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teologìa

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Definizione

sf. [sec. XIII; dal gr. theología, da theós, dio, e -logía, -logia]. Dottrina che riguarda Dio, gli dei o la religione. Più spec. nell'ambito del cristianesimo, la teologia cristiana è, fondamentalmente, riflessione sull'oggetto proprio della fede cristiana, costituito dalla rivelazione di Dio, così come è attestata nella Scrittura. In partic., teologianegativa.

Religione: dalle origini all’XI secolo

In quanto la rivelazione di Dio attestata nella Scrittura si concentra nella persona di Gesù Cristo, la teologia cristiana è contemporaneamente cristologia. Giacché poi la rivelazione interessa l'uomo non in quanto puro oggetto di conoscenza speculativa, bensì come parola e atto divini, in relazione ai quali si decide della sorte stessa dell'esistenza umana, la teologia cristiana è altresì soteriologia; è quindi ecclesiologia, nella misura in cui riflette sulla realtà cui l'incontro di rivelazione e fede dà luogo, ossia sulla comunità dei credenti; è escatologia, nel momento in cui la riflessione teologica tematizza il problema del rapporto fra la rivelazione di Dio e la totalità della storia del mondo. Una tale esposizione dell'articolazione interna della teologia cristiana – che potrebbe ulteriormente specificarsi – se, da un lato, vale a illustrarne, in termini assai generali, l'estensione tematica, è peraltro ancora del tutto inadeguata a definirne esaustivamente il carattere proprio. In altre parole, il concetto di teologia cristiana diviene comprensibile, nella sua concretezza, quando si consideri che essa è, essenzialmente, un fenomeno storico, il risultato sempre nuovo di un movimento dinamico, di un processo di riflessione, condizionato da molteplici fattori. Una prima condizione – per così dire intrinseca – per lo sviluppo della teologia cristiana è contenuta già nella complessità della teologia biblica, neotestamentaria in particolare, dalla quale, come si è detto, la riflessione teologica prende le mosse e alla quale continuamente torna a riferirsi: tale complessità, spesso carica di tensioni, ha implicato che, di volta in volta, la teologia si configurasse come tentativo di enucleare il centro del messaggio biblico dalla molteplicità delle sue espressioni, e di riferire sistematicamente a esso la varietà dei dati teologici. Lo sviluppo di questo stesso processo interpretativo è stato poi di fatto condizionato, a sua volta, dalla sempre ricorrente necessità di ri-comprendere e ri-esporre l'oggetto della fede entro contesti storici e culturali differenti, ciò che ha dato luogo a un modo di svolgimento del pensare teologico che non è lineare, bensì dialettico. Da questo punto di vista, si può riguardare alla storia della teologia cristiana come alla storia della tensione, mai definitivamente risolta, tra la necessità, da un lato, di pensare ed esprimere l'oggetto della fede in forme nuove rispetto a quelle della teologia biblica (legate cioè a sempre nuovi modi concettuali ed espressivi), e l'esigenza, d'altro lato, di tener ferma, in questo succedersi d'incontri con ambiti storici e culturali diversi, l'originalità dell'oggetto della fede, la sua irriducibilità, cioè, a qualsiasi forma o tradizione culturale extrabiblica. Nel periodo immediatamente successivo all'elaborazione del corpus neotestamentario, la prima coerente teorizzazione dell'incontro fra tradizione biblica e tradizione filosofica ellenica si ha con gli Apologisti cristiani, in particolar modo nell'opera di Giustino, dove nel concetto di Lógos sono identificate la parola neotestamentaria (Evangelo di Giovanni) e la ragione stoica: questa identificazione concettuale sottende una valutazione del rapporto fra cristianesimo e cultura filosofica greca in termini di sostanziale continuità storica e ideale e costituisce al tempo stesso la premessa teorica perché l'oggetto della fede cristiana possa ritradursi in forme proprie della tradizione culturale greca. Lungo questa linea di pensiero si muove quindi (tra la seconda metà del sec. II e la prima metà del sec. III) la scuola teologica alessandrina, dove la teorizzazione della sintesi greco-cristiana è portata a compimento da Clemente e sfocia nell'imponente sistemazione filosofico-teologica di Origene. Il processo di assimilazione della concettualità e della terminologia filosofica greca da parte della teologia cristiana, che si attua in questi primi secoli, costituisce il fondamento, in base al quale si viene costruendo il nucleo della simbolica trinitaria e cristologica (attraverso le contese dottrinali e i concili ecumenici dei sec. IV e V), dove la ricerca dell'essenza degli asserti neotestamentari si cristallizza in dogmi, alla cui formulazione la cultura filosofica greca dà un apporto determinante. Nel sec. V, le sintesi teologiche di Agostino e dello Pseudo Dionigi testimoniano come la teologia cristiana assuma, quali strumenti concettuali privilegiati, il pensiero platonico e quello neoplatonico, che, insieme con l'ormai consolidata tradizione patristica, costituiscono il punto di riferimento centrale dell'elaborazione teologica successiva per un periodo plurisecolare. Dell'insieme di questo processo di assimilazione della cultura greca da parte della teologia cristiana (attuatosi non senza interne tensioni e contrapposizioni dialettiche) si è spesso parlato come di un'ellenizzazione del cristianesimo: questa formula può essere tuttora accolta, solo se si è criticamente avvertiti del fatto che nell'ambito della stessa teologia neotestamentaria la cultura ellenistica è già ampiamente presente (Paolo, Giovanni). Tuttavia, mentre in tale ambito la tradizione culturale ebraica mantiene un peso determinante e condiziona l'uso stesso della concettualità ellenistica, nel processo di successiva ellenizzazione accade che effettivamente il peso della tradizione filosofica greca conduca allo sfumarsi e anche all'invertirsi di questo rapporto, per cui concetti e significati propri della cultura giudaica subiscono, nella traduzione greca che ne vien fatta (in questo senso: nel processo di ellenizzazione), mutamenti non semplicemente formali, ma altresì di contenuto. Per addurre un esempio ormai noto: nel campo della soteriologia, il riferimento all'antropologia dualistica greca implica lo spostamento dall'idea biblica della resurrezione alla concezione dell'immortalità dell'anima individuale. Nella teologia medievale, la sintesi greco-cristiana continua a svilupparsi lungo diverse linee direttrici: l'eredità platonica e agostiniana è raccolta e condotta a nuove sistemazioni da Anselmo di Canterbury (sec. XI) e, due secoli dopo, ancora da Bonaventura di Bagnoregio; al neoplatonismo – mediato da Dionigi l'Areopagita, da Scoto Eriugena e dai commentatori arabi di Aristotele – si ricollega la mistica di M. Eckhart; l'aristotelismo viene posto alla base della costruzione teologica di Tommaso d'Aquino. Contemporaneamente, i presupposti stessi della convergenza tra filosofia e teologia si vengono problematizzando nel pensiero della scolastica, continuamente percorso dalla tematizzazione del rapporto tra ragione e fede.

Religione: dall’XI secolo ai giorni nostri

Dal sec. XI in avanti, questo rapporto è oggetto di discussione e di polemiche, come quella che oppone a Berengario di Tours gli antidialettici del sec. XI (soprattutto noto fra di essi è Pier Damiani), o quella tra Abelardo e Bernardo di Chiaravalle nel secolo successivo. Da questo punto di vista, lo sviluppo della teologia medievale può essere veduto come un arco teso tra la rifondazione consapevole della sintesi di filosofia e teologia, presente in Anselmo e poi in Tommaso, e la dissoluzione del rapporto ragione-fede operata in modi diversi, nella prima metà del sec. XIV, da Duns Scoto e da Guglielmo di Occam, nelle cui teologia sono riattinti – e consapevolmente opposti alla tradizione culturale greca – motivi fondamentali dell'originaria concezione biblica di Dio. Preparata quindi dall'occamismo, e in parte anche dal recupero critico della cultura classica nell'Umanesimo, la dissoluzione della sintesi greco-cristiana perviene al momento culminante nella teologia della Riforma protestante, nelle cui formule programmatiche (sola Gratia e sola Scriptura) si afferma appunto l'esigenza di restituire all'oggetto della teologia la sua piena originalità. Di fronte a questa posizione teologica, il Concilio di Trento ripropone, al contrario, la fondazione della sintesi culturale, in particolare con la dottrina delle due fonti della rivelazione (Scrittura e Tradizione): tre secoli più tardi, la ridefinizione in termini tomistici del rapporto tra ragione e fede, nel Concilio Vaticano del 1870, conferma e precisa la scelta di fondo della teologia cattolica. Molto schematicamente, si può dire che a partire dal sec. XVI la tensione interna alla teologia antica e medievale, tra momento della sintesi e riaffermazione dell'irriducibilità dell'oggetto della fede a tradizioni culturali extrabibliche, si trasferisce nel contrasto che oppone fra loro teologia cattolica e teologia protestante, anche se questa valutazione non deve impedire di vedere come, di fatto, quella tensione torni in realtà a riproporsi ancora, in nuove forme, entro ciascuno dei due sistemi teologici, condizionandone il processo storico di sviluppo. Sul terreno del cattolicesimo, per esempio, mentre la teologia protestante è impegnata nella sistematizzazione dei propri contenuti (periodo dell'ortodossia protestante), si sviluppa nel sec. XVII il movimento giansenista, che, nell'opera della sua figura più rappresentativa, B. Pascal, contrappone “al dio dei filosofi il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”. D'altra parte, se il giansenismo rimane nel cattolicesimo un fenomeno sostanzialmente emarginato dalla teologia ufficiale ecclesiastica, che procede nelle sue elaborazioni lungo le linee del Concilio Tridentino, ben più complesso e carico di conseguenze si dimostra, nel secolo successivo, il fenomeno dell'incontro fra teologia protestante e pensiero illuministico, che fonda un momento essenziale nella storia della teologia protestante: quello della sintesi fra pensiero teologico e cultura moderna. Il contrasto fra teologia cattolica e teologia protestante viene così configurandosi, nel sec. XIX, in termini nuovi: da un lato, nell'ambito di un sistema teologico sostanzialmente ripiegato sul passato, i tentativi di collegamento con la nuova cultura critica e storicistica (per esempio le teologie di J. A. Möhler e di J. H. Newman) si presentano come episodi abbastanza isolati, quando non apertamente sconfessati dal magistero ecclesiastico (come il modernismo agli inizi del sec. XX); d'altro lato, invece, il protestantesimo raccoglie e assimila gli esiti del pensiero kantiano e idealistico, dando luogo al movimento della teologia liberale, segnato dai nomi di F. D. Schleiermacher, F. Ch. Baur, A. Ritschl, A. von Harnack; contemporaneamente, lo studio storico-critico della Bibbia rinnova la teologia esegetica, aprendo un periodo di sviluppo della critica biblica secondo metodi rigorosamente scientifici. La teologia liberale si mostra peraltro, entro il processo di sviluppo teologico del protestantesimo, più come una necessaria fase di transizione, che non come il definitivo conseguimento di una nuova sintesi culturale: dopo la prima guerra mondiale, il movimento della teologia dialettica, dissolvendo di quella sintesi i motivi sistematici e dogmatici, ma insieme raccogliendone gli strumenti critici d'indagine biblica, ripropone alla teologia protestante il compito di attingere ed evidenziare – pur in un serrato confronto con la cultura contemporanea – l'oggetto proprio della fede, il nucleo cioè del messaggio biblico, nella sua originalità. Ricollegandosi in parte al pensiero di S. Kierkegaard, rimasto isolato nel secolo precedente, K. Barth dà il fondamentale impulso a questa svolta, dalla quale germinano le nuove posizioni teologiche di R. Bultmann, F. Gogarten, E. Brunner e, non ultima, la ricostruzione dogmatica dello stesso Barth. Nell'ambito del cattolicesimo, il conflitto fra teologia ufficiale e ricerca di nuove strade teologiche permane tuttora, anche se, dopo il Concilio Vaticano II, si è avuta una vigorosa espansione di tendenze innovatrici: mentre il neotomismo (che ha il suo momento più felice nell'opera di J. Maritain) s'isterilisce, destano maggiore interesse gli esiti della teologia francese (Y. Congar), tedesca (H. Küng, K. Rahner), olandese (E. Schillebeeckx, P. Schoonenberg, tra i principali ispiratori del Nuovo Catechismo Olandese). La teologia cristiana è nel suo insieme impegnata nella ricerca di una risposta ai problemi sollevati dalla secolarizzazione del mondo contemporaneo: la nuova teologia protestante americana (P. van Buren, H. Cox, W. Hamilton, Th. Altizer), che si richiama soprattutto al pensiero di P. Tillich e D. Bonhöffer, la teologia politica dei protestanti J. Moltmann e D. Sölle e del cattolico J. B. Metz, la proposta di una lettura materialistica della Bibbia avanzata dal portoghese F. Belo, la teologia della liberazione di J. H. Cone, G. Gutierrez e F. Herzog costituiscono altrettanti momenti di questa ricerca, arricchita, tra l'altro, dal fenomeno dell'ecumenismo.

Bibliografia

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