Questo sito contribuisce alla audience di

comunista (relativo a comunismo)

Guarda l'indice

Lessico

agg. e sm. e f. (pl. m. -i) [sec. XIX; dal francese communiste].

1) Agg., relativo al comunismo: partito comunista, teoria comunista.

2) Sm. e f., chi è seguace del comunismo; chi è iscritto al partito e ne diffonde le dottrine.

Scienze politiche: cenni storici

I partiti comunisti sono partiti politici che, sulla base ideologica e programmatica del marxismo-leninismo, si propongono di sostituire attraverso la lotta di classe il sistema economico-sociale diviso in classi con una nuova società senza classi, in cui siano comuni la proprietà dei beni e il possesso dei mezzi di produzione. Nella concezione marxista, il partito non è una semplice associazione di persone unite dallo stesso orientamento ideologico, che adottano un comune programma politico, ma una formazione politica che ha la sua matrice nei rapporti di produzione di ciascun Paese e che esprime gli interessi della classe lavoratrice saldandoli in una prospettiva internazionalistica con quelli dei lavoratori di tutti gli altri Paesi. Sulla base di questi principi, dopo il successo della Rivoluzione russa (ottobre 1917) nacque la III Internazionale, che segnò l'inizio di un'organizzazione comunista negli altri Paesi europei: nel 1918 sorsero i partiti comunisti in Austria, Danimarca, Grecia, Norvegia e Svizzera; nel 1919, in Bulgaria, Finlandia e Iugoslavia; nel 1920, in Francia e Spagna; nel 1921, in Italia, Belgio e Cecoslovacchia; nel 1922, in Portogallo e Romania. Altri partiti comunisti sorsero più tardi, quasi tutti comunque nel decennio 1920-30. Vista preclusa la via a una pronta presa del potere, cercarono di operare, in clandestinità o in piena legalità, nel tessuto sociale dei singoli Paesi, preparando i “fronti popolari”, che in Francia e in Spagna portarono a una collaborazione con i partiti della borghesia progressista. Dopo la seconda guerra mondiale, tra il 1945 e il 1948, i partiti comunisti si consolidarono e giunsero al potere in Iugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Albania, Polonia e nella Repubblica Democratica Tedesca. Anche il processo di decolonizzazione contribuì ad allargare l'area d'espansione del comunismo ai popoli del Terzo Mondo, presso i quali l'esempio della Cina, ove il partito comunista aveva conquistato il potere nel 1949, fece da elemento catalizzatore. La controversia sorta nel 1955 fra il partito comunista cinese e quello dell'Unione Sovietica creò una diversificazione di tendenze anche in altri partiti comunisti, gli uni più sensibili alle motivazioni cinesi, gli altri più propensi ad accogliere l'analisi fatta dal PCUS. Negli Stati dell'Est europeo, che vennero organizzati sotto la direzione del partito comunista, la storia di ciascun partito si identifica, dal momento in cui prese il potere, con la storia del Paese stesso. Albania e Iugoslavia furono gli unici Paesi che, al finire della seconda guerra mondiale, non ebbero bisogno dell'intervento dell'Armata Rossa per liberarsi dal nazifascismo. In entrambi i Paesi le forze partigiane, guidate rispettivamente da E. Hoxha e da Tito, sconfitto il nemico nazifascista, fondarono autonome repubbliche popolari. Tutti i partiti comunisti sono stati investiti dai contraccolpi del rinnovamento della politica sovietica, avviato da Gorbačëv; negli Stati dell'Est europeo, organizzati sotto la direzione del partito comunista, il processo di revisione del ruolo guida del partito ha portato alle note conseguenze del crollo dei regimi in essi vigenti.

Scienze politiche: il Partito Comunista Cinese (PCC)

Fondato a Shanghai il 1º luglio 1921, per le pressioni del Komintern, confluì nel Kuomintang (1924). Dopo i tentativi rivoluzionari di Shanghai e della “comune di Canton” (1927), venne messo al bando ma si sviluppò clandestinamente nelle campagne (Repubblica dei Soviet: Kangsi, 1928). La reazione dell'esercito nazionalista di Chiang Kai-shek costrinse l'Armata Rossa del PCC, con a capo Mao Tse-tung, all'epica “lunga marcia” su Yenan (1934), durante la quale il partito riuscì a conquistarsi definitivamente l'appoggio delle masse contadine, realizzando un radicale programma di riforma agraria. Alla fine del II conflitto mondiale, il PCC divenne la struttura politica portante del nuovo Stato cinese, erettosi (1949) a Repubblica popolare. Dopo un periodo iniziale di stretto legame e dipendenza dal PCUS, il PCC si allontanava dalle direttive moscovite, dando luogo, specie dopo il 1960, al cosiddetto “contrasto cino-sovietico” e ponendosi come diretto rivale del Cremlino nella guida dei Paesi del Terzo Mondo. Nonostante le lotte interne, che travagliavano la “rivoluzione culturale”, il potere era tenuto saldamente da Mao sino alla sua morte, avvenuta nel settembre 1976. In tale anno, anche a seguito della scomparsa dell'altro capo storico Chou En-lai, la guida del PCC passava a Hua Kuo-feng e Teng Hsiao-p'ing che, con il V Congresso nazionale, imprimevano un indirizzo più moderato al partito eliminando le tendenze radicali della rivoluzione culturale, rappresentata dalla vedova di Mao e dalla cosiddetta “banda dei quattro”. Nel 1981 la presidenza del partito passava a Hu Yaobang e nel 1987 al “tecnocrate” Zhao Ziyang. Erano anni in cui si sviluppavano ampie riforme all'interno della struttura economico-produttiva della Cina. La linea politica era quella delle “quattro modernizzazioni” espressa da Teng Hsiao-p'ing, che dal 1981 alla morte era ininterrottamente presidente dell'importante Commissione centrale militare e reale ispiratore della politica del PCC. Nel marzo 1989 si manifestava però in Cina un agguerrito movimento degli studenti che dalle università attaccava Teng Hsiao-p'ing e Li Peng (primo ministro), denunciando l'autoritarismo e la corruzione del PCC. Si apriva una fase drammatica della vita politica cinese. Il movimento risentiva indubbiamente del vento di democratizzazione che si stava sviluppando nell'Europa comunista e riusciva a raccogliere intorno a sé vasti strati di intellettuali e di lavoratori. All'interno del PCC si apriva un duro scontro che vedeva contrapposti il segretario generale Zhao Ziyang, non ostile al movimento, e Teng Hsiao-p'ing. Lo scontro al vertice del partito vedeva vittoriosa la linea dura di quest'ultimo e, nella notte tra il 3 e il 4 giugno, i carri armati sgombravano dai manifestanti la piazza T'ien-An-Mên a Pechino, lasciando sul terreno centinaia di morti e migliaia di feriti. Zhao Ziyang, sconfitto, era costretto a lasciare la guida del partito, che passava nelle mani di Jiang Zemin, pupillo di Teng. Il ruolo del nuovo segretario si rafforzava ulteriormente nel 1993, quando egli riusciva a cumulare anche le cariche di presidente della Repubblica e della commissione centrale militare. Una tale concentrazione di potere in un uomo di sua piena fiducia confermava l'indiscussa leadership che Teng Hsiao-p'ing avrebbe mantenuto fino alla sua morte, avvenuta nel 1997. Il potere di Jiang Zemin ne usciva ulteriormente rafforzato e, nel 1997, al XV Congresso del PCC, egli poteva proseguire più decisamente sulla via della liberalizzazione economica indicata da Teng, mantenendo peraltro la dicotomia, che caratterizza il cosiddetto socialismo alla cinese, tra sviluppo economico e libertà politica. Nel novembre 2002 si teneva il XVI Congresso del PCC, al termine del quale Jiang Zemin cedeva le cariche di segretario generale e di capo dello Stato a Hu Jintao, il primo leader chiamato a confontarsi direttamente con gli imprenditori privati, la cui inclusione nel Comitato centrale dava la misura del vento di rinnovamento che soffiava all'interno del partito.

Scienze politiche: il Partito Comunista Italiano (PCI)

Fu costituito a Livorno, al teatro S. Marco, il 21 gennaio 1921 col nome di Partito Comunista d'Italia, mutato poi in quello di Partito Comunista Italiano nel corso della II guerra mondiale . La fondazione del PCI fu opera di gruppi dell'estrema sinistra del Partito Socialista, tra i quali emergeva il gruppo astensionista di Amadeo Bordiga, che rifiutava un programma di partecipazione alle elezioni e alla lotta politica in Parlamento, in posizione discorde perciò da Serrati, capo della frazione massimalista elezionista. Il PCI, guidato nei primi anni da Bordiga e A. Gramsci, perseguì come compito immediato (Congresso di Roma, 1922) quello di crearsi un'organizzazione fortemente centralizzata e rigida per guidare il proletariato all'attacco di uno Stato borghese sommamente indebolito dal conflitto mondiale, respingendo qualsiasi collusione col Partito Socialista che aveva fallito la prova rivoluzionaria . Nell'autunno del 1922 il gruppo “ordinovista”, che faceva capo a Gramsci, si rese conto della frattura tra il partito e la III Internazionale che, dopo esser stata all'origine, coi suoi “ventun punti”, della scissione di Livorno, aveva modificato nel III e IV Congresso (1921 e 1922) la prospettiva rivoluzionaria, dilazionandone i tempi in una tattica provvisoria di alleanze con le forze socialiste, per creare “governi di operai e di contadini”. Inaccettabile per Bordiga, questa linea di fronte unico venne portata avanti dal gruppo gramsciano, che tra il 1923 e il 1925 capovolse i rapporti di forza all'interno del partito ed emarginò gli uomini della precedente maggioranza. L'alleanza con le forze socialiste, diventata indispensabile di fronte alla reazione del fascismo (passato alla fine del 1926 al regime totalitario), costringeva intanto il PCI, incarcerato Gramsci, ad agire nella clandestinità. P. Togliatti, dall'estero, assunse la guida del partito (1927) sotto la tutela moscovita. Il partito fu così partecipe, al vertice, degli scontri di frazione nel PCUS che non mancarono di avere profonda eco tra i comunisti italiani. Le divergenze sulla strategia unitaria e i comportamenti specifici del partito in Italia portarono a lacerazioni ed espulsioni (Bordiga, Tasca, Leonetti, Ravazzoli, Tresso, Silone). Ciò non impedì a Togliatti di spingere il partito a moltiplicare i suoi collegamenti di massa durante il periodo della grande crisi economica (1929-34) e successivamente a sviluppare l'azione unitaria. Sono di questo periodo l'organizzazione di scioperi in alcune fabbriche e nelle campagne, la stipulazione dei patti di unità col Partito Socialista (17 agosto 1936 e 22 luglio 1937), i collegamenti col movimento di “Giustizia e Libertà”, la partecipazione alla guerra di Spagna nelle Brigate internazionali. L'opposizione al fascismo, sempre più incisiva, portò alla preparazione degli scioperi del 1943 e alla lotta partigiana che vide i comunisti in primo piano, grazie anche al fatto che il PCI aveva mantenuto una solida organizzazione nel Paese. Togliatti, tornato in Italia nella primavera del 1944, preferì alla via rivoluzionaria l'alleanza con gli altri movimenti di massa per creare insieme uno Stato democratico e progressista ad ampia base popolare. Partecipe della coalizione di governo fino al maggio 1947, il PCI fu costretto all'opposizione dalla spaccatura del mondo in due blocchi ideologici e dalla rottura dell'alleanza politica antifascista espressa dai CLN Ciò non impedì al PCI di riproporre il suo programma per assumere responsabilità dirette nella gestione della cosa pubblica, anche in presenza di gravi tensioni interne (sciopero politico del luglio 1948 in seguito all'attentato a Togliatti) e di crisi serie nel movimento comunista internazionale (destalinizzazione, rottura del monolitismo comunista e della concezione dello Stato e partito-guida). Morto Togliatti nel 1964, l'incarico di segretario fu assunto da L. Longo, passato poi alla presidenza, e sostituito nel 1972 da E. Berlinguer, propugnatore della “via nazionale al socialismo” e del “compromesso storico” per la partecipazione del partito alle responsabilità di governo. Quest'ultimo punto programmatico del PCI veniva a poco a poco sottaciuto a seguito degli insuccessi alle elezioni politiche e amministrative succeduti al grande avanzamento del 1976, insuccessi imputabili in gran parte alla difficile situazione in cui si era venuto a trovare il partito, esposto alle critiche di essere associato all'area governativa e a una politica di sacrifici e austerità per fronteggiare la grave congiuntura economica del Paese senza avere alcuna responsabilità diretta di ministeri. Con la morte di Berlinguer si chiudeva per il PCI un'epoca importante. Nel giugno 1984 saliva alla segreteria A. Natta, ma il PCI subiva una netta sconfitta nelle amministrative del 1985 e nelle politiche del 1987. Nel giugno 1988, in seguito alle dimissioni di Natta, per motivi di salute, veniva eletto segretario A. Occhetto. Per il PCI si apriva una fase del tutto nuova, cui non erano estranei i grandi rivolgimenti che si annunciano nell'Est europeo e la tragedia che si era consumata in Cina sulla piazza T'ien-An-Mên. Alle elezioni europee del giugno 1989 Occhetto parlava di un “Nuovo PCI” e i risultati sembravano dargli ragione con il 27,6% dei suffragi. Ma gli avvenimenti in corso nell'Europa comunista si susseguivano con grande rapidità: il 9 novembre si apriva il “Muro di Berlino”, un avvenimento che rappresentava la crisi irreversibile dei Paesi del “socialismo reale” e il fallimento della prospettiva comunista. Il segretario del PCI rompeva gli indugi e il 12 novembre 1989 lanciava la proposta di una profonda trasformazione del progetto politico, dell'organizzazione e dello stesso nome del partito. La discussione sulla proposta di “dare vita alla fase costituente di una nuova forza politica” si svolgeva al XIX Congresso del PCI (marzo 1990) dove, insieme a quella del segretario, si confrontavano anche le mozioni di P. Ingrao e A. Cossutta. Il Congresso sanciva la “svolta” con una maggioranza del 66,58%. Una nuova sconfitta elettorale (6,2% in meno alle regionali del 1990) faceva da sfondo al dibattito che preparava il XX Congresso. Occhetto proponeva un nuovo simbolo (una quercia alle cui radici rimane il vecchio emblema) e un nuovo nome: Partito Democratico della Sinistra (PDS). L'opposizione interna dava battaglia e si unificava sulla proposta di "Rifondazione comunista". Nel XX Congresso del PCI, al quale per la prima volta partecipavano delegati esterni al partito, la mozione del segretario risultava largamente maggioritaria. Finiva così una parte di storia del PCI, contestualmente alla nascita di una nuova forza politica italiana, il PDS, che nel 1992 entrava a far parte dell'Internazionale socialista. Alcuni tra quanti si erano opposti, con in testa Cossutta e Garavini, non aderivano al nuovo partito e fondavano il “Movimento per la Rifondazione comunista”, costituitosi poi nel dicembre 1991 in Partito della Rifondazione comunista (PRC).

Scienze politiche: il Partito Comunista dell'URSS (PCUS) e la sua evoluzione

Nome assunto nel 1952, al XIX Congresso, dal partito sorto nel 1898 a Minsk col nome di Partito Operaio Socialdemocratico Russo. Dal 1903 il partito presentò chiaramente due correnti interne nettamente distinte, quella dei menscevichi, capeggiata da Plechanov, e quella dei bolscevichi, capeggiata da Lenin. Questi ultimi nel 1912 si organizzarono come partito autonomo, preparando la svolta rivoluzionaria che doveva culminare con le giornate di ottobre del 1917, la sconfitta dello zarismo e la conquista del potere. Al VII Congresso (1918) venne adottato il nome di Partito Comunista Russo (bolscevico) e nel 1925, al XIV Congresso, quello di Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS. Dal 1918, dopo lo scioglimento dell'assemblea costituente, la storia del partito comunista si identifica con la storia dell'Unione Sovietica. Dalla seconda metà degli anni Ottanta, con l'ascesa di Michail Gorbačëv a segretario generale del PCUS (marzo 1985), si apriva una fase nuova, nella quale il partito perdeva progressivamente il suo ruolo totalizzante nella vita politica sovietica. Il processo di destalinizzazione, iniziato con il XX Congresso da Chruščëv (1956) e pesantemente soffocato nel periodo brezneviano, riprendeva vigore e veniva portato sino alle sue estreme conseguenze. Con le parole d'ordine glasnost (trasparenza) e perestrojka (riforma) Gorbačëv imprimeva una svolta radicale, che scuoteva in profondità lo stesso PCUS. L'avvio di un processo, seppur graduale, di democratizzazione della vita sovietica, non si conciliava però con la norma costituzionale (art. 6,) che affidvaa al partito un ruolo guida nella società e nello Stato. Si moltiplicavano le manifestazioni e le dichiarazioni di autonomia di varie Repubbliche sovietiche e, in alcuni casi, dei rispettivi partiti comunisti dal PCUS di Mosca. Nel partito si apriva una fase di profondo rimescolamento, con la sostituzione di molti dirigenti. Respinta una prima volta (dicembre 1989) dal Congresso dei deputati del popolo, era lo stesso Comitato Centrale del PCUS – anche per la pressione esercitata dalla neonata (gennaio 1990) associazione “Piattaforma Democratica”, che raccoglieva oltre 450 esponenti progressisti del partito – a votare la rinuncia al monopolio politico (febbraio 1990). Il 15 marzo dello stesso anno il Congresso dei deputati approvava a larga maggioranza l'abolizione del ruolo guida del PCUS. Ma all'interno del partito, in particolare tra i dirigenti, non erano pochi gli insofferenti al rinnovamento politico e sociale dell'Unione Sovietica. Tra il 19 e il 22 agosto 1991, un gruppo di esponenti di primo piano del partito e del governo tentava un colpo di Stato, ponendo Gorbačëv agli arresti domiciliari e decretando uno “stato d'emergenza” che prefigurava la volontà di annullare gli anni della perestrojka. Il colpo falliva per la resistenza popolare guidata da B. N. Elcin. Gorbačëv, liberato, riconosceva la complicità degli organi dirigenti nel tentato golpe e si dimetteva da segretario del PCUS invitando il Comitato Centrale a sciogliersi. Il Partito Comunista, alle cui sedi della Repubblica Russa erano già stati posti i sigilli (23 agosto), veniva definitivamente sciolto dal Soviet Supremo nell'intero territorio dell'URSS il 29 agosto 1991 e tutti i suoi beni erano incamerati dallo Stato. § Riorganizzato da G. Ziuganov, tuttavia, il partito comunista della neocostituita Federazione Russa, raccogliendo le nostalgie per il passato regime e le insofferenze delle popolazioni rurali e delle piccole città del meridione, della Siberia e dell'Estremo Oriente, otteneva un buon risultato alle elezioni legislative del 1995 (22,3% dei voti e oltre un terzo dei seggi alla Duma), confermato alle elezioni presidenziali dell'anno seguente (nelle quali Ziuganov raggiungeva il 32% dei consensi al primo turno e il 40,4% al secondo turno). Nel 1998 i comunisti entravano in un governo di unione nazionale e, nonostante ne fossero stati successivamente estromessi, ribadivano il loro ampio bacino di consensi alle elezioni politiche del 1999 e alle presidenziali del 2000. Nell'agosto 2002 Andrej Breznev, nipote dell'ex presidente del PCUS, fondava un soggetto politico diverso da quello guidato Ziuganov, chiamandolo Nuovo Partito Comunista.

Scienze politiche: altri partiti comunisti nell'Europa occidentale

Tranne che in Gran Bretagna, dove ebbero sempre un peso scarsissimo, i partiti comunisti sono stati e sono in parte ancora presenti in tutti gli Stati dell'Europa occidentale, dove non hanno però mai detenuto il potere in maniera esclusiva, pur partecipando a diverse esperienze di governo. Le organizzazioni politiche comuniste hanno tuttavia avuto vita, consistenza e influenza assai diversa in ciascuno dei Paesi europei a democrazia parlamentare. Particolare importanza essi hanno rivestito in Italia, in Francia, in Spagna e in Germania (fino all'avvento del nazismo): perciò i partiti comunisti di queste nazioni sono qui trattati specificamente. Per quanto riguarda il resto del continente, un ruolo decisamente marginale hanno invece assolto in Danimarca, Svezia e Norvegia, mentre più incisiva è stata la presenza comunista in Finlandia, dove il partito comunista ha più volte partecipato a coalizioni di governo. Un costante declino ha invece subito il partito comunista d'Austria, nel quale sorsero acute divergenze per gli interventi armati sovietici in Ungheria (1956), in Cecoslovacchia (1968) e in Afghanistan (1979). Anche in Svizzera il partito comunista (dal 1944 Partito Svizzero del Lavoro) ha visto progressivamente ridursi il suo già scarso seguito elettorale, finché nel 1991 ha stabilito la propria radicale trasformazione, cancellando dagli statuti la parola e il concetto stesso di comunismo. Primo partito occidentale ad avvertire le ripercussioni del disaccordo cino-sovietico, il partito comunista del Belgio già nel 1963 espelleva per deviazionismo un influente membro del comitato centrale, J. Grippa. Alle elezioni del 1981 otteneva due soli deputati; a quelle del 1985 non ne conseguiva nessuno. Numericamente debole, ma significativo per la posizione ideologica assunta sin dagli anni Settanta (critica verso Mosca, ma anche nei confronti del modello cinese), si è rivelato il partito comunista dei Paesi Bassi, mentre anche quello britannico agli inizi degli anni Novanta ha deciso di abbandonare il marxismo. In Grecia, il crollo della dittatura militare (1974) consentiva al movimento comunista di uscire dalla clandestinità e di partecipare alle elezioni del novembre successivo, ma il perdurare della divisione in due distinti partiti, il KKE (Kommunistico Komma Ellados) dell'Esterno, filosovietico, e il KKE dell'Interno, su posizioni più autonomistiche, rendeva impossibile la presentazione di un'unica lista. Anche le elezioni del 1981, che determinavano una svolta significativa nella politica ellenica con l'affermazione del PASOK (Partito socialista) di Papandréou, confermavano le fratture interne ai comunisti greci, che nelle elezioni del 1985 subivano quindi una pesante sconfitta; nel 1986 il KKE dell'Interno mutava la denominazione in quella di Nuovo Partito Ellenico di Sinistra. Nelle elezioni del 1993 il partito comunista (KKE) riusciva a ottenere 9 seggi, mentre i comunisti riformisti dell'Alleanza di sinistra non superavano la soglia del 3% ed erano pertanto esclusi dal riparto dei seggi. In Portogallo, dove il colpo di Stato del 1974 consentiva il ritorno alla libertà e al pluralismo politico dopo quasi mezzo secolo di dittatura, il partito comunista ritrovava il suo leader in A. Cunhal, rivelandosi però il più filosovietico d'Europa anche dopo il crollo del comunismo nell'URSS. § Partito Comunista Francese (PCF). Fondato nel 1920, quando l'ala più radicale dei socialisti uscì al congresso di Tours dal partito socialista e guidato dal 1930 al 1964 da M. Thorez, burocrate di talento più che capo carismatico, il PCF subì l'influenza del comunismo sovietico, schierandosi su posizioni staliniste e ottenendo scarse adesioni per il suo settarismo fino al 1934, quando, allineandosi alle direttive dell'Internazionale comunista, decise di tornare a collaborare con i socialisti per resistere all'avanzata del fascismo e del nazismo. Alle elezioni del 1936 aumentò il numero dei suoi parlamentari da 11 a 72 e sostenne il governo del Fronte popolare guidato da L. Blum, rifiutandosi tuttavia di partecipare direttamente all'esecutivo e appoggiandone soltanto la maggioranza alla Camera dei deputati. Caduto il governo di Blum, anche per il dissenso comunista sulla linea di non intervento scelta dall'esecutivo rispetto alla guerra civile spagnola, il PCF non fu pregiudizialmente ostile ai governi successivi fino alla II guerra mondiale. Essendo stato tra i più intransigenti oppositori di Hitler, rimase disorientato dalla linea pacifista dettata da Mosca dopo il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, anno in cui Thorez si trasferì a Mosca. Dal momento dell'invasione tedesca dell'URSS (1941), i comunisti francesi divennero uno dei pilastri della Resistenza e nel primo dopoguerra Thorez, rientrato dalla Russia, fu membro dell'Assemblea costituente e rivestì cariche ministeriali (1945-47). Nel 1947, nel clima della guerra fredda, il PCF fu estromesso dal governo, scontando per tutti gli anni Cinquanta e buona parte degli anni Sessanta, quando fu guidato da Waldeck-Rochet (1964-1972), un isolamento politico cui pose fine nel 1972 la segreteria di G. Marchais, già responsabile dell'organizzazione del partito e vice-segretario generale dal 1970. Marchais adottò una linea più duttile e pragmatica, rinunciando apertamente all'obbiettivo della rivoluzione proletaria e abbracciando l'eurocomunismo, ossia quel ripensamento critico dell'esperienza sovietica e del nesso tra democrazia e socialismo al quale contemporaneamente s'indirizzarono i partiti comunisti spagnolo e italiano. Contando negli anni Settanta circa il 20% dei voti, il PCF favorì l'unità delle sinistre e, nonostante le passate rivalità, poté nel 1981 entrare a far parte insieme con i socialisti di un governo di coalizione. Il fallimento dell'eurocomunismo e il conseguente ritorno ad una linea più rigidamente filosovietica conducevano però nel decennio seguente il PCF a perdere consensi elettorali (ridotti attorno al 10%) in favore dei socialisti, con i quali Marchais rompeva nel 1984 uscendo dal governo. La crisi si acuiva poi con il crollo del Muro di Berlino e il tramonto del comunismo nei Paesi dell'Est europeo, sicché quello che Marchais lasciava al suo successore, Robert Hue, nominato nel gennaio 1994, era un partito che necessitava di radicali trasformazioni. Tornato al governo in una coalizione delle sinistre (socialisti e verdi) nel 1997 in seguito alle elezioni legislative in cui otteneva il 9,9% dei suffragi, il PCF scendeva poi al 6,8% alle elezioni europee del 1999, contando 600.000 iscritti. Nel 2000 Hue era rieletto segretario, proseguendo nella sua linea di un rinnovamento in senso socialdemocratico e di ripudio della trascorsa esperienza del comunismo sovietico. § Partito Comunista Spagnolo (PCE). Fondato nel 1920, in seguito alla scissione di un'ala del Partito socialista dei lavoratori (PSOE), insoddisfatta della linea moderata del partito, il PCE (Partido Comunista de España) fronteggiò una severa repressione dopo il colpo di Stato di Primo de Rivera (1923), ma si riorganizzò dopo il 1931 e sostenne la Seconda Repubblica contro il fascismo e le altre minacce provenienti dalla destra. Partecipò alla costruzione del Fronte popolare, che ottenne di stretta misura la vittoria alle elezioni del 1936 (nelle quali il PCE raggiunse il 3% dei voti) e avviò una trasformazione in senso collettivista dell'economia, innescando però quella guerra civile nel corso della quale i comunisti spagnoli furono sostenuti dall'URSS e da un vasto movimento internazionale nella loro lotta contro le milizie franchiste. Guidato (dal 1933) dalla Pasionaria D. Ibarruri, trasferitasi a Mosca dopo la vittoria di Franco, che mise fuori legge i comunisti, il PCE si mantenne attivissimo nella lotta clandestina contro il regime, passando poi nel 1960 sotto la direzione di S. Carrillo. Con la morte di Franco e la ripresa della vita democratica nel Paese, il PCE partecipava intensamente al dibattito politico conquistando un certo spazio. Tuttavia, la sua struttura interna di partito centralistico, mantenuta da Carrillo nonostante la collocazione internazionale di eurocomunismo dichiarato, si scontrava con le tendenze federalistiche emergenti in seno ai gruppi comunisti catalani e baschi. Successivamente oscurato dal Partito Socialista, che riusciva a riunire l'elettorato di sinistra, il PCE era danneggiato dalle lotte interne. Nel 1982 Carrillo (divenuto segretario di una piccola formazione comunista riconosciuta di fatto solo dai rumeni e dai nordcoreani) è stato sostituito alla segreteria da G. Iglesias, cui è succeduto nel 1987 J. Anguita. § Partito Comunista Tedesco (KDP).Fondato nel 1918 dal gruppo della Lega Spartachista di R. Luxemburg e K. Liebknecht, il KDP (Kommunistische Partei Deutschlands) ottenne un seguito di massa unendosi al Partito Socialista Indipendente nel 1920. Dopo il fallimento dei tentativi insurrezionali condotti fino al 1923, il KDP, guidato da E. Thälmann, si attenne ad una linea rigidamente filostalinista e polemicamente avversa al Partito socialdemocratico (SPD), accusato di “socialfascismo”. Ciononostante accrebbe considerevolmente i propri consensi elettorali fino all'avvento del nazismo, quando fu sottoposto a una violenta e sistematica repressione che ne colpì duramente la struttura e i militanti. Lo stesso Thälmann fu arrestato nel 1933 e tenuto per undici anni in cella d'isolamento prima di essere ucciso nel campo di concentramento di Buchenwald. Dopo la seconda guerra mondiale il partito venne subito ricostituito con l'appoggio dei sovietici, ma quando fu chiaro che non avrebbe avuto la maggioranza nella Germania occupata dalle truppe russe fu organizzata la fusione con la SPD orientale, dando vita alla SED (Sozialische Einheitspartei Deutschland). In seguito a questi eventi nella Germania occidentale il KPD si trovò ben presto isolato, vide ridursi il suo seguito a livelli insignificanti e fu messo al bando nel 1956. Nel 1968 fu rifondato come DKP (Deutsche Kommunistische Partei) da K. Bachmann, ma nonostante il sostegno finanziario tedesco-orientale non riuscì mai a guadagnare una rappresentanza parlamentare.

Scienze politiche: altri partiti comunisti nell'Europa orientale

Il partito comunista in Albania. Contrario alla denuncia dello stalinismo, il Partito del Lavoro albanese (questa la sua denominazione fino al 1991) entrava in aperto conflitto con Mosca dal 1960-61, rappresentando la “linea cinese” nel quadro del comunismo europeo, salvo poi restare completamente isolato quando anche in Cina prevalsero gli indirizzi più pragmatici e moderati del nuovo corso post-rivoluzione culturale. Proprio quest'isolamento faceva sì che il Partito del Lavoro albanese rimanesse più a lungo impermeabile agli avvenimenti che nel 1989 scuotevano gli altri partiti comunisti al potere. Tuttavia dal gennaio 1990 Ramiz Alia, alla guida del partito e del Paese dalla morte di Hoxha (1985), iniziava un processo di destalinizzazione e di democratizzazione culminato nelle prime elezioni libere del marzo 1991. Nell'occasione, il Partito del Lavoro conquistava il 66% dei suffragi, ma usciva battuto nelle grandi città. Nel giugno dello stesso anno il partito avviava al suo interno una radicale riforma in senso democratico, sottolineata anche dal cambiamento del nome in quello di Partito Socialista d'Albania, e acconsentiva alla formazione di un governo di coalizione con le forze dell'opposizione, risultate poi nettamente vincitrici alle successive elezioni del marzo 1992. In seguito alla violenta crisi scatenata da scandali finanziari nel 1997 (che rendeva necessario un intervento armato internazionale), il Partito Socialista Albanese risultava vincitore alle elezioni, ponendosi alla guida di un governo di coalizione. Nel 1999 il capo dell'esecutivo, Pandeli Majko, si dimetteva dopo essere stato sconfitto da Fatos Nano alle elezioni per la presidenza del partito. § Il partito comunista in Bulgaria. Anche il Partito Comunista Bulgaro, che più di altri ha rappresentato un modello di stretta osservanza alla linea sovietica e che dal 1944 era rimasto saldamente al potere, doveva fare i conti con la volontà di rinnovamento che pervadeva dal 1989 tutta l'area dell'Europa comunista. Nel novembre 1989 T. Živkov, al potere dal 1954, veniva sostituito alla guida del partito da P. Mladenov, perdendo dopo una settimana anche la carica di capo dello Stato (in dicembre sarebbe stato espulso dal partito e un mese dopo addirittura arrestato). Nel gennaio 1990 era abrogata la norma costituzionale sul ruolo guida del partito comunista, che il 3 aprile assumeva il nuovo nome di Partito Socialista (PSB). Nel giugno dello stesso anno il PSB conquistava la maggioranza dei seggi alle elezioni per l'Assemblea nazionale (che aveva le funzioni di Costituente), pur essendo scavalcato in diverse città dall'opposizione (UFD, Unione delle Forze Democratiche), affermatosi poi come partito leader. Confermata la sua vittoria alle elezioni del 1994, il PSB era sconfitto tre anni dopo da una coalizione di centrodestra. § Il partito comunista in Cecoslovacchia. In Cecoslovacchia il partito comunista, sorto nel 1921 con il nome di Associazione Internazionale dei Lavoratori, dopo la seconda guerra mondiale entrò nel governo provvisorio, conquistando pienamente il potere con le elezioni del 1948. Più tardi il passaggio dalla durezza della linea staliniana alla liberalizzazione di Dubček, nel 1968 determinò lo scontro con la “teoria della sovranità limitata” formulata dal segretario del PCUS, Brežnev , e causò l'intervento delle truppe del Patto di Varsavia; ne seguì una dura repressione che portò all'epurazione dal partito di tutti quei dirigenti che avevano condiviso con Dubček il nuovo corso. Ma dopo oltre vent'anni di rinnovata subalternità al PCUS, anche il Partito Comunista Cecoslovacco (PCC) veniva investito dai contraccolpi del rinnovamento della politica di Gorbačëv. In seguito alle pressioni popolari e dell'opposizione organizzata, i vertici del PCC erano rinnovati il 24 novembre 1989 e dopo 5 giorni veniva abolito il ruolo guida del partito nella società cecoslovacca. Era l'inizio di una rapida marginalizzazione del PCC che, pur profondamente rinnovato nel corso di un Congresso straordinario (dicembre 1989), non riusciva a ottenere un consenso significativo nella nuova vita democratica del Paese avviato verso la divisione, avvenuta formalmente nel 1993, in due Stati indipendenti: la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca. Nella Repubblica Ceca sussiste un Partito Comunista di Boemia e Moravia, per nulla incline a prendere le distanze dal passato regime. § Il partito comunista in Iugoslavia. La Lega dei comunisti iugoslavi, forte del prestigio conquistato con la vittoria sugli invasori stranieri, seguì compatta il suo leader Tito nella sfida alle direttive di Stalin, che lo fece sconfessare nel 1948. Sebbene i rapporti tra URSS e Iugoslavia si fossero normalizzati dal 1955, il contrasto ideologico tra i due partiti non venne meno, per l'esempio che la Iugoslavia volle sempre offrire di comunismo autogestito dal basso in campo economico e amministrativo. Pur nella diversità rappresentata dalla situazione iugoslava rispetto agli altri Paesi comunisti, anche qui agli inizi degli anni Novanta la leadership della Lega subiva profondi contraccolpi. Un ruolo importante, in questa crisi, era però giocato dalle tensioni etnico-nazionalistiche (poi sfociate in una sanguinosa guerra civile) in conseguenza delle quali alcune organizzazioni nazionali avviavano un profondo rinnovamento o addirittura uscivano dalla Lega (sloveni, croati, serbi). Nel maggio 1990, la Lega dei comunisti iugoslavi rinunciava al monopolio del potere. § Il partito comunista in Romania. In Romania il partito comunista iniziò l'attività legale nel 1944, dopo vent'anni di clandestinità e conquistò il potere nel 1947. Dal 1964 si imponeva alla guida del partito N. Ceausescu, che pur essendosi distinto in molte occasioni per una certa indipendenza dall'Unione Sovietica, esercitava una ferrea dittatura nella quale aveva coinvolto la sua intera famiglia. Proprio il carattere esasperatamente totalitario del dominio di Ceausescu nel Paese e nel partito impediva a quest'ultimo quel rinnovamento che altrove aveva favorito una transizione pacifica alla vita democratica. Il bagno di sangue provocato dal regime a Timisoara (dicembre 1989) rappresentava la scintilla per l'avvio di una rivolta, che rapidamente si estendeva coinvolgendo lo stesso esercito. Ceausescu e sua moglie Elena venivano arrestati e giustiziati (25 dicembre 1989), mentre il Partito Comunista Romeno era ormai in completa dissoluzione.Gli ex comunisti, tuttavia, in parte confluiti nel Partito della Democrazia Sociale, già affermatosi come prima forza politica del paese nel 1992, riconquistavano il governo e la presidenza della Repubblica nel 2000. § Il partito comunista in Polonia. In Polonia il partito comunista, fondato nel 1918, entrò quasi subito nella clandestinità rimanendovi fino al 1942; assunse quindi il potere come POUP (Partito Operaio Unificato Polacco), derivato dalla fusione di socialisti e comunisti. Il difficile processo di destalinizzazione (1956) e la successiva crisi economica del Paese allontanavano a poco a poco dal POUP il consenso popolare, sino alle gravi agitazioni operaie degli anni 1978-79, agitazioni che portarono al potere prima Gierek e poi Kania. Le crescenti difficoltà economiche determinavano la rottura tra il sindacato indipendente Solidarnosc di Lech Wałesa e il partito; nel dicembre 1981 il generale Jaruzelski, già capo del governo e del POUP, assumeva i pieni poteri e stroncava con lo stato d'assedio ogni forma di opposizione. Seguivano il formale scioglimento di Solidarność e la reclusione di molti suoi dirigenti (gli ultimi sarebbero stati scarcerati nel 1984). Ciononostante, il POUP veniva perdendo progressivamente il ruolo centrale nella vita politica polacca. Nel luglio 1989 era proclamato segretario M. Rakowski, che succedeva al generale Jaruzelski, eletto dieci giorni prima capo dello Stato. Ma il declino del POUP non si arrestava: nel dicembre 1989 veniva abolita la norma costituzionale che affidava a quel partito il ruolo guida e, all'XI Congresso (1990), il POUP deliberava la propria trasformazione in Socialdemocrazia della Repubblica di Polonia, nominando presidente A. Kwasniewski. Una minoranza dei congressisti, guidata da T. Fiszbach, dava invece vita all'Unione socialdemocratica. Il successivo indebolimento di Solidarnosc conduceva i comunisti riformati, sotto l'egida della Federazione della Sinistra democratica, a vincere le elezioni politiche (1993). Il loro successivo ritorno all'opposizione non impediva però a Kwasniewski di ottenere la presidenza della Repubblica nel 1995 e, per quanto imputato, ma poi assolto, dell'accusa di “collaborazionismo comunista”, di nuovo nel 2000. § Il partito comunista in Ungheria. Il partito comunista ungherese si era costituito fin dal 1918 sotto la guida di Béla Kun, ottenendo subito un largo seguito, tanto che l'anno dopo poté sorgere, sia pure per pochi mesi, la Repubblica ungherese dei Soviet; perseguitato dal governo fascista (1920) di Horthy, all'avvicinarsi dell'Armata Rossa, nel 1944, riuscì a riorganizzarsi ed entrò nel Fronte Nazionale. Arrivato ben presto al potere, il Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori (POSU) venne investito nel 1956 dalla ribellione popolare e, in seguito alla feroce repressione da parte delle truppe sovietiche, fu nominato segretario generale J. Kadar. Quest'ultimo aveva tuttavia il merito di aver promosso, prima di essere sostituito (1988) con K. Grosz, una serie di riforme. Nel processo che investiva tutta l'area dell'Est europeo, grazie anche alla politica di Gorbačëv, il POSU aveva un ruolo trainante, affermando la piena indipendenza del Paese da Mosca e favorendone la democratizzazione. Con il XIV Congresso straordinario (1989) il POSU decideva a larghissima maggioranza la rifondazione del partito abbandonando ogni riferimento al marxismo-leninismo e dandosi il nuovo nome di Partito Socialista (PSU). Come tale conquistava il potere dal 1994, coalizzandosi con l'Alleanza dei Democratici liberi, perdendo poi le elezioni del 1998, ma conservando, sotto la guida di L. Kovacs, un notevole bacino di consensi. § Il partito comunista nella Repubblica Democratica Tedesca. Particolarmente complessa, per le conseguenze della II guerra mondiale e la divisione in due Stati della Germania, è stata la situazione del partito comunista tedesco. Nella Repubblica Democratica Tedesca, dopo un periodo di attività in esilio, il partito comunista (nome ufficiale SED, Partito di Unità Socialista), sotto la guida di W. Pieck e W. Ulbricht, si installò al potere nel 1946. Ligio a una linea di ortodossia politica verso Mosca, il partito subiva con qualche difficoltà la linea diplomatica sovietica di accordo con la Repubblica Federale di Germania. La normalizzazione dei rapporti fra le due Germanie implicava poi (nel 1971) la sostituzione alla guida del partito del vecchio e intransigente Ulbricht con E. Honecker. Travolto dall'enorme esodo sviluppatosi, nonostante i ferrei controlli, nella seconda metà del 1989 nella Repubblica Democratica Tedesca, Honecker si dimetteva (ottobre 1989) da segretario della SED ed era sostituito alla guida del partito e dello Stato da Egon Krenz, che avrebbe dovuto a sua volta abbandonare il 3 dicembre. La SED, con un congresso straordinario (dicembre 1989), deliberava la propria trasformazione in Partito del Socialismo Democratico (PDS). La svolta diventava ancora più netta nel congresso tenuto dal partito nel febbraio 1995, allorché veniva approvata la linea del leader, Gregor Gysi, e del presidente del partito, Lothar Bisky, che decretava la rottura con il centralismo democratico, il rifiuto della dittatura del proletariato e la svolta in senso riformista. Bisky veniva anche riconfermato alla presidenza del PDS. Nel frattempo la storica divisione tra le due Berlino, il “Muro”, era venuta a cessare (novembre 1989) determinando, di fatto, l'inizio della riunificazione delle due Germanie.

Scienze politiche: i partiti comunisti in Africa

In Africa sono sorti numerosi partiti comunisti e movimenti di liberazione appoggiati dai Paesi comunisti; nazionalismo e comunismo spesso si sovrappongono, non consentendo un pieno chiarimento ideologico. Anch'essi, tuttavia, agli inizi degli anni Novanta sono stati investiti da quel “vento dell'Est” che ha travolto i Paesi comunisti dell'Occidente. Ricordiamo il Partito Africano per l'Indipendenza della Guinea e del Capo Verde (PAIGC), che ha mantenuto il potere (come partito unico; ma una legge nel 1991 ha autorizzato l'instaurazione del multipartitismo) nella sola Guinea-Bissau, in quanto nel 1980, con la secessione del Capo Verde, in quest'ultimo Stato è andato al potere il Partito Africano per l'Indipendenza del Capo Verde (PAICVC; ma nel 1991 le prime elezioni bipartitiche, vinte dalle forze democratiche, hanno decretato la fine dell'egemonia comunista). In Angola, l'MPLA (Movimento Popolare di Liberazione dell'Angola), movimento dal 1961 al 1974, partito dal 1975 (anno dell'indipendenza angolana), si è ristrutturato nel 1977 come MPLA-Partito del Lavoro, partito unico, il quale nel 1991 ha deciso di abbandonare i principi del marxismo-leninismo in favore di un orientamento ispirato al socialismo democratico. In Mozambico, il FRELIMO (Fronte di liberazione del Mozambico), è andato al potere nel 1975, anno dell'indipendenza del Paese; nel 1989 ha approvato un nuovo programma che, tra l'altro, evita ogni riferimento al marxismo-leninismo, ideologia adottata nel 1977, e nel 1990 ha rinunciato al ruolo di partito unico. Nello Zimbabwe, la ZANU (Unione nazionale africana dello Zimbabwe), marxista-leninista, è al potere dall'anno dell'indipendenza (1980). Dopo aver lungamente operato in esilio nell'Angola, la SWAPO (Organizzazione del popolo dell'Africa del Sud-Ovest) è divenuta (1990) il primo partito di governo della Namibia. Nella Repubblica Sudafricana, il partito comunista (fondato nel 1921) operò su istruzione di Mosca (dal 1931) per realizzare una Repubblica multirazziale, ma ha avuto un ruolo limitato e la sua importanza è derivata soprattutto dall'interazione con l'African National Congress (ANC), di cui ha influenzato la linea ideologica e i dirigenti a partire dagli anni Quaranta. Posto fuori legge nel 1950, si riorganizzò clandestinamente e con l'ANC creò nel 1961 un gruppo dedito alla lotta armata. Praticamente distrutto dalle forze di polizia nel 1963, ha operato in esilio, sempre accanto all'ANC, finché nel 1990 non è stato legalizzato.

Scienze politiche: i partiti comunisti nelle Americhe

Inconsistenti nell'America Settentrionale, vari partiti comunisti operano nell'America Centrale e Meridionale, spesso in clandestinità. Particolare rilievo ha assunto l'esperienza di Cuba, dove il Partito Socialista Popolare, d'ispirazione comunista, fondato nel 1925, ebbe influenza specialmente tra i sindacati e, dopo l'ascesa del dittatore Batista (1933), accettò compromessi con il regime in cambio del riconoscimento politico. Identificatosi poi nell'esperienza rivoluzionaria di Castro, prese nel 1965 il nome di Partito Comunista Cubano. Da segnalare, infine, in Nicaragua, il Frente Sandinista di D. Ortega, che ha governato il Paese dal 1979 al 1990.

Scienze politiche: i partiti comunisti nel mondo arabo

Difficile e complessa risulta la vita dei movimenti comunisti organizzati nel mondo arabo del bacino del Mediterraneo. Spesso perseguitato e posto fuori legge, il partito comunista si è trovato condizionato nella sua opposizione ai regimi dai forti vincoli stretti dall'Unione Sovietica, per esigenze strategiche, con i governi di quei Paesi. Fuori legge in Marocco (dal 1960), in Algeria (dal 1962), in Tunisia (dal 1963) e in Libia, in Egitto, dopo le repressioni nasseriane, il partito comunista finiva per esaurirsi dopo aver aderito nel 1965 all'Unione Socialista Araba. Sorto nel 1946, il partito comunista sudanese, pur nella clandestinità, ha sempre goduto di forte influenza sui sindacati e parzialmente anche sull'esercito. Favorevole alla rivolta popolare del 1964, appoggiò nel 1969 il colpo di Stato del colonnello Nimeiry, il quale però due anni dopo, disciolti tutti i partiti, riconosceva come partito unico l'Unione Socialista Sudanese. Terminata la dittatura militare nel 1985, il partito comunista sudanese tornava, l'anno seguente, in Parlamento con 3 rappresentanti, ma nel 1989 un nuovo colpo di Stato portava allo scioglimento di tutte le istituzioni politiche, ponendo al bando i partiti. In Libano, l'affermazione del partito comunista (ufficialmente disciolto nel periodo 1948-71) è stata condizionata dai difficili rapporti con i guerriglieri palestinesi e le varie fazioni in lotta nel Paese. Nato nel 1924, il partito comunista siriano, filosovietico, è stato a lungo la sola organizzazione araba d'ispirazione marxista con una parte di rilievo nel Komintern. Fuori legge nel 1947 per il sostegno dato dall'URSS alla creazione dello Stato israeliano in Palestina, ritornava legale dopo il colpo di Stato del 1966; alle elezioni del 1990 inviava 8 rappresentanti al Parlamento. Successivamente, i partiti di sinistra siriani hanno costituito un Fronte nazionale progressista. Esiste inoltre nel Paese un piccolo Partito Comunista Marxista-Leninista. In Israele, il partito comunista è diviso tra i gruppi RAKAH (pro-Arabi) e MAKI (sionisti).

Scienze politiche: i partiti comunisti in Asia

Nel continente asiatico, il partito comunista, oltre che in Cina, ha assunto il potere nella Corea del Nord, nel Viet Nam del Nord, conducendo con successo la guerra al Viet Nam del Sud fino all'unificazione, nel Laos e nella Mongolia Esterna. Escluso il caso della Mongolia, che ha seguito la linea politica sovietica fin dalla nascita della Repubblica Democratica, negli altri Stati l'egemonia del partito comunista si è identificata col raggiungimento dell'indipendenza dal dominio coloniale. In Cambogia è andato al potere nel 1979 il FUNSK (Fronte unito nazionale per la salvezza della Cambogia), filovietnamita, che nel 1991, all'indomani dell'accordo di pace tra le fazioni rivali, ha dichiarato di rinunciare al comunismo, aprendosi al multipartitismo e all'economia di mercato. In Afghanistan, un partito di ispirazione marxista (Partito Democratico del Popolo Afghano) prese il potere nel 1978 e governò il Paese con l'appoggio dell'URSS, le cui truppe occuparono il Paese l'anno successivo, fino al 1992, tre anni dopo il definitivo ritiro dei Sovietici. In Indonesia, il partito comunista, fondato nel 1920 come Partai Kommunis Indonesia (PKI) e membro del Komintern, venne quasi annientato dalla repressione olandese delle sollevazioni di Banten (1926) e Sumatra (1927), per divenire poi, alla fine dell'occupazione nipponica, uno dei maggiori partiti comunisti dopo quelli sovietico e cinese, vantando negli anni Sessanta oltre tre milioni di iscritti. Il ruolo politico dei comunisti, implicitamente riconosciuto da Sukarno, contrariò i militari che, capeggiati da Suharto, attuarono nel 1965 un colpo di Stato e misero fuori legge il PKI, mentre centinaia di migliaia dei suoi membri venivano trucidati. Più consistente si è rivelato il partito comunista giapponese (JCP) che, nato nel 1922, dopo aver subito anni di repressione, si trasformò da ristretta formazione di intellettuali in una forza politica efficace nel secondo dopoguerra, quando cadde il regime militaristico nipponico. Impegnatosi nella democratizzazione del paese, il JCP fu sospinto all'opposizione dalle scelte dell'amministrazione militare alleata, finendo per abbandonare la linea pacifista e gradualista in favore di una disastrosa politica di rivoluzione armata tra il 1950 e il 1955. Uscito dalla clandestinità e tornato a scegliere l'azione parlamentare, il partito si rinvigorì elettoralmente e tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta fu estremamente vitale, giungendo a rappresentare un'autentica alternativa al Partito Democratico e avvicinandosi alle posizioni dell'eurocomunismo. Nei due decenni successivi la sua influenza è declinata in concomitanza con la crisi generale del comunismo. Tormentata la vita del partito comunista in India, nato negli anni Venti come piccola formazione di intellettuali avversi al colonialismo britannico e, diversamente dai movimenti comunisti indocinesi e cinese, incapace di guadagnare il sostegno dei contadini. Si associò al Partito del Congresso, con cui mantenne un rapporto oscillante tra l'ostilità e l'appoggio. Uniti, i due partiti si trovarono nell'opposizione alla II guerra mondiale, ma si divisero nel 1941, quando i comunisti sostennero l'opportunità dell'ingresso in guerra in seguito all'invasione tedesca dell'URSS, e nel 1947, allorché la creazione dello Stato indipendente del Pakistan fu condivisa dal partito comunista e osteggiata da quello del Congresso. Dopo un periodo di lotta rivoluzionaria (1948-1951), la formazione politica. tornò alla legalità e riuscì a formare un governo nello Stato del Kerala (1957-59). Nel 1964 si divise in un partito filosovietico (CPI) e in uno filocinese (CPM), più influente e con un seguito in Bengala e Kerala, dove ha preso parte alla formazione dei governi locali. Nello Srī Lanka, infine, il partito comunista ha collaborato con altri partiti alla direzione del Paese fino al 1975, cooperando – unico caso al mondo – anche con i trotzkisti.

Bibliografia

Per la dottrina e il sistema

A. Labriola, La concezione materialistica della storia, Bari, 1942; N. Berdiaeff, Il problema del comunismo, Brescia, 1945; J. Stalin, Materialismo dialettico e materialismo storico, Roma, 1947; J. Lenin, Opere complete, Roma, 1954-71; Carav Unt, Teoria e pratica del comunismo, Roma, 1956; S. G. Strumelin, Il passaggio dal socialismo al comunismo, Torino, 1961; K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Roma, 1962; E. H. Carr, La rivoluzione sovietica (1917-1923), Torino, 1964; F. Fejto, Dictionnaires des partis communistes et des mouvements révolutionnaires, Parigi, 1970; A. Fede, Il comunismo va in archivio, Roma, 1991.

Per il Partito Comunista Cinese

Mao Tse-Tung, Opere scelte, Roma, 1957; E. Collotti-Piscel, Le origini ideologiche del Partito Comunista Cinese, Torino, 1958; E. Collotti-Piscel, La rivoluzione ininterrotta, Torino, 1962; Lu Hsun, Cultura e società in Cina, Roma, 1962; T. Mende, Storia della Rivoluzione Cinese, Milano, 1963; E. Collotti-Piscel, La Cina rivoluzionaria, Torino, 1964; R. Bertinelli, Economia e politica nella Cina contemporanea, Roma, 1990.

Per il Partito Comunista Italiano

A. Gramsci, Passato e Presente, Torino, 1951; G. Galli, Storia del Partito Comunista Italiano, Milano, 1958; P. Togliatti, Il Partito Comunista Italiano, Roma, 1961; P. Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, Torino, 1967; R. Alcara, La formazione e i primi anni del Partito Comunista Italiano, Milano, 1970; A. Lepre, S. Levrero, La formazione del Partito Comunista d'Italia, Roma, 1971; A. Tasca, I primi dieci anni del Partito Comunista Italiano, Bari, 1971; L. Cortesi, Le origini del Partito Comunista Italiano, Bari, 1972; L. Canfora, La crisi dell'Est e il P.C.I., Bari, 1990.

Per il Partito Comunista Sovietico

G. Boffa, La grande svolta, Roma, 1959; L. Basso, Da Stalin a Krusciov, Milano, 1962; R. Schlesinger, Il Partito Comunista dell'U.R.S.S., Milano, 1962; G. Boffa, Dopo Krusciov, Torino, 1965; A. Pancaldi, Le scelte dell'U.R.S.S., in “Rinascita”, Roma, 1965; F. Gori, Il XX Congresso del P.C.U.S., Milano, 1988.

Media

Partito Comunista Italiano.Partito Comunista Italiano.