Visigòti

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Storia

(latino Visigŏthae). Antica popolazione germanica, nota anche col nome di Tervingi, uno dei due rami (l'altro era quello degli Ostrogoti o Gretungi) che dalle originarie sedi scandinave passarono nella Russia meridionale differenziandosi dai Goti in relazione al loro insediamento a W (Westgothen) o a E (Ostgothen) del fiume Dnepr. Entrarono presto in contatto con l'Impero romano, prima con scorrerie e poi con un insediamento stabile nella Dacia transdanubiana dopo che Aureliano, nel 271, la abbandonò definitivamente. Nel 369 i Visigoti, convertitisi all'arianesimo in seguito alla predicazione del vescovo Ulfila, si accordarono con l'imperatore Valente a non passare più il Danubio, ma nel 375 l'avanzata degli Unni li costrinse a retrocedere nella regione dei Carpazi e nella Transilvania. Valente allora concesse alla frazione cristiana dei Visigoti l'ingresso nel territorio dell'Impero romano, ma con essi passarono il Danubio anche forti gruppi di Ostrogoti. L'esosità dei funzionari romani causò una guerra che si concluse nel 378 con la sconfitta dei Romani ad Adrianopoli e la morte dello stesso Valente. Nel 382 i Visigoti ottennero da Teodosio di stanziarsi come foederati nella ex Mesia inferiore, tra il Danubio e i Balcani, ma nel 396, morto Teodosio, sotto la guida del loro nuovo re Alarico, devastarono la Grecia e Alarico ebbe poi la carica di magister militum nell'esercito imperiale e il governo dell'Illirico; nel 401 il re visigoto si spinse fino in Italia, ma Stilicone riuscì a batterlo a Pollenzo costringendolo a tornare nell'Illirico. Morto Stilicone, Alarico tornò due volte in Italia, giungendo sino a Roma che, nel 410, abbandonò per tre giorni al saccheggio dei suoi uomini. Morì poi improvvisamente in Calabria e per tre anni i Visigoti corsero l'Italia finché nel 413 si ritirarono nella Gallia Narbonense da dove, fallita la politica filoromana del nuovo re Ataulfo, che aveva sposato la sorella di Onorio, Galla Placidia, passarono successivamente in Spagna. Qui riportarono grandi successi su Vandali e Alani prima di tornare in Gallia (418) dove ottennero finalmente di stanziarsi nella zona sudoccidentale con centro a Tolosa, conservando, nel quadro dell'amministrazione civile romana, la loro individualità nazionale (Lex Romana Visigothorum), primo passo verso il loro riconoscimento come popolo sovrano, che avvenne vent'anni dopo e che segnò la nascita del vero e proprio regno romano-barbarico dei Visigoti; Teodorico, re dei Visigoti, combatté nel 451 a fianco dei Romani, ai Campi Catalaunici (Chalôns) contro Attila rimanendo ucciso in battaglia. Con il re Eurico (466-484), il regno dei Visigoti si estese nella Provenza e nel 473 alla provincia Tarraconense. Sebbene ariani e in lotta frequente con gli imperatori romani, dimostrarono una certa romanizzazione nella loro prima codificazione (dovuta a Eurico) e nella palese tendenza all'unificazione della Penisola Iberica. Con il sec. VI, e soprattutto dopo la morte dell'ostrogoto Teodorico, il loro regno divenne quasi interamente spagnolo, con capitale a Toledo (definitiva a partire da Leovigildo, 579). In generale rispettarono le strutture politico-sociali dell'antica Hispania romana e la Chiesa cattolica. Nelle frequenti lotte fra la Chiesa ariana e la cattolica, lo Stato si mostrava però favorevole alla prima, fino alla conversione di re Recaredo (III Concilio di Toledo, 589), dopo la quale Stato e Chiesa collaborarono alla formazione di uno Stato sui generis nel quale il re presiedeva ai Concili toledani e le leggi ecclesiastiche avevano spesso validità civile. Nello stesso secolo i Visigoti combatterono contro gli Svevi, i Franchi, che aspirando alla Settimania (regione costiera tra i Pirenei e il Rodano) fecero spedizioni a sud dei Pirenei, e i Bizantini, che nel 544 conquistarono la costa orientale e meridionale della Penisola Iberica, mantenendovisi per decenni. Anche sotto il maggiore dei loro re, Leovigildo (573-586), debellatore degli Svevi, il regno visigoto di Spagna rimase quindi precario, non riuscendo mai a dominare del tutto alcune popolazioni locali (come gli indomiti Baschi), né frequenti congiure e rivolte degli stessi nobili visigoti, tenaci assertori di consuetudini giuridiche germaniche anche dopo la quasi totale “romanizzazione” dei vertici dello Stato. Se è vero infatti che la legislazione visigota – dal primo codice di Eurico (475) a quello di Alarico (484-507), che creò la Lex Romana Visigothorum, e soprattutto al famoso Liber judiciorum promulgato nel 654 da Recesvindo e chiamato poi Fuero Juzgo nella Castiglia medievale – rappresenta un continuo sforzo di applicazione della legge scritta, di origine romana, è anche vero che molte norme del diritto consuetudinario germanico, come la “vendetta del sangue”, la responsabilità collettiva di un delitto individuale, il pegno extragiudiziario ecc., sopravvissero sempre, e anzi si rafforzarono anche nella Spagna musulmana e nei regni cristiani altomedievali, fino al sec. XIII e oltre.

Arte

Uguale eclettismo rivela l'arte dei Visigoti nella quale, accanto alle determinanti influenze romane e ai ricordi barbarici, sono evidenti le influenze bizantino-orientali specie nell'oreficeria e nella decorazione di chiese e palazzi (soprattutto in Portogallo e in Spagna). La rielaborazione di quelle molteplici influenze ha dato come esito un'arte architettonica fra le maggiori dell'alto Medioevo europeo. In tal senso si ricordano le chiese di San Juan de Baños (del 661, a Baños de Cerrato), di S. Fructuoso de Montelios (del 650-655, presso Braga), di Santa Comba (sec. VII, a Baños de Bande), di S. Pedro de la Nave (presso Zamora) ecc. Elemento vistoso nell'architettura visigota fu l'arco a “ferro di cavallo”, ripreso più tardi dagli arabi-spagnoli e nei regni cristiani, a cominciare da quello delle Asturie e della Marca Ispanica. Scarsi, invece, furono gli apporti visigoti nella lingua e nella cultura letteraria della Spagna medievale. Sempre molto pochi, numericamente, nei confronti della massa della popolazione ispanoromana (si calcola che non fossero più di 200.000 al momento dell'invasione) e per di più già abbastanza romanizzati, i Visigoti dovettero abbandonare ben presto l'uso della loro lingua, che nel sec. VII sopravviveva appena. Molti dei germanismi dello spagnolo attuale sono comuni a tutta la Romania; altri dimostrano un pieno adattamento alla fonetica del protoromanzo ispanico. Germanici, è vero, sono i nomi di molti sovrani e nobili della Spagna medievale (Ferdinando, Alfonso, Rodrigo, Ramiro, Gonzalo, Elvira ecc.); ma si tratta di un curioso caso di “reviviscenza”, in quanto i nobili cristiani “si vantarono” discendenti dei Visigoti dopo la loro scomparsa. Quanto alla cultura i Visigoti non poterono mai competere con quella degli Ispano-Romani né tanto meno con il latino “scritto” della Chiesa. Poterono soltanto, grazie alla pace religiosa prodotta dalla loro conversione al cattolicesimo, favorire indirettamente la singolare fioritura culturale dei sec. VI e VII, che ebbe la sua figura più eminente nel dottissimo Sant'Isidoro di Siviglia (m. 636), uno dei maestri della cristianità medievale, discendente da una famiglia patrizia ispano-romana, formato nell'ambito della cultura latina monastica, che già nel sec. VI aveva numerosi e importanti centri in Spagna. Ma quando, con la conversione di Recaredo, venne a cadere il massimo ostacolo che ancora separava i Visigoti dagli Ispano-Romani, intravvide la possibilità di una Hispania unita e forte, sotto una monarchia visigota e cattolica, e “nazionalizzò” tutti i barbari nella Historia de regibus Gothorum, Vandalorum et Suevorum, la più “politica” fra le sue innumerevoli opere. Accadde, invece, che nel 711 quella Hispania “nuova”, evidentemente troppo fragile, crollasse con la massima facilità di fronte a un pugno d'invasori musulmani. Circa il ruolo e l'effettiva importanza dei Visigoti nella storia di Spagna, fervono tuttora le polemiche. A questo proposito, A. Castro ha ribadito che in nessun modo essi “si possono dire spagnoli”, giacché la Spagna “moderna” nasce dal posteriore contesto arabo-ebraico-cristiano. È tuttavia innegabile che risale all'epoca visigota la prima idea di uno Stato ispanico politicamente e religiosamente unificato; come è stato notato, persino la prima conversione forzata degli Ebrei venne decretata, in Spagna, da un re visigoto, Sisebuto, più di otto secoli prima che lo facessero i re cattolici.

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