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Trènto, Concìlio di-

assemblea della Chiesa cattolica che nella sua duplice iniziativa di controriforma e di rinnovamento organizzativo e ascetico ha caratterizzato il cattolicesimo moderno fino al Concilio Vaticano II. I suoi presupposti storici sono nella crisi di prestigio del Papato dei sec. XIV e XV (Avignone, scisma d'occidente, mondanità), negli abusi diffusi, nell'incertezza dottrinale, nel disagio d'individui e gruppi rispetto a istituzioni e usanze della Chiesa. Già in quei secoli e di fronte a tale situazione ci si era richiamati al concilio, ma l'appello a esso come a suprema istanza per la riforma degli abusi, che doveva essere decisivo, fu quello formulato da M. Lutero nel 1520, quale portavoce delle lagnanze della nazione tedesca, e più decisamente quando gli furono contestate opinioni eretiche e poi nella Dieta di Worms (1521). Il concilio appellato doveva essere libero, cioè senza interferenze papali; cristiano, fondato, quindi, esclusivamente sulla Bibbia e aperto pure ai laici; infine in terra tedesca, cioè fuori dall'influsso romano e italiano. Con l'intervento dell'imperatore Carlo V, il concilio diventava una grossa questione anche di politica internazionale, essendo riluttante il papa, contraria la Francia. Papa Clemente VII nella riconciliazione con Carlo V dopo il “sacco di Roma” includeva la promessa di convocare il concilio, ma con segrete riluttanze. Spettò pertanto a Paolo III il merito non solo di accogliere le sollecitazioni a convocare il concilio, ma di predisporne pure il programma precipuo di riforma mediante una commissione cardinalizia de emendanda ecclesia, che redasse un “parere” assai severo, di deciso influsso sul Tridentino. In accordo con Carlo V, il concilio veniva prima (1537) convocato a Mantova, feudo imperiale, trasferito subito a Vicenza, città veneta, ma senza efficacia. Così il concilio veniva riconvocato nel 1542 a Trento, principato ecclesiastico, geograficamente italiano, ma di pertinenza politicamente del Regno di Germania, ma solo nel dicembre 1545, previo un accordo politico-militare tra Paolo III e Carlo V, poteva qui aprirsi col quadruplice programma (bolla Laetare, 14 marzo): definire le dottrine da credere e condannare le novità ereticali; riformare gli abusi; reintegrare la unità della Chiesa riaccogliendo i dissidenti; organizzare una crociata contro i Turchi rifattisi più minacciosi. Il concilio aveva quali presidenti dei cardinali legati del papa, con un potere che non derivava quindi dall'assemblea ma dal pontefice: solo a essi spettava far proposte ed erano strettamente vincolati da Roma a cui tutto comunicavano, attendendo i pareri di teologi e canonisti di curia. Il lavoro vero e proprio era compiuto da due commissioni (congregazioni): l'una di “teologi minori”, esperti non vescovi e senza diritto di voto; l'altra di “teologi maggiori”, vescovi, con diritto di voto. Teologi e canonisti provenivano in genere dai grandi ordini dotti del Medioevo, ma c'erano anche gesuiti, teatini, cappuccini e ben vi rappresentavano filosofia e teologia dell'epoca (scotismo, tomismo, agostinismo, occamismo, umanesimo), nonché le differenti posizioni politico-ecclesiastiche (conciliarismo, episcopalismo, gallicanesimo, oltre l'assolutismo papale), dando luogo, tra l'altro, a un incontro tra la teologia del tardo Medioevo, da cui era mosso lo stesso Lutero, e l'Umanesimo. Le proposte, gli schemi di decreto redatti dai teologi minori, passavano all'esame della congregazione dei prelati, che, a loro volta, li rivedevano, sottoponendoli infine ai cardinali presidenti. Questi spesso, su suggerimento di Roma, li restituivano per modifiche alle due congregazioni. Così i testi arrivavano alla sessione dell'assemblea, dove venivano letti. Ne scaturiva un'approvazione definitiva, un'approvazione con riserva o una disapprovazione. Tanto nelle due congregazioni quanto nell'assemblea emersero posizioni assai in contrasto, quale riflesso d'“incertezza teologica” (J. Lortz), nonché di scontri personali, anche con vie di fatto. Oltre i teologi e i vescovi, erano presenti al concilio ambasciatori di re e principi, col compito di sorvegliare il concilio in vista dei loro interessi nazionali e di casata, con reciproco appoggio tra vescovi e principi. C'era inoltre un segretario del concilio che verbalizzava i dibattiti; non meno importante era il commissario del concilio, che doveva provvedere ai servizi logistici. Nel concilio pertanto si agitavano correnti e partiti con propri interessi: un partito curiale contrario a riforme; un partito imperiale che voleva, prima, le riforme degli abusi e solo dopo l'esame delle controversie dottrinali; un partito francese con tesi episcopaliane e l'intento politico di mantenere in crisi la Germania; partiti nazionali con solidarietà e tradizioni peculiari. Nel primo periodo (1545-47), i padri, 31 all'inizio, salirono a 60 nel 1546; mancavano assolutamente tedeschi e francesi. Per un compromesso tra tesi curiale e tesi imperiale furono prese in esame questioni di riforma e questioni di dottrina contemporaneamente. Per la situazione internazionale e le diffidenze tra Carlo V e Paolo III, col motivo ufficiale di un'epidemia, la maggioranza decise la traslazione a Bologna: contrari i prelati di obbedienza imperiale (tedeschi, spagnoli, napoletani), che rimasero invece a Trento. Così la fase bolognese (1547-48) vide presenti solo prelati italiani con qualche francese. Con Giulio III il concilio ritornò a Trento (1551-52), con qualche prelato tedesco in più, ma nessun francese. Fu in questo periodo che si ebbe la presenza, invero breve e non impegnata, di protestanti al concilio. Doveva passare un decennio di guerre e diffidenze, compresa l'avversione di un papa (Paolo IV), prima che il concilio venisse riconvocato da Pio IV, sotto la presidenza di grandi nomi della cultura (G. Seripando, S. Osio) e della politica (E. Gonzaga, G. Morone, C. Madruzzo). In questo terzo periodo (1562-63) le divergenze sulla natura dell'obbligo della residenza e sull'intitolazione dei decreti con la formula “quale rappresentante della Chiesa universale”, che contrapponevano i curiali, con gli italiani in maggioranza, a spagnoli, francesi, tedeschi, bloccarono l'assemblea fino a un accordo negoziato dal Morone con i prelati francesi, con l'imperatore Ferdinando I e Filippo II di Spagna sulla base di un vasto piano di riforma. La notizia d'una malattia grave del papa accelerò la chiusura dei lavori, facendo rinviare al pontefice il completamento delle riforme. Così nel dicembre 1563, alla presenza di 199 vescovi, 7 abati e 7 generali di ordini si chiudeva il concilio e nel gennaio 1564 i suoi decreti, con l'approvazione papale, diventavano legge canonica. I decreti tridentini, approvati dal concilio nelle sue 25 sessioni, ne costituiscono il significato storico. I decreti dottrinali intesero definire la dottrina di fede eliminando l'incertezza teologica menzionata, con l'occhio alle posizioni di Lutero, ma anche a quelle di H. Zwingli, degli anabattisti, di Calvino, degli antitrinitari. In ordine logico, preliminarmente, quali fonti della dottrina, furono confermate, non la “sola Bibbia”, ma pure la tradizione dei padri e venne dichiarata “autentica” la traduzione latina di San Girolamo, la “Volgata”; sul peccato originale fu respinto il pessimismo radicale di Lutero, che negava all'uomo per sua causa qualsiasi capacità etica. Coerentemente, circa la giustificazione, risultò riaffermata la sua natura intrinseca (santificazione) non meramente estrinseca (imputazione), la sua progressività con le opere meritorie, senza però certezza di elezione, ma solo fiducia. Furono quindi definiti i mezzi della giustificazione: i sacramenti nella loro natura, nelle loro peculiarità, nel loro numero, nei loro effetti, anche qui in polemica precipua con Lutero. In connessione con l'Eucarestia, fu confermata la presenza reale sotto le apparenze del pane e del vino e anche la sua celebrazione, la “messa”, come rinnovazione meritoria del sacrificio della Croce, concedendo provvisoriamente anche ai laici la comunione sotto le due specie. Nel sacramento della penitenza fu sanzionato sia il momento soggettivo (la contrizione) sia quello oggettivo istituzionale (confessione dei peccati e assoluzione sacerdotale). Riaffermata, in connessione, l'indulgenza contestata e la legittimità del culto dei santi, furono confermati pure l'ordine sacro e il matrimonio come sacramenti. Nessuna definizione si ebbe invece dell'autorità del papa, che ebbe però formulazione come pienezza di poteri di magistero e di giurisdizione nel catechismo romano detto del “Concilio Tridentino”, pubblicato in seguito da Pio V (1566). Nei decreti di riforma, in certo parallelismo con quelli dottrinali, fu proibita la lettura della Bibbia nelle lingue nazionali, ma furono istituiti “lettori di Sacra Scrittura” nelle chiese cattedrali. Fissate norme sulla predicazione, il suo controllo fu affidato ai vescovi, di cui venne riaffermata e irrobustita la giurisdizione. Fu imposta la residenza a parroci e vescovi; si riaffermò la stretta connessione tra beneficio e ufficio pastorale, per abolire o almeno ridurre il cumulo dei benefici. Per la formazione insieme culturale, professionale e ascetica del clero fu stabilita la creazione di seminari diocesani; fu ridisciplinato poi il matrimonio, invalidando i matrimoni clandestini. Ai monasteri femminili s'imposero le grate, oltre la clausura comune ai maschili. Quanto ai laici, la loro riforma, osteggiata dai principi, dovette limitarsi a una raccomandazione, senza concretizzarsi in un decreto, che imponesse il rispetto della giurisdizione ecclesiastica e del patrimonio della Chiesa. Venne sanzionato il controllo della stampa e il principio d'un elenco dei libri proibiti. Fu decisa la riforma del breviario per semplificarlo e uniformarlo a quello romano, la revisione del testo della Bibbia Volgata, la redazione di un “catechismo pei parroci”, affidandone la realizzazione al papa. Nell'attuazione dei decreti tridentini, si impegnarono le forze rimaste fedeli: innanzitutto i papi, attraverso la rete dei nunzi; i vescovi zelanti sull'esempio di un Carlo Borromeo, con l'ausilio dei vecchi ordini riformati e dei nuovi; in terzo luogo i principi cattolici che, pur dando appoggio alla riforma di clero e fedeli, elusero però i decreti che intaccavano il loro assolutismo e ottennero in contraccambio privilegi, sovvenzioni, appoggi dinastici, dando luogo a una controriforma politico-militare. Il Concilio Tridentino influenzò profondamente oltre la teologia, la vita e la letteratura ascetico-devota; le arti figurative esaltatrici di Madonna, santi, papato; le opere meritorie, il culto eucaristico; l'educazione fu affidata ai collegi (il Borromeo a Milano e il Ghislieri a Pavia); ne uscì però mortificata la libertà di pensiero e irrigidite le strutture sociali. Appunto gli elementi repressivi, “controriformistici” del Concilio Tridentino, e gli intenti da esso programmati e non realizzati costituiranno motivi di raccordo tra di esso e il Concilio Vaticano II, facendo emergere pareri e dibattiti già nel primo periodo 1962-63.

Bibliografia

H. Jedin, Riforma cattolica o Controriforma?, Brescia, 1957; G. Alberigo, I vescovi italiani al Concilio di Trento (1545-1547), Firenze, 1959; Autori Vari, Il Concilio tridentino. Prospettive storiografiche e problemi storici, Milano, 1965; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia, 1981.