Magna Grècia

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Generalità

Con tale nome, sulla cui origine molto si è discusso, s'indica l'Italia meridionale greca. La definizione ricorre per la prima volta in Polibio (II 39, 7), ma fu certo usata già in età più antica. Secondo alcuni studiosi il nome di Megále Ellás (Magna Graecia) sorse, già a partire dal sec. VIII, in contrappunto a quello di Ellás, che in età arcaica indicava la Grecia con esclusione del Peloponneso: donde si spiegherebbe la contrapposizione di carattere geografico. In realtà però, ancora nel sec. V, non v'era una chiara distinzione fra i due termini, poiché Euripide (Medea 439-440; Troiane 1110-17; Ifigenia 1378) e Pindaro (Pitica I, 146) se ne servirono con significato inverso. Inoltre si può osservare che, volendo instaurare una contrapposizione di carattere geografico o comunque materiale fra le due aree, si sarebbe usato un aggettivo con valore comparativo (Graecia Maior e non Magna Graecia). Quindi è più plausibile congetturare che originariamente il termine abbia indicato sia la Grecia metropolitana sia la Grecia d'Italia, con enfatizzazione di legittimo orgoglio da parte del colono che apparteneva a una patria culturale senza confini. Solo successivamente, con pura accezione geografica, il termine sarebbe entrato nell'uso a indicare l'Italia greca; e impropriamente, in età più tarda, perfino la Sicilia. Secondo altri autori l'espressione si affermò in connessione col diffondersi del pitagorismo quasi a rimarcare la prosperità e la bellezza della regione rispetto alla Grecia vera e propria, piuttosto angusta e avara di prodotti del suolo, da cui erano venuti o discendevano gli abitanti delle varie città, chiamati col tempo Italioti.

Storia

L'insediamento dei coloni greci nella Magna Grecia ebbe luogo in due fasi. La prima, in ordine sparso e a opera di gruppi di Achei, avvenne in età arcaica, tra i sec. XV e XIV a. C., e il ricordo sopravvisse nei racconti degli avventurosi viaggi verso l'Occidente favoloso (ciclo troiano) e nei santuari di divinità ctonie che ancora in epoca storica sorgevano al di fuori delle città (e ciò trova conferma nell'archeologia). Quel remoto flusso immigratorio si interruppe verso il sec. XII a. C., forse in conseguenza dell'invasione dorica della Grecia che sospinse gli Achei verso l'Asia Minore. Ma il flusso, e ora in forme più regolari e massicce, riprese nel sec. VIII a. C. o per effetto dei rapidi incrementi demografici nelle città greche di provenienza, o per contrasti di fazioni scoppiati in esse, o per attivismo piratesco o commerciale, e si sviluppò specialmente in alcune direzioni: i Calcidesi verso la Campania e lo stretto di Messina (Cuma, Velia, Reggio), i Dori nella Sicilia (Siracusa, Agrigento), gli Achei del Peloponneso verso la costa calabra (Sibari, Crotone, Metaponto), gli Spartani verso il golfo di Taranto. Gli antichi empori divennero vere e proprie colonie di popolamento grazie a un'agricoltura che si fece prospera nelle piane dell'entroterra, lungo i corsi d'acqua. Le antiche popolazioni locali, varie per stirpe e linguaggio, furono sottomesse o assimilate o ricacciate verso l'interno. Lo sviluppo urbanistico fu rapido con l'affermazione di alcune città dalle piante regolari, che operarono concentrazioni territoriali dandosi costituzioni anche più evolute di quelle della madrepatria (a opera di Caronda a Reggio, di Zaleuco a Locri Epizefiri), arricchendosi di templi fastosi, di cui rimangono oggi resti grandiosi (Posidonia, Selinunte, Segesta, Agrigento), sviluppando produzioni d'arte locale (famose le terrecotte di Locri), creando attive scuole filosofiche (quella eleatica di Parmenide a Velia e il pitagorismo a Crotone), diffondendo l'alfabeto tra gli Italici. Il massimo splendore si ebbe nella Magna Grecia tra i sec. VI e V a. C.: le emissioni monetarie in oro, argento e bronzo del tempo testimoniano il grado di prosperità. Gli apporti degli indigeni diedero poi una particolare fisionomia alle espressioni dell'arte locale. Operate le concentrazioni locali, con fondazione di numerose nuove città, non mancarono tentativi di sopraffazione delle une a danno delle altre, ripetendosi gli aspri particolarismi delle città greche di provenienza: nel 540 a. C. Siris sulla costa lucana fu distrutta da una coalizione achea e la stessa sorte toccò nel 510 a Sibari rasa al suolo dai Crotoniati. Vi furono però anche seri tentativi di concentrazioni politiche ad ampio raggio, con le guerre contro i Cartaginesi in Sicilia e contro le popolazioni osche in discesa dall'Appennino nell'Italia meridionale, a iniziativa, specialmente nel sec. VI-V a. C., di tiranni locali. Gelone di Siracusa nel 480 sconfisse, assieme a Terone di Agrigento, i Cartaginesi a Imera, ponendo le premesse di una rapida espansione siracusana che provocò più avanti l'intervento di Atene in appoggio a Leontini: la spedizione ateniese si risolse in un disastro (413 a. C.), ma anche Siracusa ne uscì indebolita nella lotta con Cartagine e solo il tiranno Dionisio I riuscì a ripristinare, nella prima metà del sec. IV a. C., la sua egemonia in quasi tutta la Sicilia e nella stessa Calabria con la presa di Reggio e di Crotone. Taranto aveva raggiunto nelle contese locali un alto grado di potenza, ma nella seconda metà del sec. IV a. C. fu costretta a richiedere a più riprese aiuto a Sparta per difendersi dalla pressione delle popolazioni italiche, e successivamente a far intervenire Pirro per tener testa a Roma finendo, nel 272 a. C., con tutta l'Italia meridionale, sotto il dominio romano dopo il rientro di Pirro in Grecia. Nel contrasto che seguì tra Roma e Cartagine durante la I e la II guerra punica, anche la Sicilia cadde sotto il dominio di Roma (Siracusa fu espugnata da Marcello nel 212 a. C.), diventando, con la sua economia agricola a intensa produzione, granaio di Roma. Le vicende connesse con la spedizione di Pirro prima e con le guerre puniche poi provocarono una generale decadenza della Magna Grecia, la quale però continuò ad avere grande influsso sul piano culturale e religioso, specialmente con l'immigrazione a Roma di suoi elementi. Uno schiavo di Taranto fu il primo poeta romano, Livio Andronico, e dall'Italia meridionale erano oriundi gli altri poeti della prima letteratura latina, Nevio, Ennio, Pacuvio. La Magna Grecia, anche se aveva perduto la sua autonomia politica, continuò così nella sua funzione di irradiamento in Occidente della civiltà ellenica. La presenza greca lasciò tracce indelebili nell'Italia meridionale e in Sicilia. I moderni grecismi nei linguaggi locali derivano però dall'età bizantina.

Archeologia

La ricerca archeologica nella Magna Grecia, sviluppatasi notevolmente a partire dal terzo decennio del sec. XX, ha portato all'individuazione di numerosi centri ellenizzati dell'interno, oltre che all'approfondimento di quelli già noti (Paestum e la valle del Sele, Locri Epizefiri, Sibari, Metaponto, Taranto, ecc.). L'arte della Magna Grecia si sviluppò sulle forme della madrepatria anche se, come nella vicina Sicilia, fu caratterizzata da elementi locali, in maniera anche diversa nelle singole località. In architettura l'ordine predominante fu il dorico, con maggiore o minore aderenza al canone greco nelle zone più o meno fortemente legate alla terra d'origine (Metaponto e Taranto; Paestum e foce del Sele). Il maggior complesso dorico è quello di Paestum con tre grandi templi, mentre l'ordine ionico è rappresentato soltanto dai due templi di Locri e quello corinzio è presente nell'architettura sepolcrale di Taranto e Reggio. Particolarità assai appariscente dei templi della Magna Grecia è il largo impiego di terrecotte decorative. La grande scultura in marmo o in bronzo è documentata nell'attività di scultori noti (Clearco e Sostrato di Reggio, Patrocle e Damea di Crotone, Pitagora di Samo attivo a Reggio, ai quali si aggiunge Lisippo per le sue creazioni di Taranto: Zeus ed Eracle) e nelle opere che ci sono pervenute, tra cui si segnalano le metope del tempio di Era alla foce del Sele (Paestum, Museo Nazionale), la testa di Atena (Taranto, Museo Nazionale), la testa di Apollo di Cirò (Reggio di Calabria, Museo Nazionale), le kórai di Locri (Reggio di Calabria, Museo Nazionale) e di Taranto (Taranto, Museo Nazionale), il Trono Ludovisi (Roma, Museo delle Terme). Assai importanti sono la scultura in pietra locale, specialmente a Taranto, e la coroplastica, che diffuse la sua produzione non solo in ambiente italico, ma fino alla Francia meridionale e alla Spagna. In quest'ultimo campo vanno ricordate le creazioni di Metaponto, Taranto, Locri, Medma, Eraclea. Della pittura, scarsamente documentata come la massima parte della pittura antica, restano testimonianze nelle camere sepolcrali di Taranto e Ruvo, e soprattutto nelle scoperte di Paestum. Molto ricche sono invece le documentazioni della ceramica dipinta, che presenta uno sviluppo locale a cominciare dalla seconda metà del sec. V a. C., quando, sulla base dell'attività di artisti attici immigrati, nacque una produzione dal carattere peculiare (vedi italiota, ceramica). Importanti sono inoltre la categoria dei vasi ispirati ai Fliaci, la ceramica detta di Gnathia e i vasi policromi di Canosa. Non vanno infine trascurate la toreutica e le oreficerie, con le ricche opere prodotte a Taranto e a Reggio, e la numismatica, dalle monete incise di Sibari, Metaponto e Paestum alla monetazione di Taranto, Turi, Crotone, Cuma e Napoli.

Bibliografia

J. Berard, La colonisation grecque de l'Italie Méridionale et de la Sicilie, Parigi, 1957; L. von Matt, U. Zanotti Bianco, La Magna Grecia, Genova, 1961; F. Tinè Bertocchi, La pittura funeraria apula, Napoli, 1964; E. Langlotz, M. Hirmer, L'arte della Magna Grecia, Roma, 1968; E. Greco, Magna Grecia, Bari, 1981; Autori Vari, Megale Hellàs, Storia e civiltà della Magna Grecia, Milano, 1983; G. Pugliese Carratelli (a cura di), Magna Grecia. Il Mediterraneo, le metropoleis e la fondazione di colonie, Milano, 1985.

Media

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