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farsa

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Lessico

sf. [sec. XV; dal francese farce].

1) Composizione teatrale, di solito breve, con carattere apertamente comico. Nel cinema il genere della farsa fu in auge nell'epoca del muto quale breve comica finale.

2) In musica, breve dramma giocoso o divertimento comico, in uno o due atti, in auge tra la fine del sec. XVIII e gli inizi del successivo. Furono autori di farse J. S. Mayr, G. Nicolini, G. Farinelli, G. Rossini, G. Donizetti.

3) Fig., azione, fatto, situazione che cade nel ridicolo; cosa non seria, pagliacciata: la farsa di un processo ingiusto.

Teatro

La farsa ha tra i suoi ascendenti la classica atellana e le sue probabili origini nel teatro giullaresco medievale. Il termine, di origine latina, deriva, si pensa, dalle interpolazioni in uso nei testi liturgici. In Italia essa giunse dalla Francia, dove la farsa, dopo i precedenti di Adam de la Halle (sec. XIII), fiorì nel sec. XV (La farsa dell'avvocato Pathelin, cui va già riconosciuta la più alta dignità di commedia) . Nel genere farsesco raggiunse poi insigni risultati Molière. Il Rinascimento esaltò sia le finezze letterarie sia le forme dotte, come avvenne in Italia per opera di G. G. Alione (sec. XV-XVI), scrittore dialettale astigiano, conservando o sovrapponendosi agli umori plebei del Medioevo, fondendo l'elemento popolaresco con quello colto. Veneti furono invece il geniale Ruzante e A. Calmo. La farsa regionale (da ricordare la cavaiola campana) sfociò nella Commedia dell'Arte. Altrove la farsa ebbe anche denominazioni e caratterizzazioni diverse (in Spagna entremés, Germania Fastnachtsspiel). In Portogallo primo cultore del genere fu G. Vicente, fondatore del teatro nazionale. In Gran Bretagna grande rilievo ebbero le interpolazioni farsesche in commedie di insigni autori elisabettiani, Shakespeare compreso. Nel Settecento vi prosperò la farsa come afterpiece, cioè con funzione affine a quella della farsa finale ottocentesca, basata su intrecci meccanici, macchiette, ecc. e destinata a concludere in letizia lo spettacolo. Nel sec. XIX fiorì anche la farsa autoctona statunitense, mentre in Francia si affermò (con E. Scribe, E. Labiche, ecc.) il vaudeville. Tra le farse più popolari o notevoli dell'Ottocento e degli inizi del Novecento si ricordano Il casino di campagna del tedesco A. von Kotzebue, La zia di Carlo dell'inglese B. Thomas; su un piano più elevato, quelle del francese G. Feydeau e nei temi della pochad, le satire di G. Courteline e i grotteschi di A. Čechov. A cominciare dalla fine dell'Ottocento più di un carattere della farsa è stato assorbito e intellettualizzato, con apporti letterari, surrealistici e filosofici, nel nuovo genere d'avanguardia, ricco di spunti polemici e corrosivi, avviato da A. Jarry con il suo capolavoro Ubu Roi (1896) e proseguito da J. Cocteau, E. Ionesco, ecc. In Italia sono da ricordare, nel sec. XX, le farse di A. Campanile e dei fratelli De Filippo.