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lìrica

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Lessico

sf. [sec. XVIII; da lirico].

1) Nell'età classica, poesia cantata accompagnandosi con la lira; poi, poesia che esprime in modo soggettivo gli affetti e i sentimenti più personali del poeta. In particolare, componimento poetico di genere lirico: una lirica di Orazio, di Pindaro, di Montale. Per estensione, la produzione lirica di un'epoca, di una letteratura, di un autore considerata nel suo complesso: la lirica greca, la lirica leopardiana.

2) Composizione per voce e pianoforte o gruppo strumentale o anche per voce e orchestra, basata su un testo poetico di struttura e dimensioni variabili, secondo gli autori e le epoche. Il termine ha un senso assai generale e può comprendere nell'ambito dei suoi significati anche forme storicamente determinate, come il Lied, la romanza, ecc.; ma proprio per il suo carattere generico si riferisce in particolare a composizioni di forma libera, specie appartenenti al repertorio moderno e contemporaneo.

3) Il teatro musicale, nelle sue forme compositive ed esecutive tradizionali: il mondo della lirica; la lirica di Puccini.

Cenni storici

Presso i Greci, lirica era ogni forma di poesia che fosse accompagnata dal canto (melos). A differenza della poesia epica, destinata alla semplice recitazione, caratteristica essenziale della poesia lirica o melica era pertanto il legame con la musica, che veniva eseguita mediante la lira e, più frequentemente, mediante il flauto. La scuola filologica alessandrina distinse la lirica in monodica, che si cantava a una sola voce, e corale, quando il canto era eseguito da un coro. La lirica monodica, detta anche eolica (dai poeti eolici Saffo e Alceo, che ne furono i maggiori rappresentanti), era caratterizzata da strofe brevi, di struttura metrica costante, modellata su schemi melodici sempre identici. La poesia corale o dorica (sviluppatasi per opera di poeti come Alcmane, Terpandro, Arione, Ibico, Simonide di Ceo, Pindaro, Bacchilide) era destinata al canto di un coro in occasione di solennità o feste religiose; ebbe pertanto varie forme: inni in onore degli dei (peani, se in onore di Apollo, ditirambi, se in onore di Dioniso), encomi per persone illustri, epinici per vincitori nelle gare, epitalami per nozze, treni o epicedi per cerimonie funebri, prosodi per processioni, scolii per i banchetti. Dalla lirica greca, consumatosi ormai il distacco dalla musica, derivò contenuti e forme la lirica latina, che si riassume soprattutto nei nomi di Catullo e di Orazio. Nel Medioevo fu chiamata lirica la poesia caratterizzata da un'immediata effusione del sentimento, distinta in vari metri: canzone, ballata, lauda, sonetto serventese, madrigale, ode, inno, ecc. Il Rinascimento conferì alla lirica la dignità di genere letterario, identificandola con l'espressione soggettiva del poeta, in contrasto con l'oggettività dell'epica e della drammatica. Tale concezione fu ereditata dai romantici, che finirono per identificare la nozione di lirica con quella di poesia. Ricollegandosi all'estetica romantica, B. Croce considerò la lirica non più un genere tra gli altri, ma l'attributo essenziale dell'espressione poetica. Nel Novecento, la nozione crociana di lirica ha suscitato, sul piano del gusto, vivaci reazioni. Mentre, da un lato, si è tornati alla valutazione della poesia come forma di conoscenza e di rispecchiamento della realtà, dall'altro lato si è esaminata con rigore la struttura oggettiva delle forme poetiche. I movimenti d'avanguardia, infine, hanno rifiutato la concezione della lirica come rivelazione o contemplazione, denunciandone la mercificazione e la funzione di linguaggio privilegiato, e propugnando una poesia antilirica, ironica e satirica.