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sinistra

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Lessico

sf. [sec. XIV; f. di sinistro].

1) La mano che è dalla parte del cuore (opposta alla destra): i mancini usano sempre la sinistra. Per estensione, la parte, lo spazio, la direzione corrispondente alla mano sinistra: ho un forte dolore sulla sinistra; girare, svoltare a sinistra; la giacca ha un taschino sulla sinistra; alla mia, alla tua sinistra, dalla parte sinistra rispetto a me, a te; a destra e a sinistra, vedi destra. In particolare, riferito a strade, piazze e simili rispetto alla direzione di marcia: posteggiare la macchina sulla sinistra; tenere la sinistra, procedere sul lato sinistro di una strada.

2) Il complesso vario e articolato di tutti i partiti e movimenti politici che si ispirano a ideologie democratiche e progressiste, siano esse o meno di carattere marxista: i programmi della sinistra; le sinistre hanno votato contro il progetto di legge. Frequentemente la loc. di sinistra, per indicare appartenenza a tale posizione politica: gruppo, deputato, giornale, idee di sinistra. Per estensione, all'interno di un partito, di una corrente filosofica, letteraria, artistica e simili, il gruppo, l'insieme di coloro che sostengono le idee più rivoluzionarie, che propugnano le riforme più radicali: la sinistra dei partiti socialisti; la sinistra hegeliana, vedi hegelismo.

Dottrine politiche: la sinistra storica

In origine, durante la Restaurazione, il vocabolo Sinistra venne utilizzato nel linguaggio politico per designare le tendenze sostenitrici dei principi di libertà e progresso, i cui esponenti nelle aule parlamentari andavano a sedersi sui banchi posti alla sinistra del presidente dell'assemblea in contrapposizione ai partiti di destra, favorevoli alla conservazione delle tradizionali istituzioni monarchiche e autoritarie. Mentre in Inghilterra si adottò con analogo significato il termine radicalism, nella vita politica e parlamentare subalpina e italiana la denominazione venne a indicare l'insieme delle correnti progressiste nate nel Risorgimento. Le prime formazioni stabili di una Sinistra parlamentare si ebbero nel Regno di Sardegna, dove fecero proprio il programma indipendentistico nazionale sostenendo, in polemica coi moderati, la necessità di uno scontro rivoluzionario con l'Austria e di un maggior coinvolgimento delle masse popolari. Da tali gruppi, capeggiati dai piemontesi Valerio e Brofferio, si dissociò la corrente di U. Rattazzi, consentendo così quel “connubio” tra Rattazzi e Cavour (1852) da cui nacque la formula del governo di “Centro-Sinistra”. Dopo l'unificazione del Regno d'Italia (1860), buona parte della Sinistra abbandonò le posizioni repubblicane e democratico-radicali inserendosi nel sistema di potere. Tuttavia, poiché ai tradizionali raggruppamenti della Sinistra subalpina si vennero ad aggiungere i rappresentanti del Partito d'Azione mazziniano e garibaldino, si originò un raggruppamento della Sinistra parlamentare italiana non omogeneo e dalla vita interna assai travagliata. Ben presto, infatti, si arrivò alla divaricazione tra una Sinistra estrema, composta di repubblicani e radicali, capeggiata da A. Bertani e F. Cavallotti e caratterizzata da forti istanze riformatrici in campo politico, economico e sociale, e di una Sinistra storica, guidata da Depretis e Cairoli, collocata su posizioni politiche più possibiliste e di governo. Fu appunto questa formazione della Sinistra storica ad assumere la direzione del Paese dopo la caduta della Destra storica (avvenuta con la “rivoluzione parlamentare” del marzo 1876), guidandolo sulla via delle prime significative riforme, quali l'abolizione della tassa sul macinato, l'allargamento del suffragio elettorale, il protezionismo industriale, il rinnovamento del sistema scolastico. L'instabilità politica obbligò però la Sinistra storica ad avvalersi della collaborazione di uomini di diversa tendenza, iniziando quella pratica del trasformismo che tolse ogni significato alle distinzioni tra i vecchi partiti risorgimentali.

Dottrine politiche: la nuova sinistra

In seguito alla nascita del Partito socialista iniziò a delinearsi, con il Partito repubblicano e quello radicale, una Sinistra nell'accezione attuale del termine, e analogo fenomeno si registrò nel resto d'Europa, dove il vocabolo penetrava ai primi del Novecento in Inghilterra (Left) e in Germania (Linke), trovando larga applicazione durante la Repubblica di Weimar. Fu allora che, a causa delle profonde trasformazioni economiche e istituzionali dei vari Paesi e del diffondersi delle teorie marxiste, si affacciarono alla ribalta le prime organizzazioni politiche del movimento operaio (Sinistre marxiste o socialiste), favorite sovente dall'introduzione del suffragio universale in molti Stati e non di rado divenute in poco tempo i raggruppamenti parlamentari più numerosi (tali furono per esempio i casi della Socialdemocrazia tedesca e del Partito Socialista Italiano nel primo dopoguerra). Pertanto, almeno fin oltre la metà del Novecento, la storia della Sinistra s'identifica con quella del socialismo e del comunismo, ossia con formazioni politiche fautrici di una lotta riformistica o rivoluzionaria contro il capitalismo. Al principio degli anni Sessanta si delineò negli Stati Uniti un movimento autodenominatosi New Left (Nuova Sinistra) in contrapposizione al vecchio liberalismo giudicato totalmente succube del sistema di potere e incapace di rinnovare la società. Ponendosi come referente di diverse correnti di contestazione, la Nuova Sinistra nordamericana si collegò al movimento per l'emancipazione razziale e trasse forza dall'apporto di numerosi intellettuali. Fenomeno simile, nato da un'identica cultura contestatrice dei modelli capitalistici, fu negli stessi anni quello della cosiddetta Sinistra extraparlamentare (detta anche nuova Sinistra in analogia a quella statunitense) che si distinse per la critica radicale ai partiti della Sinistra tradizionale (comunisti compresi) dei Paesi occidentali, accusati di imborghesimento. Presente in tutta Europa, ebbe particolare importanza, oltre che in Francia e in Germania, anche in Italia, dove dalla fine degli anni Sessanta si articolò in numerose formazioni (Lotta Continua, Potere Operaio, Il Manifesto, Avanguardia Operaia e altre) con matrici ideologiche diverse (marxiste-leniniste, operaistiche, trotzkiste) accomunate però dal tono estremistico delle lotte politiche, condotte al di fuori del Parlamento. Tuttavia taluni di questi gruppi non disdegnarono totalmente le istituzioni parlamentari: come alcuni esponenti della Sinistra rivoluzionaria francese, che hanno partecipato con propri candidati alle elezioni presidenziali, anche in Italia alcune formazioni costituirono nel 1976 un cartello elettorale (Democrazia Proletaria) che portò al Parlamento quattro deputati. La crisi della nuova Sinistra maturò nel 1977, allorché le sue frange più estreme scelsero la lotta armata contro le istituzioni, mentre altre si attestarono sul piano della lotta legale alimentando Democrazia Proletaria, confluendo nel PCI o affiancandosi al PSI.

Dottrine politiche: la svolta di fine millennio

Da tutto questo si può evincere quanto nel complesso la locuzione "di Sinistra" (e di “partito di Sinistra”) sia troppo generica e mai storicamente esaustiva, potendo in essa essere collocati movimenti e tendenze assai diverse e persino opposte tra loro. D'altra parte lo stesso insieme dei riferimenti teorici della Sinistra appare in crisi a partire almeno dagli anni Ottanta del sec. XX e soprattutto dopo la fine dei regimi comunisti e il declino delle politiche riformistiche delle socialdemocrazie europee, legate all'affermazione del Welfare State. Paradigmatico esempio dei profondi mutamenti culturali e politici che questa crisi ha determinato nella Sinistra sono le vicissitudini di quella italiana nell'ultimo decennio del Novecento: il Partito Comunista Italiano, già da tempo distanziatosi dal movimento comunista internazionale e dal modello sovietico, si riciclava infatti come formazione pragmatico-riformista con il nome di Partito Democratico della Sinistra (PDS, 1991) e poi di Democratici di Sinistra (nati nel 1998 dall'unione di PDS, laburisti, Sinistra repubblicana, comunisti unitari e cristiano sociali), subendo la scissione di Rifondazione Comunista; il Partito socialista si disarticolava in vari raggruppamenti; e la stessa nascita di una coalizione di centro-sinistra (l'Ulivo), vincitrice delle elezioni legislative del 1996, portava al governo gli ex comunisti quando questi avevano ormai accettato senza riserve il sistema sociale ed economico-politico capitalistico. Simili processi di scomposizione e ricomposizione politica hanno nuovamente divaricato la Sinistra italiana in un'ala minoritaria comunista e una pragmaticamente riformista che, in linea con le analoghe svolte maturate contemporaneamente in seno al laburismo britannico e alla socialdemocrazia tedesca, si è ispirata alle nuove teorizzazioni liberal-socialiste tese a delineare i contorni di una “terza via” tra collettivismo e capitalismo liberista non regolato dallo Stato. In Europa, mentre più fedele alla tradizione socialista è sembrato negli ultimi anni mantenersi il Partito socialista francese di L. Jospin (a capo di una coalizione e di un governo di Sinistra “plurale”, comprensiva dei comunisti), sono stati soprattutto i laburisti inglesi guidati da T. Blair a elaborare una svolta politica influenzata delle teorie di Anthony Giddens, l'eminente sociologo direttore della London School of Economics e sostenitore della “terza via”. Tappa fondamentale di questa trasformazione dei partiti di Sinistra in movimenti, coalizioni o formazioni definibili più propriamente di “centrosinistra” o genericamente “democratici”, è stata nel 1985 la nascita negli USA del Democratic Leadership Council (DLC), laboratorio di idee politiche dei “Nuovi Democratici”, il cui primo presidente era stato B. Clinton. La successiva “Dichiarazione” del DLC (1990) costituiva il manifesto di quella “terza via” che poi dal 1994 Giddins introduceva in Europa proponendola come alternativa sia al capitalismo selvaggio sia al collettivismo dirigista, sia alla totale rinuncia dell'intervento statale sia all'indiscriminato assistenzialismo pubblico tipico del Welfare State. Ciò ha implicato l'assorbimento di alcune tesi dei conservatori (statunitensi e britannici), in particolare del neoliberismo economico, benché mitigato dalla preservazione dei valori originari della Sinistra che servirebbero a regolamentare l'economia di mercato attraverso lo Stato, salvaguardando così la giustizia e la solidarietà sociale. Su queste basi il governo laburista di Blair ha avviato tra il 1998 e il 1999 una riforma tesa a eliminare l'assistenza tradizionalmente garantita dal Welfare State e in favore di uno Stato “facilitatore” (enabler), pronto cioè a intervenire solo per aiutare i cittadini meno abbienti ad adattarsi ai mutamenti economici e tecnologici. Questa trasformazione della Sinistra mondiale investiva anche quella italiana, nel suo insieme disposta a guadagnare il sostegno dei ceti medi e pronta ormai a riunificare le sue componenti storiche (ex comunisti e socialisti) in un'unica formazione di stampo più centrista e moderato.