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Australiani

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Etnologia

Popolazione indigena dell'Australia che, prima dell'arrivo dei bianchi nel continente, occupava le regioni più fertili vivendo di raccolta, caccia e pesca, in piccole orde nomadi. Stime precise sul numero degli aborigeni Australiani prima dell'arrivo dei bianchi non se ne hanno, ma è certo che non doveva essere elevato (al massimo 600.000 individui); incapaci di adattarsi al modo di vita importato dai coloni, perseguitati e cacciati nelle regioni più impervie, gli Australiani sono oggi assai ridotti di numero: a un censimento del 1989 risultavano 39.187 individui puri, quasi tutti protetti da severe leggi statali nelle riserve loro assegnate. Abituati alla vita nomade in un immenso territorio, gli Australiani non hanno sviluppato nel tempo una civiltà agricola né tecnologie evolute: la loro unità sociale di base è l'orda, costituita da 7-10 famiglie per un complesso di 25-50 individui; ciascuna orda è autonoma, pur riconoscendosi gli Australiani fra loro come appartenenti a una serie di stirpi che in comune hanno la lingua e determinate usanze. Le stirpi che hanno configurato una sorta di “nazionalità”, del resto rappresentata solo da alcune cerimonie collettive, erano ben poche. Caratteri comuni della cultura degli Australiani sono, oltre il modo di vita, il possesso di oggetti, utensili (di legno e di pietra) e beni materiali che, sotto un certo aspetto, si riaccostano a quelli della preistoria: clava, scudo ligneo, giavellotto, ascia, coltello, bastone da scavo, modo di produrre il fuoco per confricazione, vestiario ridottissimo o assente. Tipica di tutta l'area australiana è l'arma da getto chiamata boomerang. Le abitazioni sono rudimentali: paraventi o tettoie in ramaglie e, talvolta, capanne cupoliformi di rami ad alveare; gli Australiani usano imbarcazioni costituite da un solo blocco di legno e più di frequente canoe di corteccia o zattere. Rudimentali sono gli oggetti da cucina e d'uso corrente, sebbene sappiano ricavare coperte battendo la corteccia flessibile di alcune piante e lavorino i vimini a intreccio. Notevole la loro produzione figurativa (pitture su legno e corporali, incisioni e pitture entro caverne sacre, sculture), ancor oggi praticata, ripetendo i motivi arcaici tradizionali di ciascun gruppo, soprattutto su corteccia d'albero o scolpendo il legno .La struttura sociale degli Australiani è stata oggetto di accurati studi da parte di numerosi antropologi ed etnologi (Tylor, Frazer, Elkin, Levy-Bruhl e altri studiosi): la tesi che ipotizzava una serie di tre cicli culturali distinti, fra gli Australiani, è oggi abbandonata in quanto la cultura dei vari gruppi, pur essendo complessa e ricca di implicazioni rituali e religiose, rivela una certa unità. Base della struttura sociale è l'organizzazione totemica, che assume, da zona a zona, caratteri diversi e ricorda, dal sud verso il nord del Paese, elementi tipici dell'area indonesiana. I gruppi del sud-est e del sud (oggi in gran parte estinti), affini a quelli arcaici della Tasmania (oggi estinti), ammettevano un totemismo sessuale (per cui appartenenti alla medesima categoria totemica non potevano avere rapporti o contrarre matrimonio); la famiglia era patrilineare; era ammessa la poliginia e si praticavano riti d'iniziazione. I gruppi del nord-est e del centro univano al totemismo la suddivisione in classi matrimoniali (fino a 8); la famiglia era in genere matrilineare. Analoghe erano le strutture sociali dei gruppi del nord-ovest e dell'ovest (anch'essi quasi estinti), tra i quali, però, prevaleva la famiglia a discendenza patrilineare. Le culture più complesse si riscontrano nei gruppi ancor oggi stanziati nel Territorio del Nord: questi ammettono orde suddivise in clan totemici, con organizzazione in fratrie a loro volta suddivise in classi matrimoniali. Il totemismo porta numerosi interdetti non solo alimentari ma anche sessuali, per cui, dato il nomadismo delle varie orde, non è raro che un Australiano, per sposarsi, debba attraversare intere regioni al fine di trovare un clan, o un'orda, affine ma non recante il medesimo totem.

Religioni

Le religioni degli Australiani hanno attirato per molto tempo l'interesse degli studiosi per via della primitività che si attribuiva agli indigeni d'Australia, con il proposito palese di cogliere presso di loro le forme più antiche, o addirittura originarie, di cultura religiosa. Con questa prospettiva si isolarono e si posero all'attenzione prima il totemismo e poi la credenza nell'essere supremo quali elementi fondamentali di quelle religioni. Certe realtà australiane, definite “totemiche”, fornirono materia per la formulazione di un “totemismo originario”, quasi una religione organica comune all'umanità della preistoria. L'attenzione era rivolta più a questo “totemismo originario” che alla realtà socio-religiosa degli Australiani, il che portò a un'inevitabile distorsione dei fatti. Lo stesso accadde per alcuni personaggi mitici (Daramulun, Baiame, Nurunderi, Bungil: i nomi più noti) dell'Australia orientale che vennero interpretati come esseri supremi. Per questa interpretazione essi fornirono materia alla formulazione teorica di un monoteismo primordiale, quale religione originaria dell'umanità. Oggi i cosiddetti esseri supremi australiani sono stati ridimensionati: non più testimonianza di un monoteismo primordiale, sono classificati tra gli eroi culturali, ossia tra i mitici apportatori della cultura (figure rinvenibili nelle mitologie di tutto il mondo) che in Australia hanno grande importanza nelle rivelazioni iniziatiche. Il totemismo, senza le implicazioni di una teoria genetica della religione, può ancor oggi servire da riferimento nello studio delle religioni australiane. Esso permette di delineare un'astratta religione panaustraliana, a partire dalla quale s'intendono meglio le concrete formazioni religiose delle singole popolazioni. Tale astrazione, alla quale ci si attiene in questa sede solo per esigenze d'esposizione, è giustificata dall'unità cultuale che l'etnologia riconosce agli Australiani. Il termine tecnico totem è usato per indicare una specie animale o vegetale (o anche una classe di oggetti e fenomeni naturali) con cui un gruppo umano si pone in rapporto di parentela. Sia tra gli Australiani, sia altrove, questo rapporto serve a distinguere socialmente un gruppo dall'altro e a inquadrare i vari gruppi in un sistema di relazioni di parentela e cultuali che comprendono gli uomini e il mondo. Per dire totem, un Australiano usa a volte una parola che significa “carne” e a volte una parola che significa “sogno”. Egli infatti distingue almeno tra due specie di relazioni totemiche: quelle che lo legano a un determinato gruppo sociale e quelle che lo legano a un determinato gruppo cultuale. La prima specie (“carne”) realizza la parentela di sangue (fisiologica) e gli deriva dalla madre. La seconda specie (“sogno”) realizza una parentela spirituale (religiosa, metafisica) e gli deriva dal padre. La patrilinearità del “sogno” non contrasta con la sua “spiritualità”; il padre è soltanto il marito della madre e, se il figlio acquisisce di fatto la parentela del “sogno” paterna, ciò non avviene per trasmissione di sangue, giacché viene disconosciuta la paternità fisiologica, ma perché la madre vive nell'ambiente del padre, presso il suo gruppo, e frequenta i suoi “luoghi sacri”. Ciò dimostra la prevalente funzione sociale del totemismo: il concepimento, infatti, viene inteso come l'incarnazione di uno spirito-antenato del gruppo a cui appartiene il padre del nascituro; il che accade quando la madre passa accanto a un deposito di spiriti-antenati (una pozza d'acqua, una roccia, ecc.). Questi depositi costellano e delimitano il campo d'azione o territorio di un'orda e sono dislocati nei lunghi e tortuosi itinerari che la comunità percorre nel suo nomadismo; il legame con gli spiriti-antenati è assai vivo e ciò spiega, forse, la patrofagia adottata da alcune tribù del sud-est. Il “totem di carne” comporta necessariamente l'esogamia (non ci si può sposare tra appartenenti allo stesso totem) ed edifica un piano di realtà che potremmo definire mondano; il “totem del sogno” invece edifica un piano di realtà extramondano e stabilisce i rapporti con il mondo o il tempo del sogno (detto Altgira dagli Arunta, Giugur dagli Alurigia, Bugari nella zona di Lagrange e Broome, Wongar nella Terra di Arnhem, ecc.). Chiedere a un Arunta quale sia il suo Altgira equivale a chiedergli quale sia il suo “sogno”, il suo gruppo cultuale, la sua partecipazione a quel tempo fuori del tempo che è l'“era del sogno” (o il tempo sacro del mito). La funzione del gruppo costituito attorno al “totem del sogno” è quella di collegare la realtà che abbiamo definito mondana (ma potevamo dire storica, fisica, naturale, ecc.) con la realtà extramondana (metastorica, metafisica, soprannaturale, ecc.). Il collegamento è espletato con riti riducibili a due funzioni essenziali: quelli che trasferiscono la realtà extramondana nel mondano (passaggio dal “sogno” alla “carne”) e quelli che trasferiscono la realtà mondana nell'extramondano. Il passaggio dal sogno alla carne è il “far vivere” in senso generico: far vivere il gruppo umano, far nascere, far mangiare, far bere, far riprodurre gli animali e le piante, far cadere la pioggia. Il tutto è ottenuto mediante le complesse cerimonie socio-cultuali (bora, nel sud-est; intichiuna, nel centro-nord; talu, nell'ovest; apulla, fra gli Arunta), le danze-rappresentazioni (corroborees), le raffigurazioni (pitture, sculture) che vengono ritoccate per far nascere bambini, per far cadere la pioggia, ecc. (per esempio, gli esseri Wongina raffigurati nelle caverne del Kimberleysettentrionale), i pellegrinaggi ai luoghi sacri seguendo gli itinerari degli eroi mitici, infine la narrazione di miti che in un certo senso coordina tutte queste azioni. Il mito di per sé è vivificante per la sua capacità di partecipare le realtà del “sogno”, sul cui piano si svolge ogni vicenda mitica. Il passaggio dalla “carne” al “sogno” concerne esclusivamente l'uomo (e per lo più il maschio). È un itinerario che si compie con l'intera vita. Man mano che questa si consuma, ci si allontana dalla “carne” per avvicinarsi al “sogno”. La morte segnerà il passaggio definitivo dall'uno all'altro piano di realtà, ma già durante la vita si opera per la trasformazione. Sono i riti d'iniziazione che conducono a questo: riti complessi, graduali per le diverse età della vita (possono giungere fino a nove), che hanno parte grandissima nella religione e nella struttura sociale degli Australiani. Con essi si realizza anche una trasformazione visibile: circoncisione, subincisione, avulsione di denti, cicatrici, tatuaggi, ecc.; ma soprattutto essi trasformano “spiritualmente”, rivelando gradatamente i segreti della realtà di “sogno” e facendo prendere contatto con i simboli che la rappresentano: i rombi che vengono fatti roteare durante le iniziazioni, certi manufatti sacri (a volte pietre) detti cjuringa (parola degli Arunta presso i quali significa anche “mito”) e gli elementi naturali (massi, cumuli, colline, alberi, ecc.) in cui si sono trasformati gli eroi-antenati dell'età del “sogno”. L'autorità stessa degli anziani deriva loro proprio dall'essere più vicini alla realtà di “sogno” (in quanto iniziati fino all'ultimo grado e, comunque, più vicini alla morte). Sempre per gli stessi motivi i gruppi cultuali costituiti intorno al “totem del sogno” sono retti da una precisa organizzazione gerarchica culminante in una vera e propria figura di capo. Un operatore sacrale esterno al gruppo cultuale è il medico-stregone che in Australia non differisce gran che dalle figure con funzioni simili rinvenibili presso altri gruppi etnici. La sua estraneità rispetto al gruppo è denotata dall'associazione a un totem personale, di solito un animale che lo aiuta nelle sue magie. Il medico-stregone, in punto di morte, trasmette il suo totem personale a chi vorrà succedergli; non necessariamente a un parente, ma a qualcuno che con questa eredità totemica si apparenterà a lui e lo perpetuerà. § La reazione indigena all'urto culturale europeo non ha prodotto in Australia movimenti religiosi di salvezza e d'indipendenza, come presso altri popoli: è caratteristicamente passiva. Nuovi culti sincretistici, sorti in rispondenza della realtà culturale imposta dagli Europei, svolgono essenzialmente il tema della fine del mondo (per esempio il culto Kurrangara dell'Australia nordoccidentale), soprattutto intesa come fine delle specie viventi; potremmo forse dire la fine della realtà di “carne”.

A. R. Radcliffe-Browne, The Social Organization of Australian Tribes, monografia n. 1 in “Oceania”, Sydney, 1930; P. Kaberry, Aboriginal Worman, Sacred and Profane, Sydney, 1939; C. H. Berndt, Women's Changing Cerimonies in Northern Australia, Parigi, 1950; H. E. Petri, Sterbende Welt in Nordwest-Australien, Braunschweig, 1954; A. P. Elkin, Gli aborigeni australiani, Torino, 1956; R. Biasutti, Le razze e i popoli della Terra, Torino, 1967; C. D. Rowley, The Destruction of Aboriginal Society, Canberra, 1970; A. Lommel, Arte dei primitivi dell'Australia e dei mari del Sud, Firenze, 1987.