distopìa (letteratura)

sf. [da dis-+(u)topia]. Forma letteraria che si presenta come il contrario dell'utopia, ed è quindi chiamata anche antiutopia, controutopia, utopia negativa: come nell'utopia l'autore espone le sue speranze su un futuro positivo della società umana, così nella distopia espone i suoi timori, le sue preoccupazioni su un futuro negativo e pessimistico, ma può anche presentare un futuro che si basi su concetti diversi e opposti a quelli dell'utopia classica. La distopia potrà definirsi nel primo caso negativa (perché critica), nel secondo positiva (perché propositiva). La distopia è nata principalmente per negare l'utopia nel suo aspetto essenziale, cioè l'idea ottimistica che ogni progresso sia buono a priori, spesso criticando i modi concreti in cui esso si esplicita, per esempio le macchine, oppure la scienza in sé. Il primo romanzo di questo tipo è Le monde tel qu'il sera (1845), del francese Èmile Souvestre, che descrive il mondo del 3000, standardizzato e amorale, a causa della rivoluzione industriale; in Erewhon (1872) e in Erewhon Revisited (1901), l'inglese Samuel Butler applica la teoria evoluzionistica di Darwin alle macchine, satireggiandola; in Histoire de quatre ans (1997-2001) (1903), Daniel Halévy prevede la distruzione dell'umanità provocata da un “morbo morale” nato a causa di una vita dedicata esclusivamente ai piaceri; nel racconto The Machine Stops (1909), E. M. Forster descrive un'umanità completamente asservita alle macchine: una volta che queste si fermano, essa va incontro a una ineluttabile decadenza. Un punto di svolta è la Rivoluzione d'Ottobre del 1917, realizzazione pratica dell'utopia filosofica e sociale del marxismo. La prima messa in guardia contro di essa è My, del russo Evgenij Zamjatin (scritto nel 1922, pubblicato in inglese nel 1924, in francese nel 1926 e diffuso in URSS soltanto nel 1989): descrizione terribile del collettivismo e della disumanizzazione in una società futura. Lo spagnolo Salvador De Madariaga satireggia femminismo ed egalitarismo in La jirafa sagrada (1925). La critica alla scienza e alla pianificazione sono al centro del famoso Brave New World di Aldous Huxley (1932). La vita vista come un immenso campo di concentramento di tipo comunista è descritta in Anthem (1937) della russo-americana Ayn Rand. Nell'immediato dopoguerra bersagli della distopia restano le dittature basate sul comunismo, la massificazione, l'uguaglianza forzata e la tecnologia esasperata: 1984 di George Orwell (1949), Limbo di Bernard Wolfe (1952), Player Piano di Kurt Vonnegut (1952), One di David Karp (1953). In seguito i motivi di preoccupazione sono maggiormente precisati: la violenza privata e di Stato in A Clockwork Orange di Anthony Burgess (1962); l'“universo conciliare” di Cristo e Marx in This Perfect Day di Ira Levin (1970); una società postsessantottina in Manden der ville vaere skylding del danese Henrik Stangerup (1973).

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