Turchìa

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(Türkiye Cumhuriyeti). Stato dell'Asia sudoccidentale e, in esigua porzione (3%) dell'Europa sudorientale (783.562 km²). Capitale: Ankara. Divisione amministrativa: province (73). Popolazione: 71.517.000 ab. (stima 2008). Lingua: turco (ufficiale) con minoranze di arabo, armeno, curdo, greco. Religione: musulmani 99,8%, altri 0,2%. Dal 1928 (anno in cui furono anche ufficialmente adottati i caratteri latini in luogo di quelli arabi) l'islamismo non è più religione di Stato. Unità monetaria: nuova lira turca (100 kurus). Indice di sviluppo umano: 0,798 (76° posto). Confini: Mar Nero (N), Mediterraneo (SW), Mar Egeo (W): per la parte asiatica (Asia Minore): Repubblica di Armenia (E), Georgia e Iran (NE), Iraq e Siria (SE); per la parte europea: Grecia (W), Bulgaria (N). Membro di: Consiglio d'Europa, EBRD, NATO, OCDE, OCI, ONU, OCSE e WTO.

Generalità

Le due parti che compongono il Paese, quella asiatica e quella europea, sono separate dal Bosforo, dal Mare di Marmara e dallo Stretto dei Dardanelli. Nata nel 1923 come repubblica dallo sfaldamento dell'Impero ottomano sotto l'impulso delle forze nazionaliste guidate da Kemâl Atatürk, la Turchia moderna è un'unità politica fortemente marcata di volontarismo, anche se basata su una precisa identificazione etnica e geografica. Atatürk (“padre dei turchi”) fece leva infatti sull'orgoglio della nazione turca, ancora vivo nell'Asia Minore; mitigò poi i legami con l'Islam, richiamandosi ai valori del modernismo europeo. In questo modo allentò i suoi legami con i vicini Paesi asiatici, delineando un proprio e autonomo atteggiamento culturale e politico. La Turchia dovette gestire una difficile eredità perché l'Impero ottomano, tanto vasto quanto etnicamente eterogeneo, si era mostrato conservatore rispetto ai cambiamenti storici e aveva esaltato la componente islamica a scapito dello sviluppo culturale, sociale ed economico. Per innovare e svecchiare il Paese, dargli vigore e assegnargli un nuovo ruolo geopolitico, il nazionalismo kemalista avviò una pulizia etnica, dai tratti a volte brutali, delle minoranze ritenute estranee: così armeni e curdi, oltre ai greci che ancora in gran numero abitavano la Turchia occidentale, furono discriminati, perseguitati o costretti all'esilio. Al tempo stesso, in base agli accordi tra le potenze europee, i confini ricevettero un disegno più omogeneo, più unitario e compatto: oltre all'Asia Minore, matrice storica e geografica della Repubblica turca, sono state inglobate a E una vasta sezione dell'Armenia e una parte del Kurdistan e, verso la Siria, l'ex sangiaccato di Alessandretta (l'attuale İskenderun); in Europa la Repubblica ha mantenuto l'apice estremo del continente (la Tracia orientale) culminante a İstanbul, l'antica capitale, residuo dell'espansione ottomana nella Penisola Balcanica. Altra azione di “ringiovanimento” e di rottura con il passato ottomano è stato il trasferimento della capitale politica da İstanbul ad Ankara, una località sino ad allora poco importante ma strategicamente collocata nel centro del Paese. Le trasformazioni e l'innovazione del Paese hanno comportato anche l'adozione di una Costituzione democratica di tipo occidentale. Tuttavia il progetto di diventare uno Stato moderno si è realizzato solo in parte. L'eredità islamica e asiatica non è stata completamente cancellata e ha ripreso, dopo Atatürk, il suo ruolo spontaneo nella vita interna del Paese. In particolare dopo il 1991, venute meno le strutture di controllo socioeconomico sovietiche, che assicuravano comunque una certa stabilità politica, l'area del Caucaso è stata investita da tensioni, conflitti e scontri a sfondo separatista, religioso o etnico. Le crisi, manifestatesi inizialmente nel Caucaso meridionale, spinsero la Turchia a svolgere un ruolo di moderazione tra le parti e a caldeggiare il mantenimento dello status quo. I suoi rapporti con l'UE, pur con momenti di maggiore incertezza, sono ormai consolidati e i partenariati con i vari Paesi dell'Unione si moltiplicano, soprattutto nel quadro della cooperazione euromediterranea. I colloqui per un'eventuale adesione della Turchia all'UE sono iniziati il 3 ottobre 2005. La politica moderata della Turchia, il suo stretto legame con l'Occidente e il suo laicismo hanno inoltre esposto il Paese agli attacchi dell'integralismo islamico (attentati di İstanbul, novembre 2003).

Lo Stato

Dal 29 ottobre 1923 la Turchia è una repubblica unitaria di tipo parlamentare. Un colpo di stato dell'esercito portò nel 1960 alla destituzione del primo ministro Adnan Menderes e all'adozione di una nuova Costituzione (1961). Con un ulteriore colpo di stato del settembre 1980 veniva abrogata la Costituzione e introdotta una nuova Carta costituzionale, modificata, poi con il referendum del 2010 (riduzione poteri dei militari sul governo, aumento dei giudici della Corte costituzionale e del Consiglio supremo, introduzione del diritto di sciopero per i dipendenti pubblici e rafforzamento delle norme sulla privacy.); inoltre la Grande assemblea nazionale, bicamerale, cui spettava la funzione legislativa, era sostituita dal Consiglio di sicurezza nazionale. Nell'ottobre 1981 veniva formata un'Assemblea consultiva per stilare una nuova Costituzione e per preparare la via a un ritorno al regime parlamentare. Il progetto di Costituzione fu approvato dall'Assemblea consultiva nel settembre 1982 e successivamente per referendum nel novembre dello stesso anno. Essa prevede un organo legislativo unicamerale, l'Assemblea nazionale, formata da 450 deputati eletti per 5 anni, cui spetta il compito di eleggere il presidente della repubblica. Il capo dello Stato ha un mandato settennale; egli provvede alla nomina del primo ministro cui compete, insieme al Consiglio dei ministri, l'esercizio del potere esecutivo. La Turchia ha richiesto di poter entrate nell'UE, ma nonostante abbia ricevuto lo status di Paese candidato, deve però risolvere concretamente una serie di problemi quali: il rispetto dei diritti umani, la tutela delle minoranze e le garanzie per le libertà sia individuali sia collettive. Essa deve inoltre chiarire il suo ruolo nella crisi di Cipro che oppone l'etnia greca a quella turca e che ha portato alla creazione di due Stati contrapposti e tra loro ostili. Dal 9 febbraio 2000 il PKK (Partito Comunista Curdo) ha deciso di abbandonare la strada della lotta armata contro il governo turco in favore di un processo di pacificazione. Purtroppo nel SE del Paese scontri tra guerriglieri curdi ed esercito regolare continuano a provocare numerose vittime. Dall'agosto del 2002 non è più in vigore la pena di morte. L'ordinamento giudiziario è basato su una combinazione di diversi sistemi giuridici europei (italiano e svizzero) ed è in fase di revisione progressiva per rispondere agli standard di qualità e di efficienza richiesti dall'UE. La legislazione in materia di diritto civile e penale è stata profondamente modificata nel maggio 2005. A quella data sono state abrogate norme repressive della libertà di stampa e dei diritti individuali e si sono introdotte leggi per una migliore tutela di donne e minori. La Corte per la sicurezza dello Stato, organo supremo della Turchia, con la riforma costituzionale del 1999 è diventata completamente civile senza più la presenza di giudici militari. La Turchia è pienamente inserita nel sistema difensivo della NATO, sin dal 1952, vista la sua posizione geopolitica a ridosso di aree “calde”, quali quelle degli Stati postsovietici e del Medio Oriente. Essa dispone di un esercito ben attrezzato, di un'aviazione moderna e di un'efficiente marina da guerra. Ciò dipende dal fatto che il Paese destina una parte significativa del proprio PIL alle spese militari (4,9% nel 2003, dato superiore alla media dei Paesi della NATO). Il servizio militare di leva è obbligatorio e dura 18 mesi. Scarsamente sostenuta fino all'avvento della Repubblica (1923), l'istruzione è stata modernizzata attraverso una riforma dell'ordinamento scolastico, alla quale contribuì notevolmente l'esercito, preoccupato di insegnare a leggere e a scrivere ai giovani durante il servizio di leva. Questi ultimi, rientrati poi nella vita civile potevano svolgere l'attività di maestri nelle zone rurali e in quelle meno accessibili del Paese, contribuendo in tal modo alla creazione di una rete capillare di scuole elementari. Le spese per il sistema educativo continuano tuttavia a restare inferiori a quelle della media europea. La scuola primaria, obbligatoria e gratuita, ha la durata di cinque anni (dai 7 ai 12 anni) nelle città, di soli tre anni nei centri rurali. Il programma d'insegnamento, pur essendo comune a tutto il territorio nazionale, viene adattato alle diverse esigenze locali. L'istruzione secondaria viene impartita nelle scuole medie, di durata triennale, e nei licei, anch'essi triennali, che consentono l'accesso agli istituti superiori e all'università. La scuola media fornisce sia un'istruzione di tipo generale e scientifico sia una formazione di tipo professionale che consente ai giovani di accedere al mondo del lavoro. Il liceo prepara i giovani agli studi superiori. Scuole professionali, con sezioni di arti, agricoltura e commercio, della durata di 3-5 anni, e scuole tecniche, commerciali e industriali, della durata di 3 anni, provvedono alla formazione tecnico-professionale. L'istruzione superiore si svolge nelle 53 università statali e nelle 19 private: oltre ai corsi in turco ve ne sono anche alcuni tenuti totalmente o parzialmente in lingua inglese. La percentuale di analfabeti è valutata intorno all'11,3% (2007).

Territorio: morfologia

A parte la Tracia, esigua porzione (23.764 km²) della Penisola Balcanica, di cui rappresenta l'estrema punta sudorientale e che costituisce un bacino depresso di origine tettonica, chiuso tra i rilievi, d'antica età e sottoposti a lunghi processi erosivi, degli Yıldız dağları (1030 m) a N e dei Ganos dağları (945 m) a S, la Turchia forma una vasta appendice peninsulare dell'Asia: da qui il nome, usato largamente un tempo, di Asia Minore, che in pratica coincide con quello di Anatolia, “terra di levante” per i greci, e termine oggi in genere più comune. Il territorio è strutturalmente la continuazione del sistema dinarico attraverso gli arcipelaghi dell'Egeo, parti emerse di una zolla antica (Egeide), che riappare appunto nell'Anatolia. Questo territorio è al tempo stesso giovane e antico: è antico nell'altopiano centrale ed è giovane nelle due catene montuose che la orlano ai lati sviluppandosi nella direzione dei paralleli, cioè il Tauro a S, i Monti del Ponto a N. I due allineamenti montuosi periferici sono sorti nel Cenozoico, nell'ambito degli importanti movimenti orogenetici che più a E interessano il Caucaso, l'Elbrus e lo Zagros, mentre l'altopiano è un'antica zolla sollevata, interessata da fratture e deformazioni, ma sostanzialmente rimasta rigida tra i due corrugamenti laterali. Morfologicamente si tratta di un penepiano di rocce paleozoiche e prepaleozoiche, metamorfiche, talora affioranti in superficie. Alcune dorsali e depressioni ne rompono la monotonia del paesaggio. Le depressioni del penepiano sono ricolme di sedimenti cenozoici e coltri più recenti d'origine lacustre e alluvionale. Verso W l'altopiano degrada verso il Mar Egeo con una serie di vallate sovrastate da massicci granitici e vulcanici come l'Uludağ, l'Akdağ e il Bozdağ, che superano i 2000 m d'altezza. Queste vallate danno luogo alle sinuose articolazioni della costa egea, costituita da una serie di promontori e rientranze (golfi di Edremit, Smirne, Mandalya ecc.) tra cui si frappongono varie espansioni deltizie, come quelle del Gediz e del Meandro (in turco Büyük Menderes). Delle due catene che sui due lati meridionale (o mediterraneo) e settentrionale (o pontico, nome questo che deriva dalla denominazione latina del Mar Nero, cioè Pontus Euxinus) orlano l'Anatolia, la più imponente e massiccia è quella meridionale, il Tauro, posto a un'altezza media di 2000 m. La sezione più elevata di tale allineamento montuoso è quella centrale, che tocca i 3585 m nei Bolkar dağları e i 3726 m negli Ala dağları. Il rilievo taurico ha una struttura complessa, molto fagliata, con blocchi di rocce sedimentarie che sormontano formazioni paleozoiche metamorfiche e cristalline. La catena è povera di varchi (l'unico agevole sono le Porte di Cilicia o Passo Gülek, a 1050 m, tra i Bolkar dağları e gli Ala dağları, tradizionale, storico passaggio verso la Siria) e sovrasta la costa mediterranea, determinandone il profilo e il carattere litorale, in genere ripido e roccioso; solo in corrispondenza dei golfi di Adalia (Antalya) e Alessandretta (İskenderun) gli apporti di materiali sedimentari dei vari fiumi che vi sfociano hanno creato le piane costiere della Panfilia, sul golfo di Adalia (Antalya), e di Adana, su quello di İskenderun. Il Tauro continua verso E con duplice allineamento (Tauro Orientale Esterno e Tauro Orientale Interno), inarcandosi a N delle pianure della Siria settentrionale e della Mesopotamia. L'allineamento montuoso del Ponto o settentrionale, al quale si connette la formazione degli stretti (Bosforo e Dardanelli) che collegando il Mar Nero con l'Egeo, è più discontinuo. Questo allineamento montuoso costituisce un unico elemento tettonico ed è separato dall'altopiano anatolico da una linea di faglia cui vanno ricondotti i frequenti e disastrosi terremoti della regione e che causano un ringiovanimento in atto del rilievo. I Monti del Ponto si presentano come una successione di catene (Köroğlu dağları, Doğu Karadeniz dağları ecc.) separate da qualche varco ben marcato, come quello del Kızılırmak, attraverso il quale il bacino fluviale sbocca nel Mar Nero. Questa catena si eleva e diventa un imponente baluardo montagnoso nella sezione più orientale, dove essa supera in più punti i 3000 m (massima vetta è il Kaçkar daği, 3937 m), sovrastando da vicino la costa del Mar Nero. Nella parte orientale, inoltre, alla catena principale si affiancano verso l'interno numerosi allineamenti montuosi secondari che si affiancano a quelli provenienti dal Tauro Orientale, a formare una regione elevata, ad acrocoro (è situata a un'altitudine media di 1800 m), che storicamente corrisponde all'Armenia. È questa una regione tettonicamente e morfologicamente assai movimentata, un nodo orografico e geografico all'incontro fra l'Anatolia e l'Asia vera e propria. La regione è percorsa da una serie di catene pressoché parallele tra loro, che superano i 3000 m (Bingöl dağları, 3250 m), separate da valli e da depressioni anche ampie, come quella che ospita, a 1646 m di quota, il lago di Van. Ai margini di tali depressioni sorgono imponenti edifici vulcanici attestanti, ancora una volta, le forti opposizioni strutturali del territorio e le linee di tensione orogenetiche; i più imponenti sono il Süphan daği (4434 m), presso la sponda settentrionale del lago di Van, e più a N, a dominio della valle dell'Aras, il Büyük Ağrı dağı, il celebre monte Ararat, la più alta cima della Turchia e una delle più imponenti dell'Asia occidentale, culminante a 5165 m con un vasto ripiano craterico ricoperto da ghiacci. La tettonica estremamente tormentata e la forte vulcanicità fanno sì che questa sia anche una delle zone di più intensa sismicità del continente, com'è attestato da terremoti a volte anche di ampia portata, che possono, non di rado, causare migliaia di vittime. Oltre a quelli armeni, vari altri edifici vulcanici sovrastano l'altopiano anatolico, quali il già citato Uludağ (2543 m), non lontano dal Mare di Marmara, e l'Erciyas dağı, l'Argeo degli antichi, poderoso rilievo (3916 m) tra le alte valli dei fiumi Kızılırmak e Seyhan. Infine fortemente montuosa è anche la sezione turca del Kurdistan, che corrisponde all'estremo lembo sudorientale del Paese. Strutturalmente assimilabile al Tauro Orientale Esterno e al sistema dello Zagros (che interessa soprattutto l'Iran), esso comprende una serie di massicci spesso di morfologia alpina, rude e impervia, che toccano i 4168 m nel Cilo daği.

Territorio: idrografia

La rete idrografica in territorio turco è relativamente povera; mancano fiumi di un certo rilievo per lunghezza e ampiezza di bacino, se si pensa all'estensione del Paese. Ciò dipende sia dalla povertà delle precipitazioni sia dalla presenza dei numerosi bacini d'origine tettonica – elementi assai importanti della geografia turca – cui si deve l'idrografia chiusa, a carattere endoreico, dell'Anatolia. Le aree endoreiche ricoprono ca. un quinto dell'altopiano e si estendono in prevalenza nella parte centromeridionale, dove la compatta catena del Tauro si oppone al libero drenaggio delle acque verso il Mar Mediterraneo. Vi si trovano bacini lacustri anche piuttosto vasti, come il lago Tuz (Tuz Golü), con 1642 km², e, tutti vicini tra di loro, quelli di Beysehir, Eğridir e Aksehir; altri occupavano un tempo ampie aree della piana di Konya, ormai bonificata. Il più vasto però, il lago di Van (3738 km²), corrisponde come si è detto a una depressione dell'acrocoro armeno. Molti bacini lacustri sono salati; in particolare il lago Tuz, profondo appena qualche metro, raggiunge una delle concentrazioni saline più alte del mondo. Dell'altopiano anatolico, soltanto la sezione centrosettentrionale comunica abbastanza agevolmente col mare, malgrado la presenza dei Monti del Ponto: i maggiori tributari del Mar Nero sono il Kızılırmak, il più importante corso d'acqua che scorre interamente in territorio turco (1182 km), e il Sakarya (824 km). Sul lato meridionale, taurico, una notevole estensione hanno solo i bacini del Ceyhan e del parallelo Seyhan, che penetrano abbastanza profondamente nell'altopiano. Le acque dell'acrocoro armeno e del Tauro Orientale sono raccolte dall'Eufrate che, attraverso varchi difficili e un percorso sinuoso, scende alle pianure siromesopotamiche, dal Tigri (che scorre per un breve tratto in Turchia prima di entrare in Iraq) e dall'Aras, che scorre in senso opposto all'Eufrate e sfocia nel Mar Caspio. Gli altri fiumi sono piuttosto brevi e il loro corso si svolge lungo le scarpate esterne dei rilievi che chiudono l'altopiano: discreto sviluppo hanno quelli egei data la conformazione distesa del versante occidentale dell'altopiano, solcato da lunghe vallate: i principali sono quelli già menzionati, cioè il Meandro, il Gediz e il Bakır.

Territorio: clima

Il territorio turco rientra globalmente nelle aree a clima temperato caldo, però con notevoli differenziazioni tra le fasce costiere e le aree interne. Così per esempio sull'altopiano, situato ad altitudini relativamente elevate e povero di precipitazioni, si ha un clima più continentale, che in taluni punti assume persino i caratteri del clima desertico freddo, come nella piana di Konya. Sui bordi marittimi del Paese invece si ritrovano caratteri climatici mediterranei che, secondo l'esposizione e l'altitudine, sono temperati caldi o temperati freddi. La ragione di climi così eterogenei dipende essenzialmente dalla conformazione del territorio, con il suo altopiano orlato da catene montuose, ostacoli al cammino delle masse d'aria che lo investono fondamentalmente da NE, NW e S. Alle masse d'aria umida d'origine atlantica o mediterranea, provenienti cioè da NW o da W, si devono le maggiori precipitazioni, che cadono principalmente d'inverno, quando si attenuano gli influssi dell'anticiclone estivo che staziona sul Mediterraneo. Un'azione determinante esercitano anche le masse d'aria provenienti da NE, cioè dagli spazi continentali eurasiatici. Tali masse, per la loro provenienza, sono fredde e secche. Il Paese può esser suddiviso in quattro macroaree climatiche: mediterranea, continentale, pontica e della Turchia europea. L'area mediterranea, con estati calde e inverni miti (media di gennaio 10 ºC), comprende le fasce costiere occidentali e meridionali, con tratti di marcata subtropicalità sul lato meridionale dove, nonostante l'azione mitigatrice del mare, si registrano temperature medie estive piuttosto elevate (ad Adana 28 ºC in luglio); le precipitazioni sono relativamente abbondanti, in media con 500-700 mm annui, e cadono in prevalenza nei mesi autunnali e invernali. L'altopiano anatolico manifesta le specificità del clima continentale perché si registrano escursioni termiche elevate, inverni rigidi e relativamente piovosi (500 mm annui di precipitazioni che però scendono a meno di 300 nella piana di Konya). Tale area continua, con aspetti climatici sempre più rudi (forti escursioni termiche, medie assai basse, notevoli precipitazioni nevose), nelle sezioni orientali più elevate: a Erzurum la media di gennaio è di –10 ºC. Caratteri particolari manifesta l'area del Ponto: sul litorale del Mar Nero il clima è mite, caratterizzato da buone precipitazioni (2000 mm e oltre nei versanti meglio irrorati), regolarmente distribuite nell'arco annuale; le temperature medie sono però considerevolmente più basse che nelle altre zone marittime del Paese, dovute sia alle estati non eccessivamente calde, sia agli inverni piuttosto freschi (media di gennaio 6 ºC). La Turchia europea rappresenta infine una macroarea climatica di transizione tra il clima mediterraneo e quello continentale.

Territorio: geografia umana

L'uomo ha popolato l'Asia Minore in epoche antiche ma è nel cosiddetto Calcolitico (o Eneolitico) che esso ha trovato in questa terra una sua sede ideale. Molte delle invenzioni culturali che hanno posto le basi dell'urbanesimo sono avvenute infatti in territorio turco; la vicinanza alla Mesopotamia ha ravvivato la civiltà neolitica e la scoperta del rame nell'altopiano è stata alla base delle culture preindeuropee fiorite in Asia Minore e documentate in numerose aree archeologiche. Di importanza fondamentale fu l'avvento degli Ittiti, il cui mondo, dai tratti tipicamente asiatici, si scontra inevitabilmente con l'espansione delle popolazioni egee verso E. Tale espansione, iniziata con gli Achei che distrussero la celebre Troia omerica, investi progressivamente l'Anatolia che si lasciò allora permeare dal mondo mediterraneo, dando avvio a una “occidentalizzazione” proseguita sotto i greci e durante la dominazione romana. Il successivo Impero bizantino, ultima difesa dell'Occidente contro l'irrompere delle culture asiatiche, preludeva però a una fase nuova, di rottura con il passato perché attraverso le antiche vie carovaniere tra Oriente e Occidente, gli influssi del complesso mondo dell'Asia centrale arrivarono fin sulle rive mediterranee. Ciò avvenne nel sec. XI con l'arrivo dei Turchi Selgiuchidi e con le successive ondate di popolazioni dell'Asia centrale che determinarono nuovi paesaggi culturali, e introdussero nuove realtà politiche e sociali nel Paese. La cultura turca tuttavia non rimase chiusa nei suoi valori, ma fu aperta e sensibile, oltre che all'Islam, all'eredità greca e occidentale. Tutti questi influssi sono stati rielaborati in forme originali che si possono scorgere non solo nella mirabile İstanbul ma anche in città minori come Bursa o Konya, arricchite da una cultura multiforme in tutti i campi, nell'arte, nella letteratura, nell'economia. L'Impero ottomano visse a lungo sulle conquiste dei sec. XVI e XVII quando, sotto la spinta universalistica islamica, si espanse in numerose direzioni. Nelle mire espansionistiche di quei secoli stanno però anche le ragioni della debolezza ottomana. La decadenza si manifestò apertamente durante le rivoluzioni industrialiche si avviarono in Europa e che non coinvolsero l'Impero ottomano. In questo modo le aree balcaniche sottoposte al dominio ottomano e la stessa Turchia rimasero più arretrate. Il Paese entrava così nel sec. XX con tutto il peso negativo delle sue arcaiche strutture produttive. In realtà alcune riforme ottomane cercarono, già nel sec. XVIII, di stabilizzare i nomadi assegnando loro terre ricavate dai latifondi dello Stato, dalla manomorta e dai bey locali. Sono così sorti numerosi villaggi, in zone peraltro povere, dove è solo possibile una cerealicoltura di sussistenza. A una povertà di sviluppo delle campagne è corrisposta quella delle città, con l'unica eccezione di İstanbul, la cui importanza non è mai venuta meno nel tempo. Il Paese era debole anche demograficamente: in età ottomana la mortalità infantile era dell'80%, la crescita della popolazione era lenta e ancora nel 1927 i turchi erano appena 13,6 milioni. Gli impulsi economici conseguenti alla “rivoluzione” di Atatürk sortirono in breve tempo i loro effetti, anche se si ebbe l'esodo dei greci (oltre 1,2 milioni) verso l'Egeo e la Macedonia a causa della politica di pulizia etnica perseguita dalla neonata repubblica turca. Già nel 1915, durante la prima guerra mondiale, l'Impero Ottomano aveva avviato forme di pulizia etnica con la repressione della minoranza armena che condannò alla deportazione e alla morte ca. 1,3 milioni di individui. In quegli anni si ebbe anche il rientro di ca. 600.000 turchi estromessi a loro volta dalla Grecia. A esso seguì, nel 1950, quello di altri 250.000 turchi estromessi dalla Bulgaria (i cosiddetti Pomachi), che si stabilirono in gran parte nella piana di Konya. La minoranza curda, insediata nei territori al confine con Iraq e Iran, è ricorsa a una crescente emigrazione per sottrarsi alla forte e costante repressione attuata dall'esercito regolare. Unico diritto riconosciuto ai curdi è la possibilità di parlare la loro lingua in privato tra loro (1991). Etnicamente ripartito tra turchi 65,1%, curdi 18,9%, arabi 1,8%, azerbaigiani (azeri) 1%, yoruk 1%, altri 12,2%, il Paese è sovrappopolato rispetto alle sue attuali possibilità economiche e questo spiega in parte la massiccia corrente migratoria di manodopera verso l'Europa ricca, in particolare verso la Germania, e i Paesi arabi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Libia). Importanti sono anche le migrazioni interne, sia quelle stagionali di manodopera sia quelle definitive verso i centri urbani, che accolgono il 70,5% (2007) della popolazione turca. La densità di popolazione (91 ab./km²) cela forti diseguaglianze distributive tra le grandi città Ankara e İstanbul, certe zone del Ponto e altre egee e mediterranee (per la presenza di buone aree agricole e di attivi porti marittimi). Il villaggio di piccole e semplici costruzioni, raccolto tra i pioppi, dominato dal minareto, ravvivato d'estate dal lavoro arcaico della trebbiatura svolta ancora con il primordiale döven (il tribulum d'età romana), è la forma d'insediamento più diffusa. Nei suoi caratteri formali e organizzativi esso rivela una condizione agricola povera, tradizionalmente carente, fondata su generi di vita secolari, di autoconsumo. I villaggi gravitano verso città di medie dimensioni, centri di mercato, antiche residenze dei bey ottomani diventate oggi sedi della piccola emergente borghesia di provincia. Queste cittadine, dove si trovano anche diverse moschee e minareti, sono oggi dotate di servizi moderni, ma dipendono a loro volta da centri maggiori, per lo più di origine antica. Nel quadro delle gerarchie urbane vi sono però città il cui ruolo supera largamente i limiti provinciali, coordinando spazi maggiori o economicamente più attivi: si tratta in primo luogo di centri costieri, portuali, poi di città dell'altopiano con funzioni nodali nella rete delle comunicazioni. Vertice dell'organizzazione territoriale e della rete urbana della Turchia è İstanbul, la cui storia e la cui immutata importanza nel tempo si spiegano con il suo ruolo di mediazione tra Turchia asiatica e Turchia europea, più globalmente tra Asia ed Europa. La parte più europea e dinamica del Paese trova il suo specchio in questa città, che non è solo storicamente prestigiosa – fu l'antica Bisanzio e poi la celeberrima Costantinopoli –, ma anche impareggiabile e unica per i suoi monumenti che si specchiano sull'animato Bosforo e sul Corno d'Oro. İstanbul è un centro vivace per commerci e industrie, con una borghesia capace e intraprendente, un attivismo di marca occidentale. Intorno a essa si raccoglie la maggior parte delle industrie turche e il suo dinamismo – espresso anche dal porto, massimo sbocco marittimo del Paese – si trasmette a tutta una vasta città-regione che supera ampiamente il Bosforo. La città è anche la sede della principale borsa valori della Turchia. Allontanandosi dall'area metropolitana di İstanbul molte cose cambiano: il paesaggio si semplifica, la presenza umana si dirada, il ritmo di vita rallenta e assume connotazioni nettamente asiatiche. Il secondo centro del Paese è Ankara che ha visto crescere progressivamente la sua importanza e la sua forza gravitazionale. La città è capitale dal 1923 ed è stata scelta proprio per la sua posizione centrale, per sostenere l'Anatolia e per simboleggiare un radicale cambiamento nella vita del Paese. Ankara ha assolto solo in parte a tali funzioni, e ha dimostrato una certa passività, propria delle capitali artificialmente create. Essa è comunque diventata un nuovo, fondamentale polo di attrazione economica e demografica, in quanto sede politica. È indubbio che esista una certa rivalità tra Ankara e İstanbul, riflesso indiretto di quella tra le due Turchie che ancora coesistono, quella asiatica, rurale e conservatrice, e quella europea, progressista, della crescente, disincantata borghesia. Il terzo polo per importanza è Smirne (İzmir), città portuale sulla quale converge tutta la sezione egea del Paese. Raccolta sul fondo del golfo omonimo, con i moderni edifici estesi sul lungomare, gli antichi, pittoreschi quartieri in posizione dominante, Smirne è città di vivaci tradizioni commerciali e sede di molteplici attività industriali (tessili, cantieristiche, petrolchimiche ecc.). Altre città portuali sul Mediterraneo sono Mersin (o Içel), sbocco naturale della Cilicia e della regione del Tauro centrorientale, e İskenderun, al fondo del golfo omonimo, ai limiti di una piana ben coltivata; sul Mare di Marmara si affaccia İzmit, che è una delle città più industriali della Turchia; sulla costa del Mar Nero sono Samsun, porto assai attivo grazie ai buoni collegamenti stradali e ferroviari con l'interno dell'altopiano, mentre oggi più sfavorita è Trebisonda (Trabzon) che pure fu la più importante colonia greca sul litorale pontico e ancor più fiorente in epoca medievale, quando una carovaniera di intenso traffico la univa alla Persia. Tra le città più popolose è Adana, nella fertile pianura del Seyhan, a breve distanza dal mare; è una città “nuova”, sviluppatasi con la valorizzazione cotoniera della regione: nel 1955 contava 177.000 ab., nel 2000 1.133.028 ab. Città importanti dell'interno, di antica origine e di grande interesse artistico (oggi anche turistico), sono Bursa, posta ai piedi dell'Uludağ, per qualche tempo capitale degli Osmanli, e Konya, alle propaggini settentrionali del Tauro centrale, estremamente suggestiva per gli splendidi monumenti che ne fanno la più “orientale” città dell'Anatolia, di cui fu in passato grande nodo carovaniero. Altre città di ruolo primario sono i nodi di comunicazione di Kayseri, l'antica Cesarea, Sivas, localizzata sulla ferrovia che unisce l'Anatolia orientale ad Ankara, Erzurum, massimo centro della Turchia orientale, situata a ben 1950 m nel cuore dell'Armenia turca, favorita per i traffici con i Paesi del Caucaso, la Russia e l'Iran; infine sulla facciata siromesopotamica, ai piedi del Tauro Orientale Esterno, i principali centri sono Diyarbakır e Gaziantep, con un'agricoltura assai fiorente.

Territorio: ambiente

Alle diverse regioni climatiche del Paese corrispondono differenti coperture vegetali e una fauna eterogenea. È in particolare il paesaggio dell'area del Ponto, piovosa e temperata, a presentarsi ben differenziato rispetto al resto del Paese, con i suoi fitti ammanti di latifoglie (querce, faggi, aceri ecc.): dalla foresta del Ponto provengono anzi molte delle piante diffuse anche in Europa come il ciliegio, il cui nome deriverebbe dalla città turca di Giresun, l'antica Cerasus. Nell'altopiano anatolico, per la sua marcata continentalità e la diffusa aridità, prevalgono le formazioni steppiche di artemisie e altre Graminacee con la vegetazione arborea riparia, di pioppi soprattutto, lungo i fiumi e le sorgenti d'acqua. Sono proprio i pioppeti a segnalare spesso un'oasi e la presenza di un villaggio. Nella aree influenzate dal Mar Egeo e dal Mediterraneo prevalgono la macchia e le colture mediterranee. In tale paesaggio le colture tipiche della civiltà mediterranea come l'olivo e la vite si mescolano ad altre essenze come l'oleandro, il carrubo, il pistacchio; non mancano neppure specie subtropicali, come il banano e la palma da dattero. A questi paesaggi fondamentali se ne aggiungono altri più particolari e intermedi, che danno origine a varianti subregionali naturali abbastanza distinte (molte però hanno un valore piuttosto storico che geografico: si pensi alla Caria, alla Misia, alla Licaonia ecc.). In questi casi sono le marcate differenze altitudinali del territorio o il considerevole aumento delle precipitazioni sui rilievi che determinano la copertura vegetale. Alle alte quote si hanno perciò boschi di conifere e associazioni di rododendri, con conseguente diffusione di pascoli di alta montagna e terreni incolti. La fauna della Turchia è paragonabile a quella di gran parte dell'Europa e, in particolare, dei vicini Balcani. Sono pertanto presenti in piccoli gruppi, orsi, cervi, sciacalli, linci, cinghiali, lupi. Specie caratteristica è il gatto Van, con pelo candido e con occhi di colore diverso, uno verde, l'altro blu. Tuttavia sono soprattutto gli animali da allevamento a essere presenti sul territorio: bovini, cavalli, asini, pecore e capre. I pastori turchi vanno molto fieri dei loro fidatissimi cani kangal, che proteggono gli ovini dagli attacchi dei lupi. Non mancano numerose specie di uccelli quali aquile, avvoltoi, cicogne. Una specie rara e protetta è l'ibis eremita. In generale l'ambiente naturale è stato fortemente degradato dall'uomo soprattutto lungo le coste e nella parte occidentale del Paese, quella più densamente abitata. Maggiormente preservate appaiono le aree orientali, più montuose e di più difficile accessibilità. La sensibilità ai temi della protezione, della salvaguardia e della tutela del patrimonio ecosistemico non è ancora diffusa come in altri Paesi europei. Ne risulta che la superficie del Paese sottoposta a vincoli ambientali è solo del 2% ed è rappresentata soprattutto dai 33 parchi nazionali di dimensioni piuttosto contenute.

Economia: generalità

Le strutture produttive della Turchia sono fragili perché gravate da limitate risorse agricole, minerarie, infrastrutturali, tecniche e finanziarie. La transizione da un sistema economico tradizionale a uno più produttivo, moderno e competitivo ha causato inevitabili tensioni nel Paese. L'incremento medio annuo del prodotto nazionale (oltre il 5%, durante gli anni Settanta e Ottanta del Novecento) è stato sostenuto da una industrializzazione a tappe forzate del Paese. Quest'ultima ha però penalizzato la fragile agricoltura, destinata soprattutto al consumo interno, e ha comportato un forte esodo rurale. Nelle città, di conseguenza, sono aumentati i problemi abitativi e occupazionali perché la stessa industria, in larga misura dipendente dagli apporti finanziari stranieri e strutturalmente debole, non ha potuto creare un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. Questo spiega come nonostante la massiccia emigrazione di manodopera verso l'estero, il livello di disoccupazione sia del 10,5% (2008) della popolazione attiva. Specchio del ruolo marginale della donna nella società, la disoccupazione femminile che raggiunge il 26,7% (2008). La caduta dell'Impero sovietico ha spinto la Turchia a intensificare i rapporti con gli altri Paesi dell'Asia centrale e del Caucaso, confermandosi quale hub produttivo verso la Russia e la suddetta area centro-asiatica. In particolare, con il vicino Iran ha firmato, nel 1997, un accordo per la fornitura di gas naturale, anche se i due Paesi sono tra loro in competizione, in quanto simboli di modelli di riferimento contrapposti, per la supremazia geopolitica dell'Asia centrale post-sovietica a maggioranza islamica; e con tutte le repubbliche di quest'instabile area geopolitica ha consolidato in modo specifico i suoi rapporti. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri, la Turchia attira principalmente flussi provenienti da Stati Uniti, Paesi Bassi, Germania e Regno Unito, con una prevalenza nei settori turistico, tessile e della componentistica per auto. Dopo il 2001, gli avvenimenti internazionali hanno molto influito sul flusso di investimenti diretti esteri e solo dal 2004 si registra una certa ripresa, anche grazie alla nuova legge di settore del 2003. Oltre all'area tradizionale di investimento, vale a dire la costa dell'Egeo e la regione di İstanbul, negli ultimi anni si guarda con maggiore interesse alle regioni dell'Anatolia centrale e di Gazientep. La Turchia, insieme a Malta e a Cipro, è stata per la prima volta integrata nel sesto programma quadro europeo di ricerca e sviluppo tecnologico 2003-6, che si propone di stimolare programmi congiunti e di valorizzare l'innovazione. Per ora, l'interesse del settore privato resta debole e la quota di PIL destinata alla ricerca e sviluppo (0,7% nel 2002) è molto inferiore alla media europea. Le attività di ricerca e sviluppo sono quasi completamente concentrate nelle università e in istituti pubblici e il numero globale di ricercatori giunge all'incirca a un decimo della media UE. Dal 1999 al 2003 l'economia turca è entrata in una fase di recessione con un calo del PIL del 5% ca. e con una contrazione della produzione industriale. Inflazione e debito estero sono aumentati. Tra le cause di questa sfavorevole fase economica sono da annoverare i vari terremoti che si sono susseguiti tra agosto e novembre del 1999 nella parte più industrializzata del Paese che è quella a N. La crisi delle economie asiatiche ha contribuito ad aggravare la situazione. Stime dell'UNICEF indicano che il 14,2% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nel 2008 il PIL turco è stato di 729.443 milioni di dollari USA; il rapporto PIL/abitanti è stato di 10.472 dollari USA. La recessione si è aggravata nel 2000 in seguito a una grave crisi bancaria (13 banche private fallite e 3 banche pubbliche sotto amministrazione controllata). Nel febbraio del 2001 la decisione di lasciar fluttuare la moneta ha portato a una svalutazione del 50%, accompagnata da un'inflazione del 52,2%, una disoccupazione in aumento e un andamento del PIL negativo (–3%). Tra il 2003 e il 2004 tale fase recessiva si è invertita e l'economia turca registra nuovamente sostenuti tassi di crescita del PNL (5,5%), grazie al notevole aumento dei consumi e degli investimenti privati.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

L'agricoltura, che interessa il 24% ca. della popolazione attiva e partecipa solo per l'8,6% alla formazione del reddito nazionale (2007), presenta caratteri molto diversi da regione a regione. Vi sono aree, specie nell'Anatolia centrale e orientale, dove l'arretratezza dei sistemi produttivi, la parcellizzazione della proprietà e le sfavorevoli condizioni ambientali consentono solo un'economia di pura sussistenza o di autoconsumo. Sono queste le zone nelle quali l'esodo rurale si è manifestato in maniera particolarmente massiccia. Nelle aree più ricche e irrigabili, che a grandi linee coincidono con le regioni costiere, sono andate invece espandendosi le coltivazioni industriali, spesso rette da consorzi e cooperative modernamente organizzate e specializzate in funzione dell'esportazione dei prodotti. Nel complesso, arativo e colture arborescenti coprono il 34,6% del territorio; diverse condizioni climatiche (temperate, mediterranee e subtropicali) consentono una vasta gamma colturale. In linea di massima si distinguono quattro fondamentali regioni agrarie: l'interno dell'Anatolia, dove prevale la cerealicoltura; il versante meridionale, il più caldo, in cui è fiorente la coltivazione del cotone; il versante dell'Egeo, aperto agli influssi occidentali e le cui colture sono quelle tipiche della civiltà mediterranea, quali la vite, l'olivo, gli agrumi e il fico; infine, il versante affacciato sul Mar Nero, meno favorito in quanto esposto a Settentrione (è per contro ricoperto da rigogliose foreste), dove è diffusa la coltivazione del tabacco. I cereali rappresentano ancora la coltura dominante, benché la loro importanza sia diminuita rispetto al passato; in parallelo con l'affermazione di colture più redditizie. Un più razionale ricorso alla meccanizzazione e all'impiego di sementi selezionate e di fertilizzanti ha accresciuto la produttività dei terreni; tuttavia, i raccolti sono ancora legati all'andamento ciclico delle condizioni meteorologiche e possono variare da un anno all'altro, rendendo necessarie le importazioni di derrate alimentari. Prevale nettamente il frumento, che interessa ca. 9,4 milioni di ha, quasi il 40% dell'intero arativo. Ampia diffusione ha anche l'orzo, largamente impiegato per l'alimentazione del bestiame; seguono il mais, presente soprattutto nella regione del Mar Nero, la segale, l'avena e il riso. Molteplici sono le colture orticole rivolte all'autoconsumo; prevalgono le patate, i pomodori, le cipolle, i cavoli, quindi fagioli, piselli, ceci, lenticchie, fave, che alimentano cospicue industrie conserviere. Dal 1998 sono aumentate fortemente le quote produttive di altri vegetali quali: cocomeri, meloni, peperoni, destinati per la maggior parte all'esportazione. La Turchia detiene il primato mondiale nella produzione di nocciole. Un altro settore agricolo assai rilevante è quello delle colture legnose, peculiari – come si è detto – dell'ambiente mediterraneo, dell'Egeo e del Mar di Marmara: prevalgono la vite, che fornisce buoni quantitativi di uva, largamente utilizzata per la produzione di uva passa (con prevalenza delle qualità sultanina e zibibbo) e l'olivo, considerato originario dell'Asia Minore; cospicue sono anche le colture degli agrumi, specie delle arance e dei limoni (3 milioni di q). Tutta la frutticoltura in genere riveste un ruolo di rilievo, con abbondanti raccolti di mele, pere, prugne, pesche, albicocche, mandarini, mandorle, nocciole e fichi, questi ultimi per lo più essiccati ed esportati in tutto il mondo. Le colture industriali hanno considerevole importanza nell'economia del Paese, in particolare per le esportazioni. Il primo posto è occupato dal cotone, per il quale la Turchia detiene una posizione di rilievo a livello mondiale, che si avvale di ingenti interventi statali ed è coltivato nelle calde pianure costiere mediterranee, specie attorno ad Adana. Le altre piante industriali sono in buona parte utilizzate invece per la produzione olearia nazionale (il sesamo, la soia, la colza, le arachidi e soprattutto il girasole). Lino e canapa forniscono semi e fibra. Importante e tradizionale prodotto agricolo è altresì il tabacco, che ha invece la sua area migliore nel versante del Ponto, benché sia diffuso anche su quello egeo (regione di Smirne), e la cui produzione è in gran parte esportata. Crescente è la produzione delle barbabietole da zucchero: la pianta, introdotta nel Paese in epoca relativamente recente, ha buone aree di diffusione nella sezione occidentale dell'altopiano (Eskisehir e Usak). Tra le altre colture si annoverano quella delle rose con impianti di distillazione a Isparta, quella del tè sulla fascia costiera del Mar Nero e quella dell'oppio, coltivato nell'interno anatolico sotto controllo governativo (specie nelle zone di Amasya, Afyonkarahisar, Kütahya e Malatya: riguardo alla coltivazione del papavero da oppio sono sorte varie controversie internazionali, in quanto parecchi Paesi chiedevano la soppressione di tale coltura, nel quadro della lotta alla diffusione della droga. Quanto alle risorse forestali, esse sono state incessantemente sfruttate per secoli e, una volta impoveritesi, sono state a lungo trascurate. Oggi foreste e boschi, in gran parte di proprietà statale, sono oggetto di più attente cure da parte del governo che ha provveduto al rimboschimento di vaste aree, sicché il manto forestale interessa ormai il 26,9% del territorio. La regione più ricca di foreste è quella del Ponto. La produzione complessiva di legname è in progressivo aumento. L'allevamento del bestiame è sempre stato un fattore economico di rilevanti proporzioni. Questa attività riveste tuttora un ruolo considerevole e trova condizioni favorevoli in un Paese ampiamente steppico. L'altopiano è sempre invaso da numerose greggi di pecore e di capre, benché il nomadismo, un tempo diffusissimo in tutta l'Anatolia, e soprattutto nelle zone più interne (a esso si deve la degradazione dei suoli dell'altopiano), sia quasi ovunque scomparso. Oggi, più che di nomadismo si può parlare di transumanza estiva verso le fertili conche vallive delle zone montuose costiere. L'allevamento prevalente è quello di ovini, caprini (tra cui le capre d'Angora, che forniscono il pregiatissimo mohair) e bovini. In diminuzione sono i capi di asini, cavalli e muli, un tempo largamente impiegati come mezzi di trasporto; grande incremento ha invece registrato l'allevamento dei volatili da cortile. Nell'Anatoliaoccidentale e nella Tracia è tradizionalmente diffuso l'allevamento del baco da seta. La pesca è praticata con criteri commerciali soprattutto nel Bosforo e nel Mare di Marmara, anche in funzione del grande mercato di İstanbul; altrove ha minor rilevanza economica e in genere si avvale di attrezzature piuttosto antiquate.

Economia: risorse minerarie e industria

La Turchia dispone di numerosi, anche se non sempre ingenti, giacimenti minerari . È stato proprio lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo a dare avvio negli anni Trenta del Novecento all'industrializzazione del Paese. Quanto ai minerali energetici, nella zona di Ereğli-Zonguldak, vicino al Mar Nero, si estrae carbone, mentre la lignite è presente in varie località dell'Anatolia occidentale; inoltre, è stata accertata la presenza di uranio. La Turchia non manca di petrolio, anche se è estratto in quantitativi del tutto insufficienti alle necessità nazionali (giacimenti si trovano nell'area sudorientale a Garzan, Raman, Selmo ecc.). I minerali metallici comprendono il ferro, che ha consentito il sorgere di una discreta industria siderurgica e che è presente per lo più nell'interno dell'Anatolia (a Divriği, Hekimhan ecc.). Ai minerali di ferro si aggiungono quelli di rame, zinco e piombo, estratti in prevalenza dai bacini di Keban-Maden-Ergani, nell'Est del Paese, mentre il manganese viene estratto nella regione di Ereğli. Rilevante è la produzione dei minerali di cromo (tra i primi posti a livello mondiale) il cui maggiore giacimento si trova a Guleman. Hanno inoltre una certa importanza la bauxite, la magnesite, il molibdeno, l'antimonio, lo zolfo, il mercurio, le piriti, l'amianto, il sale, lo smeriglio. Sono infine tipiche della Turchia la boracite e la sepiolite o “schiuma di mare” di Eskisehir. È stata altresì potenziata la produzione di energia elettrica, tuttora peraltro insufficiente alle necessità dell'industria, anche grazie a un programma di sistematico sfruttamento delle risorse idriche del territorio. Sono stati costruiti grandi bacini e dighe polivalenti (nel 1989 è stata inaugurata la diga Atatürk sull'Eufrate, una delle più grandi del mondo e simbolo della modernizzazione del Paese), impiegati sia per l'irrigazione sia per la produzione d'energia (sbarramento sul Seyhan, sul Sakarya ecc.). Questa diga, oltre a garantire indubbi vantaggi economici, contribuisce però a creare forti tensioni e conflitti di interesse con i Paesi confinanti. Negli ultimi anni del Novecento la Turchia si è imposta come un importante produttore di marmo e di argento. L'industria, tradizionalmente orientata a soddisfare il mercato interno mediante lo sfruttamento delle risorse locali, ha attraversato un periodo di ammodernamento e opera oggi in un contesto di competitività, sui mercati sia interni sia esteri. I maggiori complessi sono quelli legati alla trasformazione dei prodotti agricoli e dell'allevamento, e in genere la loro ubicazione corrisponde alle aree di produzione delle materie prime. Si distinguono le industrie alimentari (zuccherifici, stabilimenti conservieri, pastifici, birrifici), le manifatture di tabacchi, le concerie, i calzaturifici e soprattutto le industrie tessili. Queste ultime, malgrado la generalmente bassa produttività del lavoro e degli impianti, continuano a essere sufficientemente competitive su scala internazionale grazie alla larga disponibilità interna delle materie prime a prezzi ridotti, e all'altrettanto contenuto costo della manodopera. Nel settore tessile prevalgono nettamente i cotonifici, cui si aggiungono lanifici (Bursa è celebre per i filati e i tessuti in mohair), impianti di torcitura e tessitura della seta, complessi per la produzione di rayon e di fibre sintetiche. Di rilievo è anche la fabbricazione di tappeti, specie nella regione di Smirne. Buoni progressi sono stati registrati nel settore siderurgico, dove, agli impianti di Karabük e di Ereğli, si è aggiunto quello di İskenderun (Alessandretta). Annualmente si producono ca. 15 milioni di t fra ghisa e acciaio. L'industria metallurgica, di minor rilievo, lavora soprattutto il rame e il piombo. L'industria meccanica, specializzata nel montaggio, è ben diversificata: fornisce autoveicoli (autovetture e veicoli industriali a Bursa e İstanbul) grazie a importanti accordi di joint-venture con aziende estere; materiale ferroviario (Sivas e Izmit); imbarcazioni (cantieri a Smirne e İstanbul); e poi ancora aerei (Kayseri), trattori, elettrodomestici, apparecchiature elettriche. In fase di grande sviluppo è il settore chimico (Karabük, İzmit), che produce acido solforico, acido cloridrico e nitrico, soda caustica, fertilizzanti azotati, gomma sintetica, ammoniaca. Tra i settori di punta, vi sono quello petrolchimico (con le più importanti raffinerie a Batman, donde parte un oleodotto per İskenderun, Mersin, İzmit ecc., che lavorano anche greggio d'importazione), quelle del cemento, ormai sufficienti al fabbisogno interno, della carta, del vetro, della ceramica ecc. L'artigianato, un tempo fiorente e di altissima qualità, che esprimeva ricami, filigrane e altri gioielli, lavorazioni artistiche di vario genere, versa ora in forte crisi e la qualità dei prodotti non rispecchia più la tradizionale fama.

Economia: commercio, comunicazioni, servizi e turismo

Sin dall'antichità la Turchia svolse un ruolo importante nei traffici tra Europa e Asia e, ancor oggi, il Paese rappresenta una direttrice di grande rilievo per i rapporti tra Europa e Medio Oriente. Il Bosforo (valicato dal 1973 da un gigantesco ponte, inaugurato in occasione del 50º anniversario della fondazione della Repubblica turca) costituisce sempre un passaggio cruciale per i collegamenti tra la parte europea e la parte asiatica del Paese. Il traffico sul Bosforo, vivacissimo in ogni momento, dà la misura immediata dell'importanza strategica di questo crocevia eurasiatico; una convenzione internazionale garantisce il passaggio alle navi di ogni bandiera. La rete stradale e ferroviaria è discretamente sviluppata, anche se permane un gradiente WE: sono infatti le regioni occidentali a garantire livelli soddisfacenti di efficienza mentre quelle orientali mostrano una struttura più semplice e limitata. Le strade che dal Bosforo attraversano l'Anatolia si snodano in gran parte lungo i tradizionali itinerari; tuttavia, la valorizzazione di Ankara e della sua area metropolitana ha portato a una maggiore articolazione del sistema viario anatolico. Molte delle vecchie strade sono state modernizzate, adattate agli odierni traffici (assai intenso è il transito degli autocarri, che sopperiscono alla carenza di ferrovie) e molte sono di nuova costruzione. Malgrado i cospicui interventi governativi, la rete viaria, il cui complessivo sviluppo è di 426.662 km dei quali 60.000 asfaltati (2003), rimane inadeguata alle necessità del Paese e numerosi centri sono tuttora privi di agevoli vie di comunicazione (solamente 2000 km di rete autostradale). L'asse principale della rete viaria è la İstanbul-Ankara-Erzurum, che giunge al confine con l'Iran; da essa si diramano arterie importanti (per Adana, Smirne ecc.), ma i principali centri costieri non sono ancora uniti da vere e proprie litoranee. Lo sviluppo della rete ferroviaria è piuttosto recente (le prime linee furono costruite col concorso della Germania all'epoca di Atatürk) ed è complessivamente modesto, con appena 8430 km. Essa svolge tuttavia un ruolo importante dal punto di vista dei traffici pesanti e dei collegamenti con i porti; nodi fondamentali della rete sono İstanbul, Smirne, Eskisehir, Ankara, Malatya. In pratica, con la sola eccezione di Bursa, tutte le principali città della Turchia sono oggi raccordate per ferrovia. Gli sbocchi portuali sono numerosi. I più attivi e su cui gravitano estesi retroterra sono quelli di İstanbul, Smirne, Mersin, İskenderun, İzmit. Le navi della flotta turca totalizzano una stazza lorda di appena 4,9 milioni di t (2003), ma i traffici marittimi vedono un'ampia presenza di armatori stranieri. Le comunicazioni aeree svolgono oggigiorno una funzione di rilievo. La compagnia di bandiera è la Türk Hava Yollari (THY), che effettua collegamenti principalmente rivolti alle maggiori città europee e del Medio Oriente. I principali aeroporti sono quelli internazionali di Yesilköy (İstanbul), Esenboğa (Ankara) e Adana; ci sono inoltre una ventina di aeroporti adibiti a voli interni. I traffici commerciali interni presentano una certa vivacità nella regione più occidentale e industrializzata del Paese e riguardano eminentemente l'approvvigionamento di materie prime per l'industria e di beni di consumo per i grandi centri urbani. Le città medio-piccole, tradizionalmente vocate al commercio, sono tuttora legate alla presenza del bazar, che va però smarrendo il colore e l'animazione di un tempo. Il grado di apertura della Turchia al commercio internazionale è elevato e l'interscambio commerciale ha registrato una variazione positiva tra 2004 e 2005 di oltre il 19% per le importazioni e del 17% per le esportazioni. La bilancia commerciale è strutturalmente deficitaria e il debito estero è ingente. I principali partner commerciali per le importazioni (materie prime e combustibili, macchinari, beni di consumo, materiali da costruzioni) sono la Germania e poi la Russia. Seguono, a distanza, Italia, Cina, Francia e Stati Uniti. Russia e Cina sono i Paesi che maggiormente hanno incrementato le loro quote di import negli ultimi anni. Per quanto riguarda le esportazioni (prodotti industriali tessili, siderurgici e chimici, pelli, cuoio, frutta secca, legumi e tabacco), il partner di gran lunga più importante è ancora la Germania, con la quale la Turchia ha una consolidata partnership commerciale, seguito poi da Regno Unito, Italia e Stati Uniti. Per quanto concerne il settore turistico, la Turchia vanta delle risorse di grande rilievo ed è visitata annualmente da ca. 17 milioni di stranieri (2004), provenienti principalmente dall'UE e dalla Russia. Le maggiori attrazioni sono, oltre alla prestigiosa İstanbul, i molteplici e famosi centri storici e archeologici (Efeso, Mileto, Troia ecc.), città di grande interesse per l'arte islamica, i suggestivi paesaggi anatolici e, soprattutto, le località balneari che vantano spiagge bellissime. Nel settore delle telecomunicazioni, la Turchia ha fatto registrare degli importanti progressi. Nel 2000, è stata approvata una nuova legge sulle telecomunicazioni, anche se Türk Telekom ha mantenuto il suo monopolio sulla telefonia nazionale fino al 2003. L'utilizzo della telefonia fissa e l'accesso a Internet sono comunque condizionati da una rete molto limitata, mentre la telefonia mobile registra tassi di sviluppo maggiori. Anche il servizio postale è carente e in ritardo dal punto di vista delle infrastrutture e della deregolamentazione. I risultati del processo di liberalizzazione economica avviato nell'ultimo decennio hanno portato il Paese a vivere una fase di sviluppo economico, contraddistinto da una crescita del PIL, che è stato però caratterizzato in modo contraddittorio dal persistere dei mali cronici che affliggono da tempo la Turchia, cioè l'inflazione e il debito estero, strutturalmente deficitario. La situazione è stata inevitabilmente aggravata dalla ripresa, nel maggio 1993, del conflitto tra lo Stato e il partito autonomista dei curdi, che oltre ad aver avuto ripercussioni sul turismo, provocando una diminuzione nell'affluenza dei visitatori, ha rallentato l'avvicinamento della Turchia all'Europa. Il mancato aiuto economico da parte europea e l'aggravarsi del disavanzo della bilancia commerciale hanno reso inevitabile il varo, nel 1994, di una serie di provvedimenti economici di austerità, quali l'aumento del prezzo della benzina e di alcuni prodotti di largo consumo, nonché il blocco dei salari. Si è inoltre accelerata la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale, tentando di porre rimedio alle carenze del pletorico e arretrato settore pubblico, ma la limitatezza delle risorse e delle capacità tecniche e finanziarie, nonostante il flusso di investimenti stranieri, ha continuato a pesare sulle fragili strutture produttive. Il sistema bancario è coordinato e controllato dalla Banca Centrale (Merkez Bankasi), a sua volta dipendente strettamente dal governo centrale.

Storia: preistoria

Materiali riferibili al Paleolitico medio e superiore sono stati rinvenuti in particolare nella regione di Antalya, nella grotta di Kara'in. Frequentazioni più recenti sono attestate, nella stessa regione, nei ripari di Belbasi e Beldibi, oltre a livelli con industrie microlitiche prive di elementi geometrici. Molto più abbondanti i reperti neolitici, specialmente nelle zone meridionali, dove erano insediate popolazioni dedite alla caccia e in un secondo tempo alla domesticazione degli animali, all'allevamento del bestiame e alla coltivazione dei prodotti vegetali. Le stazioni preistoriche più note sono Çatal-Hüyük, Mersin e Hacilar (VII millennio a. C.). Recenti teorie postulano un'origine delle lingue indoeuropee, portate insieme alle innovazioni neolitiche nel vecchio continente, proprio nella Penisola Anatolica. L'Età del Bronzo vede la nascita di grandi insediamenti fortificati, come testimoniano i primi due livelli di Troia, Kültepe e Malatya, caratterizzati da vere e proprie strutture “a palazzo”, da una ricca cultura materiale e dall'emergere, agli inizi del II millennio a. C., della scrittura, tutti fenomeni che preludono alla fioritura della civiltà ittita.§ Per la storia precedente al primo conflitto mondiale vedi Asia Minore.

Storia

La sconfitta nella prima guerra mondiale non travolse solo gli Imperi Centrali (Austria-Ungheria, Germania) ma anche l'Impero ottomano loro alleato . Le dure condizioni del trattato di pace (Sèvres, 10 agosto 1920), che riducevano drasticamente il territorio turco alla sola Anatolia e imponevano la tutela franco-britannica e la presenza delle truppe dei vincitori sul territorio nazionale, rinvigorirono le correnti nazionalistiche che, sotto la guida di Muṣṭafâ Kemâl (Kemāl Atatürk), abbatterono il decrepito sultanato (1º novembre 1922) e instaurarono la repubblica. Questa nacque ufficialmente il 29 ottobre 1923 per opera della Grande assemblea nazionale di Angora (l'attuale Ankara) che affidò il potere a Muṣṭafâ Kemâl. Questi, nell'aprile 1924, fece promulgare la nuova Costituzione, che prevedeva una Grande assemblea democraticamente eletta e la figura del presidente della repubblica, detentore del potere esecutivo insieme al Consiglio dei ministri. Con spirito veramente innovatore per l'epoca, lo Stato fu laicizzato; le leggi e i tribunali islamici furono soppressi unitamente al calendario musulmano; s'introdusse l'alfabeto latino al posto di quello arabo; si vietarono molte tradizioni e l'uso del fez. Sgombrata l'Anatolia dai greci (1921-22), la Turchia divenne uno Stato nazionale con minoranze etniche scarse e tenute sotto controllo. La coesione all'interno dello Stato fu perseguita dal Partito Repubblicano del Popolo, fondato e presieduto da Kemâl. La fase del partito unico, la struttura portante di un regime dittatoriale, non rappresentò però un'involuzione reazionaria per il Paese, bensì una fase d'energico ammodernamento di tutte le strutture dello Stato sul modello occidentale. La politica estera di Kemâl, detto ormai Atatürk (“padre dei turchi”), s'ispirò a una prudente neutralità. Ciò gli consentì di ottenere il recupero della piena sovranità turca sugli Stretti dei Dardanelli e del Bosforo (Convenzione di Montreux, 1936) e l'annessione di Alessandretta, l'attuale İskenderun. Ad Atatürk succedette come presidente della repubblica un suo vecchio compagno d'armi, ʽIsmet Inönü, saggio amministratore di una non facile eredità. Dopo la seconda guerra mondiale sorse un secondo partito, il Partito Democratico (1945), che assunse il ruolo di opposizione legale. La politica anticomunista del governo alimentò una certa tensione con l'URSS durata sino al 1966. Il governo borghese privilegiò l'amicizia con gli Stati Uniti e l'Europa capitalistica (adesione al Consiglio d'Europa, 1949; al Patto Atlantico, 1951; al Patto di Baghdad, 1955). Le elezioni del 1950 videro il trionfo del Partito Democratico di Adnan Menderes che respinse i kemalisti all'opposizione. Tuttavia la degenerazione del suo governo in un regime dai toni quasi dittatoriali provocò un colpo di stato militare (1960), in seguito al quale i governanti furono processati e tre di loro, fra cui Menderes stesso, giustiziati (1961). Tornò allora al potere il Partito Repubblicano del Popolo con ‘Iṣmet Inönü (1961), ma il Partito Democratico, risorto col nome di Partito della Giustizia, riprese il sopravvento con Süleymân Demirel (1965). Questi guidò la Turchia fino al colpo di stato dei militari che, dal 1971 e sino al 1973, governarono il Paese con il pugno di ferro. Con la fine della dittatura, nel gennaio 1974, salì al potere Bülent Ecevit del Partito Repubblicano del Popolo. Nel luglio dello stesso anno Ecevit ordinò l'invasione della metà settentrionale di Cipro per prevenire un tentativo di annessione dell'isola da parte della Grecia. Nei cinque anni che seguirono la Turchia fu dilaniata dalla lotta tra i due partiti più importanti e dal terrorismo, senza che i deboli governi che si alternarono al potere potessero porvi rimedio. Dal 1975 al 1978 il governo fu affidato al Partito della Giustizia di Demirel e dal 1978 al 1979 al partito rivale di Ecevit. Nel novembre 1979 ci fu un nuovo governo Demirel: l'instabilità politica portava il Paese verso l'anarchia mentre il terrorismo mieteva decine di vittime ogni mese. In questo clima, il 12 settembre 1980, il generale Kenan Evren assunse i pieni poteri. Venne proclamata la legge marziale in tutta la Turchia, furono sciolte le formazioni politiche e sindacali, proibita ogni attività agli uomini del vecchio regime e arrestati migliaia di sospetti. In poco più di un anno il terrorismo venne stroncato e anche la disastrosa situazione economica migliorò: l'inflazione scese dal 100% al 30% tra il 1980 e il 1982. In questo ultimo anno, Evren decise che i tempi erano maturi per un ritorno alla democrazia, fece approvare una nuova Costituzione democratica e contemporaneamente si fece eleggere presidente della repubblica per un periodo di sette anni. Nel novembre 1983 si svolsero le elezioni con partiti politici nuovi, in quanto i vecchi erano stati esclusi: dalle urne uscì vincitore Turgut Özal, leader del Partito della Madrepatria, riconfermato alla guida del governo nel 1987. In seguito al perdurare delle difficoltà economiche, le elezioni amministrative del 1987 si risolsero in una sconfitta per il partito al governo dando motivo all'opposizione di accrescere la propria combattività nel confronto politico, con la richiesta di nuove elezioni politiche. Malgrado ciò, giunto a conclusione il mandato di Evren, Özal si candidava alla presidenza della repubblica, e nel novembre 1989 veniva eletto capo dello Stato. Alla guida del governo era nominato Yildirim Akbulut, già ministro dell'Interno, che venne poi sostituito da Mesut Yilmaz nel giugno 1991. Successivamente, nell'ottobre 1991, le elezioni politiche erano vinte dal Partito della giusta via di Demirel, che presiedeva un governo di coalizione col Partito Popolare Socialdemocratico. Paladino di una politica riformista di modernizzazione estesa tanto all'economia quanto alla tutela dei diritti civili, Demirel era comunque costretto a procedere con cautela sulla via del progresso, trovandosi a fronteggiare una forte ripresa dell'azione della guerriglia curda che, dopo aver subìto una violenta repressione nell'anno precedente, era giunta a investire tutte le province sudorientali (marzo 1992). A pesare ancora nella seconda metà degli anni Ottanta erano i difficili rapporti con la Grecia, che avevano attraversato fasi diverse: dal pericolo di scontro armato del marzo 1987, si era passati all'avvio di negoziati diretti nel 1988, all'accettazione da parte greca dello status turco di Paese associato alla Comunità Europea e, infine, a un nuovo deterioramento nel 1990. Già prima dell'intervento della coalizione internazionale, cui la Turchia aveva partecipato, nella cosiddetta guerra del Golfo (gennaio-febbraio 1991), un notevole aumento della tensione caratterizzava le relazioni con l'Iraq, aggravate dalla costruzione della diga Atatürk sull'Eufrate. All'inizio degli anni Novanta, la dissoluzione dell'URSS e della Iugoslavia, il ridimensionamento del peso politico dell'Iraq e le tensioni scoppiate nell'area del Caucaso facevano acquisire alla Turchia nuovo valore strategico. Il Paese cercava quindi di consolidare i legami con le popolazioni turcofone e più in generale con quelle dell'Asia centrale; significativa era la sua partecipazione alla costituzione di una zona di Cooperazione Economica del Mar Nero (CEN, istituita nel giugno 1992), ma ancor più quella all'Organizzazione di Cooperazione Economica (con Iran e Pakistan). La morte improvvisa del presidente Ozal (aprile 1993) avveniva proprio in un momento delicato, mentre il Paese era impegnato a ritagliarsi l'importante ruolo di potenza regionale fra la sponda europea e quella asiatica. Demirel, chiamato a succedere a Ozal alla presidenza della repubblica, lasciava a Tansu Ciller, ex ministro dell'Economia, le responsabilità del governo che, per la prima volta, era perciò guidato da una donna. Ma la recrudescenza del problema curdo e il peso crescente che assumevano gli integralisti islamici portavano alle elezioni anticipate del 1996, nelle quali risultava vincitore il Refah, il partito islamico di Necmettin Erbakan, cui era affidata la carica di primo ministro. Lo scontro con i militari, per tradizione difensori della laicità del Paese, era inevitabile. Erbakan era costretto alle dimissioni e veniva sostituito dal leader del Partito della madrepatria Mesut Yilmaz, che formava un governo di coalizione il cui obiettivo principale era quello di sbarrare la strada agli integralisti della Refah, il partito di maggioranza sciolto dalla Corte Costituzionale nel gennaio del 1998. La decisione, presa in nome della difesa dei principi laici su cui si fonda lo Stato, sottolineava ancora di più i gravi problemi di un Paese apparentemente incapace di operare una scelta tra modelli di sviluppo occidentali da un lato e tentazioni fondamentaliste dall'altro. Questi problemi, infatti, condizionavano negativamente i rapporti internazionali e impedivano alla Turchia di svolgere quel ruolo che la sua posizione strategica le avrebbe consentito. Tali problemi erano aggravati dalla irrisolta questione delle minoranze curde, fuggite in massa dal Paese tra il 1997 e il 1998, dalla questione di Cipro e dalle dimissioni di Mesut Yilmaz, alla fine del 1998. A a capo del governo tornava, a vent'anni di distanza dall'ultimo suo mandato, Bülent Ecevit. Nel novembre dello stesso anno, veniva arrestato in Italia il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Oçalan, ricercato dalle autorità turche con l'accusa di tradimento e terrorismo. Il rifiuto del governo italiano di concederne l'estradizione causava un raffreddamento dei rapporti con l'Italia e con la UE e pesanti ritorsioni commerciali. Nel febbraio 1999, Oçalan, allontanato dall'Italia, veniva arrestato dai servizi speciali turchi in Kenya . Ne conseguivano una ripresa dell'attività terroristica del PKK e l'inasprimento della repressione militare. Il processo (giugno 1999) contro il leader del PKK si concludeva con la condanna a morte , peraltro non eseguita. Le elezioni legislative del maggio 1999 vedevano la vittoria del Partito Democratico di sinistra e del Partito Nazionalista d'Azione, entrambi contrari a negoziare sulla questione curda e all'ingresso del Paese nella UE. Nel dicembre successivo i capi di governo europei candidavano la Turchia all'ingresso nell'UE, ma a determinate condizioni. Si chiedeva al governo turco di risolvere le sue dispute territoriali con la Grecia nel Mar Egeo, e di adeguare il Paese agli standard politici europei, con particolare riferimento alla questione dei diritti umani. Il premier Bülent Ecevit rispondeva favorevolmente e avviava l'iter che avrebbe portato all'abolizione della pena di morte nel 2002. Nonostante l'annunciato abbandono della lotta armata da parte del PKK, nel febbraio del 2000, nell'aprile dell'anno successivo si avevano nuovi scontri armati tra esercito regolare e guerriglieri curdi. Anche la tanto attesa abolizione della pena di morte non garantiva però, almeno a breve termine, l'ingresso nell'UE alla Turchia. I progressi del Paese non erano ritenuti sufficienti dalla Commissione europea e al vertice di Copenaghen del dicembre 2002, veniva deciso di rimandare al 2004 l'avvio dei negoziati per l'ingresso nella UE. Sul fronte interno, il Paese si doveva misurare con la crisi che attanagliava il governo Ecevit, accusato di non aver saputo far fronte alla grave situazione economica e di aver reso vana la pesante svalutazione della moneta nazionale, adottata nel febbraio 2001. Abbandonato da molti esponenti del suo partito, il premier era costretto a dimettersi e a indire elezioni anticipate, che si tenevano nel novembre 2002. Il responso delle urne era, non senza clamore, favorevole al filoislamico Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP), guidato da Reçep Tayyip Erdogan, che conquistava la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento. Impossibilitato ad assumere personalmente la guida del governo (a causa di una condanna che gli aveva impedito di essere eletto deputato), Erdogan affidava il ruolo di premier al suo vice, l'economista Abdullah Gul, ma nel 2003, grazie a un emendamento che gli aveva permesso di essere eletto deputato nel primo collegio disponibile, riceveva l'incarico di formare il nuovo governo. Il conflitto scoppiato nel marzo 2003 tra la coalizione anglo-americana e l'Iraq vedeva la Turchia in una posizione strategica per l'avanzata della coalizione occidentale in territorio nemico, ma allo stesso tempo apriva gravi contraddizioni in seno al Paese. Il Parlamento turco si esprimeva nel 2003 contro l'uso delle basi militari presenti sul suo territorio da parte dell'esercito anglo-americano impegnato in Iraq. La Turchia si limitava perciò a concedere l'utilizzo del proprio spazio aereo, ma questa linea di neutralità non proteggeva il Paese dagli attacchi dell'integralismo islamico: nel novembre dello stesso anno, infatti, una serie di attentati colpivano due moschee e il consolato britannico di Istanbul, mentre nel giugno 2004 riprendevano gli scontri tra l'esercito e i separatisti curdi. Nonostante queste lacerazioni e, a dispetto degli attentati dei separatisti e dei terroristi islamici che hanno funestato il Paese nel corso degli ultimi due anni, nel 2006 si avviavano formalmente i negoziati per l'adesione del Paese all'Unione Europea, proseguiti poi tra alti e bassi per l'indisponibilità turca a riconoscere Cipro, oltre che per i reiterati casi di violazione dei diritti umani accertati dagli osservatori europei. Anche la visita in di Benedetto XVI (novembre), preceduta da una conferenza del pontefice che è stata interpretata negli ambienti religiosi come un riferimento alla natura violenta dell'Islam, è stata occasione di proteste e contestazioni. Nel 2007 si verificava un grave scontro tra il partito di maggioranza, che aveva candidato Abdullah Gul alla presidenza della repubblica e il partito socialdemocratico, contrario all'estendersi dell'influenza del partito islamico sulle istituzioni. Dopo un contrastato voto in Parlamento, annullato dalla Corte Costituzionale, il premier indiceva elezioni legislative anticipate per il luglio dello stesso anno, vinte dall'AKP con il 46,4%, mentre ai socialdemocratici andava il 20,8%; il partito di azione nazionalista, dei lupi grigi, raddoppiava i voti, arrivando al 14,2% e inoltre in Parlamento entravano gli indipendenti, in maggioranza curdi. Successivamente Erdogan riceveva l'incarico di formare il nuovo governo. In agosto veniva eletto alla presidenza della Repubblica Abdullah Gul, candidato del AKP. Nell'ottobre 2009 Turchia e Armenia firmavano a Zurigo un accordo di normalizzazione per porre fine alle ostilità tra i due Paesi. Nel febbraio del 2010 decine di militari ed ex militari di alto grado venivano arrestati con l'accusa di alto tradimento, per aver organizzato complotti volti a rovesciare il governo islamista di Erdogan. In settembre è stato votato un importante referendum per la modifica della Carta costituzionale promulgata dopo il golpe militare del 1980. Nel giugno del 2011 si svolgevano le elezioni legislative vinte dall'AKP con quasi il 50% dei voti. Nel maggio del 2013, in seguito a una manifestazione per salavare da un progetto edilizio un parco nel centro di İstanbul, le proteste si allargavano ad altre città.

Cultura: generalità

Gli ultimi decenni del Novecento hanno segnato per la Turchia una curiosa parabola, nella quale si sono compiute sia la straordinaria avventura nella modernità e nel laicismo avviata già da Muṣṭafâ Kemâl Atatürk, sia una sorta di riconversione ai valori dell'islamismo più tradizionale. La cultura turca vive di due anime spesso indistinguibili, una più affine spiritualmente ai valori condivisi della tradizione occidentale, una più radicata nella storia di un popolo che per la grande maggioranza vive ancora in distretti rurali isolati e che ha scoperto di poter uscire dalle tradizioni orali solo quando la riforma ortografica degli anni Venti ha dotato anche la lingua turca di un alfabeto di origine latina. Fino alla riforma di Atatürk infatti la cultura turca, e con essa la letteratura, le leggende, il teatro e i canti tradizionali, o erano trasmessi utilizzando l'alfabeto arabo, conosciuto da una ristretta minoranza, o erano diffusi solo oralmente ed erano quindi molto legati all'identità delle comunità agricole o pastorali. La letteratura turca ha scoperto di avere un pubblico di lettori di una certa consistenza solo nel Novecento, con la diffusione dell'alfabetizzazione, ed è stata inoltre spesso legata o a temi riformistici e sociali, o a temi tradizionali epici e leggendari. Né la relativa censura imposta dal regime kemalista ha aiutato teatro, poesia e narrativa a manifestare temi e sensibilità in sintonia con analoghe manifestazioni della cultura europea e occidentale. La cultura turca è quindi uscita da un certo isolamento internazionale verso gli anni Ottanta del Novecento, momento nel quale si sono imposte sulla scena europea sia la cinematografia sia la letteratura di una “nuova” Turchia; negli ultimi anni, tuttavia, molti intellettuali turchi di prestigio, poco inclini a condividere l'impronta religiosa del governo, hanno confermato la propria scelta di vivere in altri Paesi europei, come Francia, Inghilterra o la stessa Italia. Per questo motivo, molte delle figure di spicco della cultura turca, dall'arte alla letteratura, dal cinema alla danza, sono stabilmente trapiantate in altre realtà nazionali, pur mantenendo un rapporto costante con la patria delle origini. L'attenzione internazionale di cui ha iniziato a godere la Turchia verso la fine del Novecento si è tradotta anche nell'opera dell'UNESCO a salvaguardia di alcuni dei maggiori siti archeologici e naturalistici di Turchia, nominati Patrimonio Mondiale dell'Umanità, tra i quali devono essere citati almeno l'intera area storica di İstanbul (dal 1985), le maestose sculture nella roccia viva del Nemrut Dağ, il sito archeologico dell'antica Troia e la severa moschea medievale di Divriği, in Anatolia. La Turchia degli ultimi anni, tra la fine del kemalismo e l'avvento di un governo filoislamico, ha visto la nascita di una certa contrapposizione ideologica all'interno dei centri di elaborazione culturale come le università: anche in sedi di vocazione europea come le Università di Ankara (Bilkent University) e di İstanbul (Bogazici University), si sono creati gruppi di studenti più legati ai valori islamici o aperti al collegamento con le popolazioni turcofone dell'Asia centrale. Le più prestigiose università sono quelle di İstanbul (sec. XV), del Bosforo a İstanbul (1863), dell'Egeo a Smirne (1955), di Ankara (1946), Adana (1973), Konya (1975), Bursa (1975), Kayseri (1978). Molto quotate sono anche le Università Tecniche del Medio Oriente di Ankara (1956) e di İstanbul (1773).

Cultura: tradizioni

Per quanto la rete delle infrastrutture sia notevolmente migliorata negli ultimi decenni del Novecento, una grande maggioranza della popolazione turca vive in villaggi agricoli spesso pressoché isolati, dove il peso delle tradizioni comunitarie incide molto di più sulla vita dei singoli individui, nonostante un sempre più grande conflitto con le suggestioni “occidentali” indotte per esempio dalla diffusione delle antenne paraboliche e dell'uso del satellite. E se nelle città sono evidenti gli influssi europei, nei villaggi il tempo sembra fermo da secoli e si continua a vivere secondo le tradizioni patriarcali. Il köy (villaggio) il cui capo è il muha, è quasi sempre composto di case d'argilla col tetto piatto coperto di strame. Gli edifici, abitati da contadini e pastori, vanno da un minimo di 20 a un massimo di 100 e sono costituiti da una grande stanza, detta buyuk, e da un atrio, o sofa. Nella forma architettonica più arcaica non hanno finestre e la luce entra dalla porta o da un grande foro del tetto. Abbastanza rare le costruzioni a due piani. In ogni villaggio c'è la moschea con il minareto. Il matrimonio è sempre un tema da affrontare tra parenti. Il banchetto di nozze avviene nella casa dello sposo, non in presenza degli sposi. La festa continua poi nella casa della sposa dove lo sposo verrà condotto solo la sera, dopo le nozze, e il cerimoniante congiungerà le mani dei due giovani prima di lasciarli soli. In Turchia amano molto i bambini; al quinto anno i maschietti vengono circoncisi, normalmente dopo la trebbiatura del grano. I turchi non hanno il culto dei morti e i cimiteri sono in genere poveri e piuttosto semplici. Nei villaggi dell'interno, o nelle classi sociali meno esposte all'influsso della cultura cittadina, le donne portano ancora un'ampia camicia e pantaloni stretti alla caviglia e non di rado si coprono il volto. Gli uomini vestono di solito all'occidentale. La diffusione di un islamismo più tradizionale ha reintrodotto anche in città, a tutti livelli, un codice di abbigliamento più rigido, che per le donne comporta un fazzoletto sul capo e un ampio impermeabile di colore tenue a coprire il resto degli indumenti. Nell'artigianato spicca la lavorazione di tappeti, del cuoio e dei metalli. In città e nei villaggi gli uomini amano ritrovarsi nei kahve (caffè), spesso vecchi di secoli, come le moschee. Nei kahve, dove il caffè si prende come un rito, si gioca a tavla, specie di dama con tavolette e pedine. In genere però si chiacchiera e anche l'uso di fumare il narghilè va sparendo. La tradizione dell'hammam, il cosiddetto bagno turco, va lentamente sparendo, poiché il miglioramento delle condizioni economiche generali ha portato alla diffusione dei bagni nelle abitazioni di quasi tutto il Paese, soprattutto nelle città; l'hammam resta come luogo rituale per particolari esigenze legate al culto, o come istituzione legata al flusso turistico. § La cucina turca è sobria, addirittura povera nelle zone agricole o nell'interno più montuoso. Alla base dell'alimentazione vi sono riso, pomodori e peperoni e il montone. Famosi lo y-ahni, stufato di montone, il kehap, arrosto di montone, il bobrek, rognone arrosto. Molti i dolci, a base di mandorle, miele e sesamo: i più famosi sono i baklava, triangoli di pasta sfoglia riempiti di noci tritate o di pistacchi, e coperti di uno sciroppo di zucchero e miele; i lukum, cubetti di gelatina al miele aromatizzata alla rosa o farcita di pistacchi; la halva, una pasta di semi di sesamo e miele. Tra le bevande diffuso il raks, liquore bianco e mucillaginoso. Il vino è ottimo, la produzione è in buona parte destinata ai ristoranti cittadini o frequentati da occidentali, per rispetto al divieto islamico di consumare bevande alcoliche. La più grande tra le feste turche è quella che conclude il Ramadan, il rituale mese di digiuno, con tre giorni di banchetti (la cosiddetta Festa dello zucchero). Il 22 marzo si celebra il primo giorno dell'anno musulmano. Il divertimento più diffuso è la lotta, sport e spettacolo, praticata dappertutto, in città e in campagna. I lottatori prima di battersi si ungono il corpo con lo yaglt (grasso) e sull'esito degli incontri fioriscono le scommesse.

Cultura: letteratura

Il panorama letterario della Turchia è dominato da scrittori di tendenze politiche e letterarie diverse: Yakup Kadri Karaosmanoğlu (1889-1974), un maestro del romanzo d'ambiente, la scrittrice Khalide Edip Adïvar (1883-1964), che ha affrontato nelle sue opere problemi psicologici e sociali, in particolare quello dell'emancipazione femminile, il poeta sociale Mehmed Akif (1873-1936), il neoclassico Kemāl Beyatli (1884-1958), il simbolista Ahmet Haṣim (1885-1933) e il saggista Refik Halid Karay (1888-1965), maestro di humour e di satira politica. Su tutti spicca la potente personalità di Ziyā Gök Alp(1875-1924), teorico del nazionalismo turco. Insieme al novelliere Ömer Seyfeddin (1884-1920), Gök Alp promosse l'emancipazione della lingua turca dall'influenza straniera e incoraggiò l'uso del turco parlato nelle opere di narrativa e un ritorno alle antiche forme e agli antichi metri turchi in poesia. Questo indirizzo fu seguito da molti scrittori tra i quali emergono il poeta romantico Nafiz Camlibel (1898-1975), il romanziere Rešād Nūrī Güntekin (1889-1956), il grande poeta marxista Nazım Hikmet (1902-1963), autore di un'opera poetica d'avanguardia nelle forme (adottò per primo il verso libero) e nel contenuto decisamente rivoluzionario. La letteratura turca degli anni Cinquanta e Sessanta del sec. XX testimonia una presa di coscienza senza precedenti della realtà politico-sociale. Anzitutto la fine dell'egemonia assoluta di İstanbul nella vita culturale; quindi la presa di coscienza dei gravissimi problemi da affrontare e risolvere con urgenza. Nasce la cosiddetta “letteratura di villaggio”, che vede numerosi scrittori dedicare le proprie energie alla denuncia dei problemi connessi con la migrazione interna, con il fenomeno dell'inurbazione, dell'industrializzazione, della riforma fondiaria. Tra gli autori ricordiamo: Ilhan Tarus (1907-1967), Kemal Tahir (1910-1973), Kemal Bilbasar (1910-1983), Orhan Kemal (1914-1970), Talip Apaydïn (n. 1926), Fakir Baykurt (1929-1999) e, su tutti, Yasar Kemal (n. 1922), i cui romanzi, tradotti in numerose lingue, ricostruiscono un affascinante affresco delle affabulazioni e delle leggende della Turchia di un tempo. Fra le scrittrici più impegnate ricordiamo Füruzan (n. 1935) e Latife Tekin (n. 1957), autrice di un toccante romanzo dedicato alla posizione delle donne nella società turca, rurale e tradizionalista, Cara spudorata morte, un'opera prima che in Turchia ha aperto alla sua comparsa (1983) un appassionato dibattito. Il successo internazionale di recente ha posto in luce soprattutto autori come il raffinato Orhan Pamuk (n. 1952), uno scrittore mai amato né dai militari eredi di Kemal né dagli attuali governanti di stampo islamico, processato per aver alluso al massacro degli armeni nel romanzo Neve (2004), o come il visionario Nedim Gürsel (n. 1951), autore di Ritorno ai Balcani, da decenni trasferitosi a Parigi, i quali proseguono la ricerca già avviata dal più anziano Yasar Kemal, sottolineando le contraddizioni e i limiti della società turca sospesa tra Islam e decenni di autoritarismo militare.

Cultura: archeologia

Nella Turchia europea, İstanbul conserva non molti resti della città fondata da Costantino (Costantinopoli) e della più antica città greca e poi romana (Bisanzio). Eccezionalmente ampio e complesso è invece il quadro archeologico dell'Anatolia, ponte di passaggio e punto di incontro delle civiltà d'Asia e d'Europa. Una delle più antiche città del mondo è Çatal-Hüyük, con case sovrapposte di mattoni di fango accessibili da aperture praticate nei tetti e numerosi santuari (forse 6000 a. C.). Del periodo preittita sono, tra l'altro, le colonie commerciali assire di Cappadocia del 1950-1750 a. C. ca. (Kültepe, antica Kanis, Acemhöyük a N di Aksaray, antica Burušhanda ecc.), il primo palazzo di Beycesultan, gli strati più antichi di Karahüyük presso Konya, di Boǧazkale e di altri centri archeologici, l'elegante ceramica policroma di Alishar II (Alishar Hüyük), le tombe reali di Alaca Hüyük. L'architettura e la scultura degli Ittiti (1700-1200 a. C. ca.) sono testimoniate da diverse località dell'Anatolia centrale, e anzitutto dagli imponenti avanzi di Boǧazkale (enormi mura con porte ornate, palazzo reale, templi), dal vicino santuario rupestre di Yazııaya, con grandi bassorilievi di divinità e re ittiti, dal nuovo insediamento di Alaca Hüyük (mura, porta delle Sfingi). L'arte detta neoittita o siroittita che seguì, nei primi secoli del I millennio a. C., la fine dell'Impero ittita, è attestata invece nella Turchia sudorientale a Zincirli (antica Sam'al), Sakçagözü, Karatepe, Malatya (Arslantepe) e soprattutto Karkemis, i cui complessi monumentali e i cui rilievi mostrano il susseguirsi dei diversi stili, da quello ittita a quello assirizzante. Di origine ittita è anche il castello nero di Afyon. Nella Turchia orientale sono anche centri archeologici della civiltà dell'Urartu (sec. IX-VI a. C.), famosa per la sua produzione metallurgica, soprattutto nella regione del lago di Van (Toprak-Kale, Tilkitepe, Çavustepe) e ad Altintepe. Il popolo dei Frigi ha lasciato numerose testimonianze archeologiche che giungono sino al sec. VI a. C.: caratteristici i santuari rupestri con facciate scolpite e i tumuli sepolcrali con ricca suppellettile, nonché le ceramiche vicine a quelle greche contemporanee. Di particolare interesse sono gli scavi della capitale Gordio (mura, edifici della città, necropoli nella valle del Sakarya con la tomba detta di Mida della fine del sec. VIII a. C.); tra le altre località con ritrovamenti frigi sono Küyükkale (la cittadella di Boǧazkale), Alishar, Yalincak e Gawurkalesi presso Ankara, la cosiddetta Città di Mida, Pazarli, Topakli presso Kayseri, nonché il santuario di Aslankaya presso Afyon. Con i Frigi l'Anatolia, che prima guardava soprattutto a Oriente, si rivolse alla cultura greca, che in Asia era portata dalle già numerose colonie greche della costa. Ancor più vicina all'arte greca fu l'arte della Licia, il cui centro archeologico più importante è Xanto (monumenti più antichi dell'acropoli, tombe). Lo stesso può dirsi dell'arte della Lidia, nota soprattutto dagli scavi della capitale Sardi (edifici, necropoli di Bin Tepe con tomba del re Aliatte). Il dominio persiano ha lasciato resti soprattutto a Gordio e a Sardi; gli oggetti d'arte minore appaiono lavorati nello stile detto “greco-persiano”. Nell'Anatolia occidentale il più antico insediamento urbano di Troia (Troia I) risale agli inizi del III millennio a. C. I centri archeologici più importanti sono le numerose colonie greche della costa dell'Egeo, in gran parte posteriori all'invasione dorica, anche se non mancano insediamenti micenei a Mileto e in altre località. Le città greche dell'Asia Minore parteciparono allo sviluppo dell'arte greca con ricchezza di manifestazioni e con apporti originali; l'arte greco-orientale è caratterizzata essenzialmente dal gusto decorativo. Nelle città ioniche della costa egea l'ordine chiamato appunto “ionico” fu fissato nei suoi canoni in costruzioni grandiose (Artemision di Efeso del sec. VI a. C.) molto prima che in Grecia. Greco-orientali sono anche il capitello eolico, i sarcofagi dipinti di Clazomene e, in genere, le sepolture in sarcofagi (heròon). In età ellenistica alcune città conobbero nuovo sviluppo, altre furono fondate anche nell'Anatolia interna e le loro rovine costituiscono spesso esempi notevolissimi di urbanistica e architettura ellenistica. Di eccezionale interesse sono gli scavi di Pergamo, disposta come altre città ellenistiche su varie terrazze dalla città bassa all'acropoli; di Efeso, con le sue imponenti rovine greche e romane e i suoi ricordi paleocristiani; di Mileto, con gli importanti monumenti dei suoi quartieri urbani e il santuario di Apollo a Didime; di Priene, con la sua perfetta disposizione a scacchiera e il tempio di Atena Poliade. Smirne conserva nel suo abitato moderno l'agorá della città ellenistico-romana e a Bayrakli gli avanzi della più antica Smyrna (resti soprattutto dei sec. VII e VI a. C.). Di notevole interesse archeologico sul litorale egeo sono anche Assos (tempio del sec. VI a. C.), Larissa sull'Ermo (palazzi del sec. VI a. C. con chiari influssi orientali), Mirina (necropoli con statuette fittili ellenistiche), Clazomene (sarcofagi fittili dipinti dei sec. VI-V a. C.), Cnido (nota per il suo santuario di Afrodite) e inoltre Colofone, Magnesia al Meandro, Eraclea Al Latmo, Iaso, Alicarnasso. Più a S Xanto conserva monumenti sia dei sec. V e IV a. C. sia di età ellenistica e quindi romana e paleocristiana. Sulle coste del Mediterraneo orientale si possono ricordare Telmesso, con la sua necropoli rupestre licia, Antalya, con notevoli monumenti romani, Side (agorá, strada colonnata, grande teatro), Perge, con impianto urbanistico determinato in età romana dall'incrocio di due strade colonnate, e Aspendo, col suo grandioso teatro romano; più a Oriente è Tarso in Cilicia, presso la quale sono notevoli avanzi ittiti; lungo la costa del Mar Nero, Sinope. Di molte città antiche della Caria restano anche importanti avanzi romani (Afrodisia, Alabanda, Tralle). Anche Sardi nella Lidia ebbe nuovo sviluppo in età romana (monumenti romani e cristiani). Nella Frigia monumenti conservano Aizani (tempio di Zeus, stadio, teatro), Ierapoli e Laodicea, che furono anche sedi di comunità cristiane. Nella Pisidia, Termesso, costruita a 1000 m di altezza con impianto a terrazze di tipo pergameno, e l'analoga Sagalasso, col suo teatro romano, sono interessanti esempi di grandi città montane. Ankara, la romana Ancyra, ha terme grandiose e il tempio di Roma e Augusto, famoso per il Monumentum Ancyranum inciso sulle sue pareti. In territorio turco è anche Antiochia i cui resti testimoniano solo in parte l'eccezionale importanza dell'antica città siriana. Grandioso monumento isolato è il Nemrut dag, santuario-sepolcro di Antioco I di Commagene con statue colossali di divinità greche e persiane.

Cultura: arte

Fin dal sec. V, con la costituzione dell'Impero Romano d'Oriente, si sviluppò nel territorio dell'attuale Turchia e in particolare a Costantinopoli l'arte che nel tempo verrà a definirsi come bizantina, della quale restano cospicue testimonianze che permettono di tracciarne un profilo storico. Nel sec. V l'arte bizantina, ancora fortemente legata alle tradizioni classiche, ebbe il suo centro maggiore nella corte imperiale, il cui stile aulico si irradiò in tutto l'Impero attraverso il patrocinio concesso dai sovrani alle nuove chiese. Negli edifici che ci restano di quel periodo, accanto alla persistenza di elementi classici, derivati dalle basiliche di età imperiale, si nota l'introduzione di altri di derivazione orientale, particolarmente sassanide: cupole, archi in mattoni, volte a botte senza armatura ecc. Analoghe tendenze si rilevano nella scultura, della quale ci sono pervenute opere di derivazione classica (sarcofago di Sarigüzel) ma anche alcune, come il basamento dell'obelisco di Teodosio a Costantinopoli, che presentano già una disposizione frontale delle figure. Per quanto riguarda il mosaico, le decorazioni pavimentali del palazzo imperiale rivelano l'opera di maestranze ancora vicine ai modi ellenistici, di consumata abilità tecnica. Il sec. VI, e in particolare l'età giustinianea, fu il periodo di maggior splendore artistico per Costantinopoli. Assai intensa la produzione architettonica concentrata nella costruzione di martyria (Santi Sergio e Bacco a Costantinopoli) e di grandi chiese (San Giovanni a Efeso, cruciforme, con grandi cupole; chiesa urbana di Ierapoli). Capolavoro dell'età giustinianea è la basilica di Santa Sofia a Costantinopoli (costruita nel 532 da Antemio di Tralles e Isidoro di Mileto) nella quale si combinano elementi sassanidi (la grande calotta) e classici (rivestimenti marmorei delle pareti). Nel campo della scultura, capitelli (lavorati a trapano) e decorazioni si rifanno alla tradizione classica (notevoli soprattutto i capitelli di Santa Sofia). Rimangono anche alcune interessanti testimonianze della miniatura, di vivo gusto coloristico. Nei sec. VII-VIII, le prolungate guerre e la violenza della lotta iconoclasta si rifletterono pesantemente sull'arte, la cui produzione fu modesta. Pochissime le costruzioni del tempo, mentre la decorazione musiva si limitò a motivi astratti, di gusto geometrico o simbolico (cappella rupestre di Alahan Manastír, chiese di Göreme in Cappadocia, Santa Irene a Costantinopoli). Una sensibile ripresa si verificò nei sec. IX e X, che videro l'affermarsi, nell'architettura, della pianta a croce greca con cupola (chiesa della Madre di Dio a Costantinopoli) e l'introduzione di nuove strutture come il diaconico e il nartece. Le immagini tornarono a essere ammesse nelle chiese, ma le figure furono espresse con un gusto fortemente ieratico e stilizzato (affreschi delle chiese di Göreme). Di minore importanza la pittura su icone, mentre un alto livello raggiunse la miniatura, il cui sviluppo iniziò probabilmente nell'ambito del monastero di Studios. Di grande interesse, nel sec. X, lo sviluppo dell'arte armena, caratterizzata in architettura da chiese in pietra di struttura massiccia e severa, con cupola a cono e rozze decorazioni scultoree. Del periodo degli imperatori Comneni (sec. XI-XII) sono resti di fondazioni, mosaici, ma soprattutto icone e miniature, dalle quali risulta il prevalere del gusto rigido e austero che aveva caratterizzato l'ultima fase del periodo macedone. Nel sec. XII si consolidò in Anatolia il dominio dei Turchi Selgiuchidi, ai quali si devono le prime significative testimonianze dell'arte islamica in Turchia. Sono soprattutto costruzioni militari e religiose (moschee, madrāse) o comunque di interesse pubblico (caravanserragli) a caratterizzare la loro attività edilizia, i cui maggiori esempi si trovano oggi a Konya. Caratteristica selgiuchide è la sostituzione della pietra al mattone, mentre di ispirazione persiana sono i motivi decorativi (portali scolpiti, rivestimenti decorativi in cotto e in ceramica). L'influenza selgiuchide fu sensibile anche nell'arte bizantina dei Paleologhi a İstanbul (palazzo di Costantino). Di particolare importanza la pittura bizantina del sec. XIV, della quale massimo esempio sono gli affreschi e i mosaici del monastero di Chora a Costantinopoli, restaurato nel 1332. L'islamizzazione della Turchia, iniziata dai Selgiuchidi, fu completata nel sec. XV dagli Ottomani. La prima capitale, Bursa, conserva alcuni edifici trecenteschi, tra cui la moschea di Ulu Cami con venti cupole; altre moschee del sec. XIV, caratterizzate dalla pianta a T derivata dalle madrāse di età selgiuchide, si trovano a İznik, Efeso, Mileto. Ben maggiore fu però lo sviluppo artistico nel sec. XV. La tipologia a T si ritrova nella prima grande moschea costruita a Edirne dal sultano Murād II (1435-36). L'influsso selgiuchide è evidente anche nella decorazione, con gli splendidi rivestimenti di ceramica smaltata, azzurra e celeste, dovuti ai cosiddetti Maestri di Tabriz, probabilmente turchi di provenienza iraniana, che influenzarono in modo determinante il successivo sviluppo delle botteghe ceramiche di İznik. Col sec. XVI la moschea di Bāyazīd II indica un ritorno a modi bizantineggianti, con chiari riferimenti a Santa Sofia. Massimo architetto dell'epoca fu Sinān, cui si devono costruzioni di alto livello, quali la splendida moschea di Solimano a Edirne, la Selimiye e la Mihrimah a İstanbul. Di altissimo livello si mantenne l'arte ceramica, cui si devono le splendide decorazioni di molte moschee. Nel sec. XVII altre splendide moschee vennero innalzate a İstanbul, tra cui quella del sultano Ahmed I e quella della Valide, ornata da bellissime ceramiche. Assai meno numerosi gli edifici civili giunti sino a noi, sebbene sia nota l'intensa attività costruttiva dei sec. XVI-XVII in varie parti dell'Impero. Notevoli infine l'artigianato dei metalli, dei tappeti, l'arte miniatoria. Nel sec. XVIII la Turchia si aprì a influssi europei, soprattutto in architettura, dove appaiono evidenti le derivazioni dal gusto barocco e rococò. Degni di menzione sono in particolare le moschee di Nur-u Osmaniye e di Laleli e soprattutto il Topkapı, il palazzo dei sultani, più legato alla tradizione turca; vanno anche citate le numerose, bellissime fontane, molte delle quali sono giunte fino ai nostri giorni (ne esistevano, a İstanbul, 404). A partire dal sec. XIX l'arte turca, pur mantenendo talune sue specifiche caratteristiche, è venuta sempre più inserendosi nel contesto culturale europeo. Le moschee e i palazzi costruiti a İstanbul nell'Ottocento, come la reggia di Dolmabagce, derivano direttamente il loro stile dall'eclettismo di tipo francese. Successivamente il crollo dell'Impero turco e l'avvento della repubblica hanno determinato l'introduzione in Turchia dell'architettura razionale, le cui prime manifestazioni datano al 1930. Degni di menzione alcuni intelligenti piani regolatori, in particolare quello di Bursa, che hanno saputo conciliare l'espansione urbana con la salvaguardia delle caratteristiche ambientali e storiche. Mentre l'arte figurativa degli ultimi due secoli si è mantenuta su livelli modesti, inevitabili in una cultura in cui vige il tradizionale sospetto islamico verso le rappresentazioni figurative, alcune forme di artigianato, come per i tappeti, hanno saputo conservare il proprio tradizionale livello qualitativo (noti soprattutto i tappeti anatolici). L'arte astratta occidentale si è diffusa in Turchia a opera del pittore Sabri Berkel (1907-1993) e dello scultore Hadi Bara (1906-1971). Tra gli esponenti della pittura contemporanea turca ricordiamo Erdal Alantar (n. 1932), Sadan Bezeyis (n. 1926) e Devrim Erbil (n. 1937), con gli scultori Sadi Calik (1917-1984) e Ilhan Koman (1923-1986). Il nome più nuovo dell'arte turca contemporanea è quello del cipriota di parte turca Huseyin Caglayan (n. 1970), un giovane artista e stilista che vive a Londra e che ha rappresentato la Turchia alla 51a Biennale di Venezia (2005) con un video che mescola antropologia, geografia e ricerca sull'identità, La presenza assente, protagonista l'attrice inglese Tilda Swinton. Infine, non deve essere dimenticato che il grande amore dell'artigianato turco per i tessuti sontuosi e le forme preziose si è tradotto negli ultimi anni in una crescente presenza degli stilisti turchi tra i nomi più affermati della moda e del design internazionale, come Rifat Ozbek e la giovane Berna Ackasoy.

Cultura: musica

La civiltà musicale turca s'inserisce nel quadro sostanzialmente unitario della musica del vicino Oriente islamico. Anch'essa si basa su una scala articolata in modo profondamente diverso da quella europea e tale da consentire minime sottigliezze e sfumature melodiche. Infatti la teoria musicale turca individua all'interno dell'ottava una scala di 24 suoni (derivati dai 24 tasti del principale strumento turco, un liuto chiamato tanbur) e distingue su questa base un centinaio di “modi”. Anche per l'aspetto ritmico sono teorizzate sottili e complesse combinazioni. La musica colta profana è strettamente legata alla tradizione araba. Come in essa è fondamentale un tipo di pezzo strumentale costruito come una suite di sezioni tutte basate sullo stesso maqan, cioè sulla medesima formula melodica, oggetto di processi di variazione. Affini sono anche i principali strumenti. La musica sacra si articola in tre generi fondamentali: Ilahi, gli inni per i vari mesi dell'anno musulmano, Tevchic (lodi del Profeta), Ayni Cherif, repertorio dei dervisci. Un aspetto singolare del rapporto tra la musica turca e quella europea è costituito dalla popolarità che ebbe in Europa verso la fine del sec. XVIII la musica dei giannizzeri (le guardie del corpo dei sultani), con i suoi caratteristici strumenti a percussione (triangoli, tamburi, cimbali): fu oggetto di imitazione o almeno di allusione da parte di numerosi compositori, tra cui L. van Beethoven e W. A. Mozart. Un genere musicale molto diffuso è il cosiddetto Arabesk, che mescola musica turca e musica araba: è la musica che viene diffusa di solito nei supermercati e sugli autobus. La musica più ascoltata in Turchia è tuttavia, oggi, il cosiddetto Turkish pop, un mélange imprevedibile di ritmi e strumenti tradizionali, movenze, testi e suggestioni mutuati dal pop internazionale. Le star del Turkish pop, come Tarkan, Mahzar Alanson o gli M.F.O., sono notissime in patria e godono naturalmente di un discreto successo di vendita anche in Paesi nei quali l'emigrazione turca è più sensibile, come la Germania. Un cantante di Turkish pop particolarmente eclettico è Zülfü Livaneli, cantautore che mescola musica classica turca, pop occidentale e testi “colti” come poesie di L. Aragon e P. Eluard tradotte in turco; ugualmente amata dagli intellettuali la cantante Sezen Aksu, che coniuga l'estrema cantabilità tipica dell'Arabesk alle inquietudini e alle sonorità di un certo rock internazionale. L'interprete di musica sufi più noto in Turchia è invece Mercan Dede (vero nome Arkin Allen) un artista capace di far rivivere l'antica tradizione dei dervisci fondendola con la ricerca elettronica; più legato alla tradizione è invece Suleyman Erguner, virtuoso di un tipico flauto in legno detto ney ed erede di una dinastia di danzatori e musicisti.

Cultura: teatro

Sebbene in Turchia prevalga il teatro di tipo occidentale, si cerca di conservare le forme spettacolari tradizionali, del tutto estranee alla tradizione europea. I turchi hanno avuto infatti due generi particolari e importanti che affondano le loro radici nella cultura popolare. Il primo è l'Orta Oyunu (spettacolo centrale), una sorta di Commedia dell'Arte con lazzi di facile effetto, personaggi fissi e allusioni all'attualità, che veniva recitata, con accompagnamento di musiche e danze, da compagnie professionali. Le rappresentazioni si svolgevano generalmente all'aperto (ma d'inverno anche in taverne o nei palazzi dei ricchi) per un pubblico che contribuiva al mantenimento degli attori con offerte volontarie. L'altro genere importante è il Karagöz, un teatro d'ombre che prendeva nome dal protagonista delle sue storie e che si diffuse presto in tutto il mondo islamico. Gli spettacoli venivano presentati nei caffè e svolgevano una funzione di commento agli avvenimenti quotidiani per un pubblico esteso a tutte le classi sociali. Si deve allo scrittore Aziz Nesim (1915-1995) il più significativo tentativo di modernizzarlo. Verso la fine del Settecento, cominciò a farsi sentire l'influenza occidentale: si costruirono teatri sul modello europeo che ospitavano generalmente compagnie straniere di prosa e di lirica, ma che nella seconda metà dell'Ottocento accolsero anche recite in turco (la prima compagnia professionale era però interamente composta di armeni). Ostacolava tra l'altro un'attività drammatica con protagonisti locali la proibizione alle donne di fede islamica di comparire sulla scena. Con l'avvento della repubblica, mutò notevolmente anche la situazione teatrale: si aprì a İstanbul un teatro municipale affidato alla direzione di Muhsin Ertuğrul, un attore che aveva fatto esperienza in Russia, e con quadri forniti dal Conservatorio nazionale esistente sin dal 1915 e passato alle dirette dipendenze dello Stato nel 1936. Vennero chiamati come consulenti P. Hindemith e C. Ebert e s'inaugurarono corsi per attori, cantanti e suonatori. L'intervento delle autorità pubbliche contribuì a fare del teatro un elemento di rilievo della vita culturale del Paese. Le istituzioni maggiori, copiosamente sostenute dallo Stato, sono il Teatro Municipale d'İstanbul, con quattro sale e una compagnia d'opera, e il Teatro di Stato di Ankara, con quattro sale nella capitale, due in provincia, una compagnia d'opera e una di balletto. I repertori comprendono traduzioni di testi europei e opere di autori nazionali, le repliche sono abbastanza numerose e durano per un paio di mesi in media, i prezzi assai bassi. Tra gli autori teatrali più affermati nella Turchia contemporanea segnaliamo Haldun Taner (1916-1986), Orhan Asena (1921-2001), Necati Cumali (1921-2001) e Turgut Özakman (n. 1930). Per motivi legati alla lingua e al relativo isolamento della cultura turca, pochi sono gli autori teatrali che abbiano conosciuto un certo successo internazionale: tra questi spicca Bilgesu Erenus (n. 1943), scrittrice e cantante impegnata ed eclettica, nota per i suoi drammi a sfondo sociale o ispirati alle tematiche legate all'emigrazione turca in Europa.

Cultura: danza

Nel 1947 è stata fondata a İstanbul una scuola nazionale di balletto, trasferita ad Ankara nel 1950. Una seconda scuola è stata fondata sempre a İstanbul nel 1970. Sia l'attività didattica sia quella ballettistica sono state in un primo momento largamente influenzate dalla moderna tradizione britannica, con più recenti aperture al repertorio internazionale, compatibilmente con la situazione politica del Paese. Il primo coreografo turco di alto livello è stato certamente Sait Sokmen (n. 1942), che tornato in patria dopo un lungo soggiorno a New York presso la scuola di Balanchine ha aperto la strada al balletto contemporaneo, cercando di amalgamare temi leggendari e tradizionali a una struttura coreografica ispirata alla modernità occidentale (Kurban, Il sacrificio, 1976). Le tre coreografe e danzatrici più carismatiche degli ultimi decenni sono certamente Duygu Ayka (n. 1948), Aydın Teker (n. 1958) e la potente Geyvan McMillen (n. 1952), che hanno saputo introdurre in Turchia non solo il lavoro delle più importanti compagnie internazionali, da Martha Graham a Leonide Massine, ma anche le recenti suggestioni del teatro-danza europeo.

Cultura: cinema

Iniziata nel 1914 da cortometraggi e cinegiornali di guerra, la produzione nazionale registrò una dozzina di film nel periodo muto e un centinaio col sonoro fino al 1950. Dominatore assoluto fu Muhsin Ertuğrul (1892-1879), uomo di teatro che si limitò a filmare il proprio repertorio. Pioniere del linguaggio cinematografico oltre che dell'impegno politico e sociale fu invece, negli anni Cinquanta, Lüftü Akad, influenzato da modelli francesi e americani (In nome della legge, 1952; Ci sono sei morti, 1953; Il fazzoletto bianco, 1955), ma poi sempre più vicino ai costumi e alla realtà del Paese (La legge delle frontiere, 1966; Il fiume, 1972; La sposa, 1973; Il matrimonio, 1974; L'espiazione, 1975). Il suo esempio venne seguito da numerosi registi che contrastarono la tendenza prevalente per i melodrammi d'azione, sesso e violenza. L'Orso d'oro vinto nel 1963 al Festival di Berlino da Estate arida di Metin Erksan rafforzò la corrente più onesta, impersonata tra gli altri da Atif Yilmaz che fece debuttare Yilmaz Güney come attore e come assistente e che nel 1972, durante uno dei frequenti periodi di carcerazione politica dell'allievo, completò e firmò il suo film I poveri. Nato nel 1937 a Yenice di Adana, immaturamente spentosi a Parigi nel 1984, Güney è la figura artisticamente e civilmente più rilevante del cinema turco. Dopo una densissima carriera di attore, si formò come cineasta e scrittore attorno alla rivista Giovane cinema nata nel 1968. Quale autore completo esordì col trittico Speranza (1970), Elegia (1971), L'amico (1974), dedicato ai contadini dell'Anatolia e che sfidava a viso aperto il regime feudale. Condannato a più riprese, prima per comunismo poi, su false testimonianze, per assassinio, Güney continuò la resistenza nei vari penitenziari, dettando altri film ai propri assistenti Serif Gören e Zeki Ökten, che praticamente li giravano. Dopo il golpe dei generali (settembre 1980) si sentì in pericolo di vita e, nell'ottobre del 1981, riuscì a evadere e a riparare all'estero. Nel 1982 presentò personalmente a Cannes il suo Yol (materialmente filmato da Gören, ma da lui concepito, sceneggiato e montato), vincendo la Palma d'oro. Proseguì la sua battaglia in esilio con un altro film, l'ultimo, Il muro (1983), sulle esperienze di prigionia. Il suo influsso sui giovani è stato dirompente, da lui è nato il nuovo cinema più volte premiato ai festival internazionali. Oltre a quelli di Gören (La medicina, 1984; Sentimenti nascosti, 1985) e di Ökten (Il gregge, 1979; Il nemico, 1980; Il lottatore, 1985) spiccano i nomi di Yavuz Orkan (Miniera, 1978), Ali Özgentürk (At, il cavallo, 1983), Omer Kavur, Türkan Soray, Erden Kiral, egli pure costretto all'esilio (Sulla terra fertile, 1980; Una stagione a Hâkkari, 1983, Orso d'argento al Festival di Berlino; Lo specchio, 1984), Yavuz Turgul (Mushin Bey, 1988) e Menduh Un (Tutte le porte erano chiuse, 1990). Nonostante una fortissima crisi economica abbia messo in ginocchio negli anni Novanta la cinematografia turca, non sono mancati autori e pellicole di rilievo. Successi internazionali hanno ottenuto Furuzam e Gulsun Karamustafa con I miei cinema (1990), Fehmi Yasar con Il cuore di vetro (1990), Omer Kavur, che si è avvalso della collaborazione dello scrittore Orhan Pamuk, per Il viso segreto, presentato nel 1991 alla Mostra del Cinema di Venezia, e Mustafa Altiokar con İstanbul sotto le mie ali (1996). Il già citato Kiral ha realizzato nel 1996 Esilio blu, il film più costoso della cinematografia turca. Molti registi sono figli della grande ondata emigratoria che ha portato i turchi in tutta Europa, soprattutto in quella che un tempo era la Germania Occidentale: basti pensare al successo del drammatico La sposa turca (uscito in Italia nel 2004), opera prima di Fatih Akin (n. 1973) che traccia con esattezza il ritratto di una generazione divisa in due, tra Oriente e Occidente. Si definisce «figlio di due culture», infine, anche il regista Ferzan Ozpeteck (n. 1959), nato a İstanbul e attivo da qualche decennio in Italia.

Bibliografia

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Per il cinema

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Media

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Collegamenti