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Vèneta, Scuòla-

espressione usata per indicare la civiltà pittorica fiorita con caratteri peculiari nel Veneto. La situazione di Venezia proiettata sul mare e legata più all'Oriente che alla penisola spiega i fenomeni tipici e ricorrenti nella sua cultura artistica, tradizionalista eppure aperta agli apporti esterni, spesso in ritardo rispetto agli sviluppi italiani ma capace poi di assimilarli con risultati autonomi e originali. Fin dalle origini Venezia elaborò una propria specifica vocazione ai fatti pittorici e trovò il suo “basso continuo” nel colore-luce, elemento genetico della poetica figurativa lagunare fin dai grandi cicli musivi di S. Marco e di Torcello, matrice mai dimenticata e continuamente sottesa negli sviluppi successivi. Nel Trecento la pittura veneziana acquistò autonomia specifica, con l'umanizzazione in senso coloristico e narrativo, della tradizione bizantina operata da Paolo Veneziano e poi da Lorenzo Veneziano, mentre contemporaneamente si apriva il dialogo alle esperienze della terraferma, con la chiamata del padovano Guariento (1365) a dipingere in Palazzo Ducale. Gli interventi esterni si fecero più sostanziosi agli inizi del Quattrocento, con i passaggi a Venezia di Gentile da Fabriano e Pisanello, che diedero stimolo alla particolare, festosa ed elegante stagione veneta del gotico fiorito (Iacobello del Fiore, Giambono), che si concluse con Jacopo Bellini, primo a recepire l'umore dei tempi nuovi. Malgrado la presenza a Venezia di toscani innovatori, come Paolo Uccello e Andrea del Castagno, le tematiche rinascimentali vennero filtrate lentamente sulla laguna, soprattutto attraverso la versione “eroica”, espressiva e pungente della linea padovana-mantegnesca, che agì profondamente sul momento di “transizione” rappresentato dalla “scuola muranese” di A. Vivarini e dalla famiglia dei Bellini. Non a caso il primo esempio di esportazione della pittura veneziana nell'entroterra e lungo l'area adriatica fu costituito dal più estroso e fantasioso frutto di questo innesto, cioè Carlo Crivelli. Ma se la lezione di Mantegna influenzò nettamente i Vivarini, il felice narratore Gentile Bellini e gli inizi di Giovanni Bellini, quest'ultimo se ne emancipò per un linguaggio totalmente originale, che, nell'esplicazione del tema chiave del colore-luce, del “tono”, impresse una svolta fondamentale alle sorti della pittura lagunare, anche attraverso il fecondo incontro-scambio con Antonello da Messina. La lunghissima attività di Giovanni non solo sostanziò gli sviluppi pittorici delle province venete (Alvise Vivarini, Cima da Conegliano, Bartolomeo Montagna), ma vide aprirsi, con l'emergere prepotente del geniale allievo Giorgione, il secolo d'oro della pittura veneziana, in un momento di estremo fervore culturale (si pensi al contemporaneo passaggio per Venezia di Leonardo e A. Dürer). E se la corrente del “tonalismo” giorgionesco (cui rimase sostanzialmente estraneo il festoso narratore di favole veneziane Vittore Carpaccio) si impose attraverso la straordinaria personalità di Tiziano, dando vita a una densa diffusione provinciale (Sebastiano del Piombo, Palma il Vecchio, Pordenone, Paris Bordone), la cultura pittorica veneziana nel Cinquecento presentò una stupefacente varietà e ricchezza di esperienze. Se essa respinse ed emarginò la scissione “eretica” del solitario poeta Lorenzo Lotto, accolse i fermenti manieristi di Jacopo Bassano, il tempestoso, drammatico luminismo del Tintoretto, al pari dell'olimpica serenità del Veronese. Di fronte a tanta ricchezza, il secolo successivo appare in sordina, chiuso in esperienze provinciali, malgrado la presenza di “esterni” del valore di D. Fetti, J. Liss, B. Strozzi, G. B. Langetti o di Luca Giordano. D'altro canto il Settecento, altro secolo d'oro della pittura veneta, nasce proprio all'insegna del recupero ideale della grande tradizione cinquecentesca, in particolare quella del massimo “decoratore”, il Veronese. Da Sebastiano Ricci al Piazzetta, a Giambattista Tiepolo si svolse un'esaltante stagione pittorico-decorativa, tra i punti più alti del rococò europeo. Accanto a questa corrente monumentale e fastosa altre se ne svilupparono, meno ufficiali ma non meno significative: quella dei “piccoli maestri” della pittura “di genere” (Pietro Longhi) e quella, fecondissima, dei paesaggisti e dei vedutisti, articolata nel gusto “analitico” di un Bellotto e di un Canaletto e nella superba sintesi di forma-colore atmosferico di un Francesco Guardi. In queste intensissime esperienze pare consumarsi, in un'ultima accensione coloristica, la secolare vocazione pittorica veneziana, alla quale s'ispirarono molte tendenze innovative dell'Ottocento, compreso l'impressionismo, genesi della pittura moderna. E se è pur vero che dal neoclassicismo in avanti non è più possibile rintracciare un filone autonomo che faccia capo a Venezia, ha un suo senso ricordare che a Venezia si formò A. Canova e che veneziano fu F. Hayez, la cui pittura “romantica ” è sostanziata, e non solo iconograficamente, di echi pittorici veneziani.

Bibliografia

R. Pallucchini, La pittura veneziana del Settecento, Venezia-Roma, 1960; idem, La pittura veneziana del Trecento, Venezia-Roma, 1964; Autori Vari, Le siécle de Titien. L'âge d'or de la peinture à Venise, Parigi, 1993.