canyon, come quello spettacolare, e già menzionato, del Colorado. Non navigabili, sono però utilizzati, mediante una poderosa serie di sbarramenti, per la produzione dell'energia elettrica e, specie il Colorado, per la fornitura di grandi quantitativi d'acqua alle zone semiaride della California meridionale. Il massimo fiume statunitense dopo il Mississippi-Missouri è però l'alaskano Yukon (2897 km di corso; 855.000 km² di bacino), che attraversa da NE a SW tutto lo Stato, sfociando nel Mare di Bering (oceano Pacifico); è però scarsamente navigabile perché gelato per buona parte dell'anno e in genere di modesto interesse in quanto riguarda una zona semidisabitata. Limitati sviluppi hanno naturalmente i corsi d'acqua che scendono dal versante marittimo della Catena Costiera; un sistema idrografico molto caratteristico è infine quello della Valle della California, percorsa da due fiumi diretti in senso opposto: il Sacramento, che proviene da N, e il San Joaquin, che giunge da S e che tributa al Sacramento presso la foce di quest'ultimo nella baia di San Francisco.

Territorio: clima

Se si eccettua l'Alaska, dominata da caratteristiche climatiche subpolari, gli USA hanno un clima essenzialmente temperato, benché molto vario da zona a zona (si distinguono ca. una ventina di diversi tipi climatici), in rapporto sia alla vastità del territorio, di dimensioni continentali, sia alla sua conformazione, in particolare alla disposizione meridiana e periferica dei rilievi, sia infine alla sua apertura su tre distinti fronti marittimi. Tuttavia il meccanismo, per così dire, che determina le condizioni climatiche è, alla base, relativamente semplice, in quanto, con l'esclusione delle fasce costiere atlantica e pacifica, la vastissima area centrale è una specie di “corridoio” ampiamente aperto a N e a S agli alterni movimenti di due masse d'aria: la polare continentale, proveniente dal Canada, e la tropicale marittima, spirante dal Golfo del Messico. Esse si spingono profondamente nell'interno del Paese: così d'inverno l'aria polare, fredda e asciutta, può raggiungere le regioni meridionali, generalmente miti, circostanti il Golfo, arrecando anche improvvise gelate, mentre d'estate l'aria tropicale calda e umida può spingersi sino alla zona dei Grandi Laghi, portando pioggia e banchi di nebbia. La facciata orientale del Paese è invece costantemente investita dalle masse d'aria d'origine atlantica, alle quali si sovrappone, lungo le coste meridionali, l'influsso dell'aliseo di SE; in conseguenza a ciò si hanno buone precipitazioni tutto l'anno (con massimi nella fascia meridionale) che pur allentandosi al di là degli Appalachi interessano praticamente tutta la fascia orientale degli USA, la cui isoieta dei 1000 mm annui segue grosso modo il corso del Mississippi. Più limitato è a W l'influsso delle masse d'aria del Pacifico, in quanto le cordigliere occidentali rappresentano, con la loro ben maggiore altitudine e imponenza, un ostacolo pressoché insormontabile, sicché l'entroterra è più o meno escluso all'apporto oceanico. Il versante costiero risente invece in misura notevole d'estate dell'influsso dell'anticiclone del Pacifico, che arreca tempo sereno e secco; d'inverno la sezione settentrionale è soggetta alle masse d'aria marittime provenienti dalla zona delle Aleutine, quella meridionale alle masse d'aria tropicale marittima, sicché si determinano condizioni adatte ovunque alle precipitazioni, meno copiose peraltro man mano che da N si scende verso S. Come si è detto, il clima atlantico assume caratteri marcati su tutta la facciata orientale; occorre però fare una distinzione tra il New England (Nuova Inghilterra) e il resto della regione. Il New England, situato praticamente a N del fiume Hudson (41º latitudine N, corrispondente all'isoterma di gennaio di -1 ºC), risente d'inverno degli influssi polari continentali, che gli Appalachi, poco elevati, non riescono ad arrestare, e che quindi determinano un clima invernale piuttosto rigido. Gli influssi polari si avvertono anche più a S e la stessa New York, che pure è situata sul mare e alla latitudine di Napoli, ha inverni freddi, spazzati da gelidi venti settentrionali. Anche di primavera questi influssi si fanno sentire e giustificano i giorni ventosi di marzo e aprile. La primavera è piuttosto breve e l'estate scoppia improvvisa; le condizioni allora si invertono e le masse d'aria provengono in prevalenza da S. Le temperature salgono notevolmente d'estate, tanto da registrare medie di luglio di 25 ºC, che si abbassano di qualche grado più a N (22 ºC a Boston). Le precipitazioni sono abbondanti, con oltre 1000 mm annui, proprie del clima oceanico, e regolarmente distribuite nel corso dell'anno; procedendo verso S tendono però a concentrarsi nella stagione autunnale. Sui rilievi le piogge sono più copiose e si raggiungono valori annui anche superiori ai 1500 mm. Caratteri climatici diversi si ritrovano nella sezione più meridionale del versante appalachiano, presentando piuttosto analogie con quelli che si riscontrano in Florida e in tutta la fascia costiera del Golfo. Le temperature sono mitigate, specie in Florida, che è meno soggetta agli influssi continentali: a Miami le medie di gennaio e di luglio passano dai 19-20 ºC ai 27-28 ºC, valori che spiegano le fortune turistiche di questo centro, mentre a New Orleans (Louisiana) le medie invernali si abbassano a 12 ºC. Le precipitazioni sono abbondanti, superando i 1500 mm annui: esse si verificano in parte anche nei mesi estivi, il che costituisce una condizione favorevole alla cotonicoltura, la quale appunto nella facciata del Golfo ha avuto la sua prima grande diffusione, ridotta però in seguito al grave deperimento pedologico. Su tutta la regione si abbattono però frequentemente, con conseguenze spesso disastrose, gli hurricanes, che si formano in seguito allo scontro tra masse d'aria fredda continentali e masse d'aria calda tropicali. Nelle pianure interne il clima assume caratteri di continentalità, benché le escursioni termiche, proprie di questo tipo di clima, siano via via meno sensibili da N a S, così come più elevate sono le temperature: a Minneapolis (Minnesota) i valori medi di gennaio sono -6 ºC, quelli di luglio 20 ºC, ma a Memphis (Tennessee) si hanno rispettivamente 5 ºC e 27 ºC. Le precipitazioni non sono mai abbondanti, con una caratteristica distribuzione che varia in senso longitudinale, decrescendo cioè da E verso W, in rapporto al progressivo affievolirsi dell'umido influsso atlantico: a W del Mississippi scendono al di sotto dei 1000 mm annui e sulle Montagne Rocciose raramente (per esempio nelle zone di maggior altitudine delle catene settentrionali) si superano i 500 mm. La regione delle Montagne Rocciose costituisce in effetti un'area climatica a sé, fortemente condizionata sia dall'isolamento rispetto agli influssi marittimi, sia dall'altitudine: vi è quindi un'esasperazione della continentalità, che è rispecchiata dai valori termici, che registrano medie invernali ovunque inferiori a 0 ºC e medie estive intorno ai 20 ºC (a Denver nel Colorado, posta a 1609 m d'altezza, i valori medi sono rispettivamente di -2 ºC e di 22 ºC). Caratteristica di tutta la grande regione è la diffusa aridità (a Denver cadono ca. 370 mm annui di pioggia), che si accentua nei bacini depressionari e in genere nella fascia degli altopiani a W delle Montagne Rocciose, specie nel Gran Bacino: a Phoenix (Arizona) non si raggiungono i 200 mm annui. Qui però si hanno nuovamente temperature molto elevate, toccando d'estate nella depressione della Valle della Morte persino i 50 ºC all'ombra, temperatura tra le più alte del globo. Gli eccessi per lo più si addolciscono nella fascia delle cordigliere occidentali, specie lungo la costa (forte continentalità si ha invece nella chiusa Valle della California), la quale costituisce un'altra grande regione climatica, contraddistinta da temperature relativamente uniformi, più elevate di quelle della facciata atlantica a parità di latitudine (le isoterme di gennaio di 4,5 ºC e di luglio di 15,5 ºC corrono pressoché parallele alla costa), e da modeste escursioni termiche: nella zona di San Francisco il salto termico è addirittura di soli 3-4 ºC tra estate e inverno, forse il più basso di tutta l'America Settentrionale. Varia però fortemente la quantità delle precipitazioni, in relazione alla particolare circolazione dei venti oceanici di NW che investono quasi unicamente la sezione più settentrionale, escludendo quella meridionale: così a Los Angeles cadono meno di 400 mm annui di pioggia mentre a San Francisco, situata più a N, si superano i 500 mm. Ai limiti più settentrionali della Catena Costiera, nella zona del monte Olympus, si hanno anzi i massimi pluviometrici (oltre 2500 mm) degli Stati Uniti; elevate sono del pari le precipitazioni sul versante oceanico della Sierra Nevada, consentendo così lo splendido ammanto forestale di questa catena. A S di San Francisco invece il clima mite (13 ºC di gennaio, 22 ºC di luglio), la bassa piovosità, il regime invernale delle precipitazioni determinano quei caratteri mediterranei dell'ambiente californiano che sono stati un fattore determinante dello straordinario sviluppo economico e del fortissimo popolamento della regione.

Territorio: geografia umana. Il primo popolamento

All'arrivo degli europei la maggior parte del territorio degli odierni Stati Uniti era occupato da genti con caratteristiche eterogenee, giunte dall'Asia attraverso lo stretto di Bering durante l'ultima glaciazione, circa 40.000 anni fa. Nello Stato del New Mexico sono stati rivenuti reperti che documentano la presenza di civiltà amerindie sorte intorno al 10.000 a.C., che devono il loro nome alle località dei ritrovamenti: Sandia, Clovis e Folsom. Le popolazioni e le culture autoctone dell'America si differenziarono nel corso di millenni in relazione alle disponibilità e caratteristiche delle terre occupate: le prime erano presumibilmente caratterizzate da gruppi nomadi che vivevano di caccia, pesca e raccolta di radici e frutti della terra ma successivamente, circa 2000-1500 anni fa, si diffusero gli insediamenti seminomadi o stanziali di genti agricole senza peraltro che scomparissero del tutto le tribù di cacciatori nomadi. Si ebbero dunque comunità sedentarie come quelle degli anasazi, dei mogollon e più tardi dei pueblos, stanziati nelle regioni di sud-ovest già dal primo millennio a.C., dei muskhogee che fondarono la cultura dei mounds, dei cherokee e numerose altre presenti negli Stati Uniti orientali, tra i Grandi Laghi e il Golfo del Messico, tutte in possesso di tecniche agricole più o meno moderne, e altre nomadi, dedite alla raccolta, alla pesca e alla caccia (in particolare quella del bisonte americano, facilitata in seguito all'introduzione del cavallo nel Nuovo Mondo da parte degli spagnoli), come gli apache e i navaho, localizzabili negli odierni Stati Uniti occidentali. Vi furono inoltre popolazioni che in periodi diversi passarono dall'agricoltura semi stanziale al nomadismo come i sioux, agricoltori e cacciatori di bisonti, che opposero una strenua resistenza all'invasione dei bianchi. I primi indiani con cui gli europei entrarono in contatto furono probabilmente gli algonchini e gli irochesi, genti agricole stanziali delle regioni orientali, che vennero definiti pellerossa dai coloni anglosassoni.

Territorio: geografia umana. Dai primi insediamenti coloniali all'indipendenza

L'edificazione degli USA come unità politica e come entità geografica con una propria ben definita organizzazione spaziale è avvenuta secondo un processo di progressiva conquista del territorio e di una presa di coscienza, da parte degli europei trapiantati, di vivere autonomamente in un Paese nuovo. Il nucleo originario è sulle sponde atlantiche, nelle ben riparate baie formate dai fiumi che scendono dagli Appalachi, rimasti per molto tempo come un'invalicabile barriera per i colonizzatori. Intorno a quelle prime basi di conquista e di popolamento si è avuta una progressiva coagulazione umana che ha costituito e continua a costituire, nel corso degli anni, la piattaforma, l'elemento di base di tutta l'organizzazione territoriale statunitense, benché l'opposta sponda pacifica rappresenti oggi, con le sue aperture verso il Pacifico e l'Estremo Oriente, un'alternativa al più semplice e immediato schema territoriale originario. Le prime basi del popolamento recano i nomi delle città e dei Paesi d'origine e ciò non solo per nostalgia, ma anche per certe identità ravvisabili nel paesaggio di nuova conquista con quello della madrepatria. Ancor oggi le zone di più antico insediamento ripresentano aspetti umani che richiamano la mentalità e lo spirito dei pionieri anglosassoni: le dimore, l'organizzazione dei piccoli centri intorno alla chiesa protestante, le città, il paesaggio agrario, i volti degli abitanti. Il New England (Nuova Inghilterra) è in tal senso la regione più conservatrice del pionierismo anglosassone. Nel sec. XVIII le prime tredici colonie conobbero una fase di grande sviluppo grazie anche ai rapporti commerciali che mantennero con la madrepatria: le navi partivano cariche di tabacco, cotone, pellicce e ritornavano con i prodotti industriali. I commerci formarono ben presto una borghesia ricca e intraprendente; tuttavia i rapporti con l'Inghilterra diventarono in seguito molto difficili, anche per l'esosa politica inglese che esigeva pesanti tributi fiscali. D'altra parte i gruppi trapiantati mostravano di sapersi organizzare economicamente e socialmente da soli, in tutta indipendenza. Retti da spirito religioso puritano, liberali, ma posti in eguali condizioni sociali, aperti a ogni iniziativa individuale e al tempo stesso portati alla coesione sociale data la situazione in cui si trovavano in quelle terre, i coloni ebbero presto la forza di lottare per l'indipendenza, anche se non tutti si trovavano d'accordo su ciò. Molti “lealisti” furono costretti a emigrare e preferirono andare nelle vicine colonie canadesi contribuendo così all'anglicizzazione dell'ex dominio francese. Nel 1776, con la dichiarazione d'indipendenza, nacque l'Unione formata dalle 13 colonie iniziali, che progressivamente aumentarono di numero con la spinta della colonizzazione verso Ovest. Tuttavia l'Unione non formava un insieme omogeneo: anche se i coloni erano in gran parte inglesi, essi si trovarono ad agire in ambienti e condizioni diversi. Il Nord, con i suoi porti, la sua vivacità commerciale, lo spirito intraprendente dei suoi abitanti, il suo ambiente adatto all'agricoltura polivalente dato il clima temperato, si differenziò ben presto dal Sud, dove le condizioni ambientali erano più adatte all'agricoltura di piantagione, rivolta soprattutto alla coltura del tabacco e del cotone, cui attendevano schiere di schiavi neri.

Territorio: geografia umana. L'immigrazione

Questi, fatti affluire dall'Africa per la prima volta nel 1619, si accrebbero successivamente in modo assai rilevante, sia per le ulteriori massicce immissioni nel Paese sia per il loro alto tasso di natalità (nel 1790 rappresentavano ben il 20% della complessiva popolazione statunitense, in seguito si sono più o meno attestati sul 10-12%): essi costituiscono il principale elemento eterogeneo nell'ambito della popolazione degli USA e l'irrisolto problema della loro effettiva integrazione nella vita del Paese continua a essere di capitale rilievo per gli Stati Uniti. Quanto agli amerindi, che in numero di ca. 1 milione abitavano il Paese all'arrivo degli Europei, essi furono a poco a poco sterminati sia per le stragi spietate sia per l'alcolismo e le malattie contratte dai bianchi, tanto da essere ridotti a ca. 250.000 alla fine dell'Ottocento; successivamente però le migliorate condizioni igieniche e la pace (pagata però con la creazione delle riserve, in genere nelle aree più sfavorite del Centro-Ovest e dell'Ovest, come l'Arizona, l'Oklahoma, il New Mexico) portarono a un aumento della compagine indiana. Il processo di ampliamento del Paese fu stimolato, si potrebbe dire reso necessario, dalle grandi ondate immigratorie, ivi sospinte dal dinamismo economico e sociale che percorreva e percorre gli USA: dal 1820 al 1991 hanno raggiunto stabilmente il Paese oltre 58 milioni di immigrati, tra cui ca. 7 milioni di tedeschi, 5 milioni di italiani, 10 milioni tra abitanti della Gran Bretagna e dell'Irlanda, 4 milioni provenienti dal Canada e oltre 3 milioni dalla Russia. A partire dalla metà del XIX secolo, all'immigrazione essenzialmente inglese e irlandese si aggiunse infatti quella proveniente da altri Paesi europei. Le prime grandi ondate di immigrati d'origine non britannica furono composte specialmente da tedeschi e scandinavi, attratti soprattutto dalle regioni forestali più settentrionali. Rapidamente la popolazione aumentò. Nel 1790 vi erano in tutto il territorio 3,9 milioni di ab.; nel 1850 erano già 23,2 milioni. E proprio a partire dal 1850 il ritmo immigratorio raggiunse valori via via crescenti. Dal 1850 al 1860 gli immigrati furono 2,6 milioni; tra il 1860 e il 1880 ca. 5,2 milioni; tra il 1880 e il 1900 ben 9 milioni. Verso la fine del sec. XIX cominciò l'afflusso dei gruppi slavi e soprattutto degli italiani. Il ritmo subì una nuova accelerazione. Tra il 1900 e il 1910 raggiunsero gli USA 8,8 milioni di immigrati e nei soli quattro anni tra il 1910 e il 1914 oltre 5 milioni. Poi con la guerra in Europa si ebbe un calo fortissimo, benché l'afflusso fosse sempre consistente; finché, con le leggi del 1921, del 1924 e del 1928, l'immigrazione prese a essere controllata con la regola delle aliquote, stabilite sulla base delle nazionalità già presenti nel Paese; ciò favorì gli immigrati britannici, che formavano allora la maggior parte della popolazione, mentre fu praticamente chiusa l'immigrazione agli asiatici, ai cinesi soprattutto, che in numero notevole cominciavano a stabilirsi nell'Ovest. Le varie nazionalità si fissavano preferibilmente nelle aree che offrivano occasioni di lavoro più simili a quelle della madrepatria. La grande massa degli immigrati, sprovvisti di preparazione, di qualifiche, come molti italiani, finiva nei ghetti delle grandi città atlantiche, che erano ricettacolo un po' di tutti coloro che arrivavano nelle nuove terre alla ventura; in seguito a ciò si ebbe la forte crescita dell'urbanesimo in questa parte degli USA, già organizzata industrialmente e proprio per ciò in grado di ospitare masse umane sempre nuove. Era così definitivamente tramontata l'epoca dei coloni anglosassoni che conquistavano con fatica, quasi sempre ben ripagata, il loro posto, in ciò favoriti dall'Homestead Act, in base al quale ognuno diventava padrone del terreno dissodato e messo a coltura. Gli immigrati che si ammassavano nelle grandi città, cioè in un contesto sociale e umano estremamente diverso, erano ormai di stampo nuovo e cercavano forse fortune più facili. Si determinarono o si acuirono perciò tensioni tra nazionalità che erano il riflesso di mentalità diverse e che ebbero come conseguenza quella di aggregare le varie comunità, soprattutto nei grandi centri urbani, dove si crearono quartieri distinti, abitati da gruppi omogenei, più o meno integrati nella vita sociale e nell'economia globale del Paese. Alcuni Stati del Nord (Connecticut, Delaware, Maryland, Massachusetts ecc.) sono stati relativamente immuni dalla mescolanza etnica propria delle metropoli della regione atlantica centrale (New York, Pennsylvania ecc.), che sono il vero sfondo di quel melting pot, quel “crogiuolo” così caratteristico del tessuto umano statunitense. Anche il Sud (South Carolina, Georgia, Alabama, Mississippi ecc.) ha conservato una certa purezza etnica, con le famiglie della vecchia aristocrazia coloniale e le masse di neri le quali però a poco a poco, anche per sfuggire alla miseria e alla politica segregazionista, abbandonarono in gran numero le campagne depauperate cercando il proprio posto nelle grandi città del Centro-Est, capaci di assorbire un po' tutti, seppure al prezzo di quelle discriminazioni sociali che sono all'origine dei grandi ghetti urbani dei centri maggiori. L'Ovest, dal Texas alla California, è anch'esso multietnico: i richiami di questa regione sono stati infatti assai vari, a eccezione di alcune zone, come la Valle della California, che con il suo clima mediterraneo si prospettò come luogo adatto per i coloni italiani specializzati nella viticoltura e nell'orticoltura. Il Nord-Ovest (Washington, Idaho, Oregon ecc.) ha attratto soprattutto slavi, scandinavi e tedeschi. Successivamente l'importanza di questi richiami, data la grande mobilità sociale degli USA, si è ridotta e le specifiche aree etniche hanno seguito la tendenza a sparire per riformarsi nelle città, però molto degradate là dove le etnie rappresentano le classi sociali inferiori ed emarginate. L'immigrazione del resto si è, dalla metà del Novecento, relativamente ridotta, anche se la seconda metà del secolo scorso, specie subito dopo la seconda guerra mondiale, ha portato un flusso notevole (tra il 1950 e il 1970 ca. 6,4 milioni), per lo più proveniente dall'Europa e dal Canada, Paese che serviva di base agli emigranti europei per raggiungere in un secondo tempo gli Stati Uniti. Nei primi anni del sec. XXI il saldo migratorio è stato positivo grazie all'afflusso di latino-americani e asiatici. In particolare l'immigrazione legale, che conta circa 1 milione di nuovi ingressi l'anno, proviene per parti quasi uguali dall'America Latina (principalmente Messico e Caraibi) e dall'Asia mentre quella clandestina pressoché esclusivamente dall'America Latina e riguarda in primo luogo gli Stati meridionali del Paese (California, Texas, New Mexico ecc). Gli Stati Uniti sono inoltre tra le maggiori destinazioni per i rifugiati e richiedenti asilo politico; costituiscono inoltre il più importante tra i Paesi donatori dell'UNHCR. Il Paese ha accolto, nel periodo tra il 1996 e il 2005, una cifra che si aggira intorno ai 500.000-1.000.000 individui tra rifugiati, giunti da Bosnia Erzegovina –specie nel periodo 1998-2002 –, Somalia, Liberia, Cina, Ucraina (dal 1999), e richiedenti asilo, arrivati per lo più da Messico, Haiti, Colombia e Cina.

Territorio: geografia umana. Evoluzione demografica e distribuzione della popolazione

L'incremento demografico naturale fu un fattore decisivo per la crescita della popolazione statunitense fin dalle origini e l'alta natalità un elemento favorevole per l'imporsi stabile e definitivo della colonizzazione; successivamente fu la prosperità che contribuì a mantenere alto il tasso di natalità: negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento era ancora del 25‰ e solo successivamente si è avuta una sensibile diminuzione, con valori di poco superiori a quelli dei Paesi avanzati di buona vitalità; la mortalità d'altra parte è molto bassa , benché essa vari da regione a regione e da gruppo sociale a gruppo sociale (tra gli afroamericani per esempio è molto elevata), riflesso dei grandi squilibri economico-sociali degli Stati Uniti. Mediamente, nel corso degli anni Sessanta, la crescita annua è risultata dell'1,2%, è scesa poi tra il 1993 e il 2001 intorno allo 0,5%, per assestarsi sullo 0,9% nel periodo 2005-2010 in virtù dell'alta natalità della popolazione di recente immigrazione e dell'apporto migratorio stesso. La popolazione, che nel 1950 era di 150 milioni di unità, è arrivata nel 2000 più di 281 milioni di ab., e le stime effettuate nel 2013 parlano di oltre 316 milioni di persone. Il 77,9% degli statunitensi è bianco e il 13,1% nero, gli asiatici rappresentano il 5,1%. A questi si aggiungono gli amerindi (1,2%), in gran parte confinati in riserve, ai margini delle realtà sociali. Infine gli appartenenti ad altri gruppi etnici sono il 2,7%. La legislazione federale favorisce l'integrazione delle componenti minoritarie ed è tesa a evitare la discriminazione sul lavoro e in altri contesti. Tuttavia, le condizioni di vita disagiate di alcune minoranze segnalano uno squilibrio nella situazione socio-economica e nella distribuzione del benessere: la popolazione nera risulta essere quella più povera, con un livello d'istruzione più basso e minori possibilità di crescita nella scala sociale, così come quella di più recente immigrazione.

Territorio: geografia umana. Distribuzione della popolazione

La densità media della popolazione sull'intero territorio degli USA è di 33,73 ab./km². Ma la distribuzione effettiva è molto ineguale e ciò in rapporto a fattori assai diversi, non solo, come già si è descritto, per effetto di condizioni ambientali più o meno favorevoli. L'organizzazione umana è fondata sulle città, centri primari della struttura territoriale degli USA, dove, a differenza di quanto per esempio si è in genere verificato in Europa, l'urbanesimo non è tanto un fenomeno derivato dalla ripartizione geografica della popolazione, sovrimpostosi a una rete di mercati preesistenti, quanto una forma primaria, anzi le città sono state spesso il punto di partenza della colonizzazione rurale o, almeno, hanno rappresentato delle tappe intermedie tra l'immigrazione e il passaggio all'economia agricola. In altre parole, è sulla città che si struttura la rete, regionale e globale, degli insediamenti. Gli USA sono nati in effetti all'epoca dell'industrialismo capitalista e il costituirsi della trama insediativa ha seguito processi spontanei (poco o nulla hanno influito le divisioni statali interne, anche se gli Stati sono geograficamente qualificabili per certe peculiarità), secondo impulsi dati dalle opportunità economiche promosse dai centri urbani. I primi di questi, con un ruolo subito fondamentale in rapporto a tutta la successiva conquista, sono stati i porti atlantici, divenuti non solo le basi del commercio con l'Europa, promotore di tutte le iniziative capitalistiche più fortunate, ma anche approdo degli immigrati e basi di partenza per le successive conquiste. I fattori geografici hanno privilegiato soprattutto New York, Boston, Filadelfia, Baltimora e in generale tutta la grande regione atlantica centrorientale, aperta non solo ai traffici oceanici ma ben collegata – anche da vie navigabili come l'Hudson – alle regioni interne, dove la presenza di carbone e di minerali ferrosi ha favorito lo sviluppo delle industrie. La crescita della regione atlantica è stata vertiginosa e rappresenta uno degli episodi di maggior popolamento della storia mondiale. Il coagulamento umano in quest'area, cui si connette anche quella, pure molto popolosa, tra gli Appalachi e i Grandi Laghi, è stato incessante, benché all'inizio del Duemila il fenomeno di concentrazione vada spegnendosi a vantaggio di altre aree, in particolare quelle affacciate sul Golfo e sul Pacifico. La distribuzione complessiva della popolazione continua a vedere un fortissimo addensamento sulla fascia atlantica, in particolare nell'area della cosiddetta megalopoli, la grande conurbazione fra Washington e Boston. Da tempo, tuttavia, una sorta di contrappeso demografico si è venuto formando lungo la costa pacifica, mentre anche gli stati meridionali (in particolare il Texas e la Georgia) hanno visto aumentare la propria popolazione in maniera più che proporzionale alle medie degli Stati Uniti. Di conseguenza, il baricentro demografico degli Stati Uniti continua a spostarsi anno dopo anno verso Ovest. Il processo è, in ogni caso, piuttosto lento, e i valori di densità maggiori rimangono di gran lunga quelli relativi agli Stati orientali: anche se proprio la California è ormai lo Stato più popoloso in assoluto, la sua densità rimane molto più modesta di quella di quasi tutti i piccoli Stati orientali dove la popolazione può superare i 400 ab./km². Nell'insieme, gli Stati Uniti continuano a essere relativamente poco popolati, e mentre la capacità delle città tradizionali di assorbire ulteriore popolazione si va esaurendo, si registrano fenomeni sempre più vasti di suburbanizzazione, che non riguardano più solo le grandi città, ma anche quelle medie e piccole, e che si manifestano attraverso l'abbandono dei centri cittadini e anche delle fasce suburbane più prossime ai centri stessi, per aree più distanti in cui l'insediamento assume assetti molto più sparsi di quanto già non fossero in passato nei suburbs tradizionali delle città statunitensi; queste nuove aree di insediamento, inoltre, tendono a riorganizzarsi attorno a centri di servizio non strettamente urbani, e a non dipendere più dalle città se non per pochi servizi essenziali.

Territorio: geografia umana. L'urbanesimo negli stati centro-atlantici

Tuttavia nella regione che va dalla baia di Massachusetts a quella di Chesapeake, vale a dire dal New England meridionale al Maryland, si ha una concentrazione di città unica al mondo, cinque delle quali contavano oltre un milione di ab. già nel 1850. Prima fra tutte le città della “megalopoli” atlantica è New York, favorevolmente situata sul magnifico estuario dell'Hudson, a metà strada tra il Nord e il Sud della regione, ben collegata con l'interno. È una gigantesca concentrazione umana di oltre 8 milioni di ab. (ma l'area metropolitana, la cosiddetta SMSA, standard metropolitan statistical area, nel 2005 raggiungeva quasi i 20 milioni ed era la seconda del Nordamerica), simbolo incontrovertibile dell'intera civiltà statunitense e del suo straordinario cosmopolitismo, definita “cuore e cervello della nazione”; è importantissimo centro portuale, aeroportuale, industriale (settore manifatturiero), fulcro finanziario mondiale, sede naturalmente di musei prestigiosi, di istituti artistici e culturali di interesse internazionale. A S di New York sono: Newark, nello Stato del New Jersey, città che può anzi venire considerata come un gigantesco sobborgo industriale di New York; Filadelfia, polo urbano della Pennsylvania, la città quacchera fondata da W. Penn, illustre centro storico (qui si tennero i congressi che portarono all'indipendenza degli Stati Uniti) che fu a lungo la grande rivale di New York, attivissima nelle più svariate industrie, ospitando tra l'altro la più potente raffineria di petrolio della costa atlantica degli USA, e quarto agglomerato urbano del Paese; Baltimora, nel Maryland, anch'essa con industrie altamente diversificate e un importante porto; infine la stessa Washington, città tra le più belle e ariose degli USA, situata nel Distretto Federale (DC=District of Columbia), un quadrato di terra di 178 km² originariamente diviso tra gli stati del Maryland e della Virginia, che il presidente G. Washington scelse appositamente per ospitare il centro politico e amministrativo del Paese e che da “semplice” capitale (in genere negli USA, a differenza delle tradizioni europee, le capitali non corrispondono ai maggiori centri dei rispettivi Stati, essendo il ruolo politico ben distinto da quello economico) è diventata metropoli con funzioni molteplici. A N di New York, principale fulcro del popolamento è Boston, con funzioni analoghe a quelle delle altre grandi città atlantiche, cioè portuali e commerciali in genere, industriali, finanziarie, oltre che essere illustre centro culturale (Boston è tra l'altro sede del prestigioso Massachusetts Institute of Technology, mentre nella vicina Cambridge è situata la gloriosa Università di Harvard, la più antica degli USA) attivato dai discendenti della vecchia America puritana del New England. Qui si raccolgono le attività fondamentali della nazione, culturali, industriali, commerciali, e una popolazione che è all'avanguardia per quanto riguarda condizioni di vita, grado di cultura, livello di consumi, anche se non mancano, più o meno celate dentro il grandioso tessuto, le condizioni di povertà.

Territorio: geografia umana. L'urbanesimo negli stati della zona dei Grandi Laghi

Alla regione centroatlantica si allaccia quella, già ricordata, dei Grandi Laghi, dove si raccolgono poderose città industriali, tra cui: Pittsburgh, altra metropoli della Pennsylvania, centro storico dell'industria siderurgica americana; Cleveland, nell'Ohio, anch'essa con colossali impianti siderurgici; Detroit, nel Michigan, capitale mondiale dell'automobile, che è punto focale di una vasta regione culla storica dell'industria meccanica, nonostante il declino che sembra aver colpito la città dai primi anni del sec. XXI ; infine e soprattutto, sul lago Michigan, la gigantesca Chicago, nell'Illinois, le cui fortune si devono alle sue funzioni di raccordo tra le Grandi Pianure e l'Est, sede di industrie poderose legate soprattutto all'agricoltura e all'allevamento delle regioni interne ma anche metallurgiche, meccaniche, tessili ecc. D'aspetto simile a quello di New York, insieme alla quale rappresenta una delle più tipiche espressioni dell'urbanesimo americano, e con cui è il massimo centro finanziario del Paese, Chicago ospita, tra l'altro, uno dei più vasti e attivi aeroporti commerciali del mondo. Lo sviluppo delle città dei Grandi Laghi è stato favorito dalle vie di comunicazione, ben collegate con l'oceano Atlantico, oltre che dal fatto di situarsi al centro di produttive aree agricole.

Territorio: geografia umana. L'urbanesimo negli stati del Sud

Ben popolato è anche il Piedmont degli Appalachi, con città industriali che fungono da centri focali di aree agricole occupate da piantagioni (tabacco, cotone), come Charlotte nel North Carolina, Richmond nella Virginia e soprattutto Atlanta, capitale della Georgia, con una gamma ormai assai vasta di attività manifatturiere e dotata di un attivo aeroporto, considerato il più trafficato al mondo. Nell'estremo Sud-Est del Paese la Florida vanta celebri località turistiche, a cominciare dalla lussuosa Miami, stazione balneare e climatica, soprattutto invernale. Anche nella valle del Mississippi, arteria sempre vitale degli USA, si hanno grossi centri urbani come Minneapolis nel Minnesota, Saint Louis nel Missouri e Memphis nel Tennessee. Altamente industrializzati, essi hanno altresì funzioni importantissime di raccordo tra l'Est e l'Ovest, oltre che tra il Nord e il Sud, delle Grandi Pianure; ciò vale specialmente per Saint Louis, importante porto fluviale sul Mississippi, nodo ferroviario del Paese e antica base di penetrazione verso il West, favorita dalla sua posizione alla confluenza del Missouri con il Mississippi. Tutta l'area centromeridionale delle Grandi Pianure ha il naturale sbocco a New Orleans, porto di fondazione francese presso la foce del Mississippi, cresciuto enormemente fino a diventare uno dei maggiori degli USA, benché il periodo d'oro per la città sia stato quello della grande navigazione fluviale. La sponda affacciata al Golfo del Messico è in fase di grande espansione, specie sul litorale texano collegato alle zone più interne petrolifere e agricole, dominate dalle nuove metropoli di Dallas e Houston, città vitalissima, ultramoderna capitale statunitense per l'industria petrolchimica, nonché quinto porto del Paese collegato mediante un canale lungo ca. 60 km alla baia di Galveston. Houston ha notevolmente aumentato la sua popolazione negli ultimi anni; ma tutta l'area texana prospiciente il Golfo registra crescite di popolazione tra le più elevate degli USA.

Territorio: geografia umana. L'urbanesimo negli stati dell'Ovest

Con il meridiano dei 100º, che segna il passaggio a condizioni di semiaridità, si può dire inizi l'Ovest, ancora scarsamente popolato, con poche città isolate, punti focali di territori ampi ma la cui trama di rapporti economici è in genere assai inferiore a quella dei centri dell'Est, benché siano in pieno potenziamento industriale. È il caso soprattutto di tre città, capitali e massimi centri rispettivamente degli stati del Colorado, dell'Utah e dell'Arizona: Denver, situata ai piedi delle Montagne Rocciose, sviluppatasi come base di rifornimento per le vicine località minerarie, tuttora grande nodo di comunicazioni e intensissimo centro commerciale, favorito dalla posizione pedemontana, di fronte alle Pianure Centrali, con varie industrie legate principalmente ai settori agricoli, zootecnici ed estrattivi; Salt Lake City, fondata dai mormoni come centro agricolo, ma oggi sede massimamente di attività industriali e minerarie; Phoenix, vivacissima per commerci, traffici e, grazie all'ottimo clima, turismo, ma la cui economia dipende in sempre crescente misura dalle svariate industrie leggere, in particolare elettroniche, aeree e aerospaziali, caratterizzate da elevate tecnologie. Tuttavia le nuove e più promettenti aree di popolamento dell'intero Paese sono quelle affacciate al Pacifico. È qui che sta nascendo l'alternativa alla megalopoli atlantica, anche se le condizioni ambientali e geografiche sono diverse. La California è stata ed è ancora la terra promessa (tanto che si usa dire che il futuro degli USA comincia qui): il suo incremento demografico, che è superiore a quello nazionale, è incessante. Il petrolio è stato uno dei fattori delle fortune di questo Stato; ma vi hanno giocato anche altre cause, come l'espansione verso il Pacifico degli interessi statunitensi, il clima mite e la condizione favorevole alla nascita di industrie leggere, tecnologicamente avanzate, meno legate alle fonti minerarie, in specie carbonifere. San Francisco (la cui area metropolitana include tra l'altro l'importante centro di Oakland) è stata la prima grande città sorta sulla sponda del Pacifico e ha legato indissolubilmente il suo nome a tutta l'epopea della conquista del West, in particolare della “corsa all'oro”; il suo grande sviluppo è iniziato a partire dalla seconda metà del secolo scorso, dopo il collegamento ferroviario transcontinentale, ma San Francisco dovette ricominciare quasi una nuova vita dopo il disastroso terremoto del 1906, che la distrusse pressoché interamente. In espansione recentissima e vertiginosa, tanto da poter essere definita come la grande rivale di New York, è invece Los Angeles (la sua area metropolitana comprende numerosi centri come Long Beach, Pasadena, Glendale ecc.), ingigantitasi con il dilagare della motorizzazione. Vastissima, estesa su un raggio di oltre 50 km, eminentemente “orizzontale” – in ciò del tutto opposta a New York, “verticale” e centripeta entro la baia dell'Hudson – è urbanisticamente unica al mondo, fittamente occupata da autostrade, snodi e raccordi viari di ogni sorta, quasi una città in movimento continuo; la metropoli ha naturalmente una poderosa attività commerciale (il porto è in continua ascesa e l'aeroporto è il più attivo scalo commerciale del continente e tra i maggiori al mondo), con complessi grandiosi soprattutto nel settore aeronautico e aerospaziale, per il quale Los Angeles primeggia nel Paese, oltre a essere, grazie al sobborgo di Hollywood, la capitale del cinema. La metropoli, colpita nel 1994 da un disastroso terremoto, ha, in modo diretto o indiretto, influito sullo sviluppo economico e demografico di una vasta area della California meridionale, che include altri grossi centri come San Diego, Anaheim, San Bernardino. Ultima area statunitense di notevole popolamento è il Nord-Ovest, specie nella zona che gravita su Seattle-Tacoma nello stato di Washington, grosso centro industriale, sede tra l'altro della Boeing, la più grande industria aeronautica del mondo, nonché attivissimo porto sull'oceano Pacifico.

Territorio: geografia umana. Le aree scarsamente urbanizzate

Al di fuori di queste aree dominate dalle grandi città e che costituiscono l'armatura della geografia statunitense, si hanno zone per lo più rurali, la cui densità di popolazione dipende dal tipo di agricoltura che vi si pratica. Nel Nord-Est e intorno ai Grandi Laghi essa è di tipo intensivo e la densità di popolazione è elevata, sebbene qui, come in tutto il territorio rurale degli USA, l'unità di insediamento sia la farm isolata, con la casa d'abitazione, le stalle, i silos e gli altri edifici annessi. Il tessuto territoriale è imperniato sulle divisioni in townships (quadrati di 9,6 km di lato, ripartizioni standard che risalgono all'Ottocento), cui si adeguano strade e centri abitati. Cittadine e villaggi hanno funzioni amministrative e commerciali; spesso sono capoluoghi di contea e su di essi gravitano le farms. Queste si fanno più ampie e rade nelle regioni centrali sfruttate dalla cerealicoltura, che hanno i vertici dell'organizzazione territoriale locale nei centri posti lungo le ferrovie e in genere le vie di comunicazione, in relazione al carattere commerciale dell'attività agricola. Nel Sud, dove dominano le piantagioni, il popolamento rurale è pure incentrato sulle farms e su centri che spesso conservano aspetti del passato, con le nobili case delle famiglie dell'aristocrazia bianca e le piccole misere dimore degli afroamericani. Nelle praterie, dove predomina l'allevamento estensivo, la base dell'insediamento rurale è il ranch, grande fattoria che sorge vicino ai pozzi, al centro di ampi territori di pascolo. Sulle Montagne Rocciose caratteristiche sono le piccole cittadine sorte come centri minerari (alcune, fondate all'epoca della febbre dell'oro, sono state abbandonate e si presentano come città fantasma, ghost towns) o, in periodi successivi, come località turistiche, climatiche o di cura. Nelle regioni del Pacifico vi sono grandi e piccoli centri raccolti nelle aree più produttive, come nella Valle della California, la cui agricoltura intensiva ha promosso però soprattutto la nascita di fattorie isolate. Nel Sud-Ovest rimangono ancora le tracce del passato spagnolo, con le vecchie missioni cattoliche che sono state sovente gli elementi promotori di centri anche urbani. Il Nord-Ovest infine è, come la regione dei Grandi Laghi, un'area di agricoltura intensiva, ricca di farms. Un cenno infine va fatto alle numerose piccole città della “provincia”, centrate sulla Main Street, spesso di vecchio impianto, la cui origine è denunciata dal nome (molte volte un nome mitologico, altre quello della città inglese o italiana o slava dei primi immigrati che la fondarono); la struttura delle vie è regolare, le case dignitose, ognuna con il proprio giardino. Ogni centro è dotato dell'immancabile shopping center davanti al quale si stendono vaste aree di parcheggio per le automobili che vi giungono attraverso strade vivacizzate dalla pubblicità e dalle stazioni di servizio. Nel complesso però la popolazione che vive nelle farms e nei piccoli centri è limitata, rappresentando solo il 19,2% del totale degli Stati Uniti. La maggior parte è considerata popolazione urbana, insediata cioè in centri con oltre 2500 ab. o in aeree (townships) altamente popolate anche se non occupate da agglomerati urbani. Il numero delle grandi città è elevato; occorre però distinguere le città vere e proprie (corporated cities) dalle aree metropolitane (standard metropolitan statistical areas). La metropoli americana è già stata definita nelle sue strutture: ampia, estesa, essa è costituita da sterminati quartieri di abitazione, per lo più formati di case unifamiliari, dotati di shopping center, che orbitano intorno alla City o, meglio, al Central Business District, area sacra all'affarismo finanziario ed economico, dominata dai grattacieli. New York e Chicago sono l'espressione più spontanea ed esaltata della metropoli statunitense, sviluppatesi entrambe nel loro gigantismo verticale e orizzontale a partire dal sec. XIX, con la gara per l'accaparramento dello spazio edificabile che si riduceva con il gonfiarsi della popolazione. Entrambe hanno mantenuto, in distinti quartieri, le diverse nazionalità: gli italiani, gli ebrei, la vecchia aristocrazia anglosassone, i neri, i portoricani ecc. Con il passare degli anni veri e propri ghetti hanno continuato a espandersi nelle zone centrali, via via abbandonate dalla popolazione più benestante, che cerca nelle periferie, anche lontane, ambienti più ospitali di quanto non siano i quartieri degradati delle cities, divenuti squallidi e irrespirabili asili delle genti più diseredate. New York è l'esempio più vistoso di questa evoluzione della città americana: basti pensare al famoso quartiere afroamericano di Harlem, che pure è situato nel borough di Manhattan, il “cuore” economico e culturale della metropoli. Dagli anni Novanta del Novecento e poi con maggior vigore all'inizio del XXI sec., attraverso colossali progetti di riqualificazione urbana, si è assistito a un ritorno della componente benestante della popolazione nei quartieri storici, tramite la valorizzazione degli edifici originari in disuso. Harlem e l'East Village, per esempio, hanno subito una rinascita inaspettata e impensabile nei decenni precedenti: questi centri esibiscono nuove zone residenziali e commerciali, con ristoranti, negozi alla moda ecc. Il rischio, tuttavia, è che gli abitanti più poveri di questi quartieri, che ne compongono l'elemento storico, siano costretti ad abbandonarlo a causa dell'aumento dei prezzi degli immobili.

Territorio: ambiente. Flora e fauna

Alla varietà delle situazioni climatiche – in particolare delle precipitazioni – corrisponde quella delle formazioni vegetali, le quali dipendono naturalmente anche da fattori locali, edafici, altitudinali (questi ultimi soprattutto sulle Montagne Rocciose) ecc.; in generale si possono riconoscere una vastissima area centrale a steppe e praterie, data la continentalità del clima, e due belle fasce forestali, prevalentemente a latifoglie nella sezione atlantica del Paese, a conifere in quella pacifica. La foresta temperata di latifoglie ha il suo sviluppo più ricco nella regione appalachiana, che associa specie varie (castagni, querce, faggi, aceri), le quali nelle parti più elevate e settentrionali si associano alle conifere del genere Picea dell'area canadese e alle betulle. La fauna della regione appalachiana presenta peculiarità locali e varietà comuni al resto del Paese. Tra i mammiferi si trovano l'orso bruno, l'orso nero americano (baribal), l'orso grigio (grizzly), l'orsetto lavatore (procione), il coyote, il lupo, la volpe, l'opossum, vari mustelidi come il tasso e la martora, roditori come lo scoiattolo volante, la marmotta, il muskrat (ondatra). Le acque dei fiumi, dei torrenti e dei laghi sono ricche di trote, muskellunge (un tipo di luccio), walleye e coregoni mentre sulle coste atlantiche del nord abbondano merluzzi, aringhe, sgombri, aragoste ecc. Le specie di uccelli più comuni sono i rapaci, come l'aquila calva, simbolo nazionale, i gaviformi come la strolaga e i gallinacei, come il tacchino selvatico. Nel Piedmont, nella Florida e nella fascia costiera del Golfo a suoli scuri si ha una foresta di tipo subtropicale dominata da varie specie di pini, come il Longleaf pine (Pinus palustris), o pino ad aghi lunghi, insediato lungo la costa, dove si hanno le caratteristiche cypress swamps, aree soggette a inondazioni, nelle quali allignano piante resistenti all'acqua come alcune specie di Taxodium, alberi della gomma (del genere Nyssa) ecc. Tipiche della Florida meridionale sono le aree palustri, derivate dal difficile drenaggio della penisola, chiamate Everglades e formate da un intrico di alberi diversi, spesso impenetrabile, con mangrovie, liane, epifite. Le pianure costiere dell'Est ospitano tra l'altro il cervo della Virginia, la volpe grigia, la lince, il lupo grigio e vari roditori. Nelle Everglades si segnalano rettili, quali coccodrilli, alligatori e testuggini; mammiferi di terra, quali pantera della Florida, ondatra, visone, lontra, e marini, come il manato e vari delfini; anfibi, insetti, pesci e uccelli, tra cui aironi, sterne, fregate, falchi pellegrini, picchi, fenicotteri ecc. Il dominio delle praterie, le grasslands, si estende dal pedemonte interno degli Appalachi sino alle Montagne Rocciose. A E del Mississippi si ha la cosiddetta blue-grass, una prateria ricca di graminacee varie, che si impoverisce procedendo verso W, specie tra il pedemonte delle Rocciose e il Mississippi (nelle cui pianure inondabili si ritrova l'ambiente anfibio, delle già citate cypress swamps); tra le graminacee xerofile delle pianure steppose la buffalograss ricorda il bovide. Nelle praterie dove un tempo dominava il bisonte e vivevano numerosi altri mammiferi oggi sono rimasti pochi rappresentanti di questa classe, in particolare dei grandi carnivori, protetti nelle riserve e nei parchi: oltre ai bisonti si trovano coyote, leoni di montagna (puma), la lince rossa, cervi e cavalli selvaggi introdotti dagli spagnoli, bighorn e alci; sono ancora diffusi invece i roditori e le talpe, oltre a rettili (serpenti) e uccelli. Molto vario è il manto vegetale della regione delle Montagne Rocciose: si passa dai pascoli delle zone di maggior altitudine (con specie comuni a quelle dei prati alpini, come la genziana, la sassifraga ecc.) alle sottostanti foreste di larici, abeti, pini, quindi alla boscaglia xerofila, la cui specie arborea più caratteristica è il Pinus piñon (Pinus edulis), e via via alla steppa cespugliosa. Procedendo verso N e in genere nei bacini sufficientemente irrorati compare la foresta mesofitica, cioè di media umidità, con tipiche conifere come l'abete douglas, il pino giallo ecc. La foresta montana delle Montagne Rocciose e l'area limitrofa, dove sono situati alcuni dei maggiori parchi nazionali, ospita mammiferi quali alce, bighorn, antilocapra, grizzly e altri orsi, leone di montagna, capra, lupo, coyote, wapiti, volpe e bisonte, numerosi uccelli quali aquile, aironi, gru americane, cigni, pellicani, vari pesci tra cui più specie di trota e il temolo, oltre ad anfibi e rettili. Nelle zone più aride, come l'arco meridionale delle Rocciose sino al confine con il Messico, si stende il chaparral, con arbusti spinosi inframmezzati a piante grasse quali yucche, agavi, cactus (il cereus, a forma di candelabro, raggiunge anche i 15 m di altezza) ecc. La fauna delle zone desertiche rispecchia in parte quella di altre aree del Paese con grandi mammiferi (puma, cervo, bighorn), coyote e roditori (scoiattolo), uccelli (falco pellegrino, pellicano, aquila) e si distingue per la presenza di vari serpenti tra cui il serpente a sonagli (crotalo verde). La foresta mesofitica si ritrova sui versanti delle cordigliereoccidentali, ma la vegetazione assume gli aspetti più rigogliosi (foresta umida) nelle zone settentrionali della Catena delle Cascate e della Catena Costiera, e sui più umidi versanti della Sierra Nevada, dove compaiono splendide foreste di conifere, fra cui emergono le gigantesche sequoie –protette in un parco nazionale – alte anche 100 m. Nella parte pacifica meridionale ricompare però l'ambiente arido, che assume aspetti prevalentemente steppici a graminacee nella continentale Valle della California, mentre nella fascia costiera a clima mediterraneo si ha nuovamente il chaparral, qui presente con formazioni cespugliose affini a quelle appunto della macchia mediterranea. Tra le catene montuose e la costa del Pacifico si trovano nuovamente mammiferi, tra cui moffetta, alce, cervo ecc.; uccelli rapaci come condor della California, gabbiano, uria, cormorano, pellicano, falco; anfibi, in particolare la salamandra e pesci come il salmone e l'aringa. Nell'estremo Nord-Ovest l'Alaska presenta caratteri peculiari delle regioni a clima artico, dove la tundra è la formazione vegetale dominante anche se andando verso sud-ovest si incontrano foreste di conifere con il larice, l'abete bianco, l'abete nero oltre alla betulla e al pioppo nero. Milioni di salmoni risalgono i fiumi fino ai ghiacciai e sono le specie tipiche di questa regione anche se numerosi sono gli altri pesci di mare e d'acqua dolce presenti, come tonni, sardine, aringhe, merluzzi, halibut, e i mammiferi marini e di terra quali leone marino, lontra marina, balena, foca, lontra, orso, lince, cervo, alce e toporagno; tra i vari uccelli, uria, cigno e aquila. Palme, felci, mango, ibisco e orchidee sono il tratto distintivo delle Hawaii, isole vulcaniche caratterizzate da spiagge sabbiose coralline. La flora locale è andata fondendosi con quella importata dal Pacifico e dalle Americhe; si trovano quindi pandani, mogani hawaiani mentre il nativo sandalo è andato perduto a causa dell'intenso sfruttamento del legname. La barriera corallina e i pesci tropicali caratterizzano la fauna marina mentre sulla terraferma sono presenti uccelli e insetti; i mammiferi sono comparsi quasi certamente con l'arrivo dei colonizzatori.

Territorio: ambiente. Politiche di protezione dell’ambiente

Lo sviluppo umano e produttivo di un grande territorio come quello degli Stati Uniti ha portato con sé, sin dall'arrivo dei colonizzatori, una serie di problemi relativi all'uso delle risorse e allo sfruttamento del patrimonio ambientale. Il Paese ha indubbiamente perso l'immensa varietà floro-faunistica che possedeva prima dell'arrivo degli europei anche se ha gradatamente preso coscienza dell'importanza della salvaguardia di queste ricchezze. Le foreste - che nel 2011 ricoprivano un terzo del territorio nazionale - sono gestite a livello federale da un'agenzia, la US Forest Service, che dipende dal Dipartimento dell'Agricoltura; questo ente ha il compito di promuovere la ricerca e di attuare politiche di protezione delle foreste e delle praterie. Lo sfruttamento intensivo dei suoli, specie nelle pianure centrali ha causato in passato la perdita degli ecosistemi autoctoni già provati dall'abbattimento dei grandi mammiferi: il bisonte si trova ormai solo nelle zone protette. Queste stesse aree sono segnate dall'impoverimento dei suoli e dall'inquinamento delle falde acquifere causati dall'uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti. Altri rischi riguardano la scarsità di risorse idriche, che interessa da lungo tempo gli Stati dell'Ovest, la desertificazione e l'aumento delle piogge acide. Questi problemi riconducono alla più ampia questione del cambiamento climatico e dell'impatto dell'industrializzazione sull'ambiente: gli Stati Uniti sono tra i maggiori responsabili delle emissioni di biossido di carbonio (CO2) nell'aria al mondo a causa dell'utilizzo di combustibili fossili, anche se il dato è in diminuzione, dalle 20,2 t per ab. nel 2004 alle 17,6 del 2011. Per contrastare le conseguenze dell'effetto serra, il Paese si è dato come obiettivo la riduzione del 18% dei gas nocivi nel periodo 2002-2012, attraverso piani federali e statali volti al risparmio energetico e all'uso di fonti pulite e rinnovabili come biocarburanti, tecnologie nucleari avanzate ecc. Tali piani non saranno rivolti solo ai singoli consumatori, ma dovranno coinvolgere le industrie e le imprese per mezzo di incentivi fiscali e altre agevolazioni. I programmi mirati a rendere maggiormente efficiente la produzione e il consumo energetico comportano invece il contenimento dell'impiego di combustibili fossili: il petrolio è la maggiore sorgente di energia consumata negli Stati Uniti e ricopre il 40% del fabbisogno, seguito da gas naturale, carbone e nucleare mentre le fonti rinnovabili costituiscono solo il 6% del totale (2005). La riduzione delle emissioni di metano, già calate del 10% nel periodo 1990-2003, implicano invece un miglioramento nella gestione dei rifiuti solidi industriali. In tema di cambiamento climatico, nel 1998 gli Stati Uniti hanno firmato ma non ratificato il protocollo di Kyoto che stabilisce i target per la riduzione dei gas serra. In materia di salvaguardia del patrimonio ambientale il Paese vanta una legislazione antica e ramificata. Risale al 1864 il primo tentativo di tutelare una porzione di territorio di interesse ecologico, quando le aree della Yosemite Valley di Mariposa Grove of Giant Sequoias sono diventate, per volere del presidente Lincoln, bene pubblico dello Stato della California. Pochi anni dopo viene creato il Parco Nazionale di Yellowstone (1872), il primo di una serie di riserve protette sorte inizialmente per lo più negli Stati dell'Ovest, mentre nel 1891 viene redatto il Forest Riserve Act, il primo documento indirizzato alla salvaguardia di un bene naturale, le foreste. Con l'istituzione del rifugio avifaunistico della Pelican Island in Florida (1903) ha inizio il progetto del National Wildlife Refuge System (NWRS), ente volto alla protezione e conservazione della flora e della fauna che contava nel 2008 ca. 540 rifugi. Il vero e proprio sistema federale di gestione dei parchi nazionali, il National Park Service (NPS), nasce nel 1916 per volere del presidente Thomas Woodrow Wilson; dipendente dal Dipartimento per gli affari interni, il NPS, strutturato sul territorio negli uffici locali di sette macroregioni, è incaricato dell'amministrazione di circa 400 tra parchi, riserve, monumenti, memorial, siti storici, aree costiere, campi di battaglia nazionali. Negli anni Sessanta e Settanta del XX sec., sotto la spinta dei movimenti ecologisti e secondo i dettami del nascente ambientalismo, la legislazione nazionale si è diversificata e sono stati introdotti i primi provvedimenti in materia di inquinamento. Nel 2015 le aree protette interessavano complessivamente il 15,1% del territorio; il NPS è responsabile di tre tipi di aree naturali, storiche e attrezzate, che comprendono parchi nazionali, monumenti, riserve, bandite, aree attrezzate, siti storici, parchi storici, campi di battaglia, aree costiere, rive lacustri, sentieri panoramici, aree fluviali e aree fluviali panoramiche e incontaminate, per un totale di ben oltre 2000 siti, tra i quali anche alcuni gestiti da altre istituzioni. L'UNESCO ha dichiarato patrimonio naturale mondiale dell'umanità i seguenti parchi: Parco Nazionale di Yellowstone (1978); Parco Nazionale delle Everglades (1979); Parco Nazionale del Grand Canyon (1979); parchi nazionali di Kluane/Wrangell-Saint Elias/Glacier Bay/Tatshenshini Alsek (1979, 1992, 1994) in condivisione con il Canada, Parco Nazionale Redwood (1980); Parco Nazionale Mammoth Cave (1981); Parco Nazionale Olympic (1981); Parco Nazionale Great Smoky Mountains (1983); Parco Nazionale Yosemite (1984); Parco Nazionale dei Vulcani di Hawaii (1987); Parco Nazionale delle Grotte di Carlsbad (1995); Parco Nazionale Waterton-Glacier (1995) anche questo in cogestione con il Canada; Papahānaumokuākea (2010), sito di interesse ecologico e culturale.

Economia: generalità

Peculiari condizioni storico-geografiche, forse irripetibili su scala mondiale, sono alla base della struttura economica degli USA, la massima potenza del mondo occidentale. Due sono stati i fattori determinanti: la piena disponibilità di uno spazio esteso e ricchissimo di risorse naturali, il cui intenso sfruttamento ha consentito quel crescente accumulo di capitali che è stato alla base di tutti i successivi slanci dell'economia statunitense; l'afflusso di decine e decine di milioni di individui provenienti da ogni parte del mondo che, animati da uno straordinario spirito pionieristico, hanno popolato gli immensi territori, conquistando nuove terre e nuove risorse. Queste condizioni sono state accompagnate da un ampliamento progressivo del mercato degli scambi, da una forte urbanizzazione e da un miglioramento crescente delle condizioni di vita, che hanno alimentato alti tassi di consumo. Fattore determinante di questo processo di crescita è stato senza dubbio un intenso sviluppo tecnologico amplificato, soprattutto nel corso del XX secolo, da una diffusione eccezionale dei mezzi di comunicazione. Il costante aggiornamento tecnologico ha stimolato lo sviluppo dei diversi settori economici, favorendo una razionalizzazione crescente delle forme di produzione e mostrando la stretta interconnessione tra ricerca scientifica, applicazione tecnologica e fase produttiva. In conseguenza degli altissimi costi di gestione, tali fattori hanno favorito il processo di concentrazione di imprese, tradottasi in breve tempo nell'affermazione delle corporation, grandi società operanti nei più svariati settori, le cui unità di produzione sono state organizzate su scala globale e dislocate in diversi Paesi, attraverso le imprese multinazionali. Non solo, ma lo straordinario sviluppo di nuovi settori, come quello dell'alta tecnologia e delle professionalità connesse ha finito per costituire, per intensità e diffusione, un caso più unico che raro sullo scenario internazionale. Grazie a queste interconnessioni produttive, tecnologiche e finanziarie (ingenti sono stati infatti anche gli investimenti pubblici e privati in questa corsa tecnologica), gli Stati Uniti sono stati il primo Paese in cui si è assistito al passaggio diretto da un'economia industriale a un'economia in cui netto è il primato del terziario, a scapito dei settori tradizionali che, nell'arco dell'ultimo mezzo secolo e in particolar modo degli ultimi decenni, sono stati investiti da un profondo processo di ristrutturazione. Nella sua corsa verso lo sviluppo e la crescita economica il sistema americano ha incontrato, soprattutto nel corso del XX secolo, gravi momenti di recessione, le cui ripercussioni sono state avvertite su scala globale. La prima crisi è culminata in quello che è passato alla storia come il martedì nero di Wall Street (29 ottobre 1929), il giorno più rovinoso della storia dei mercati azionari, caratterizzato da un crollo di quasi 43 punti dell'indice delle quotazioni. L'eccesso di produzione rispetto alle possibilità d'acquisto riscontrato nel mercato era stato all'origine di un vertiginoso calo dei prezzi, cui aveva fatto seguito una vendita incontrollata di numerosi pacchetti azionari, contro cui nulla avevano potuto nemmeno le operazioni di contenimento delle banche. La crisi che ne è derivata ha segnato l'inizio di un nuovo modo, più controllato, di organizzare la realtà economico-sociale del Paese, nel quale la funzione dello Stato, specie a livello federale, è divenuta via via più importante. Tale ruolo, ridisegnato in modo chiaro dal piano di riforme economiche e sociali inaugurate nel corso degli anni Trenta dal New Deal di F. D. Roosevelt, si è esplicato successivamente sia mediante grandiose realizzazioni nell'ambito della pianificazione territoriale, sia attraverso più incisivi interventi per la protezione dell'ambiente sia attraverso una politica di conservazione delle risorse nazionali. Nei decenni successivi, l'intreccio crescente tra gli interessi produttivi e finanziari degli Stati Uniti e dei principali Paesi industrializzati del mondo e le relazioni commerciali attivate su scala globale hanno trovato un primo importante tentativo di regolazione durante la conferenza di Bretton Woods (1944). Gli accordi stipulati in tale occasione si sono configurati come un esempio, pressoché unico nella storia, di governo concordato e condiviso delle politiche monetarie nazionali, al fine di stabilizzare il più possibile i tassi di cambio (legati da quel momento al dollaro, divenuta la valuta principale al mondo) e di riequilibrare gli sfasamenti dei pagamenti internazionali (compito assegnato al FMI, isituito insieme alla Banca mondiale nel 1945 e operativo dal 1946). La particolare collocazione del Paese all'interno del quadro internazionale ha fatto sì che la crisi economica esplosa agli inizi degli anni Settanta, in conseguenza degli improvvisi rincari del petrolio e alle scelte di politica monetaria dell'amministrazione Nixon, coinvolgesse profondamente l'economia, determinando il secondo momento di recessione della storia americana nel corso del XX secolo, caratterizzato da un calo dell'occupazione e dall'aumento di inflazione e deficit pubblico, anche in conseguenza dei costi sociali per sostenere il peso della disoccupazione e della guerra in Viet Nam. In aggiunta agli elementi di crisi, parzialmente indotti dall'esterno, questo Paese dall'economia pur così straordinariamente poderosa (il PIL pro capite, di 46.859 $ USA nel 2008, si traduce, in un Paese di quasi 300 milioni di abitanti, in una produzione di ricchezza nazionale assolutamente senza confronti, pari a 14.264.600 ml $ USA) ha comunque conservato persistenti e non risolte debolezze d'ordine strutturale, mostrando squilibri sia a livello territoriale sia a livello sociale e ratificando in qualche modo l'esistenza di un tipo di economia in cui la presenza di una quota di esclusi doveva essere accettato come dato strutturale incontrovertibile. È negli Stati Uniti infatti, più che in qualsiasi altra nazione al mondo, che il divario tra il Paese delle multinazionali, del consumismo, dei sindacati corporativi e il Paese dei gruppi etnici di minoranza e delle decine di milioni di immigrati clandestini – quella parte di Paese, vale a dire, definita statisticamente “povera”, che nel 2006 ha interessato il 15,4% della popolazione, in costante aumento – è e resta evidentissimo. Se, dunque, dopo il superamento della crisi petrolifera, il Paese ha conosciuto un periodo di forte deregolamentazione (in particolare alla fine degli anni Settanta, in concomitanza con la presidenza Carter) al fine di incentivare la flessibilità del mondo del lavoro, sostenere la crescita economica e rafforzare la tutela dei consumi, gli anni Ottanta hanno visto prevalere, dapprima con la presidenza Regan e successivamente con quella di G. W. Bush, una visione fortemente neoliberista. Centrata sull'importanza del settore privato e perseguita con tagli alla spesa e diminuzione della pressione fiscale, in modo da attrarre investimenti e sostenere i consumi – affiancata parallelamente dalla crescita delle spese per la ristrutturazione del settore militare –, la politica adottata ha avuto tra le conseguenze principali una più sperequata distribuzione del reddito, responsabile dell'accentuarsi del disagio sociale, nonché della graduale erosione dell'egemonia statunitense. Tutto ciò ha influito sulla bilancia commerciale e su quella dei pagamenti, che hanno fatto registrare sensibili deficit, e ha contribuito alla crescita preoccupante del debito estero, da decenni superiore in valore assoluto a quello di ogni altra nazione. È nel corso degli anni Ottanta, inoltre, che si è assistito alla finanziarizzazione progressiva dell'economia. Questo scollamento crescente dall'economia reale, se da una lato ha permesso di realizzare enormi profitti, dall'altro lato ha viziato gli scambi, rendendo le economie nazionali sempre più fragili e dipendenti dai flussi borsistici, esponendole a notevoli livelli di rischio, sia sul breve sia sul lungo periodo (e di cui la profonda crisi verificatasi nel corso dell'estate e dell'autunno del 2008 ne rappresenta uno dei drammatici esiti). Significativa è risultata anche la crescente permeabilità del sistema produttivo agli investimenti (sia diretti che indiretti) di imprese straniere, e in particolare di quelle giapponesi, nei confronti delle quali il Paese ha adottato provvedimenti economici basati su orientamenti protezionistici. Solo nel corso degli anni Novanta e all'inizio del Duemila tali politiche hanno lasciato posto a forme di integrazione a livello continentale e mondiale, capaci di rivitalizzare l'economia statunitense pur se in un quadro di progressiva regionalizzazione del commercio internazionale. Un passo significativo in questo senso è stato compiuto con l'entrata in vigore, nel 1994, del NAFTA, trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico, che ha ampliato e arricchito un precedente accordo vigente fra Stati Uniti e Canada. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno puntato a una cooperazione anche nell'area pacifica tramite l'organizzazione dell'APEC, istituita nel 1989, anche per meglio negoziare con il Giappone un accesso bilanciato ai mercati di esportazione. Le nuove forme di internazionalizzazione dell'economia degli USA, tanto all'interno quanto all'esterno del Paese, hanno reso via via più importanti le condizioni degli scambi commerciali: ne sono prova i confronti, anche duri, con il Giappone e con i Paesi dell'UE, solo in parte mediati attraverso i negoziati per il rinnovo del GATT e non sempre con soddisfazione dell'economia statunitense (per esempio, è stato il malcontento degli agricoltori). Sul fronte interno, la crescita del tasso di disoccupazione, fin dalla metà degli anni Ottanta, al di sopra del limite – considerato “fisiologico” – del 5% , ha comportato una difficoltà crescente a impiegare efficientemente la manodopera, troppo costosa rispetto ai Paesi concorrenti. A risentire di questa crisi occupazionale è stato in particolar modo il comparto industriale, che occupava poco meno del 30% degli attivi, e cui tradizionalmente si rivolgeva la manodopera meno qualificata. Non solo, ma le sperequazioni socioeconomiche, avvertite già dalla fine del decennio, hanno assunto aspetti differenziati secondo le grandi regioni del Paese. In particolare, la crisi che negli anni 1990-92 ha investito l'area industriale più antica, quella del Nord-Est, ha preso a risolversi attraverso una radicale ristrutturazione produttiva che ha restituito maggiore flessibilità alle aziende, e di conseguenza un'accresciuta capacità di competere sul mercato interno, in primo luogo, con le importazioni europee e asiatiche; tale ristrutturazione, tuttavia, è stata possibile solo attraverso un processo di razionalizzazione dei cicli produttivi che ha portato a espellere milioni di lavoratori (per recuperarne poi una buona parte, ma in forme meno stabili, per nulla garantite e, in generale, meno remunerative). Il processo espansivo che, invece, aveva cominciato a interessare il cosiddetto Sun Belt (gli Stati più meridionali e più occidentali) è proseguito, portando a un'indubbia crescita Stati come la California e il Texas (Austin), con un trend costante anche negli anni Duemila. Le regioni delle Grandi Pianure, anch'esse gravemente colpite dalla recessione dei primi anni Novanta e, da sempre, più spiccatamente rurali e prive di realistiche possibilità di sviluppo in altri settori, sono rimaste indietro, in questo generale processo di riassetto produttivo, finendo per presentarsi, insieme alle aree urbane più degradate, come gli spazi a più forte diffusione di malessere sociale ed economico. Ne sono stati in qualche modo dimostrazione svariati episodi che hanno fortemente colpito l'opinione pubblica statunitense e mondiale: alcune sommosse urbane (a Los Angeles e Miami, in particolare, nel 1992), evidentemente alimentate dallo stato di tensione fra la popolazione delle aree sfavorite delle grandi città; e poi l'assedio di Waco (1993) e l'attentato di Oklahoma City (1995) che hanno reso sempre più evidente la profonda e crescente contrapposizione di taluni gruppi nei confronti del modello di sviluppo degli Stati Uniti. È negli anni Novanta, tuttavia, che la crescita economica generale del Paese è apparsa in modo piuttosoto chiaro, a partire dagli indicatori macroeconomici: il PNL, per esempio, ha ripreso a crescere a ritmi annui compresi fra il 2% e il 4%, con un andamento oscillante ma decisamente positivo grazie anche a un'inversione di tendenza nelle strategie di sostegno alla crescita, coincise con l'insediamento della presidenza Clinton, le cui preoccupazioni si sono concentrate su diversi fronti. In primo luogo il risanamento dei conti pubblici, mediante un contenimento della spesa militare e della sanità e l'aumento delle entrate, anche grazie al contestuale sviluppo dei mercati finanziari e alla lotta contro l'evasione fiscale. In secondo luogo, un notevole sforzo per il controllo dell'inflazione e dei tassi di interesse. In terzo luogo, la riforma del sistema di protezione sociale, attraverso una serie di provvedimenti come l'aumento dei salari minimi, il sostegno alle famiglie disagiate, gli incentivi per l'occupazione, il taglio dei sussidi per la disoccupazione al fine di disincentivare forme di dipendenza ecc. Infine, ma non meno importante, un ingente sostegno per la crescita informatica e tecnologica, a partire dall'istituzione di un Consiglio per la conciliazione delle istanze scientifiche e politiche e il coordinamento strategico del settore, per arrivare all'apertura del sistema delle telecomunicazioni agli operatori stranieri e alla ricerca di fonti energetiche alternative. La crescita degli anni Novanta, tuttavia, non ha riguardato in modo uniforme tutti i settori produttivi: l'agricoltura, in particolare, nonostante una eccellente redditività, ha visto ridursi sensibilmente il proprio contributo alla formazione della ricchezza (2% negli anni Novanta, che è diventato l'1% nei nuovo millennio); l'industria, a sua volta, ha registrato una significativa ripresa in termini di competitività, ma a prezzo di una forte diminuzione del numero di occupati, con una conseguente contrazione della quota di PIL prodotta, scesa a un quinto. Gran parte della crescita accumulata nel corso degli anni Novanta è da attribuire dunque al terziario, capace di assorbire circa il 75% della popolazione (78% nel nuovo millennio), e di contribuire alla ricchezza nazionale per più del 70% (salito al 78% nel primo decennio del Duemila). Il settore dei servizi ha trainato lo sviluppo di tutta l'economia anche nei primi anni del nuovo secolo, grazie soprattutto alla crescita del terziario avanzato e dai settori ad alta tecnologia, in particolare la telematica e l'informatica. Il peso del comparto industriale informatico è legato non solo all'importanza conferita alla ricerca, allo sviluppo e all'ingente stanziamento di fondi, ma anche all'importanza strategica che esso riveste, dato il suo effetto moltiplicativo nella creazione di ricchezza, nei settori che utilizzano la tecnologia prodotta (software, hardware, data processing) e le applicazioni (in particolare quelle delle telecomunicazioni: telefonia mobile, servizi multimediali ecc.). Non solo, ma la sempre più straordinaria diffusione dei mezzi informatici ha contribuito alla creazione di nuovi comportamenti di mercato e di quella che è stata definita la new economy, una rete di imprese, attività, investimenti basata su regole e procedure gestite direttamente tramite il web, caratterizzate da un elevato livello di innovazione e da un altrettanto rapido processo evolutivo, secondo principi operativi del tutto differenti dai metodi dell'economia produttiva. Se, tuttavia, nel 2000 il bilancio federale ha registrato un attivo record di 211 miliardi di dollari, elevato è rimasto il disavanzo commerciale, soprattutto in seguito al calo delle esportazioni e all'aumento dei prezzi del petrolio. Il nuovo millennio si è aperto anche sotto il segno di una sempre maggiore integrazione internazionale, testimonianza evidente di quanto le interconnessioni economiche con gli altri Paesi restino di vitale importanza per gli Stati Uniti, nonostante le cifre registrate a livello macroeconomico possano far pensare a una realtà economica autosufficiente. Più che il mantenimento di una posizione di prestigio, la ricerca di un ampliamento delle reti di scambio rivela infatti quanto sia importante per gli Stati Uniti mantenere un elevato grado di libertà, seppure controllata e limitata dal mantenimento di alcune forme di protezionismo, in tema di scambi commerciali e finanziari. In quest'ottica, gli Stati Uniti hanno firmato accordi per la riduzione dei dazi doganali (Viet Nam), intensificato i rapporti con l'area caribica (accordi con il CARICOM) e con i Paesi dell'area sudorientale (negoziati con l'ASEAN) ma soprattutto nel 2000 hanno raggiunto un importante accordo con la Cina, che ha introdotto misure di liberalizzazione industriale e commerciale aprendo la strada all'ingresso del Paese asiatico nel WTO (2001). Nonostante il traino esercitato dal terzo settore, l'eccessiva fiducia riposta nelle tecnologie ha comportato l'assegnazione di valori sproporzionati ai titoli azionari delle industrie della new economy, protagoniste di una vera e propria bolla speculativa, contribuendo a segnare, all'inizio del nuovo millennio, un forte rallentamento, aggravato anche dalle politiche creditizie adottata tra il 2001 e il 2004 in relazione al mercato dei mutui per la casa. L'abbassamento dei tassi di sconto ad opera della Federal Riserve e le conseguenze socioeconomiche causate dall'11 settembre 2001 hanno ulteriormente radicato fenomeni di instabilità, comportando ripercussioni a cascata, sia sotto forma di ribassi azionari, sia sotto forma di una crisi profonda, che ha investito molteplici settori, dall'industria ai servizi. A essa ha fatto seguito il contestuale intervento del governo, costretto a varare a più riprese misure e sostenere l'economia, resa vulnerabile anche dall'incidenza del debito pubblico e dalle oscillazioni del sistema finanziario. Parallelamente, la crescente internazionalizzazione dell'economia statunitense, che tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila ha aperto sia l'apparato produttivo, sia il sistema finanziario all'azione sempre più intensa di capitali esteri, ha ulteriormente aggravato lo scenario economico denunciando il calo di competitività delle imprese statunitensi. Proprio in questo ambito sono state registrate, tuttavia, alcune trasformazioni di fondo piuttosto rilevanti. Da un lato, il significativo aumento dell'interscambio nell'ambito NAFTA, imputabile soprattutto al trasferimento di molti impianti produttivi statunitensi all'estero, in particolar modo in Messico, al fine di fruire di un costo del lavoro inferiore. Dall'altro, in concomitanza con il crescente peso rivestito dai Paesi asiatici negli scambi commerciali, l'intensificarsi dei rapporti con gli Stati del Pacifico, verso cui sembra spostarsi l'asse commerciale (e con esso, anche l'evoluzione delle strutture produttive, gli scenari economici e la traformazione del territorio statunitense). L'attenzione americana si è concentrata dunque nella stipula di accordi bilaterali e di negoziati in seno all'APEC, nonostante lo scenario dei rapporti di forza nell'area asiatica sia andato progressivamente complicandosi: se, infatti, negli anni Ottanta, il maggiore rivale economico degli Stati Uniti era stato il Giappone, a partire dal nuovo millennio è stata la Cina ad assumere il ruolo di massimo competitor su scala globale, secondo percorsi di globalizzazione economica sfociati in forme di delocalizzazione per certi versi atipiche rispetto al passato: sono state le stesse industrie americane a essere rilevate dalle multinazionali asiatiche, la cui penetrazione nell'economia americana è stata tale da arrivare a impiantare nel cuore del sistema stesso i quartieri generali delle proprie imprese. Il caso più emblematico è stato sicuramente quello che ha avuto per protagonista IBM, il colosso dell'informatica, che nel 2004 ha ceduto alla LENOVO, azienda statale cinese, tutte le sue attività nel settore dell'hardware, compresi 1000 dipendenti (di cui 400 trasferiti direttamente in Cina). Il quadro delineato dai nuovi assetti societari è aggravato inoltre da una fondamentale differenza rispetto alle passate rivalità economiche, dal momento che, se per proteggere i mercati il governo americano era stato costretto nei confronti del Giappone a varare provvedimenti protezionistici, nei confronti della Cina questo atteggiamento di chiusura non risulta strategicamente funzionale. La potenza asiatica rappresenta, infatti, per gli Stati Uniti una minaccia e una risorsa nello stesso tempo: chiudere le frontiere significherebbe danneggiare in primo luogo le stesse multinazionali americane (dalla Nike alla Motorola, per citarne solo alcune) che hanno a loro volta delocalizzato le fabbriche in Cina. Senza dimenticare il dato che più di ogni altro evidenzia il senso dell'interdipendenza economica tra questi due Paesi: il nucleo stesso dell'economia americana, sotto forma dei buoni del Tesoro, è custodito nelle casse cinesi, a copertura del sempre più ingente indebitamento americano. Sul piano degli scambi commerciali, i fronti europeo e intercontinentale non si sono mostrati meno problematici: se nel 1998 l'Unione Europea ha sostanzialmente respinto l'ipotesi di un “mercato comune transatlantico”, i Paesi sudamericani del MERCOSUR si sono mostrati poco propensi ad accelerare il processo di integrazione commerciale fra i due subcontinenti e gli stessi Paesi africani hanno accolto freddamente la proposta di un partenariato statunitense, pur a fronte dell'offerta di riduzione dei loro debiti. L'insieme di queste diffidenze ha fatto riemergere, negli USA, spinte protezionistiche di fatto mai sopite. Sul fronte interno, un altro aspetto rivelatosi strutturalmente negativo è stata la crescente sperequazione nella distribuzione della ricchezza, che ha comportato, da un lato, un progressivo arricchimento di fasce di reddito sempre più circoscritte e, dall'altro, un progressivo impoverimento delle fasce di reddito più deboli, che ha finito per inglobare anche quella che un tempo era considerata la classe media. D'altra parte, è stata ed è l'espansione stessa del mercato del lavoro americano ad apparire sovrastimata rispetto alla realtà: le procedure statistiche adottate negli Stati Uniti tendono a considerare occupati tutti coloro che abbiano svolto, in un determinato periodo di tempo, una qualche attività retribuita, a prescindere dalla continuità del lavoro, dalla formalizzazione del rapporto o dal livello retributivo. Anche a prescindere da questo particolare aspetto (che però modifica pesantemente le rilevazioni statistiche), il mercato del lavoro statunitense ha registrato una fortissima spinta verso una sempre più pronunciata mobilità dei lavoratori, nel senso che i nuovi rapporti di lavoro attivati risultano a carattere temporaneo, quando non precario, con una remunerazione più bassa della media dei vecchi impieghi, con il conseguente progressivo depauperamento dei lavoratori salariati (senza contare le riduzioni in atto sulla spesa sociale, che indirettamente agiscono nella stessa direzione). Questi delicati equilibri interni sono stati ulteriormente scossi dagli interventi armati in Afghanistan (ottobre 2001) e Iraq (marzo 2003), che hanno aggravato ulteriormente lo scenario economico, caratterizzato, nel 2003, da un deficit pari al 5% del PIL e da un debito privato e pubblico pari al 200%. Parallelamente, il peso di alcuni scandali societari – in primo luogo quello che nel 2002 ha colpito la Enron, una delle maggiori multinazionali attive nel settore energetico, protagonista di un clamoroso fallimento, seguito da una serie di processi per appurare le responsabilità politiche ed economiche di questo crollo, a sua volta causa di licenzialmenti di massa e di un effetto di reazione a catena, che ha visto coinvolte diverse imprese legate agli itituti di credito che avevano finanziato la multinazionale – hanno incrinato ulteriormente la fiducia degli investitori, con la conseguente fuga dei capitali, da un lato, e il ricorso a tagli fiscali, incentivi alle imprese e riduzione del costo del denaro per sostenere i consumi, dall'altro. Nonostante un andamento altalenante riscontrato tra il 2005 e il 2007, caratterizzato da segnali contrastanti, il disavanzo della bilancia corrente continua a denunciare un crescente passivo (6,5% del PIL nel 2006), anche a causa dell'aumento massiccio delle importazioni. Del resto, il persistere di alcune condizioni, come la progressiva perdita di valore del dollaro (soprattutto a vantaggio dell'euro), l'altissimo indebitamento pubblico e privato, un debito estero sempre più rilevante (superiore in valore assoluto a quello di ogni altra nazione), unite all'esplosione delle crisi legate al mercato dei mutui (in particolare i prestiti subprime, gli strumenti di credito concessi a soggetti con pregressi problemi di insolvenza) hanno evidenziato con forza la sempre più stretta dipendenza dell'economia del Paese dai mercati finanziari. A conferma ulteriore di questi delicati equilibri, è intervenuta, nell'autunno del 2008, quella che è stata definita una delle più gravi crisi connesse a questo settore, che ha travolto 4 tra le più grandi società finanziarie statunitensi (Fannie Mae e Freddie Mac, società specializzate in erogazione dei mutui; Lehman Brothers, banca d'investimenti; Aig - American international group, agenzia assicurativa, beneficiaria, quest'ultima, di una manovra di salvataggio del valore di 85 miliardi di dollari USA approntata dallo stesso governo americano). Tale crisi è stata innescata dall'insolvenza dei debiti contratti sui mutui ad alto rischio (cosiddetti mutui subprime), concessi alle fasce più deboli, dalle conseguenti massicce svalutazioni dei titoli immobiliari e dalle eccessive esposizioni, accumulate dal mercato finanziario e legate al mercato immobiliare in modo più o meno diretto, attraverso titoli derivati (soprattutto Swap) poggianti sull'andamento del mercato stesso. Per contrastare la caduta dei titoli azionari e dei fondi monetari di investimento (legati alla liquidità e dunque appannaggio dei piccoli risparmiatori) l'amministrazione di G.W. Bush ha varato un intervento pubblico che non ha eguali né nella storia economica statunitense né in quella della storia del capitalismo: lo Stato ha, infatti, deciso di assorbire i mutui a rischio di insolvenza e i crediti non liquidabili delle banche e degli istituti finanziari per un totale stimato tra i 500 e i 1000 miliardi di $ USA, una cifra pari a quasi il 7% del PIL (o all'intero PIL di Stati come il Messico), che va ad aggiungersi agli 800 miliardi stanziati per tamponare la crisi avvenuta nel mercato azionario (compreso il ricorso al Fondo di stabilizzazione dei cambi, creato all'epoca della Grande Depressione). Contrariamente a quanto successo in occasione del più grande crack del dopoguerra, quando a crollare furono le casse di risparmio e quando il governo creò il Resolution Trust Corporation (1989), un ente appositamente concepito per liquidare i patrimoni delle centinaia di banche interessate, assumendosi direttamente il controllo degli istituti falliti, con l'intero provvedimento lo Stato americano ha deciso di farsi carico solo dei debiti degli istituti finanziari, senza intervenire sui processi di governance (pregiudicando dunque il risanamento del settore) e riversando il peso di questo massiccio intervento interamente sul bilancio federale. Il piano di intervento statale è stato denominato Tarp (Troubled asset relief program) e prevedeva diversi interventi centrali nell'economia statunitense, anche con azioni di nazionalizzazione. Esso ha quindi segnato il termine del lungo periodo di deregulation reaganiana in seguito alla quale erano state eliminate le norme basilari nella concessione dei crediti ed era stata affievolita la separazione tra attività bancarie tradizionali e investiment banking. A fronte di un maggior controllo, con il Tarp vennero immessi nel mercato americano, a sostegno delle banche nazionali, ma anche, implicitamente, di molti altri sistemi finanziari mondiali, 7700 miliardi di dollari di liquidità (erogati a tassi quasi nulli). In questo contesto, la Lehman Brothers non ricevette però l'erogazione dei fondi statali, accentuando la forte crisi della borsa mondiale e l'avvitamento delle borse oltre oceano. Tale forte scossone condusse la FED, nell'autunno 2008, a operare un'ulteriore riduzione dei tassi di sconto e a immettere nuova liquidità nel sistema bancario, ma tale azione non fu sufficiente a capovolgere l'impatto mondiale della crisi americana. Nel primo trimestre 2009 si realizzarono fenomeni recessivi pari a quelli del 1929, a cui seguirono ampi problemi di disoccupazione e di riduzione della propensione e della reale capacità di spesa delle famiglie americane. Il conseguente aumento della propensione al risparmio, che toccò i pochi capitali disponibili, indebolì definitivamente la domanda aggregata, accentuando la recessione e la disoccupazione (soprattutto giovanile). In tale crisi, i primi segnali di ripresa furono dati dal rialzo dei prezzi delle materie prime (soprattutto quelle industriali), primariamente ad opera delle economie emergenti. Dopo il picco negativo del primo trimestre 2009, l'economia americana ha quindi iniziato la ripresa, arrivando a una crescita del 5,6% nell'ultimo trimestre 2009 e del 2,2% nei primi mesi 2010. Tale crescita è stata indotta, sul piano industriale, da una ripresa dei consumi e dal maggior accumulo di scorte; dalla ripresa delle esportazioni e dalla spesa pubblica, sostenuta da una nuova manovra espansiva, da 787 miliardi di dollari, approvata dal governo presieduto da B. Obama. In tale contesto, però, i tassi di disoccupazione erano rimasti alti (17%), i salari erano in continuo calo (i mutui assorbono il 63% del reddito lordo) e sono nuovamente sorte forti tensioni sociali e sindacali, accentuate dal rischio di nuovi fenomeni speculativi. A fine 2011, infatti, le conseguenze della drammatica crisi sono ancora visibili ed esisteva ancora una diffusa preoccupazione, nelle banche, per i titoli subprime e, tra i cittadini, di una nuova bolla finanziaria e dei possibili pignoramenti delle case alle famiglie. Le correzioni indotte dal governo statunitense all'economia locale e mondiale, hanno, infatti, dato loro respiro, ma non hanno sanato le cause esistenti degli “inceppi” del sistema finanziario: la gestione di questa crisi, a livello centrale, è stata maggiormente orientata verso un sostegno delle banche, a cui è stato concesso tempo per recuperare le pesanti perdite subite, ma non sono stati toccati punti strutturali del sistema ed il crollo del mercato immobiliare, innescato dai crediti (mutui) insolvibili ha portato ad una forte riduzione del valore degli alloggi, su cui, numerosi cittadini, hanno mutui costosissimi (impostati secondo il sistema di rate crescenti nel tempo). Tale anomalia, aggiunta al forte disagio della diffusa disoccupazione, ha condotto a una riduzione delle disponibilità finanziarie di molte famiglie, a cui sono seguite difficoltà nei pagamenti e concreti rischi di recessione. A metà del 2011, infatti, il debito pubblico statunitense cresceva ancora in modo sproporzionato, i rischi connessi al credito immobiliare non potevano ancora essere fugati e l'Ufficio di bilancio del Congresso aveva previsto un rischio tangibile di default, confermato dal primo caso nella storia di taglio del rating del debito americano da parte dell'agenzia Standard & Poor's (agosto 2011). L'accordo dell'agosto 2011 fra repubblicani e democratici sembra aver allontanato il rischio di bancarotta USA e le previsioni di crescita reale degli Stati Uniti d'America vedono uno scenario non drammatico, ma non sono comunque stati risolti i suoi nodi cruciali. È prevista una crescita del PIL del 2% nel 2012 e 2,5% nel 2013; è atteso un calo dell'inflazione dal 2,5% del 2011 a un 1,9% e 1,4% nel 2012-2013, una riduzione della disoccupazione dal 9% del 2011 a un 8,6% nel 2013 e un lieve rientro (-0,3%) dei tassi a breve termine. Tali previsioni vanno però a fronte di un peggioramento previsto nel saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti statunitense del -2,9% nel 2012 e -3,2% nel 2013: tale saldo è indicativo del persistere di una situazione debitoria degli Stati Uniti verso l'estero.

Economia: agricoltura. Caratteri generali

Condizioni climatiche e pedologiche straordinariamente favorevoli sono fra i fondamentali fattori che hanno favorito l'eccezionale sviluppo dell'agricoltura statunitense: ogni abitante degli Stati Uniti dispone di una superficie coltivabile che è almeno 3 volte superiore a quella di cui fruisce il resto dell'umanità. Alle ottime risorse naturali si deve però aggiungere l'estrema razionalizzazione dell'agricoltura, un'attività caratterizzata sin dalle origini da un ben preciso adattamento alle condizioni ambientali sia delle colture sia delle dimensioni delle aziende agricole – da poche decine a diverse migliaia di ha – sia, infine, delle tecniche colturali (uso dei fertilizzanti, lotta contro la degradazione dei suoli, tecniche irrigue ecc.). In questi spazi immensi, contrassegnati dalla scarsa densità della popolazione, un altro fattore decisivo del primato agricolo statunitense è stato l'elevato grado di meccanizzazione. Infine, non va sottovalutato l'elemento umano. Gli agricoltori, spesso associati in consorzi per meglio garantirsi sicuri redditi in un settore strutturalmente esposto a pericoli ricorrenti e in genere strettamente collegati con le industrie alimentari, ricevono una altissima formazione tecnica e un aggiornamento costante. Paradossalmente, mentre il settore primario svolge, nell'ambito dell'economia nazionale, un ruolo sempre meno rilevante sia per quanto riguarda il numero degli addetti, sia in percentuale del prodotto nazionale, esso occupa una formidabile posizione in campo internazionale. Grazie ai sempre crescenti rendimenti unitari ottenuti nell'agricoltura – per certi prodotti, come la soia, gli Stati Uniti detengono in pratica il monopolio mondiale – e quindi agli enormi surplus che vengono realizzati, gli Stati Uniti sono riusciti a imporsi come un'autentica potenza alimentare: sono ormai molti, anche al di fuori del Terzo Mondo, i Paesi che dipendono, in maggiore o minore misura, dal rifornimento delle derrate statunitensi. Per conseguire la piena valorizzazione delle risorse territoriali, agricoltura e allevamento sono stati impostati, sin dalle origini, su base regionale, adeguandoli cioè alle possibilità naturali delle varie zone, sulla base di una visione complessa e integrata delle diverse produzioni nell'ambito del Paese. Questa ripartizione in belts, o “cinture”, più o meno monocolturali (Wheat Belt=cintura del frumento; Corn Belt=cintura del mais; Cotton Belt=cintura del cotone; Dairy Belt=cintura del latte), è rimasta, nel corso degli anni, in larga misura valida, anche se a poco a poco i belts si sono frazionati in sottounità maggiormente articolate. Nonostante la maggiore varietà, i caratteri generali di questa agricoltura zonale permangono e rappresentano una delle componenti fondamentali del paesaggio agrario statunitense.

Economia: agricoltura. Le colture delle diverse aree geografiche

La regione nordatlantica e dei Grandi Laghi, fortemente urbanizzata sin dalle origini del popolamento del Paese, ha promosso attività agricole in grado di fornire prodotti richiesti dalle città; condizioni ambientali favorevoli all'allevamento di stalla hanno caratterizzato questa regione in modo diffuso, al punto che essa ancora oggi è nota come Dairy Belt (Wisconsin, Minnesota ecc.). La regione appalachiana è dominata da colture varie, anche frutticole e orticole, praticate di solito in proprietà piuttosto ristrette, almeno in rapporto alle dimensioni medie delle aziende agricole statunitensi. Nella sezione nordorientale delle Pianure Centrali, dal bacino dell'Ohio fino all'Iowa, dove le precipitazioni sono ancora abbondanti, si ha il grande Corn Belt, la regione del mais (Iowa, Illinois, Indiana, Minnesota, Missouri, Nebraska e Wisconsin), il vero cuore dell'agricoltura americana, che si avvantaggia di condizioni pedologiche eccellenti e consente rese elevatissime. La fascia meridionale è il Cotton Belt, che dagli USA sudorientale (Mississippi, Alabama ecc.) si è però via via spostato, per l'impoverimento dei suoli, verso il Texas, oggi il maggior produttore americano di cotone, e le aree irrigue del Sud-Ovest; le piantagioni a cotone sono in progressiva contrazione, mentre nel Cotton Belt si sono imposte con successo nuove colture più redditizie, come la soia, diffusa anche nell'Illinois, nell'Indiana e nell'Iowa. La fascia costiera del Golfo del Messico e la Florida formano invece una regione di colture subtropicali fruttifere, come agrumi, ananas ecc. A W del Mississippi, dove le precipitazioni sono ormai povere, si ha il Wheat Belt, la regione granaria che in realtà comprende due distinte aree: una settentrionale (Dakota del Nord, Montana ecc.), dove il clima più rigido si adatta alla coltivazione del frumento primaverile, e una meridionale (Kansas, il massimo produttore degli USA, Oklahoma ecc.), più estesa e redditizia, dove si ottiene il frumento invernale. Le aziende sono in genere vaste, passando dai 100-150 ha, in media, nel Kansas, agli 800-1000 ha delle proprietà più occidentali, ai margini della zona semiarida; l'organizzazione è estremamente razionale e molto elevato il grado di meccanizzazione. Dry farming (aridocoltura) e allevamento estensivo sono diffusi in tutta la regione delle Montagne Rocciose e nell'Ovest (Utah, Nevada ecc.). Qui l'agricoltura è resa possibile da imponenti opere di irrigazione (negli Stati Uniti la superficie irrigua è ca. un decimo del totale coltivato); vi si praticano colture varie, dal cotone alla frutticoltura, anche di tipo subtropicale, come nella Valle della California, che accoglie vigneti (la vite, introdotta da italiani, francesi e spagnoli, è assai redditizia e rende gli Stati Uniti il quarto produttore di vino al mondo) e alberi da frutto di varie specie. Nel complesso la superficie coltivata è pari a quasi un quinto del territorio nazionale; quanto alle singole produzioni, l'agricoltura statunitense detiene numerosi primati mondiali. Colossale è la produzione di mais, di cui è il maggiore Paese produttore ed esportatore. Il dato è ancor più significativo se si considera che quasi il 70% di questo raccolto viene impiegato come concime per gli animali da allevamento. Notevole spinta alla quotazione del mais è dovuta anche all'aumento della produzione di etanolo, utilizzato per i biocarburanti. In conseguenza di questa crescita, si è assistito anche al rialzo dei prezzi su scala globale, influenzati dal parallelo incremento dei prezzi dei combustibili fossili, che si è riverberato su scala mondiale, provocando un ritorno di interesse per l'agricoltura. A livello nazionale, ripercussioni sono state registrate anche in relazione alla ripartizione delle colture sull'arativo: nel corso del 2007, il terreno occupato dal mais è aumentato di circa un quinto, ai danni della coltivazione del frumento, di cui gli Stati Uniti occupano il terzo posto per quantitativo prodotto, con la conseguente flessione delle esportazioni. Completano il quadro delle principali colture cerealicole sorgo (Arizona), orzo (North Dakota), avena (Minnesota) e riso (presente nelle zone irrigue del Sud e del Sud-Ovest). Elevata è anche la produzione di patate, coltivate soprattutto negli Stati settentrionali, specie nell'Idaho; larga diffusione ha pure la patata dolce (batata). Le principali produzioni orticole riguardano i pomodori, le cipolle, i cavoli e i fagioli; più importante è però nel complesso la frutticoltura, diffusa sia nelle zone temperate dell'Est e dell'Ovest, sia in quelle subtropicali del Sud e soprattutto in California. Il Paese produce elevati quantitativi di mele, pesche, pere e prugne. Complessivamente, gli Stati Uniti sono il quarto produttore al mondo di frutta e il terzo di agrumi (in special modo la California e la Florida, dove prevalgono i pompelmi).

Economia: agricoltura. Le colture industriali e le foreste

Quanto alle colture industriali, primeggia il cotone, per le cui fibre gli USA detengono il secondo posto su scala mondiale tra i Paesi produttori; tuttavia la percentuale rispetto alla produzione mondiale è in continua diminuzione, proporzionalmente all'incremento che la cotonicoltura ha registrato in molti altri Paesi, a cominciare dalla Cina. Con una massiccia produzione annua di semi, il cotone statunitense alimenta anche una poderosa industria olearia; tra le oleaginose predomina però nettamente la soia, seguita dalle arachidi, dal girasole e dal lino. Le altre due principali produzioni industriali sono il tabacco, le cui coltivazioni, spesso presenti con qualità molto pregiate, formano un vero e proprio belt nella regione appalachiana meridionale (North Carolina, Kentucky, Virginia ecc.), e la barbabietola da zucchero, diffusa in tutta la fascia settentrionale e occidentale del Paese, in California, nell'Idaho e in Colorado e che, insieme alla canna da zucchero (Hawaii, Louisiana, Florida), alimenta una considerevole industria saccarifera. § Quanto alle foreste, che ricoprono il 33,1% del territorio nazionale, il relativo sfruttamento dà vita ad attività molto rilevanti nella regione appalachiana, nel Sud e soprattutto sui versanti settentrionali dei rilievi lungo la costa del Pacifico (Tacoma è considerata la capitale del legname), da cui si ricava il pregiato douglas fir. Lo sfruttamento forestale è molto razionalizzato e notevole è la produzione di legname (di cui oltre la metà è costituita da conifere). Sui prodotti forestali si fondano grandiosi mobilifici, per lo più accentrati nelle metropoli nordatlantiche (New York, Jamestown, Grand Rapids, Chicago ecc.) e presso i Grandi Laghi, e colossali industrie, soprattutto quelle della pasta di legno e della carta, di cui gli Stati Uniti sono i primi produttori mondiali.

Economia: allevamento e pesca

Il patrimonio zootecnico è ingente. Nonostante ciò, gli Stati Uniti sono tra i primi importatori al mondo per numero di bovini (dopo l'Italia, che detiene il primato). L'allevamento praticato è di due specie: intensivo ed estensivo. Il primo ha la sua area migliore nel Dairy Belt. Il secondo è praticato nelle pianure semiaride a W del Mississippi, nel Texas, nell'Arizona, negli altopiani delle Montagne Rocciose e negli ambienti aridi e semiaridi di Utah, Nevada ecc.; qui, i ranches da allevamento occupano aree persino di qualche migliaio di ettari e sono talvolta gestiti da grandi società. Di rilievo è anche l'allevamento dei suini, la cui diffusione corrisponde all'area del Corn Belt. Più modeste le cifre che riguardano caprini e ovini, benché da questi ultimi si ricavino buoni quantitativi di lana. Importante e razionalmente organizzato è l'allevamento dei volatili da cortile (New England), cui si deve la seconda produzione annua di uova su scala mondiale. § Anche la pesca, organizzata con una flotta efficiente, alimenta una fiorente produzione. Grazie alle favorevoli condizioni ambientali, al fronte marittimo si aggiunge un elevato numero di fiumi e laghi che ospitano una copiosa ittiofauna. Le acque più pescose sono quelle al largo delle coste del New England (prevalgono sgombri, sardine, aringhe), della California (acciughe, tonni, sogliole), dello Stato di Washington (salmoni e merluzzi) e dell'Alaska (salmoni). Nel Golfo del Messico, in quello della California così come nelle baie di San Francisco e Chesapeake sono diffusi l'ostricoltura e l'allevamento di crostacei. Grande rilievo riveste, infine, l'industria conserviera, data anche la forte richiesta del mercato interno.

Economia: industria

L'industria americana mantiene una posizione di assoluto rilievo grazie soprattutto all'elevato livello tecnologico, che permette di compensare la concorrenza esercitata dai Paesi emergenti a basso costo della manodopera. In effetti, negli ultimi anni del XX secolo, il settore high tech (in primo luogo l'industria informatica) ha rappresentato il vero motore della crescita statunitense, contribuendo per ca. il 30% all'incremento del prodotto interno lordo. Viceversa, i rami di base e la stessa industria automobilistica (nella quale gli USA hanno dominato a lungo la scena mondiale) hanno attraversato una fase di riconversione per molti versi comune ai Paesi industrializzati, per altri resa maggiormente problematica dalle peculiarità organizzative di alcuni grandi gruppi statunitensi: in particolare la General Motors, a causa dell'opposizione sindacale ai progetti di delocalizzazione produttiva, ha vissuto, nel 1998, momenti di drammatica crisi, sfociati in una contrazione che ha investito, nei primi anni del Duemila, sia gli stabilimenti produttivi sia i posti di lavoro degli addetti del settore, diminuiti nell'ordine di decine di migliaia. Nel complesso, il settore secondario ha vissuto negli ultimi trent'anni un forte ridimensionamento della propria incidenza sul PIL totale, a vantaggio quasi esclusivo del terziario, tratto questo che caratterizza gli Stati Uniti come uno dei Paesi a economia postindustriale. L'industria di base continua tuttavia a ricoprire, nell'ambito della siderurgia, un settore di fondamentale capacità produttiva (quasi 100 milioni di t di acciaio nel 2005, che rendono gli Stati Uniti il terzo produttore mondiale), benché in netta flessione rispetto agli ultimi decenni del XX secolo; i massimi centri dell'industria siderurgica si trovano nella zona appalachiana settentrionale (Pittsburgh rimane la “capitale dell'acciaio”, ma importanti risultano anche i siti nell'Indiana, nell'Ohio e nell'Illinois), ricca di carbone e facilmente accessibile per via fluviale dalla regione dei Grandi Laghi, dove abbondano i minerali di ferro; la siderurgia è altresì ben rappresentata nei centri portuali lacustri, favorevolmente ubicati rispetto ai giacimenti ferrosi (Detroit, Cleveland, Buffalo, Chicago ecc.); mentre con minerale in genere importato vengono alimentati i colossali impianti atlantici di Sparrows Point presso Baltimora, Morrisville, Bethlehem ecc.; nell'Alabama si concentra la siderurgia appalachiana meridionale (Bessemer, Birmingham), cui si aggiungono alcuni centri sparsi nell'interno del Paese, in funzione per lo più di esigenze locali, come Houston nel Texas, Pueblo nel Colorado ecc. Importantissime sono le altre produzioni metallurgiche, per molte delle quali anzi il primato statunitense è marcatissimo, in particolare per l'alluminio (di cui il Paese è il quarto produttore mondiale), i cui numerosi centri di lavorazione sono ubicati sia in buona posizione rispetto alle miniere statunitensi (come Alcoa nel Tennessee), sia nei porti d'importazione, specie per la bauxite proveniente dall'America Meridionale (Mobile nell'Alabama, Baton Rouge nella Louisiana ecc.), dove viene in genere eseguita solo la prima fusione, mentre l'ulteriore raffinazione si svolge molto spesso in centri del Nord-Ovest (Wenatchee nello Stato di Washington ecc.). Gli Stati Uniti eccellono anche per la metallurgia del rame, che si avvale pure in parte di minerali d'importazione, con gigantesche fonderie ad Anaconda (Montana), Morenci (Arizona) ecc., e del piombo, con fonderie a Kellogg (Idaho), Tooele (Utah) ecc. Altre principali lavorazioni metallurgiche sono quelle dello zinco e del magnesio. L'industria meccanica ha conseguito uno sviluppo senza eguali e, nonostante registri oggi una certa saturazione di alcuni settori, continua la sua espansione: in un certo senso è questa l'industria che maggiormente ha inciso su tutta l'economia, per non dire sul genere di vita degli Stati Uniti. Essa è dislocata specialmente nella regione dei Grandi Laghi, dove il principale polo industriale è rappresentato da Chicago, posto a servizio di tutta la vasta regione agricola interna, e nella fascia atlantica centrosettentrionale. Nel primo Industrial Belt predominano la meccanica pesante e il settore automobilistico (con capitale Detroit), che alimenta un notevole indotto. Qui hanno sede la Ford, la Chrysler e la General Motors. Negli ultimi decenni del XX secolo, tuttavia, l'intero settore automobilistico ha dovuto confrontarsi con la concorrenza asiatica in due ambiti, quelli della produzione di autovetture e di pneumatici, che hanno visto gli Stati Uniti surclassati rispettivamente dal Giappone e dalla Cina. Nel secondo Industrial Belt, si ritrovano, invece, una serie di stabilimenti in cui si producono materiale ferroviario (Filadelfia), macchine agricole, tessili (Worcester, nel Massachusetts) e tipografiche, apparecchiature elettriche (motori di ogni genere), televisori e apparecchi radio, elettrodomestici, strumenti ottici, macchine fotografiche (Rochester) ecc. L'industria navale ha i suoi centri tradizionali nei porti atlantici (Sparrows Point, Quincy presso Boston ecc.), sulle coste del Golfo del Messico (Mobile, Pascagoula ecc.) e del Pacifico (San Diego, Los Angeles, San Francisco) e sui Grandi Laghi. Essa ha, tuttavia, subito una fortissima caduta produttiva, soprattutto per la concorrenza di altri Paesi marittimi, in particolare Giappone e Corea del Sud. Nelle zone sudoccidentali a clima asciutto, il cosiddetto Sun Belt (Texas, Arizona, New Mexico), ma anche nella Silicon Valley (situata nei pressi di San Francisco) e nella fascia costiera da Boston a Raleigh, si sono insediate l'industria elettronica (i cui centri sono legati a poli di ricerca o a sedi universitarie) e l'aeronautica (Seattle, Los Angeles, San Diego). L'ubicazione di questi nuovi settori produttivi sottolinea ancora una volta il concetto di funzionalità in termini territoriali, che è proprio della politica economica statunitense: la fascia pacifica è l'area più dinamica dell'immensa federazione, di cui non per nulla la California è lo Stato più popolato e più propulsivo. In particolare, l'industria aeronautica, con le sue altissime specializzazioni e i colossali investimenti nell'ambito della ricerca (al cui finanziamento partecipa largamente anche lo stato federale), ha permesso la nascita del settore aerospaziale, strettamente connesso all'apparato militare. L'industria aerospaziale, a sua volta, ha stimolato negli ultimi decenni, in maniera decisiva, tutta la tecnologia statunitense, la quale ha avviato – soprattutto attraverso le conquiste dell'elettronica, dell'informatica, delle telecomunicazioni – una vera e propria rivoluzione nei sistemi produttivi, che ha ricordato per certi aspetti la portata avuta nella storia dell'economia dalla “rivoluzione industriale”. Un altro settore in cui gli USA predominano in campo internazionale è l'industria chimica, successo ottenuto ancora una volta grazie agli ingentissimi investimenti destinati da enti pubblici e privati alla ricerca scientifica e a quella applicata, particolarmente remunerativa a seguito della vendita di brevetti all'estero. I maggiori impianti sono ubicati soprattutto nei centri portuali dell'Atlantico, del Golfo del Messico e dei Grandi Laghi e producono principalmente acido solforico, soda caustica, acido nitrico, fertilizzanti azotati, resine e materie plastiche. Anche l'industria petrolchimica, sorta per la prima volta negli Stati Uniti, vede tutt'ora primeggiare il colosso americano grazie alle ben note societàExxon, Mobil, Texaco, Standard Oil attive in tutto il mondo. Essa ha le sue principali basi nei centri portuali del Golfo del Messico e in vicinanza delle aree di estrazione del greggio. Notevole anche la produzione di cemento, con impianti ubicati principalmente in California (zona di Mojave), in Pennsylvania e Texas. Di antichissima tradizione, l'industria tessile è rappresentata in particolar modo dai cotonifici,(dislocati in coincidenza delle originarie sedi, nelle vallate del New England, ricche d'acqua, e nel Sud-Est atlantico, non lontano dal Cotton Belt). I lanifici sono limitati agli Stati nordorientali mentre il settore delle fibre tessili artificiali è sviluppatissimo, come quello delle fibre sintetiche (prodotte in Massachussets e nel Rhode Island); a Baltimora, Chicago e New York sono collocate inoltre le principali industrie dell'abbigliamento. L'industria alimentare comprende una gamma vastissima di prodotti, favorita anche da un sistema di vita che vede prevalere, tra le pratiche alimentari, il ricorso a cibi “preconfezionati”. Il settore include, fra le più svariate forme di attività, i macelli, diffusi soprattutto nella piana del Mississippi, nel Texas e soprattutto a Chicago, vera capitale della produzione della carne, che ha reso gli Stati Uniti il primo produttore su scala mondiale; presenti anche complessi molitori, birrifici, zuccherifici, conservifici di carne, pesce, frutta, ortaggi ecc. L'industria casearia, grazie ai prodotti in essa lavorati (latte, burro, formaggi) ha reso gli Stati Uniti il primo produttore mondiale. Sviluppato il tabacchificio, che ha nel Piedmont i suoi centri maggiori e che vede gli Stati Uniti collocarsi ai primi posti tra i produttori di sigari e sigarette. Potente è infine l'industria cinematografica, che ha la sua sede principale a Hollywood, in California.

Economia: risorse minerarie

Le risorse del sottosuolo sono molteplici e presenti in grandi quantità; il loro sfruttamento, in particolare per quanto concerne i minerali energetici, è stato alla base dello spettacolare sviluppo industriale degli Stati Uniti. Dopo avere a lungo sfruttato in modo pressoché incontrollato il loro pur straordinario patrimonio minerario, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti, divenuti la superpotenza del mondo occidentale, si sono trasformati da un Paese eminentemente produttore in uno ampiamente importatore di innumerevoli materie prime, con al primo posto il petrolio. Gli “shock” petroliferi degli anni Settanta, alla base di una temporanea quanto grave crisi energetica internazionale, hanno indotto il Paese ad accelerare lo sviluppo di fonti alternative di energia (per esempio il nucleare) e a incentivare lo sfruttamento degli enormi giacimenti di carbone, che erano stati accantonati all'epoca dello sfruttamento non razionalizzato delle riserve di petrolio. Il principale bacino carbonifero, di ottimo litantrace, si estende per un migliaio di km sul versante occidentale degli Appalachi, dalla Pennsylvania all'Alabama; segue il bacino centrale, tra il medio Mississippi e il basso Ohio, che prosegue a W del Mississippi, dal Texas allo Iowa; anche nell'Ovest, nelle Montagne Rocciose, sono state accertate diverse riserve, di cui vengono però sfruttati solo pochi giacimenti. Nel 1997 la produzione di questo minerale ha toccato i 900 milioni di t, ca. un quarto del totale mondiale superando, nel 2006, il milione di tonnellate. Più modesta è invece la produzione di lignite. Altrettanto imponenti sono le risorse petrolifere nazionali, i cui giacimenti sono ubicati in quattro principali Stati: nel Texas (che fornisce un terzo circa della produzione totale), nella Louisiana, in Alaska e in California. Gli Stati Uniti ne sono il terzo produttore mondiale, superati solo da Arabia Saudita e Russia; una fittissima rete di oleodotti conduce il greggio ai numerosi impianti di raffinazione (nel 1977 è entrato in funzione l'oleodotto dell'Alaska, che collega i giacimenti della baia di Prudhoe, nel Mar Glaciale Artico, al porto di Valdez, sul Pacifico, dopo un percorso di 1270 km nelle impervie zone artiche). Le raffinerie operano oltre che nei centri costieri del Sud, dell'Est e dell'Ovest anche nelle metropoli interne (tra i molti complessi petroliferi vanno ricordati quelli di Carson in California, Baton Rouge nella Louisiana, Toledo nell'Ohio, Filadelfia nella Pennsylvania, Houston nel Texas ecc.). Le zone petrolifere sono anche ricchissime di gas naturale (di cui gli Stati Uniti sono i secondi produttori mondiali, dietro la Russia), prevalentemente in Texas, Louisiana, Oklahoma, New Messico, Kansas, California, Wyoming, e al cui servizio è stata realizzata una estesissima rete di gasdotti. Gli Stati Uniti sono i principali produttori mondiali di energia elettrica e termoelettrica (2004). Nonostante la maggior parte di questa energia sia di origine termica, cospicue sono anche le risorse idriche: esse vengono sfruttate con impianti imponenti, costruiti sui grandi fiumi dell'Est e dell'Ovest (che offrono una maggiore portata), oltre che in quelli delle regioni centrali (bacino del Missouri). Spesso le grandi opere idriche realizzate hanno modificato il paesaggio naturale, dando origine a enormi laghi artificiali; molti dei bacini, inoltre, servono a regolare il regime fluviale e ad alimentare l'agricoltura irrigua. Nel sottosuolo sono presenti anche giacimenti di uranio, che alimenta il comparto energetico nucleare. Nonostante le forti opposizioni di buona parte dell'opinione pubblica americana, preoccupata della pericolosità degli impianti, la produzione di energia elettrica di origine nucleare copre circa un quinto del fabbisogno energetico nazionale. I principali impianti nucleari (circa un centinaio) sono collocati, tra le altre sedi, a Canyon, Baxley, Plymouth, Salem, Prescott, Middletown, Waterford ecc. Quanto ai minerali metalliferi, con la sola importante eccezione del ferro (le cui riserve sono collocate negli Stati orientali, in Texas, nel Missouri, in Colorado, nello Utah, nel New Messico, nel Wyoming e nel Nevada) i principali giacimenti sono variamente dislocati nelle Montagne Rocciose e riguardano soprattutto rame (di cui il Paese è fra i più grossi produttori, secondo al mondo dopo il Cile; principali giacimenti nell'Arizona, nell'Utah, nel New Mexico, nel Montana) piombo (Missouri, Idaho, Utah, Colorado), zinco (Tennessee, New York, Colorado) molibdeno (New Messico e Colorado, in particolare a Climax, dove è situata la più grande miniera al mondo) argento (Idaho, Montanta, Utah) ecc., e naturalmente quell'oro (South Dakota, Utah, Nevada, Arizona), la cui “febbre”, nell'Ottocento, ha contribuito largamente al progressivo popolamento dell'Ovest. L'Alaska fornisce oro, rame, argento; la bauxite proviene da un bacino situato alle spalle del Golfo del Messico. Benché siano una grande potenza anche nell'ambito dei minerali metalliferi, gli Stati Uniti attuano una più attenta politica di utilizzazione delle proprie risorse, avvalendosi anche di materiali di recupero, ricercando nuovi metodi di impiego di minerali a basso contenuto e ricorrendo su vasta scala all'importazione. Riguardo ai minerali non metalliferi sono abbondanti i giacimenti di fosfati naturali (forniti in massima parte dalla Florida), seguiti da quelli di sali potassici, zolfo e sale.

Economia: commercio, comunicazioni e turismo

In rapporto allo straordinario dinamismo dell'economia degli USA, gli scambi fra le diverse parti della Federazione sono intensissimi, anche se a livello produttivo esistono – come già notato – talune fondamentali dislocazioni delle industrie in prossimità dei giacimenti delle materie prime. In effetti il commercio è un settore che ha sempre avuto grandi impulsi, inizialmente autonomi, oggi in larga misura equilibrati, nel contesto di una struttura economica che ha propri meccanismi di autoregolazione, da interventi governativi. L'alta produttività è in diretta connessione con l'elevato livello dei consumi, che il regime concorrenziale e la sempre vivace iniziativa privata tendono continuamente ad ampliare e rinnovare. Questo è il Paese in cui è nato il modello economico del consumismo, nelle sue manifestazioni più caratteristiche, e questo è contestualmente il Paese in cui tale modello si è sviluppato maggiormente, in funzione della razionalità produttiva e distributiva, oltre che di tutta una particolare impostazione urbanistica. Tra i principali prodotti esportati dagli Stati Uniti si annoverano manufatti (in specie macchinari, veicoli e aerei), prodotti chimici e petrolchimici, prodotti metallurgici, apparecchiature di alta tecnologia e servizi, anche se non mancano esportazioni agricole di rilievo: cereali (mais e frumento) soia, legname e prodotti derivati vedono infatti il Paese primeggiare tra gli Stati fornitori sul mercato mondiale. Quanto alle importazioni, per conservare il più possibile le risorse minerarie nazionali, il Paese ricorre a forti acquisti esteri di petrolio e gas naturale (la domanda statunitense è la principale tra quella dei Paesi importatori), minerali metallici ecc., nonché di tutte quelle materie prime di cui il gigantesco apparato industriale statunitense necessita e che sono reperibili sul mercato internazionale a prezzi inferiori ai costi nazionali di produzione; si importano inoltre anche diversi prodotti industriali che ricevono negli Stati Uniti un finissaggio di alta tecnologia, nonché quei beni, in genere di lusso, richiesti da un mercato ricco (bevande alcoliche, diamanti, cristalli, porcellane, oggetti d'antiquariato, vestiario d'alta moda ecc.). Nell'ultimo decennio del XX secolo ha conosciuto una forte crescita l'importazione di prodotti elettronici di consumo e di vestiario, realizzati nei mercati dei Paesi in via di sviluppo. § Il “sistema americano” dell'economia sarebbe addirittura impensabile senza il supporto di una formidabile rete di infrastrutture; in nessun altro Paese al mondo, probabilmente, le comunicazioni hanno svolto un ruolo così determinante nella valorizzazione del territorio. La rete ferroviaria, benché in forte regresso (è passata dagli oltre 420.000 km del 1916, anno in cui raggiunse la massima estensione, a poco meno di 230.000 km nel 2000), copre il territorio con maglie complessivamente regolari, i cui assi principali corrispondono alle linee transcontinentali che uniscono l'Est all'Ovest del Paese. Chicago (uno dei maggiori centri ferroviari del mondo) e Saint Louis sono i grandi nodi della rete, raggiunti ciascuno da una trentina di diverse linee. Le reti stradale e autostradale sono uniche al mondo per ampiezza e modernità. Numerose autostrade raccordano le maggiori città in tutto il territorio, entrando sovente nelle stesse aree urbane. Alla rete principale si aggiunge quella secondaria, capillare, che tocca ogni piccolo centro. Le strade totalizzano oltre 6,4 milioni di km, di cui oltre 4 milioni asfaltate (2005). Vi transitano oltre 240 milioni di autoveicoli, di cui 137 milioni di autovetture. Numerosissime sono le compagnie private di trasporti stradali; ogni parte del Paese è praticamente raggiunta da autobus a lunga distanza. Ma se la motorizzazione ha dimensioni gigantesche, i servizi aerei non sono da meno. Gli Stati Uniti dispongono della rete aerea più fitta del mondo, che congiunge anche le piccole città; i nodi principali sono Chicago e Atlanta seguiti da Dallas, Los Angeles, Phoenix, Denver, Las Vegas, Minneapolis, San Francisco ecc. Tutti i grandi aeroporti statunitensi hanno funzioni primarie sulla rete internazionale, ma è il traffico interno ad aumentare, in proporzione, molto più rapidamente di quello internazionale. Il Paese dispone di oltre 12.000 aeroporti e di 2500 eliporti. Le vie d'acqua interne sono tuttora largamente utilizzate e si articolano essenzialmente sul sistema del Mississippi e su quello dei Grandi Laghi. La magnifica via navigabile del Mississippi, che fu decisiva nella conquista delle regioni interne, è stata potenziata dalla regolazione delle arterie laterali, rappresentate dai grandi affluenti come l'Ohio e il Tennessee (reso navigabile con dighe) e da canali come quello, fondamentale, che unisce il fiume ai Grandi Laghi. Questi sono allacciati anche all'Hudson (il cui canale è stato la fondamentale via che ha suscitato gli sviluppi dell'Est e della stessa regione dei Grandi Laghi) e direttamente all'Atlantico dopo i giganteschi lavori sul San Lorenzo. Le comunicazioni interne hanno i loro sbocchi nei grandi porti atlantici, in quelli del Golfo del Messico e del Pacifico; tutti hanno in genere una certa specializzazione, in quanto vi affluiscono i prodotti di regioni con attività economiche particolari. Le principali sedi portuali sono: New York, Norfolk e Baltimora sull'Atlantico; New Orleans, Houston e Baton Rouge sul Golfo del Messico, con funzione eminentemente di porti petroliferi, così come quello di Valdez in Alaska; Los Angeles e Seattle sul Pacifico; oltre a Duluth, Detroit, Chicago, Cleveland sui Grandi Laghi. Altri porti, destinati al pescato, sono San Pedro, Cameron, Reedsville, New Bedford, Empire ecc. § La bilancia turistica è in forte attivo: dagli oltre 49 milioni di visitatori (2005) gli USA introitano oltre 122 miliardi $ USA, e si pongono di fatto al terzo posto come Paese visitato per numero di ingressi. L'esborso valutario dei flussi turistici in uscita, altrettanto consistenti, si aggira intorno ai 99 miliardi $ USA.

Storia: dalle origini alla fine del sec. XVI

La formazione storica degli USA è cominciata con l'insediamento di coloni inglesi, all'inizio del sec. XVII, sulla costa atlantica dell'America Settentrionale. Questo originario nucleo, sviluppatosi nel corso di quasi due secoli nelle tredici colonie che nel 1776 proclamarono l'indipendenza, diventando appunto gli Stati Uniti, ha impresso il carattere anglosassone alla vastissima porzione dell'America Settentrionale – tra Atlantico e Pacifico, Messico e Canada – che è compresa entro i confini degli USA È dunque su questa base che si sono fusi e amalgamati sia gli abitanti di quelle parti dell'America spagnola o francese che vennero in prosieguo di tempo annesse agli Stati Uniti sia le decine di milioni di immigrati, prima e soprattutto dopo l'indipendenza, dai più diversi Paesi d'Europa. Gli inglesi erano stati preceduti, nelle esplorazioni e negli insediamenti sul futuro territorio degli USA, dagli spagnoli e dai francesi. Giovanni da Verrazzano, per conto di Francesco I di Francia, aveva esplorato nel 1524 la costa atlantica tra il 34º e il 50º latitudine N; più tardi, nel 1562 e nel 1565, gruppi di ugonotti francesi fondarono colonie nelle attuali Carolina del Sud e Florida; ma i coloni furono ferocemente massacrati, come eretici, dal governatore spagnolo della Florida. Questa penisola infatti, toccata già nel 1513 da Juan Ponce de León, era sotto dominio degli spagnoli, che nel 1565 vi fondarono la città di Saint Augustine, la più antica città degli attuali USA. Dalla Florida e dal Messico la Spagna si spinse poi, sempre nel corso del Cinquecento, verso l'interno, in tutta la vasta regione a nord-ovest del Messico, sino alla California. A loro volta i francesi, muovendo dalla Nuova Francia (Canada), discendevano, nel Seicento, lungo i Grandi Laghi, l'Ohio e il Mississippi, prendendo possesso della regione da essi chiamata Louisiana; nel 1718, alla foce del Mississippi venne fondata Nouvelle Orléans (successivamente New Orleans). A quella data, però, l'America inglese era già, da un secolo, in sviluppo, anzi pronta a reagire alla minaccia di accerchiamento che per essa era rappresentata dall'avanzata della colonizzazione francese. Le prime spedizioni inglesi, a scopo di colonizzazione, erano avvenute alla fine del Cinquecento, sulla costa del territorio che, in onore di Elisabetta allora regnante, fu chiamato Virginia.

Storia: dal primo insediamento del 1607 alla metà del sec. XVIII

Ma fu solo nel 1607 che un gruppo di coloni, guidati dal capitano John Smith e inviati dalla Compagnia di Londra, fondò il primo insediamento stabile, sempre sulla costa della Virginia, a Jamestown. Tredici anni dopo, nel 1620, sbarcarono sulla costa del Massachusetts, dalla nave Mayflower, un centinaio di dissenzienti dalla chiesa anglicana, i “padri pellegrini”, trasferitisi oltre Atlantico per sfuggire all'assolutismo di Giacomo I Stuart e per poter praticare liberamente la propria fede. Ancora durante la navigazione essi avevano redatto un covenant (patto solenne e volontario da essi chiamato Mayflower Compact), nel quale erano stabilite le norme della loro futura convivenza: prima espressione di principi che diverranno caratteristici del sistema istituzionale americano: la Costituzione scritta e la fonte della sovranità riposta in coloro stessi che si associavano. Fondata New Plymouth, sorse così il primo nucleo della Nuova Inghilterra (New England), la matrice dell'America più tipicamente anglosassone e quindi degli Stati Uniti. Tra il 1628 e il 1630 si ebbe nella stessa zona una ben più cospicua migrazione di puritani, che fondarono prima Salem e poi altre città, fra le quali Boston. Mentre il Massachusetts si organizzava secondo la mentalità teocratica dei calvinisti, nel 1636 un pastore, Roger Williams, si trasferiva da Salem nel Rhode Island, fondandovi Providence, centro di tolleranza religiosa, altro principio fondamentale del modo di vivere americano. In pochi decenni la Nuova Inghilterra (New England) già comprendeva quattro colonie (Massachusetts, Rhode Island, New Hampshire e Connecticut); più a sud, nella zona centrale della costa atlantica, era sorta la colonia del Maryland, fondata da cattolici; ancora più a sud, oltre alla Virginia si erano costituite le colonie della Carolina del Nord (North Carolina) e della Carolina del Sud (South Carolina). Fra la Nuova Inghilterra (New England) e il Maryland, però, si interponevano la Nuova Svezia, sorta nel 1638, e la Nuova Olanda, sorta nel 1624, col centro principale di Nuova Amsterdam. Entrambe queste colonie ebbero breve vita: la Nuova Olanda assorbì nel 1655 la Nuova Svezia, per essere a sua volta, nel 1664, conquistata dagli inglesi, che ribattezzarono Nuova Amsterdam New York. Sui territori così annessi sorsero quattro nuove colonie: New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware. Una tredicesima e ultima colonia si aggiunse nel 1732, la Georgia, collocata tra la Carolina del Sud e il possesso spagnolo della Florida. Nella loro espansione dalla costa verso l'interno i coloni inglesi, oltre le difficoltà naturali, faticosamente dominate dallo spirito pionieristico (anche questo passato al carattere americano), dovettero affrontare gli abitanti originari della regione, i cosiddetti Indiani: una lunghissima vicenda, conclusa solo a un secolo dall'indipendenza degli Stati Uniti, attraverso alternative di incontri e scontri (le “guerre indiane”), a conclusione dei quali gli Indiani, che pure avevano una loro civiltà, furono sterminati, in parte sopraffatti, culturalmente degradati, respinti sempre più indietro e infine rinchiusi in apposite “riserve”. Se gli inglesi avevano trovato gli Indiani sul posto, furono invece essi a importare quell'altra componente etnica che doveva avere un peso rilevantissimo nella storia americana, quella dei neri, addetti come schiavi soprattutto alle peculiari colture agricole del Sud. Si venivano così creando nelle tredici colonie due società molto diverse: quella delle colonie settentrionali, una società democratica di piccoli proprietari terrieri, artigiani, mercanti; e quella delle colonie meridionali (compreso il Maryland), una società aristocratica di grandi latifondisti che sfruttavano il lavoro degli schiavi neri. Eppure, nonostante tanta diversità economico-sociale, politicamente e anche etnicamente tutti i coloni condividevano i fondamentali principi già accennati, dal geloso senso dell'autonomia alla vigile coscienza dei propri diritti. Ed erano principi talmente basilari e sentiti come tali che rendevano persino secondarie le pur notevoli differenze costituzionali fra i diversi tipi di colonie. Sin dal periodo coloniale, inoltre, la lingua, il costume e il diritto comune inglese avviarono il processo di assimilazione e fusione dei diversi nuclei di popoli europei che si venivano stanziando al di là dell'Atlantico.

Storia: l'indipendenza

A metà circa del Settecento il processo di crescita delle colonie, che contavano ormai un milione e mezzo di abitanti, portò gli spiriti più intraprendenti a spingersi ulteriormente a ovest, al di là dei monti Appalachi; ma in questo spostamento della “frontiera” (non un confine fisso, ma la linea mobile che si sposta in avanti col procedere della colonizzazione: elemento capitale della storia americana) non si incontravano solo la natura ostile e gli Indiani, bensì anche i francesi, discesi, come s'è detto, dal San Lorenzo al Golfo del Messico. Cominciarono così gli scontri fra coloni inglesi e francesi e già una guerra locale era in atto due anni prima che tra Francia e Inghilterra scoppiasse la guerra dei Sette anni (1756-63). Truppe raccolte fra i coloni combatterono insieme a quelle inviate dalla madrepatria, contribuendo così al crollo del dominio francese nell'America Settentrionale. Con la Pace di Parigi del 1763, per quanto riguarda il territorio che divenne poi quello degli Stati Uniti, la regione fra gli Appalachi e il Mississippi passò all'Inghilterra, mentre la Spagna ottenne il resto della Louisiana sino alle Montagne Rocciose, cedendo però la Florida all'Inghilterra. Liberati così dalla pressione francese e spagnola, i coloni non sentivano più il bisogno di essere protetti dalla madrepatria, proprio mentre questa accentuava la sua politica imperiale di accentramento e di maggiore intervento nelle colonie, continuando altresì a imporre, sul piano economico, il più rigoroso mercantilismo. Si verificava così un duplice contrasto: economico, per la lesione degli interessi dei coloni, e costituzionale, perché il Parlamento di Londra, nel quale non sedevano rappresentanti dei coloni, legiferava anche riguardo alla tassazione, violando il tradizionale principio anglosassone “nessuna tassa senza rappresentanza”. La “legge sul bollo” (Stamp Act), emanata a Londra nel 1765, fece precipitare la situazione in senso rivoluzionario, provocando da un Congresso radunatosi a New York lo stesso anno l'esplicita rivendicazione dell'anzidetto principio; non minore reazione suscitò la tassa sul tè del 1767. Insistendo il re Giorgio III e il suo governo nella propria miope politica, gli americani risposero organizzandosi mediante “comitati di corrispondenza” intercoloniali, convocando “congressi provinciali” che erano vere e proprie assemblee rivoluzionarie, svolgendo tutta un'attività, anche di propaganda, che rafforzava e radicalizzava la resistenza. Infine, quando a punizione del Massachusetts, nel 1774, furono emanate quelle che vennero subito definite “leggi intollerabili”, non solo la colonia le rifiutò, ma anche le altre le manifestarono solidarietà e la Virginia in particolare convocò un “congresso provinciale” dal quale partì l'invito, a tutte le colonie, per un congresso annuale che discutesse “gli interessi collettivi dell'America”. Con l'adesione di tutte le colonie, tranne la Georgia, si aprì così il 5 settembre 1774, a Filadelfia, il I Congresso continentale, con lo scopo di deliberare “le misure adatte e sagge” affinché le colonie potessero ricuperare “i loro giusti diritti e libertà”. La reazione inglese a richieste in fondo moderate esasperò il conflitto, finché a Lexington, il 19 aprile 1775, si giunse al primo scontro armato. Cominciava così, con la guerra d'Indipendenza, la Rivoluzione americana. Il II Congresso continentale, radunatosi a Filadelfia dal 10 maggio 1775, da una parte assunse la direzione delle operazioni, affidando il comando delle truppe a G. Washington; dall'altra proclamò, il 4 luglio 1776, l'indipendenza delle colonie, con una celeberrima “Dichiarazione” scritta da T. Jefferson. Le tredici colonie si trasformavano in tal modo negli Stati Uniti; ma l'indipendenza effettiva dovette essere conquistata sui campi di battaglia e sul terreno diplomatico (alleanza con la Francia del 1778). Conseguita la vittoria, con la Pace di Parigi del 3 settembre 1783 gli Stati Uniti ottennero non solo il riconoscimento dell'indipendenza ma anche un ingente ampliamento territoriale, l'intera regione che si stende dagli Appalachi al Mississippi.

Storia: le presidenze di Washington e Adams

La spinta a ovest dei coloni, che era stata uno dei motivi della rivoluzione, aveva quindi via libera e cominciava a prendere corpo il destino “continentale” degli Stati Uniti. Costituzionalmente, gli Stati Uniti erano tali solo nel nome, perché in realtà erano tredici stati sovrani, collegati appena dagli “articoli di Confederazione e Unione perpetua”, adottati per le necessità di guerra e ratificati solo nel 1781. In breve gli inconvenienti del sistema si rivelarono tali che nel maggio del 1787 si radunò, sempre a Filadelfia, una Convenzione, la quale il 17 settembre adottò la Costituzione durata per più di tre secoli (salvo alcuni emendamenti). Seguì la battaglia per la ratifica, vinta dai “federalisti” (fra i quali A. Hamilton e J. Madison), sicché la Costituzione poté entrare in vigore e il 30 aprile 1789 Washington, eletto primo presidente, poté insediarsi in carica, a New York, la prima capitale federale (nel 1800 la capitale venne trasferita in una città appositamente costruita, Washington). Il presidente scelse come collaboratori per le massime cariche i più eminenti tra i federalisti e gli antifederalisti, rispettivamente Hamilton al tesoro e Jefferson quale segretario di stato, due personalità antitetiche (il “realista” e l'“idealista”), esponenti di due concezioni globalmente opposte sullo sviluppo degli Stati Uniti. A Hamilton, in particolare, toccò il gravoso compito, bene assolto, di organizzare le finanze dell'Unione, consolidando il debito pubblico e procurando delle entrate per fare fronte alle spese dell'amministrazione federale. A questo fine Hamilton introdusse dei dazi doganali sulle merci importate, dando così inizio a quel protezionismo che si è sviluppato per buona parte della storia americana ed è stato uno dei motivi di dissenso tra il Nord e il Sud. Il protezionismo, infatti, se favoriva gli interessi del Nord incipientemente industriale, danneggiava quelli del Sud agrario; il Nord preferiva quindi un forte governo centrale, sulla linea federalista, all'opposto del Sud, che sosteneva i diritti degli stati, sulla linea antifederalista. Si venivano così caratterizzando due partiti che, attraverso varie e complesse vicende e mutamenti di nome, si continuano negli attuali due partiti del sistema americano: il democratico, erede diretto degli antifederalisti, e il repubblicano, erede indiretto dei federalisti. Intanto, con i primi dieci emendamenti alla Costituzione (il Bill of Rights), entrati in vigore nel 1791, venivano garantiti i fondamentali diritti di libertà, come era avvenuto in Francia con gli “immortali principi” sanciti dalla Rivoluzione. Ma furono proprio la Rivoluzione francese e la guerra seguitane nel 1793 tra Francia e Inghilterra a mettere a dura prova la politica americana. Nello stesso anno gli Stati Uniti proclamarono la propria neutralità, che però divenne sempre più difficile da far rispettare, con la conseguenza di gravi dissidi interni sulla migliore linea da adottare nell'interesse degli Stati Uniti. Washington, nel “messaggio d'addio” del 1796 (aveva rifiutato di essere eletto una terza volta), aveva raccomandato ai suoi concittadini di evitare di lasciarsi coinvolgere nei conflitti della vecchia Europa, ponendo così la premessa dell'isolazionismo americano, linea maestra della politica estera degli Stati Uniti sino alla prima guerra mondiale. Col presidente J. Adams, successore di Washington, dopo un periodo di acuta tensione con la Francia, si giunse (Trattato di Montefontaine del 1800) a sciogliere il trattato del 1778, eliminando così l'unico vincolo formale di alleanza con una potenza europea; ma intanto la situazione si era aggravata sul piano interno, sino all'emanazione delle leggi sugli stranieri e sulle sedizioni, fortemente restrittive dei diritti civili. Ne derivò una grande impopolarità per il presidente Adams e il suo partito, il federalista, che fu sconfitto alle elezioni presidenziali del 1800, per non più ritornare al potere.

Storia: da Jefferson alla dottrina di Monroe

Il terzo presidente degli Stati Uniti fu T. Jefferson (1801-09), col quale si attuò un rapido e ampio processo di democratizzazione della vita pubblica, dei rapporti civili e sociali. Sul piano internazionale continuarono le difficoltà connesse alla situazione europea; per tutelare la neutralità Jefferson proclamò un embargo che si rivelò disastroso per gli interessi americani, tanto che lo si dovette revocare. Il successore di Jefferson, J. Madison (1809-17), ereditò pertanto una situazione penosa, che infine sfociò nella guerra con l'Inghilterra (1812-14), conclusa dalla Pace di Gand (24 dicembre 1814) senza vinti né vincitori, col ristabilimento dei confini d'anteguerra. All'attivo di Jefferson va però ascritto l'acquisto, per 15 milioni di dollari, della Louisiana, che la Spagna aveva retrocessa alla Francia con un trattato segreto nel 1800 e che la Francia cedette agli Stati Uniti col Trattato di Parigi del 30 aprile 1803. Così gli Stati Uniti si estendevano a ovest del Mississippi, sino alle Montagne Rocciose, annettendosi un immenso territorio, dal quale in futuro sarebbero sorti ben undici stati. Tornata la pace, liberi da impegni internazionali, gli Stati Uniti poterono dedicarsi al proprio sviluppo, sia spingendo la colonizzazione a ovest sia incrementando la crescita economica, con le comprensibili conseguenze su tutti gli altri aspetti della vita. Seguendo i criteri stabiliti dalla Northwest Ordinance del 1787 per l'organizzazione di nuovi stati da ammettere all'Unione, i tredici stati originari crebbero rapidamente di numero, raggiungendo nel 1819 il totale di ventidue. Di questi, la metà era liberista, cioè non ammetteva la schiavitù; l'altra metà era invece schiavista. Il Nord, dove la schiavitù era stata abolita, anche per la sua inutilità dal punto di vista economico, si contrapponeva così al Sud, dove la schiavitù fioriva, essendo la mano d'opera nera ritenuta indispensabile per le coltivazioni che vi si sviluppavano, soprattutto quella del cotone. Per mantenere l'equilibrio all'ammissione di uno stato schiavista corrispondeva l'ammissione di uno stato liberista; ma nel 1819 la richiesta di ammissione del Missouri, schiavista, minacciando di dare la preminenza agli stati schiavisti, provocò una gravissima crisi, che scosse nel profondo l'Unione e fu infine risolta, nel 1820, col “compromesso del Missouri”. Insieme al Missouri venne ammesso il Maine, liberista, che voleva staccarsi dal Massachusetts di cui era una dipendenza; si stabilì inoltre che il parallelo 36º30´ servisse da linea divisoria per gli stati che sarebbero sorti nel territorio della Louisiana, proibendo la schiavitù a nord di tale linea. Nel 1819, ancora, si ebbe un altro ampliamento degli Stati Uniti, con l'acquisto della Florida dalla Spagna. Durante queste vicende era presidente J. Monroe (1817-25), col quale ebbe inizio la cosiddetta “era dei buoni sentimenti”. Infatti le vecchie divisioni in partiti erano ormai superate, i federalisti scomparivano dalla scena, per così dire, per morte naturale, tanto che alle elezioni del 1820 non presentarono neppure un candidato. Ma alle elezioni del 1824 se ne presentarono quattro, tutti con l'etichetta di repubblicano; prevalse J. Q. Adams (1825-29), figlio del secondo presidente, sotto la cui presidenza però la divisione in due partiti (repubblicano-nazionale e democratico-repubblicano) si venne ridefinendo intorno a nuovi problemi. A Monroe si deve l'enunciazione della “dottrina” che da lui prende nome (2 dicembre 1823), relativa alla non interferenza degli Stati Uniti nelle questioni europee, accoppiata con l'affermazione che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato che una potenza europea stabilisse nuove colonie nelle Americhe e non avrebbero nemmeno permesso un intervento europeo che minacciasse l'indipendenza delle nazioni americane. Occasionata dal processo indipendentistico allora in corso nell'America Latina e rivolta come monito alla Santa Alleanza, la “dottrina di Monroe” fu il punto di partenza della politica di attiva presenza e talora anche d'intervento degli Stati Uniti nell'emisfero occidentale, tuttora considerato da Washington come una propria sfera d'influenza.

Storia: dal "regno di Jackson" a Lincoln

L'“era dei buoni sentimenti” ebbe fine nel 1829, quando subentrò a essa il “regno di Jackson”, così chiamato dal nome di A. Jackson, presidente dal 1829 al 1837. Uomo dell'Ovest, primo tipico rappresentante dell'“America americana” a insediarsi alla Casa Bianca, Jackson democratizzò definitivamente gli Stati Uniti, ponendo in primo piano l'“uomo comune”, però sotto la propria forte guida personale. Era stato eletto come rappresentante dei democratici- repubblicani (o più semplicemente democratici, come tuttora si chiamano), sostenitori d'un indirizzo liberale-progressista, di contro all'indirizzo conservatore dei repubblicani-nazionali: una contrapposizione che concretamente si articolava intorno ad alcuni grossi problemi proposti dallo stesso sviluppo degli Stati Uniti. Così per le vie di comunicazione, strade e più ancora canali, si dibatteva se spettasse attrezzarle all'Unione oppure agli stati; circa le tariffe doganali permaneva il contrasto tra il Nord fautore del protezionismo e il Sud contrario; quanto alla Banca Nazionale, ricostituita nel 1816, si fronteggiavano fautori e avversari del rinnovamento della sua “carta”, scadente nel 1832. La questione delle tariffe provocò una gravissima crisi quando nel 1828 fu adottata una tariffa così fortemente protezionistica che dalla Carolina del Sud si levò una violenta protesta, espressa da J. Calhoun (vicepresidente con Adams e poi con Jackson) nella tesi della nullità delle leggi federali che invadessero il campo dei “diritti degli Stati”. La crisi culminò nel 1832: di contro all'“Ordinanza di nullità” emanata dalla Carolina del Sud Jackson minacciò l'uso della forza, scegliendo di proteggere la causa dell'Unione piuttosto che quella della libertà degli stati, egli che pure era un democratico. Durante la seconda presidenza di Jackson, mentre la questione delle tariffe alienava dal presidente i sudisti, il contrasto per la Banca Nazionale (cui non fu rinnovata la “carta”) gli metteva contro i repubblicani-nazionali, portatori ormai degli interessi dell'Est industriale e finanziario. Questi due gruppi così diversi, uniti solo dalla comune avversione a Jackson, dal 1834 ca. presero a chiamarsi whigs, in analogia ai whigs inglesi che si erano opposti al governo personale di Giorgio III. Se nelle elezioni del 1836 non riuscirono a presentare un solo candidato, sicché fu eletto M. Van Buren (1837-41), erede di Jackson, nel 1840 invece ottenne la vittoria il candidato unico whig B. Harrison (morto appena dopo un mese dall'entrata in carica; gli succedette il vicepresidente Tyler, 1841-45). Nel corso degli anni Quaranta riprese vigorosa la spinta a ovest, sino al Pacifico, quindi su territori che appartenevano al Messico. Già il Texas, dove gli abitanti di origine anglosassone erano più numerosi di quelli di origine spagnola, si era proclamato indipendente nel 1836, annettendosi poi, nel 1845, agli Stati Uniti. Ne derivò la guerra tra Stati Uniti e Messico (1846-48), vinta dai primi, che col Trattato di Guadalupe Hidalgo (2 febbraio 1848) ottennero la cessione del Texas, della California e di tutto il territorio intermedio, il Nuovo Messico. Nel 1846, intanto, un trattato con la Gran Bretagna aveva risolto il condominio sull'Oregon, riconoscendo agli Stati Uniti il territorio sino al 49º parallelo. Si compiva così il Manifest Destiny, quel destino “continentale” che gli Stati Uniti avevano perseguito sin dalla loro stessa fondazione. Nel 1850, rapidamente popolata per la “corsa all'oro”, la California era già ammessa all'Unione come stato. A metà del sec. XIX (tra il 1845 e il 1861 si succedettero alla presidenza James Knox Polk, Zachary Taylor, Millard Fillmore, Franklin Pierce, James Buchanan) non il solo ampliamento territoriale segnava lo sviluppo degli Stati Uniti. Aumentava la popolazione, che nel 1850 aveva oltrepassato i 23 milioni; fiorivano le attività economiche, favorite dalla costruzione delle ferrovie, dall'introduzione della navigazione a vapore, dall'applicazione di nuovi ritrovati tecnici. Nello stesso 1850 per la prima volta il valore annuo della produzione industriale risultò superiore a quello della produzione agricola. E con l'industrializzazione progrediva la democratizzazione, anche sul piano culturale (giornali popolari, scuola pubblica e libera, cioè non confessionale). Eppure una crisi incombeva sugli Stati Uniti, la maggiore della loro storia, aggravata da alcuni degli stessi fondamentali aspetti del progresso. L'industrializzazione ampliava il solco e di conseguenza il contrasto tra il Sud agricolo e il Nord industriale, compresa quella parte dell'Ovest, intorno alla regione dei Laghi, che si veniva industrializzando. L'ulteriore espansione a ovest, poi, poneva acutamente il problema dell'estensione o meno della schiavitù ai nuovi territori e stati. Accantonato, più che veramente risolto, col “compromesso del Missouri” del 1820, rinviato ancora con un altro compromesso, del 1850, questo problema scoppiò in tutta la sua gravità nel 1854, quando fu approvata la “legge del Kansas-Nebraska”, due territori situati a nord della linea segnata come limite della schiavitù dal “compromesso del Missouri”. Revocato il compromesso, la legge stabiliva il principio della “sovranità popolare”, affidando alla decisione degli abitanti di un territorio se esso, diventando stato, dovesse essere liberista o schiavista. La legge provocò violente reazioni da parte degli avversari della schiavitù; localmente, nel Kansas, si venne a sanguinosi scontri. Sul piano nazionale la conseguenza di gran lunga più importante fu la fondazione (1854) del Partito repubblicano (quello che ha continuato a esistere nel corso dei secoli), nel quale i whigs antischiavisti si unirono con alcuni elementi democratici e con i seguaci del Free-Soil Party (Partito del libero suolo). I democratici riuscirono ancora a vincere le elezioni presidenziali del 1852 e del 1856, ma nel 1860 non si accordarono su una candidatura unica e così fu eletto il repubblicano A. Lincoln (1861-65).

Storia: la guerra di Secessione e la ricostruzione

Questi non apparteneva alla corrente estrema degli “abolizionisti” della schiavitù, ma era contrario, come il suo partito, alla “sovranità popolare”; sicché la sua elezione suonò per i sudisti come una sfida e una minaccia. Il 20 dicembre 1860 la Carolina del Sud fece secessione dall'Unione, seguita da altri dieci stati che si unirono negli Stati Confederati d'America. Con l'attacco dei confederati al forte Sumter, nella Carolina del Sud, tenuto dai federali, cominciarono le ostilità della guerra di secessione, una tremenda guerra civile che doveva durare quattro anni e chiudersi solo il 9 aprile 1865, con la resa del generale R. E. Lee, comandante sudista, al generale U. Grant, comandante nordista. La questione della schiavitù, dunque, fu la causa fondamentale della guerra, ma non per una questione assoluta di principio bensì per il contrasto circa l'estensione o non della “peculiare istituzione” ai nuovi stati. Lo scopo perseguito da Lincoln, come da lui definito, era mantenere l'Unione, non abolire la schiavitù. E anche quando, nel settembre 1862, Lincoln emanò il Proclama d'emancipazione, esso dichiarava liberi solo coloro che erano tenuti schiavi nelle zone in ribellione contro gli Stati Uniti. Causa molto importante della guerra fu pure l'antico conflitto fra i “diritti degli stati” e il potere federale. Ma soprattutto il Nord e il Sud erano due mondi che non potevano più convivere perché gli interessi economici e le stesse strutture sociali erano nettamente opposti. In sostanza, il Sud agrario era conservatore, guardava al passato; il Nord (e così pure l'Ovest da esso colonizzato) era liberale, guardava al futuro. Non meraviglia quindi che la guerra fosse vinta dal Nord, che aveva una grande superiorità sotto tutti gli aspetti: risorse umane e materiali, potenziale economico, tecnica più progredita. Al termine della prima guerra “moderna”, vera “guerra totale”, il Sud giunse materialmente distrutto, nel senso letterale del termine. Si imponeva quindi una duplice ricostruzione: del Sud, in sé, e dell'unità nazionale degli Stati Uniti. Ma l'“Età della Ricostruzione”, come viene chiamato il periodo 1865-77, cominciò con una tragedia, l'assassinio di Lincoln, il 14 aprile 1865. Gli succedette il vicepresidente Andrew Johnson (1865-69), che tentò di opporsi agli eccessi dei radicali repubblicani, sostenitori di dure condizioni per la riammissione degli stati del Sud all'Unione. Oltre a tre emendamenti alla Costituzione, con i quali si riconoscevano a tutti i neri l'emancipazione, i diritti civili e quelli politici, fu approvata, nel 1867, la “legge di ricostruzione”, con la quale furono installati al Sud governi “ricostruiti”, composti da neri, “bianchi poveri” del luogo e avventurieri calati dal Nord, sotto il controllo delle truppe federali. Su questa stessa linea si mosse il presidente Grant (1869-77). Nonostante i guasti prodotti da questa “ricostruzione” il Sud si venne riprendendo e l'unità nazionale si poté dire ristabilita quando nel 1877 il nuovo presidente, R. Hayes (1877-81), ritirò le truppe federali dagli ultimi tre stati del Sud, ponendo così fine all'“Età della Ricostruzione”.

Storia: lo sviluppo socio-economico e la sua influenza sulla politica

Intanto nel Nord era cominciato quel grandioso processo di sviluppo economico che si sarebbe svolto pressoché ininterrotto per molti decenni. Già sotto la presidenza di Grant, rivelatosi politico non pari alla sua gloria di militare, la speculazione e la corruzione avevano avuto via libera, un fenomeno che ha accompagnato costantemente l'ascesa economica, per la sua stessa natura tumultuosa. Le energie liberate dalla fine del conflitto e dai suoi strascichi si rovesciarono, sfrenandosi, nelle attività economiche, col trionfo, nel bene e nel male, del “rude individualismo” tipicamente americano. Furono i decenni dell'espansione industriale, dei “re” dell'acciaio o delle ferrovie, del protezionismo sempre più elevato, della formazione dei grandi monopoli, dell'affermazione delle banche e del capitalismo finanziario. I lavoratori, che più di tutti pagavano il prezzo di questa crescita selvaggia, risposero con scioperi che la reazione padronale fece più d'una volta degenerare in scontri sanguinosi; e risposero soprattutto con l'organizzazione sindacale, che, dopo vari esperimenti, fra i quali il più rilevante fu quello dei “Cavalieri del lavoro”, trovò la formula adatta nell'American Federation of Labor, fondata nel 1886 da S. Gompers, tuttora esistente come massima organizzazione sindacale americana. Da parte governativa si tentò di mettere argine allo strapotere dei trust con la legge Sherman del 1890, rivelatasi però poco efficace. Ma il governo, in linea generale, non poteva che essere l'alleato dei potentati economici, sedendo quasi sempre alla Casa Bianca un presidente del Partito repubblicano, il partito che non a torto veniva considerato il braccio politico del big business. Solo nel 1885-89, con la prima presidenza di S. Cleveland, i democratici tornarono al potere, che poi cedettero al repubblicano B. Harrison (nipote di William Henry Harrison, presidente nel 1841), per riprenderlo, ancora con Cleveland, nel 1893-97. Gli anni Novanta del XIX secolo furono caratterizzati, sul piano interno, dallo sviluppo del movimento di protesta degli agricoltori (che non riuscivano a vendere a prezzi remunerativi i propri prodotti), i quali si organizzarono nel “partito populista”. Questo, nella decisiva elezione del 1896, si schierò col candidato democratico W. J. Bryan; ma la vittoria toccò al repubblicano McKinley (1897-1901), potentemente sostenuto dagli interessi industriali e finanziari, che così si assicurarono il predominio. Sul piano internazionale gli anni Novanta furono quelli in cui sorse e si sviluppò gagliardo l'imperialismo americano, sollecitato da specifiche spinte interne, ma corrispondente anch'esso all'indirizzo assunto dalle grandi potenze in quella che viene chiamata, appunto, l'“età dell'imperialismo”. Le spinte interne derivavano dalla crescita imponente dell'economia americana, la quale abbisognava – così si riteneva – di mercati di sbocco esteri per i propri prodotti, specie per l'esuberanza della produzione agricola. In termini legati alla tradizione americana tale spinta si configurava come una proiezione oltre confini della “frontiera” di cui il censimento del 1890 aveva ufficialmente constatato la chiusura sul territorio metropolitano. Questo si era già arricchito, nel 1867, di una propaggine, ancorché non contigua, l'Alaska, acquistata dalla Russia. Le direttive dell'espansione americana furono due: verso l'America Latina e verso l'Estremo Oriente. Su questa seconda via gli Stati Uniti fecero le prime acquisizioni extracontinentali: nel 1898 le isole Hawaii, che da mezzo secolo già si trovavano nella sfera americana; nel 1899 parte delle isole Samoa. Più innanzi, alle soglie del continente asiatico, arrivarono con la presa di possesso delle Filippine, inseguito alla guerra ispano-americana del 1898. Scoppiata per l'intromissione di Washington nella lotta dei cubani per l'indipendenza dalla Spagna, questa guerra si risolse rapidamente col successo degli Stati Uniti, che alla Pace di Parigi (10 dicembre 1898) si fecero cedere Cuba, divenuta indipendente, Puerto Rico e le Filippine, l'una e le altre passate sotto dominio americano (Puerto Rico vi si trova tuttora, le Filippine divennero indipendenti nel 1946). Intanto le grandi potenze occidentali stavano tentando di portare avanti la politica di spartizione della Cina in zone d'influenza; di contro gli Stati Uniti, che da lungo tempo avevano interessi nel Celeste Impero, sostennero, con le note del 1899 e del 1900, la tesi della “porta aperta” (Open door policy) in Cina egualmente a tutte le potenze. Al di là del caso specifico, la dottrina della “porta aperta” rappresenta, in linea generale, una nuova versione della teoria della “frontiera”, nel senso che, per lo stesso mantenimento della democrazia all'interno, gli americani ritengono di aver bisogno delle più ampie possibilità di espansione: prima all'interno del continente, poi all'esterno; prima solo economicamente, poi anche politicamente e militarmente.

Storia: le politiche d'intervento degli inizi del sec. XX

La partecipazione americana all'intervento delle potenze contro la rivolta dei Boxers (1900) fu infatti accompagnata dalla riaffermazione della dottrina della “porta aperta”. A contrastare questa politica fu anzitutto il Giappone, che era stato a suo tempo (1853-54) forzato all'“apertura” dalle “navi nere” del commodoro M. Perry; anche se, con accordi del 1905 e 1907, furono delimitate le rispettive sfere d'influenza, si pose così il germe d'un conflitto che sarebbe sfociato nella seconda guerra mondiale. L'intervento nell'Estremo Oriente rese più urgente l'apertura d'un canale dall'Atlantico al Pacifico attraverso l'America Centrale; e gli Stati Uniti, con un'opportuna rivoluzione a Panamá, che si staccò dalla Colombia e si proclamò indipendente, nel 1903 si procurarono il territorio e il titolo per costruire il canale, che venne inaugurato nel 1915. Era allora presidente T. Roosevelt (1901-09), che si vantava di essere l'artefice dell'impresa di Panamá; egli svolse una politica d'intervento nell'America Latina (la politica del big stick, il grosso bastone), proseguita dai suoi successori anche con l'invio di truppe in alcune repubbliche, minori e maggiori (Messico). Anche sul piano interno Roosevelt, repubblicano e quindi fautore del potere federale, svolse una politica d'intervento, per meglio assecondare e insieme controllare il travolgente processo di sviluppo degli Stati Uniti. Questi, nel 1900, già contavano oltre 75 milioni di abitanti, una crescita dovuta, oltre che al naturale incremento demografico, all'incessante afflusso, a milioni, di immigrati dall'Europa, soprattutto, dal 1880 ca., dalle zone più povere e arretrate, Europa orientale e meridionale. L'America a base anglosassone e protestante ora si mescolava di latini, slavi ed ebrei, di cattolici e ortodossi, che tuttavia riuscì ad assimilare. Anche per l'afflusso di questi emigranti nelle grandi città si aggravarono i problemi derivanti dalla trasformazione economico-sociale che aveva ormai fatto degli Stati Uniti un Paese a predominio urbano e industriale: dallo sfruttamento inumano del lavoro alla concentrazione del potere economico alla corruzione politica alla tassazione iniqua, solo per indicare alcuni degli aspetti principali. Per combattere tutti questi mali sorse, nell'ultimo decennio del sec. XIX, il “movimento progressista”, a base urbana come il “movimento populista” era a base rurale: con vigorose campagne esso ottenne molte e importanti leggi riformistiche, specie durante la presidenza di Roosevelt. Questi, uscendo di carica, aveva indicato come successore il suo ministro della guerra, W. Taft, che infatti fu eletto (1909-13), rivelandosi però di indirizzo conservatore. Così, nelle elezioni del 1912, Roosevelt si staccò dal Partito repubblicano e si presentò come candidato d'un nuovo partito, chiamato “progressista”. Fra i due rivali, Roosevelt e Taft (che cercava la rielezione), vinse invece il democratico T. W. Wilson (1913-21), anch'egli riformista, uomo di principi inflessibili, di grande rigore morale, un idealista insomma, ma non per questo meno capace di azione politica.

Storia: le due guerre mondiali

Con Wilson continuarono le riforme, finché lo scoppio della prima guerra mondiale non coinvolse anche gli Stati Uniti, che pure si erano dichiarati neutrali. Fu la decisione tedesca di condurre la guerra sottomarina a oltranza che spinse Wilson, nell'aprile 1917, a dichiarare guerra alla Germania, che così brutalmente violava la neutralità americana. I motivi di fondo dell'ingresso in guerra degli Stati Uniti furono però ben altri: economici (prestiti e forniture fatti all'Intesa), etico-culturali (affinità con la Gran Bretagna e i regimi liberali in genere), realistici (tutela degli interessi americani contro il pericolo della vittoria della Germania). Proclamando che il mondo “doveva essere fatto sicuro per la democrazia” ed enunciando poi i “14 punti”, fra i quali l'attuazione del principio di nazionalità, sui quali si sarebbe dovuta fondare la pace, Wilson impresse alla guerra degli Alleati il marchio del proprio idealismo, suscitando entusiasmo e grandi aspettative. Ma queste furono deluse alla successiva Conferenza della pace (1919) e Wilson, che, primo presidente americano, era venuto in Europa, accoltovi come un messia, se ne tornò in America ad affrontare un'aspra e vana battaglia. Il Senato, infatti, rifiutò la ratifica del trattato di pace con la Germania, perché a esso era agganciato il patto istitutivo della Società delle Nazioni, la prediletta creatura di Wilson. La reazione contro il wilsonismo, anche sul piano interno, riportò al potere, nelle elezioni del 1920, i repubblicani, con W. G. Harding (1921-23), cui succedettero C. Coolidge (1923-29) e Hoover (1929-33). Furono, gli anni Venti, quelli del “ritorno alla normalità” (la “normalità” dello strapotere sfrenato del big business), di una “prosperità” tanto straripante quanto fondata sulla sperequazione sociale, del proibizionismo, dell'avvento della radio e del cinema, della diffusione di massa dell'automobile, dell'illusione, quanto alla politica estera, di poter tornare all'isolazionismo. Il crollo della Borsa di New York (ottobre 1929) e la conseguente “grande crisi” economica travolsero la prosperità, mettendone a nudo il carattere malsano. Lo sfacelo dell'economia fu tale che, dopo tre anni di crisi, essa era giunta sull'orlo del collasso: produzione industriale calata a un quinto, 17 milioni di disoccupati, centinaia di banche fallite, risparmiatori rovinati, miseria nel Paese dell'abbondanza e della prosperità. La dimensione della crisi coinvolgeva, con l'economia, le strutture sociali e le stesse convinzioni morali sulle quali si reggevano gli Stati Uniti: vi era, nell'insieme, qualche cosa di profondamente sbagliato, che andava corretto, non solo con rimedi economici, ma anche stabilendo nuovi rapporti tra individuo e società e facendo leva su un forte impulso morale. Questo il senso del New Deal che il candidato democratico alla presidenza nel 1932, Franklin D. Roosevelt, propose agli americani, che gli fecero credito e lo elessero, per poi rieleggerlo altre due volte, caso unico nella storia americana. La lunga presidenza Roosevelt (1933-45) mise in luce le doti di una grande personalità, un “aristocratico” (come il lontano parente T. Roosevelt) sinceramente democratico, capace di attuare una sua scelta politica con abilità pratica, persino scaltrezza, ma con profonda convinzione sul fine da raggiungere. La fiducia che sapeva ispirare fu ancora più importante a trarre l'America dalla crisi, che tante misure del New Deal, parte delle quali aveva carattere d'emergenza, parte fu invalidata dalla Corte Suprema, parte raggiunse parzialmente gli scopi cui era diretta. L'essenza del New Deal, invero, sta nell'avere introdotto definitivamente negli Stati Uniti il principio dell'intervento federale, nell'avere corretto lo “sfrenato individualismo” con la tutela dell'“uomo comune”. Roosevelt, insomma, salvò la democrazia americana mediante riforme che la trasferirono e integrarono sul piano sociale. Mentre gli Stati Uniti erano impegnati nel New Deal l'aggressivismo nazifascista in Europa e quello giapponese in Estremo Oriente avviavano il mondo verso una seconda guerra. Roosevelt, benché tardi, si rese conto del pericolo, ma, costrettovi anche da ragioni interne, non dette opera concreta per scongiurarlo. Scoppiata la guerra, travolte le democrazie occidentali e poi aggredita dalla Germania anche l'Unione Sovietica, Roosevelt però, pur proclamando la neutralità americana, trasformò sin dal 1939, con la modifica della legge di neutralità, gli Stati Uniti nell'“arsenale delle democrazie”; un arsenale le cui porte furono poi spalancate con la legge sugli “affitti e prestiti” del marzo 1941. Ormai non v'era dubbio su quale campo gli Stati Uniti avessero scelto; a trascinarli effettivamente in guerra provvide l'aggressione giapponese di Pearl Harbor (7 dicembre 1941). A differenza che nella prima guerra mondiale, in questa gli Stati Uniti furono i protagonisti, militarmente e politicamente. I non facili rapporti con gli altri due maggiori alleati, quello affine (Gran Bretagna) e quello antitetico (Unione Sovietica), furono condotti personalmente da Roosevelt, fra l'altro con gli scambi epistolari diretti con W. Churchill e Stalin e le due conferenze fra i “tre grandi”, a Teheran (fine del 1943) e a Yalta (febbraio 1945). Roosevelt riteneva di poter mantenere l'intesa con Stalin anche dopo la guerra, contando sul proprio prestigio personale; ma la morte lo colse d'improvviso, il 12 aprile del 1945, pochi giorni prima della vittoria in Europa. Il suo successore, Truman (1945-53), uomo del tutto diverso, partecipò alla terza e ultima conferenza dei “tre grandi”, a Potsdam (luglio-agosto 1945), con un “asso nella manica”, la bomba atomica, la cui prima esplosione, sperimentale, era avvenuta il 16 luglio. È dubbio se il lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto) fosse stato deciso soprattutto per impressionare i sovietici o non piuttosto per affrettare la resa del Giappone, che infatti avvenne subito dopo.

Storia: la guerra fredda e la presidenza Kennedy

È certo, comunque, che i rapporti fra Mosca e Washington si stavano già guastando, per un complesso di motivi, e peggiorarono sempre più rapidamente e gravemente, sino a precipitare, fra il 1946 e il 1947, nella “guerra fredda”. Questo periodo della più recente storia delle relazioni internazionali, se riguarda gli Stati Uniti come uno dei due antagonisti, fa soprattutto parte della storia generale, poiché, assurti gli Stati Uniti al rango di massima potenza mondiale, lo sviluppo della loro politica estera fa tutt'uno con le vicende mondiali. Basti quindi, in questa sede, accennare agli aspetti salienti di tali vicende sotto il profilo americano. Ragioni ideologiche (conflitto tra comunismo e “mondo libero”) e politiche (il classico urto tra grandi potenze) si intrecciarono strettamente nella “guerra fredda”. Mentre Mosca, includendo l'Europa orientale nella propria sfera, mirava essenzialmente alla sicurezza, Washington considerava invece la politica sovietica come espressione dell'espansionismo e della volontà di sopraffazione del comunismo; ma in realtà, come dimostrano le più recenti indagini della stessa storiografia americana, si sentiva contrariata nel suo progetto fondamentale per il dopoguerra, di avere la “porta aperta”, senza intralci, su un libero mercato mondiale dove potesse espandersi il capitalismo americano. Così, per rispondere a quello che veniva reputato l'attacco sovietico, gli Stati Uniti passarono al contrattacco, con la “dottrina Truman” e il “piano Marshall” (marzo e giugno 1947), poi con l'energica ed efficace risposta al blocco sovietico di Berlino (1948-49), infine con la stipulazione del Patto Atlantico (4 aprile 1949), la prima alleanza in tempo di pace dell'intera storia americana, un'alleanza che comporta la costituzione di forze armate alleate integrate su base permanente, sinora sempre sotto comando supremo americano. Dall'isolazionismo al Patto Atlantico, come si vede, il capovolgimento della politica estera americana è stato totale. La motivazione generale della linea americana era fornita dalla dottrina del containment, l'arginamento del comunismo e dell'espansionismo sovietico. Tale dottrina, oltre che dal punto di vista diplomatico, fu messa a prova anche militarmente, quando (giugno 1950) la Corea settentrionale invase la Corea meridionale e gli Stati Uniti risposero inviando un corpo di spedizione sotto l'egida dell'ONU. L'armistizio concluso in Corea (luglio 1953) sulle basi di partenza dimostrava che lo status quo mondiale non poteva essere alterato nemmeno con la forza, salvo correre il rischio della guerra atomica e della conseguente catastrofe dell'umanità; anche l'URSS, infatti, si era dotata di atomiche e si veniva così realizzando l'“equilibrio del terrore”, paradossale fattore di pace. La “guerra fredda” era quindi inconcludente, una constatazione cui dovettero giungere pure gli Stati Uniti: lentamente e con riluttanza, poiché se il successore di Truman, il repubblicano D. Eisenhower (1953-61), era un uomo di pace, il suo potente segretario di stato, J. Dulles, sosteneva invece la necessità di sostituire al containment una politica attivistica, che tuttavia non fu applicata quando se ne presentarono le occasioni. Il guasto maggiore la “guerra fredda”, intesa come crociata anticomunista, l'aveva fatto all'interno degli Stati Uniti, con un fenomeno aberrante quale la “caccia alle streghe” scatenata dal maccartismo. In generale, il clima del primo quindicennio del dopoguerra fu di restaurazione, di avversione al Fair Deal di Truman (versione attenuata del New Deal), di pigro autocompiacimento, negli anni di Eisenhower, per una prosperità opaca. A scuotere gli americani si rivolse il candidato democratico del 1960, John F. Kennedy, indicando loro la meta di una “nuova frontiera” cui tendere in risposta alla sfida del mondo comunista e del Terzo Mondo. Nella sua breve presidenza (1961-63), troncata da un misterioso assassinio, Kennedy dette indubbiamente un tono più energico alla politica interna ed estera degli Stati Uniti, ma i risultati non furono pari alle aspettative, non convalidarono il “mito” kennediano. All'interno divenne sempre più violenta la protesta dei neri, che non si placò neppure dopo l'emanazione delle leggi sui diritti civili del 1964 e del 1965: diede anzi luogo a più di un'“estate calda” alla fine degli anni Sessanta. Sul piano internazionale, Kennedy cercò di fondare la politica della distensione, ormai avviata con Mosca, sul dispiegamento della potenza americana: donde il rapporto d'intesa e insieme di tensione col premier sovietico N. Chruščëv, culminato nella “crisi di Cuba” dell'ottobre 1962.

Storia: da Johnson a Carter

Il successore di Kennedy, L. B. Johnson (1963-69), pur continuando a percorrere il cammino della distensione, impegnò gli Stati Uniti in un'impresa ereditata, sì, dal predecessore, ma da lui sviluppata a proporzioni, a dir poco, abnormi: il tentativo di reprimere con la forza la lotta dei vietnamiti per la loro liberazione. Johnson, che pure aveva conseguito più che buoni risultati all'interno, con la legislazione sociale e sui diritti civili, fu travolto dal fallimento nel Viet nam e finì col rinunciare a ripresentarsi candidato alle elezioni del 1968. Vinse il repubblicano Richard Nixon (1969-74), conservatore, ambizioso, teso a rafforzare il suo potere personale anche con mezzi illeciti. Finì così travolto da un incidente in sé secondario (lo scandalo detto del Watergate), ma assurto a questione morale per il modo in cui Nixon cercò di sottrarsi alle proprie responsabilità. A Nixon, primo presidente statunitense costretto a dimettersi, successe G. R. Ford (1974-77), che medicò la lacerazione interna, potendo sfruttare in politica estera l'ottima eredità ricevuta da Nixon. Questi aveva ormai avviato a soluzione il problema vietnamita (accordi di Parigi del gennaio 1973) e operato l'“apertura” alla Cina, recandosi di persona a Pechino (febbraio 1972), inaugurando così il “tripolarismo” fra Washington, Mosca e Pechino pur mantenendo il “bipolarismo” sovietico-americano; e tale linea fu seguita da Ford. Sotto la sua presidenza, nell'aprile 1975, si concluse la guerra nel Viet nam, con la vittoria delle forze di liberazione e l'abbandono dell'intera Indocina da parte americana. Con l'avvento al potere del democratico J. E. Carter (1977-81) si ebbe il tentativo di imprimere una svolta alla politica degli Stati Uniti, secondo l'orientamento idealistico e morale del nuovo presidente. Sul piano economico, però, le circostanze non favorirono Carter. Nel 1977-78 l'andamento negativo della bilancia dei pagamenti ebbe pesanti riflessi sulla moneta americana che si indebolì ovunque, ma ciò non ebbe conseguenze altrettanto negative sull'economia americana in quanto l'inflazione fu in gran parte esportata falcidiando le riserve dei Paesi creditori. In politica estera Carter si batté per la difesa dei “diritti umani” tanto nei Paesi comunisti, quanto nelle dittature di destra: il risultato fu l'abbandono del regime di Somoza nel Nicaragua e la vittoria dei sandinisti. Carter ottenne grossi successi in politica estera, almeno nel primo biennio: il trattato con il Panamá del 1977 con il quale gli Stati Uniti si impegnavano a lasciare il Canale entro il 1999; il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la Cina nel 1979; l'accordo di Camp David tra Israele ed Egitto, che avrebbe portato nel marzo 1979 alla pace tra questi due Paesi, e la firma, sempre nel 1979, degli accordi SALT II con l'URSS. Carter stesso, però, sospese questi accordi dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan (dicembre 1979), imponendo altresì sanzioni economiche contro l'URSS. Nel novembre 1979 il personale dell'ambasciata americana a Teheran venne preso in ostaggio dai seguaci dell'āyatollāh Khomeini e tale episodio (unitamente al fallimento della missione di salvataggio) gravò pesantemente sulle elezioni presidenziali del novembre 1980.

Storia: Reagan e i successori

Carter fu duramente battuto dal repubblicano R. W. Reagan (1981-89), ex governatore della California esponente della nuova destra americana. Sostenitore convinto del liberismo economico, Reagan ottenne grossi successi sul fronte dell'inflazione e della disoccupazione, anche se l'incremento delle spese militari e l'aumento delle importazioni dilatarono in modo preoccupante il deficit federale e il disavanzo nei conti con l'estero. Non tutto andò liscio con gli alleati NATO, a partire dalle difficoltà incontrate per l'installazione in Europa dei missili Cruise e Pershing. Nell'America Centrale, dopo lo scontro aperto con il Nicaragua sandinista, Reagan ordinò l'invasione di Grenada (1983), la piccola isola caribica filocastrista. Forte dei successi ottenuti, il presidente fu plebiscitariamente rieletto nel 1984 sul debole rivale democratico W. Mondale. Tale secondo mandato si caratterizzò principalmente per i successi raggiunti in politica estera, e in particolare per quelli ottenuti nel processo di distensione con l'URSS: mentre l'attivismo statunitense nel Terzo Mondo evidenziava qualche impaccio (il repentino abbandono del dittatore filippino F. Marcos, gli scontri armati fra la Sesta Flotta e l'aviazione della Libia, accusata di appoggiare il terrorismo internazionale, nonché l'esplosione del caso Iran-contras), i colloqui avviati nel 1985-86 con M. Gorbačëv e le visite reciproche avvenute nei due anni seguenti riuscivano a produrre significativi risultati quali la ratifica di un trattato sull'abolizione degli euromissili (dicembre 1987) e più in generale un allentamento delle tensioni internazionali in varie aree del globo. Un'ulteriore accelerazione in questo senso venne dal neopresidente G. Bush (1989-93) che, favorito anche dall'evoluzione interna dell'URSS, portò a termine tale processo, siglando in particolare un accordo globale per la riduzione dell'armamento atomico (giugno 1990) e un secondo START (luglio 1991), prima che la dissoluzione del sistema di potere socialista in quel Paese (agosto 1991) segnasse la definitiva scomparsa del bilateralismo e lasciasse gli USA unica superpotenza globale. In parallelo a questi eventi si verificò anche un allentamento delle pressioni sul governo sandinista nicaraguense, senza che ciò determinasse comunque una rinuncia al sostegno dei propri interessi nell'area centroamericana, come dimostrato dall'invasione di Panamá e dall'arresto del dittatore Manuel Noriega, sgradito al governo e accusato di traffico di stupefacenti (dicembre 1989). L'intervento militare statunitense all'estero, finalizzato propagandisticamente alla realizzazione di un “nuovo ordine internazionale” dopo la fine della guerra fredda, proseguì, all'inizio del nuovo decennio, con l'assunzione della guida della forza di pace multinazionale schieratasi contro l'Iraq a seguito dell'occupazione del Kuwait (agosto 1990). La popolarità derivata al presidente Bush dalla facile vittoria in tale conflitto (gennaio-febbraio 1991) non fu comunque sufficiente ad annullare lo scontento provocato dalle difficoltà interne, soprattutto economiche (significativo segnale di un grave disagio sociale la rivolta, scatenata dalla rabbia per un episodio di discriminazione razziale, esplosa a Los Angeles nel maggio 1992), e la campagna elettorale del 1992 si rivelò per lui di grande difficoltà. Il suo avversario, B. Clinton, con un programma incentrato sui temi dei diritti civili e dello sviluppo della spesa sociale, riusciva a sconfiggerlo e assumeva (all'inizio del 1993) la presidenza degli USA riportando i democratici alla guida del Paese. Convinto di poter rivolgere maggiore attenzione ai problemi interni (tra cui l'emergere del fenomeno terroristico con l'attentato, di matrice islamica, al World Trade Center di New York nel febbraio 1993) una volta superato definitivamente il bipolarismo, Clinton doveva comunque fronteggiare una serie di problemi internazionali che si rivelavano più complicati del previsto (vicende dell'Iraq, della Somalia, dell'ex Iugoslavia ecc.). Tutto ciò, insieme alla pubblicità data dalla stampa ad alcuni episodi della vita privata di Clinton, quando ricopriva la carica di governatore dell'Arkansas, determinava un offuscamento dell'immagine della nuova amministrazione. Anche gli impegni riformisti (il più importante dei quali era la riforma sanitaria, in cui si era impegnata anche la moglie del presidente, Hillary) erano difficili da mantenere a causa della gravosa congiuntura economica. L'elettorato statunitense inoltre, nonostante un deciso impegno internazionale del presidente, che si concretizzava nel primo accordo siglato a Washington tra israeliani e palestinesi (settembre 1993) e nel ripristino della democrazia ad Haiti (ottobre 1994), in occasione del rinnovo parziale del Congresso (novembre 1994) voltava le spalle a Clinton, favorendo la vittoria dei repubblicani che, per la prima volta, conquistavano la maggioranza parlamentare. Nei primi mesi del 1995 il dibattito politico interno si concentrava così sulla netta contrapposizione tra i programmi dell'amministrazione Clinton e il cosiddetto “Contratto con l'America”, ovvero il progetto di forti tagli alle spese sociali e di lotta alla criminalità proposto dallo speaker repubblicano della Camera Newt Gingrich. Nell'autunno dello stesso anno Clinton poneva infatti il veto alla legge di bilancio approvata dal Congresso e fedele al programma economico repubblicano, opponendosi in particolare ai tagli per i progetti di assistenza sociale e sanitaria; il contrasto tra presidente e maggioranza repubblicana ritardava l'approvazione del bilancio federale e provocava il temporaneo blocco degli stipendi per i lavoratori del pubblico impiego. L'intransigenza delle parti era favorita anche dall'avvicinarsi delle elezioni presidenziali (previste per l'autunno 1996), con la sempre più probabile contrapposizione a Clinton del senatore R. Dole, quale rappresentante del partito repubblicano. Intanto, sul piano internazionale, l'amministrazione Clinton dava il "via libera" all'intervento militare NATO in Bosnia (agosto 1995) e affidava al segretario di stato aggiunto R. Holbrooke il coordinamento delle trattative diplomatiche, conclusesi con la stipula degli accordi di pace di Dayton. Nel novembre 1996, Clinton veniva riconfermato alla presidenza e gli Stati Uniti continuavano nella loro fase di espansione economica. Comunque, l'amministrazione democratica riportava i successi maggiori in campo internazionale: nel 1998, infatti, l'intervento diplomatico statunitense favoriva sia la riapertura del dialogo tra Israele e l'OLP, con la firma di B. Netanyahu e Y. ʻArafât del "Memorandum di Wye", sia i negoziati per la pace in Irlanda del Nord con l'accordo di Stormont. Risolte, invece, solo temporaneamente le tensioni createsi nel febbraio dello stesso anno con Saddam Ḥusayn, a causa dell'accesso negato agli ispettori dell'U.N.S.C.O.M. (Commissione di controllo sugli armamenti) a tutti i siti iracheni, alla fine dell'anno gli Stati Uniti costringevano l'Iraq a trovare un'intesa, bombardando il Paese e soprattutto gli obiettivi militari di Baghdad. Se il 1998, sul piano internazionale, era stato, quindi, per l'amministrazione democratica, un anno intenso e ricco di successi, per il presidente Clinton si presentava difficile: veniva coinvolto ancora una volta in uno scandalo, il Sexgate, e in un procedimento di impeachment per falsa testimonianza e intralcio alla giustizia, la cui sentenza di assoluzione giungeva solo nel febbraio 1999. Superato questo momento di instabilità sul piano interno, gli Stati Uniti si ritrovavano nel 1999 ancora una volta ad avere un ruolo predominante in campo internazionale, sia nella questione del Kosovo sia in quella palestinese. Per quello che riguarda la prima, fallito ogni tentativo di risolvere per via diplomatica il conflitto che opponeva serbi e kosovari, gli USA con l'appoggio di altri 12 Paesi della NATO, tra il marzo e il giugno 1999 sottoponevano la Iugoslavia a pesanti bombardamenti, costringendola ad accettare un piano di pace; scarsi risultati ottenevano, invece, nell'opera di mediazione tra gli israeliani e i palestinesi. Nonostante però i successi in campo internazionale, consolidati attraverso la figura del suo leader Clinton, che nel suo ultimo anno di mandato avviava anche una politica di apertura verso la Corea del Nord e il Viet nam, la fine del 2000 si presentava per gli Stati Uniti alquanto difficile sul piano interno.

Storia: i primi anni del XXI secolo

I risultati controversi delle elezioni presidenziali del novembre 2000 evidenziavano le difficoltà del popolo statunitense nel trovare un nuovo leader all'altezza del suo compito. Veniva eletto, con uno scarto minimo di voti sul candidato democratico, il repubblicano G. W. Bush, figlio del ex presidente G. Bush senior; numerose contestazioni e ricorsi prolungavano le fasi di verifica dello scrutinio negli stati, come per esempio in Florida, dove i risultati apparivano incerti. Inoltre, l'elezione del Congresso, con una maggioranza non ben definita, sembrava accrescere un clima generale di sfiducia interna. Il primo anno della presidenza Bush veniva caratterizzato da un nuovo processo di recessione dell'economia statunitense, da un minore impegno diplomatico del presidente sul fronte mediorientale e da un'intensa attività di colloqui a livello internazionale per la realizzazione dello scudo spaziale. L'11 settembre 2001, gli Stati Uniti venivano sconvolti da un gravissimo attentato terroristico che causava la morte di migliaia di civili e di numerosi militari: due aerei civili dirottati colpivano le due torri del World Trade Center di New York, emblema del potere economico statunitense e mondiale, provocandone il crollo, e un altro aereo colpiva una parte del dipartimento della Difesa a Washington, il Pentagono. La tragedia scaturita da questo atto terroristico e l'inefficacia rilevata dei meccanismi di controllo statunitensi obbligavano il presidente Bush a rivedere piani e strategie per garantire la sicurezza nazionale. Identificati gli autori materiali degli attentati e riconosciuti questi come islamici affiliati all'organizzazione terroristica Al-Qaida, tutti i sospetti si incentravano sul miliardario saudita Osama Bin Laden, leader di questa formazione estremista di matrice fondamentalista e già mandante, nel 1993, dell'attentato al World Trade Center e, alla fine degli anni Novanta, di diverse azioni criminali contro ambasciate e navi militari statunitensi. Veniva cosi approntata una capillare operazione di guerra al terrorismo di matrice islamica, con la collaborazione di tutti Paesi occidentali e non e degli stati musulmani moderati. Raccolte prove contro il miliardario saudita e negata dai Taliban la sua estradizione dal territorio afghano, in cui si rifugiava, Bush il 7 ottobre 2001 insieme alla sua alleata Gran Bretagna, dopo aver ottenuto l'adesione incondizionata dei Paesi della NATO, l'appoggio logistico della Russia e soprattutto del Pakistan e dell'Uzbekistan, e il consenso di Paesi musulmani come l'Egitto, la Giordania e persino del leader palestinese ‘Arafāt e del capo dello stato libico Gheddafi, attaccava gli obiettivi militari dei Taliban e i campi di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan, rovesciando il regime afghano senza però riuscire a catturare Osama Bin Laden. Il conflitto si concludeva con la sconfitta del regime dei Taliban e con l'insediamento a Kabul di un nuovo governo. Sul fronte interno, la crescente popolarità di Bush veniva confermata dalle elezioni del novembre 2002 (alla metà del mandato presidenziale), in cui si registrava la netta affermazione del Partito repubblicano, che riusciva conquistare la maggioranza assoluta al Congresso. Nel corso del 2002 maturava un'altra grave crisi internazionale, quella con il regime iracheno di Saddam Ḥusayn, accusato dall'amministrazione Bush di non avere eliminato le armi di distruzione di massa come era previsto dagli accordi successivi alla precedente guerra del 1991. Gli Stati Uniti spingevano così il consiglio di sicurezza dell'ONU a votare una nuova risoluzione, la 1441, in cui si intimava all'Iraq di disarmare pena gravi conseguenze. Si apriva perciò una fase difficilissima che vedeva l'Iraq collaborare, anche se a fasi alterne, con gli ispettori ONU incaricati di verificare il disarmo, e la comunità internazionale, segnatamente i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, dividersi sul giudizio sulle ispezioni e sulla stessa interpretazione della risoluzione. La spaccatura all'ONU si accentuò nel marzo 2003, quando dopo una serie di tentativi fallimentari per convincere i paesi membri del Consiglio di sicurezza a votare una seconda risoluzione, contenente un ultimatum a Saddam Ḥusayn, e avendo la Francia dichiarato il veto su questa seconda risoluzione, Bush, dopo un vertice alle Azzorre con Gran Bretagna e Spagna, il 20 marzo 2003 dava l'ordine di attaccare l'Iraq. Dopo una campagna militare di un mese e mezzo, durante la quale venivano conquistate le principali città irachene e abbattuto il regime di Saddam, il 1 maggio 2003 il presidente americano dichiarava concluse le operazioni belliche. Nei mesi successivi l'esercito americano cercava di riportare la situazione alla normalità, missione che però si rivelava particolarmente complessa e che comportava anche un alto costo in termini di vite umane. La guerra in Iraq e la lotta al terrorismo uccupavano gran parte del dibattito anche durante la campagna per la nomina del presidente degli Stati Uniti. Nel novembre del 2004 G. W. Bush, ricandidatosi nelle fila repubblicane, veniva nuovamente eletto battendo il candidato democratico John Kerry. Nel settembre 2005 un uragano si abbatteva sul Golfo del Messico causando ingenti danni; la situazione più grave si registrò a New Orleans, la quale venne completamente invasa dalle acque. Per contrastare il fenomeno degli ingressi illegali dal Messico, nel settembre 2006 è stata approvata dal Senato la contestata costruzione di un muro di oltre 1200 km lungo il confine meridionale del Paese. Nel novembre dello stesso anno si svolgevano le elezioni di metà mandato per il rinnovo di Camera e Senato, in cui vinceva il Partito democratico. In conseguenza della sconfitta elettorale, Bush sostituiva il segretario alla Difesa, ritenuto responsabile dei problemi in Iraq. Nel luglio 2008 iniziava a Guantanamo il primo processo contro i leader di Al Qaeda rinchiusi nel carcere di sicurezza creato nella base statunitense a Cuba dopo i fatti del 2001. Nel 2008 il mondo della finanza statunitense è stato duramente colpito dalla crisi del mercato immobiliare, che ha determinato un gran numero di insolvenze nel rimborso di prestiti subprime (a creditori ad alto rischio). Alcune banche specializzate sono state costrette a dichiarare fallimento, tra cui la Lehman Brothers (settembre 2008), ma la tecnica di incorporare tali prestiti in strumenti finanziari sofisticati a larga circolazione ha trasferito la crisi sul piano internazionale. La Federal Reserve è stata costretta a intervenire, mentre il governo ha stanziato 700 miliardi di dollari per soccorrere le banche in difficoltà e per stabilizzare i mercati finanziari. Nel novembre del 2008, dopo una campagna elettorale che vedeva da una parte il repubblicano John McCain, senatore dell'Arizona e dall'altra il democratico Barack Obama, giovane senatore dell'Illinois, il popolo americano votava per un netto cambiamento, eleggendo per la prima volta nella storia del Paese un candidato afro-americano. Il 15 novembre, i ministri delle finanze del G20 (G8, UE e paesi in via di sviluppo) si incontravano a Washington per discutere della crisi finanziaria internazionale. Nel gennaio 2009, dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, il presidente Obama annunciava un piano per ridurre la dipendenza energetica del Paese e per contrastare le emissioni di gas inquinanti; annunciava, inoltre, la chiusura entro l'anno del carcere di Guantanamo. Nuovo Segretario di Stato diventava Hillary Clinton. Nel 2009 i presidenti di Stati Uniti e Russia firmavano a Mosca un nuovo trattato che prevedeva la riduzione dell'arsenale nucleare, sostituendo di fatto il trattato Salt I del 1991. Dopo cinque anni di incarico vacante e di rottura diplomatica tra Siria e Stati Uniti, nel febbraio 2010 il presidente Obama nominava un nuovo ambasciatore. Nel dicembre dello stesso anno il senato approvava una riforma del sistema sanitario voluta dallo staff presidenziale; dopo una serie di ostacoli politici e forti critiche espresse da una parte dell'opinione pubblica, questa riforma veniva definitivamente approvata dalla camera nel marzo 2010. Il mese seguente a Praga Obama e il presidente russo Medvedev firmavano l'accordo START 2 per la riduzione delle armi nucleari. In novembre, alle elezioni di mid-term, i repubblicani conquistavano la Camera dei rappresentanti e rafforzavano la loro presenza in Senato, una sconfitta per la politica del presidente Obama. Con 4000 soldati caduti e costi economici altissimi, alla fine di dicembre del 2011 finiva la presenza militare in Iraq, iniziata nel 2003 con la seconda guerra del Golfo. Obama affrontava nel biennio 2011-2012 una situazione economica molto difficile e in questo contesto promuoveva una politica più espansiva, anche se inibita dagli elevati livelli del deficit e del debito pubblico. Nel novembre del 2012 Obama vinceva le elezioni contro il repubblicano Mitt Romney, iniziando un secondo mandato non facile, con un congresso diviso politicamente e un bilancio federale in rosso.

Cultura: generalità

Gli USA formano una delle più estese unità politiche del globo, ma soprattutto dal punto di vista della potenza economica e dello sviluppo industriale hanno una posizione egemonica. La popolazione statunitense non è numericamente molto elevata (è superata largamente da quella della Cina e dell'India) ma essa gode in generale di condizioni di vita privilegiate – sia che si misurino in reddito pro capite o in consumi energetici o alimentari – al confronto delle quali le condizioni di certi Paesi del cosiddetto Terzo Mondo risultano di una distanza abissale. La realizzazione di una tale unità politica è il risultato violento e spettacolare del trapianto umano e dell'idea capitalistica europei nelle terre migliori dell'America Settentrionale, ricche di spazi e di risorse; si può dire perciò che gli USA rappresentino il “ringiovanimento” dell'Europa e della sua economia industriale, essenzialmente liberistica, sorta sulle sponde atlantiche del Vecchio Continente. Essi si sono tuttavia gradualmente staccati dall'Europa dando origine a forme di organizzazione umana originali, per quanto non ancora “coagulate” in una vera e propria cultura, ma sempre sollecitate dalla libera conquista (realizzata mediante un processo di arricchimento svoltosi con modalità persino esasperate) di territori geograficamente favorevoli, nonché attivate dai nuovi rapporti planetari resi possibili al tempo stesso dall'enorme progresso industriale e tecnologico raggiunto dal Paese e dalla sua fruttuosa posizione tra Europa ed Estremo Oriente. Con la crescita degli USA, in effetti, tutta la geografia mondiale è mutata e nuovi equilibri si sono venuti stabilendo nelle diverse regioni della Terra. In quanto grande potenza, gli USA condizionano la vita e l'economia di una larga parte del mondo, suscitando persino processi di acculturazione che si misurano nell'emulazione di ideologie, di schemi mentali e di modelli di comportamento tipicamente statunitensi. Con l'intrecciarsi di etnie, religioni e tradizioni gli Stati Uniti rappresentano un modello di società multiculturale che, nonostante le sfide ancora da affrontare, ha saputo ispirare senso di unità nazionale e spirito di integrazione. Economicamente gli Stati Uniti fondano non poca parte della propria attuale potenza sull'espansione della loro organizzazione politica ed economica, cosicché si può parlare di un nuovo imperialismo, che si è imposto in forme diverse da quello delle vecchie potenze europee, ma è stato reso penetrante attraverso l'azione economica di sfruttamento che tuttora si svolge sotto il mantello protettivo dell'apparato politico e militare.

Cultura: patrimoni dell’umanità UNESCO

I siti culturali dichiarati patrimonio UNESCO negli Stati Uniti sono il Parco Nazionale Mesa Verde (1978); Independence Hall (1979); sito storico di Cahokia Mounds (1982); Fortezza e sito storico nazionale di San Juan di Portorico (1983); Statua della Libertà (1984); Parco Nazionale storico di Chaco (1987); Monticello e Università della Virginia a Charlottesville (1987); Pueblo Taos (1992); sito archeologico di Poverty Point (2014); missioni di San Antonio (2015).

Cultura: tradizioni. Il Natale e le altre feste

Approdo di abitanti di molte nazioni, gli Stati Uniti sono il Paese della patria d'elezione, di una terra capace di assimilare senza sosta genti di ogni provenienza, pur conservando anacronistiche discriminazioni razziali che coinvolgono proprio coloro che sono i depositari delle più antiche tradizioni del Paese, i nativi e i neri, il cui patrimonio è ricco di danze e di canti guerrieri, di blues e di spirituals, i primi legati al grande periodo della conquista, dell'espansione all'Ovest, i secondi al dramma della schiavitù negli Stati del Sud. Confinati gli ultimi discendenti dei nativi americani nelle riserve, mai del tutto interamente accettati i neri, le tradizioni popolari americane rispecchiano essenzialmente uno straripante gusto dell'immaginifico, del colossal, dell'amore per la fraternizzazione in uno slancio vitale che è diventato un modello d'imitazione dilagante. Natale è il grande rito della Confederazione americana. I primi colonizzatori, quaccheri e puritani, non lo celebravano con grandi festeggiamenti, ma la grossa immigrazione tedesca e l'affermarsi del cattolicesimo hanno fatto del Natale la giornata più festosa di tutto l'anno: meglio sarebbe dire che i festeggiamenti vanno dalla vigilia al capodanno. A Washington il presidente accende le luci di un grande albero di Natale dietro la Casa Bianca, al centro di un viale di abeti decorati a cura delle ambasciate di tutti i Paesi rappresentati nella capitale. In migliaia di giardini pubblici americani alberi di Natale giganteschi sfavillano di lampadine colorate. Nel New Mexico i riti indiani, spagnoli e americani per l'occasione si sovrappongono e il Natale diventa la festa delle luminarias. Con il cenone di capodanno si chiude il periodo natalizio. In California sono numerose le feste dei fiori, nel corso delle quali su carri inghirlandati passano gruppi di belle ragazze: tipico il torneo delle rose di Pasadena. A Filadelfia invece alle belle ragazze si sostituiscono le maschere, come in una chiassosa giornata di carnevale. Le parate negli Stati Uniti non sono certo rare; su tutte trionfa quella che viene organizzata ogni quattro anni, il 20 di gennaio. Il presidente, eletto nel novembre dell'anno precedente, si reca, in tale data, a prestare giuramento sulla Bibbia davanti al Campidoglio. E ancora con parate vengono festeggiate le ricorrenze della nascita dei grandi protagonisti della storia americana: nel Sud quella del generale Robert Lee (19 gennaio), nel Nord quella di Lincoln (13 febbraio). Il giorno della nascita del padre della patria, il generale Washington (22 febbraio), è festa per tutti gli Stati e vacanza in ogni scuola. Un'altra festa molto sentita in tutto il Paese è quella di San Valentino (14 febbraio), dedicata agli innamorati, in cui i giovani si scambiano le valentines, cartoline di circostanza a carattere affettuoso (a volte anche scherzoso) e doni simbolici. Il carnevale è un altro motivo di festa. Famoso fra tutti è quello di New Orleans, organizzato dalle Krewes, associazioni che per tutto l'anno si occupano di studiare nuovi carri e organizzare in maniera sempre nuova i quarantanove cortei che si svolgono per la città alla luce di splendide fiaccolate. Non meno di richiamo sono le feste pasquali, specie quella di New Salem, in cui gli appartenenti alla setta dei “Fratelli Moravi” passano tutta la notte in preghiera presso la loro chiesa. Al sorgere del sole, il pastore, rimasto a scrutare il cielo dalla cima del campanile, grida che Cristo è risorto. La cerimonia è diventata anche tradizione dei protestanti. A Tucson, indiani yaqui cristianizzati organizzano una vera e propria rappresentazione sacra durante la settimana della Passione e il giorno di Pasqua è riservato al battesimo dei convertiti. Lo stesso avviene a Talpa, nel New Mexico, protagonisti questa volta gli indiani pueblos.

Cultura: tradizioni. Le grandi solennità civili e lo sport

Con le feste pagane e quelle religiose, molto celebrate sono anche le grandi solennità civili. Il 30 maggio, Memorial Day, si ricordano i morti e i caduti, mentre la prima domenica di giugno è dedicata allo Shut-in Day (la giornata dei "reclusi") con visite ai malati e sottoscrizioni per gli ospedali. L'America, con iniziative di ogni genere, filantropiche, patriottiche, consumistiche è la patria delle celebrazioni; basterà ricordare il 14 giugno come giornata della bandiera (Flag Day), per non parlare dell'Independence Day che viene festeggiato il 4 luglio con sfilate nelle strade, fuochi d'artificio, canti e musiche patriottiche. Ma numerose altre sono le celebrazioni che accomunano nei giorni di festa gli americani di ogni stato, come il Labor Day (giorno del lavoro), primo lunedì di settembre, o come il giorno della cittadinanza (17 settembre) in cui, con cerimonia solenne, si concede la cittadinanza americana agli stranieri (I am an American Day). L'America non poteva poi dimenticare il 12 ottobre, giorno in cui Colombo concluse il suo grande viaggio. Il Columbus Day è la grande festa dell'America, soprattutto degli italiani d'America. Altra ricorrenza particolarmente festeggiata è quella che avviene nei giorni dei Santi e dei Morti, Halloween, in cui i trapassati sembrano tornare sulla terra in una tragica mascherata: camuffati da scheletri, da spettri, da streghe, da diavoli, i ragazzi vanno di casa in casa di notte a chiedere offerte accompagnando le visite con la celebre frase “Treat or Trick?” (“dolcetto o scherzetto?”). La festa si conclude con carri allegorici, maschere, cortei di clown ecc. Il Treat or Trick ha assunto con il tempo un aspetto sempre più simbolico e anche filantropico. Posto a parte merita invece il Thanksgiving Day o giorno del ringraziamento (quarto giovedì di novembre), forse la festa più sentita dagli americani, che celebra un evento del 1621, quando i pionieri del Massachusetts ringraziarono Dio per il loro primo raccolto. Frequentemente, le ricorrenze sono accompagnate da canti e danze: agli appuntamenti storici si rispolvera la square dance, la più vecchia quadriglia del West e del vecchio Sud, si ballano di nuovo in cerchio i ring-games, di origine inglese, e soprattutto si cantano i vecchi motivi del cowboy. § L'amore degli americani per la competizione e per le riunioni si manifesta poi soprattutto nello sport, diffusissimo in tutti gli Stati e presente in molteplici discipline, fra le più praticate il baseball, anche se grande seguito hanno anche la boxe, il football americano, l'atletica, il nuoto e il basket. Tra gli sport all'aperto si passa dal semplice jogging, praticato anche nelle città da un folto numero di amatori, agli sport estremi come il bungee jumping o il rafting. Molto apprezzata, in particolare in Oregon, nello Utah meridionale, nell'Arizona, nel Montana e naturalmente in Texas, è l'equitazione con la classica monta western o con quella a pelo. Nati sul suolo americano, e poi esportati in tutto il mondo, sono anche gli sport con la “tavola”: surf, windsurf e, dalla fine degli anni Novanta, kitesurf. Lo skateboarding, inoltre, è uno dei pochi sport che è riuscito a diventare anche stile di vita tra i giovani, influenzando i luoghi d'incontro, l'abbigliamento e la musica. In versione invernale, la tavola viene usata per lo snowboard, praticato dagli anni Ottanta in alternativa allo sci. Sempre per gli amanti della neve, tra gli sport relativamente giovani, e ancora poco diffusi, si ritrova lo skijoring, ovvero la pratica che consiste nello sciare trainati da cavalli o cani. Anche la pesca è un'attività sportiva importante, quanto meno per la mitologia americana: viene praticata in diverse tipologie, dalla pesca d'altura in Florida alla pesca al salmone in Alaska.

Cultura: tradizioni. Abitudini alimentari

La cucina americana è molto varia, grazie alle grandi diversità culturali della popolazione, ma allo stesso tempo, omologante, per l'incredibile numero di catene di fast food. Se un hamburger con patatine fritte e una bibita continua a essere il pasto più consumato dagli americani, ultimamente negli Stati Uniti sono state rivalutate le cucine regionali e la scelta di un consumo di cibo integrale e biologico, dettato principalmente dalla necessità di correggere uno stile di vita che ha portato a una capillare diffusione dell'obesità. Se a New York il crogiolo multiculturale unisce sapori molto diversi tra loro, nel New England e nel Middle Atlantic si fa largo consumo di pesce. La cucina degli Stati del Sud prevede, invece, la commistione di tradizioni africane, europee e dei nativi americani con la predilezione per il barbecue preparato con carni principalmente di maiale servite con salse speziate. Gli americani consumano in prevalenza cibi confezionati, passati al severo controllo della Food and Drug Administration e molto popolari sono le bancarelle di hot dog e kebab per i pasti veloci ed economici, oltre ai tipici lunch truck, i furgoni che servono cibo e bevande calde. La colazione americana è caratterizzata da abbondanti dosi di fiocchi d'avena o riso soffiato, uova e bacon, succo di frutta; il pasto di mezzogiorno di solito è più leggero, mentre il dinner serale resta il vero rivelatore della cucina statunitense, insieme al pranzo della domenica. Piatti tipici e principali sono: il clambake, tradizionale picnic, il planked meat (carne cotta al forno su una tavola oleata), le popolarissime, enormi bistecche, spesso contornate di patate al forno innaffiate di sciroppo e le crostate alla frutta. Diffusissima l'abitudine, per uno spuntino, del peanut butter and jelly sandwich, ovvero la fetta di pane bianco con burro d'arachidi e marmellata. Il grande signore della tavola, nei pranzi delle feste, è il tacchino farcito, seguito dal pollo alla king, cioè in umido con salsa di panna, funghi e cherry, e dal pollo fritto. Gli americani sono anche dei grandi consumatori di verdure e di cereali e adorano le pannocchie di mais arrostite o bollite e condite con burro e sciroppo. La cucina unisce dolce e piccante, come si apprezza nelle numerose salse, spesso impiegate per guarnire gli arrosti. Infine, torte e gelati entrano in abbondanza nell'alimentazione americana. Le bevande più diffuse sono il latte, la birra, prodotta nel Midwest, il tè freddo del Sud e le bibite gassate, tra cui i vari tipi di cola. Nonostante in California si coltivi la vite e si ottenga un prodotto di ottima qualità, il consumo di vino ai pasti è ancora limitato e si sta diffondendo più come aperitivo o dopocena. Molto ricercato è il vino proveniente da Italia e Francia. Il whisky resta il principe dei liquori.

Cultura: letteratura. Dalle origini alla fine del sec. XVIII

La letteratura americana nasce colta e fin dall'epoca coloniale vi hanno notevole importanza le differenziazioni geografiche. Nelle colonie del New England è posta al servizio dell'ideologia puritana ed è caratterizzata da un gran numero di opere dottrinarie e di controversia religiosa. Più accattivanti sono i diari di personaggi come J. Winthrop (1588-1649), S. Sewall (1652-1730) o S. Kemble Knight (1666-1727), che offrono testimonianze sul mondo coloniale e sulla vita interiore dei pionieri; interessanti sono anche le opere cronachistiche e i resoconti come la History of Plymouth Plantation di W. Bradford (1590-1657), la History of New England from 1630 to 1649 di J. Winthrop o la General History of Virginia di J. Smith (1579-1631), quest'ultima sugli insediamenti nel Sud. Pressoché inesistenti sono le opere di intrattenimento, mentre notevole sviluppo ha la poesia – sia quella domestico-familiare di A. Bradstreet (ca. 1612-1672), sia quella ispirata al più acceso calvinismo di M. Wigglesworth (1631-1705), sia quella di E. Taylor (ca. 1644-1729), dove trovano posto temi religiosi e il cui precedente è costituito dalla coeva poesia “metafisica” inglese, in contrasto con lo stile semplice adottato dai puritani fin dal Bay Psalm Book (1640), la versione metrica dei salmi che è il primo libro pubblicato nelle colonie. Per oltre un secolo la cultura della Nuova Inghilterra (New England) rimase ancorata all'ortodossia puritana, come appare dall'opera di Cotton Mather (1663-1728) e dalla figura centrale del “grande risveglio” settecentesco, J. Edwards (1703-1758), che è come pervaso da una disperata volontà di riaffermazione del puritanesimo. Maggior apertura letteraria si nota nelle colonie del Sud, in uno scrittore come W. Byrd of Westover (1674-1744), animato da una fervida adesione alla vita e da uno stile raffinato, o nelle colonie centrali, come la Pennsylvania dei quaccheri. A Filadelfia si afferma l'altra figura centrale del Settecento, B. Franklin (1706-1790), che esprime i modi e gli ideali dell'illuminismo razionalista ed empirico e si fa portavoce dell'altra anima della nazione, non quella religiosa e messianica, simbolica e metafisica dei puritani, ma quella pratica, utilitaristica e mercantilistica. Franklin conduce direttamente, anche per il personale coinvolgimento, alla rivoluzione americana e alla nascita della nazione (1776); la tensione illuministica è incarnata in quegli anni da Th. Jefferson (1743-1826), ispiratore della “Dichiarazione d'Indipendenza”, mentre T. Paine (1777-1809) esprime l'istanza rivoluzionaria. Spetta all'immigrato francese Saint-John de Crèvecoeur (1735-1813), nelle sue Letters from an American Farmer, dar corpo al mito dell'America come Paese incorrotto e genuino, terra dell'avvenire fertile e ospitale. Gli inizi della letteratura nazionale non sono però contraddistinti, se non nei primissimi anni, da tale fiduciosa adesione al mito dell'America. Nei primi testi teatrali, come The Contrast di R. Tyler (1757-1826), essa è offerta come polo positivo di un confronto con l'Europa e nella poesia di J. Barlow (1753-1812) e di Ph. Freneau (1752-1832) non mancano accenti di esaltato nazionalismo. Ma in un poeta come J. Trumbull (1750-1831), appartenente al gruppo dei “bell'ingegni di Hartford”, predomina la vena satirica e se i primi esempi di romanzo, fra Sette e Ottocento, si ispirano al modello sentimentale dell'inglese S. Richardson, già il romanzo-fiume di H. H. Brackenridge (1748-1816), Modern Chivalry, modellato su H. Fielding, è una satira degli eccessi della democrazia. Quando si giunge al primo romanziere gotico (o “nero”) americano, Ch. B. Brown (1771-1810), la via è aperta per l'esplorazione di quei terrori dell'animo e della coscienza, del mondo ostile e della società vuota, che costituirà una genuina tradizione americana dall'Ottocento a oggi.

Cultura: letteratura. La prima metà dell'Ottocento

All'inizio del secolo cominciano ad apparire le grandi figure di autori: un finescrittore come W. Irving (1783-1859) diventa il primo ambasciatore letterario del Nuovo Mondo e viene apprezzato in Europa per le qualità del suo stile; passando dalla storia burlesca di New York ai saggi e racconti dello Sketch Book egli segna il passaggio dal Settecento neoclassico ai primi fremiti del romanticismo, mentre il suo Rip Van Winkle, l'uomo sperduto nel bosco e risvegliatosi in un mondo sconosciuto, diviene uno degli archetipi della fantasia americana.J. F. Cooper (1789-1851) da un lato “naturalizza” in America il romanzo storico, sostituendo la guerra con gli indiani e la wilderness (la natura selvaggia) ai temi del passato storico europeo; d'altro canto egli affronta il tema del rapporto con i nativi, presentando l'archetipo dell'uomo dei boschi come “nobile di natura”, ma cogliendolo nel momento in cui su di lui si chiude la morsa della civiltà. Un altro grande autore del primo Ottocento, di formazione culturale sudista, E. A. Poe (1809-1849), nelle sue storie orripilanti esprime a un tempo lo sgomento di fronte al vuoto sociale e la chiusura in se stessi e i terrori dell'animo di fronte alla morte e al mistero, anche se le prove migliori le darà come scrittore dell'angoscia esistenziale. Di contro a un poeta come W. C. Bryant (1794-1878), che si ispira romanticamente alla natura come potere rigeneratore, Poe è teorico della poesia pura e dell'autonomia dell'arte, precorre simbolisti e decadenti, si affida alla musicalità del verso e alla suggestione della parola. Prototipo del poeta maledetto, egli è fra le prime vittime del vuoto culturale e dell'ostilità alla poesia; nella sua opposizione al mondo che lo circonda avrà seguaci per tutto l'Ottocento. Lo scrittore americano va sempre più ponendosi in posizione critica e dialettica rispetto ai valori e agli ideali del mito americano, anche se non ne mancano le affermazioni. Fenomeno centrale del primo Ottocento è il trascendentalismo, sia come dottrina filosofica sia come ispiratore di energie culturali e letterarie. Partendo dal presupposto idealista per cui la natura è tempio dello spirito, manifestazione visibile di una realtà trascendente, R. W. Emerson (1803-1882) elabora una sua filosofia dell'ottimistica accettazione del mondo, della fiducia in se stessi e della fondamentale bontà del creato, che esprime perfettamente l'impulso idealistico e creativo della nuova nazione.

Cultura: letteratura. L'Ottocento nel New England

L'apparente rovesciamento della posizione puritana è in realtà conclusione di un lungo processo evolutivo: il trascendentalismo ha la sua culla a Concord, nel cuore del New England, coinvolge pensatori e pedagoghi come W. E. Channing (1780-1842), O. A. Brownson (1803-1876), M. Fuller (1810-1850), influisce su B. Alcott (1799-1888) e Luisa May Alcott (1832-1888), porta a esperimenti di vita comunitaria (Brook Farm) e giunge a diretta espressione artistica nell'opera di H. D. Thoreau (1817-1862), sia nel Walden sia negli scritti di impegno sociale e opposizione civile. Figlia diretta del trascendentalismo è la grande poesia di W. Whitman (1819-1892), che si ispira apertamente ai principi ottimistici e messianici di Emerson, canta l'abbraccio dell'universo e l'identità io-mondo, l'affermazione individuale e la realtà dell'America del tempo. Nella forma del verso libero Whitman si spinge però a cantare ogni multiforme aspetto della nazione, l'uomo comune e il lavoratore, la realtà industriale e la metropoli, la democrazia e la fratellanza, nonché il sesso come affermazione di vita. Solo nella sua tarda vecchiaia sorgeranno i dubbi sulla democrazia e sulla diretta effusività poetica; con le Leaves of Grass (Foglie d'erba) Whitman erige il primo grande monumento poetico che è anche specchio della nazione. All'ottimismo solare di Whitman e dei trascendentalisti si oppone il “no” sofferto e reciso dei due maggiori narratori dell'epoca – N. Hawthorne (1804-1864) e H. Melville (1819-1891). Nel primo si esprime il senso storico del retaggio puritano, la consapevolezza del peccato e l'indagine nei recessi del cuore e della coscienza, svolte a tratti con rigidezza allegorica, a tratti con piena comprensione della tragica dicotomia cuore-mente; precorrendo H. James, Hawthorne affronta anche il problema del contrasto fra innocenza americana, che è ignoranza del mondo, ed esperienza europea, che è conoscenza del male, contribuendo a una ricerca e definizione dell'identità americana che è preoccupazione costante dei suoi maggiori autori. Melville, in cui oggi si riconosce il maggiore e più rappresentativo scrittore americano, esprime invece nelle sue opere cupe e simboliche il grande tema della rivolta e della negatività, della tensione di superamento e del tragico naufragio di ideali e aspirazioni umane. Il suo capolavoro Moby Dick, fondato su una realtà concreta intimamente compenetrata di simbolismo, è tragedia dell'uomo faustiano, sfida al mistero della natura e al Dio puritano, che porta anche al riconoscimento del limite umano; Pierre segna la fine dell'avventura di scoperta e la resa di fronte al male imperante nel mondo; nei suoi tardi romanzi e racconti si esprime con toni dimessi ed essenzialità di dettato il vuoto esistenziale e il rifiuto per la società del tempo. In Melville si osserva così il passaggio dal romance all'anatomia del reale: grande romanziere romantico e ottocentesco nella sua carica simbolica e visionaria, è scrittore moderno nella spoglia, disperata lucidità della sua visione esistenziale. In lui e in Whitman si hanno i due vertici, e i due poli opposti, di un periodo come quello centrale dell'Ottocento, che per ricchezza di autori e risultati artistici è stato definito “Rinascimento americano”. Completano il quadro, nel New England, gli scrittori tradizionali e sostanzialmente conservatori definiti “bramini”, che servono come indicazione del grado di maturità culturale raggiunto dalla nazione. Poeti come H. W. Longfellow (1807-1882), J. G. Whittier (1807-1892) e J. R. Lowell (1819-1891), pur nella diversità dei loro apporti – in Whittier spicca un certo interesse per il regionalismo e la parlata locale –, rappresentano l'istanza culturale che tende a identificarsi con la tradizione europea e mira più alla forbitezza formale che non all'originalità: in questo sono agli antipodi di un Whitman, anche per la loro insistenza su forme e contenuti di tutta rispettabilità borghese. Storici, sempre di Boston, come W. H. Prescott (1796-1859) e F. Parkman (1823-1893) si dedicano a risonanti ricostruzioni del passato spesso europeo o lontano (anche se di Parkman va ricordato un libro molto importante sull'Ovest, The Oregon Trail, La pista dell'Oregon); e infine medici-poligrafi, come O. W. Holmes (1809-1894) che passa dalla poesia edulcorata al saggio di costume, dalla divagazione al romanzo.

Cultura: letteratura. L'Ottocento nel Sud

Nel Sud predomina la narrativa a sfondo storico, sul modello di Scott e di Cooper, sia in W. G. Simms (1806-1870) sia in J. P. Kennedy (1795-1870): più romantico il primo, più attento alla realtà il secondo, contribuirono entrambi a quell'idealizzazione del Sud che sarebbe stata gravida di conseguenze negative. Analogamente, in poesia, vige un gusto tardoromantico e sepolcrale, come in H. Timrod (1828-1867), mentre i primi esempi di colore locale di un A. B. Longstreet (1790-1870) sono tutt'altro che scevri di sentimentalismo. La guerra civile segna uno spartiacque anche culturale del secolo. L'espansione geografica fino al Pacifico, da un lato, e l'espansione industriale, dall'altro, portano a una consapevolezza anche letteraria di una nuova realtà. La conquista dell'Ovest e la crescita delle grandi città, le ferrovie e l'industrializzazione, la continuità e il tradimento del sogno americano offrono nuovo materiale e una sfida allo scrittore. Si sviluppa la tradizione popolare western dell'umorismo, anzi del tall tale (la smargiassata), e del colore locale – due fenomeni che talvolta tendono a coincidere. Nel primo spiccano le narrazioni su Davy Crockett e Mike Fink, il Simon Suggs di J. J. Hooper (1815-1862) e il Sut Lovingwood di G. W. Harris (1814-1869), le opere di J. G. Baldwin (1815-1864) e di T. B. Thorpe (1815-1878), fra gli altri spesso anonimi autori. Nell'ambito del colore locale si collocano J. C. Harris (1848-1908), con le sue storie a sfondo folcloristico dello zio Remo, la stessa H. B. Stowe (1811-1896), autrice della Uncle Tom's Cabin (La capanna dello zio Tom), e i vari autori che spaziano dall'ambiente western, come Bret Harte (1836-1902), a quello del Middwest, come E. Eggleston (1837-1902), dall'ambiente del Sud, come T. N. Page (1853-1922), G. W. Cable (1844-1925) e Kate Chopin (1851-1904), a quello del New England, come S. O. Jewett (1849-1909).

Cultura: letteratura. Twain, London e James: tre grandi della fine dell'Ottocento

Entrambe le tradizioni contribuiscono all'affermazione del realismo e confluiscono nell'opera di M. Twain (1835-1910), il narratore più popolare del secondo Ottocento, che esprime sia la nuova realtà western e la disillusione riguardo al mito americano, sia l'adesione alle radici popolari dell'America (compresa l'adozione del gergo e del linguaggio parlato, come in Whitman) e l'insoddisfazione verso la Gilded Age, l'età dorata dell'espansionismo industriale e commerciale che tutto subordina alla propria affermazione. Scrittore umoristico e di grande verve satirica fin dall'inizio, già scrivendo della vita in Nevada o nel Mississippi, Twain svela la realtà sotto il mito, il tarlo che corrode la superficie sgargiante; nel suo capolavoro, Adventures of Huckleberry Finn (Avventure di Huckleberry Finn), la società viene rifiutata in nome della libertà individuale da condizionamenti e sfruttamenti, ma non c'è vero scampo né per Huck né per l'afroamericano Jim. Nelle opere che coincidono con il volgere del secolo la visione di Twain si chiude in un pessimismo tragico e amaro che coinvolge l'uomo come individuo e ogni società degli uomini. In lui il contatto anche diretto e personale con il mondo dell'espansionismo commerciale e industriale si risolve in ribrezzo e rifiuto: è la stessa strada che seguono gli scrittori del realismo – la corrente narrativa che si afferma verso la fine del secolo anche sul modello delle esperienze europee. Teorico e praticante del realismo misurato o reticente (genteel), W. D. Howells (1837-1920) dà un quadro fedele dei dilemmi e dei contrasti dell'epoca in tutta una serie di romanzi di costume, prima di volgersi per reazione verso il socialismo e la narrativa utopica. Sulla sua scia, ma con maggior aggressività e volontà di denuncia sociale si pongono gli scrittori del naturalismo o verismo americano, da H. Garland (1860-1940), che conia il termine veritism e si ispira alle terribili condizioni agrarie del Middwest, a F. Norris (1870-1902), che dal quadro clinico della degenerazione umana e urbana a San Francisco passa alla ricostruzione quasi visionaria di un'incompiuta “trilogia del grano”; da S. Crane (1871-1900), che è però in bilico fra naturalismo e scrittura impressionistica, a J. London (1876-1916), fautore di un vitalismo fra socialista e nietzschiano e venato di forme decadentiste; da H. Frederick (1856-1898) al più tardo U. Sinclair (1878-1968), che porta la tendenza naturalistica nel pieno del Novecento. A forme di realismo meno impegnato e più fantasioso si ispira W. S. Porter (O. Henry, 1862-1910), mentre a una matrice naturalistica vanno ricondotte alcune opere di E. Wharton (1862-1937), per altri versi continuatrice di H. James nel campo del romanzo di costume e del contrasto internazionale, di W. Cather (1876-1947) e di E. Glasgow (1874-1945), il cui apporto al romanzo va però oltre la tendenza realistica. Al naturalismo di fine secolo si mescolano del resto tendenze verso il simbolismo, il decadentismo o addirittura l'estetismo. S. Crane aspira alla scrittura d'arte, è ammiratore di J. Conrad e James, e con H. James (1843-1916) l'America ottiene la maggior affermazione artistica nel romanzo. Aperto agli stimoli e agli influssi del realismo nella sua fase centrale, James si pone sul versante opposto di Twain. Tanto questi è grossolano, ridanciano, sanguigno e aggressivo, tanto James è schivo e raffinato, ossessionato da problemi di forma e di linguaggio. L'uno guarda all'Ovest, l'altro volge lo sguardo nostalgico all'Europa e alla tradizione inglese, fino a trasferirsi quasi definitivamente in Europa nel 1876. L'uno s'affida alla forza del reale, l'altro affina per tutta la vita il mezzo espressivo che gli consenta di tracciare perfette figurazioni del destino umano, perfeziona il principio del punto di vista circoscritto, della forma indiretta o astratta, del simbolismo. Scrive anch'egli dell'America, benché i romanzi della sua prima fase, che culmina in The Portrait of a Lady (Ritratto di signora), siano incentrati sul tema internazionale, ossia sulla contrapposizione Europa-America, secondo una formula che vede l'ignoranza del mondo e l'innocenza morale degli americani scontrarsi con la civiltà europea che sotto il lustro artistico e mondano cela la corruzione. I termini del contrasto vengono sottilmente rovesciati negli ultimi grandi romanzi, che si pongono già come esempi di narrativa novecentesca per la complessità della visione, del simbolismo e della costruzione formale, del rapporto fra mondo esteriore e interiore. Il distacco di James dall'America è anche rifiuto del materialismo americano e della pacchiana società opulenta: una tragica e amara visione della sua decadenza informa l'opera di un erede del New England come H. Adams (1838-1918), fra i primi a intuire il senso della dispersione contemporanea. Una reazione è verso la narrativa utopica, come in E. Bellamy (1850-1898); l'altra è verso l'interiorità dell'animo e della coscienza. Nel suo isolamento umano e culturale al centro di un New England di cui non riconosce più i valori, E. Dickinson (1830-1886) dà la più alta e intensa espressione alla voce lirica, affrontando con lucida chiaroveggenza i temi della solitudine e dell'amore, della morte e dell'immortalità con moderna immediatezza e spezzettatura di dettato poetico. La sua è poesia elettrica e bruciante. Nel Sud, S. Lanier (1842-1881) si richiama a Poe e tenta di identificare musica e poesia; con P. L. Dunbar (1872-1906) nasce la poesia afroamericana; W. V. Moody (1863-1910) esprime l'incertezza anche filosofica del trapasso al nuovo secolo: con la Dickinson sembra già di essere in pieno Novecento.

Cultura: letteratura. L'impegno sociale

Il nuovo secolo è ricchissimo sia nel campo della prosa, sia in quello della poesia e del teatro (rimasto per lo più a livello derivativo, di mera esteriorità teatrale, nell'Ottocento). Un romanziere come Th. Dreiser (1871-1945) segna l'affermazione piena della narrativarealistica e di denuncia sociale; contemporaneamente, G. Stein (1874-1946) offre i presupposti e l'esempio di uno sperimentalismo letterario destinato a incidere nella nuova narrativa. La Stein tiene a battesimo i grandi narratori maturati negli anni Venti, da Sh. Anderson (1876-1941) a F. S. Fitzgerald (1896-1940), da E. Hemingway (1899-1961) a J. Dos Passos (1896-1970). Sono gli scrittori di quella che la Stein definisce “generazione perduta” e che dà voce alla disillusione e alla rivolta interiore suscitate dalla guerra: scrittori attenti alle nuove tecniche narrative di James e di Joyce, della frammentazione e del flusso di coscienza, incisivi nello stile e nell'immagine che forniscono di un mondo e di un'epoca. Negli anni successivi alla prima guerra mondiale la letteratura americana si trasferisce a Parigi: saranno infatti gli intellettuali della “generazione perduta” immersi nella cultura europea a dare voce a quella crisi spirituale che, attraverso il distacco dalla realtà americana, tenta di ricostruire un mondo letterario cosmopolita. È il caso soprattutto di Hemingway, premio Nobel nel 1954, che attraverso il sottile realismo e lo stile lucido dei suoi racconti e romanzi influenza la narrativa delle generazioni successive. Sul versante più popolare, nel pieno degli anni Venti, sulle pagine delle riviste pulp statunitensi, fa la sua comparsa anche il genere hard boiled, che rivisita il giallo tradizionale. I suoi esponenti di spicco sono D. Hammett (1894-1961), J. M.Cain (1892-1977) e R. Chandler (1888-1959), i cui romanzi affrontano i temi della corruzione e della criminalità organizzata nella California del Sud. Negli anni Trenta, caratterizzati da un maggiore impegno sociale per le catastrofiche conseguenze della crisi del 1929, gli scrittori si accostano a temi di più diretta rilevanza sociale. Ciò è soprattutto vero di Dos Passos, che grazie al suo sperimentalismo si distanzia dagli scrittori legati alla formula del realismo sociale o proletario, come J. T. Farrell (1904-1979), E. Caldwell (1903-1987), J. Steinbeck (1902-1968), o come S. Lewis (1885-1951), che già negli anni Venti aveva dato un'immagine devastatrice della provincia e della borghesia americane. Lontano dalle formule del realismo sociale o dell'impegno rimane il più grande narratore del Novecento, W. Faulkner (1897-1962), che si ispira ai modelli visionari e simbolici di Melville e di Conrad e sfrutta le tecniche joyciane per creare una sua grandiosa e magniloquente saga della grandezza perduta e della decadenza del Sud, in cui il destino dei bianchi appare indissolubilmente e tragicamente legato a quello degli afroamericani. L'ampiezza della sua visione storica e metafisica, in grado di dar vita a un autonomo universo narrativo, la profondità con cui indaga nelle complessità dell'animo umano, nelle vicende familiari e nell'evoluzione di una società, il suo senso della storia e del peccato, del mito e del simbolo, del linguaggio e della tecnica, lo pongono in primo piano fra i contemporanei. Accanto a lui appaiono di secondaria importanza eleganti narratori come T. Wilder (1897-1975) o W. Saroyan (1908-1981), la narrativa ossessivamente imbevuta dell'io di T. Wolfe (1900-1938), o lo stesso H. Miller (1891-1980), che negli anni Trenta esprime tramite la violenza delle parole la visione di un mondo precipitato nel caos. In quegli anni appaiono anche i primi lavori di J. Fante (1911-1983) che presta la sua penna sia alla letteratura sia al cinema. Notevole è l'insorgere di una letteratura afroamericana, che ha in R. Wright (1909-1960) un primo narratore di prestigio ed è destinata ad affermarsi nel secondo dopoguerra con R. Ellison (1914-1994), la scrittrice Z. Neale Hurston (1891-1960) e J. Baldwin (1924-1984); un poeta come L. Hughes (1902-1968) recupera la tradizione autoctona dei blues affrontando temi di protesta che con L. Jones giungono alla massima violenza espressiva e di denuncia. Nel campo della poesia, il Novecento americano muove da poeti come E. A. Robinson (1869-1935) e R. Frost (1875-1963), che esprimono con toni asciutti e misurati la realtà rurale e provinciale, o come C. Sandburg (1878-1967) e V. Lindsay (1879-1931), che si rifanno alla lezione di Whitman per cantare la realtà brutale e popolare dell'America. Nella rinascita poetica degli anni Dieci si inserisce anche E. L. Masters (1868-1950), con i suoi epitaffi che rivelano le frustrazioni e i segreti della vita di provincia. Al loro provincialismo reagirono i grandi rappresentanti dell'avanguardia storica, Th. S. Eliot (1888-1965) ed E. Pound (1885-1972), che si trasferirono in Europa (come del resto molti narratori coevi) per dar vita a una poesia sperimentale che esprimesse la dissociazione e frantumazione novecentesca. I principi della forma sincopata e della maschera che nasconde il poeta, del correlativo oggettivo e della giustapposizione significativa dei frammenti, del montaggio associativo e del linguaggio scabro, sono alla base delle loro conquiste. Pound passa attraverso l'esperienza dell'imagismo e del vorticismo per approdare all'epica rotta e personale dei Cantos; Eliot passa dalla visione di un mondo frantumato espressa in The Waste Land (Terra desolata) alla ricostruzione formale e spirituale dei Four Quartets. Sulla loro scia si muovono poeti come E. E. Cummings (1894-1962) e W. Stevens (1879-1955), o come H. Crane (1899-1932), il quale si rifà anche al modello whitmaniano per tentare di dare espressione poetica totale al mondo americano. Da Whitman più che da Eliot muove, dopo la prima fase imagista, W. C. Williams (1883-1963) per dar voce alla realtà storica e nazionale dell'America, teorizzando, in contrasto con gli espatriati, l'adozione di un idioma americano mosso e parlato. Da alcune sue premesse teoriche prendono l'avvio nel secondo dopoguerra, passando anche per la mediazione di Pound, i poeti del Black Mountain College nonché gli stessi poeti beat: i primi adottano la “composizione su campo” e il verso proiettivo per esprimere la natura sfuggente della realtà contemporanea, i secondi puntano sul linguaggio parlato, urlato e declamato per esprimere il senso di rivolta e l'affermazione di libertà degli anni Cinquanta, anche in funzione polemica verso il predominio di una poesia neo-accademica sviluppatasi negli anni della guerra fredda sul modello di Eliot. All'insorgere di tale neoaccademismo non era estraneo lo sviluppo di una poesia “metafisica” e concettuale, colta e ironica, ambigua e paradossale, quale si manifestò fra le due guerre nella scuola del Sud, dei fugitives e dei southern agrarians, programmaticamente ostili all'industrialismo e al progressismo del Nord. Il periodo fra le due guerre vede anche la fioritura di un dramma originale americano, dapprima con i “piccoli teatri” sperimentali e quindi con E. O'Neill (1888-1953), la figura di maggior rilievo e importanza in questo campo, che passa da forme sperimentali ed espressionistiche allo sfruttamento di temi psicanalitici, per approdare al nudo e violento realismo psicologico degli ultimi drammi. Negli anni Trenta si hanno esempi di dramma sociale con C. Odets (1906-1963) e di dramma poetico con M. Anderson (1888-1959), mentre T. Wilder esprime la poesia della piccola città e la resistenza spirituale dell'uomo alle traversie della vita.

Cultura: letteratura. Il secondo dopoguerra e la beat generation

Nel secondo dopoguerra si affermano T. Williams (1911-1983) con il suo teatro simbolico, ossessionato dal tema del sesso, della violenza e della decadenza, e A. Miller (1915-2005), che affronta temi di impegno umano e sociale in drammi a sfondo realistico. Le due tendenze sfociano nel dramma violento, anche sul piano espressivo, di E. Albee (n. 1928), che esprime le lacerazioni psicologiche e ambientali del secondo dopoguerra. Dopo di lui prevale il teatro gestito e gestuale di off-Broadway, che ha la sua più nota espressione nel Living Theatre. Sviluppi analoghi si notano nella poesia. Alla lirica accademica degli eliotiani si oppongono i poeti “confessionali”, i quali intendono recuperare sia le forme poetiche colte e tradizionali, sia il contenuto diretto e personale di una sofferta esperienza di vita. Spiccano fra questi R. Lowell (1917-1977) e J. Berryman (1914-1972), i quali si ispirano alla realtà lacerata del mondo americano mediandola attraverso un'intensa espressività individuale, che si ritrova anche fra i poeti della scuola di NewYork. Nel campo della narrativa M. McCarthy (1912-1989) diviene la maggiore osservatrice della società e della morale borghese. Infine, c'è nel secondo dopoguerra una ripresa degli scrittori del Sud, da R. P. Warren (1905-1989) a W. Styron (n. 1925-2006), da F. O'Connor (1925-1964) a C. McCullers (1917-1967), da K. Anne Porter (1890-1980) a E. Welty (1909-2001). Si affermano inoltre narratori di notevole livello, come il premio Nobel S. Bellow (1915-2005), con le sue opere caratterizzate da un alto impegno, umano, civile e intellettuale, J. D. Salinger (n. 1919), che affronta il problema dell'alienazione giovanile, J. Heller ( 1923-1999), con i suoi romanzi (tra tutti ricordiamo Comma 22, 1961) pervasi di humour ebraico; e ancora N. Mailer ( 1923), B. Malamud (1914-1986), J. Updike (n. 1932). Alla pubblicazione del poemetto Howl (1959; Urlo) di A. Ginsberg e del romanzo On the road (1957; Sulla strada) di J. Kerouac, si fa risalire invece quella che è stata definita la beat generation, movimento che trova sulla West Coast, in California e a San Francisco in particolare, la patria d'elezione. Anarchici, anticonformisti e antiformalisti, i poeti e gli scrittori beat (tra cui, oltre ai già citati Kerouac e Ginsberg, ricordiamo L. Ferlinghetti, Th. Leary e G. Corso) sono fieramente avversi alla società dei consumi e al tipo di integrazione che essa richiede e, al contrario, si rivelano fortemente attratti dal misticismo orientale. Tra tutti, la personalità che forse si è distinta per il carattere deciso con il quale ha affrontato, nei suoi romanzi, nelle poesie e soprattutto nei racconti, temi quali il sesso, l'emargianzione, l'insoddisfazione lavorativa, la solitudine è C. Bukowski (1920-1994).

Cultura: la beat generation e i minimalisti

Negli anni Sessanta arriva al successo anche T. Pinchon (n. 1937) che unisce, nelle sua narrativa, informazione storica, fantasy e tradizione popolare e che influenzerà scrittori molto diversi tra loro come D. De Lillo (n. 1936) e P. Auster (n. 1947). Negli stessi anni cominciarono ad affermarsi anche scrittori che esprimevano il disagio dell'emarginazione prodotta da un'industrializzazione selvaggia e dal mito della ricchezza. R. Carver (1938-1988), ad esempio, attraverso piccole storie di gente comune (Vuoi star zitta per favore, 1963; Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, 1974) porta nella letteratura il rovescio dell'american dream, servendosi di un linguaggio nitido e preciso, quasi quotidiano. Su una lunghezza d'onda molto simile è G. Paley (1922-2007), che nel genere prediletto delle short stories (Piccoli contrattempi del vivere, 1959; Enormi cambiamenti all'ultimo minuto, 1975) raggiunge una puntualità linguistica stupefacente. L'essenzialità di questi scrittori ha lasciato più di un segno nella letteratura statunitense, arrivando a influenzare, negli anni Ottanta, una schiera di autori raccolti nella corrente del “minimalismo”. Come caposcuola è indicato D. Leavitt (n. 1961), autore di racconti e romanzi costruiti con tecnica cinematografica, spesso di grande effetto (Ballo di famiglia, 1984; La lingua perduta delle gru, 1986; La nuova generazione perduta, 1998; Il voltapagine, 1999). J. McInerney (n. 1955), con Le mille luci di New York (1984), B. Easton Ellis (n. 1964), con Meno di zero (1986), American Psycho (1991) Glamorama (2001) e Lunar Park (2005), mettono invece duramente sotto accusa la società ferocemente consumistica, criticando i valori dell'America reaganiana. A cavallo tra anni Ottanta e Novanta prendono piede nuove tendenze letterarie, come il romanzo western, con T. Hillerman (n. 1926), che ambienta i suoi lavori nelle riserve indiane, J. Didion (n. 1934), T. McGuane, e i native americans L. Hogan e J. Mowry. Da ricordare, inoltre, il crescente successo degli autori di origine messicana (chicani), che trova origine soprattutto nella forte crescita della popolazione di origine latinoamericana. I loro romanzi e racconti sono legati da un filo conduttore comune: il dilemma dell'identità, insieme all'inevitabile tradimento della propria eredità culturale. Dedicata alla doppia alienazione sofferta dalla donna di colore, a causa delle discriminazioni razziali (per il colore della pelle) e sociali (per la sua condizione stessa di donna), è la narrativa intensamente lirica di Toni Morrison (n. 1931), che nel 1993 le è valsa l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Al di là del prestigioso riconoscimento all'opera della “lady della letteratura nera americana” (che si pone alla testa di un manipolo di valide autrici afro-americane quali A. Walker, G. Naylor e T. McMillan), è stata la carenza di autori “nuovi” dotati di autentica incisività e capaci di conquistarsi uno spazio duraturo sulla scena letteraria statunitense, rilevata dalla critica nazionale e straniera, a segnare i primi anni Novanta, che hanno visto protrarsi il predominio della junk literature (letteratura spazzatura) impostasi nel decennio precedente. Sono stati i veterani come S. Bellow, J. Updike, Th. Pynchon, G. Vidal (n. 1925), P. Roth (n. 1933) e scrittori nuovi e di talento come C. Palahniuk (n. 1968; autore di Invisible Monsters, Survivor , Choke, Soffocare e Fight Club, da cui nel 1999 è stato tratto un film di successo) a far salire il livello qualitativo della prosa statunitense di questi anni. Ma sarà P. Roth (n. 1933) a vivacizzare la letteratura contemporanea con l'intelligente satira del romanzo Lamento di Portnoy (1969) e le disavventure di Zuckerman, il controverso protagonista de Lo scrittore fantasma (1979), La lezione di Anatomia (1983), Pastorale americana (1997, premio Pulitzer 1998), o con i romanzi successivi La macchia umana (2000), Il complotto contro l’America (2004) ed Everyman (2006), un nostalgico inno alla vita vista dalla prospettiva della vecchiaia. Mentre romanzieri come S. Turow (n. 1949), T. Clancy (n. 1947), J. Grisham (n. 1955) e M. Crichton (n. 1942), che godono di un enorme successo di pubblico, sono sembrati spesso incapaci di sottrarsi all'influsso, subito già durante la stesura delle loro opere, dei filmakers hollywoodiani, sempre in cerca di materiale di grande impatto da adattare per il grande schermo, così come è avvenuto anche per le pagine di S. King (n. 1947), da cui sono nati numerosi adattamenti cinematografici diretti da grandi registi come B. De Palma e S. Kubrick. Ritenuto il padre del genere horror, King ha affrontato i temi del terrore e del mistero (Le notti di Salem, 1975; It, 1986; Colorado Kid, 2005): dalle percezioni extrasensoriali ai vampiri, dai fantasmi ai serial killer, i suoi lavori presentano un'indubbia abilità nel coinvolgere un vasto pubblico di lettori, alimentando tuttavia un filone prettamente di genere. Nella poesia, i nomi da citare sono quelli di J. Wright, A. Fulton, C. Simic, C. K. Williams, R. Pinsky, G. Stern, C. Wright, G. Snyder, L. Glück, S. Sandy e S. Wood. Il panorama della letteratura contemporanea americana continua a dimostrarsi capace di proporre voci diverse, riuscendo nel contempo a dare voce alle minoranze etniche (come la sino-americana Amy Tan, Il circolo della fortuna e della felicità, o la nativa americana Barbara Kingsolver, Il canyon dei sogni). Tra gli autori più amati da pubblico e critica si situa senza dubbio D. DeLillo, che con le sue opere (White Noise, 1985) mostra come l'ambiente privilegiato quale quello di una famiglia americana non esoneri dai comuni problemi esistenziali. Dello stesso autore sono da segnalare anche Underworld (1997) e Falling Man (2007). Oltre a DeLillo, sono esponenti del postmodernismo anche R. Coover (Pricksong & descants, 1969) e P. Auster che attraverso raffinate costruzioni narrative (Moon Palace, 1989; Il libro delle illusioni, 2002; Viaggi nello scriptorium, 2007) ha appassionato il pubblico di tutto il mondo. Conosciuta come prolifica scrittrice di racconti, romanzi, sceneggiature e saggistica, ricordiamo J. Carol Oates (n. 1938) le cui opere raccontano la vita di tutti i giorni attraverso la rappresentazione della violenza (Mike Tyson; Misfatti; Blonde, romanzo che ripercorre il mito di Marilyn Monroe attraverso le mille sfacettature che caratterizzarono la sua vita). Tra i maggiori talenti contemporanei troviamo inoltre J. Franzen (n. 1959) con il premiato Le correzioni, 2001, un'amara saga familiare nel Midwest, e C. McCarthy (n. 1933) i cui romanzi raccontano la violenza dell'America rurale, della frontiera fino a Non è un paese per vecchi (2005), un moderno western violento, malinconico e disperato, e all'apocalittica tragedia on the road de La strada (premio Pulitzer 2006). Rientrano nel quadro dei più interessanti scrittori contemporanei anche D. Foster Wallace (1962-2008), con Infinite Jest (1996) e Oblio (2004), J. Lansdale, M. Chabon e M. Cunningham.

Cultura: architettura. Una forte impronta europea

L'arte degli Stati Uniti agli esordi costituì essenzialmente un trapianto provinciale delle tradizioni europee. Tuttavia l'architettura, più legata alle condizioni ambientali e alle esigenze pratiche della colonizzazione, assunse alcune caratteristiche proprie rispetto alla madrepatria, adattando gli apporti europei alle speciali condizioni climatiche, ai diversi materiali da costruzione, alle esigenze difensive ecc. Il più antico insediamento urbano di origine europea è Saint Augustine in Florida, fondato dagli spagnoli nel 1565, con tipiche architetture spagnole (case a due piani, coperture a terrazza, portici, orti sul retro) e organizzato come presidio militare, centro commerciale, agricolo e missionario al tempo stesso. La colonizzazione spagnola lungo le coste del Golfo del Messico e nei territori del SW (Santa Fe, 1610; San Antonio, 1718) portò al sorgere di una cultura architettonica legata prevalentemente a insediamenti militari e religiosi, con impianto urbanistico regolare a scacchiera e piazza centrale circondata da portici, nelle cui chiese e palazzi di governatori ai motivi del barocco coloniale si uniscono altri (tecnici e stilistici) derivati dalle culture indigene. Se scarsi furono gli influssi lasciati dalla colonizzazione svedese, olandese e francese sulla cultura architettonica statunitense, determinante fu invece l'impronta della colonizzazione inglese. Nei sec. XVII e XVIII si andò configurando uno stile coloniale che si suole suddividere in due periodi: Early Colonial (fino al 1700 ca.) e Georgian o Late Colonial (fino al 1780 ca.), i cui caratteri stilistici rivelano ancora la subordinazione culturale alla madrepatria. Già nel primo periodo coloniale si delinearono differenti tipologie dovute alle diverse organizzazioni economiche e sociali delle colonie; al Nord prevalsero le case contadine in legno, a due piani di due stanze ciascuno con grande camino centrale, di grande semplicità strutturale e formale, e gli edifici pubblici (come le Meeting Houses anglicane, di cui è un tipico esempio la Old Ship di Hingham, Massachusetts), per lo più di forma quadrata, con tetto a capriata, struttura in legno, alto soffitto gotico. Diverse invece le case delle colonie del Sud (Maryland, Virginia, Carolina ecc.), dette Plantation Houses, assai più vaste e complesse, costruite spesso in mattoni, con maggiori pretese di signorilità (colonnati in facciata, logge, balconi ecc.).

Cultura: architettura. L'affermazione dello stile Georgian Colonial e la reazione a esso

Nel sec. XVIII il sorgere di classi agiate di mercanti nella fascia costiera (Boston, Filadelfia, Baltimora, New York) e di proprietari di piantagioni nel Sud portò alla costruzione di edifici più grandiosi e solenni; lo stile Georgian Colonial costituì infatti una variante vernacola del georgiano inglese. Ovunque il legno incominciò a essere soppiantato dal mattone, dal laterizio o dalla pietra. I maggiori edifici pubblici di questo periodo (Town House a Boston, Old Colony House a Newport, Independence Hall a Filadelfia), come pure quelli religiosi (Christ Church a Filadelfia e a Boston, St. Paul's Chapel a New York) sorsero sul modello delle realizzazioni londinesi di Ch. Wren; sensibile fu anche l'influsso del palladianesimo inglese (I. Jones) e, nella seconda metà del secolo, dell'architettura dei fratelli Adam, mentre non mancarono anche esempi di derivazione francese, soprattutto negli Stati del Sud. Il primo vero architetto americano è considerato P. Harrison, cui si deve la Classical Redwood Library di Newport. Dopo la guerra di indipendenza americana, le ragioni politiche e ideologiche di rottura con la madrepatria inglese provocarono anche una vivace reazione allo stile georgiano, portando all'affermazione del neoclassicismo per l'influsso della cultura francese e per l'ideale collegamento con la Grecia democratica e la Roma repubblicana. In tal senso fu orientata anche la politica culturale dei presidenti George Washington e soprattutto di Thomas Jefferson, architetto egli stesso. L'affermazione del neoclassicismo è rilevabile, oltre che nelle opere di ispirazione romaneggiante dello stesso Jefferson (il Campidoglio di Richmond, la casa di Monticello in Virginia, l'Università di Charlottesville), in quelle di ispirazione ellenizzante dell'inglese B. Latrobe e nel piano urbanistico di Washington (1790), tracciato con criteri simmetrici dall'architetto francese Pierre Charles L'Enfant, in un'esemplare convergenza degli ideali neoclassici con quelli repubblicani del nuovo Stato. Tra i principali architetti di questo periodo, oltre a Latrobe, sono da ricordare il francese E.-S. Hallet, l'irlandese J. Hoban e gli statunitensi R. Mills, W. Strickland, Th. U. Walter, Ch. Bulfinch. All'inizio dell'Ottocento ebbero grande fortuna negli S. i movimenti del greek revival (dovuto sia al rinnovato interesse per l'archeologia, sia all'ondata di simpatie suscitate dalla guerra di indipendenza greca) e del gothic revival, che costituirono, nel loro ritorno al passato, un aspetto del movimento romantico. In particolare il neogotico (i cui principali esponenti furono R. Upjohn, J. Renwick e A. J. Downing) finì per influenzare tutta l'architettura americana, sia domestica, sia religiosa (Trinity Church e St. Patrick a New York), mescolandosi poi al risorgere di stili vari, dall'egizio al romanico al neorinascimento, secondo un eclettismo che dominò per tutto il secolo. Tuttavia, pur nella fitta successione di revival, nell'architettura statunitense da una parte si venne delineando l'esigenza di un nuovo tipo di edilizia funzionale alle crescenti necessità industriali, esigenza che portò al formarsi di una nuova coscienza architettonica e urbanistica consona ai problemi del territorio e dell'economia del Paese, dall'altra si verificarono episodi significativi sul piano costruttivo, quali l'impiego di nuovi materiali o di tecniche rivoluzionarie (per esempio della struttura a travicelli di legno detta balloon frame, di grande leggerezza). Il primo interprete della reazione all'eclettismo di importazione europea fu H. Hobson Richardson, che vide nell'essenzialità e solidità del romanico il mezzo più adatto all'espressione dei caratteri della civiltà americana. Un altro grande interprete della rinnovata stagione architettonica statunitense è L. H. Sullivan, ancor più avanzato nella ricerca di strutture funzionali, al quale si devono sia la qualificazione espressiva di quella costruzione tipicamente americana che è il grattacielo, sia l'avvio della scuola di Chicago, che fu un grande vivaio di personalità innovatrici (W. Le Baron Jenney, D. Burnham, M. Roche, W. Holabird, J. Wellborn Root), alle quali si deve tra l'altro la ricostruzione del centro di Chicago dopo l'incendio del 1871. Le esigenze di funzionalità di questa scuola furono poi riprese e continuate nell'Ovest dalla scuola californiana.

Cultura: architettura. Il XX secolo e l’inizio del XXI

Nel sec. XX la ricerca architettonica ha continuato a essere determinata dai complessi problemi relativi all'espansione dei centri industrializzati. Figura di primissimo piano è quella di F. L. Wright, allievo di Sullivan, assimilatore della tradizione autoctona americana e assertore di un'architettura “organica”, integrata con l'ambiente, umanamente qualificata, realizzata con materiali “naturali”. Il polo dialetticamente opposto all'idea wrightiana è costituito dal razionalismo europeo, affermatosi negli Stati Uniti per opera degli architetti europei emigrati in America: R. Neutra, W. Gropius, M. van der Rohe, Eero Saarinen, dai quali derivano in gran parte gli sviluppi più notevoli dell'odierna civiltà architettonica americana. Dopo la seconda guerra mondiale l'edilizia urbana, caratterizzata dal grattacielo, ha trovato un suo linguaggio definitivo nei volumi equilibrati, nelle superfici levigate, nell'impiego del vetro e dell'acciaio che alleggeriscono la massa enorme. Accanto al grattacielo si sono anche sviluppate forme rivoluzionarie, per l'impiego di nuovi materiali e di un'avanzata tecnologia, in fabbriche, dighe, ponti, silos, aeroporti, che hanno trasformato l'aspetto dell'America creando un'architettura che ha però troppo spesso ignorato l'ambiente naturale e le necessità dell'uomo (Palazzo delle Nazioni Unite, di Le Corbusier e O. Niemeyer, Lever House, di Skidmore-Owings e Merril, Seagram Building di Mies van der Rohe, Terminal della TWA di Eero Saarinen, tutti a New York; officine Olivetti di L. Kahn a Harrisburg). Alla fine degli anni Sessanta emerge la figura di R. Venturi che critica il funzionalismo in favore di un linguaggio architettonico dotato di maggiore complessità semantica. A questa posizione si affiancano R. Stern, J. S. Hagman Stanley, J. Wines e il gruppo SITE che optano per un dichiarato e provocatorio eclettismo che sfocerà nel postmoderno. Un altro fronte critico è costituito dall'opera del Gruppo dei Cinque (P. Eisenman, M. Graves, C. Gwathmey, J. Hejduk, R. Meier), che si appella a un rigore metafisico, a una elaborazione estrema del linguaggio lirico di Le Corbusier e di G. Terragni. Ricordiamo inoltre: l'opera dello studio SOM di Skidmore di forte impronta tecnicista e ingegneristica che culmina con la costruzione delle Sears Towers di Chicago (1974); quella di M. Yamasaki, che con la realizzazione delle due torri gemelle del World Trade Center (crollate in seguito all'attentato terroristico nel 2001) cambia il profilo di New York; le figure di R. Giurgola, E. Ambatz, C. Pelli e D. Libeskind, l'architetto autore del disegno selezionato per l'edificazione della Freedom Tower di New York. Iniziata nel 2006 dopo diverse battute d'arresto, la torre alta circa 530 metri sorge nello spazio del World Trade Center, a memoria della tragedia che ha colpito gli Stati Uniti l'11 settembre 2001. L'architettura contemporanea vive oggi continui cambiamenti nei processi della progettazione grazie a software sempre più sofisticati. Si è servito delle innovazioni del computer design anche F. Gehry, guida del movimento decostruzionista. I suoi edifici asimmetrici e realizzati con materiali poveri, che assomigliano a enormi sculture dalle forme ondulate, continuano a ispirare giovani architetti, stimolando la ricerca di soluzioni progettuali alternative.

Cultura: arte. Pittura e scultura, dal periodo coloniale alla seconda guerra mondiale

Rispetto all'architettura la pittura e la scultura restarono più a lungo subordinate ai modelli europei, giungendo solo molto tardi a esiti originali. Nel primo periodo coloniale (sec. XVII) la pittura si espresse quasi esclusivamente nella ritrattistica: tipici i ritratti eseguiti da artigiani anonimi, probabilmente pittori di insegne, detti limners. Solo nel secondo periodo coloniale si affermò un gruppo di professionisti, spesso richiamati dall'Europa per soddisfare le esigenze dei coloni che avevano raggiunto un'elevata posizione sociale. Nel campo della ritrattistica emerge il nome di J. Smilbert, attivo a Boston dal 1729, mentre iniziatori della pittura di storia possono essere considerati J. S. Copley e B. West; il primo seppe creare uno stile personale, realistico e psicologicamente penetrante, immortalando l'epoca coloniale, il secondo predilesse un genere più galante, stilisticamente vicino a J. Reynolds, ed ebbe un gran numero di allievi, di cui alcuni famosi al loro tempo (G. Stuart, Ch. W. Poole ecc.). Durante il sec. XVIII la scultura si limitò a copiare i capolavori dell'arte classica, dei quali venivano importati dall'Europa copie o calchi di gesso. La personalità di maggior rilievo fu quella di W. Rush, autore di un famoso busto di Lafayette. Nella prima metà dell'Ottocento il passaggio dal neoclassicismo al romanticismo fu caratterizzato dall'affermazione della pittura di paesaggio, che trovò la sua migliore espressione nella Hudson River School. Tra i principali esponenti del gruppo si annoverano T. Cole, che dipinse grandiose foreste caratterizzate da una visione quasi apocalittica, A. B. Durand e H. Inman, volti a ritrarre invece immagini più serene degli sconfinati paesaggi del Nuovo Mondo; Durand, in particolare, per il suo minuzioso realismo descrittivo fu molto vicino ai paesaggisti francesi di Barbizon. Vanno ricordati anche W. Homer e G. Catlin, quest'ultimo illustratore della vita degli indiani delle praterie. Il passaggio all'impressionismo è segnato dalle personalità di J. McNeill Whistler, M. Cassatt, J. Singer Sargent e T. Robinson; la loro esperienza però si svolse in gran parte nell'ambito europeo. L'opera di A. Ryder costituì nel suo empito visionario un singolare precedente del surrealismo. La scultura fu dominata per tutto l'Ottocento dagli influssi neoclassici, ma con esiti alquanto modesti; l'unica personalità dotata di una certa autonomia espressiva fu quella di A. Saint Gaudens. Se il Gruppo degli Otto, formatosi agli inizi del Novecento sulla scia del postimpressionismo europeo, costituì un significativo avvicinamento della pittura americana alle più avanzate esperienze internazionali, una data veramente fondamentale è da considerarsi il 1913, anno in cui si tenne a New York la celebre mostra dell'Armory Show (così chiamata perché allestita in una caserma) che, presentando opere di H. Matisse, P. Picasso, G. Braque, C. Brancusi ecc., aprì la cultura figurativa statunitense alla rivoluzione delle avanguardie europee e fu determinante per la formazione di un linguaggio artistico originale. Tra gli artisti più rappresentativi del nuovo clima culturale del primo ventennio del Novecento vanno ricordati J. Marin, interprete di modi fauves e cubisti, S. MacDonald Wright e M. Russell, il cui nome è legato alla corrente del sincromismo, J. Stella, futurista, L. Feininger, M. Ray, G. O'Keeffe, S. Davis, variamente legati a esperienze cubiste, espressioniste o astratte. Fu proprio negli USA che M. Duchamp, F. Picabia e Man Ray dettero vita alla prima rivista dada, “291”, nel 1918. Dopo la prima guerra mondiale si verificò con il gruppo dei precisionisti (o immacolati) un ritorno a rappresentazioni figurative che, attraverso l'estrema semplificazione oggettuale, volevano riprodurre i caratteri della civiltà americana. Una tendenza figurativo-realistica, dovuta anche alla reazione contro l'invadenza culturale europea, prevalse anche negli anni della crisi e del New Deal, trovando l'adesione sia degli artisti dell'American Scene (tradizionalisti e sciovinisti), sia di quelli socialmente impegnati (E. Hopper, J. Levine, B. Shahn, W. Gropper). La dittatura nazista in Germania e gli eventi della seconda guerra mondiale produssero l'esodo negli Stati Uniti di alcuni dei più importanti artisti europei, da J. Albers a L. Moholy-Nagy, da M. Beckmann a F. Léger a P. Mondrian. Questo fu fondamentale per l'affermazione dell'astrattismo in America, dove già nel 1936 fu costituita la società degli American Abstract Artists e fu creato il Museo Solomon R. Guggenheim per l'arte non-figurativa.

Cultura: arte. Pittura e scultura, dal secondo dopoguerra alla land art

Ma è soprattutto nel secondo dopoguerra che le arti figurative americane hanno raggiunto esiti di grandissima originalità: artisti come A. Gorky, M. Tobey, J. Pollock, W. De Kooning, M. Rothko, A. Calder, assimilate le avanguardie europee dall'espressionismo al surrealismo, hanno dato apporti fondamentali alla cultura internazionale, influenzandola a loro volta. Intorno agli anni Cinquanta ha dominato la corrente dell'Action Painting (detta anche “espressionismo astratto” in quanto reazione al rigoroso razionalismo dell'astrattismo geometrico, o “pittura d'azione”) che dà valore fondamentale all'istintiva trascrizione di impulsi e gesti sulla tela; questa è rappresentata da J. Pollock (di cui è caratteristica la tecnica detta dripping), W. De Kooning, F. Kline, R. Motherwell, W. Baziotes, mentre la personalità di M. Rothko ha centrato la sua ricerca sul colore e sulla luce. Negli anni Sessanta, esauritasi la stagione dell'Action Painting, due tendenze sono emerse polarizzando attorno a sé le migliori espressioni artistiche. La prima, detta Nuova Astrazione, crea forme semplificate, geometriche, considerate autonome e valide per se stesse, prive cioè di significati simbolici (K. Noland, F. Stella, R. Ryman). Da questa corrente ha preso le mosse la minimal art, che rappresenta la massima riduzione dei dati espressivi e iconici per valorizzare la potenzialità strutturale delle forme geometriche proposte (R. Morris, D. Judd, A. Smith ecc.). La seconda tendenza è quella della pop art, che inserisce nel contesto pittorico o isola amplificandoli i simboli della civiltà dei consumi e della cultura di massa, creando montaggi apparentemente acritici, in realtà fortemente polemici e ironici (R. Rauschenberg, J. Johns, J. Dine, A. Warhol, G. Segal, J. Rosenquist). La risonanza mondiale della pop art ha conferito agli Stati Uniti grande prestigio culturale e un ruolo di primo piano negli sviluppi dell'arte contemporanea. Deriva dalla pop art, almeno per ciò che riguarda la tematica, la recente corrente dell'iperrealismo (che rappresenta una rinascita di quella tradizione realista e figurativa sempre presente nella cultura americana), che si esprime tramite dipinti e sculture di minuziosa fedeltà ottica e illusionismo perfetto (R. Estes, D. Eddy, D. Hanson, J. de Andrea). Benché nelle manifestazioni dell'arte contemporanea sia assai difficile tracciare i confini tra pittura e scultura, vanno comunque ricordati nell'ambito di quest'ultima alcuni artisti, appartenenti alle più svariate tendenze astratto-costruttive o informali, quali D. Smith, S. Lipton, T. Roszac, L. Nevelson, J. Chamberlain e soprattutto il già citato Alexander Calder, con i suoi mobiles che nascono da una concezione di forme e spazi aperti e dinamici. Tra gli altri interpreti dell'arte cinetica va citato anche G. Rickey, affascinato dalle forme geometriche in movimento e dall'equilibrio tra ingegneristica e forze della natura. R. Serra invece è noto per le sue monumentali sculture: opere in metallo inserite in contesti naturali che dimostrano la riflessione sui materiali e propongono un'idea di scultura come esperienza fenomenologica di spazio, peso, gravità e tempo. A partire dagli anni Settanta, importante è infine il contributo statunitense alla definizione della cosiddetta arte concettuale, la quale riunisce quelle tendenze che rifiutano l'opera d'arte come oggetto, come tale mercificabile, volgendosi invece a realizzazioni che valgono in quanto azioni, operazioni, avvenimenti o documentazioni di avvenimenti (fotografie, registrazioni sonore). Protagonisti storici della corrente concettuale sono J. Kosuth, artista e teorico del movimento che lavora alla combinazione tra oggetti e parole, e S. LeWitt che cambia le regole convenzionali della prassi artistica e della sua produzione attraverso l'abolizione dell'irripetibilità dell'opera e dell'abilità individuale dell'artista in favore di un primato assoluto dell'idea. Nell'ambito dell'arte concettuale di particolare interesse sono la body art (arte del corpo), nella quale gli artisti si esprimono mediante il proprio corpo, con gesti dimostrativi (J. Jonas, G. Pane) e la land art o earth art (arte del territorio), che opera modifiche sui vasti spazi liberi del Paese: caratteristici di tale tendenza i disegni geometrici tracciati da W. de Maria sulla sabbia di un lago prosciugato. Il tramonto dell'arte concettuale è coinciso, alla fine degli anni Settanta, con il ritorno alle pratiche tradizionali della scultura e della pittura. È la corrente postmoderna, infatti, a riproporre le tecniche artistiche consolidate e a ridare importanza alla dimensione visuale. In particolare, nella pittura il pensiero postmoderno si coniuga nel Neo-espressionismo con D. Salle e J. Schnabel.

Cultura: arte. Tra vecchio e nuovo millennio

Dalla fine degli anni Settanta l'arte statunitense comincia a occuparsi dei temi politico-sociali. Le rivendicazioni femministe, anti-imperialiste e razziali incalzano la cultura visiva e stimolano gli artisti a dare forma al dissenso. In questo clima cresce l'attivismo delle Guerilla Girl, un collettivo artistico che si propone di dare voce alle donne e alle minoranze; qui si collocano anche le provocazioni di artisti come i fotografi A. Serrano, che fece scandalo per l'utilizzo del crocefisso, e R. Mapplethorpe, che provocò una vera e propria guerra culturale ritraendo nudi maschili, corpi di donne body builder e soggetti sadomaso. Altra fotografa impegnata a immortalare il corpo e la sfera intima personale è N. Goldin, che ha documentato, con sequenze diaristico-narrative, controversi temi come la transessualità, la tossicodipendenza e l'AIDS. Lavori di rilievo per la fotografia contemporanea sono anche quelli di T. Richardson, W. Tillmans, W. Klein e R. Frank. Tra i nomi più importanti del panorama contemporaneo figurano anche gli scultori K. Smith, le cui opere sono correlate al tema della vulnerabilità e deperibilità del corpo, e R. Gober, i pittori J. Koons e B. McGee, influenzato, quest'ultimo, dalla scena dell'arte urbana e dalla tecnica dei graffiti e gli installatori S. Sze e F. Gonzalez-Torres. Gli artisti degli anni Novanta sono cresciuti in un'epoca di crisi alla quale hanno opposto resistenza con sguardo ironico e lucido, impiegando e mescolando mezzi espressivi diversi: video, suono, grafica, installazioni. Dagli anni Novanta infatti la video arte, già utilizzata nel ventennio precedente, si consolida diventando, nelle sue forme più variegate, uno dei mezzi espressivi più presenti nelle mostre, rassegne ed eventi di arte contemporanea. Tra i maggiori videoartisti ricordiamo M. Barney, N. June Paik e B. Viola. Quest'ultimo, attraverso la ricerca del senso poetico della percezione ed esplorando le esperienze universali dell'uomo, si è imposto come uno degli autori più apprezzati dei nostri tempi. Il binomio arte-tecnologia si trasforma, nei primi anni del Duemila in un sodalizio artistico-concettuale sempre più stretto, le cui espressioni principali si ritrovano nella New Media Art e nella Software Art, che sottopongono all'attenzione di critici e pubblico il dibattito sull'unicità del prodotto artistico e sulla smaterializzazione dell'arte.

Cultura: musica. Influssi ed evoluzione fino alla prima guerra mondiale

Il panorama musicale degli Stati Uniti si presenta come un insieme articolato e complesso di culture autoctone e importate. Lo strato autoctono comprende un'enorme varietà di espressioni, raggruppabili in tre grandi aree: il grande bacino dell'Oregon meridionale, le tribù della California e il gruppo yuma, e infine le tribù della prateria e del gruppo pueblo. La musica popolare importata negli Stati Uniti vi è stata introdotta in primo luogo da coloni di origine spagnola (missioni cattoliche in California) e anglosassone (inglesi, scozzesi, irlandesi, tedeschi). In seguito, l'affluenza di immigrati da tutto il mondo ha fatto confluire sul territorio degli Stati Uniti ogni genere di tradizioni musicali popolari: da quelle slave ed ebraiche a quelle scandinave, dall'italiana alla greca, fino al recente massiccio afflusso di culture musicali asiatiche (Paesi arabi, India, Pakistan, Afghanistan, Indocina, Cina, Giappone, Filippine). Tutti questi strati folclorici sono rimasti per lo più isolati l'uno dall'altro, oppure si sono mescolati con l'unico grande collante musicale degli Stati Uniti: la musica nera. L'attività musicale dei primi coloni americani della costa orientale fu limitata al canto dei salmi. Al di là delle difficoltà ambientali, sul modesto sviluppo della musica colta nel sec. XVII influì la disposizione rigoristica dei puritani verso quest'arte, considerata sensuale e peccaminosa. La fissazione del repertorio salmodico avvenne nel sec. XVIII attraverso una serie di opere a stampa (notevole in particolare la raccolta The New England Psalm Singer di W. Billings edita nel 1770) che chiusero un appassionato periodo di polemiche sulla più corretta tradizione testuale e interpretativa di questo repertorio liturgico. Una disposizione assai più aperta nei confronti della musica dimostrarono i responsabili della chiesa anglicana, che favorirono la composizione e l'esecuzione di opere organistiche, corali e sinfonico-corali: notevole in quest'ambito fu l'opera di autori quali W. Selby, organista della King's Chapel a Boston, e W. Tuckey, maestro di cappella della Trinity Church di New York e patrocinatore della prima esecuzione del Messiah di G. F. Händel in terra americana (1770). Similmente tennero la musica in alto conto colonie di pietisti tedeschi, di riformati svedesi e di coloni moravi. Al sec. XVIII risalgono le prime istituzioni stabili di concerti (Boston, 1731; Charleston, nel South Carolina, 1732; New York, 1736; Filadelfia, 1757 ecc.), il cui repertorio giunse presto a rivaleggiare, per le scelte dei programmi e il livello esecutivo, con le più avanzate istituzioni europee. Nello stesso periodo si diffuse, specie presso l'alta borghesia, un tipo di dilettantismo musicale di alto livello che diede il meglio di sé in composizioni cameristiche per strumenti e soprattutto per voce. A questa cerchia appartiene il primo compositore americano, F. Hopkinson (1737-1791). Tuttavia la possibilità di uno sviluppo autonomo della musica americana, svincolato da immediate dipendenze stilistiche delle contemporanee esperienze europee, fu fortemente condizionato dalla massiccia invasione di professionisti europei, esecutori e compositori, che fece seguito alla guerra di indipendenza. Tra le personalità di maggior spicco di questo periodo, determinante per tutto il futuro della storia musicale degli Stati Uniti, figurano B. Carr, A. Reinagle, J. Hewitt, R. Taylor, G. Graupner, inoltre L. Mason (1792-1872) e O. Shaw (1779-1848), entrambi per diversi aspetti tra i fondatori del sistema didattico musicale del Paese. Quest'ultimo fece sin dall'inizio riferimento a esperienze europee e in particolare tedesche; in realtà il romanticismo germanico fornì la base linguistica della musica d'arte statunitense nel sec. XIX e per parte del sec. XX; isolati rimasero compositori la cui poetica mirava alla valorizzazione di elementi desunti da una tradizione locale, quali A. Ph. Heinrich (1781-1861), W. H. Fry (1813-1864), G. F. Bristow (1825-1898) e altri. Assai più diffusa fu l'opera di L. M. Gottschalk (1829-1869), geniale virtuoso di pianoforte e massimo compositore del romanticismo americano, o compositori di tradizione accademica quali J. Knowles Paine (1839-1906), A. Foote (1853-1937), F. Converse (1871-1940), D. G. Mason (1873-1953). Paine fu anche il padre spirituale del più eminente gruppo di compositori di ascendenza germanica, la cosiddetta Scuola di Boston o del New England, della quale fecero parte, oltre al citato Foote, G. W. Chadwick (1854-1931), H. Parker (1863-1919), A. Whiting (1861-1936), E. S. Kelley (1857-1944) e altri. Contemporanea alla Scuola di Boston fu l'attività di uno dei più dotati compositori statunitensi di fine secolo, E. MacDowell (1861-1908), autore di pregevoli pagine pianistiche e sinfoniche.

Cultura. musica. L'elaborazione di forme originali dopo il primo conflitto mondiale

Solo dopo la prima guerra mondiale poté svilupparsi, contro l'imperante accademismo delle istituzioni, un reale indirizzo innovatore che si caratterizza, nella generale accettazione delle più avanzate acquisizioni delle avanguardie europee, per uno spiccato individualismo e per un vivace eclettismo delle soluzioni stilistiche. Protagonisti di questo movimento furono J. Alden Carpenter (1876-1951), D. Moore (1893-1969), W. Piston (1894-1976), V. Thomson (1896-1989), che ripensò in chiave schiettamente americana l'esperienza del parigino Gruppo dei Sei e di E. Satie, R. Sessions (1896-1985), che muovendo dal neoclassicismo stravinskiano approdò alla dodecafonia, R. Harris (1898-1979) e infine A. Copland (1900-1990). Su posizioni più radicali e per certi aspetti più stimolanti si mossero autori come H. Cowell (1897-1965), C. Ruggles (1876-1971) e soprattutto C. Ives (1874-1954), il cui fantasioso sperimentalismo maturato in relativo isolamento preconizzò molte conquiste linguistiche della nuova musica europea del secondo dopoguerra. Sulla stessa linea audacemente sperimentale si mosse E. Varèse (1885-1965), la cui analisi del fenomeno sonoro lo condusse intorno al 1930 ai primi esperimenti di musica elettronica. Autori come P. Creston (1906-1985), W. Schuman (1910-1992), S. Barber (1910-1981), M. Gould (1913), V. Persichetti (1915-1987), D. Diamond (n. 1915), L. Bernstein (1918-1990) riproposero, ciascuno in modi peculiari, le formule di un elegante eclettismo cosmopolita, screziato da venature mediate dai filoni del song e del jazz. Insuperato fu – su questa linea – G. Gershwin (1898-1937), che partito dalle esperienze del ragtime e della musica leggera giunse, con l'opera Porgy and Bess (1935), all'elaborazione di un originale linguaggio che fondeva moduli colti europei e stilemi americani. Al rinnovamento del musical e alla creazione di un linguaggio individuato in senso nazionale (ma ben presto diffuso da cinema, dischi e radio) contribuirono autori raffinati di canzoni come J. Kern (1885-1945), C. Porter (1893-1964), I. Berlin (1888-1989), V. Youmans (1898-1946), R. Rodgers (1902-1979). Nell'ambito della musica colta, seconda metà del Novecento, una fioritura di movimenti radicali d'avanguardia ha trovato in J. Cage (1912-1992) il più autorevole e rappresentativo esponente. Sulla sua linea si sono mossi L. Foss (n. 1922), E. Brown (1926-2002), M. Feldmann (1926-1972), C. Wolff (n. 1934) e il pianista D. Tudor (1926-1996), che hanno operato, muovendo da premesse irrazionalistiche, una feconda critica allo strutturalismo postweberniano. Negli anni Settanta si è affermata una corrente che ha i suoi maggiori esponenti in T. Riley, S. Reich, P. Glass e LaMonte Young. In essa si riconosce la tendenza a ridurre il linguaggio musicale a pochi e semplici elementi, oggetto di continua iterazione e lenta trasformazione statica, contemplativa e antievolutiva che rivela il crescente influsso delle culture asiatiche (penetrate principalmente dalla costa del Pacifico) nella scena musicale degli Stati Uniti.

Cultura: musica. I generi della musica popolare nel Novecento e nei primi anni del Duemila

Durante tutto il XX secolo gli Stati Uniti hanno segnato la nascita di alcuni generi musicali quali iljazz, il blues e, in seguito, il rock che, con le sue diverse e successive declinazioni, ha radicalmente modificato il panorama della musica popolare occidentale. Il blues, che ha le sue radici nei canti di lavoro degli schiavi neri, a partire dagli anni Venti influenzò tutte le esperienze musicali degli Stati del Sud. Nel secondo dopoguerra, il genere si diffuse anche negli Stati settentrionali, in particolare a Chicago, dove suonarono M. Waters e B. Didley, il padre del boogie. Tra le voci blues più importanti ricordiamo O. Redding e A. Franklin. S. Ray Vaugham sarà, invece, il grande chitarrista bianco degli anni Ottanta. All'inizio del Duemila il blues americano è sostenuto dal talento di R. Cray, A. Youngblood e Popa Chubby. Dalle stesse origini del blues, prese origine anche il jazz, che si diffuse, nei primi del Novecento a New Orleans, con la musica di King Oliver e la tromba di L. Armstrong. Negli anni Trenta, la cultura musicale afroamericana invase New York, dando vita a quel “Rinascimento di Harlem” che aprì la strada per lo swing di G. Miller e D. Ellington. I cantanti più carismatici dello stile jazz dell'epoca furono E. Fitzgerald e B. Holiday e, naturalmente, F. Sinatra. Dopo la seconda guerra mondiale, lo swing lasciò spazio al bibop, con C. Parker e D. Gillespie e, tra gli anni Cinquanta e Settanta, alle successive variazioni del cool jazz, dell'avant-garde e del fusion. In quegli anni, indimenticabile fu la musica di M. Davis e di J. Coltrane. O. Coleman fu invece l'inventore del free jazz. Negli anni Cinquanta un indimenticato E. Presley inaugurò il rock'n roll, il genere che più di tutti contribuì a cambiare la cultura giovanile americana, rendendo i giovani stessi consapevoli della forza dirompente della musica. Gli anni Sessanta saranno invece il decennio del sogno e della rivolta: la voce appassionata di J. Joplin, la chitarra J. Hendrix, il carisma di J. Morrison, le parole di B. Dylan incantarono i giovani accorsi da ogni Stato americano per riempire e animare raduni e festival, tra i quali, senza dubbio, Woodstock fu il più importante. Gli anni Settanta videro il rock caratterizzarsi con nuove sonorità, portate alla ribalta dal punk dei Ramones, e ancora da I. Pop, P. Smith, Santana, T. Waits, anche se saranno i suoni psichedelici dei Greatful Dead e dei Jefferson Airplane a smuovere nuovamente la controcultura giovanile. Negli Stati Uniti degli anni Ottanta spopolerà invece il rock robusto di B. Springsteen e si affermeranno l'heavy metal dei Metallica, l'hard rock dei Kiss e Van Halen e le atmosfere nere di A. Cooper. Con i Nirvana, i Pearl Jam, gli Alice in Chains e i Soundgarden cominciano invece gli anni Novanta e l'era del grunge. Nondimeno, l'hip-hop, nato nel corso degli anni Settanta a New York, si trasforma, verso la fine del secolo, per assumere i caratteri di un genere di massa, finendo per rappresentare ben presto una nuova fonte di guadagno per le case discografiche statunitensi (tra i tanti rapper della scena americana: Cypress Hill, Public Enemy, D. Dre). Intanto il rock si contamina con sonorità rap, funky e, sulla scena musicale statunitense, fanno la loro comparsa gruppi come i Beasty Boys e i Red Hot Chily Peppers. Infine, nel variegato panorama della musica degli anni Duemila, un posto a sé meritano i fenomeni del rap, espressi dalle performance di Eminem e di 50 Cent, della musica elettronica di Moby, del rock rivisitato dei White Stripes, dei System of a Down, o dei Linkin Park e degli Interpol, oltre naturalmente alla diffusione sempre più capillare di artisti e sonorità di stampo maggiormente commerciali, come quelle di Madonna, considerata la regina del pop, di B. Spears, e di J. Timberlake.

Cultura: teatro. Una difficile affermazione

Le prime rappresentazioni teatrali nel territorio degli attuali Stati Uniti risalgono al sec. XVI: sono testi religiosi allestiti in spagnolo sotto gli auspici della Chiesa cattolica nei territori verso l'attuale confine con il Messico. Spagnolo fu anche il testo della prima commedia originale, autore Marcos Fanfán de los Grodos, rappresentata nei pressi della città che sarebbe poi divenuta El Paso, Texas, nel 1598. Pochi anni dopo si ha notizia di uno spettacolo in francese, Le théâtre de Neptune en la Nouvelle France, messo in scena per festeggiare un tale sieur de Poutrincourt che aveva fondato una colonia francese, Port Royal, nella Nuova Scozia. Comunque il teatro stentò a radicarsi nel Nuovo Mondo: le ostilità dei gruppi religiosi, più o meno puritani, e delle autorità politiche si unirono alle difficoltà oggettive della vita dei colonizzatori: rarissime e del tutto isolate sono infatti le rappresentazioni seicentesche di cui rimanga memoria. Solo all'inizio del sec. XVIII arrivò dall'Inghilterra un attore di scarso nome, T. Aston, che si esibì a Charleston, South Carolina, e poi a New York, presumibilmente in un repertorio di monologhi. Pochi anni dopo sorgevano i primi rudimentali teatri in varie città, nel New England, a New York e nel Sud, dove gruppi di dilettanti presentavano opere del repertorio allora in voga a Londra. Alla metà del secolo le condizioni di vita erano cambiate e il teatro poté cominciare a installarsi nelle regioni già colonizzate: si costruirono veri e propri teatri, si formarono compagnie professionali e arrivarono dalla madrepatria attori di un certo rilievo come L. Hallam e D. Douglas che introdussero nella colonia il repertorio shakespeariano destinato a lunga fortuna. La rivoluzione segnò ovviamente un intermezzo, ma la conquista dell'indipendenza permise di riprendere il cammino con rinnovato vigore. Nel 1785 si costituì, diretta dal figlio di Hallam, un'American Company cui spetta, tra l'altro, il merito di aver varato la prima commedia di autore americano scritta per una compagnia professionale, The Contrast (1787) di R. Tyler. Sede principale dell'American Company era New York, ma città teatralmente altrettanto importante era Filadelfia dove si formò nel 1791 una compagnia diretta da T. Wignell che agiva in una sala appositamente costruita. Lo spettacolo stava diventando un'attrazione per una nascente società civile: si erigevano teatri sempre più decorosi, si badava di più agli allestimenti, aumentavano gli attori inglesi di prestigio – anche Cooke ed E. Kean nei primi anni dell'Ottocento – che venivano in tournée nel Nuovo Mondo. Gli anni a cavallo della metà del secolo (pressappoco dal 1820 al 1870) videro il graduale affermarsi di un teatro nazionale. Lo dominavano attori-direttori di grande prestigio (alcuni britannici, ma anche indigeni come E. Forrest, J. H. Haclett, C. Cushman e poi E. Booth) e vigeva il sistema della stock company, o compagnia di giro, con un ricco repertorio presentato spesso in alternanza. New York divenne la capitale teatrale del Paese, riducendo gradatamente il resto del territorio a spazio per lo sfruttamento commerciale dei successi metropolitani, come un'immensa provincia che l'espansione verso Ovest rendeva sempre più vasta e redditizia. La nuova era fu inaugurata nel 1869 quando A. Daly aprì a New York il Fifth Avenue Theatre: stava volgendo alla fine l'epoca degli attori-direttori e cominciava ad assumere un rilievo sempre maggiore la personalità del produttore. Era lui che sceglieva i testi, che scritturava gli attori, che si assumeva la piena responsabilità dello spettacolo, avviato a diventare un'industria.

Cultura: teatro. L'evoluzione del sec. XX

Gli ultimi anni del sec. XIX videro anche la costruzione di nuovi teatri tecnicamente avanzatissimi (a New York ce n'erano 43 nel 1900, che sarebbero divenuti 80 nel 1928) e l'affermarsi di alcune personalità di rilievo come S. MacKaye, inventore di mirabolanti congegni scenici, D. Belasco, regista e drammaturgo che realizzò il tipo di realismo accettabile al pubblico americano, e C. Frohman, che completò il processo di industrializzazione del teatro, eliminando del tutto il concetto di compagnia (e quindi quello di repertorio) per scritturare attori in funzione di una determinata commedia, con criteri principalmente commerciali. Il dominio dei produttori, con gli attori utilizzati come star, cioè come mezzo per rendere più vendibile il prodotto teatrale, sempre in concorrenza con il cinema, rimase elemento caratteristico del teatro di consumo americano, cioè di Broadway, nei due grandi settori della prosa e della commedia musicale. Il resto della storia della scena statunitense è costituito dai tentativi compiuti per spezzare questo regime. I più importanti sono stati: nel 1915 i Washington Square Players, da cui uscì poi il Guild Theatre, per un trentennio circa l'organismo produttivo artisticamente e culturalmente più prestigioso di Broadway; nel 1916 i Provincetown Players, che rivelarono in E. O'Neill il massimo drammaturgo americano e in R. E. Jones lo scenografo più geniale; negli anni Trenta i numerosi gruppi indirizzati verso un teatro di impegno politico: il Group Theatre (1931-41), che introdusse con L. Strasberg, H. Clurman e poi E. Kazan una particolare versione del sistema stanislavskiano divenuta egemonica nella recitazione americana per almeno trenta anni; il Federal Theatre (1935-39), nato con finanziamenti governativi nel quadro della lotta contro la disoccupazione e chiuso quando si pensò che avesse esaurito il suo compito statutario e che rischiasse di diventare uno strumento per la diffusione di idee eversive. Broadway fece propri i fermenti più utilizzabili di queste iniziative e sin verso il 1960 tornò a diventare sinonimo di teatro americano, esportando i suoi copioni più riusciti in tutte le nazioni d'Occidente. La reazione venne dapprima con il movimento di off-Broadway, che si distingueva dal teatro commerciale per un maggiore ardimento nelle scelte e per lo spazio offerto a nuovi talenti, poi con il movimento di off-off-Broadway che contestava radicalmente la concezione prevalente del teatro proponendo spettacoli sostanzialmente eversivi, sia in senso politico sia sul piano estetico, e trovando le sue sedi in luoghi non necessariamente teatrali se non addirittura nelle strade. Altri fenomeni importanti dello stesso periodo sono il moltiplicarsi delle iniziative teatrali autonome fuori New York, con contributi anche cospicui delle municipalità; e i tentativi, generalmente sovvenzionati da qualche fondazione, di reagire alla logica di Broadway istituendo teatri, anche a New York, che per scelta di repertori e livello di allestimenti non cercassero la loro ragione d'essere nel conseguimento di un profitto. Tutto questo ha determinato una situazione del tutto nuova: Broadway ha cessato o quasi di essere terreno di coltura di nuovi testi e di autori nuovi per diventare cassa di risonanza di opere varate altrove, nei teatrini della periferia newyorkese, nelle sale municipali di altre città degli Stati Uniti e persino in Inghilterra. E spazio sempre maggiore hanno gli spettacoli musicali, non più fragili commediole inframmezzate da canzoni, ma complessi eventi teatrali dove ha parte preponderante la danza. Negli ultimi anni del sec. XX si è confermata la tendenza di un passaggio da una situazione monocentrica del teatro a una sorta di policentrismo. Tra gli autori più apprezzati, troviamo S. L. Parks, che propone al pubblico riflessioni sui temi del razzismo e del sessismo, M. Cho e S. Jones che, attraverso la tecnica del freestyle, ha unito l'hip-hop al teatro.

Cultura: danza

Le prime notizie relative alla messa in scena di opere danzate negli Stati Uniti riguardano l'allestimento, a Charleston, nel 1735, di due balletti The adventures of Harlequin and Scaramouch e The Burgo'master Trick'd, messi in scena dall'inglese H. Holt. Negli ultimi anni del sec. XVIII New York, New Orleans, Filadelfia e ancora Charleston, ospitarono stagioni o singole rappresentazioni di balletti ispirati alle novità di Noverre e Dauberval, presentati da compagnie di artisti stranieri nelle quali comparivano per la prima volta professionisti americani come J. Durang. Nel periodo romantico, quando stelle del calibro della Taglioni e della Elssler visitarono con grande successo gli Stati Uniti, anche giovani stelle americane quali S. Maywood, M. Lee e G. Washington Smith cominciarono ad affermarsi. Negli anni Venti del sec. XIX lo scaligero C. Labassé e F. Hutin, prima ballerina della sua compagnia, introdussero negli Stati Uniti una forma più rigorosamente virtuosistica di tecnica classica e l'uso delle punte. Nei decenni successivi, numerosi balletti che avevano trionfato sulle scene europee furono introdotti negli Stati Uniti: fra questi La Sylphide (1835) e Giselle (1846), rappresentati a Boston. Sul finire del secolo (1866) The Black Crook, una forma originale di varietà misto di musica, recitazione, canto e piccoli intermezzi danzati di origine folclorica e ballettistica, si affermò con grande successo contribuendo largamente alla diffusione del gusto per gli spettacoli danzati. Oltre al raffinato pubblico di New York, il balletto poteva contare così su un crescente seguito di pubblico in tutto il Paese e questo anche grazie alle continue e numerose tournée di compagnie straniere, in particolare quelle di S. P. Djagilev (che giunse per la prima volta nel 1916) e di A. Pavlova. In forza dell'unicità del suo carisma, la sola Pavlova, nel corso di un quindicennio (1910-25), promosse la formazione di un'immensa platea di devoti appassionati. Anche sulla scia della sua esperienza, nel corso degli anni Trenta si costituirono le prime compagnie professionali. Nel 1929 D. Alexander fondò ad Atlanta la compagnia D. Alexander Concert Dancers; nel 1935, a Filadelfia, C. Littlefield creò il Littlefield Ballet; nel 1938, a Chicago, R. Page e B. Stone diedero vita al Page-Stone Ballet mentre nello stesso periodo i fratelli Christensen gettavano le basi, a San Francisco, per la nascita del San Francisco Ballet. A New York intanto L. E. Kinstein e G. Balanchine collaboravano alla creazione del futuro New York City Ballet e nel 1940 L. Chase dava vita alla compagnia del Ballet Theatre. La danza moderna americana deve a I. Duncan le principali evoluzioni dello stile all'insegna della spontaneità dei movimenti, ispirata alla alla classicità degli antichi greci. Sempre sul versante del modernismo – che ebbe il suo maggior centro a New York fin dall'inizio del Novecento – la California ospitò la prima scuola professionale di danza moderna, la famosa Denishawn, aperta a Los Angeles nel 1915 da Ruth St. Denis e T. Shawn. Dalla compagnia Denishawn cominciò la carriera di M. Graham che, attraverso lo sviluppo di nuove tecniche del linguaggio corporeo, strettamente legato all'espressione e all'emozione dell'individuo, rivoluzionerà l'arte e l'insegnamento della danza moderna. In California, L. Horton aprì una scuola e nel 1948 fondò a Los Angeles il suo Lester Horton's Dance Theatre. Nuove forme di sperimentalismo continuarono a prosperare sulla West Coast fino agli anni Sessanta grazie a personalità come A. Halprin, animatrice di un celebre workshop per artisti a San Francisco. A partire dagli anni Cinquanta, intanto, un deciso movimento di “regionalizzazione” portò alla costituzione di una forte associazione di compagnie di balletto, la National Association for Regional Ballet (fondata ad Atlanta nel 1956) che a partire dal 1973, e per alcuni anni, grazie a un generoso contributo della Fondazione Ford e alla collaborazione con il New York City Ballet di G. Balanchine, poté contare sull'acquisizione di numerosi titoli del repertorio balanchiniano e sui conseguenti notevoli miglioramenti sul piano tecnico e artistico che questa collaborazione introdusse nel balletto in tutto il Paese. Sempre negli anni Cinquanta, si assistette a un rifiuto, da parte dei coreografi, di quelle componenti psicologiche e narrative della danza, al fine di recuperare la tecnica accademica. Appartennero a questa corrente Merce Cunningham, Alwin Nikolais e Carolyn Carlson. Con il tentativo di avvicinare le performances ai movimenti e ai gesti del quotidiano, a partire dagli anni Sessanta si sviluppò la corrente postmoderna con Yvonne Rainer, Trisha Brown e Steve Paxton. Fra le compagnie di qualità, oltre quelle già ricordate, sono da menzionare il Boston Ballet, fondato nel 1958 da V. Williams e il Pennsylvania Ballet, fondato nel 1963 a Filadelfia da B. Weisberger. La danza americana si caratterizzò, negli anni Ottanta, per l'utilizzo di ulteriori mezzi espressivi quali la fotografia e il video. Tra i nomi principali si possono ricordare Mark Morris e il Momix Dance Theatre. Assai larga è anche, negli Stati Uniti, la diffusione della cultura di danza a livello universitario, e molti istituti in tutto il Paese offrono corsi di laurea e di dottorato nelle discipline coreutiche.

Cultura: cinema. D.W. Griffith e C.B. de Mille

I primi esperimenti cinematografici risalgono in USA a T. A. Edison (un suo ingegnere nel 1893 iniziò la realizzazione di alcuni brevi film), ma solo dopo il trionfo dei fratelli Lumière a Parigi le proiezioni incontrarono successo. Edison, inizialmente scettico sulle possibilità del nuovo mezzo, dopo il trionfo sul mercato nazionale dei brevetti francesi, produsse con T. Armat, in concorrenza con il Cinématographe dei Lumière, il Vitascope e cercò di monopolizzare l'invenzione. Tra la fine del sec. XIX e i primi del XX sorgevano la Biograph e la Vitagraph di J. Blackton. E. S. Porter, ex operatore degli studi Edison di New York, produceva i primi film a soggetto e si diffondevano in tutto il Paese i nickelodeons che contribuirono a far affluire al cinema ingenti capitali (così si arricchirono C. Laemmle, A. Zukor, W. Fox, futuri magnati hollywoodiani). Dal punto di vista della produzione il cinema in quegli anni non si era ancora strutturato, era un mondo disorganizzato in cui mancavano o erano molto poche le esperienze acquisite. Ciascuno poteva essere ora attore, ora soggettista o regista; ebbe così modo di affermarsi D. W. Griffith, da molti storici considerato il vero inventore del cinema, sicuramente colui che da impresa finanziaria lo trasformò in fatto d'arte. Assunto dalla Biograph, pochi mesi dopo aver messo piede in uno stabilimento diresse il suo primo film dando inizio a un'attività che, attraverso una produzione ricchissima, doveva portarlo ai suoi capolavori: The Birth of a Nation (1915; Nascita di una nazione) e Intolerance (1916), due capisaldi della storia del cinema, destinati a far scuola fino ai giorni nostri. Nel frattempo il centro operativo del cinema statunitense si era trasferito da New York a Hollywood, grazie ancora a Griffith che per primo intuì le possibilità del nuovo insediamento dove la mitezza del clima si accompagnava a uno splendido scenario naturale, vi costituì nuovi impianti e vi aprì le prime sedi fisse (benché la nascita della città cinematografica si faccia abitualmente risalire al 1913, quando C. B. De Mille vi girò il suo primo film importante). Nel 1915 a Hollywood, ormai centro urbano autonomo in cui confluivano gli ingegni e i finanzieri del mondo cinematografico, si costituì la società Triangle tra Griffith, Th. H. Ince e M. Sennett. Quest'ultimo, specializzato nella produzione di comiche, aveva avuto il merito di intuire le grandi possibilità artistiche di C. S. Chaplin, la rivelazione più clamorosa di un momento in cui pure numerose erano le rivelazioni, il quale sotto la sua direzione interpretò i primi film e giunse poi, come regista e soggettista di se stesso, più volte al capolavoro. Mentre maturava il fenomeno artistico di Chaplin, Hollywood imboccava decisamente la strada dell'industrializzazione; accanto a una minore improvvisazione e a una maggiore preparazione, si affermava il principio dello sfruttamento sistematico degli attori più noti. La produzione studiava veri e propri programmi industriali a lunga scadenza, accaparrava i mercati cittadini, poi quelli nazionali e, in concomitanza con lo scoppio della prima guerra mondiale che aveva eliminato la concorrenza europea, correva alla conquista dei mercati mondiali.

Cultura: cinema. Il divismo e la nascita dei generi

Nel primo dopoguerra accanto ai nomi di Griffith e De Mille (quest'ultimo, dopo una parentesi in cui approfondì la vena erotico-satirica, tornò al gusto per il colossale e il predicatorio che aveva contraddistinto le sue prime opere, attingendo indifferentemente al Vecchio Testamento o alla storia americana) oppure di Chaplin, che da solo compendiava molti miracoli del cinema, comparvero quelli degli interpreti, dei primi grandi divi (D. Fairbanks, Rodolfo Valentino, T. Mix e più tardi G. Garbo, il mito per eccellenza). Furono anzi questi i nomi e i volti più conosciuti dal grande pubblico, che in essi identificava il cinema con tutto quel bagaglio di fascino, fantasia e passioni da cui era attratto l'uomo comune, condizionato dal fenomeno del divismo che contemporaneamente contribuiva ad alimentare. In contrasto e in rivolta con questo mondo si sviluppò in quello stesso periodo l'attività di registi come R. J. Flaherty ed E. von Stroheim (quest'ultimo, benché ostacolato come regista, fu però integrato come attore nel fenomeno del divismo dal sistema hollywoodiano che per lui aveva creato lo slogan “colui che imparerete a odiare”). Flaherty, considerato il padre del documentario artistico, era legato alla poetica della natura e degli uomini dimenticati, che egli accostò con rispetto e restituì con verismo e semplicità, senza mai cadere nello spettacolare; von Stroheim, anticonformista, indagò e denunciò con crudo realismo gli aspetti più deteriori della società. Pur affrontando temi diversi essi furono accomunati dalla coerenza con cui portavano avanti il loro discorso, dal rifiuto del compromesso, ed entrambi furono emarginati e ostacolati dai produttori. Nelle case di produzione maggiori (Metro Goldwyn Mayer, Paramount, United Artists, First National, Fox Film) era stata frattanto impostata e ampiamente sviluppata una politica dei generi: la produzione, cioè, seguiva un iter predeterminato per assecondare i gusti del pubblico. Si ricordano, di questo periodo, i film dell' “orrore” interpretati da L. Chaney e i film comici nei quali, accanto a Chaplin, si affermavano B. Keaton, L. Semon (in Italia noto come Ridolini), H. Lloyd, H. Langdon. Tra i registi in voga in quegli anni, accanto a K. Vidor, H. King, F. Capra (che si fece notare dirigendo Langdon), si trovano E. Lubitsch, F. W. Murnau, J. von Sternberg, V. Sjöström, allontanatisi dai loro Paesi a causa della crisi del cinema europeo e attratti da Hollywood, dove si cercava di combattere la concorrenza straniera assorbendo dall'estero, con l'aiuto dei registi, anche i migliori attori. A molti di questi nomi è legata l'affermazione, accanto al filone commerciale, del film d'arte del decennio precedente il sonoro. Prima tappa verso il sonoro fu per gli Stati Uniti, nel 1926, Don Juan (Don Giovanni e Lucrezia Borgia), esperimento di A. Crosland, un regista di secondo piano, che nel 1927 diresse The Jazz Singer (Il cantante di jazz) con Al Jolson, che segnò storicamente l'avvento del parlato. Grazie anche alla nuova tecnica Hollywood superò gli anni della grande crisi economica conseguente al crollo di Wall Street: anzi tra il 1929 e il 1932 aprì nuove agenzie europee, produsse film in varie versioni, intervenne in aiuto delle case europee pericolanti, si riorganizzò e ristrutturò rapidamente. D'altronde proprio gli anni più rischiosi lasciarono dei varchi nella produzione per generi e videro uscire film di denuncia come All Quiet on the Western Front di L. Milestone (1930; All'Ovest niente di nuovo), Little Caesar (1930; Piccolo Cesare) e I Am a Fugitive from a Chine Gang (1932; Io sono un evaso) di M. Le Roy, Scarface (1932) di H. Hawks, o film della scoperta della vita quotidiana, film dell'antidivismo come Lonesome (1928; Primo amore) di P. Fejos e alcuni drammi di Vidor. Molti dei divi tradizionali furono emarginati (per la voce sgradevole o per una imperfetta dizione) e nella produzione hollywoodiana commerciale i nuovi attori furono cercati nell'ambiente teatrale, i commediografi vennero scritturati come soggettisti, gli attori-cantanti furono disputati dalle varie case. Nacquero così nuovi generi e registi (l'immaginoso G. Cukor, il pittoresco R. Mamoulian); ebbero più che mai fortuna Lubitsch, uno degli inventori della commedia sofisticata, W. Disney, che già nel 1928 aveva presentato Mickey Mouse (Topolino), De Mille, con le sue ricostruzioni monumentali, i musical di L. Bacon, personaggi esilaranti senza problemi come S. Laurel e O. Hardy, i film biografici della Warner Bros, quelli di avventure in terre esotiche della Metro, soprattutto le commedie di costume, sofisticate e brillanti di F. Capra e il genere western che trovò il suo regista in J. Ford. Quest'ultimo, già affermatosi nel periodo muto, seppe dare ottimi lavori anche quando puntò il suo interesse su problemi sociali come in The Grapes of Wrath (da J. Steinbeck, 1940; Furore). In quegli stessi anni si consumava la sfortunata odissea di ¡Que viva México! (1931-32) di S. M. Ejzenštejn che, deluso, abbandonava l'America, mentre pochi anni dopo la situazione politica europea costringeva all'emigrazione verso gli USA altri registi colpiti dalle persecuzioni razziali. Noto il caso di F. Lang che a Hollywood diresse tra l'altro Fury (1936; Furia) e You Only Live Once (1937; Sono innocente!). Escluse poche eccezioni, tra le quali va citato W. Wyler, che predilesse lavori a sfondo sociale, e tutta l'attività della Frontier Films guidata da P. Strand e L. Hurwitz e culminata nel documentario a soggetto Native Land (1939-42), quella degli anni Trenta fu però nel complesso una produzione di film d'evasione in cui primeggiavano i nuovi divi (M. Dietrich, J. Crawford, C. Gable, G. Cooper per citarne alcuni) e che approdò nel 1939 a Gone with the Wind (Via col vento) prodotto da D. O. Selznick, tipico esempio di colossal. A rompere il clima di convenzionale ottimismo fu ancora una volta Chaplin che nel 1940 con The Great Dictator (Il grande dittatore) uscì dallo schematismo americano per considerare i fatti europei e impostò il primo discorso d'accusa nei confronti del nazifascismo.

Cultura: cinema. Il tema della guerra e l'impegno sociale

Fin dall'inizio della secondo guerra mondiale molti registi erano stati incaricati di seguire le fasi del conflitto, ma dopo Pearl Harbor il cinema statunitense fu praticamente mobilitato e la guerra divenne tema fondamentale di numerosissime produzioni. Riprese vita il documentario che era stato trascurato da Hollywood e abbandonato ai fotografi d'avanguardia (come Strand appunto) e ai ribelli (il cinegiornale March of Time, fondato nel 1934 dal produttore L. DeRochemont che si era specializzato anche nelle cronache ricostruite negli studios, aveva costituito un'altra delle poche eccezioni); Flaherty tornò con poca fortuna negli USA per dirigere nel 1942 The Land (che fu poi rifiutato dal ministero committente), Capra, Ford, gli stessi operatori di Disney furono inviati al fronte. Erano intanto arrivati in America numerosi registi europei. Se il contributo del documentarista olandese J. Ivens alla serie Perché combattiamo di F. Capra fu rifiutato dalla produzione, maggior successo ebbero J. Renoir, R. Clair e A. Hitchcock. Benché i due francesi non raggiungessero più il livello artistico delle loro opere nazionali, e l'ultimo si sia abbandonato talvolta a una produzione meramente commerciale, essi furono autori di film significativi tra il 1940 e il dopoguerra. Attraverso registi di origine europea (Hitchcock, R. Siodmak, C. Bernhardt) si affermò a Hollywood un cinema imperniato sulla violenza e sul crimine, pessimistico, crudele e polemico. Vi fu un graduale passaggio dal thriller al film nero, perfettamente illustrato da The Maltese Falcon (1941; Il mistero del falco) di J. Huston, un regista che, servendosi del filone poliziesco, contribuì a introdurre un anticonformismo anticipatore di un cinema più impegnato. L'esperienza di Huston fu variamente seguita da registi come B. Wilder con Double indemnity (1944; La fiamma del peccato), E. Dmytryk con Murder, my Sweet (1944; L'ombra del passato), mentre W. Wellman con The Ox-Bow Incident (1943; Alba fatale) si servì del western per un tema di violenza sociale come il linciaggio. Nel 1941 aveva frattanto esordito O. Welles, che presentatosi con Citizen Kane (Quarto potere), un film di denuncia di strabiliante aggressività, riuscì immediatamente e irrimediabilmente scomodo agli ambienti conservatori di Hollywood e ne fu emarginato, come più tardi (nel dopoguerra) fu osteggiato Chaplin per Monsieur Verdoux (1947), accusato di faziosità, immoralità e antiamericanismo.

Cultura: cinema. Il maccartismo e il sorgere di nuovi miti

Dopo il conflitto Hollywood ritornò ai vecchi sperimentati filoni come in Duel in the Sun (1946; Duello al sole) di K. Vidor, Gilda (1946) di Ch. Vidor o The Big Sleep (1946; Il grande sonno) di Hawks, dai quali si staccarono alcuni lavori rispondenti a un maggiore impegno sociale come The Lost Week-end (1945; Giorni perduti), studio sull'alcolismo di B. Wilder, The Best Years of Our Lives (1946; I migliori anni della nostra vita), realizzato da W. Wyler sul tema del difficile reinserimento del reduce, o film di protesta e di denuncia come Brute Force (1947; Forza bruta), sul tema carcerario, di J. Dassin e il già citato Monsieur Verdoux di Chaplin. Lo stesso neorealismo italiano, accolto con grande interesse negli Stati Uniti (sempre attenti a cogliere le proposte europee), influenzò i registi di quegli anni, anche se nella maggior parte dei casi si può parlare di un legame ideale, più che di una chiara derivazione. Crossfire (1947; Odio implacabile) di Dmytryk e Boomerang (1946) di E. Kazan, robuste inchieste girate prima che arrivassero i film italiani, indicano che il terreno era predisposto ad accogliere nuove idee. Naked City (1948; La città nuda) di Dassin, The Set-Up (1949; Stasera ho vinto anch'io) di R. Wise, Act of Violence (1949; Atto di violenza) e Teresa (1951) di F. Zinnemann, The lawless (1950; Linciaggio) di J. Losey, The Brave Bulls (1951; Fiesta d'amore e di sangue) di R. Rossen, o i soggetti di P. Chayefsky (da Marty, 1955, a The Bachelor Party, 1957; La notte dello scapolo), dimostrarono l'impegno, non soltanto descrittivo, di avvicinarsi ai fatti comuni degli uomini con un atteggiamento che risentiva della lezione del neorealismo. Gli esempi più completi di questo fenomeno sono però pochi e si ritrovano solo in alcuni film di scarsa circolazione, come The Quiet One (1948; L'escluso) di S. Meyers, On the Bowery (1956) di L. Rogosin, Salt of the Earth (1953, Sfida a Silver City) di H. J. Biberman. Nonostante questa vitalità culturale, Hollywood subì in quegli anni una crisi di proporzioni allarmanti che portò alla chiusura delle case minori, mentre la produzione diminuiva progressivamente. Se da un lato la depressione era causata dal ridimensionamento dello star system, per decenni elemento trainante del cinema americano, certamente molto fu da ascrivere all'inaridimento di soggettisti e sceneggiatori, tanto più che essi furono vittime delle campagne di censura ideologica scatenate dal senatore Mac Carthy. Numerosi cineasti furono costretti alla disoccupazione, molti emigrarono, mentre altri ex ribelli accettarono il compromesso e si adeguarono alla nuova realtà (nel 1954, per esempio, Dmytryk diresse The Caine mutiny, L'ammutinamento del Caine, che, sotto l'apparente polemica, nascondeva una resa incondizionata). Il cinema ufficiale tentò di arginare la crisi ricorrendo ai vecchi temi, ai colossal, allo sfruttamento di nuove tecniche (cinemascope e cinerama), e lanciando nuovi idoli, tra cui M. Brando, P. Newman, J. Dean, come antidoto alla crisi. Tormentati, nevrotici, disincantati, bravissimi e scontenti furono gli interpreti dei film pervasi dal senso di angoscia e di violenza di Kazan, di Wyler, di Huston, di N. Ray. La stessa M. Monroe, lanciata come simbolo del sesso, era ben lontana dall'immagine stereotipata pretesa da Hollywood e mostrava chiaramente il disagio di recitare parti esclusivamente convenzionali superando la costrizione con un impegno fuori schema. Una ripresa di Hollywood si ebbe solo quando, allentata la pressione della censura, ripresero a circolare le idee (del 1958 è Paths of Glory, Orizzonti di gloria, di S. Kubrick, uno dei migliori risultati sul tema dell'antimilitarismo). La città comunque non riuscì più a riacquistare l'autonomia e il potere che aveva prima, né fu più l'unico volto noto del cinema americano.

Cultura: cinema. L'affermarsi del cinema underground e le altre fortune di Hollywood

La nuova realtà lasciò spazio ad altre esperienze: si moltiplicarono le iniziative di coproduzione e di produttori indipendenti, furono girati film sperimentali e, dopo le imposizioni del maccartismo, fu il momento dei film sulla libertà di pensiero. Hollywood comunque insisteva ancora sullo spettacolo, benché dagli anni Sessanta avesse aggiunto ai suoi obiettivi la politica della buona qualità, mentre il cinema americano indipendente seguiva altre strade e nel 1960 un gruppo di registi d'avanguardia costituì, in polemica con la produzione corrente, il New American Cinema. Tale tendenza, nella quale confluì l'underground, si concentrò a New York auspicando un cinema “non roseo, ma del color del sangue”, un cinema sperimentale, di poesia e di rinnovamento formale, non integrato nella prosa dell'industria e del sistema; ma come movimento di “terza avanguardia” esaurì in pochi anni (fino al 1967) la sua funzione di rottura, lasciando i nomi dei film-makers di punta (da K. Anger a J. e A. Mekas, da S. Brakhage a G. Markopoulos), mentre il caposcuola della pop art, A. Warhol, era a sua volta assorbito dal commercio, specie attraverso i film del suo mediatore P. Morrissey. Da Shadows (1960; Ombre) a A Woman Under the Influence (1974; Una moglie) J. Cassavetes proseguì invece un suo personale cammino, specchio di un'America diversa. Negli anni Sessanta si proclamò troppo spesso la morte di Hollywood, la quale seppe invece rinascere, ridimensionandosi di fronte alla nuova situazione. Spettatori, incassi, numero di film, tutto diminuiva o addirittura si dimezzava, l'impero delle major companies si dissolveva travolto dal crack dei colossal (Cleopatra, 1962), la televisione come nuova “fabbrica dei sogni” si era accaparrata l'America “omogenea”, mentre i giovani (il 70% del pubblico) reclamavano un altro tipo di cinema. Il “sogno americano”, già scaduto, si sarebbe poi frantumato in Vietnam e con il Watergate. A tutto ciò l'industria del cinema reagì contenendo le spese e ristrutturando gli impianti: con freddezza l'alta finanza e le multinazionali subentrarono ai produttori di un tempo, impadronendosi del nuovo cinema ma lasciandogli maggiore libertà di movimento. Si affermò così, anticipata a suo tempo da un produttore-cineasta quale S. Kramer (Judgement at Nuremberg 1961; Vincitori e vinti), una folta generazione di registi-produttori e di attori, sceneggiatori, operatori più o meno autonomi, dotati di enorme e perfino esasperato professionismo, e che negli anni Settanta si caratterizzò anche per l'origine italiana di parecchi suoi esponenti (F. Ford Coppola, M. Scorsese, B. De Palma, R. De Niro, V. Storaro, C. Rambaldi ecc.). Stando lontano da Hollywood si riscoprì il continente in film di viaggio a basso costo ma di forte successo, il cui capostipite fu, nel 1969, Easy Rider. Alle costrizioni ideologiche del passato si rispose con un inedito impegno di pensiero, anche se Kubrick si allontanò dall'America per esprimerlo (Doctor Strangelove, 1964; Il dottor Stranamore, 2001 A Space Odissey, 1968; 2001 Odissea nello spazio).

Cultura: cinema. Dalla contestazione degli anni Settanta ai nuovi kolossal

Attorno al 1970 molte istanze protestatarie emersero nel cinema della contestazione giovanile (più tardi, però, sarebbe subentrato il riflusso). Ma anche nel cinema tradizionale si operò un rivolgimento: tutti i generi, dal western con S. Peckinpah al film-gangster con A. Penn, dal rétro con P. Bogdanovich al comico con W. Allen, trovarono nuovi echi nell'angoscia o nella nostalgia, nella violenza o nell'eros; oppure vennero svuotati dall'interno come nell'opera di R. Altman, il cui capolavoro Nashville (1975) risultò una grande metafora critica dell'America sulla soglia del bicentenario. Perfino il cinema puramente spettacolare apparve legato alle inquietudini e ai traumi della società, traendone anzi, quasi per paradosso, il suo eccellente stato di salute economica attraverso il ritorno ai generi tipici dei periodi di disagio come il filone nero, quello poliziesco-politico, quello catastrofico, la fantascienza irrazionale o mistica ecc. Nei film miliardari di Coppola, da The Godfather (1972; Padrino) ad Apocalypse Now (1979), divennero spettacolo anche la mafia e il Vietnam. In quelli di G. Lucas (da Star Wars, Guerre stellari, 1976, a Return of the Jedi, Il ritorno dello Jedi, 1983) e di S. Spielberg (da Jaws, Lo squalo, 1975, a ET, 1982) sono stati travolti i primati d'incasso facendo ricorso al cinema degli effetti speciali, cui è seguito negli anni Ottanta quello elettronico. Ma quasi sempre ai nuovi ritrovati tecnologici è corrisposta la banalità dei contenuti narrativi (fa eccezione ET dove il rapporto tra il bambino e l'extraterrestre ha il fascino della favola classica in un contesto avveniristico). D'altronde la trasformazione dei giovani talenti in gigantesche macchine da soldi è stata una delle vittorie della nuova Hollywood. Alla quale tende, in larghissima misura, anche il cinema che si autodefinisce “indipendente” e che tra il Settanta e l'Ottanta si presenta con uno spirito e con ambizioni esattamente agli antipodi dell'underground degli anni Sessanta. Curiosamente lo stesso planetario successo del cinema di Hollywood ne ha determinato una crisi artistica ed economica nel corso degli anni Ottanta. La necessità di mantenere inalterata l'egemonia economico-commerciale su tutti i mercati internazionali, ha portato il grande cinema americano a impoverire l'aspetto narrativo a favore degli effetti speciali e di formule di intrattenimento il più possibile ecumeniche. Inoltre l'esagerata levitazione dei costi ha spesso prodotto clamorose crisi industriali, come quelle della Columbia, rilevata nel 1989 da capitali giapponesi, o le difficoltà della MGM, i fallimenti della Cannon e di Dino De Laurentiis.

Cultura: cinema. I film di maggior successo e la contemporaneità

Nella seconda metà degli anni Ottanta si sono affermati cineasti dal linguaggio oltraggioso ma consapevolmente raffinato, spesso specializzati nel cinema fantastico o di genere. Ci riferiamo alle invenzioni di D. Lynch (Blue Velvet, 1986; Velluto Blu, Wild at Heart, 1989, Cuore selvaggio), di M. Scorsese (Taxi Driver, 1976; Raging Bull, 1980, Toro scatenato; The Last Temptation of Christ, 1988, L'ultima tentazione di Cristo). Se sempre di grandissimo mestiere è l'attività di Spielberg (la trilogia di Indiana Jones; Jurassic Park, 1993; Schindler’s List, 1994; Amistad, 1997) e di alcuni suoi protetti cresciuti alla scuola di R. Corman, come J. Dante, di assoluto interesse culturale sembrano piuttosto le esperienze appartate ma non clandestine dei cineasti di New York, con W. Allen (Crimes and Misdemeanors, 1989; Crimini e misfatti, Manhattan murder mistery, Misterioso omicidio a Manhattan, 1993; Bullets over Brodway, 1994; Pallottole su Broadway, Deconstructing Harry, 1997; Henry a pezzi, Celebrity, 1998) e l'afroamericano S. Lee (Do the right thing, 1987; Fa' la cosa giusta, Malcolm X, 1992; Clockers, 1995; Girl 6, 1996; Get on the bus, 1996; He got game, 1998; Summer of Sam, 1999; L'estate di Sam), punte di diamante di un cinema che non rinuncia a interrogarsi sulle proprie ossessioni culturali, sociali e personali. Nel 1980 inoltre Kubrick dirige Shining, un horror destinato a riscuotere un notevole successo di pubblico e a diventare film di culto così come i successivi Full Metal Jacket (1987) e Eyes Wide Shut (1999). Nei primi anni Novanta il cinema di Hollywood vive un nuovo successo uscendo così dalla crisi in cui era caduto nel decennio precedente. Da un lato l'industria prosegue lungo la strada del puro intrattenimento e nella diversificazione del prodotto cinematografico: film sempre più costosi e colossali (Waterworld, 1995, raggiunge i 170 milioni di dollari di budget, Titanic di J. Cameron, 1997, sfiora i 190 milioni), rinascita o rivitalizzazione di generi consolidati e spettacolari (la fantascienza con Independence Day, 1996, e Armageddon, 1997), sfruttamento sistematico di nuovi filoni (serial killer o psicho thriller, con personalità disturbate quasi ai confini dell'horror come The silence of the lambs di J. Demme, 1991; Il silenzio degli innocenti), compreso, fatto inconsueto nell'America puritana, un genere soft-erotico (Basic Instinct, 1992; Body of Evidence, 1992; Striptease, 1996), uso del sequel e del remake (A perfect murder, 1998, Delitto perfetto, di A. Dawis, con M. Douglas, e City of Angels, 1998, di B. Silberling). Dall'altro lascia spazio al cinema d'autore, capace di affrontare anche tematiche scomode come la tossicodipendenza (Drugstore Cowboy di G. van Sant, 1989) o l'AIDS. Oltre alla conferma di attori già noti (S. Stone, S. Sarandon), si assiste all'affermarsi di T. Hanks, vincitore di due premi Oscar come miglior attore protagonista in due anni successivi (1993 con Philadelphia e 1994 con Forrest Gump). Numerosi poi sono i film di questi anni che hanno suscitato un notevole consenso di pubblico e di critica come Mac (1992) e Illuminata (1998) di J. Turturro, Mrs Doubtfire (1993) di C. Columbus, Casualites of War (1989; Vittime di guerra), The Bonfire of the Vanities (1990; Il falò delle vanità), Carlito’s Way (1995) e Mission: Impossibile (1997) di B. De Palma, Aladdin (1993) di J. Musker e R. Clements, The Firm (1993; Il socio) di S. Pollack e Wolf (1994) di M. Nichols. A partire dagli anni Novanta anche il mondo dell'animazione statunitense si propone come alternativa al cinema tradizionale anche per un pubblico adulto, grazie al tono dissacrante delle sceneggiature e alle nuove tecniche digitali. Si assiste così al trionfo dei Pixar Studios con Toy Story (1995), A Bug’s Life (1998), Monster &Co (2001), Alla ricerca di Nemo (2003), Gli incredibili (2004), Cars - motori ruggenti (2006) e Ratatouille (2007). Nel 1992 rientra a Hollywood R. Altman con la pungente satira di The Player, una riflessione sugli spietati meccanismi delle produzioni cinematografiche, per poi tornare al successo con Short Cuts (1993; America oggi), uno sguardo pessimista sulla società americana contemporanea, con Gosford Park (2001), The Company (2003) e A Prairie Home Companion (2006; Radio America). Accolti dalla critica con grande attenzione, molto prolifici e originali si sono dimostrati i fratelli E. e J. Coen che, con uno sguardo innovativo, hanno cambiato le regole dei generi, dal gangster movie Miller’s Crossing (1990; Crocevia della morte) alla commedia The Ladykillers (2004), senza dimenticare Fargo (1996), The Man Who Wasn’t There (2001; L'uomo che non c'era), No Country for Old Men (2007; Non è un paese per vecchi) e Burn After Reading (2008). Tra i più influenti registi degli anni Novanta troviamo Q. Tarantino e la sua consacrazione con Pulp Fiction (2004), vincitore di un Oscar per la miglior sceneggiatura e della Palma d'oro al Festival di Cannes, e poi con Jackie Brown (1997), Kill Bill vol. 1 (2003), Kill Bill vol. 2 (2004) e Death Proof (2007). Tra gli autori che hanno ormai da anni raggiunto la notorietà, contribuendo ad arricchire la cinematografia degli anni Novanta e che continuano ancora oggi a produrre grandi classici, ricordiamo O. Stone (Natural Born Killer, 1994, Assassini nati; Any Given Sunday, 1999, Ogni maledetta domenica) che si distingue nel panorama hollywoodiano per l'impronta politica dei suoi film (JFK, 1991; Comandante, 2003; Word Trade Center, 2006). Interessante è anche il lavoro di F. Ford Coppola (Dracula di Bram Stoker, 1992; The rainmaker, 1997, L'uomo della pioggia), e di C. Eastwood (Unforgiven 1992, Gli spietati; A Perfect World, 1993, Un mondo perfetto; The Bridges of Madison County, 1995, I Ponti di Madison County) che negli anni Duemila arriva all'apice della sua eleganza e intelligenza emotiva con Mystic River (2003), Million Dollar Baby (2004) vincitore di due premi Oscar, Flags of Our Father (2006) e Letters from Iwo Jima (2006; Lettere da Iwo Jima), due film complementari, due punti di vista sulla stessa guerra, il primo americano e il secondo giapponese e Gran Torino (2009). W. Allen nel Duemila dirige gli ironici Anything Else (2003) e Scoop (2006) oltre a Match Point (2005) e Cassandra’s Dream (2007; Sogni e delitti), film dal registro noir. Dopo aver diretto l'inquietante Cape Fear (1992) e la riflessione sul mondo religioso d'Oriente con Kundun (1997), M. Scorsese torna negli anni Duemila a raccontare le contraddizioni e la violenza insita nella società americana (Gangs of New York, 2002; The Departed, 2006) mentre T. Burton prosegue il suo percorso nel fantasy e nel fiabesco con Edward Scissorhands (1990; Edward mani di forbice) e nelle atmosfere gotiche di Sleepy Hollow (1990; Il mistero di Sleepy Hollow), declinate anche nell'animazione (Corpse Bride, 2005; La sposa cadavere) e nel musical Sweeney Todd: the Demon Barber of Fleet Street (Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street, 2007). Oltre a quest'ultimo lavoro di Burton, altri tentativi di rielaborare il genere del musical, adattandolo ai gusti postmoderni, sono stati quelli di B. Luhrmann (Moulin Rouge, 2001) e di B. Marshall (Chicago, premio Oscar 2002). La crescente notorietà del Sundance Film Festival, Festival del cinema indipendente, ha portato alla scoperta di registi come J. Sayles (Lone star, 1997, Stella solitaria; Limbo, 1999), J. Jarmush (Dead man, 1996; Broken Flowers, 2005), A. Anders (Grace of My Heart, Grazia del mio cuore, 1997), T. Di Cillo (Living in Oblivion, 1997; Si gira a Manhattan), R. Linklater (Before Sunrise, 1996; Prima dell'alba), S. Mendes (American Beauty, 1999, vincitore di 5 premi Oscar nel 2000) e permette la nascita di cult movie anticonvenzionali, come Clerks (Commessi, 1996) o il dittico di W. Wang e P. Auster Smoke/Blue in the face (1995). Tra i nuovi talenti, provenienti dal cinema indipendente ma ormai riconosciuti dal pubblico e inseriti a pieno titolo tra gli autori contemporanei, ricordiamo S. Coppola (The Virgin Suicides, 1999, Il giardino delle vergini suicide; Lost in Translation, 2003; Marie Antoinette, 2006), M. July (Me and You and Everyone We Know, 2005), D. Gordon Green (George Washington, 2000; All the Real Girls, 2003). Anche il documentario, soprattutto quello a sfondo sociale, a partire dai primi anni del nuovo millennio, comincia a coinvolgere fasce di pubblico sempre più vaste, come dimostra il successo di Fahrenheit 9/11 di M. Moore, un'indagine politica sulla vendita di armi da fuoco nel corso della storia americana, fino al crollo delle Twin Towers nell'attentato terroristico del 2001. Scorre nuova linfa anche nel cinema di S. Soderbergh che dopo Sex, Lies and Videotape (1989; Sesso, bugie e videotape, Palma d'oro al Festival di Cannes) è passato a pellicole più commerciali come Ocean’s Thirteen (2007) passando per Traffic (2000), opera corale di denuncia sul narcotraffico tra gli USA e il Messico. Tra i più interessanti protagonisti della settima arte, G. Van Sant continua a raccontare, con uno stile rarefatto e destrutturato, la criticità delle giovani generazioni (Elephant, 2003, Palma d'oro per il miglior film e premio per la miglior regia al Festival di Cannes; Last Days, 2005; Paranoid Park, 2007). Film che indagano sulle conseguenze delle recenti campagne militari americane sono quelli di K. Bigelow, tra cui The Hurt Locker (Premio Oscar alla regia 2008, assegnato per la prima volta a una donna) e Zero Dark Thirty (2012).

Bibliografia

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L'era federalistica: D. Perkins, Hands Off: a History of the Monroe Doctrine, Boston, 1941; M. J. Dauer, The Adams Federalists, Baltimora, 1953; J. C. Miller, The Federalist Era, 1789-1801, New York, 1960; Sh. Livermore jr., The Disintegration of the Federalist Party, 1815-1830, Princeton (N. J.), 1962; G. Buttà, John Adams e gli inizi del costituzionalismo americano, Milano, 1988.

L'età di Jackson e il “Manifest Destiny”: A. M. Schlesinger jr., The Age of Jackson, Boston, 1945; F. Merk, Manifest Destiny and Mission in American History, New York, 1963; M. Meyers, The Jacksonian Persuasion. Politics and Beliefs, Stanford (California), 1964; L. Valtz Mannucci, Gli Stati Uniti nell'età di Jackson, Bologna, 1987.

La guerra civile: C. V. Woodward, Origins of the New South, 1877-1913, Baton Rouge (La.), 1951; A. Nevins, The War for the Union, 1861-1863, New York, 1959-60; R. Luraghi, Storia della guerra civile americana, Milano, 1985.

L'espansione economica e le riforme: G. E. Mowry, Theodore Roosevelt and the Progressive Movement, Madison (Wisc.), 1946; R. Hofstadter, The Age of Reform From Bryan to F. D. Roosevelt, New York, 1956; F. Catalano, La grande crisi del 1929, Milano, 1976; M. Glaberman, Classe operaia, imperialismo e rivoluzione negli Usa, Torino, 1976; J. L. Thomas, La nascita di una potenza mondiale. Gli Stati Uniti dal 1877 al 1920, Bologna, 1988. Dalla I alla II guerra mondiale: E. R. May, The World War and American Isolation, 1914-1917, Cambridge (Mass.), 1959; G. Alperovitz, Atomic Diplomacy: Hiroshima and Potsdam, New York, 1965; H. Feis, The Atomic Bomb and the End of World War II, Princeton (N. J.), 1966; J. K. Galbraith, Il grande crollo - La crisi economica del 1929, Milano, 1966.

Dopo la II guerra mondiale: D. A. Fleming, The Cold War and Its Origins, New York, 1961; W. La Feber, America, Russia and the Cold War, 1945-1966, New York, 1967; G. Alperovitz, Cold War Essays, Garden City (N. Y.), 1970; P. Melandri, Les Ètats-Unis et le “défi” européen 1955-1958, Parigi, 1975; M. Calamandrei, Chi comanda in USA, Bari, 1976; D. Yergin, P. Shattered, The Origins of the Cold War and the National Security State, Boston, 1977; G. Mammarella, L'America da Roosevelt a Reagan. Storia degli Stati Uniti dal 1939 a oggi, Roma, 1984.

Per la letteratura

Opere generali: C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Torino, 1951; E. Cecchi, Scrittori inglesi e americani, Milano, 1954; J. B. Hubbel, The South in American Literature, 1607-1900, Durham, 1954; R. E. Spiller, The Cycle of American Literature, New York, 1955; S. Rosati, Storia della letteratura americana, Torino, 1956; C. Gorlier, Storia della letteratura nordamericana, Milano, 1970; V. Amoruso, Letteratura e società in America, 1890-1900. Dialettica di un'integrazione, Bari, 1976; E. Emory, Storia della civiltà letteraria degli Stati Uniti, Torino, 1990.

Sulla narrativa: R. Chase, The American Novel and Its Tradition, New York, 1957: L. A. Fiedler, Love and Death in the American Novel, New York, 1960; R. A. Bone, The Negro Novel in America, New Haven, 1963; M. Saporta, Histoire du roman américain, Parigi, 1970; S. Perosa, Le vie della narrativa americana, Torino, 1990.

Sulla poesia: R. H. Pearce, The Continuity of American Poetry, Princeton, 1961; A. Bontemps, American Negro Poetry, New York, 1963; H. Waggoner, American Poets, Boston, 1968; T. Pisanti, Muse erranti. Cultura e poesia in America, Napoli, 1991.

Per l'arte

E. Bitterman, Art in Modern Architecture, New York, 1952; F. A. Gutheim, 1857-1957: One Hundred Years of Architecture in America, New York, 1957; J. Burchard, A. Bush Brown, Architecture of America, Boston, 1961; S. Green, American Art, New York, 1966; B. Rose, American Art since 1900, New York, 1967; E. Baj, Cose dell'altro mondo, Milano, 1990.

Per la musica

Autori Vari, Indians Before Columbus, Chicago, 1947; A. L. Kroeber, Cultural and Natural Areas in Native North America, Berkeley, 1947; B. Nettl, Music in Primitive Culture, Cambridge (Mass.), 1956; H. Courlander, Negro Folk Music, New York, 1963; W. T. Marrocco, H. Gleason, Music in America, New Jersey, 1964; R. L. Davis, A History of Opera in the American West, New Jersey, 1965; G. Chase, America's Music: from the Pilgrims to the Present, New York, 1966; H. W. Hitchcock, Music in the United States. A Historical Introduction, Englewood Cliffs, 1969; C. Hamm, La musica degli Stati Uniti, Milano, 1990.

Per il teatro

A. H. Quinn, A History of the American Drama from the Beginning to the Civil War, New York, 1943; G. Hughes, History of the American Theatre, New York, 1951; B. Hewitt, Theatre USA, 1668-1957; New York, 1959; M. Y. Himelstein, Drama Was a Weapon, New Brunswick, 1963; J. De Hart Mathews, The Federal Theatre, Princeton, 1967; J. Novik, Beyond Broadway, New York, 1968; M. Gottfried, A Theatre Divided, Boston, 1969; M. Goldstein, The Political Stage, New York, 1974; S. Brecht, Nuovo teatro americano (1968-1973), Roma, 1975; M. Raimondi Capasso, Teatro americano contemporaneo, Milano, 1986.

Per il cinema

L. C. Rosten, Hollywood - The Movie Colony, the Movie Makers, New York, 1941; S. Sollima, Il cinema in USA, Roma, 1947; R. Griffith, A. Mayer, The Movies - The Sixty-Year Story of the World of Hollywood, New York, 1957; J.-P. Coursodon, Y. Boisset, Vingt ans de cinéma américain (1940-1960), Parigi, 1961; G. Fink, Il cinema indipendente americano, Monza, 1962; D. Robinson, Hollywood in the Twenties, Londra-New York, 1968; C. Higham, J. Greenberg, The Celluloid Muse - Hollywood Directors Speak, Londra, 1969; A. Slide, Early American Cinema, New York-Londra, 1970; R. Tomasino, New American Cinema (1960-1969) - Dieci anni di cinema underground in USA, Roma, 1970; A. Leonardi, Occhio mio Dio - Il New American Cinema, Milano, 1971; R. Corliss, Talking Pictures - Screenwriters in the American Cinema (1927-1973), Woodstock, New York, 1974; A. Pisanti, Periodici cinematografici in USA (1910-1930), Venezia, 1975; A. Camon, Il killer dentro di noi. Crimine e violenza nel nuovo cinema americano, Verona, 1990.

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