Lessico

sf. [sec. XVI; dal greco dēmokratía].

1) Forma di governo basata sul principio della sovranità popolare, esercitata attraverso vari istituti politici e, in particolare, attraverso rappresentanti liberamente eletti dal popolo.

2) Il complesso delle forze politiche democratiche.

3) Paese retto democraticamente: le democrazie occidentali.

Dottrine politiche: l'antichità classica

Il termine e il concetto di democrazia nacquero in Grecia, anzi in Atene, verso la fine del sec. VI a. C. con la costituzione di Clistene, anche se, nella stessa Atene, si volle più tardi far risalire a Solone l'origine di tale costituzione, e se, di fatto, non si può escludere che esperienze “democratiche” ci siano state nel mondo antico prima della fine del sec. VI a. C. e fuori della Grecia: in particolare, vale la pena di ricordare la polemica testimonianza di Erodoto (III, 80 e VI, 43) sulla proposta fatta a Dario da Otane di istituire presso i Persiani un governo democratico, proposta “alla quale i Greci non vogliono credere”. Nel discorso di Pericle per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, Tucidide (II, 37) dà, della costituzione “che gli Ateniesi non hanno imitato da altri ma per la quale, anzi, sono divenuti agli altri modello”, una definizione precisa: il suo nome è democrazia perché governa “non per i pochi ma per i più”; nella vita privata tutti sono uguali davanti alle leggi; nella partecipazione alla vita pubblica nessuno è ostacolato né dalla povertà né dalla sua oscura posizione sociale né viene valutato per il suo partito ma per il suo merito. La definizione di Pericle coincide con quella che, polemizzando con Ermocrate, il siracusano Atenagora dà nel 415 a. C. alla vigilia dell'invasione ateniese in Sicilia (Tucidide, VI, 39). La concezione della democrazia come governo di tutti rispetto alle altre forme di governo, intese come governo di una parte, compare, prima che in Tucidide, in Erodoto, nel citato discorso di Otane (III, 80, 8), che propone ai Persiani di passare dalla monarchia alla democrazia osservando: “nei molti c'è il tutto”. Per Erodoto, come per Tucidide, segno primo e distintivo della democrazia è l'isonomia, cioè l'uguaglianza davanti alla legge. Uguaglianza di fronte alle leggi e partecipazione di tutti i cittadini (cioè di tutti i liberi, fatta eccezione per le donne, i bambini e gli stranieri residenti) alle decisioni comuni e all'esercizio dei diritti elettorali attivi sono i segni caratterizzanti e irrinunciabili della democrazia in Grecia, che presenta peraltro nelle varie applicazioni storiche e locali molte varianti. Più ristretto appare invece l'esercizio dei diritti nella democrazia siracusana secondo la definizione del già citato Atenagora in Tucidide, che prospetta una divisione di poteri in parti uguali fra i ricchi, cui spetta il compito di custodire le ricchezze; i saggi, cui spetta di consigliare, e i molti cui spetta, dopo aver ascoltato, di prendere le decisioni comuni: una specie di equilibrio fra i poteri esecutivi, consultivi, legislativi distribuito con criteri diversi fra le varie classi sociali. Sia nelle sue concezioni più larghe sia in quelle più ristrette, la democrazia greca resta essenzialmente diretta: solo raramente ed eccezionalmente il popolo delega i suoi poteri decisionali a dei rappresentanti; questo sembra essere avvenuto qualche volta negli Stati federali. Negli autori greci di tendenza oligarchica la critica alla democrazia comincia già nel sec. V a. C. e possiamo trovarne l'eco nella risposta di Megabizo a Otane in Erodoto (III, 81), nelle parole di Alcibiade in Tucidide (VI, 89, 6), nello scritto dello Pseudosenofonte sulla costituzione ateniese, e poi, sistematicamente, in Platone e in Aristotele; quest'ultimo nella Politica dimostra la possibilità di degenerazione di tutte e tre le forme “pure” di governo, monarchia (tirannide), aristocrazia (oligarchia), democrazia (oclocrazia) e vagheggia un'ideale costituzione mista capace di evitare i difetti di tutte e tre le costituzioni “pure”. Particolarmente interessante in Aristotele è l'analisi delle forme che la democrazia può assumere nei diversi tipi di società: migliore è per lui la democrazia vigente nei Paesi agricoli e pastorali dove i beni sono modesti e tutti lavorano per guadagnarsi la vita, peggiore negli Stati in cui prevale la massa degli operai e dei salariati.

Dottrine politiche: dal Medioevo all'età moderna

Già nel tardo Medioevo la polemica sul valore del contratto fra il principe e il popolo aveva permesso a un pensatore originale come Marsilio da Padova di sostenere nel Defensor pacis (1324) che, per il migliore sistema di organizzazione politica, il potere non doveva più essere monopolizzato da gruppi minoritari, ma al popolo come “intero corpo dei cittadini” (universitas civium) doveva spettare di “fare le leggi”. Questa rivendicazione della sovranità popolare venne ripresa nel sec. XVI dai monarcomachi e più tardi da Althusius che nella Politica methodice digesta (1603) riconobbe il diritto di resistenza nei confronti di chi pretendeva di governare contro la volontà del popolo, a cui apparteneva il potere sovrano (jus maiestatis). Ma occorre attendere la metà del sec. XVII per cogliere i fondamenti della democrazia moderna, in funzione dello sviluppo del giusnaturalismo, che tende a rivendicare il principio dell'uguaglianza sotto due aspetti complementari: come uguaglianza civile, per assicurare il diritto a tutti i cittadini di godere di uno stesso status giuridico; come uguaglianza politica, per riconoscere a ciascuno il diritto elettorale sia attivo sia passivo. I più accesi nel sostenere queste tesi furono, durante la rivoluzione puritana inglese, i “livellatori” (Levellers), che durante i cosiddetti “dibattiti di Putney” (1647) reclamarono sia la supremazia della legge di fronte ai privilegi del sovrano e delle classi economicamente privilegiate, sia l'applicazione del suffragio universale e l'istituto dell'elettorato passivo, uguale per tutti. “Non trovo alcun passo della legge di Dio – esclama Rainborough – che affermi che un lord debba scegliere venti deputati e un gentleman soltanto due e un povero nessuno, né trovo alcunché di simile nelle leggi di natura. Credo sinceramente che non vi sia persona che neghi che il fondamento di ogni legge risiede nel popolo”. Sconfitti i livellatori, spettò poi al movimento liberale, da Locke in poi, costruire la reale alternativa all'assolutismo monarchico. Tuttavia, il principio etico-politico dell'uguaglianza come elemento costitutivo della democrazia trovò il più intransigente teorizzatore in J.-J. Rousseau, che nel Contrat social (1762) propose il modello di una “democrazia diretta”, l'unico capace di evitare le conseguenze negative tanto dell'assolutismo, che conferendo tutto il potere al sovrano privava i sudditi dell'esercizio dei loro diritti, quanto del liberalismo, che attraverso l'istituto della rappresentanza rendeva i cittadini solo formalmente liberi (ma in pratica soggetti alle direttive dei governanti). Per Rousseau la democrazia doveva superare la contrapposizione fra la maggioranza governata e la minoranza governante, attraverso un programma di autogoverno, che richiedeva la partecipazione diretta e consapevole di ciascuno e rendeva così la legge “espressione della volontà generale”, senza alcuna forma di delega o di mandato ai deputati, “che non sono né possono essere i rappresentanti del popolo, ma soltanto i suoi commissari”. Questo ideale di democrazia diretta non trovò però conferma sul piano della verifica storica (salvo qualche limitatissimo esempio nelle piccole comunità dei cantoni elvetici); l'estendersi dei sistemi politici moderni sopra spazi geografici sempre più ampi rendeva infatti possibile solo la democrazia rappresentativa; dalla fine del sec. XVIII la concezione del “potere del popolo” non si identificò dunque nel principio dell'autogoverno, secondo una formula cara ai giacobini, eredi di Rousseau, ma servì a indicare l'effettivo “principio di legittimità” dei governanti, che trovano nella libera volontà di chi li sceglie la “fonte politica” della loro potestà governativa. Ciò venne affermato fin dal 1776 nella “carta dei diritti” (bill of rights) della Virginia, che influenzò la successiva carta costituzionale degli Stati Uniti d'America del 1787, là dove sottolinea che “tutto il potere è nel popolo, e in conseguenza da esso derivato... Ogni potere di sospendere le leggi, o la loro esecuzione, da parte di qualsiasi autorità, senza il consenso dei rappresentanti popolari, è lesivo dei diritti del popolo, e non dev'essere esercitato”. Questa tendenza a porre l'accento sull'uguaglianza, mentre la maggior parte delle correnti liberali dell'Ottocento insistevano sulle garanzie giuridiche, formali, della libertà, spiega come mai la democrazia abbia avuto un'applicazione pratica negli Stati Uniti prima di trovare sufficienti consensi nel continente europeo, dove prevalevano le forze moderate, disposte al compromesso con la monarchia e pronte ad adattarsi (come accadrà anche in Italia) alla formula costituzionale sulla base del suffragio censitario ristretto. Così, mentre in Francia, in Gran Bretagna e negli altri Stati europei le masse popolari erano tenute escluse dall'esercizio del potere, al di là dell'Atlantico, come subito avvertì Alexis de Tocqueville ne La democrazia in America (1835-40), la “corsa verso l'uguaglianza” cercava di organizzare un sistema politico fondato sul federalismo, che doveva evitare i pericoli dello Stato unitario accentrato e accentratore, e sul pluralismo associativo, che doveva creare una serie articolata di “corpi intermedi” (partiti, gruppi di pressione, associazioni, ecc.) tendenti ad abituare ogni cittadino a sentirsi elemento attivo e determinante nel processo delle decisioni politiche. L'esperienza della democrazia rappresentativa si rifletté anche nel dibattito ideologico, che in Europa si accentuò verso la fine del secolo scorso, quando l'obiettivo rivoluzionario dei movimenti socialisti, che proponevano la distruzione dello Stato borghese per costruire i contorni della futura società senza classi, ebbe come conseguenza un attenuarsi dei contrasti fra liberali e democratici, malgrado le resistenze dei moderati, decisi a ritardare e ostacolare l'immissione dei ceti più bassi e convinti, come pretendeva V. Gioberti nel 1843, che la democrazia fosse un tipo di “governo plebeo”. Le tappe di allargamento del diritto di voto, fino al suffragio universale, indicano qual è stato l'iter di democratizzazione nei vari Paesi. In Italia, per esempio, lo sviluppo è avvenuto molto lentamente: nel 1870 su 26 milioni di abitanti gli elettori erano appena 530.000, pari al 2% degli ab.; nel 1882, dopo la riforma Depretis, salivano a poco più di 2 milioni, pari al 6,9%; nel 1913, col suffragio universale (solo maschile) raggiungevano quasi gli 8 milioni e mezzo, pari al 23,2%; solo dopo la caduta del fascismo, con l'erezione del Paese a Repubblica Democratica fondata sul lavoro (art. 1 Costituzione), ove la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, il diritto di voto (art. 48) è stato esteso a tutti i maggiorenni di sesso maschile e femminile.

Dottrine politiche: l'età contemporanea

La democrazia, come sistema politico che assorbe e completa le conquiste dello Stato liberal-parlamentare, non può limitarsi a estendere a tutti i cittadini i diritti in precedenza riservati alle minoranze abbienti. Tre restano i caratteri distintivi delle democrazie contemporanee: la scelta dei governanti e l'esercizio dell'autorità nel pieno rispetto delle norme costituzionali; la garanzia delle libertà personali da parte di quanti hanno vinto le competizioni elettorali e assumono temporaneamente il potere; il riconoscimento della pluralità dei partiti, quali strumenti indispensabili “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 Costituzione italiana). Ma accanto a questi elementi di natura politica, che non intaccano i rapporti economico-sociali, il dibattito contemporaneo sui contenuti da dare alla democrazia come sistema per migliorare la convivenza tra gli uomini si è accentrato sugli squilibri economici che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini e ha messo capo a due diversi modi di intendere l'applicazione pratica del concetto di democrazia. Secondo il primo, affermatosi nei Paesi anglosassoni e nell'Occidente europeo, si tende a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Costituzione italiana) con la ricerca di un complesso programma di riforme che, almeno nelle intenzioni dei sostenitori, comporta una serie di interventi governativi, dalla programmazione economica alla politica scolastica, dal sistema fiscale di imposte progressive alla difesa del diritto al lavoro, all'assistenza e previdenza generalizzate, ecc. D'altra parte però chi contesta questo tipo di meccanismo mette in luce come esso si limiti a operare in senso miglioristico all'interno del sistema costituito, e propone, anche a fronte degli esiti storici non positivi, un modello alternativo di democrazia popolare ispirato a Marx e agli sviluppi del suo pensiero.

Bibliografia

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