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Lessico

sf. [sec. XVIII; da migrare].

1) Movimento di gruppi consistenti di esseri viventi (persone o animali) che abbandonano il luogo d'origine per spostarsi in altre località. Per gli uomini avviene sotto la spinta di motivazioni economiche. In particolare, in demografia, lo spostamento di un individuo o di una popolazione da un territorio a un altro assume concretamente i due aspetti di emigrazione e immigrazione.

2) In geologia e in astronomia, migrazione dei poli, vedi rispettivamente polo e polodia.

3) In geologia applicata, migrazione degli idrocarburi, processo naturale di trasferimento degli idrocarburi dalla roccia nella quale si sono originati (roccia madre) a un'altra più o meno lontana e più o meno diversa per composizione litologica e per età geologica, dove vengono intrappolati (roccia serbatoio). Vedi anche petrolio.

4) In zoologia: A) spostamento di intere faune o elementi faunistici da un continente all'altro o fra regioni molto distanti che in epoche geologiche ha causato modificazioni nella configurazione del popolamento della terra (vedi zoogeografia); B) spostamento periodico di intere popolazioni o parti di esse fra due areali distinti o fra due zone estreme dello stesso areale.

5) In embriologia il termine migrazione viene utilizzato sia per le cellule germinali primordiali (PGC), precursori delle cellule germinali (gameti), che migrano nelle gonadi durante lo sviluppo embrionale, sia per le cellule della cresta neurale, che avranno un destino diverso a seconda del luogo dove andranno a migrare dando così origine a tipi di cellule differenziate, come i neuroni e le cellule gliali del sistema nervoso, le cellule della parte centrale della ghiandola surrenale, le cellule dell'epidermide ecc.

Biologia: generalità

Sebbene nell'accezione più tecnica il termine vada riferito agli spostamenti di popolazioni animali che comportano un'andata e un ritorno, si indica talvolta come migrazione anche il passaggio di un parassita da un ospite all'altro o gli spostamenti occasionali, o ricorrenti ma comunque non periodici, di masse di animali che si allontanano dal luogo di origine senza farvi ritorno (per esempio, i lemming e certe cavallette); in quest'ultimo caso si dovrebbe parlare piuttosto di emigrazione. Parimenti non sono migrazioni nemmeno i fenomeni di erratismo o nomadismo, presentati da pesci e Mammiferi, anche se possono portare gli animali erratici molto lontano dai luoghi di partenza. Le vere migrazioni hanno luogo periodicamente e caratterizzano la biologia delle popolazioni che le presentano. A seconda degli organismi, il ritmo migratorio può essere nictemerale o stagionale; non sono considerate vere migrazioni quelle degli organismi a ritmo di attività tidale (cioè legato all'alternarsi dell'alta e della bassa marea), che in genere comportano spostamenti di lieve entità. A seconda della direzione dello spostamento, le migrazioni vengono distinte in latitudinali, se portano gli animali a latitudini differenti, altitudinali, se si svolgono fra quote diverse e batimetriche, se gli animali che le compiono (necessariamente acquatici) si spostano fra livelli di profondità diversi. Alcuni movimenti migratori, specie sulla terraferma, hanno però più di una componente direzionale. Presentano migrazioni moltissime specie animali; sia invertebrati sia vertebrati, ma in questi ultimi esse sono di gran lunga più comuni. Migrazioni verticali (batimetriche) sono tipiche di molti organismi planctonici sia vegetali sia animali. Il fitoplancton (diatomee e altre alghe) si sposta verticalmente con ritmo nictemerale collocandosi alla profondità in cui l'insolazione è più consona alla fotosintesi, seguito dallo zooplancton che si nutre di esso o di altro zooplancton. I copepodi sono fra gli organismi meglio noti per queste migrazioni batimetriche che si svolgono fra i livelli superficiali del mare e dei laghi e profondità di parecchie decine e talvolta alcune centinaia di metri, ma esiste un'intera gamma di organismi legati fra loro da rapporti di predazione, incluse molte specie di pesci, che seguono questi spostamenti periodici verticali.

Biologia: le migrazioni degli Insetti

I casi più spettacolari di migrazioni, fra gli Invertebrati, sono offerti dagli insetti. Immensi sciami della farfalla nordamericana monarca (Danaus plexippus) effettuano regolari migrazioni stagionali e latitudinali dagli Stati Uniti settentrionali e dal Canada meridionale fino al Messico (approssimativamente fra il trentaduesimo e il quarantottesimo parallelo), in cui trascorrono la stagione invernale in uno stato di apparente ibernazione, per tornare verso nord all'inizio della stagione estiva seguente; intere popolazioni dell'emitteroEurygaster intergriceps si portano in primavera nei campi di grano della Russia meridionale, dove provocano ingentissimi danni, e tornano sulle montagne più settentrionali in estate; fra gli insetti esistono anche spettacolari casi di emigrazione, che qui vale la pena di ricordare perché talvolta trattati, seppure impropriamente, come migrazione: il caso di gran lunga più noto è senza dubbio quello delle locuste, in ragione delle sue gravissime implicazioni socio-economiche. Si tratta, più precisamente, di emigrazioni, che vedono, in determinati distretti, il passaggio graduale da una fase solitaria a una fase gregaria, diversa dalla prima per morfologia, fisiologia e comportamento. Questa trasformazione, che trae la propria origine da un'eccessiva densità di popolamento nel cosiddetto “focolaio gregarigeno”, esita nella formazione di immensi sciami che si spostano anche per migliaia di chilometri, divorando tutto ciò che di commestibile incontrano sul proprio cammino. Gli sciami, la cui densità ed estensione variano notevolmente in caso di vento intenso, si lasciano trasportare pressoché passivamente da esso e i singoli individui si limitano, con il proprio intervento attivo, a mantenersi nella compagine dello sciame. Analoghe imponenti emigrazioni si osservano in altri ordini di insetti: tra i Lepidotteri si ricordano l'Ascia monuste, una farfalla bianco-giallastra della Florida, la Vanessa cardui, la vanessa del cardo, che in sciami immensi possono spostarsi da zone situate a sud dei deserti africani e asiatici, raggiungendo a tappe le zone temperate e infine quelle decisamente nordiche, e fra le altre specie di Odonati, la libellula Hemianax ephippiger, che in alcuni anni, quando le popolazioni sono particolarmente abbondanti, intraprende emigrazioni in massa dall'Africa settentrionale verso nord e dal Medio Oriente verso ovest, invadendo l'Europa e raggiungendo talvolta perfino l'Islanda.

Biologia: le migrazioni dei Pesci

Compiono migrazioni numerose specie di pesci sia ossei sia cartilaginei. Tra di essi si conoscono migrazioni latitudinali, fra l'ambiente pelagico e l'ambiente neritico, batimetriche e migrazioni a percorso pluridirezionale (circolare) seguendo le correnti marine. Alcuni dei movimenti migratori dei pesci sono imponenti sia per il numero degli individui coinvolti (si riportano banchi di cefali lunghi oltre cento chilometri) sia per le distanze percorse (talvolta migliaia di chilometri). I tonni, i merluzzi e le aringhe sono, fra i Pesci, i migratori più noti. Le aringhe, per esempio, depongono le uova nel mare fra la Gran Bretagna e la Danimarca; le larve si spostano verso nord, seguendo le correnti, lungo le coste della Norvegia settentrionale, quindi i giovani nuotano fino al mare d'Islanda, da cui gli adulti torneranno nei luoghi di ovideposizione. Migrazioni caratteristiche sono quelle dei pesci anadromi, che si riproducono nelle acque dolci (salmoni, trota di mare, cheppia, storioni, ecc.) e catadromi, che si trasferiscono dalle acque dolci al mare (anguille). Spesso queste migrazioni non sono stagionali ma hanno luogo una sola volta nel corso della vita, al compimento della maturità sessuale. Analogamente si comportano alcune specie anadrome di Petromizonti.

Biologia: le migrazioni degli Anfibi e dei Rettili

Gli Anfibi e i Rettili sono in genere poco dotati per gli spostamenti a lungo raggio, tuttavia mentre le popolazioni di Bufo bufo, il rospo comune, compiono migrazioni di piccola entità fra le rive delle raccolte d'acqua in cui si riproducono alla fine dell'inverno e l'entroterra, in cui passano il resto dell'anno, le tartarughe marine, fra cui è nota la tartaruga verde (Chelonia mydas), migrano stagionalmente fra il mare aperto e le coste sabbiose, dove nella stagione favorevole depongono le uova, compiendo talvolta percorsi di alcune migliaia di chilometri.

Biologia: le migrazioni degli Uccelli

Le migrazioni più spettacolari e meglio conosciute sono quelle degli Uccelli, dei quali molte specie che nidificano nelle regioni temperate e subartiche si trasferiscono, al termine della stagione riproduttiva, nelle regioni tropicali o subtropicali, per fare ritorno agli stessi luoghi l'anno successivo. Talvolta i due percorsi compiuti dagli uccelli vengono detti migrazione riproduttiva (verso le aree di nidificazione) e migrazione trofica (verso i climi più caldi, quando il cibo nella prima area scarseggia), ma è evidente che la migrazione riproduttiva deve essere associata a notevoli disponibilità di cibo nelle aree in cui i piccoli vengono allevati. Prima delle migrazioni gli uccelli si radunano in stormi di dimensioni talvolta impressionanti e, anche quelli di piccola taglia, possono raggiungere mete distanti parecchie migliaia di chilometri. Altre specie di uccelli (per esempio, il pettirosso) compiono migrazioni altitudinali, nidificando a quote relativamente alte e trascorrendo l'inverno in pianura. Altri ancora, fuori dal periodo di nidificazione, hanno comportamento erratico ma non volano verso mete definite.

Biologia: le migrazioni dei Mammiferi

Fra i Mammiferi migrano alcuni pipistrelli (per esempio, il genere Lasiurus), nei quali la migrazione stagionale verso regioni a clima più favorevole rappresenta un adattamento alternativo all'ibernazione, più comune nelle specie di climi temperati. Diversi Cetacei Misticeti, fra cui la megattera, migrano stagionalmente fra i mari antartici, in estate ricchissimi di alimento (krill) e i mari tropicali più caldi, dove si riproducono e allattano i giovani ma si nutrono pochissimo o per niente; spostamenti latitudinali considerevoli compiono anche alcuni Pinnipedi (per esempio, Phoca vitulina) che si riproducono alle latitudini più alte sulla terraferma. Migrazioni di raggio inferiore a quello coperto dai mammiferi marini, ma con aree stagionali distinte e relativamente costanti, compiono anche alcuni mammiferi terrestri, specie gli Ungulati della savana africana, le renne dell'Artico e, una volta, i bisonti americani, oggi chiusi in riserve. In questo caso la migrazione corrisponde in genere all'alternarsi della stagione piovosa con la stagione arida o, per le renne, dei periodi di gelo invernali con quelli estivi di disgelo; nelle aree ecologicamente meno estreme queste migrazioni possono avere l'aspetto del nomadismo, con spostamenti di branchi meno massicci e meno sincroni, ma sono comunque legate alla scarsezza di cibo nell'area che viene abbandonata.

Biologia: modalità di migrazione

Le migrazioni sono fenomeni energeticamente assai costosi per gli animali che le intraprendono e se nel caso dei Cetacei le riserve di grasso immagazzinate nel periodo estivo sono sufficienti a garantire sia la sopravvivenza dei migranti sia la gestazione e l'allevamento della prole nel periodo invernale, non altrettanto vale per gli uccelli, il cui adattamento fondamentale di volatori non consente loro di appesantirsi oltre certi limiti. Pertanto gli uccelli migrano spesso a tappe successive, anche i diurni volando di notte e fermandosi di giorno per riposarsi e nutrirsi. Malgrado ciò, i bracci di mare sono superati spesso con un'unica trasvolata, almeno dagli uccelli non marini, e questo comporta talvolta grandi perdite nei contingenti dei migratori stremati. Le altezze a cui gli uccelli volano durante le migrazioni variano fra poche decine e 1500 m; anche la velocità è variabile e in ciascuna specie si approssima a valori “di conserva” che permettono il volo per alcune ore consecutivamente con un rapporto ottimale fra energia spesa e distanza percorsa. Almeno per gli uccelli, il vantaggio delle migrazioni, sebbene le popolazioni ne possano uscire decimate, viene visto nell'utilizzazione periodica di un'area in cui la competizione è minore, nel periodo della nidificazione, quando più intensa è la richiesta di cibo. E d'altro canto quell'area è disponibile soltanto d'estate, obbligando i suoi colonizzatori al viaggio di ritorno. La maggiore durata del giorno alle alte latitudini, poi, compensa ampiamente la minore lunghezza della stagione estiva, permettendo un maggior numero di ore di attività ai genitori e un periodo giornaliero di alimentazione più lungo per i piccoli che, verosimilmente ne riducono la durata della delicata fase di permanenza al nido. Almeno negli uccelli, i meccanismi che attivano il comportamento migratorio sono essenzialmente ormonali. La variazione della durata del giorno, registrata dall'epifisi, influenza la produzione di ormoni gonadotropi da parte dell'ipofisi e questi predispongono fisiologicamente gli uccelli alla migrazione, alla muta delle penne e alla riproduzione.

Demografia: generalità

Si tratta del fenomeno demografico di più difficile lettura per le sue innumerevoli sfaccettature. Sono troppe le variabili che intervengono, molte volte in congiunzione, che cercare di classificarle in qualche maniera diventa una pura semplificazione. Vanno viste in funzione dello spazio, del tempo, delle cause, degli effetti, della normativa; incidono sulla sfera individuale così come interessano una intera popolazione. In generale si può dire che i fenomeni migratori presentano una dinamica assai vivace e non hanno conosciuto rallentamenti degni di nota nell'insieme della popolazione mondiale negli ultimi decenni del sec. XX, tanto da potersi ritenere la prosecuzione del processo di popolamento della Terra, che si è sempre manifestato attraverso spostamenti anche massicci di popolazione.

Demografia: migrazioni interne e internazionali

In virtù soprattutto delle migrazioni interne (relative a un singolo Paese), la popolazione mondiale risiede ormai per oltre due terzi in aree urbane e in regioni prossime ai litorali marini. Nonostante una serie di ipotesi non si è, però, trovato alcun accordo su un possibile modello generale delle migrazioni (se, per esempio, vi sia appunto tendenza a raggiungere il mare, ecc.). Per quanto riguarda le migrazioni interne, va detto che esse interessano i Paesi in via di sviluppo, mentre quelli a economia avanzata, che ne furono trasformati fino agli anni Sessanta del sec. XX, ormai non ne registrano quasi più. Il fenomeno si spiega abbastanza semplicemente se si considera che nelle economie avanzate si è perseguito un obiettivo di equidistribuzione tendenziale delle risorse economiche sull'intero territorio e, anche se l'obiettivo non è stato pienamente raggiunto da nessun Paese, i risultati (per esempio, in termini di accessibilità ai servizi, di equiparazione dei livelli salariali, di infrastrutturazione del territorio) sono stati tali da scoraggiare i flussi migratori interni, che non risultano più abbastanza vantaggiosi sotto il profilo economico, mentre conservano una prevalente negatività a medio termine sotto il profilo sociale (le aree di origine perdono forza-lavoro, giovani, risorse intellettuali, coesione sociale; le aree di destinazione possono presentare problemi di integrazione, di saturazione dell'offerta di lavoro, ecc.). Nei Paesi in via di sviluppo, al contrario, tutti i fenomeni di polarizzazione produttiva e territoriale sono ancora ben presenti e l'indisponibilità sostanziale di opportunità economiche e di servizi alla popolazione su grandi estensioni dei rispettivi territori spinge tuttora alla necessità della migrazione. Ma è certamente l'insieme delle migrazioni internazionali a rappresentare l'elemento più vistoso della più recente congiuntura, anche se appare assai discutibile che si tratti della fase di più intensa mobilità, come si ritiene correntemente, della popolazione umana: valutazione certamente corretta, se si fa riferimento alle quantità assolute di migranti, ma molto più incerta se proporzionata alla popolazione totale esistente. Le stime in materia sono, come è comprensibile, ben poco affidabili: si valuta, comunque, che ogni anno migrino circa 30 milioni di persone (comprendendovi ogni tipo di migrazione: permanente, temporanea, volontaria, involontaria come nel caso dei rifugiati, di ritorno, ecc.). Le regioni di provenienza, con riguardo alle quantità maggiori, appaiono relativamente circoscritte e non sembrano corrispondere, se non per piccola parte, alle regioni più povere della Terra: i flussi più intensi riguardano l'Europa sudorientale; in Asia alcuni Paesi del Vicino Oriente (Turchia, Libano, Giordania), la regione indiana, la regione cinese (esclusa la Corea del Nord), l'Indocina (esclusa la Malaysia), l'Indonesia; in Africa, i Paesi del Maghreb (eccetto la Libia), Egitto e Sudan, alcuni Paesi del golfo di Guinea, Etiopia, Eritrea e Somalia, Mozambico e Botswana; l'America Latina (eccetto Costa Rica, Venezuela, Cile e Argentina). Questa particolare distribuzione dei Paesi di origine sembra confermare la caratteristica di transizione che presentano anche molte migrazioni storiche a motivazione economica. La migrazione non riguarda, se non in piccola misura, i Paesi relativamente più ricchi (come è ovvio), che sono al tempo stesso quelli in cui le condizioni socio-politiche non spingono neppure alle cosiddette migrazioni involontarie (politiche, religiose, etniche, ecc.); ma non riguarda nemmeno i Paesi più poveri che, in un certo senso, appaiono “troppo poveri” perfino per ricorrere allo sfogo costituito dalla migrazione, o, piuttosto, “troppo stabilmente poveri”: in sostanza, la popolazione di questi Paesi non sembra avere informazioni e stimoli sufficienti a ben valutare le possibilità di miglioramento delle condizioni di vita che una migrazione potrebbe offrire, né ha assorbito modelli comportamentali e culturali, tipici dei Paesi più ricchi, che si offrano come esempi da imitare. La stessa differenza si può registrare d'altronde all'interno di ogni singolo Paese, dove è la popolazione urbana (cioè quella relativamente più ricca, e comunque più e meglio informata dai vari punti di vista, e che risiede in un ambiente per definizione socialmente dinamico) la prima ad avviare la migrazione, seguita eventualmente, ma solo dopo qualche tempo, anche dalla popolazione rurale: nel caso dell'Italia, per esempio, i primi contingenti di migranti partirono da regioni relativamente ricche (Veneto, Trentino, Piemonte, Liguria) e urbanizzate, nella prima metà del sec. XIX; solo dopo alcuni decenni si attivò il più consistente flusso proveniente dalle regioni meridionali e dalle isole, decisamente meno sviluppate sotto il profilo economico, e anche in questo caso con una prima fase di provenienza urbana. Esiste, dunque, una correlazione fra dinamismo delle condizioni socio-culturali (soprattutto) o, in subordine, economiche e scelta migratoria: i Paesi in via di sviluppo nei quali queste condizioni si presentino in fase di crescita o di mutamento sono quelli più soggetti alle migrazioni. Questa interpretazione rende conto, quindi, della modestia dei flussi migratori in provenienza da Paesi, pur sempre in via di sviluppo, ma in cui non si registri alcuna modificazione sostanziale, o in cui le modificazioni si siano già compiute. D'altro canto, non appare abbastanza chiaramente una correlazione fra un ipotetico sovrappopolamento e l'avvio di flussi migratori: un nesso fra disponibilità di risorse e migrazione evidentemente esiste, ma non appare in grado di spiegare l'insieme delle migrazioni.

Demografia: effetti delle migrazioni

Per quello che concerne gli effetti delle migrazioni, si possono distinguere le conseguenze demografiche da quelle economiche e da quelle antropologiche e culturali. Demograficamente le migrazioni accrescono la popolazione di accoglienza e diminuiscono quella di partenza. Poiché sono soprattutto i maschi nelle età centrali e giovanili a spostarsi, risulta modificata anche la struttura per sesso e per età delle due popolazioni. Nel luogo di partenza si ha una tendenza all'invecchiamento; nel luogo di destinazione, viceversa, si ha un ringiovanimento per l'introduzione di soggetti giovanili. Dubbio è invece il contributo del migrante alla fecondità del posto di arrivo in quanto diversi studi hanno messo in evidenza che lo straniero si adatta molto rapidamente agli schemi riproduttivi che trova sul posto, sono allentati i condizionamenti che esistono nel luogo di nascita, e inoltre la vita feconda della coppia è più breve perché condizionata dalla migrazione che consente il matrimonio in età più elevata rispetto alla media delle età riscontrabili nel Paese di origine. Anche nel caso del migrante che è già sposato al momento della partenza, la vita feconda è rallentata dalla separazione dei due coniugi a causa delle migrazioni. Anche gli effetti economici non sono sempre facilmente riconoscibili. Nel Paese di partenza si può riscontrare qualche vantaggio dovuto all'alleggerimento della disoccupazione locale; inoltre, le rimesse degli emigranti costituiscono una importante posta della bilancia dei pagamenti. D'altro canto, però, le forze di lavoro nazionali perdono elementi giovanili, spesse volte meglio qualificati, in buona salute e in piena possibilità produttiva. Nel Paese di arrivo le migrazioni costituiscono una importante quota del mercato del lavoro, generalmente a basso costo e più flessibile in quanto se ne può fare a meno quando la congiuntura economica diviene sfavorevole. È quanto accaduto in Europa (Germania, Francia, Svizzera) a seguito della crisi petrolifera del 1974.

Demografia: regioni di destinazione delle migrazioni

In generale, sotto il profilo delle regioni di destinazione delle migrazioni, spiccano naturalmente i Paesi a economia più avanzata, specialmente per le migrazioni volontarie, mentre quelle involontarie hanno spesso una diffusione solo regionale: gli Stati Uniti accoglierebbero circa 2 milioni di migranti l'anno, in buona parte clandestini; nei Paesi dell'Unione Europea si troverebbero ca. 10 milioni di immigrati (compresi quelli provenienti da altri Paesi dell'Unione), con incrementi ormai minimi in seguito alle restrizioni operate concordemente nei confronti dei migranti extracomunitari. Ma una gran quantità di migranti alimenta flussi “Sud-Sud”: in Asia, i Paesi della Penisola Araba ospiterebbero circa 1,8 milioni di lavoratori provenienti dal Vicino e Medio Oriente e dall'Africa, e la Malaysia è teatro di immigrazione clandestina (600.000-800.000 persone l'anno) dai Paesi circostanti; in Africa, la Libia ha circa 600.000 immigrati (ma la cifra è soggetta a forti oscillazioni), la Costa d'Avorio avrebbe 2 milioni di immigrati, la Nigeria 1 milione (mentre è a sua volta Paese di consistente emigrazione, da alcune regioni). Fino agli anni Ottanta del sec. XX, le popolazioni dell'Europa orientale e dell'URSS non sono state interessate se non marginalmente da fenomeni migratori: ma, a partire dagli anni Novanta (in qualche caso, come per la Polonia, già in precedenza), i flussi provenienti dall'Est europeo hanno rappresentato forse la maggiore novità nel panorama delle migrazioni internazionali. Nonostante tutto, però, si tratta di quantità relativamente modeste di persone e, soprattutto, di flussi in gran parte dichiaratamente temporanei. Ancora per quanto riguarda l'Europa, altro fenomeno di rilievo, già presente negli anni Ottanta del sec. XX, ma poi intensificatosi grandemente, è l'immigrazione proveniente da Paesi africani e diretta verso quei Paesi mediterranei (Italia, Spagna, Portogallo, in misura minore Grecia) che a lungo, a loro volta, hanno fornito migranti a destinazione intra- ed extrauropea; in alcuni casi (Spagna, Portogallo, Grecia), sussistono entrambi i flussi, quello immigratorio proveniente dall'Africa e quello emigratorio (ormai molto ridotto) di residenti diretti in altri Paesi europei, per lo più a titolo temporaneo. Infine, ancora per l'Europa, i sommovimenti politici dell'ultimo decennio del sec. XX hanno provocato la ricomparsa di fenomeni di migrazione involontaria di massa (rifugiati, profughi) che hanno letteralmente sconvolto gli assetti demografici ed etnici di alcune regioni (ex Iugoslavia, area caucasica).

Sociologia: evoluzione del fenomeno migratorio

Il fenomeno migratorio accompagna tutti gli sviluppi delle società umane e manifesta la straordinaria capacità di adattamento socio-culturale della specie. Il progressivo perfezionamento delle tecniche di sopravvivenza e la crescita della mobilità individuale e di gruppo (grazie alle tecnologie del trasporto che si succedono nel tempo e con eccezionale accelerazione nel corso del sec. XX) hanno infatti consentito un estesissimo popolamento della superficie del pianeta. Gli effetti di saturazione che ne sono conseguiti in alcune aree hanno favorito una mobilità socialmente caratterizzata dalle differenze di tecnologia esistenti fra i vari gruppi umani. Tutte le grandi migrazioni collettive del mondo moderno e premoderno – alcune sviluppatesi come pacifica e progressiva penetrazione o diffusione in ambiti territoriali non originari, altre come più o meno rapide e violente colonizzazioni militari – presentano infatti la caratteristica di spostamenti da zone scarsamente popolate e meno tecnicamente evolute verso aree a più alta densità demografica e maggiormente evolute. In questa prospettiva, è comprensibile come già fra il sec. XVI e il XVII l'Europa divenga l'approdo di intensi flussi migratori. Un fenomeno destinato a crescere vistosamente con l'industrializzazione, sia sotto il profilo di migrazioni interne (soprattutto dalle campagne alle città industriali) sia sotto quello di migrazioni esterne, da un Paese o addirittura – nel caso dello spettacolare processo di popolamento delle Americhe – da un continente all'altro. In un'accezione estesa, appartengono alle grandi migrazioni posteriori alla scoperta dell'America i trasferimenti transoceanici legati alle persecuzioni religiose e le deportazioni di schiavi dalla costa occidentale dell'Africa. La crescita demografica dell'Europa fra la fine del sec. XVIII e la seconda metà del XX, accompagnandosi alle rivoluzioni democratiche, produce una nuova massiccia ondata migratoria dai Paesi europei in direzione dell'America e dell'Australia. Si calcola che il fenomeno abbia interessato fra il 1840 e il 1930 oltre cinquanta milioni di cittadini europei. L'intensificarsi delle migrazioni su raggio spaziale ristretto – ma in presenza di marcata eterogeneità etnica, linguistica e culturale – produce nell'Europa fra le due guerre mondiali processi di difficile e imperfetta integrazione, destinati a sfociare in drammatici effetti di ordine sociale e politico (intolleranza, razzismo, emarginazione delle minoranze migranti sino alla vera e propria persecuzione). I Paesi “di immigrazione permanente” (Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda) continuano invece – seppure con restrizioni che si manifestano a partire dagli anni Settanta del sec. XX – in politiche di accoglienza che si vengono, però, progressivamente modificando nel senso dell'adozione di pratiche di contingentamento e del riconoscimento di forme di diritto speciale di asilo nei confronti di rifugiati e perseguitati politici. In Europa le migrazioni avevano già prodotto insediamenti massicci in Paesi importatori di forza lavoro (Svizzera e Francia più e prima di altri), ma è l'espansione produttiva del secondo dopoguerra a determinare un aumento consistente del fenomeno. Sono le migrazioni a fornire alle economie industriali più progredite la disponibilità di forza lavoro e a favorire una stratificazione delle mansioni e dei ruoli sociali in cui il gradino inferiore viene occupato di volta in volta dagli immigrati di data più recente (l'Italia della ricostruzione, che, sino a tutti gli anni Sessanta del sec. XX, si configura come uno dei principali serbatoi dell'emigrazione continentale). In quegli anni i governi nazionali europei tendono a privilegiare le migrazioni temporanee, scoraggiando gli insediamenti permanenti. Strategia che si perfeziona agli inizi del decennio successivo, anche in forza della crisi occupazionale, della crescita dei costi sociali della cittadinanza e delle rinascenti tensioni sociali che ne conseguono, ma che si scontra con le imponenti dimensioni demografiche assunte dal fenomeno e con le aspettative a esso associate. Agli inizi degli anni Novanta del sec. XX la popolazione immigrata costituisce una porzione consistente e una componente strutturale di società come quella svizzera, tedesca, belga, francese e svedese. Fin dalla seconda metà degli anni Ottanta, del resto, si è delineato anche il carattere non effimero di un nuovo flusso migratorio – alimentato insieme dallo squilibrio demografico fra Nord e Sud del Mediterraneo e dagli sconvolgimenti socio-politici dell'Est europeo – dai Paesi più poveri e demograficamente fecondi a quelli (come l'Italia, ma anche gli altri Paesi meridionali della UE) rapidamente trasformatisi da serbatoi dell'emigrazione in collettori di nuovi flussi di immigrazione, seppure con caratteristiche e forme normative e sociali abbastanza differenziate. I problemi connessi all'integrazione di comunità diverse, alla ridefinizione degli equilibri occupazionali, alla distribuzione e alla gestione delle risorse economiche e organizzative necessarie per effettive politiche di accoglienza – strettamente intrecciati con manifestazioni culturali inedite per Paesi di tradizione emigratoria (ricorso al volontariato, solidarietà verso le comunità ospiti, ma anche occasionali esplosioni di insofferenza e diffusione del pregiudizio etnico) – costituiscono una delle principali emergenze sociali del sec. XXI. Le trasformazioni intervenute nel complesso fenomeno delle migrazioni non consentono infatti facili strategie di adattamento o riproposizione di modelli maturati in altri contesti, imponendo invece politiche di grande flessibilità culturale e impegno politico.

Bibliografia

Per la storia

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Per la biologia

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