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oratòrio (musica)

composizione per voci soliste, coro e orchestra, per lo più di argomento religioso o spirituale, eseguita senza far ricorso alle scene, ai costumi, a un qualsiasi elemento di rappresentazione teatrale. Le origini dell'oratorio vanno ricercate nell'ambiente romano tardo cinquecentesco, nell'evoluzione della lauda drammatica e del mottetto, e nell'affermazione, agli inizi del Seicento, del nuovo stile monodico. Nella seconda metà del Cinquecento, nell'ambiente romano intorno a San Filippo Neri (fondatore di due “oratori”, luoghi dove erano praticati esercizi di devozione che, accanto a prediche e preghiere, assegnavano una parte importante alla musica), Animuccia, Felice e Giovanni Francesco Anerio e altri collaboratori musicali del santo diedero vita a un genere di lauda dalla semplice scrittura polifonica, che in seguito assunse forma dialogica. Qui, e nel madrigale spirituale monodico è la radice dei primi oratori in volgare; contemporaneamente, l'evoluzione del mottetto fu all'origine dei primi oratori in latino (il cui testo era generalmente ricavato da citazioni bibliche con poche aggiunte e adattamenti), che trovarono una delle prime sedi presso l'arciconfraternita del Crocifisso a Roma. Nei testi di questa prima fase della storia dell'oratorio, caratteristica era la presenza di un historicus che raccontava l'azione. G. Carissimi (1605-1674) diede al nuovo genere il suggello di un altissimo livello artistico e fu un modello significativo anche fuori d'Italia, per esempio per il francese M. A. Charpentier. Nella successiva evoluzione la forma dell'oratorio si definì in una successione di recitativi, arie, duetti o terzetti, cori; notevole peso assunse nella seconda metà del Seicento anche la parte strumentale. Verso la fine del secolo, il genere di libretto più diffuso era legato assai più frequentemente a vite di santi che non alla Bibbia. Tra i molti compositori che a Venezia, Roma, Bologna (per citare i centri maggiori) scrissero oratori figurano Stradella, G. B. Bassani, M. Cazzati, G. B. Vitali; A. Scarlatti dominò il periodo a cavallo fra i sec. XVII e XVIII. Quasi tutti questi musicisti furono anche autori di opere, e di fatto l'oratorio tese in misura crescente a porsi come alternativa agli spettacoli operistici nel periodo quaresimale, incontrando un crescente successo. Questo processo di identificazione con l'opera, che si riflette anche nei libretti, fin dall'epoca in cui A. Spagna abolì lo “storico” dai suoi “melodrammi spirituali”, non fu però totale: rimasero nell'oratorio una più rilevante componente corale e una più lineare impostazione della vicenda. I maggiori operisti del Settecento napoletano furono autori anche di oratorio (Pergolesi, L. Leo, L. Vinci, G. De Majo, Jommelli, Porpora, Paisiello, Piccinni, Cimarosa; inoltre il veneziano Galuppi), mentre Zeno e Metastasio furono apprezzati autori di libretti di oratorio non meno che di melodrammi. In questo contesto, lontanissimo ormai dalla devota austerità delle origini, grande rilievo assumeva il virtuosismo vocale del “bel canto”, e i temi religiosi venivano affrontati con sensibilità aperta a ogni umana esperienza emotiva, volta alla pienezza dei sensi e dei sentimenti. Come l'opera, l'oratorio italiano ebbe larga fortuna anche fuori d'Italia, in particolare a Vienna, con Fux e Caldara, e a Dresda con Hasse. Oratori italiani scrisse anche il giovane Händel, che negli anni della piena maturità, in Inghilterra, diede al genere un'impronta di eccezionale originalità e grandezza. In Germania si svilupparono in lingua tedesca forme affini all'oratorio non specificamente legate a quello di tradizione italiana: le Historiae e le passioni di Schütz, e, soprattutto, di J. S. Bach. Ma in senso proprio l'oratorio tedesco fu coltivato da Telemann, Mattheson, C. Ph. E. Bach, Graun, e anch'esso conobbe un processo di desacralizzazione, approdando alla sala da concerto all'epoca dei due grandi oratori di Haydn, La creazione (1798) e Le stagioni (1801). Nell'Ottocento si ebbero contributi di Beethoven e Spohr; i recuperi händeliano-bachiani di Mendelssohn, che meritano particolare menzione, e anche due oratori profani di Schumann. Un caso a sé rappresenta il tentativo di restaurazione dell'oratorio in Italia (ove era gravemente decaduto dopo la fine del Settecento) da parte di L. Perosi, con un gusto eclettico che accoglie recuperi arcaicizzanti e inflessioni tardoromantiche e veriste. Per gli oratori di Liszt, o per quelli francesi di Berlioz, Franck, Saint-Saëns, Gounod, non è più possibile ricondursi a una specifica tradizione legata a un genere ben definito. Altrettanto si può dire a maggior ragione per gli oratori o le composizioni di carattere affine, religioso o profano, del Novecento. Tra gli autori di oratorio del sec. XX, si ricordano Schönberg, Hindemith, G. F. Malipiero, Britten, Martin, Honegger, Stravinskij.

Bibliografia

D. Alaleona, Storia dell'Oratorio musicale in Italia, Milano, 1945; F. Raugel, L'Oratorio, Parigi, 1948; C. Gasbarri, L'oratorio dei Filippini, Roma, 1957; L. Bianchi, I grandi dell'Oratorio, Milano, 1964; idem, Carissimi, Stradella, Scarlatti e l'Oratorio musicale, Roma, 1966; H. E. Smither, L'oratorio barocco, Milano, 1986.