Questo sito contribuisce alla audience di

ottomano, Impèro-

Guarda l'indice

Storia

Stato turco, formatosi nel tardo Medioevo in territorio bizantino e precisamente nell'Asia Minore di NW ed estesosi rapidamente in tutti i sensi sino a comprendere vaste regioni d'Asia (Mesopotamia, Siria e Palestina, Higiaz, ecc.), d'Africa (Egitto, Africa settentrionale) e d'Europa (Penisola Balcanica, Russia meridionale, ecc.). Tale Stato durò oltre sei secoli (ca. 1300-1922) e rappresentò nella storia europea e mediterranea un elemento d'importanza capitale, pur essendo considerato quasi sempre (e forse a torto) dagli Europei come qualcosa d'estraneo, soprattutto a causa della forte impronta musulmana. Originari, come tutti i Turchi, dell'Asia centrale, gli Ottomani (ossia “discendenti di ʽOsmān od ʽOthmān”: prima il nome designava la dinastia, più tardi il popolo) vennero probabilmente nell'Anatolia con l'invasione selgiuchide (sec. XI) e da quei sultani furono investiti della signoria di un territorio corrispondente in parte all'antica Bitinia. Le loro conquiste in paese cristiano furono rapide e durature: Brussa (1326), Nicomedia (1337), Gallipoli (1354), Adrianopoli (1361-62), Sofia (1386). Nel 1391 ebbe inizio l'attacco a Costantinopoli, ferma nella resistenza, ma ormai condannata. Il dominio ottomano si era intanto allargato a quasi tutta l'Anatolia: tutti i principi spodestati si allearono allora con Tamerlano, che stava creando un immenso impero mongolo, e lo spinsero contro il sultano ottomano Bāyazīd I, che nel 1402 fu battuto e catturato ad Ankara. Dalla grave crisi, che salvò momentaneamente Costantinopoli, gli Ottomani si risollevarono con Maometto I, che ridiede unità allo Stato (1413) e con suo figlio Murād II, che tornò ad assediare Costantinopoli ed estese i suoi domini verso la Grecia, l'Albania e l'Ungheria, sbaragliando una coalizione cristiana a Varna (1444). Nel 1453 il giovane sultano Maometto II s'impadronì dell'isolata Costantinopoli senza eccessiva difficoltà: da quel momento gli Ottomani poterono figurare come i realizzatori degli sforzi musulmani di tanti secoli. Con Maometto II Fātih (“il Conquistatore”) l'Impero ottomano si annetté la Grecia (Atene, 1456; Morea, 1460), l'Albania (1461), la porzione d'Anatolia non ancora sottomessa (1472), le colonie genovesi del Mar Nero (1475), e cercò di allungare i suoi tentacoli sino alla Penisola Italiana (incursione su Otranto, 1480). Con Bāyazīd II (1481-1512), l'Impero ottomano arrotondò i suoi confini meridionali a danno dei sultani mamelucchi di Siria e d'Egitto; con Selim I (1512-20) si allargò addirittura sino a comprendere Siria, Egitto e Arabia, superando i risultati dei Selgiuchidi che non avevano saputo creare uno Stato unitario. Penetrando profondamente nella vita dell'Occidente, l'Impero era riuscito a intrecciare qualche utile relazione commerciale, non già a promuovere scambi culturali: il Rinascimento europeo rimaneva lettera morta per uno Stato dall'anima religiosa e guerriera che ricusava quel tipo d'influenza. Le conquiste proseguirono con Solimano I (detto il Magnifico; 1520-66), che s'impossessò di Belgrado (1521), di Rodi (1522), di Buda (1529), di Baghdad (1534), di Tunisi e dell'Algeria (1534), delle Cicladi (1540), dello Yemen (1547), di Tripoli (1551); per mare la potenza turca teneva testa a Venezia e la costringeva a retrocedere, mentre per terra conteneva ogni tentativo di riscossa di Spagna e d'Austria. Al tempo di Selim II (1566-74), lo slancio espansionistico sembrò esaurito; gli Ottomani, battuti duramente a Lepanto (1571) , ripresero faticosamente il sopravvento. Ma negli anni successivi la decadenza parve accentuarsi. Si alternarono per circa un secolo vittorie e sconfitte: Baghdad fu perduta e ripresa; Creta venne occupata dopo una lunga guerra con Venezia; gli Ottomani approfittarono della debolezza asburgica per attaccare l'Austria e la stessa Vienna, ma furono definitivamente ricacciati nel 1683 dalle forze imperiali e dai polacchi di Sobieski. La decadenza , fino ad allora ben mascherata, divenne più visibile dalla fine del sec. XVIII in poi. I Turchi rinunciarono successivamente all'Ungheria e alla Transilvania (1699), cedendo ancora di fronte alla pressione austriaca (Pace di Passarowitz, 1718), per riprendere a Belgrado (1739) i territori perduti. Ma fu questo il loro ultimo successo anche perché, se l'Austria tentennava, la Russia incalzava vigorosamente. La preoccupazione per l'avanzata russa spinse in seguito le potenze occidentali a proteggere l'Impero Ottomano: la Questione d'Oriente divenne ben presto per l'Europa un problema scottante. L'ascesa della Russia verso una posizione di grande potenza segnò praticamente la fine del predominio ottomano nei Balcani; i due avversari erano di forza ineguale. I Russi, ancora nel sec. XVIII, avanzarono in Caucasia, entrarono in Bessarabia, in Moldavia, in Valacchia, conquistarono e fortificarono la Crimea (1783): i Turchi perdettero l'egemonia sul Mar Nero che le flotte russe percorrevano ormai liberamente. Nei frequenti conflitti, eserciti e flotte ottomani subirono dure sconfitte. L'impossibilità di reggere al confronto con le progredite nazioni europee divenne evidente agli occhi degli Ottomani più illuminati; anche qualche sultano come Selim III o Maḥmū'd II avvertì l'urgenza di rinnovare gli ordinamenti dello Stato; Maḥmū'd riuscì nel 1826 a eliminare il turbolento corpo dei giannizzeri. Si riorganizzò l'esercito secondo modelli europei; si tentarono le prime timide riforme. Il sultano ʽAbd ül-Meǧīd I emanò nel 1839 il hatt-i šerīf (nobile rescritto) con cui i sudditi erano dichiarati eguali dinanzi alla legge, mentre gli ordinamenti giudiziario e finanziario subirono radicali riforme. Tali riforme (tanẓīmāt) si realizzarono molto lentamente a causa dell'ostruzionismo degli ambienti più retrivi. Solo dopo la guerra di Crimea si notarono un vero progresso nell'istruzione dei sudditi dell'Impero e un ammodernamento reale dell'amministrazione. Nel 1876 si giunse addirittura alla Costituzione, largita dal sultano ʽAbd ül-Ḥamīd II, che però tornò presto al vecchio dispotismo. Solo nel 1908 un nuovo movimento, guidato dal Comitato d'Unione e Progresso, costrinse il vecchio sultano a rimettere in vigore la Costituzione. Frattanto l'Impero ottomano, che aveva resistito in qualche modo alla pressione delle grandi potenze, si sfaldava dinanzi a un nemico “interno”, il nazionalismo dei popoli balcanici, eccitato soprattutto dalla Russia. Di fronte a questo nemico, il cedimento fu pressoché totale: i Greci (1821-30), i Serbi (1804-78), i Romeni (1859-78), i Montenegrini (1851-78), i Bulgari (1876-1908), gli Albanesi (1878-1913), i Cretesi (1841-99), in seguito a insurrezioni locali o a guerre generali, ottennero l'indipendenza. Nel 1913 i domini ottomani in Europa furono ridotti alla porzione orientale della Tracia. Nel frattempo, anche la parte non europea dell'Impero ottomano aveva subito duri colpi. L'Egitto era diventato autonomo (1841), Libanesi, Armeni e Arabi si erano sollevati ripetutamente contro il regime ottomano, mentre la Francia, occupando Algeri (1830) e Tunisi (1881), e l'Italia, attestandosi in Libia e nel Dodecaneso (1912), avevano mutilato spietatamente il corpo malato dell'Impero. La prima guerra mondiale non fu fortunata per gli Ottomani che, alleandosi con gli Imperi centrali, rimasero travolti nel loro crollo. Persino l'Anatolia fu parzialmente occupata e presieduta dalle truppe dell'Intesa. Il Parlamento ottomano tentò coraggiosamente di salvare lo Stato (1920) proclamando l'unità indivisibile dei territori che lo componevano. Ma intanto Muṣṭafā Kemāl iniziava in Anatolia una “guerra di liberazione” e costituiva una nuova repubblica democratica turca (Turchia). Il sultanato ottomano, privo ormai di ogni autorità e di ogni funzione, scomparve il 1º novembre 1922, e pochi giorni più tardi l'ultimo sultano, Maometto VI, abbandonò il Paese su una nave britannica.

Religione

Principale caratteristica dell'Impero ottomano fu la sua impronta religiosa: gli Ottomani realizzarono in questo Impero la loro vocazione musulmana. Esso fu sentito e sviluppato in funzione dell'espansione dell'Islam nel mondo, ma soprattutto di fronte all'Europa cristiana: per questo il suo prestigio tra i seguaci dell'Islam fu sempre molto alto. La seconda caratteristica dell'Impero ottomano sta nella figura del sultano: monarca dispotico non fornito d'autorità spirituale, ma cosciente di un'elevata missione che gli proveniva dall'investitura accordatagli dagli alti funzionari dello Stato e specialmente dagli ʽulamā. Una terza caratteristica consiste nello spirito guerriero che faceva dell'Impero ottomano una forza perennemente protesa alla conquista, anche se i giannizzeri, nucleo principale delle sue milizie, non erano che cristiani islamizzati; il declinare di tale aggressività verso il sec. XVII e il prevalere dell'intrigo politico segnarono l'irrimediabile decadenza dell'Impero stesso. Una quarta caratteristica sta nel fatto che l'Impero ottomano era retto da una élite di politici e militari e da un'altra élite di giuristi e dottrinari: turca e musulmana quest'ultima, ma ex cristiana e straniera la prima. Nell'insieme, l'Impero ottomano rappresentò una forza viva e non infeconda nella storia del Mediterraneo e dell'Europa; ma il non essersi saputo rinnovare a tempo gli tolse la possibilità di sopravvivere all'età delle grandi rivoluzioni.

Arte

L'arte dei Turchi Ottomani, pur risentendo di influssi selgiuchidi, bizantini e di lontana ascendenza ellenistica, elaborò uno stile originale che si diffuse in maniera pressoché uniforme nel vasto Impero. L'aspetto più evidente delle moschee ottomane è l'abbandono della planimetria tradizionale per un impianto centrale, con atrio ad arcate, di tradizione bizantina; le sale di preghiera sono costituite da un ambiente quadrato, coperto da una grande cupola e preceduto da un portico a travate con cupolette, cui si affiancano ambienti adibiti ad aule, tribunali, biblioteche, ecc. Già presente nelle più antiche capitali (Bursa e İznik), questo schema trovò poi compiuta espressione nelle grandi moschee imperiali di İstanbul (tra cui quelle di Solimano, 1550; di Rustem Pascià, ca. 1561; di Aḥmed I, 1607-16) ed Edirne. Non mancano tuttavia moschee di tipo selgiuchide, con sala larga a navate parallele alla qibla, divise in travate a mezzo di pilastri, e coperte da cupole su pennacchi (per esempio Ulu Cami di Bursa, Eski Cami di Edirne, ecc.); altre conservano elementi di strutture cristiane, con un doppio portico corrispondente al doppio nartece delle chiese bizantine (per esempio Yesil Cami di İznik, Maḥmū'd Pascià di İstanbul, ecc.). Le grandi moschee di İstanbul si rifanno più direttamente all'impianto di S. Sofia (trasformata in tempio islamico), presentando una sala centrale coperta da una grande cupola, allargata da semicupole in corrispondenza della qibla e dello spazio a questa opposto, e con navate laterali anch'esse cupolate (moschee di Maometto II e di Bāyazīd II); tuttavia soltanto nelle opere del grande architetto Sinān, all'epoca di Solimano il Magnifico, venne uguagliato il capolavoro giustinianeo. Più tardi, soprattutto a İstanbul, vennero accolti anche schemi ed elementi decorativi europei, prima barocchi e poi rococò, che modificarono totalmente l'aspetto degli edifici, anche religiosi. Un elemento assai tipico delle moschee ottomane è il minareto, dalla canna cilindrica slanciatissima terminante con una punta “ad ago”, che, in numero di due, quattro e persino sei, serve da ornamento e da motivo equilibratore dell'intera massa muraria. L'intensa attività edilizia degli Ottomani si rivela anche dal gran numero di madāris (madrase), di tipologia selgiuchide, sparse in tutto il Paese; di imāret (ospizi per i poveri), di ospedali e di refettori pubblici annessi ai principali complessi religiosi. I türbe (mausolei) dei sovrani e dei loro familiari, dalla struttura anatolica consueta (base poligonale o cilindrica, con copertura piramidale o conica), fanno di solito parte di tali complessi e talvolta assumono proporzioni imponenti, come quello di Solimano, eretto da Sinān nel 1566. Le costruzioni civili e militari non sono meno numerose e comprendono bagni pubblici (hammān); stabilimenti termali; caravanserragli (ḥān) cittadini, contenenti botteghe e magazzini; fontane pubbliche monumentali, fortificazioni. Fra queste ultime sono da ricordare i castelli di Anadoluhisarıe di Rumelihisarı che furono eretti rispettivamente da Bāyazīd I (1395) e da Maometto II (1542) sulle rive del Bosforo, con la cinta di mura interrotta da grandi torri, di cui alcune coperte da tetti conici. I palazzi imperiali, di cui ci rimane il Nuovo Serraglio (Topkapi Saray) di İstanbul, ideato (1454-58) da Maometto II, ma ampliato in epoche successive, specie dopo l'incendio del sec. XVIII, erano formati da padiglioni, sparsi entro diversi cortili, con giardini alberati. La decorazione architettonica, dapprima ottenuta con pannelli di pietra, marmo e stucco, incisi con arabeschi floreali e geometrici, preferì, dal sec. XVI in poi, vivaci rivestimenti parietali in mattonelle di ceramica smaltata con fiori di vari colori rialzati con dorature. Tali ceramiche venivano prodotte dalle scuole di İznik e poi di Kütahya e solo nel sec. XVII vennero sostituite da dipinti e ornati rococò, di gusto occidentale. İznik, oltre alle mattonelle, produceva anche vasellame dipinto di gran pregio. Un posto importante nella decorazione di edifici, sia sacri sia profani, ebbero le lacche su legno, con motivi non di rado figurati. La pittura parietale e la miniatura ebbero grande sviluppo, specie nei sec. XV-XVIII, e vivaci scambi intercorsero tra gli artisti turchi e quelli occidentali (Gentile Bellini a İstanbul e il pittore Sinān a Venezia). La miniatura turca, sebbene risenta di tradizioni centro-asiatiche, ha caratteri di originalità e di grande rigore stilistico, con le vigorose personalità di Siyāh Qalem (Penna Nera) del sec. XV e di ʽOsmān Naqqaš del sec. XVI. Da ricordare anche le industrie di tessuti e di tappeti dai disegni e colori raffinati, le sculture lignee, i metalli lavorati, i vetri.

Bibliografia

Per la storia

Ph. Price, Storia della Turchia, Bologna, 1958; M. Yale, Il Vicino Oriente, Milano, 1962; L. Pietromarchi, Turchia vecchia e nuova, Milano, 1965; R. Rainero, Storia della Turchia, Milano, 1972.

Per l'arte

B. Unsal, Turkish-Islamic Architecture in Seljuk and Ottoman Times, Londra, 1959; K. Otto Dorn, Türkische Keramik, Ankara, 1960; idem, Islam, Milano, 1964; U. Vogt-Goknil, Architettura ottomana, Milano, 1965; C. Goodwin, A History of the Ottoman Architecture, Londra, 1971; U. Scerrato, Islam, Milano, 1972; M. M. Cerasi, La città del Levante. Civiltà urbana e architettura sotto gli ottomani, Milano, 1988.