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psicologìa

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sf. [sec. XVIII; psico-+-logia].

1) Scienza che studia la condotta (o il comportamento) dell'individuo, sia considerato singolarmente sia nei suoi rapporti con gli altri, i fattori che determinano la sua condotta (o comportamento), sia interni all'individuo sia ambientali, l'evoluzione nel tempo di questi fattori e dei comportamenti da essi dipendenti. Il termine, probabilmente coniato da Melantone nella forma latina psychologia, fu usato per la prima volta dal filosofo tedesco R. Goclenius nell'opera De hominis perfectione (1590). Presso gli antichi autori non esisteva una disciplina autonoma con tale denominazione, ma nell'ambito della filosofia si studiava la psiche (o anima) intesa come principio vitale.

2) Nel linguaggio comune, la conoscenza, derivata da un'approfondita analisi, dell'animo umano anche nei suoi recessi più nascosti.

3) Per estensione, il modo di pensare e di reagire dal punto di vista affettivo e intellettivo di un singolo individuo, di una categoria o di una comunità di persone, considerate nel loro insieme: i capipopolo conoscono a fondo la psicologia delle masse; persona dalla psicologia piuttosto fragile; le caratteristiche della psicologia infantile.

Cenni storici: dalle origini alla fine dell'Ottocento

Se per comportamento si intende ogni manifestazione dell'individuo osservabile all'esterno (sia pure per mezzo di strumentazioni che consentano di rilevare alterazioni umorali, presenza di potenziali d'azione in determinate strutture, per esempio, nel sistema nervoso, ecc.), il concetto di condotta cui sono più legati gli studiosi europei è più ampio, comprendendo per esempio il riferimento a determinati standard, come quelli morali o quelli legati a certi compiti specifici, che nel concetto di comportamento manca. D'altronde, la definizione di psicologia di W. Wundt, uno dei padri della psicologia scientifica nel sec. XIX, era “scienza dell'esperienza immediata”, distinta in ciò dalle altre scienze naturali, che trattavano dell'“esperienza mediata”. La storia della psicologia come scienza è relativamente breve, potendosi porre la sua data di nascita nella seconda metà del sec. XIX: nel 1860 G. T. Fechner pubblicò il suo trattato di psicofisica e nel 1879 Wundt aprì il primo laboratorio di psicologia a Lipsia. Fechner cominciò ad assicurarle dignità di scienza mostrando come poteva essere trovata una legge che mettesse in relazione stimoli fisici ambientali e sensazioni. Wundt, dal canto suo, dimostrò come processi ben più complessi, quali per esempio quelli di pensiero, potessero essere studiati in laboratorio utilizzando come tecnica fondamentale quella dei tempi di reazione. Il clima filosofico che più influenzò i primi psicologi era quello dell'empirismo associazionista inglese (in particolare J. Stuart Mill e A. Bain). In Inghilterra, ancora, Ch. Darwin doveva compiere uno studio sull'espressione delle emozioni negli animali e nell'uomo, che avrebbe anticipato i risultati dell'etologia contemporanea, e F. Galton avrebbe compiuto studi rilevantissimi sull'eredità delle funzioni psichiche superiori. Nel laboratorio di Wundt si formarono poi anche numerosi psicologi non tedeschi, che avrebbero contribuito in modo determinante alla diffusione della nuova disciplina scientifica nel resto del mondo, tra i quali lo statunitense J. Mc Keen Cattell. Negli Stati Uniti, la psicologia si stava sviluppando sotto la spinta di altre concezioni, e in particolare di quelle di W. James, che furono alla base della scuola di Chicago, che ebbe tra i suoi esponenti J. R. Angell (1869-1949). Inoltre un allievo di Wundt, O. Külpe (1862-1915), con i suoi allievi della scuola di Würzburg, aveva messo a punto un nuovo metodo di indagine per la ricerca psicologica, l'introspezione, consistente nel far analizzare a soggetti particolarmente addestrati gli aspetti delle esperienze che vivevano. Il clima doveva però mutare in modo abbastanza radicale e ciò fu dovuto soprattutto a tre tipi di apporti: lo sviluppo della psicopatologia, con la nascita in particolare della psicanalisi negli anni a cavallo tra i sec. XIX e XX; la scoperta del condizionamento classico (che seguiva agli studi di E. L. Thorndike sull'apprendimento animale) nei primi anni del Novecento, e che doveva fornire le basi alle impostazioni comportamentiste; il superamento dell'associazionismo nello studio della percezione e del pensiero con le ricerche degli psicologi della forma (Gestalt).

Cenni storici: il Novecento

Psicanalisi, behaviorismo e gestaltismo dovevano costituire le tre scuole psicologiche principali che avrebbero contrassegnato lo sviluppo della psicologia lungo tutto il sec. XIX. L'importanza della psicanalisi è dovuta innanzitutto all'elaborazione del concetto di inconscio, alla dimostrazione dell'esistenza di un metodo clinico come alternativa al classico metodo sperimentale utilizzato nei laboratori di psicologia, all'uso del malato di mente, e in particolare del nevrotico, come lente di ingrandimento per capire meglio dinamismi e processi presenti anche nel “normale”. Inoltre uno dei più rilevanti contributi della psicanalisi alla psicologia in genere (oltre alla sua efficacia come strumento psicoterapeutico) va rintracciato nell'attenzione che ha fatto porre sui primi anni di vita del bambino come determinanti per tutta l'età adulta. Il behaviorismo nasce invece come polemica contro la psicologia “mentalista” allora predominante; lo psicologo non può studiare i processi mentali, perché non sono osservabili intersoggettivamente (e quindi si nega valore scientifico anche all'introspezione), ma deve limitarsi allo studio del comportamento, in quanto direttamente osservabile. Le leggi dell'apprendimento e i riflessi condizionati consentono, secondo Watson, caposcuola del behaviorismo, di mettere in relazione ambiente (direttamente osservabile e misurabile) e comportamento. In pratica, con il behaviorismo la psicologia viene a essere una scienza dell'“esperienza mediata”, secondo la definizione di J. B. Wundt, come tutte le scienze naturali. La critica del gestaltismo è invece rivolta alla psicologia associazionistica, in quanto esso sostiene che non si percepiscono somme di stimoli, ma forme, totalità strutturali secondo principi innati, che sono più della somma delle parti che le compongono. Oltre alle tre scuole psicologiche nominate, nel panorama della psicologia mondiale sono da ricordare altri indirizzi che hanno avuto notevole rilevanza. Tra questi vi è la reflessologia, sviluppatasi in Unione Sovietica sulla base delle ricerche di I. P. Pavlov (1849-1936) sui riflessi condizionati. La reflessologia viene spesso accomunata al comportamentismo (per queste due scuole si parla di “impostazione oggettiva”); sono infatti comuni a reflessologia e comportamentismo l'accento posto sui processi di acquisizione, la polemica antimentalista, ecc. Accanto alle somiglianze vi sono però cospicue differenze, dovute soprattutto alla diversa ideologia (implicita, nel caso del comportamentismo, esplicita in senso marxista nel caso della reflessologia) che sottostà alle due impostazioni. In particolare, elementi determinanti della reflessologia sono materialismo, monismo e storicismo. Ancora va ricordato lo sviluppo della psicologia in Francia; una delle figure dominanti è qui H. Piéron (1881-1964), che ha posto l'accento soprattutto sui rapporti tra comportamento e processi fisiologici. Impostazione fenomenologica ha invece un altro psicologo di lingua francese, il belga A. Michotte (1881-1965), i cui studi sul problema della causalità vanno considerati tra i più significativi della psicologia del Novecento. Altre scuole che meritano di essere ricordate, almeno di sfuggita, sono l'etologia comparata (K. Lorenz, N. Tinbergen, K. von Frisch), scuola che pone l'accento sulla necessità di studiare il comportamento animale nell'ambiente naturale, e non in laboratorio, e indaga soprattutto, in una prospettiva che si può definire darwiniana, i comportamenti specie-specifici; il funzionalismo, nato negli USA nella seconda metà del sec. XVIII sulla scia dell'insegnamento filosofico di W. James, e che ha ripreso vigore nel secondo dopoguerra con il movimento cosiddetto del New Look.

Cenni storici: la psicologia in Italia

In Italia la vita della psicologia è stata abbastanza tormentata. Iniziatore della psicologia scientifica italiana può essere considerato G. Sergi, che tra l'altro fondò nel 1889 a Roma il primo laboratorio italiano di psicologia sperimentale. Grande influenza ebbero poi, a cavallo tra i due secoli, alcuni studiosi stranieri venuti in Italia, primo tra tutti un allievo di W. Wundt, il polacco F. Kiesow, che insegnò a Torino dal 1894. E ancora va ricordato V. Benussi, formatosi alla scuola austriaca di Graz e rientrato in Italia, a Padova, dopo la I guerra mondiale. Lo sviluppo della psicologia italiana doveva però avere un brusco arresto con l'avvento del fascismo: secondo G. Gentile, era una pseudoscienza. L'insegnamento della psicologia venne abolito nelle scuole secondarie, le cattedre nelle università ridotte a due, presso la facoltà di medicina a Roma, e all'Università Cattolica di Milano, dove padre A. Gemelli (1878-1959), approfittando dell'autonomia dell'ateneo da lui diretto, riuscì a dare un notevole impulso alla ricerca e a formare una scuola che, nel dopoguerra, si sarebbe imposta come una delle più vitali in Italia. Gli anni successivi hanno visto una notevole affermazione della disciplina a livello di opinione pubblica. Si sono avuti, in particolare, uno sviluppo a livello accademico, con un notevole aumento del numero degli studenti che si volgono a questa disciplina, un incremento altrettanto considerevole dei servizi di tipo psicologico sul territorio, una richiesta di interventi psicologici dell'opinione pubblica in continuo aumento. In Italia, per la prima volta, nel 1970 sono stati istituiti (nelle Università di Padova e di Roma) corsi di laurea in psicologia (in precedenza gli psicologi italiani provenivano prevalentemente dalle lauree in medicina e in filosofia e frequentavano un corso di specializzazione post-laurea). Si è inoltre assistito a un certo rifiuto delle “grandi teorie” e a una maggior integrazione della psicologia con altre discipline di confine, come la neurofisiologia, la cibernetica, la teoria dell'informazione, ecc.

Cenni storici: distinzioni nell'ambito della psicologia

Nell'ambito della psicologia è possibile operare tutta una serie di distinzioni. In primo luogo tra psicologia generale e psicologia differenziale: la prima tende a trovare leggi valide per tutti gli uomini, la seconda tende a rilevare le differenze tra gruppi o individui suddivisi sulla base di determinate caratteristiche (sesso, età, livello socio-economico, ecc.). La psicologia generale, inoltre, studia i problemi metodologici ed epistemologici alla base della ricerca psicologica. Lo studio dell'evoluzione del comportamento e dei fattori che lo determinano è compito della psicologia genetica (in cui si possono distinguere una psicologia dell'età evolutiva e una psicologia dell'invecchiamento). Per ciò che riguarda la psicologia dell'età evolutiva, ricordiamo brevemente come questa abbia subito una notevole trasformazione per merito soprattutto dello psicologo svizzero J. Piaget, che è riuscito a precisare le fasi di sviluppo cognitivo del fanciullo, rivoluzionando anche la metodologia sperimentale classicamente utilizzata in questi studi; e come, in questi ultimi anni, l'approccio etologico allo studio del comportamento infantile abbia portato a risultati notevoli. I rapporti tra individui sono invece compito della psicologia sociale. Particolare rilevanza hanno in questo ambito gli studi dei gruppi (si ricorda a questo proposito il contributo di K. Lewin, psicologo di origine gestaltista che affrontò per primo il problema tra le due guerre mondiali), lo studio della comunicazione interpersonale, lo studio delle comunicazioni di massa, della percezione interpersonale, ecc. La psicometria è invece quella branca della psicologia che si occupa dei processi di misurazione (per psicometria in senso stretto si intende la misurazione mediante test). Lo studio dei rapporti tra comportamento e struttura biologica dell'individuo è invece compito della psicofisiologia. Altre sono ancora le suddivisioni che si potrebbero ricordare (psicolinguistica, neuropsicologia, ecc.). Numerosi sono i rami di applicazione della psicologia: la psicologia clinica, che si occupa dello studio dei singoli individui, considerati come una totalità inscindibile; lo strumento principale è il colloquio clinico a volte accompagnato dall'uso di test psicologici. Lo psicologo clinico tratta individui con problematiche psicologiche diverse fino a situazioni propriamente psicopatologiche, per le quali può essere necessario un intervento psicoterapeutico più preciso. La psicologia dell'educazione si occupa degli aspetti psicologici del rapporto educativo, dagli aspetti psicopedagogici all'orientamento scolastico, agli interventi più clinici o psicosociali. La psicologia giudiziaria prende in esame tutti gli aspetti di interesse psicologico legati alla giustizia, dallo studio della personalità dei rei all'individuazione degli autori dei reati con elementi al di fuori delle prove materiali (il modo particolare con cui è stato commesso un delitto può permettere di risalire al suo autore attraverso i ritratti psicologici di criminali già noti alla polizia), ai problemi dei minori, alla testimonianza, ecc. La psicodiagnostica cura le diagnosi di personalità. E ancora si ricordano la psicologia dello sport, delle istituzioni, ecc.

Psicologia del lavoro

Branca della psicologia che si occupa, sia a livello di ricerca sia a quello di applicazione, dei problemi relativi alle attività lavorative. Indaga sul rapporto uomo-lavoro, sull'orientamento professionale, sulla formazione, ecc. Viene spesso usato come sinonimo il termine psicologia industriale, ma la psicologia del lavoro comprende anche la ricerca e l'intervento in altri settori lavorativi (terziario, ecc.). Un'applicazione metodologico-didattica è quella avviata dal pedagogista tedesco F. W. Fröbel e perfezionata nella Scuola del lavoro, di cui si occuparono, fra gli altri, G. M. Kerschensteiner e J. Dewey. Sulla base del concetto fröbeliano, che intese il lavoro non solo come abilità professionale ma anche come strumento per realizzarsi, la Scuola del lavoro rappresenta il luogo in cui lo scolaro può operare liberamente, in cui svolge la propria attività in rapporto ad altri individui, in cui democraticamente ha l'opportunità di affermare la propria individualità. La necessità di rapportare la scuola allo sviluppo socio-economico della società e di soddisfare le richieste di figure professionali specializzate è fra gli obiettivi principali della Scuola del lavoro, che si propone di spostare sempre più in avanti l'inizio di tale specializzazione in modo da formare un uomo capace di rapportarsi all'esterno e che abbia avuto l'opportunità di sviluppare globalmente le proprie attitudini.

Psicologia industriale

Applicazione della psicologia riferita ai problemi del rapporto uomo-lavoro più specificatamente nell'ambito dell'industria. L'intervento della psicologia i. si riferisce soprattutto a questi aspetti: selezione e orientamento del personale, formazione dello stesso, promozioni, rapporti interpersonali all'interno della situazione lavorativa, sicurezza. Viene considerata da alcuni parte della psicologia industriale l'attività legata alla vendita, e in particolare le ricerche motivazionali e la pubblicità.

D. P. Schultz, Storia della psicologia moderna, Firenze, 1974; M. Cesa-Bianchi, Elementi di psicologia, Milano, 1975; M. O'Neil, Le origini della psicologia moderna, Bologna, 1975; G. Buccino, La psiche allo specchio, Brescia, 1988.