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parodìa

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Lessico

sf. [sec. XVII; dal greco parō(i)día, da pará, presso (per indicare somiglianza)+ō(i), canto].

1) Contraffazione caricaturale di un componimento serio che viene deformato degradando lo stato sociale dei personaggi, modificando particolari della vicenda, introducendo vistosi anacronismi e ricalcando con distorsioni grottesche le battute e le tirate più famose. Mal definibile come genere, è presente come atteggiamento in tutta la storia della letteratura e del teatro comico.

2) Per estensione, imitazione d'intento caricaturale: fare la parodia di un attore. Fig., riferito a ciò che risulta talmente inadeguato alle proprie funzioni da apparire solo una mediocre riproduzione di quello che dovrebbe essere: una parodia di scuola, di giustizia, di esercito.

3) In diritto, la parodia è protetta dalla legge nella misura in cui è originale e non violi l'altrui diritto sulle opere dell'ingegno né costituisca deformazione di altra opera..

Cenni storici

Tra i più antichi parodisti greci si ricorda il poeta giambico Ipponatte (sec. VI a. C.); ma la più famosa parodia della letteratura greca è la Batracomiomachia, rifacimento in chiave burlesca dell'epopea omerica; numerose sono inoltre, nelle commedie, le parodie dello stile tragico: basti citare le Tesmoforiazuse e le Rane di Aristofane, in cui è parodiata la poesia di Euripide. Non mancano, nei dialoghi di Platone, allusioni parodistiche allo stile dei sofisti e, in particolare, di Gorgia; più tardi, nella seconda sofistica, il genere parodistico si afferma, come testimoniano alcuni passi di Luciano. Nella letteratura latina, già nel sec. II a. C. la parodia fa la sua apparizione con Lucilio, che non risparmia nelle sue satire lo stile magniloquente di Ennio e di Pacuvio; ma l'esempio più tipico di parodia è costituito da un capitolo del Satyricon di Petronio, dove viene parodiato lo stile epico di Lucano. Non sconosciuta nel Medioevo, la parodia ha nella letteratura italiana del Trecento il suo rappresentante più significativo in Cenne de la Chitarra, che mise in burla i sonetti di Folgore da San Gimignano; ma la voga si afferma soprattutto nel Rinascimento, da Berni, che parodiò la poesia petrarchesca, a Folengo, che, a sua volta, parodiò, in latino maccheronico, Virgilio e la poesia bucolica. Nel Seicento, Tassoni, con la Secchia rapita, canzonò la poesia eroica classica, mentre, nel secolo successivo, T. Crudeli si beffò, nelle sue canzonette, delle svenevolezze arcadiche. Notissima fu, nel sec. XIX, la parodia delle ballate romantiche fatta da G. Visconti-Venosta con La partenza del Crociato. In epoca contemporanea, si ricordano le garbate parodie di poeti moderni di L. Folgore e l'Antologia apocrifa (1927), di P. Vita Finzi, arguto repertorio di parodie di vario genere letterario. Nel teatro, fece rumore un Figlio di Iorio che procurò al suo autore, E. Scarpetta, una querela da parte di D'Annunzio e un processo dal quale uscì assolto avendo come testimone a difesa Croce. In Inghilterra, la parodia si affermò soprattutto con H. Fielding, autore del romanzo picaresco Joseph Andrews (1742), in cui è capovolto il sentimentalismo borghese della Pamela di Richardson. Nella letteratura inglese contemporanea, la parodia è una delle componenti fondamentali dell'Ulysses di Joyce. Nella letteratura francese, gli esempi più riusciti di parodie sono alcuni capitoli di Rabelais e il Virgile travesti che Scarron compose a imitazione dell'Eneide travestita di G. B. Lulli. I Pastiches di Proust sono una perfetta e gustosa contraffazione dello stile di alcuni tra i più noti scrittori francesi.

Cinema

Il cinema cominciò presto a parodiare se stesso, i propri generi, miti, divi e registi. Tra i più bersagliati furono De Mille (da Chaplin e Keaton), Douglas sr. (da Max Linder e W. Rogers), i film di guerra, di gangster, il musical (parodiato perfino in URSS, da G. Aleksandrov in Tutto il mondo ride, 1934), il western (perfino in Cecoslovacchia, dai pupazzi di J. Trnka in Canto della prateria, 1949). Il cinema comico, dai fratelli Marx a Mel Brooks, è tutto un fiorire di caricature e quello d'animazione non gli è da meno, da quando Disney (1935) si prese gioco della vamp tipo Mae West. Nella parodia dei film di successo si esercitarono in Italia, fra gli altri, Totò e specialmente il duo Franchi e Ingrassia.

Musica

Accanto al comune significato ironico-satirico il termine assume nel linguaggio musicale un preciso significato tecnico che, riferito alla musica del Medioevo e del Rinascimento, è esente da qualsiasi connotazione caricaturale. Parodia significa in generale trasformazione o rielaborazione di un brano musicale preesistente, attraverso l'adattamento di un testo a un pezzo strumentale, oppure il mutamento di un testo in un brano vocale (il medievale contrafactum), oppure attraverso la libera ripresa di un materiale musicale inserito in tutto o in parte in una nuova composizione. In quest'ultimo significato la tecnica della parodia assume particolare importanza nella musica polifonica del Cinquecento, soprattutto nella messa. Si diceva infatti missa parodia una messa basata sulla libera elaborazione di un materiale preesistente (per esempio un mottetto, un madrigale, ecc.) dal quale essa prendeva il nome (per esempio la messa Quando lieta sperai di Palestrina sull'omonimo madrigale di C. de Rore).