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cotóne

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Lessico

sm. [sec. XIV; dall'arabo qutūn].

1) Nome comune con cui si designano varie specie del genere Gossypium della famiglia Malvacee (sottofamiglia Malvoideae).

2) Il prodotto tessile fornito dalle piante di cotone, costituito dai fiocchi di lunghi peli unicellulari che avvolgono i loro semi; anche la stoffa, l'indumento in cotone: cotone perla o perlato, a due fili strettamente ritorti; cotone da rammendo, a molti fili poco ritorti; cotone da imbastire, grezzo, poco torto; loc. fig.: tenere uno nel cotone, allevarlo con mille riguardi, viziarlo; vivere nel cotone, negli agi; avere il cotone nelle orecchie, non ascoltare per disattenzione o perché non si vuole.

3) Cotone idrofilo, materiale assorbente per medicazione, che si ottiene in seguito a estrazione dal cotone delle sostanze grasse e resinose. Il cotone idrofilo è di colore bianco e ha un potere assorbente variabile in rapporto all'origine e al grado di purezza. Si trova in commercio in forma di compresse, arrotolato, oppure in falde ravvolte in mussola. In farmacologia si indica con il nome di cotone antisettico o cotone medicato una medicazione pronta per l'uso formata da cotone idrofilo imbevuto con soluzione di acido borico, di fenolo o di iodoformio, e con quello di cotone emostatico una preparazione di cotone idrofilo imbevuto di sostanze coagulanti.

4) Cotone collodio, componente essenziale di tutti gli esplosivi da mina a base di nitroglicerina (o dinitrotoluolo) poiché, sciogliendosi in questa, forma soluzioni colloidali originando una massa consistente, facile a maneggiarsi. Chimicamente è una binitrocellulosa ricavata per nitrazione del cotone fino a sostituire due gruppi ossidrilici della cellulosa con due gruppi –ONO₂–. Industrialmente è ottenuto per attacco chimico del cotone con una soluzione di acidi nitrico e solforico.

5) Cotone fulminante, esplosivo, ormai in disuso, chimicamente una trinitrocellulosa, ottenuto per nitrazione del cotone con sostituzione di tre gruppi ossidrilici con tre gruppi –ONO₂–.

Botanica: generalità

Le piante di cotone sono erbacee o arbustive, perenni quelle allo stato selvatico, per lo più annue quelle coltivate. Hanno fusto e foglie glabri o pubescenti, che raggiungono dimensioni assai diverse secondo la specie (da 50 cm a 7 m); sono tutte molto ramificate, con foglie palmato-lobate a 3-7 lobi triangolari, e fiori solitari, muniti di brattee intere o dentate, bianchi, gialli o rosei, con ovario a 3-5 loculi. Il frutto è una capsula che si apre in 3-5 valve , ognuna delle quali contiene numerosi semi subglobosi, oblunghi, muniti di peli più o meno lunghi, in relazione ai quali si distinguono due tipi di piante: quelle che li hanno lunghi, adatti alla filatura, e che si staccano facilmente dal guscio (cotone nudo o nero), e quelle che, oltre ai peli lunghi, tessili, producono semi muniti di una fitta peluria (fuzz), che rimane aderente al guscio anche quando i peli ne sono stati staccati (cotone vestito). Tale peluria, che non è filabile, una volta staccata dal seme con apposita operazione costituisce un'importante fonte di cellulosa (linter). Le specie spontanee di cotone producono semi rivestiti solo di peluria rossiccia, mentre quelle coltivate danno fibre filabili. Le varietà di cotone coltivate sono numerosissime, forse un migliaio, e la loro posizione sistematica molto discussa: fra le specie principali, comunque, si possono considerare: Gossypium herbaceum (cotone del Levante), erbacea annua originaria dell'Arabia e dell'Asia Minore, con semi vestiti e fibre tessili corte; Gossypium hirsutum (Upland cotton), erbacea americana con semi vestiti e fibre lunghe di colore grigiastro; Gossypium barbadense (Sea Island cotton), erbacea di origine americana, con semi nudi e fibre lunghe; è coltivata in tutta l'America tropicale e in Egitto; a questa si ricollegano Gossypium brasiliensis e Gossypium peruvianum; Gossypium arboreum, arbustiva propria dell'Africa, dell'India, della Cina e del Giappone, cui si ricollegano varietà come Gossypium indicum e Gossypium nanking. Il cotone viene coltivato in tutte le regioni tropicali e subtropicali e anche, per quanto limitatamente, in alcune zone temperate. Richiede terreni sciolti e ben lavorati, abbondanti concimazioni organiche e minerali, clima caldo, con piogge frequenti durante lo sviluppo, o eventualmente l'irrigazione, siccità invece nel periodo della maturazione. È considerato pianta da rinnovo e apre la rotazione; si semina generalmente in primavera e giunge a maturità in un periodo di 150-200 giorni. § Oltre alla fibra di cotone si utilizzano: i semi (che contengono ca. il 20% di sostanze grasse e una percentuale analoga di sostanze proteiche), dai quali si estrae un olio impiegato per l'alimentazione umana o nell'industria dei saponi; i residui della lavorazione (panelli), che sono destinati all'alimentazione del bestiame o utilizzati come concime; infine i gusci, che trovano impiego come combustibile.

Botanica: caratteristiche del cotone

La fibra di cotone è monocellulare; se la pianta è maturata regolarmente e non ha subito danni, è di colore bianco o bianco-crema, per i tipi americani, crema intenso-bruno per quelli africani e asiatici. Le fibre si presentano sotto forma di un tubo appiattito a nastro, avvolto a spirale e con i bordi brillanti; non essendo più alimentate dal succo cellulare, si essiccano attorcigliandosi (torsione naturale), e questo è uno dei fattori principali per la giusta formazione, la resistenza e l'elasticità dei filati. La fibra, che nella parte interna è formata da cellulosa quasi pura, è rivestita da un sottilissimo strato legnoso, detto cera di cotone, che le attribuisce caratteristiche come brillantezza, morbidezza al tatto e una certa impermeabilità. Le fibre di cotone vengono suddivise in base al colore, alla lucentezza e alla morbidezza, che variano secondo la loro provenienza, per cui si hanno cotoni dell'America del Nord (i più pregiati sono il Sea Island, l'Upland, il Luisiana e il Messicano Los Molins); dell'America Centrale (Puerto Rico, Haiti, San Martino); dell'America Meridionale (Macao del Brasile, Varinas della Colombia, Peruviano del Perú, Makò dell'Argentina); dell'Africa (Makò dell'Egitto, Algeri dell'Algeria); dell'Asia (Surat, Bengala e Calcutta dell'India, cotoni cinesi e dei Paesi dell'Asia centrale, tra cui Turkmenistan, Tagikistan, Kazahstan, Uzbekistan, Kirgizistan,); dell'Europa (Castellammare, Levantini, Russi). Tutti questi tipi di cotone vengono ulteriormente distinti in diverse classi di valore secondo le seguenti caratteristiche: lunghezza della fibra, finezza (diametro), tenacità ed elasticità. La lunghezza varia da 10 a 50 mm (eccezionalmente raggiunge i 60 mm nel tipo Sea Island o lungo Georgia, il più pregiato dei cotoni americani), per cui si hanno cotoni lunghi (da 20 a 50 mm) e cotoni corti (da 10 a 20 mm). La finezza varia da 14 a 28 micron; per cui si hanno: cotone fine (sino a 20 μ), medio (da 20 a 23 μ), grossolano (oltre i 23 μ). La tenacità oscilla, secondo le varietà, da 2 gr/den (India-Bengala) a 6,3 gr/den (Sea Island); essa aumenta di quasi 1/3, per un'umidità relativa fino al 60%, dopo di che si stabilizza e diventa indipendente dall'umidità ambiente. L'elasticità varia dal 4 al 12% ed è proporzionale alla torsione naturale della fibra che dipende dal grado di maturità del cotone. Per la classificazione commerciale del cotone si usa una suddivisione in categorie o classi mediante nomenclature inglesi.

Botanica: proprietà del cotone

Il cotone è una fibra di buona elasticità a secco, maggiore a umido, e buona filabilità. La sua resistenza agli alcali, alle variazioni di temperatura, al ferro da stiro e al restringimento a umido lo rende una delle fibre più lavabili e quindi particolarmente adatta per biancheria. Dal punto di vista chimico, contiene il 90% di cellulosa; il rimanente 10% è costituito da pectine, cere, pigmenti. Ha un peso specifico pari a 1,50 1,55 e un coefficiente di assorbimento dell'8,50%. Brucia lasciando un odore simile alla carta bruciata. Ha una bassa ripresa elastica e di conseguenza è facile alle gualciture. Immerso per due ore in un bagno di acido solforico a 58 ºBé si scioglie completamente. I filati di cotone immersi per due minuti in acido solforico concentrato, pur non sciogliendosi, ne risultano fortemente intaccati in modo che, lavandoli e strofinandoli si sbriciolino completamente. Si sfrutta tale comportamento per distinguere i filati composti esclusivamente di cotone da quelli formati da altre fibre. Sottoposto all'azione di soluzioni debolmente alcaline, il cotone rimane del tutto inalterato; trattato invece con soda caustica concentrata, subisce un'energica contrazione e assume la lucentezza e il tatto della seta (vedi mercerizzazione).

Tecnica: raccolta del cotone

All'apertura delle capsule si effettua il raccolto, a mano o meccanicamente, che deve essere svolto nel più breve tempo possibile per evitare che il fiocco di cotone esca liberamente e venga asportato dal vento o danneggiato dalla pioggia; nelle piantagioni più estese viene eseguito mediante pompe aspiranti . Da ogni pianta si ricavano generalmente da 300 a 500 frutti del peso di 30 g ciascuno, di cui il 30% è costituito da fiocco, per cui la produzione di fibra varia da 3 a 5 kg per ciascuna pianta. Il cotone raccolto (fibre con semi) dicesi cotone intero; la fibra viene successivamente separata dai semi mediante sgranatrici meccaniche munite di tamburi rotanti, che fanno passare il materiale sotto l'azione di appositi coltelli o seghe. Conclusa tale operazione (ginnatura), il cotone viene classificato secondo le sue qualità e spedito agli stabilimenti tessili, dopo essere stato pressato fortemente in balle.

Tecnica: impiego e lavorazione del cotone

Le fibre di cotone vengono sottoposte, per ottenere filati, a un ciclo di lavorazione completamente meccanizzato: apritura, battitura, cardatura, pettinatura, stiratura, ritorcitura, vaporissaggio, ecc. (vedi filatura); i filati vengono poi utilizzati per ottenere fili e tessuti; per le caratteristiche della fibra il cotone è di facile tintura. I prodotti secondari delle varie operazioni (cascami) vengono utilizzati sia per mischie, sia mediante apposita filatura, sia allo stato greggio. Il cotone viene impiegato in tutti i settori dell'industria tessile ma, sebbene sia una delle fibre più versatili, viene usato prevalentemente per confezionare articoli di vestiario (intimo ed esterno) e per uso domestico (biancheria, arredamento). Ha anche una certa importanza nell'ambito dei tessuti industriali, dove comunque sente la concorrenza delle fibre sintetiche.

Industria

"Per i principali Paesi produttori di cotone vedi planisfero al lemma del 7° volume." Come materia prima nell'industria tessile, il cotone si affermò verso la fine del sec. XVIII, in seguito all'introduzione delle macchine per filatura. Verso il 1900 costituiva l'80% della produzione mondiale di fibre tessili; tale predominio continuò a lungo e solo nel 1950 la sua quota era discesa al 70% e al 63% nel 1965. Successivamente, la quota di partecipazione del cotone continuava a diminuire per la concorrenza esercitata dalle fibre artificiali e sintetiche, il cui impiego si è fatto sempre più massiccio. Per contro, è in lieve ma costante aumento la produzione mondiale "La cartina con i principali paesi produttori di cotone è a pag. 362 del 7° volume." di cotone greggio, di cui quasi 1/4 è fornito dalla Repubblica Popolare Cinese, seguita da Stati Uniti e India. Notevoli anche le produzioni di Pakistan, Brasile, Egitto, Turchia, Messico, Sudan, Iran, Siria, tutti Paesi che basano sul cotone una buona parte delle loro esportazioni. Del cotone oltre che la fibra si utilizzano anche i semi: dopo la separazione delle fibre lunghe, vengono sottoposti a una seconda sgranatura per ricuperare i peli più corti rimasti aderenti (ottenendo il linter, che serve per imbottiture, per cotone idrofilo, e per la produzione di rayon e nitrocellulosa). Poi, mediante spremitura meccanica ed estrazione con solventi se ne ricava l'olio di cotone grezzo (mediamente il 20% in peso dei semi), un olio semiessiccativo reso commestibile mediante processi di raffinazione, decolorazione e deodorizzazione, che o viene utilizzato direttamente dall'industria alimentare (specialmente negli USA), o trasformato mediante idrogenazione in burro vegetale. La produzione mondiale di semi si aggira (stima 1989) intorno ai 32 milioni di t, che negli USA vengono trasformati in olio sul posto, mentre dai Paesi asiatici vengono esportati, soprattutto in Gran Bretagna e in Germania. Come già detto, alla fine degli anni Ottanta del Novecento, al primo posto nella produzione mondiale della fibra di cotone si collocava la Repubblica Popolare Cinese (ca. 4,5 milioni di t da oltre 5 milioni di ha coltivati con una resa di 8,3 q per ha), dove la coltura si è estesa soprattutto nelle aree irrigue centro-meridionali. Il cotone di produzione cinese viene comunque assorbito quasi totalmente dal mercato interno, ammontando le esportazioni a solo l'8,5% del cotone prodotto. Gli Stati Uniti producono ca. il 17% del raccolto mondiale di cotone: nei primi anni del sec. XX ne producevano il 40%. La coltura del cotone si sviluppò grazie al clima favorevole degli Stati del Sud e alla manodopera negra; nonostante le crisi dovute prima alla guerra di Secessione e poi alla peste del cotone (boll weevill), la produzione e la superficie coltivata aumentarono. Il raccolto proviene dal Cotton Belt, la zona cotoniera che si estende ad arco dal golfo del Messico alle Montagne Rocciose e comprende il Texas, l'Arizona e la California. In passato prevaleva la monocoltura, mentre successivamente si è teso alla policoltura, alla contrazione della superficie coltivata e all'aumento del rendimento unitario. L'Unione Sovietica (che prima del suo smembramento possedeva il 15% della produzione mondiale) sviluppava la coltivazione di cotone prevalentemente nella zona asiatica del suo territorio e in particolare nell'Uzbekistan, principale regione cotoniera, nel Turkmenistan, Tagikistan, Azerbaigian, con rese unitarie molto elevate (da una superficie coltivata di ca. 3,9 milioni di ha si ricavano per ha 8,1 q di prodotto). In Asia vi sono altri grandi produttori: l'India (10%), al quarto posto nel mondo, coltiva il cotone soprattutto nelle terre del Deccannordoccidentale e centrale: la qualità è però piuttosto scadente e la produzione è sempre più assorbita dalle industrie tessili nazionali. Nel Pakistan (8%), quinto produttore mondiale, il cotone costituisce la principale voce fra le esportazioni, data la buona qualità del prodotto, a cui si applicano moderni metodi di coltivazione. Il cotone rappresenta una delle voci più importanti dell'esportazione anche per l'Egitto (che ne esporta 120.000 t, il 30% della sua produzione), il Burkina (67.000 t, 93% della produzione), la Costa d'Avorio (82.000 t, 75%) e lo Zimbabwe (65.000 t, 71%). In particolare in Egitto e Sudan la coltura del cotone occupa una parte assai vasta della superficie agraria e viene praticata grazie all'irrigazione, ottenuta mediante la costruzione di grandi dighe, come quella egiziana di Aswân e quella sudanese di Sennaar. Il mercato mondiale dell'esportazione è dominato da Stati Uniti, Egitto, Messico, Brasile, Sudan, Pakistan e Turchia; tra i Paesi importatori primeggia il Giappone con 678.000 t; seguono Corea del Sud (414.000 t) e Taiwan (377.000 t) che, per il basso costo della manodopera, hanno sviluppato una fiorente industria manifatturiera, che esporta prodotti in tutto il mondo. Per mantenere la posizione di fibra tessile più importante del mondo il cotone deve essere sempre disponibile sul mercato senza che le condizioni meteorologiche sfavorevoli ne causino la mancanza. A tale scopo sono necessarie scorte adeguate, altrimenti le industrie tessili sarebbero indotte a rivolgersi ancor di più verso le fibre artificiali e sintetiche, per le quali esistono pochi problemi di approvvigionamento. Nel 1986 erano installati, nel mondo, 2.714.240 telai: 582.000 (21,5%) in Europa, 1.557.410 (57%) in Asia, 151.000 (5,5%) in Africa, 421.820 (15,5% in America e 1700 in Oceania). Mentre nei Paesi CEE tra il 1980 e il 1986 il numero di telai per cotone è sceso del 38%, nell'America Settentrionale del 18% e in Australia del 50%, in Asia è aumentato del 6% e in Africa del 26%. Gli aumenti più significativi sono stati in Cina (+27%), nelle Filippine (+24%), a Taiwan (+47%). Le maggiori riduzioni del numero dei telai, sempre nello stesso periodo, si sono verificate in Gran Bretagna (-52%), Francia (-50%), Italia (-37%) e USA (-33%). Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, sorgono continuamente nuovi impianti, dato che l'industria cotoniera non richiede manodopera molto specializzata, e i tessuti, prodotti in notevole quantità e a basso prezzo, vengono esportati verso Paesi che hanno maggiori costi. Nella produzione di tessuti di cotone e misti (cotone e fibre artificiali e sintetiche) al primo posto alla dine degli anni Ottanta del Novecento era la Repubblica Popolare Cinese, con il 25% della produzione mondiale, seguita dall'India e dall'URSS con il 13% ciascuna, e dagli USA col 9%. Gli Stati Uniti sono al primo posto tra i produttori mondiali di filati e tessuti di cotone, seguiti dal Giappone, che ha fatto rapidissimi progressi, dall'India e poi da Repubblica Popolare Cinese, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. Nel nostro Paese la coltivazione del cotone, da sempre scarsamente praticata per ragioni climatiche, è ormai pressoché abbandonata nella stessa Sicilia (piana di Gela), la regione maggiore produttrice. La materia prima per la nostra industria cotoniera pertanto è fornita principalmente da USA (28% ca.), dai Paesi dell'Asia centrale (13% ca.) e dal Pakistan (12%). In Italia, la lavorazione del cotone costituisce il ramo più importante dell'industria tessile e oltre a soddisfare il mercato interno alimenta una corrente di esportazione di prodotti di qualità e a elevato valore aggiunto. La produzione è di 2,1 milioni di q di filati e 1,6 milioni di q di tessuti ed è realizzata da 560 aziende in 664 stabilimenti (86 filature, 410 tessitorie, 64 aziende integrate) con un'attrezzatura di 3.130.000 fusi e 40.765 telai, quasi tutti automatici. L'industria cotoniera è quasi interamente ubicata in Lombardia e in Piemonte; alcuni stabilimenti si trovano anche nel Veneto, in Liguria, in Toscana e nell'Italia meridionale.