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praterìa

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Lessico

sf. [sec. XIV; da prato].

1) In ecologia, bioma comprendente le vaste distese dominate da fitocenosi erbacee, in massima prevalenza Graminacee.

2) Per estensione, vasta zona coltivata a prato.

3) Cane delle praterie, roditore detto anche cinomio.

Ecologia

La prateria è particolarmente diffusa sia in zone pianeggianti subtropicali con netta prevalenza di aridità stagionale, sia in zone continentali con macroclimi xerici (venti secchi, precipitazioni annuali mai superiori ai 500 mm). Tipiche sono le grandi praterie dell'America Settentrionale e Centrale; la steppa, stretta fascia estesa attraverso l'Eurasia, dal bacino danubiano fino alla Mongolia; le pampas sudamericane. Esistono comunque praterie di varia estensione praticamente su tutti i continenti, Australia compresa. Caratteristica comune della prateria è l'enorme prevalere sulle altre forme di vegetazione delle piante erbacee; queste ultime sono i produttori primari di tale ecosistema e si estendono su tutta la superficie, costituendo un vero e proprio “mare” d'erba, i cui stoloni, rizomi e fusti striscianti formano quasi dei feltri aggrovigliati nei livelli superiori del terreno. Spiccano, come si è detto, le Graminacee (Andropogon, Panicum, Poa, Stipa, Gynerium, Agropyrum, Festuca, ecc.). Il pascolo continuo operato dai grossi mammiferi erbivori e i frequenti incendi a cui è sottoposta la prateria costituiscono un importante fattore limitante, poiché contribuiscono non solo a rinforzare e ad accelerare la ricrescita del mantello erbaceo ma anche a contrastare la progressiva invasione di essenze vegetali a fusto legnoso (suffrutici, arbusti e alberi). Tra i consumatori primari sedentari, alcuni possono tuttavia provocare effetti devastanti locali sulla vegetazione: sono in questo caso piccoli mammiferi erbivori, soprattutto roditori (per esempio viscacce, cani della prateria o cinomi) e lagomorfi, che scavando tane e complessi cunicoli sotterranei alterano il profilo del suolo e degradano la vegetazione. Al contrario, l'effetto di altri consumatori primari (per esempio i grandi erbivori come il bisonte americano) sui pascoli è di minimo danno; anzi, grazie alle loro migrazioni stagionali, la periodica defoliazione da essi provocata stimola addirittura una più rapida ricrescita delle piante. Oltre alle specie già citate, si ricordano anche, nel Nuovo Continente, le antilocapre, diversi uccelli tetraonidi e galliformi al Nord; al Sud, i cervi delle pampas, numerose famiglie di roditori e, tipici tra gli uccelli corridori, i nandù. Nelle steppe del continente eurasiatico, gazzelle e l'antilope saiga, alcuni cavalli e asini selvatici, ormai ridotti quasi all'estinzione, come il cavallo di Przevalski, gli onagri e gli emioni; uccelli granivori e insettivori, tra cui gruiformi (otarde e gru) e gli pteroclidi; nonché numerosi roditori, come citelli, gli hamster, ecc. Nelle praterie australiane, invece, mancano erbivori placentati autoctoni, il cui ruolo ecologico è svolto da marsupiali erbivori quali canguri e wallaby, ora molto ridotti di numero per la caccia praticata dall'uomo e per la fortissima competizione di artiodattili domestici introdotti (ovini, bovini). Di fondamentale importanza tra gli organismi produttori secondari (e quindi consumatori primari) sono gli insetti, tra cui Ortotteri Celiferi, con gran numero di specie ed elevata quantità di biomassa totale. Dopo gli erbivori, i consumatori secondari (carnivori) occupano ovviamente i successivi gradini della piramide trofica di questo bioma; accanto ai piccoli carnivori, come i tassi nordamericani e vari Mustelidi, sono ben rappresentate due importanti famiglie di mammiferi: i Canidi, con il coyote, alcune specie di lupi e di volpi; i Felidi, con il puma americano, il gatto delle steppe asiatiche o manul, ecc. Non mancano però uccelli predatori diurni e notturni, Falconiformi e Strigiformi, e rettili con numerose specie di sauri e serpenti (crotali o serpenti a sonagli).