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Spagna (Stato)

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(Reino de España). Stato dell'Europa sudoccidentale (505.936 km²). Capitale: Madrid. Divisione amministrativa: comunità autonome (17). Popolazione: 46.559.738 ab. (stima 2013). Lingua: spagnolo (ufficiale), basco (euskera), catalano, gallego. Religione: cattolici 71%, non religiosi/atei 25%, musulmani 2,5%, protestanti 1,5%. Unità monetaria: euro (100 centesimi). Indice di sviluppo umano: 0,869 (27° posto). Confini: Francia (NE), Andorra (NE), Portogallo (W); si affaccia all'oceano Atlantico (SW e NW) e al mar Mediterraneo (E e SE). Membro di: Consiglio d'Europa, EBRD, NATO, OCSE, ONU, OSCE, WTO e UE.

Generalità

Separata dal resto d'Europa dai Pirenei, la Spagna forma col meno esteso Portogallo la Penisola Iberica. Terzo Stato d'Europa per estensione, comprende due arcipelaghi: le Canarie nell'Atlantico e le Baleari nel Mediterraneo. Divisa dall'Africa dallo stretto di Gibilterra, la Spagna può essere considerata un ponte tra due continenti e proprio la sua posizione geografica strategica l'ha resa un obiettivo ambìto già dall'antichità. Fenici e Romani vi si insediarono, ma furono i Mori a stabilirvisi in modo più duraturo, occupandone le regioni meridionali dall'VIII al XV secolo d. C. e lasciando tracce profonde nella cultura e nelle tradizioni. L'espulsione degli Arabi dal suolo iberico per mano delle forze cristiane, completata nel 1492, decretò la nascita della Spagna come entità politica unitaria, avviando un processo di diffusione e imposizione di una cultura comune, basata sul cattolicesimo. Proprio quest'ultimo ha sempre rappresentato il principale fattore di unità e uno dei caratteri nazionali spagnoli più netti, mentre la nascita della nazione non ha mai appianato le differenze linguistiche e le istanze indipendentiste regionali. Queste hanno assunto toni particolarmente aspri, sfociando, dalla seconda metà del sec. XX, in sanguinosi atti di terrorismo, in prossimità delle aree pirenaiche (Paesi Baschi, Catalogna), ben distinte anche dal punto di vista geografico, nel quadro di un profilo morfologico altrove non troppo disomogeneo, a dispetto della vastità del territorio. Protagonista della storia europea nel XVI secolo, quando il continente si aprì a intense relazioni e traffici commerciali col resto del mondo, la nazione spagnola seppe sfruttare l'apertura all'Atlantico per creare un impero d'oltremare che sarebbe poi diventato la base della sua potenza. La collocazione periferica rispetto al resto dell'Europa, tuttavia, nel XX secolo determinò per il Paese un lungo isolamento che, se da una parte lo mantenne estraneo alla seconda guerra mondiale, dall'altra lo sottopose agli orrori di una cruenta guerra civile. Quarant'anni di regime (franchismo), terminato soltanto nel 1975, determinarono condizioni di arretramento della nazione spagnola rispetto al resto dell'Europa occidentale, dalle quali la Spagna cominciò a riscattarsi stringendo solidi rapporti internazionali e accettando i necessari allineamenti socio-economici e politici che ciò comportava: in particolare il pieno ritorno sulla scena europea fu decretato con l'ingresso nella CEE (1986) e l'adesione ai trattati di Maastricht (1992) e Schengen (1995), fino all'adozione dell'euro, che il 1° gennaio 2002 ha rimpiazzato la peseta. Si sono così avuti rilevanti progressi economici, accompagnati da una rinascita della vita culturale, incentivata a sua volta dal notevole sviluppo del settore turistico, oltre che nelle coste mediterranee e nelle città d'arte, nelle due province insulari delle Baleari e delle Canarie.

Lo Stato

Dopo la fine della dittatura di Franco (1975), la vita istituzionale del Paese ha subito una profonda trasformazione verso la democrazia. Terminata la lunghissima dittatura al potere dal 1939, nella quale l'attività legislativa era nominalmente demandata a un Parlamento unicamerale, a struttura corporativa e in pratica con poteri molto limitati, l'opera riformatrice è culminata nella promulgazione della Costituzione (28 dicembre 1978), in base alla quale la Spagna è una monarchia costituzionale ereditaria. Capo dello Stato è il sovrano, massimo rappresentante dello Stato nelle relazioni internazionali, nonché capo delle Forze armate. Il potere esecutivo spetta al capo del governo (che viene eletto dal Congresso dei deputati su designazione del sovrano) e dai vari ministri che formano il governo; il potere legislativo è esercitato dal Parlamento (Cortes), bicamerale e formato dal Congresso dei deputati e dal Senato, entrambi eletti a suffragio universale e diretto per quattro anni. Il Congresso dei deputati è composto da 350 membri, eletti con sistema proporzionale; il Senato ne annovera 248, di cui 208 a elezione diretta, mentre i restanti 40 sono scelti dalle assemblee delle 17 Comunità autonome. Inoltre nel settembre 1977 la regione della Catalogna ha ottenuto l'autonomia interna, seguita dai Paesi Baschi (ottobre 1979),Galizia (dicembre 1980), dall'Andalusia (ottobre 1981) e successivamente (maggio 1983) dalle altre 13 regioni: la Spagna, di fatto, è dunque vicina a una struttura di tipo federale. L'ordinamento giudiziario, fondato sul diritto europeo continentale, prevede una Corte suprema nazionale e 17 Alte corti di giustizia, una per ogni Comunità autonoma. Il Codice penale entrato in vigore nel 1996 prevede una pena massima di 30 anni di reclusione, escludendo così l'ergastolo, mentre la pena di morte era già stata abolita nel 1978. La Spagna ha avviato una riforma che prevede la creazione di un esercito di soli professionisti volontari. Le forze armate sono suddivise in esercito, marina e aviazione. Accanto ai corpi tradizionali è presente la Guardia Civil, un corpo paramilitare avente funzioni di polizia. L'istruzione è obbligatoria dai sei ai 15 anni e la frequenza scolastica è gratuita. Tre i cicli principali: elementare, secondario e universitario. Le scuole primarie sono suddivise in statali, ecclesiastiche, di patronato, per stranieri e private. L'insegnamento secondario è suddiviso in generale e tecnico-professionale. L'istruzione superiore si svolge nelle università vere e proprie e nelle universidades laborales, scuole tecniche che conferiscono i gradi di architetto e di ingegnere nelle diverse specialità. Il sistema universitario comincia con un ciclo che porta alla diplomatura (di tre anni); il secondo ciclo (di due o tre anni) conferisce la licenciatura e dopo un terzo ciclo di due anni si ottiene il titolo di dottore.

Territorio: morfologia

La Spagna occupa l'85% della Penisola Iberica e quindi le sue frontiere, a parte il lato occidentale corrispondente al confine col Portogallo (1232 km), coincidono per gran parte col contorno della penisola. Esse sono per 3904 km marittime, mentre i Pirenei formano una barriera naturale non facilmente penetrabile. Nonostante sia bagnata per così lungo tratto dal mare, la Spagna non è molto aperta verso l'esterno: solo la Pianura Betica (o del Guadalquivir) unisce direttamente le coste all'interno, e non a caso essa fu la prima terra di conquista e di penetrazione arabe; ma altrove le coste mancano di facili legami con l'interno. Il territorio spagnolo rientra per gran parte nell'Europa dei suoli antichi, paleozoici, e si presenta morfologicamente come una successione di ampi tavolati e di aree moderatamente elevate; tuttavia nella sezione marginale nordorientale la Spagna comprende il versante meridionale dei Pirenei, a S include la Cordigliera Betica: due aree appartenenti geologicamente all'Europa giovane, cenozoica, formatasi cioè con l'orogenesi alpino-himalayana. I rilievi antichi corrispondono sostanzialmente al Massiccio Galaico, al Sistema Centrale (o Cordigliera Centrale) e alla Meseta (propriamente, tavolato); emersero nell'era paleozoica, a seguito di quei moti ercinici che hanno sottoposto in molti punti la crosta terrestre a tutta una serie di sollevamenti e di immersioni. Nell'era mesozoica il territorio subì invasioni più o meno ampie da parte del mare; successivamente ebbero origine quell'emersione generale e quei moti tettonici, connessi con l'orogenesi alpina, che diedero l'assestamento definitivo al Paese. I contraccolpi di questi fenomeni orogenetici causarono profonde fratture nella Meseta, la inclinarono verso W e ne sollevarono i bordi: a S aveva così origine la Sierra Morena, a E il Sistema Iberico, mentre a N il corrugamento dell'altopiano avveniva gradualmente verso le pendici delle catene costiere atlantiche, tra cui spicca la Cordigliera Cantabrica. Si aprirono anche le due grandi depressioni, colmate da sedimenti cenozoici e neozoici, a N quella aragonese, bagnata dall'Ebro, a S quella andalusa, percorsa dal Guadalquivir, e prendeva forma lo stretto di Gibilterra, che separò la Spagna dal continente africano. Nell'era neozoica, movimenti sismici ed eruzioni vulcaniche, insieme ai fattori esogeni d'erosione, finirono col dare all'ormai formato territorio l'aspetto che più o meno ha ancora in epoca moderna; la glaciazione interessò in genere i rilievi più elevati.Le linee essenziali della morfologia spagnola, derivante da queste vicende geologiche, sono così caratterizzate dall'esistenza di un altopiano interno e da una serie di rilievi tutti diretti prevalentemente da E a W che l'attraversano nella parte centrale e che lo chiudono ai bordi settentrionale, orientale e meridionale: solo a W è aperto verso il Portogallo. Buona parte del territorio spagnolo è costituita pertanto dalla Meseta, nella quale impropriamente si distinguono una Meseta (o Submeseta) settentrionale e una Meseta meridionale, che corrispondono grosso modo alle regioni storiche della Vecchia e della Nuova Castiglia, separate dalle sierre (Guadarrama, Gredos, Gata) del Sistema (Cordigliera) Centrale, pilastro tettonico (Horst) sollevato per effetto dell'orogenesi alpina, che nella Sierra de Gredos tocca i 2592 m. Che si tratti in realtà di un solo elemento originario è dimostrato dall'uniformità strutturale dello zoccolo paleozoico, che quando affiora si palesa col grigiore dei graniti e dei gneiss, ma per la massima parte è ricoperto da strati più recenti, dovuti in alcuni casi a fenomeni di ingressione marina, in altri a sedimentazioni fluviali; comunque sia, il terreno della Meseta, che raggiunge un'altitudine media di 600-1000 m e si presenta nella parte meridionale meno elevato che al N, è in genere argilloso e arido. L'estremo lembo nordoccidentale del Paese termina col Massiccio Galaico, lembo dello zoccolo paleozoico variamente fratturato e in genere di modesta altitudine. Anche se dal punto di vista geologico non può essere considerato disgiunto dalla massa della Meseta, di cui costituisce una regione periferica, quanto ad aspetto il verde paesaggio della Galizia non ha nulla in comune con la polverosa steppa castigliana. La Cordigliera Cantabrica, è piuttosto elevata e include i Picos de Europa (2648 m), massime cime della regione asturiano-basca, sottolinea il margine settentrionale della Meseta; malgrado appaia come un prolungamento occidentale dei Pirenei, essa ha una più complessa storia geologica. Mentre infatti il settore orientale è d'origine cenozoica, come i Pirenei, quello occidentale è costituito da materiali paleozoici fortemente piegati, formanti il vero orlo rialzato della Meseta. La Cordigliera Cantabrica incombe sulla costa atlantica con un versante ripido, determinandone la morfologia priva di pianure costiere e caratterizzata da penetrazioni profonde (coste a rías) che assumono qui, per genesi e morfologia, aspetti esemplari. La Cordigliera Cantabrica è talora aspra ma ha numerosi e non difficili valichi che spiegano la valorizzazione dei porti atlantici, così importanti nell'espansione spagnola d'oltreoceano. Il limite orientale dell'altopiano è segnato dal Sistema Iberico, un complesso allineamento di catene spesso discontinue, con strati paleozoici ricoperti da sedimenti mesozoici di potenza crescente col procedere verso E; supera in vari punti i 2000 m, toccando i 2313 m nella Sierra del Moncayo. Infine il margine meridionale dello zoccolo della Meseta, fortemente fratturato dalla grande faglia del Guadalquivir, è dato dalla Sierra Morena (1323 m) che, con forti dislivelli scavati dall'erosione, precipita, a guisa di grande muraglia, sulla sottostante piana andalusa. La depressione del Guadalquivir separa così la regione della Meseta dal Sistema Betico – assai complesso quanto a struttura – che tocca le maggiori altezze nella Sierra Nevada, con nevai presenti per gran parte dell'anno sulle cime che oltrepassano numerose i 3000 m: è qui anzi la massima vetta del Paese, il monte Mulhacén (3478 m). Ad altitudini piuttosto elevate giungono anche i Pirenei (Pico de Aneto, 3404 m), distesi per oltre 400 km dall'Atlantico al Mediterraneo, a guisa di possente barriera, dalla morfologia spesso glaciale, meno ardita ma più impervia e compatta di quella alpina: la catena è infatti scarsamente interessata da valli trasversali e i passi più transitabili sono ai margini, dove i Pirenei si abbassano. In un complesso tanto imponente di alte terre, ben poco spazio hanno le pianure, limitate in genere a brevi tratti litoranei. Quanto alla depressione dell'Ebro, incassata fra i declivi degli opposti sistemi montuosi, il paesaggio, limitato verso il mare dal Sistema Prelitoraneo Catalano (Catena Costiera Catalana), appare più collinare che pianeggiante e la pianura vera e propria acquista ampiezza soltanto presso la confluenza del Segre e in prossimità del delta dell'Ebro. È nella depressione andalusa, racchiusa fra i bordi scoscesi della Sierra Morena e del Sistema Betico, che si estende l'unica grande pianura spagnola, ricoperta da terreni in prevalenza marini e ampiamente aperta (con i suoi campi di cereali, le piantagioni di leguminose, i bei vigneti, aranceti e oliveti) verso il golfo di Cádice. Allargata a triangolo verso l'Atlantico, ha un'altitudine sovente inferiore ai 200 m, formando nella sezione terminale una perfetta pianura sedimentaria, che il cordone delle dune sabbiose protegge dall'oceano. Alla compattezza della struttura orografica corrispondono anche sia la scarsa insularità (uniche isole di rilievo sono le Baleari) sia la limitata articolazione delle coste, il cui sviluppo totale è di appena 3904 km: ampie regioni interne rimangono lontane dal mare, con il quale comunicano piuttosto difficilmente. I rilievi marginali rendono tuttavia varia la morfologia costiera, alternando tratti di costa alta e rocciosa (rías, falesie) a tratti aperti con lagune (albuferas) e dune sabbiose (arenas gordas).

Territorio: idrografia

Nel complesso la Spagna non è povera di corsi d'acqua, ma la rete idrografica è piuttosto disorganica. Essa si articola in cinque principali fiumi: quattro di essi, il Tago, il Duero, il Guadalquivir e il Guadiana, seguendo la naturale inclinazione verso W della Meseta, si rivolgono all'Atlantico, svolgendo tutti (Guadalquivir escluso) il loro tratto inferiore in territorio portoghese; l'Ebro invece sviluppa il suo corso tra il Sistema Iberico e i Pirenei, sfociando nel Mare Mediterraneo. I fiumi atlantici presentano generalmente un profilo accidentato, costretti come sono a scavarsi letti profondi e a scendere ripidamente a gradini dagli altopiani interni alle pianure costiere; hanno inoltre una portata piuttosto ridotta, in conformità alle modeste precipitazioni caratteristiche di vaste aree della penisola e alla scarsità del manto nevoso e dei ghiacciai, cui si aggiunge l'intensa evaporazione. Solo due corsi d'acqua hanno una portata importante: il Duero e il Guadalquivir; in ambedue i casi si tratta di assi fluviali che ricevono, tramite una parte dei loro affluenti, notevoli apporti di acque. Il bacino del Duero è il più esteso del Paese (oltre 98.375 km²) e corrisponde infatti quasi esattamente a tutta la Meseta settentrionale; nato dal Sistema Iberico, riceve buoni apporti dal settore di Trás-os-Montes (Portogallo), dalla Cordigliera Cantabrica e dal Sistema Centrale. Il Guadalquivir, il cui bacino corrisponde approssimativamente alla depressione omonima, dispone dell'apporto degli affluenti della Sierra Morena e del Sistema Betico, e, grazie al suo regime regolare, è assai importante agli effetti dell'irrigazione e della navigabilità. Portata minore e regime piuttosto irregolare presenta il Tago (benché con i suoi 1007 km di corso sia il più lungo dei fiumi iberici), alimentato dagli affluenti soprattutto del Sistema Centrale. Il meno rilevante dei cinque fiumi iberici è il Guadiana, che ha scarsi apporti da parte degli affluenti che scendono da catene aride e poco elevate e che, al pari del Tago, attraversa ampie aree siccitose della Meseta meridionale. Nel versante mediterraneo il fiume più importante è l'Ebro, il massimo interamente spagnolo, che, nato dalla Cordigliera Cantabrica, raccoglie le acque del versante pirenaico meridionale e di quello settentrionale del Sistema Iberico; esso percorre l'Aragona, irrigando e attraversando un territorio steppico che contribuisce largamente a limitarne la portata, e dopo essersi snodato in una fitta serie di meandri si apre faticosamente il passo attraverso il Sistema Prelitoraneo Catalano per sfociare a S di Tarragona con un vasto delta dalla caratteristica forma lanceolata. Gli altri fiumi tributari del Mediterraneo (Segura, Júcar), contraddistinti da corsi brevi e tumultuosi (ramblas) e soggetti a piene improvvise e rovinose, hanno una dimensione regionale limitata. Numerosi sono gli sbarramenti costruiti sui fiumi spagnoli; i maggiori bacini si trovano sui corsi del Duero, del Guadiana, del Guadalquivir, del Tago.

Territorio: clima

Dal punto di vista climatico la Spagna, data la sua posizione tra Atlantico e Mediterraneo, dipende fondamentalmente dalla penetrazione delle masse d'aria umide d'origine atlantica e dallo stabilirsi, più o meno prolungato e tenace, delle masse d'aria anticicloniche mediterranee. Le prime investono con particolare frequenza la facciata settentrionale della penisola, che è di gran lunga la più piovosa; le masse d'aria anticicloniche predominano sulla parte centrale e mediterranea, specie durante l'estate, che è sempre siccitosa e molto calda: le precipitazioni su tutta la Spagna sono infatti prevalentemente invernali e primaverili. Tuttavia, benché il territorio sia quasi completamente circondato dal mare, per la disposizione dei rilievi, spesso direttamente allineati lungo le coste, e la forma tozza della penisola, le terre dell'interno restano al margine delle influenze marittime, per cui si può parlare di clima continentale per quasi tutto il Paese, in particolare per la Meseta, la depressione iberica e l'area più interna di quella andalusa. Nella fascia settentrionale del Paese, interessata dal frequente passaggio dei cicloni atlantici, cadono in media annualmente 1000 mm di pioggia, distribuiti con una certa regolarità nell'arco annuale; sui versanti cantabrici e pirenaici esposti all'oceano, le precipitazioni possono superare i 1500 e talora i 2000 mm annui: la Galizia per esempio ha clima prettamente atlantico, umido tutto l'anno. La Spagna centrale e la regione mediterranea sono sempre siccitose; in genere i valori di piovosità sono inferiori ai 500-600 mm annui, con minimi anche di 200-300 mm annui, concentrati nel periodo invernale, nelle depressioni più interne, in particolare nella Mancha, nelle valli dell'Ebro e del Guadalquivir e nell'estremo lembo sudorientale. Anche dal punto di vista termico vi sono differenze rilevanti passando dalle zone costiere atlantiche, dove le temperature sono mitigate per gli influssi atlantici sia d'inverno (8-10 ºC) sia d'estate (18-20 ºC), a quelle interne, caratterizzate dalle marcate escursioni termiche tipiche dei climi continentali: a Madrid dai 6 ºC di gennaio si sale ai 24,5 ºC di luglio, con pochi giorni di gelo. Nella costa mediterranea, soleggiata, si hanno estati calde ma non eccessive, grazie alla presenza del mare, e inverni addolciti dai venti mediterranei; la depressione andalusa invece ha caratteristiche climatiche che già preannunciano la vicina Africa.

Territorio: geografia umana

Il Paese fu abitato fin dai tempi più remoti da popolazioni che lasciarono varie tracce della loro civiltà: delle più antiche tribù della penisola i Baschi sembrano offrire la testimonianza più diretta, conservatasi nelle zone-rifugio dei Pirenei. Più tardi il lungo dominio di Roma contribuì a unificare il Paese; si realizzarono notevoli progressi in campo economico, che furono alla base dell'ingente aumento demografico, grazie al quale la popolazione, già nell'età di Augusto, si stima raggiungesse i 6 milioni di ab., principalmente addensata nella valle del Guadalquivir e nelle pianure costiere orientali. Le invasioni barbariche rimossero per gran parte il tessuto già costruito e causarono un significativo processo di ruralizzazione, con una progressiva decadenza dei nuclei urbani, commerciali e artigiani, e un conseguente declino demografico, specie nelle regioni che durante l'Impero Romano erano state più fiorenti. Tale processo di ruralizzazione continuò tuttavia soltanto nei nuclei cristiani del Nord; la Spagna meridionale fu interessata dalla penetrazione degli Arabi, il cui dominio si caratterizzò invece per un elevato grado di civiltà, ben evidente non solo in campo politico e religioso, ma anche sul piano demografico ed economico, con l'inizio di una seconda importante fase urbana, legata ai nuovi sviluppi delle colture irrigue degli agrumi, dell'olivo e degli ortaggi. Elementi di raffinata cultura araba rimasero nelle città (basti pensare a Cordova e Granada) e nelle campagne anche dopo che l'invasione fu respinta a opera dei sovrani cristiani del Nord. Con la Reconquista, che vide la progressiva cacciata degli Arabi, si andarono popolando le vaste regioni centrali, precedentemente poco abitate, dove i sovrani cattolici – che già avevano contribuito al popolamento della Spagna nordorientale – favorirono lo sviluppo di nuove città sorte in buona posizione strategica (Ávila, Segovia, Cuenca ecc.). In conseguenza di tale politica di riorganizzazione territoriale (più tardi, all'epoca della grande espansione coloniale del Paese, vennero invece valorizzati i centri portuali costieri) la popolazione toccò i 9 milioni di ab., con forti addensamenti, oltre che nella tradizionale Andalusia, anche nelle Castiglie e nell'Estremadura. Tuttavia successivamente, soprattutto a causa del grande deflusso di energie giovani verso le terre del Nuovo Mondo, appena scoperto, la popolazione scese a 8 milioni nel sec. XVI, per diminuire ancora in quello seguente. Il sec. XVIII segnò invece un notevole cambiamento nella tendenza demografica del Paese: la popolazione si accrebbe con una certa rapidità, specie a favore dell'area periferica, cui si contrapponeva all'interno, in posizione centrale, la capitale Madrid, appositamente fondata come espressione della concezione unitaria e assolutistica del potere. Da allora l'incremento è stato costante e graduale e la popolazione, che nel 1833 contava ca. 12 milioni di ab., era raddoppiata poco più di un secolo dopo, nonostante gli effetti negativi delle ingenti correnti migratorie e della guerra civile, raggiungendo nel 1955 l'entità di 28,9 milioni di ab. Va ricordato che l'emigrazione verso l'estero fu in un primo periodo (ca. 1860-1950) rivolta essenzialmente verso l'America Latina: nella sola Argentina sbarcarono tra il 1857 e il 1915 ca. 1,5 milioni di spagnoli. L'emigrazione transoceanica toccò la massima vetta nel 1913, con ca. 230.000 partenze; successivamente il movimento migratorio si rivolse all'Europa, specie dopo il 1950, sfiorando nel 1964 le 200.000 partenze. All'inizio del sec. XXI vivono in America ca. 2,5 milioni di spagnoli e nel resto d'Europa (soprattutto in Francia, Germania e Svizzera) ca. 1,5 milioni. Il Paese, grazie alle migliori prospettive economiche, dagli anni Ottanta del sec. XX è a sua volta divenuto meta di immigrazione, con oltre 440.000 ingressi nel 2002. Il movimento demografico naturale risulta leggermente positivo, grazie a un indice di natalità superiore di circa un punto percentuale a quello di mortalità. La composizione etnica del Paese vede come gruppo maggioritario gli spagnoli (44,4%), con una percentuale importante di catalani (28%) e galiziani (8,2%) e una significativa minoranza di baschi (5,5%) concentrati nelle province settentrionali. La popolazione, che ha superato i 45 milioni di ab. e la cui densità media – relativamente bassa per un Paese europeo – è di 92 ab./km², è distribuita in modo irregolare, rarefacendosi nelle province interne più aspre e aride (Cuenca, Guadalajara, Huesca, Teruel, Soria), poco abitate anche in passato, dove il latifondo ha creato un ambiente inerte dal punto di vista storico-economico; le densità più elevate si riscontrano lungo la costa, nella Catalogna (233 ab./km², nella Comunidad Valenciana (214 ab. km²), nelle Province Basche (301 ab./km²) e nelle Asturie (101 ab./km²), che sono i principali centri d'attrazione dell'emigrazione interna. Fittamente popolati sono inoltre gli arcipelaghi delle Baleari (222 ab./km²) e delle Canarie (283 ab./km²), in espansione grazie allo sviluppo del turismo. In passato si è verificata un'autentica fuga dalle campagne e in genere dalle regioni più povere verso le coste, prima per le attività commerciali legate ai traffici transoceanici, poi per quelle urbane e industriali. Una posizione a parte occupa nell'interno, rimasto essenzialmente rurale, la provincia madrilena, dove si ha una densità di 799 ab./km²: si tratta infatti di un'area divenuta vitale esclusivamente grazie alla presenza della capitale, del suo ruolo sovrano nell'ambito del Paese e al fatto che essa ospita, con i vari agglomerati periferici entrati a far parte del nucleo urbano, oltre un decimo dell'intera popolazione spagnola. L'organizzazione rurale, basata sui piccoli nuclei comunali, ha ben conservato i suoi caratteri tradizionali nei tipici villaggi aggregati (pueblos), spesso assai lontani gli uni dagli altri, formati da case raccolte intorno al castello o alla chiesa; la dimensione del villaggio è varia e intimamente legata alle necessità e agli ambienti agrari, secondo regole che risalgono a secoli ormai lontani. Nelle terre meridionali e nel Levante il villaggio, generalmente di notevoli dimensioni, è posto su un'altura per motivi di difesa e presenta i caratteri tipici dell'area mediterranea, con le case ammassate e i muri imbiancati dalla calce; nell'altopiano interno esso è invece situato prevalentemente nelle conche, in funzione anche dell'approvvigionamento idrico, con abitazioni spesso modeste, con strutture di legno e fango; nella regione pirenaica predomina il piccolo villaggio di pastori e agricoltori che vivono in case di pietra, così come nella regione cantabrica e galiziana, dove piccoli gruppi di case sorgono negli angusti fondovalle. La casa sparsa (abitazione rurale) si ritrova in prevalenza nelle huertas a coltura intensiva di tutta la fascia costiera meridionale e della pianura andalusa. Complessivamente la popolazione urbana costituisce il 77,6% del totale (2012): l'urbanesimo è dunque progressivamente divenuto un fenomeno imponente. La struttura urbana della capitale Madrid stenta a reggere l'impatto del massiccio flusso immigratorio: tradizionalmente ben ordinata nelle calles e avenidas, che s'incrociano formando una scacchiera regolare, nobilitata dagli insigni edifici (pubblici e religiosi) del centro storico e resa vivace da quella sorta di grande salotto che è la calle mayor (“passeggio” obbligato dei suoi abitanti), Madrid risente di un eccesso di concentrazione. Insieme a Barcellona, a partire dal secolo scorso ha infatti assorbito la maggior parte della popolazione che ha lasciato le campagne, con gravi incoerenze urbane, quartieri di periferia caotici, privi o insufficientemente dotati di adeguate abitazioni e di vari servizi essenziali. Alla pressoché incontrollata espansione di Madrid e Barcellona si è cercato di porre rimedio contrapponendo alle due metropoli una serie di poli di sviluppo (Valencia nel Levante, Siviglia nella Spagna meridionale, Bilbao nella fascia cantabrica, Saragozza nella valle dell'Ebro, Valladolid nella Meseta settentrionale ecc.) per dare un assetto più organico all'organizzazione territoriale del Paese, che ha conservato per troppo tempo numerose zone arcaiche e sottosviluppate. La fortuna di Madrid si spiega sostanzialmente con la sua posizione nel cuore geografico del Paese, di cui è il massimo nodo di comunicazioni stradali, ferroviarie e aeree; creata artificiosamente capitale per ragioni politiche, per essere cioè il simbolo, anche geografico, del potere centrale, la città, ricca di testimonianze artistiche e culturali consone al suo ruolo di grande capitale, svolge intense attività finanziarie, amministrative, commerciali e industriali (soprattutto industrie leggere) e forma un grande agglomerato urbano con i centri secondari della sua vasta periferia. Seconda città spagnola è Barcellona, rilevante porto mediterraneo, il maggiore del Paese, avvantaggiato dalla sua posizione allo sbocco delle vie naturali del retroterra e sul passaggio obbligato delle vie che dai Pirenei scendono verso le città costiere del Levante e che il recente sviluppo del turismo ha fortemente aumentato d'importanza come nodo di comunicazioni; la città, cresciuta anch'essa in modo impressionante, ma più organico di Madrid, costituisce con i vicini agglomerati di L'Hospitalet de Llobregat, Badalona, Sabadell ecc., una vera e propria conurbazione, caratterizzata da una forte attività industriale (specie tessile, automobilistica e meccanica in genere) grazie anche alla vivacità imprenditoriale, tipica dei catalani. Sempre sul Mediterraneo sorgono Valencia, terza città spagnola per numero di ab., sede di importanti industrie e centro commerciale, sbocco di una huerta assai ricca, e Málaga (568.479 ab. nel 2013), città largamente turistica, vertice della rinomata Costa del Sol; nell'interno, anch'essa in una fiorente area agricola, è Murcia. Nel bacino andaluso la città maggiore è Siviglia, situata sulla riva sinistra del Guadalquivir, di cui è attivo porto; città d'antica origine e ricca di testimonianze storiche e artistiche (già fiorente sotto il dominio arabo, mantenne la sua importanza dopo la Reconquista), è oggi anche sede di rilevanti industrie. Granada, splendida città araba ricca di insigni monumenti che testimoniano la sua passata grandezza (basti pensare al complesso dell'Alhambra, tra le più alte espressioni dell'architettura araba), capitale di un regno che sin quasi alle soglie del sec. XVI resistette agli attacchi dei re cattolici (ultimo baluardo arabo, Granada cadde nel 1492), e Cordova (328.704 ab. nel 2013), essa pure capitale di un potente califfato arabo e uno dei massimi centri culturali del Medioevo, sono gli altri poli economici della regione andalusa, centri commerciali e industriali, nonché città turistiche di larga fama. Sull'Atlantico, nella Spagna settentrionale, c'è un'altra fascia di elevata densità e urbanizzazione: qui si affacciano vari porti, un tempo rivolti essenzialmente ai traffici con l'Europa nordoccidentale, resi dinamici dallo sviluppo industriale (industria pesante), che può attingere alle locali risorse minerarie (Asturie, Province Basche, Cantabria ecc.). Grande centro industriale e commerciale, tra i più dinamici del Paese, è Bilbao, porto molto attivo, specie con la Gran Bretagna e in genere con l'Europa settentrionale; La Coruña e Vigo, nella Galizia, sono anche importanti centri pescherecci; attivi per traffici e industrie varie sono inoltre Gijón e Santander. Nella Meseta, dove città un tempo vitalissime hanno ormai un ruolo molto modesto (basti pensare a Toledo, che a ricordo della passata grandezza è rimasta il massimo centro religioso del Paese, sede del primate di Spagna), unico rilevante, dinamico centro industriale è Valladolid; un po' meno Salamanca e Burgos, città dell'antica nobiltà e alta borghesia leonese e castigliana. Di notevole importanza in quanto considerata nuovo polo di sviluppo nell'ambito dei recenti piani di riorganizzazione territoriale è infine Saragozza, capoluogo dell'Aragona, centro commerciale e manifatturiero, sede di numerose industrie automobilistiche, chimiche, vetrarie e alimentari, importante nodo ferroviario e stradale a controllo delle vie che dalla Catalogna danno accesso alla Meseta.

Territorio: ambiente

Pochi Paesi europei possono vantare un patrimonio naturale vario come quello spagnolo, che nonostante il massiccio intervento dell'uomo sul paesaggio si caratterizza per la presenza di numerose zone ancora intatte. Montagne, zone paludose, pianure e steppe si alternano nel vasto territorio dello Stato iberico, contraddistinto da una flora ricca e diversificata. Il clima fresco e umido della fascia atlantica favorisce la crescita della foresta a latifoglie e dei buoni pascoli che inverdiscono i paesaggi della Galizia; il bosco di latifoglie, ancora rappresentato da lembi consistenti, comprende tutte le specie diffuse nell'Europa nordatlantica, in particolare la quercia e faggio. Sui rilievi, specie su quelli pirenaici, attecchiscono abeti e pini. Del tutto diverso – ma più peculiarmente spagnolo – appare il paesaggio vegetale nella Meseta, dove, accanto a specie arboree tipiche delle zone temperate, si ritrovano forme vegetali proprie dell'ambiente arido subtropicale come la macchia arbustiva (monte bajo), talora con associazioni tipicamente steppiche, fra le quali predominano l'alfa, lo sparto e l'artemisia: nella valle dell'Ebro non mancano accenni al subdeserto, ma ovunque l'aspetto estivo della Meseta è quello di una terra semiarida, steppica, con terreni rossicci per le alterazioni dei suoli calcarei, oasi di pioppi o di vegetazione riparia lungo i solchi fluviali. La regione mediterranea è dominata dalla macchia (rosmarino, timo, lavanda ecc.) e da specie arboree come l'olivo, il carrubo e la quercia da sughero; sulle pianure costiere, rigogliose oasi irrigue, le huertas avviate dagli Arabi costituiscono una nota caratteristica della Spagna mediterranea. Nell'arcipelago delle Canarie dominano i paesaggi vulcanici; sul monte Teide, a Tenerife, cresce una particolare flora alpina. La fauna spagnola è una delle più varie del continente europeo. I mammiferi presenti nel Paese comprendono il lupo, la lince, il gatto selvatico, il camoscio, la volpe, la capra selvatica, il cervo e la lepre. Molti tipi di pesci vivono nei laghi e nei torrenti di montagna; tra questi prevalgono tinche, trote e barbi. Sul territorio spagnolo vivono inoltre numerose varietà di uccelli, tra cui si possono ricordare l'aquila, l'avvoltoio, il gufo reale, la gru, il grifone, lo sparviero, il fenicottero, il trampoliere e l'otarda. Per tutelare l'avifauna il Paese ha istituito numerose aree protette per gli uccelli selvatici, ai sensi della relativa direttiva europea. L'ambiente è minacciato da numerosi fattori che mettono in serio pericolo la sua conservazione. Tra i problemi più gravi vi sono la deforestazione, l'erosione dei suoli, l'inquinamento dei fiumi (imputabile anche al maggiore impiego dei fertilizzanti azotati), la coltivazione abusiva di terre soggette a tutela, la desertificazione nelle zone agricole gestite in modo inadeguato e la salinizzazione del suolo nelle aree irrigate. Il turismo, importante fonte di ricchezza per la nazione, ha determinato anch'esso pesanti ripercussioni sull'ambiente, in particolare nelle zone costiere del Mediterraneo più frequentate, dove si pone il problema dello smaltimento di quantità di rifiuti particolarmente consistenti. La scarsa efficacia degli impianti di scarico e di depurazione delle acque è causa di livelli di inquinamento elevati, specialmente nei mesi estivi. Le aree protette, che coprono l'25,3% del territorio nazionale, sono minacciate dalla inefficienza della pianificazione urbanistica. Esse comprendono parchi nazionali (il primo fu istituito già nel 1918) e alcuni siti minori a regime speciale di conservazione, come i parques naturales che sono posti direttamente sotto la giurisdizione delle regioni. Tra i principali parchi nazionali si segnalano il Parco Nazionale Tablas de Daimiel e il Parco Nazionale Aigüestortes, il Parco Nazionale Sierra Nevada e il Picos de Europa. Alcuni siti marini, infine, sono stati dichiarati protetti ai sensi del Piano di azione per il Mediterraneo. Nel 1998 nel Sud del paese si è verificata una grave perdita di sostanze tossiche da una miniera aurifera, che si sono riversate nel Parco Nazionale Doñana (importante zona umida protetta, dichiarata tra l'altro dall'UNESCO patrimonio dell'umanità), nel Guadalquivir e quindi nell'oceano Atlantico. I danni ambientali provocati dalle acque inquinate sono stati ingenti ed è stata messa a rischio la sopravvivenza di milioni di uccelli, animali selvatici, con pesanti perdite economiche per l'agricoltura locale. Un altro grave episodio di inquinamento, questa volta marino, si è verificato in seguito al naufragio, nel novembre del 2002, della petroliera Prestige, avvenuto al largo delle coste galiziane: 300 km di litorale sono stati invasi dalla marea nera, che ha provocato gravissimi danni ambientali ed economici all'intera regione. Altri due siti naturali sono stati dichiarati patrimoni dell'umanità dall'UNESCO: il Parco Nazionale Garajonay (1986) e il Parco Nazionale Teide (2007) nell'arcipelago delle Canarie. Mentre fra i siti di rilevanza culturale e naturale mondiale riconosciuta dall'UNESCO ci sono il picco del Monte Perdido (1997) e l'isola di Ibiza (1999). La Spagna ha sottoscritto la Convenzione di Ramsar relativa alla salvaguardia delle zone umide e la World Heritage Convention (Convenzione per il patrimonio culturale mondiale). Sono inoltre state istituite riserve della biosfera nell'ambito del programma MAB (Man and the Biosphere) dell'UNESCO. La Spagna ha ratificato il Protocollo Ambientale Antartico, il Trattato Antartico e il Trattato per il Legname Tropicale del 1983, oltre a numerosi accordi internazionali sull'ambiente.

Economia: generalità

A partire dalla guerra civile, la Spagna si chiuse in un vero e proprio isolamento politico: fu tra l'altro uno dei pochissimi Stati d'Europa a rimanere neutrale nel corso del secondo conflitto mondiale e solo nel 1955 volle entrare a far parte dell'ONU. Ne derivò inevitabilmente una serie di “ritardi” economici del Paese rispetto agli altri Stati europei; ma a partire dalla fine degli anni Cinquanta la Spagna dava avvio a un radicale processo di rinnovamento. L'ingresso nell'OECE, l'Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica, avvenuto nel 1959, può essere indicato come ben preciso inizio di questa svolta proseguita poi con l'adesione alla CEE (1º gennaio 1986), altra tappa fondamentale nel processo d'integrazione della Spagna nel contesto internazionale. Un Paese sino ad allora rimasto chiuso nell'ambito di una politica economica autarchica e protezionistica, che era peraltro riuscita a salvaguardare il tradizionale settore tessile oltre a quello siderurgico e metalmeccanico, optava dunque per la scelta “europea”; tale decisione, che poneva in luce tutte le arretratezze strutturali del Paese, implicava chiaramente la volontà di conseguirne il superamento, al fine di poter competere con l'estero. Furono sistematicamente valorizzate le risorse naturali e costruite nuove centrali termoelettriche e idroelettriche; furono favoriti gli investimenti stranieri nell'industria, che nel Paese trovava abbondante manodopera. Al tempo stesso la Spagna, di cui furono opportunamente reclamizzati i notevoli motivi di interesse storici e artistici e le non meno importanti bellezze naturali, cominciò ad aprirsi ai turisti, il cui afflusso divenne ben presto massiccio, andando a contribuire in modo significativo all'economia e ponendo le premesse per il decollo vero e proprio della nazione. Fu lasciato ampio spazio all'iniziativa privata, settore in cui furono concesse consistenti agevolazioni alle società straniere, che detenevano molte delle principali attività industriali spagnole. Infatti, a partire dalla metà degli anni Sessanta, numerosi gruppi multinazionali investirono ingenti capitali nel Paese, attratti da un insieme di condizioni eccezionalmente favorevoli. Da parte sua, il governo spagnolo impresse un nuovo dinamismo alla politica economica e finanziaria, ottenendo incrementi produttivi da “miracolo economico”, soprattutto nei settori chimico e metalmeccanico. Ma al primo manifestarsi dei sintomi della recessione e della crisi energetica mondiale vennero alla luce le debolezze e le contraddizioni del rapido sviluppo economico di una nazione che, tra l'altro, è sempre stata dipendente dall'estero per la quasi totalità del proprio rifornimento di petrolio. La Spagna ha dovuto fare i conti coi limiti strutturali di un assetto produttivo in gran parte subordinato agli interessi stranieri, con l'arretratezza del settore agricolo e l'accentuarsi degli squilibri sociali (in particolare risulta problematica la situazione del mondo del lavoro, con un tasso di disoccupazione costantemente tra i più alti d'Europa: 11,4% nel 2008) e dei divari non meno accentuati che esistono tra le diverse regioni del Paese. Il problema regionale spagnolo, di dimensioni assai vaste, è estremamente radicato e non si presenta di facile soluzione; ben lontano dall'averlo appianato, l'impetuoso sviluppo economico e la dispendiosa politica di lavori pubblici (in particolare nelle comunicazioni stradali) ne hanno, al contrario, accentuato gli aspetti negativi. L'industrializzazione ha determinato un movimento migratorio interno di vaste proporzioni, che ha coinvolto vari milioni di spagnoli. Le zone a economia tipicamente agricola e pastorale hanno visto ulteriormente ridotto il loro già debolissimo valore demografico, mentre la popolazione tende sempre più a concentrarsi in alcune aree (in particolare intorno a Barcellona e Madrid), accentuandone la già massiccia urbanizzazione, che notoriamente richiede la realizzazione di una vasta gamma di servizi sociali e di infrastrutture idonee, per non parlare degli alti costi che comportano la tutela ambientale e territoriale. Attuata la ristrutturazione del sistema industriale e perseguita una rigorosa politica deflazionistica a dispetto del forte scontento popolare, l'economia dei primi anni Novanta ha visto crescere gli investimenti nei settori più moderni della produzione, traendo beneficio anche da un positivo sviluppo del settore finanziario e del mercato borsistico. L'industria ha superato la divisione tra un settore artigianale scarsamente avanzato e gli impianti di moderna concezione. Numerose e diversificate sono le branche del settore, ma mentre le industrie tradizionali perdono di importanza, gli investimenti si orientano principalmente verso attività ad alta tecnologia, come l'informatica e le telecomunicazioni. La crescita economica elevata registrata a partire dalla metà degli anni Ottanta del XX sec. ha reso possibile una riduzione della pressione fiscale (tra le più contenute tra i Paesi dell'UE). Grazie alla diffusione del lavoro interinale e dei contratti a termine, che costituiscono un terzo del lavoro subordinato complessivo (e i tre quarti per i lavoratori sotto i 25 anni) si sono aperte nuove prospettive nel mercato del lavoro. Il PIL pro capite è stato di 35.331 $ USA nel 2008 e nello stesso anno il tasso d'inflazione è risultato piuttosto contenuto (4,1%). È invece peggiorata la competitività internazionale del Paese, che nel 2004 è passato al 13º posto nella classifica mondiale dell'IMD (Institute for Management Development) di Losanna.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

Il settore primario, tradizionalmente protagonista dell'economia spagnola, dagli anni Ottanta del sec. XX registra un sensibile decremento sia nel numero degli addetti sia nell'apporto percentuale alla formazione della ricchezza del Paese. L'agricoltura spagnola si presenta nel suo insieme ancorata a schemi tradizionali e su di essi il moderno progresso tecnico ha potuto sinora incidere solo in limitata misura. Tuttavia, contestualmente alla perdita d'importanza del settore, sempre dagli anni Ottanta del sec. XX nuovi impulsi sono venuti dalla politica agraria governativa, impegnata a estendere la meccanizzazione delle colture, a favorire l'insediamento dei coloni per frenare il crescente esodo dalle campagne, a realizzare imponenti opere irrigue, a facilitare l'accorpamento delle proprietà nelle zone dove predomina il microfondo: ne è un esempio il programma di riforma agraria avviato nel 1985 in Andalusia, che permetteva di espropriare le terre concedendole in affitto o favoriva la formazione di cooperative contadine, mentre sensibili si sono rivelati i contributi versati dalla CEE prima e dall'UE poi per il miglioramento del settore. La fondamentale divisione in Spagna umida e Spagna arida è non meno determinante per quanto riguarda le attività agricole; ancor più a tale ripartizione non corrispondono solo colture particolari, ma vere e proprie regioni aventi un inconfondibile paesaggio agrario. La Spagna arida a sua volta comprende sia aree con colture che non richiedono irrigazione (secano) sia aree con colture irrigue (regadío). Le aridocolture sono proprie della Meseta, delle depressioni dell'Ebro e delle coste mediterranee non irrigate, dove i cereali si alternano alle colture legnose (oliveti, vigneti). Vi prevale il latifondo con rese naturalmente basse e una gamma di colture non molto diversificate. con rese naturalmente basse e una gamma di colture non molto diversificate. Le zone a coltura irrigua intensiva, eredità degli antichi dominatori Arabi (che introdussero in Spagna nuove piante come l'arancio, il mandorlo, il riso, la canna da zucchero, il gelso), nel passato limitate in genere alle piccole pianure costiere del Levante e alla zona di Granada (aree famose per le loro huertas) si sono diffuse anche nell'altopiano, grazie alla realizzazione di grandi opere di sbarramento dei corsi fluviali e di canalizzazione (una splendida huerta si estende per esempio lungo le sponde dell'Ebro da Logroño a Saragozza). Nel complesso, però, le zone a regadío, pur prestandosi alle più svariate colture, soprattutto di primizie ortofrutticole e di colture industriali (barbabietola e canna da zucchero, cotone, tabacco) hanno un'estensione ancora piuttosto limitata. Infine nella Spagna umida, corrispondente alla fascia atlantica dalla Galizia alla Navarra, si pratica una policoltura intensiva associata all'allevamento bovino (è questa infatti la Spagna “bovina” per eccellenza) favorito dai ricchi prati e pascoli, e allo sfruttamento di boschi rigogliosi. Prevale la piccola proprietà; il microfondo raggiunge le punte estreme in Galizia. La cerealicoltura, di antica tradizione, ha le sue aree più importanti nell'Aragona, nelle Castiglie (Tierras de Campos) e nell'Andalusia. Rilevante è l'apporto dell'orzo, largamente utilizzato per il bestiame; seguono per importanza il frumento e il mais. Buone prospettive ha la coltura del riso, propria delle zone a regadío dell'Andalusia e del Levante, nonché delle zone acquitrinose del basso Guadalquivir; sono invece coltivate soprattutto nel Nord l'avena e la segale. Tra i prodotti alimentari di vasto consumo vanno inoltre ricordate le patate, che trovano le loro aree più adatte lungo i limiti meridionali della Meseta e dell'Estremadura e i prodotti ortofrutticoli (Andalusia orientale, Tarragona, Málaga, Baleari). Grande importanza rivestono le colture legnose, specialmente la vite, l'olivo e gli agrumi. La viticoltura si estende dalle province meridionali sino al León, grazie al clima caldo e asciutto e l'uva è ampiamente al servizio di una ricca e prestigiosa industria enologica. La Spagna è anche uno dei massimi produttori del mondo di olio di oliva; l'olivocoltura è rappresentata soprattutto nell'Andalusia. Nelle zone a regadío del Levante sono concentrate le colture frutticole, in primo luogo quella degli agrumi; la buona produzione di arance, mandarini e limoni, provenienti per gran parte dalle huertas di Valencia e Castellón de la Plana, consente alla Spagna un'ottima collocazione sul mercato mondiale. Elevati raccolti danno pure i fichi, le mandorle, le mele, le pere, le albicocche, le banane, i datteri che, unici in Europa, si ricavano dai palmeti di Elche. Nelle huertas si hanno altresì cospicui raccolti di prodotti orticoli, come pomodori, cipolle, fagioli, fave ecc. È ugualmente vasta anche la gamma delle colture industriali, tra le quali primeggiano la barbabietola da zucchero (nelle province di Valladolid, Burgos, León e Saragozza) e il cotone; si coltivano inoltre tabacco, canna da zucchero, luppolo e varie oleaginose (girasole, arachidi, soia, colza ecc.). Le foreste, le più rigogliose delle quali si estendono nella zona cantabrica e in quella pirenaica, occupano il 28,8% della superficie territoriale; essenza di grande valore è il sughero, frequente nell'Andalusia occidentale, nell'Estremadura e nella Catalogna e che alimenta industrie quasi esclusivamente catalane e di cui la Spagna è il maggiore produttore mondiale insieme al Portogallo. L'allevamento è un settore in cui la Spagna vanta un'antica tradizione, ma – come per l'agricoltura – vi permangono vaste sacche di arretratezza nelle strutture produttive. Prevalgono numericamente gli ovini, famosi nel mondo per la lana pregiata della specie merinos. L'allevamento caprino, un tempo significativo, all'inizio del sec. XXI risulta decisamente marginale, mentre grande importanza hanno assunto quello bovino, sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di carne, latte e latticini, e quello suino, in cui la Spagna è uno dei primi Paesi al mondo per numero di capi. Nella Murcia è praticata la sericoltura. Discreta importanza riveste la pesca, settore modernamente organizzato, i cui introiti sono significativi per l'economia nazionale: tonni, seppie, naselli, acciughe, sardine e molluschi sono presenti in abbondanza nei mari spagnoli, dai quali vengono pescati anche coralli e spugne. Tra i centri pescherecci più importanti si annoverano Ceuta, Melilla, le Baleari e le Canarie, mentre i principali porti sono Vigo, Pasajes, La Coruña, Huelva, Algeciras e Cádice.

Economia: risorse minerarie e industria

Il sottosuolo spagnolo offre una gamma cospicua di risorse minerarie, molte delle quali conosciute e sfruttate fin dai tempi più antichi. Si segnalano in particolare i minerali di ferro, estratti principalmente dai giacimenti cantabrici, quindi da quelli del Sistema Iberico e del Sistema Betico; fra gli altri minerali metalliferi un posto di importanza primaria spetta al piombo, proveniente dalla Sierra Morena, e allo zinco, estratto nella regione di Santander e nelle Province Basche, per entrambi i quali la Spagna occupa un ottimo posto a livello europeo. Notissimo è il mercurio di Almadén (Ciudad Real), già conosciuto al tempo dei Romani e per la cui produzione la Spagna si pone tra i primi produttori mondiali, sfruttando anche i giacimenti di Mieres e Pola de Lena. Minore importanza rivestono i giacimenti di rame. Il Paese si segnala invece per le piriti, pregiate per l'elevato contenuto di zolfo, con principali giacimenti nella zona di Ríotinto. Cospicua è anche la produzione annua di salgemma e salmarino; si segnalano ancora la potassa, la magnesite, quindi manganese, antimonio, tungsteno, stagno, bauxite, oro e argento. Le riserve carbonifere, il cui principale bacino è quello asturiano-leonese, sono discrete, ma risultano tuttavia del tutto insufficienti alle necessità dell'industria; scarso rilievo ha la produzione petrolifera (giacimenti presso Valladolid, Burgos e al largo di Tarragona), cui si aggiungono quantitativi piuttosto modesti di uranioestratti nella zona di Lérida, e di gas naturale. Quanto al settore energetico, benché sia stato potenziato, la produzione di energia elettrica resta notevolmente inferiore a quella dei Paesi industrializzati dell'Europa occidentale. L'energia elettrica in un primo tempo è stata essenzialmente d'origine idrica, grazie alla realizzazione di numerose centrali localizzate inizialmente sull'alto corso dei fiumi, specie nella regione dei Pirenei orientali, in funzione delle industrie della Catalogna, poi lungo il corso medio delle arterie fluviali maggiori (Ebro, Duero, Tago), favorendo in tal modo varie altre città, come Valladolid e Madrid. Tuttavia l'energia termica ha assunto un ruolo via via più importante grazie alle numerose centrali termiche, dislocate principalmente nel Nord, nel Levante e nell'Andalusia, alimentate sia da carbone nazionale sia, sempre più, da petrolio d'importazione. Oltre un terzo della produzione energetica è fornito dal settore nucleare, grazie alle centrali di Zorita (Guadalajara), Santa María de Garoña (Burgos) e Vandellós (Tarragona), che sfruttano l'uranio estratto a Lérida. Grazie all'afflusso di capitali esteri che seguì all'ingresso nella CEE (1986), l'industria spagnola si è notevolmente modernizzata e diversificata dal punto di vista produttivo. Essa costituisce una struttura portante dell'economia nazionale: oltre al consolidamento delle capacità produttive, essa ha conosciuto significativi progressi nella composizione qualitativa. I principali distretti industriali continuano a essere quelli di più antico impianto, vale a dire il Nord del Paese (essenzialmente le Province Basche), dove operano numerosi complessi meccanici, avvantaggiati dalle risorse minerarie della zona cantabrica, la Catalogna, che, in aggiunta alle tradizionali attività tessili, ha ormai attivissime industrie chimiche e meccaniche e di lavorazione dell'acciaio, il Levante, dove sempre fiorentissimo è il settore alimentare (Valencia); infine l'area attorno alla capitale, che annovera importanti complessi chimici e meccanici. L'industria spagnola dell'inizio del sec. XXI copre pressoché tutti i settori produttivi, anche se mostra un continuo incremento dell'industria manifatturiera rispetto a quella estrattiva, che fu all'origine di fondamentale importanza nell'economia del Paese. Buon livello europeo presenta la siderurgia, concentrata nell'area di Vizcaya (Province Basche), nelle Asturie, in Catalogna (produzione di acciai speciali) e presso Sagunto (Valencia). Principali prodotti dell'industria metallurgica, che presenta una più varia e articolata ubicazione e che in larga misura lavora anche minerali d'importazione, raggiungendo ormai produzioni di tutto rispetto su scala europea, sono l'alluminio (a Valladolid, Avilés, Lagrela e Sabáñago), il rame (Ríotinto, Cordoba, Barcellona, Palencia, Bilbao), il piombo, lo stagno, lo zinco; inoltre buona parte del carbone estratto viene trasformata in coke metallurgico. Nell'impianto di Andujar viene raffinato il minerale di uranio. Rilevante sviluppo ha avuto il settore meccanico, rivolto in primo luogo alla costruzione di mezzi di trasporto, ma anche di macchinari d'ogni genere e di utensili vari. Così locomotive e materiale ferroviario sono prodotti a Barcellona, Madrid, Valencia; il distretto siderurgico asturiano-basco fornisce laminati di acciaio, rotaie ecc.; a Barcellona si produce anche macchinario di alta precisione. L'industria automobilistica, in cui parte determinante ha avuto e continua ad avere la partecipazione delle società straniere, è ubicata in prevalenza nelle grandi città. A essa è in gran parte collegata la fiorente industria della gomma, con sede principale a Barcellona. L'industria navale ha i principali centri a El Ferrol, Cartagena, Cádice, Barcellona e Bilbao; Siviglia e Cádice sono anche sedi di complessi aeronautici. Straordinaria espansione ha registrato l'industria chimica; è concentrata in Catalogna, ma sono sorti vari impianti anche nell'area asturiana-basca, favorita dai sottoprodotti della metallurgia, nonché in taluni centri dell'interno, come Madrid, Valladolid e Saragozza. Ottima è la produzione di acido solforico, che si ricava dalle abbondanti piriti nazionali; un ruolo minore, ma non modesto nell'ambito europeo, rivestono anche le produzioni di fertilizzanti azotati, di resine sintetiche e materie plastiche, di acido nitrico e cloridrico, di soda caustica ecc. Conserva il suo ruolo l'industria tessile, in particolare la cotoniera, diffusa prevalentemente in Catalogna. Importanza minore ha il lanificio, cui si aggiungono buone produzioni di fibre tessili artificiali e sintetiche, di filati di lino, canapa, iuta ecc. L'industria alimentare preminente è quella saccarifera, che opera per gran parte nelle aree di produzione della canna e della barbabietola da zucchero, con principali stabilimenti a Saragozza e in altri centri della valle dell'Ebro; di rilievo sono anche l'industria della birra, gli oleifici, gli stabilimenti conservieri, quelli lattiero-caseari; le manifatture di tabacco. L'industria della carta ha la sua massima ubicazione nelle Province Basche, in Catalogna e a Valencia. Le lavorazioni del vetro (che vanta numerosi stabilimenti, tra cui notevoli quelli di Bilbao e di Arija, presso Santander, di La Granja ecc.), della ceramica (a Talavera de la Reina, a La Cartuja presso Siviglia, a Manises e a Segovia), della concia delle pelli e del cuoio completano il quadro dell'industria spagnola. Particolare dinamismo mostrano i comparti dell'elettronica e delle telecomunicazioni.

Economia: servizi

La bilancia commerciale si è sempre mantenuta in notevole deficit, attenuatosi solo parzialmente a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta del XX sec. Il commercio interno svolge da sempre un ruolo di primo piano nella vita economica del Paese; gli scambi interni più notevoli avvengono tra il Nord industriale e le aree agricole del Sud, mentre Madrid esercita l'attrazione propria di un vasto centro polifunzionale metropolitano. Anche il movimento commerciale con l'estero ha registrato una straordinaria espansione e diversificazione; i prodotti alimentari e agricoli in genere sono ora largamente soppiantati dai più vari prodotti industriali, specialmente chimici, tessili, del cuoio ecc., quindi da macchinari e mezzi di trasporto, ferro e acciaio. In particolare, quasi quattro quinti delle merci esportate sono manufatti, seguiti da prodotti alimentari, carburanti, minerali e metalli. Le importazioni sono rappresentate da petrolio e altre materie prime e da macchinari, ma anche da generi alimentari, in particolare i cereali. Gli scambi più rilevanti si svolgono nell'ambito dell'UE (Francia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi), con gli Stati Uniti e, per quanto riguarda le importazioni di petrolio, con l'Arabia Saudita. Negli anni Ottanta del sec. XX hanno fatto registrare un notevole consolidamento il settore finanziario e il mercato borsistico (le principali piazze affari si trovano a Madrid, Barcellona, Bilbao e Valencia). Il sistema finanziario nazionale è controllato dal Banco de España, che può operare le proprie scelte strategiche in modo indipendente. Nella rete viaria (676.598 km nel 2002), che si articola spesso assecondando la distribuzioni degli agglomerati urbani più popolosi, si può individuare una decina di tracciati base, che si irradiano da Madrid verso i margini del Paese, seguendo di preferenza gli andamenti vallivi. È previsto un ampliamento del sistema, con la costruzione di nuove autostrade oltre a quelle esistenti (9020 km nel 2002), ma la rete stradale resta inadeguata alle necessità di un Paese contraddistinto da una superficie tanto vasta. Anche la rete ferroviaria si dimostra inadatta a sostenere i ritmi impressi dall'accelerata espansione economica. Servita in genere con attrezzature e materiali rotabili scadenti, tra il 1987 e il 2000 è stata tuttavia oggetto di un importante piano di ristrutturazione che ha notevolmente migliorato l'efficienza del servizio. I trasporti su rotaia sono gestiti essenzialmente dalla RENFE (Red Nacional de Ferrocarriles Españoles) e la rete consta complessivamente di ca. 14.000 km (2002), solo poco più della metà dei quali elettrificati. Dal 1992 è attiva una linea ferroviaria ad alta velocità da Madrid a Siviglia, il cui prolungamento fino alla Francia è in corso di realizzazione. Le comunicazioni marittime fanno capo a numerosi porti modernamente attrezzati, tra cui predominano quello di Barcellona per il movimento passeggeri e di Bilbao per il movimento merci; altri centri portuali di notevole traffico sono Santander, Siviglia, Valencia, Gijón ecc. L'incremento degli scambi con l'estero ha favorito lo sviluppo della flotta mercantile. Le comunicazioni aeree all'interno del Paese non svolgono un ruolo di grande importanza; attivissimi sono invece i collegamenti con l'estero. Compagnia di bandiera è l'Iberia, che effettua servizi sia nazionali sia internazionali; il Paese dispone di una ventina di aeroporti internazionali, tra i quali predominano quelli di Barajas (Madrid), di Barcellona e di Bilbao. Il settore dei trasporti risulta di vitale importanza per lo sviluppo del turismo, al quale la Spagna si è aperta solamente dopo la fine della dittatura franchista (1975). Nonostante la limitatezza temporale nell'esperienza di accoglienza turistica, gli spagnoli hanno saputo ben presto adattarsi alle esigenze del settore. In effetti la Spagna è la seconda destinazione mondiale del turismo internazionale (quasi 52 milioni di presenze nel 2002) e le strutture di accoglienza sono particolarmente sviluppate nelle località balneari. Fiorente è anche il turismo artistico-culturale, che si concentra nelle città dalla storia millenaria. Tra i centri d'arte più visitati vi sono quelli della Spagna meridionale (Granada, Cordoba, Siviglia), che conservano straordinarie testimonianze dell'occupazione araba, Segovia, Toledo, ma anche la Catalogna con i tesori artistici antichi e contemporanei di Barcellona e Girona.

Storia: preistoria

Le prime testimonianze della presenza umana nel territorio che compone la moderna Spagna sono particolarmente antiche. Per esempio, ben conosciuto in numerosi giacimenti localizzati prevalentemente in sistemi di terrazzi alluvionali è il Paleolitico inferiore. Al complesso pre-acheuleano appartengono le industrie di Cullar Baza I, vicino a Granada, con faune riferite al Mindel, mentre resti paleontologici molto arcaici, ma privi di contesto archeologico, sono stati rinvenuti in località Venta Micena (Granada). Diverse fasi dell'Acheuleano sono note, per esempio, nel sito all'aperto di Pinedo, vicino a Toledo (Acheulano antico), a Aridos, vicino a Madrid (dove è stato rinvenuto un interessante sito di macellazione di elefante), Torralba e Ambrona (Soria) ecc. Nella grotta di Atapuerca, vicino a Burgos, già nota per la presenza di industrie acheuleane associate a resti umani e fauna del Pleistocene medio, sono stati recentemente rinvenuti altri due crani umani in buono stato di conservazione, con caratteri che ricordano Homo sapiens arcaico. Resti umani riferiti a Homo sapiens neandertalensis o al gruppo degli anteneandertaliani provengono dai depositi rissiani o, secondo alcuni autori, würmiani, dalla grotta di Cova Negra, vicino a Valencia. Il Paleolitico medio è noto soprattutto in giacimenti in grotta. Alcuni dei più importanti giacimenti, dove sono segnalate diverse facies del Musteriano, sono: il Riparo Romani, con livelli del Musteriano a denticolati privo di tecnica Levallois e del Musteriano di tradizione acheuleana, i livelli inferiori della Cueva Morin e di El Pendo (Santander), Devil's Tower e Gorham Cave a Gibilterra, con Musteriano charentiano tipo Ferrassie, la grotta di Los Casares (Guadalajara), di Mollet, Toroella de Montgri e Cariguela (Granada) con Musteriano tipico, la grotta di El Castillo, vicino a Santander, dove è stata messa in luce una lunga sequenza compresa tra il Musteriano e il Magdaleniano, con importanti manifestazioni di arte parietale e mobiliare. Le fasi più antiche del Paleolitico superiore sono attestate in grotte come L'Arbreda (Gerona) e Cueva Morin con industria castelperroniana, datata a 36.950±6580 da oggi, e livelli dell'Aurignaziano. Diversi livelli riferiti alla successiva fase del Paleolitico superiore (Gravettiano) sono noti nella già citata grotta de L'Arbreda (C14: 20.130 da oggi), nella grotta di Beneito (Alicante), al Castillo, a Cueto de la Mina nelle Asturie, a Mallaetes e al Parpallo (Valencia), alla Cueva Morin, a El Pendo ecc. Particolarmente importante è l'espansione del Solutreano con datazioni comprese tra 21.000 e 16.000 anni da oggi, individuato in numerose grotte, cui seguono, nella sequenza generale delle industrie della fine del Pleistocene superiore e dell'Olocene antico, livelli del Magdaleniano (C 14: 13.500-8300 a. C. circa) e dell'Aziliano, con datazioni intorno a 10.500-9500 anni da oggi. Eccezionale sviluppo, in particolare durante il Magdaleniano, ma con notevoli esempi riferiti al Solutreano, hanno le diverse manifestazioni di arte parietale nella regione franco-cantabrica, attestate in siti come Altamira, i cui livelli magdaleniani sono datati a 15.000 anni da oggi. Dei tempi neolitici sono notevoli i ritrovamenti delle grotte delle province orientali e quelli della cultura detta delle tombe a fassa. Una facies diffusa in tutto il territorio iberico è quella del bicchiere campaniforme; alla metà del III millennio compare, nella parte sudorientale della penisola, dove la ricchezza mineraria (soprattutto di stagno) costituisce una sicura attrattiva per i contatti con genti alloctono, la ricca facies di Los Millares; il particolare sviluppo di questa parte della penisola, in cui un precoce sviluppo di forme di differenziazione sociale è dovuto anche alla necessità di mobilitare il lavoro delle comunità in impianti di irrigazione, resi necessari dalle aride condizioni climatiche, è evidente anche nella successiva fase di El Argar, cui è coeva, nella Mancha, la cultura di Las Motillas. Nella tarda Età del Bronzo si sviluppa la facies del Suroeste, mentre, già a partire dal sec. X a. C., i siti di cultura “tartessia” rappresentano spesso la prima fase “di villaggio” di centri destinati a raggiungere, nel periodo iberico, un livello protourbano.

Storia: il periodo romano e preromano

Tra gli Iberi, primitivi abitanti della Spagna affermatisi soprattutto nella ricca zona sudoccidentale, si vennero presto a inserire, attratti dalle ricche miniere di argento e di rame e da un'agricoltura divenuta prospera, i più antichi navigatori del Mediterraneo orientale: i Fenici, che installarono empori a Gades e Málaga, gli Egeo-Cretesi e, verso i sec. VIII-VII a. C., anche i Greci provenienti da Marsiglia che installarono basi sulla costa orientale. Successivamente, intorno al sec. VI, si ebbero dal Nord verso la zona centroccidentale della penisola immigrazioni di Celti che si fusero con gli Iberi dando origine alla popolazione mista dei Celtiberi. Contemporaneamente iniziò l'azione colonizzatrice dei Cartaginesi che in breve riuscirono a subentrare ai Fenici e a imporsi agli Iberi e, dopo la battaglia del 535 a. C. ad Alalia, nelle acque della Corsica, anche ai Greci, estendendo così il loro predominio sulle fasce costiere orientali e meridionali della Spagna. Durante la I guerra punica (264-241 a. C.), le popolazioni spagnole si ribellarono ai Cartaginesi, ma questi, pur soccombenti nel conflitto, con Amilcare e, più tardi, con Annibale, tornarono a instaurare la propria supremazia sulla penisola. Scoppiata la seconda guerra punica (218-212 a. C.), la Spagna divenne anch'essa teatro del conflitto e, dopo la presa di Cartagena a opera di Scipione nel 209 a. C., le sue zone cartaginesi, nucleo delle future province della Spagna Citeriore e Ulteriore, passarono sotto il controllo romano. L'ordine imposto da Roma suscitò subito a più riprese rivolte e guerriglie tra le tribù interne, specialmente tra i Lusitani e i Celtiberi, che impegnarono duramente per anni le legioni romane: successi ottennero contro di esse Catone, inviato in Spagna nel 195, e, soprattutto, Tiberio Sempronio Gracco, padre dei futuri tribuni, che assunse il comando delle operazioni nell'anno 179 a. C. e, col suo atteggiamento benevolo nei confronti delle tribù locali sottomesse, assicurò alla penisola un ventennio di pace. Nel 154 a. C., alla ripresa dei moti di rivolta, Roma, temendo che Cartagine ne approfittasse per riprendere le sue mire espansionistiche, inviò in Spagna un esercito di circa 30.000 uomini che, tuttavia, riuscì ad aver ragione dei ribelli solo con Scipione Emiliano che nel 133 fece capitolare, dopo un assedio estenuante, la città di Numanzia, ultimo centro della resistenza dei Celtiberi. L'intera penisola passò così sotto il controllo di Roma e da allora iniziò, pur con nuove rivolte locali, il processo di romanizzazione, soprattutto grazie a insediamenti coloniali. Nel sec. I a. C. si ebbe però in Spagna un generale moto insurrezionale e a capeggiarlo fu Sertorio, che, dopo aver militato nelle file di Mario, aveva abbandonato l'Italia con altri, sottrattisi alle contese civili del tempo. Sertorio riuscì addirittura a staccare la Spagna da Roma, ma la rivolta fu presto stroncata da Pompeo (73), che si trattenne poi sul posto per qualche tempo a riorganizzare la provincia. Nel 68 a. C. fu questore in Spagna Cesare che vi tornò nel 45 quando, a Munda, spense l'ultimo focolaio di resistenza pompeiana. Nel 29 a. C. le rivolte ripresero violente tanto che Augusto stesso rimase in Spagna dal 27 al 24, quando la situazione parve migliorare; ma quando essa tornò ad aggravarsi nel 22 e nel 19 a. C., Agrippa si spinse nelle montagne dell'interno e pose fine definitivamente al problema spagnolo massacrando e trapiantando in pianura le tribù ribelli. Augusto divise la Spagna in Citerior o Tarraconensis, Lusitania, e Ulterior o Baetica, province imperiali le prime due e senatoria la terza; più tardi separò dalla Citerior le Asturie e la Callaecia che costituirono la provincia di Callaecia un secolo più tardi. Nel riordinamento amministrativo di Diocleziano la Spagna, costituita in diocesi, fu divisa in sei province, tra le quali le Baleari e la Carthaginiensis staccate dalla Tarraconensis. I secoli di dominio romano lasciarono ovviamente molte e durature tracce in Spagna e, in concreto, numerose e belle città, una splendida rete stradale, ponti e acquedotti (il tutto finanziato da un intenso sfruttamento delle risorse del Paese: metalli, vini, oli, cereali), nonché un meccanismo politico-burocratico molto solido. La dominazione romana tuttavia non risolse, ma al contrario acuì, la differenziazione tra i grandi possidenti terrieri (veri latifondisti, nel Meridione) – che molto spesso erano i “regoli” delle antiche tribù iberiche, divenuti proprietari sotto la protezione delle leggi romane – e la massa popolare (contadini schiavi e semiliberi del Sud e del Centro e pastori indomiti, spesso veri e propri banditi, del Nord); in complesso, qualche decina di migliaia di privilegiati contro almeno sei milioni di derelitti. Tra gli uni e gli altri esisteva, è vero, un terzo ceto: quello degli hispani, abitanti delle città, funzionari, maestri di scuola, curiali arricchiti, uomini colti che contribuirono, in qualche caso (i Seneca, Quintiliano, Lucano, Marziale, gli imperatori Traiano e Adriano ecc.), alla letteratura e al governo dell'Impero. Essi però non rappresentavano tanto una “classe” sociale, quanto una “mentalità” urbana, certamente importante nei secoli “normali”, ma destinata a indebolirsi con la decadenza delle città. In questo ceto trovò presto la sua base il cristianesimo, diffuso fin dal sec. I, perseguitato dall'Impero (si ebbero numerosi martiri, a Mérida, Siviglia, Saragozza, Barcellona ecc.), ma infine tramutato, per un singolare destino, in erede dello spirito gerarchico e culturale dell'Impero stesso, continuatore e difensore della lingua latina e delle idee di universalità e autorità. E di fronte alle invasioni barbariche del sec. V, rotti quasi del tutto i vincoli politici con Roma, i vescovi finirono con diventare defensores civitatum (inteso il termine civitas nel doppio significato di città e di civiltà). Non a caso un vescovo, Isidoro di Siviglia, fu la più alta figura della Spagna romano-barbarica e il primo ideologo di un effimero Stato nazionale.

Storia: le invasioni barbariche

Nel 409 bande armate di Svevi, Vandali e Alani penetrarono in Spagna, seminando devastazioni e terrore fra le popolazioni inermi. Poco dopo (412) i Visigoti, “federati” al servizio di Roma, entrarono dalla Francia meridionale (loro vero regno finché non ne furono espulsi dai Franchi nel sec. VI) e stabilirono un'effimera capitale a Barcellona. I sec. V e VI sono convulsi di lotte, soprattutto fra gli stessi barbari (solo alla fine del sec. VI Leovigildo riuscì a eliminare gli Svevi, conquistando la loro roccaforte, dalla Galizia al Tago); ma anche tra Visigoti e Ispanoromani del versante mediterraneo e tra Visigoti e Impero di Bisanzio, che intanto era riuscito a“liberare” tutto il Meridione della penisola, da Cartagena all'Algarve, poi portoghese; e infine tra i Visigoti stessi, non molto numerosi (80-100.000 in tutto) ma in perenne anarchia, almeno fino a quando non cominciarono a diventare, da capi di bande armate, grandi possidenti di terre. L'unificazione della penisola si delineò, finalmente, con Leovigildo e più ancora con Recaredo, che si convertì al cristianesimo nel 587; e appunto in questo momento, sant'Isidoro di Siviglia, fiero della propria “vittoria”, esaltò i Goti come simbolo dell'unità della “nazione ispana”, che aveva trovato la propria capitale a Toledo, centro anche geografico del Paese, e conferito autorità ufficiale e legislativa ai vescovi riuniti nei concili toledani. Ma l'unità politico-religiosa idealizzata e cantata da Isidoro era molto più teorica che reale. L'oligarchia gota (poche migliaia di persone in tutto) deteneva potere e privilegi, dominando le masse sottomesse, mentre era ormai quasi del tutto estinto il ceto urbano e commerciale. Solo la Chiesa resisteva ed elaborava lentamente gli strumenti legislativi (culminanti nel Liber Iudiciorum del 654) che avrebbero dovuto unificare, parificandoli, Goti e “Romani”. Ma, legandosi allo Stato, la Chiesa stessa aveva perso gran parte della sua libertà e avviato una tradizione che sarebbe durata a lungo nella storia spagnola. Così il regno visigoto rimase “fondato sulla sabbia” e si comprende come sia facilmente crollato al violento impatto con l'invasione musulmana del 711. Ne rimase un vago ricordo, presto trasfigurato in leggenda.

Storia: la Spagna musulmana

Il trionfo dell'Islam in Spagna fu di una rapidità incredibile. In 5 anni le bande di Tā'riq e Mūsā, generali del califfato di Damasco, giunsero da Gibilterra ai Pirenei e oltre. Erano Arabi, Siriani e Marocchini, molto diversi e divisi tra di loro, nonostante la comune religione, e preoccupati solo di impadronirsi delle terre confiscate ai vinti Visigoti e ai grandi latifondisti. Non pensarono neppure di sottomettere gli indomiti pastori-banditi delle montagne cantabriche e in molti casi vennero a patti con i caudillos locali, limitandosi a riscuoterne tributi e tasse, senza modificare, quindi, l'antico e ostinato “cantonalismo” spagnolo. Le lotte fra di loro erano endemiche ma nel sec. VIII, scampato alla strage della famiglia degli Omayyadi a Damasco, arrivò in Spagna il principe 'Abd ar-Rahmān (756-788), il quale, rotti i legami di dipendenza politica con l'Oriente, gettò le basi di un nuovo Stato ibero-islamico che doveva durare due secoli e mezzo, con momenti di autentico splendore civile: l'emirato e poi (929-1031) il califfato di Cordova. Neppure nella sua massima potenza (sec. X), però, lo Stato cordovese riuscì a unificare sotto la bandiera dell'Islam la penisola. La maggioranza dei suoi sudditi rimase sempre indigena (cristiani, mozarabi, o rinnegati, muladí, relitti dell'antica borghesia urbana e artigiana dell'epoca previsigota), capace di martirio per la fede, come ai tempi di Muhammad I (851-66), e persino di ribellioni, come quelle di Toledo (853) e di 'Omar ibn Hafsun sulle montagne di Ronda (899-917). Inoltre i mozarabi avevano già una loro lingua romanza e una certa cultura, specie nel ceto ecclesiastico e monacale (il latino di Eulogio e di Alvaro di Cordoba è uno dei più limpidi del Medioevo europeo); e anche se l'Islam trionfò sui contadini fino al Sud del Duero e dei Pirenei, in molte città (Saragozza, Toledo, Mérida ecc.) gli indigeni restarono, in complesso, superiori in ogni senso ai dominatori musulmani. Si aggiungano le continue discordie tra questi ultimi, aggravate dalla presenza di mercenari e schiavi, da eresie religiose e rivalità personali, e si comprenderà come la brillante storia del califfato cordovese si sia conclusa in piena anarchia, invano frenata, per un momento, dalle vittorie del più grande condottiero della Spagna islamica, al-Mansūr (o Almanzor, 939-1002). Prima ancora della scomparsa “ufficiale” del califfato, l'unità politica di Al-Andálus (come gli storici musulmani chiamarono la Spagna, salvando dall'oblio il nome degli scomparsi Vandali) si frazionò nei cosiddetti “regni di taife” (dall'arabo taifa, banda, fazione o partito), ciascuno con dinastia e vicende proprie. E se ciò fu utile per l'arte e la cultura (prima, in certo modo, monopolizzate dalla splendida Cordoba, forse la più colta e fiorente città europea del sec. X), in ambito politico ne derivarono gravi conseguenze che capovolsero la situazione precedente. Infatti gli staterelli cristiani che nel frattempo erano sorti nel Nord poterono passare dalla difensiva all'offensiva e portare avanti la Reconquista (già stroncata da al-Mansūr) fino a Toledo (1085), spesso alleati a re musulmani contro altre taife (le quali d'altronde si servirono spesso di alleati cristiani contro altri cristiani: come nel caso del Cid Campeador, visto poi dalla poesia come l'eroe cristiano per eccellenza). La caduta di Toledo provocò l'intervento del sultano almoravide del Marocco, Yusuf (1086), che impose la sua superiorità militare, sorretta dal fanatismo religioso, su diversi “re” ispano-musulmani, da Siviglia a Valencia, eliminando l'aristocrazia arabo-andalusa, spegnendo quasi del tutto il rigoglio artistico-culturale e rendendo la vita difficile ai sudditi cristiani ed ebrei, molti dei quali si rifugiarono presso i principi cristiani (fatto di rilievo in sede culturale). Ma presto anche l'impero almoravide si frantumò e venne sopraffatto da un'altra ondata di berberi fanatici, gli Almohadi (in Spagna dal 1145 al 1223); questi tuttavia non poterono annientare gli Stati cristiani ormai forti (Castiglia, Aragona, Portogallo) e subirono una sconfitta decisiva alle Navas di Tolosa (1212). Conseguenza diretta di questa fu la conquista dell'Andalusia da parte del re castigliano Ferdinando III (Cordova, 1236; Siviglia, 1248); a questo punto il dominio musulmano della Spagna poté considerarsi finito, anche se il piccolo regno di Granada sopravvisse ancora fino al 1492, in una situazione di vassallaggio nei confronti dell'ormai dominante Castiglia.

Storia: gli stati cristiani del Nord fino al XIII secolo

Parallelamente alla storia di Al-Andálus, e in stretti rapporti con essa, si sviluppa quella degli Stati cristiani del Nord. Per un paradosso storico, i montanari-predoni della Cordigliera Cantabrica e dei Pirenei, che tanta resistenza avevano opposto ai Romani prima e poi alla prima Spagna cristiana, finirono col diventare i difensori della fede contro l'Islam e i promotori della riscossa nazionale. Il primo regno fu quello delle Asturie, col semi-leggendario Pelagio I (718-737), e capitale prima a Cangas de Onis e più tardi (inizi sec. IX) a Oviedo. Ma è chiaro che un forte appoggio venne dai Franchi, preoccupati del pericolo musulmano sulla loro frontiera meridionale; per questo Carlo Magno realizzò una spedizione nel 778 che non poté conquistare Saragozza, ma rafforzò un secondo staterello, quello di Pamplona (con dinastia propria, di Iñigo Arista, dalla metà del sec. IX), e portò poi alla creazione della Marca Ispanica, forte caposaldo militare, con una “contea” indigena, quella di Barcellona, a partire da Wifredo il Velloso (874-898). Altre piccole contee pirenaiche, a cominciare da quella d'Aragona (primo conte conosciuto un Auriolus morto verso l'809), nacquero per l'appoggio dei Franchi, salvo poi rendersene indipendenti di fatto. Nel sec. X il regno asturiano si era potuto estendere, pressoché indisturbato, verso W (Galizia) e a SE (con nuova capitale a León, 914), raggiungendo la valle del Duero e favorendone i “ripopolatori” con forti privilegi “democratici”: da qui sarebbe poi nata la Castiglia (“regione dei castelli”), marca di frontiera destinata dalla sua stessa peculiare situazione, oltre che dallo spirito fiero e dinamico dei suoi abitanti cantabri, a diventare indipendente e a prendere l'iniziativa della Reconquista. L'apogeo politico-militare del califfato di Cordoba (sec. X) giunse troppo tardi per annientare quei regni e vane furono anche, in definitiva, le grandi vittorie di al-Mansur (Zamora, Simancas, Barcellona, 985; Coimbra, León, 988; Santiago, la “città santa”, 997; Burgos, 1000). Il crollo del califfato, l'anarchia delle taife e il nuovo, generale slancio dell'intera Europa cristiana dopo il Mille, capovolsero la situazione. Alfonso VI di Castiglia, aiutato da “crociati” franchi (uno dei quali fu poi suo genero e primo “conte di Portogallo”), scese fino al cuore della penisola e conquistò Toledo (1085); Alfonso I d'Aragona prese finalmente Saragozza (1118), facendone la capitale del secondo regno peninsulare, reso poi più potente dall'unione con la mediterranea Catalogna; e intanto la “strada di San Giacomo” (camiño de Santiago) portò fino in Galizia migliaia di pellegrini, monaci, commercianti e nobili europei. Nacquero i grandi monasteri cluniacensi (sec. XI) e cistercensi (XII) e con essi i nuovi studi, l'arte romanica, la storia, l'epica, la lirica cortese, i codici in cui il diritto romano si sovrappose ai costumi barbari. Da Alfonso VI a Ferdinando III, soprattutto, rifulse il ruolo determinante della Castiglia, Paese “rivoluzionario”, senza classi sociali chiuse, temerario e avventuriero (se ne resero conto, più tardi, l'Europa e specialmente l'America), conquistatore e ripopolatore del centro e del meridione della penisola, in cui impose anche la propria lingua, più moderna, più chiara e dinamica delle altre lingue, nobili e arcaiche. Ovviamente, la rapidità di questa fase della Reconquista (sec. XIII) portò con sé un gravissimo problema: l'assimilazione di masse ingenti di popolazione attiva, commercianti, artigiani, agricoltori, mudéjares, ebrei e moreschi, diversi per la religione, la lingua, l'economia, i costumi e in genere di cultura superiore a quella dei conquistatori. Questo fenomeno macroscopico si risolse in un vantaggio, sul piano culturale e linguistico (l'arte mudéjar si diffuse nella penisola; il castigliano si arricchì di migliaia di vocaboli e di calchi espressivi arabi ecc.), ma su quello politico e socioeconomico non poteva non comportare difficoltà e ostacoli d'ogni genere, come i secoli seguenti chiaramente dimostrarono.

Storia: dalla conquista di Cadice (1262) ai re cattolici

Terminata con la conquista di Cádice (1262) la fase “aurea” della Reconquista, questa entrò in una lunga stasi, dovuta a un complesso di cause. Anzitutto non era affatto escluso il pericolo di un'ennesima invasione musulmana e la Castiglia, priva di una propria marina, dovette “montare la guardia” sullo stretto di Gibilterra, servendosi soprattutto della flotta genovese (né mancarono gli scontri armati, specie all'epoca di Alfonso XI, che respinse l'ultimo tentativo marocchino nella battaglia del Salado, 1340, e quattro anni dopo conquistò Algeciras con l'aiuto navale di aragonesi e genovesi). In secondo luogo, le ambizioni “imperialistiche”, nate dalle vittorie sui Mori, dovevano mettere la Castiglia in urto con gli altri due più importanti regni peninsulari: l'Aragona (forte e ricca per le conquiste e la politica di Giacomo I nel Mediterraneo e l'attività commerciale della marina catalana) e il Portogallo, tenacissimo nel rifiutare la supremazia castigliana e vincitore ad Aljubarrota (1385). Ma più grave fu la crisi interna: distribuendo le fertili terre meridionali tolte ai Mori tra gli ordini militari (Calatrava, Alcántara, Santiago) e i cavalieri castigliani collaboratori della conquista, i re di Castiglia crearono potenti e ribelli feudatari, incapaci d'altra parte di far produrre i loro latifondi, spesso in lotta con i contadini moreschi e facili debitori di denaro nei confronti dei banchieri ebrei (a cui, del resto, gli stessi re ricorrevano continuamente, mancando del tutto di idee in materia finanziaria). Ne derivarono la decadenza dell'agricoltura andalusa, anche per la mancanza di navi che ne trasportassero i prodotti, l'affermazione della medievale pastorizia – con facile vendita della lana a fiamminghi e fiorentini, e conseguente potenza della Mesta (cartello dei produttori di lana, che arrivò a essere un vero Stato all'interno dello Stato) – e infine carestie, sommosse e odio antiebreo. Di qui alle guerre civili non c'era che un passo e infatti, incominciate all'epoca di Alfonso X, troppo “dotto” forse per essere un buon amministratore, esse continuarono a lungo con momenti ed episodi tragici, come al tempo di Pietro I il Crudele (1350-1369), assassinato dal fratellastro Enrico di Trastámara. Si aggiungano calamità naturali, come la terribile peste nera del 1348 (con successive ondate nel 1362, 1371, 1375), che devastarono il Paese ancor più delle guerre civili. Enrico di Trastámara, il fratricida, e i suoi successori, sempre più deboli e incerti, regnarono per un secolo su un Paese sconvolto dalla fame, dai pogrom antiebraici (feroce quello di Siviglia nel 1391), dalle rivolte dei contadini, dei borghesi, dei grandi signori, invano contrastate da qualche raro politico illuminato, come don Álvaro de Luna, finito sul patibolo nel 1453. L'ultimo dei Trastámara, Enrico IV (1454-74), tentò di difendere i conversos e di porre fine all'insubordinazione della grande nobiltà, ma fu infine deposto da quest'ultima, che lo sostituì con la sorella di lui, Isabella, maritata nel 1469 al re d'Aragona, Ferdinando. Con essi ebbe inizio un'epoca interamente nuova.

Storia: i re cattolici

La tendenza all'unificazione dei regni peninsulari veniva da molto lontano, almeno da quando rinacque nelle Asturie del sec. VIII il mito isidoriano della “monarchia gota” (evidente anche nell'adozione di nomi di origine germanica – Alfonso, Ferdinando ecc. – da parte dei re peninsulari). Alla fine del sec. XV essa fu resa possibile non solo da una comprensibile reazione al caos in cui era caduta la Castiglia, ma anche dal diffondersi degli ideali umanistici (favoriti dai deboli ma colti Trastámara) e dal fatto che sul trono di Aragona sedeva, dal compromesso dinastico di Caspe (1412), una dinastia di origine castigliana. Senza dimenticare, beninteso, la tendenza alla formazione di forti unità nazionali, palese nella coeva storia europea. È noto che il matrimonio dei futuri re cattolici (così titolati dal papa dopo la conquista di Granada avvenuta nel 1492) non portò alla fusione dei rispettivi Stati. Al contrario, questi conservarono frontiere, assemblee (Cortes) e governi distinti, anche quando, dopo la morte del genero Filippo di Asburgo, Ferdinando fu reggente del regno di Castiglia (1506-16). Ma se lo spirito di Isabella è avvertibile nelle vicende interne della Castiglia – ristabilimento dell'ordine, con mano dura; avvio a una riforma religiosa; nascita dello “spirito di crociata”, che portò alla conquista del regno moro di Granada in undici anni di guerra (1481-92), all'introduzione dell'Inquisizione e all'espulsione degli ebrei –, spetta in primo luogo al “politico” Ferdinando, non a caso ammirato dal Machiavelli, il merito di aver fatto della Spagna una potenza di rango internazionale, con la conquista dell'Italia meridionale e della Navarra, le spedizioni d'Africa (1509-11) e le alleanze con la casa di Borgogna e la casa d'Austria, che, rovesciando la politica filofrancese della Castiglia medievale, dovevano avere gravi conseguenze per la Spagna futura. Va anche notato che, mentre in Aragona Ferdinando rispettò, in genere, la tradizionale, per quanto relativa, “democrazia”, in Castiglia Isabella “mise a posto” la turbolenta aristocrazia, ma non le tolse la sua privilegiata posizione politica e territoriale (latifondi, maggioraschi ecc.) e rispettò anche tutti i privilegi della Mesta, per cui, in definitiva, la crisi dell'agricoltura castigliana non fece che aumentare. Senza contare il crollo dei commerci e delle industrie (nonostante provvedimenti protezionistici) e il caos finanziario dopo l'espulsione degli ebrei (1492). E quando la sorte elargì alla Castiglia di Isabella il dono inaudito dell'America, con la favolosa abbondanza dei suoi metalli preziosi, questi non risolsero affatto la crisi economica, ma anzi, paradossalmente, l'aggravarono. L'epoca dei re cattolici fu certamente importante per la Spagna, in quanto vero “giro di ruota” dal Medioevo all'età moderna. Ma non tutto fu splendido in essa, come parve alla storiografia nazionalista e agiografica. L'intolleranza e lo “spirito di crociata”, da un lato, e la mancanza di una politica economica, dall'altro, avrebbero pesato duramente sul futuro del Paese.

Storia: Carlo V

È noto come una serie di circostanze fortuite (morti, matrimoni reali, follia di Giovanna, erede dei re cattolici) finisse col destinare il maggiore impero della storia europea nelle mani del giovane Carlo d'Asburgo, nato a Gand nel 1500, educato in ambiente borgognone-fiammingo, signore assoluto della Spagna – che non conosceva nemmeno – a 16 anni e, come se non bastasse, imperatore del Sacro Romano Impero a 19, quale successore del nonno paterno Massimiliano. Per 40 anni, fino a quando cioè non lasciò le sue innumerevoli corone per cercare la pace nel monastero di Yuste, la storia di Carlo V (Carlo I di Spagna) è quella di un momento drammatico dell'Europa – Riforma e guerre di religione, duello all'ultimo sangue con la Francia di Francesco I, minaccia turca nei Balcani e nel Mediterraneo, guerre in Italia persino col papa (sacco di Roma del 1527) – e insieme della Spagna e dell'America. Il suo regno spagnolo cominciò con una violenta rivolta aristocratica contro i ministri fiamminghi (Comuneros di Castiglia, sconfitti a Villalar nel 1521 e ferocemente castigati); continuò tra violente polemiche teologico-politiche (pro e contro gli illuminati e gli erasmisti, pro e contro i metodi di colonizzazione in America, pro e contro il Concilio riformatore) e fu caratterizzato sempre da guerre esterne – in Germania, in Italia, nei Balcani, nel Mediterraneo, in Africa – e da un'affannosa ricerca di denaro liquido presso i banchieri italiani e tedeschi, nelle cui mani finivano i metalli preziosi d'America prima ancora di essere estratti. Nonostante l'“ispanizzazione” morale di Carlo V (dimostrata, alla fine, dal suo ascetico desengaño di Yuste), è chiaro che l'immenso salasso di uomini e di denaro richiesto da tante e così disparate imprese non poteva non ritorcersi, in definitiva, contro la Spagna, sempre sull'orlo della bancarotta economica e, cosa ancora più grave, radicalmente incapace di comprendere il mondo capitalista e borghese. La politica europea di Carlo V, finita nel fallimento, si risolse fatalmente in un aggravarsi della crisi economica e nell'accentuato distacco dell'“idealismo” castigliano dal “realismo” etico-politico dell'Europa moderna.

Storia: i successori di Carlo V

Con i due primi successori austriaci di Carlo V, il figlio Filippo II (1556-1598) e Filippo III (1598-1621) – accentratore pedante e testardo il primo, imbelle il secondo e succube di rapaci ministri (come Francisco Gómez Lerma) –, la Spagna fu costretta a seguire la strada aperta dai re cattolici e da Carlo V, con fatale involuzione progressiva. Prigioniera del suo stesso integralismo religioso, divenuta quasi un nuovo “califfato”, si trovò obbligata a un'affannosa e interminabile lotta su un duplice fronte: l'ortodossia politico-religiosa all'interno, la supremazia europea (e mondiale) all'estero. L'Inquisizione – vero tribunale per la difesa dello Stato – non esitò a imprigionare e processare persino personalità religiose di primo piano, e di provata “innocenza”, come il cardinale-primate B. Carranza e il poeta-teologo Luis de León; mentre l'implacabile discriminazione fra “cristiani vecchi” (i soli di “sangue puro”) e “nuovi”, discendenti di ebrei (marranos) e Mori, e solo per questo sospetti, ancorché battezzati, seminava odi e ingiustizie senza fine, paralizzando insieme l'attività intellettuale e quelle commerciale e finanziaria. Sul piano internazionale la potenza spagnola ebbe soprattutto due nemici implacabili: l'Inghilterra e la Francia. L'odio personale e religioso che opponeva Filippo II a Elisabetta (l'“eretica”, l'assassina della Stuart) era aggravato da consistenti dissensi politici: le piraterie inglesi contro l'America spagnola, la conquista spagnola del Portogallo, secolare alleato dell'Inghilterra (1580), e soprattutto l'intervento inglese nella questione dei Paesi Bassi. L'ostinata volontà di Filippo II di conservare a ogni costo questa parte dell'eredità di Carlo V, preservandola insieme dall'“eresia”, costò alla Spagna decenni di guerra, perdite immense d'uomini e di denaro, violenze e ingiustizie senza numero (basti ricordare il “tribunale del sangue” del duca d'Alba a Bruxelles) e determinò alla fine la nascita di un altro nemico irriducibile: l'Olanda. In definitiva, ad essa si dovettero anche il tremendo disastro dell'Invencible Armada (1588) e il predominio inglese sulle rotte oceaniche; il disastro terrestre di Rocroi (1643), seguito da quello diplomatico di Vestfalia, e infine la Pace dei Pirenei (1659), che consacrava insieme la superiorità della Francia di Luigi XIV e la decadenza della Spagna dal rango di prima potenza mondiale. L'immane sforzo per mantenere un ruolo politico molto superiore alle sue reali possibilità demografiche e finanziarie costò anche alla Spagna, com'era da attendersi, la rovina economica. Mentre la popolazione, salassata dalle guerre continue e dall'emigrazione in America, toccava, alla fine del sec. XVII, un minimo di sei milioni, la galoppante inflazione causata dall'afflusso dei metalli preziosi americani, le deficienze congenite del sistema agrario (che costrinsero a importare cereali per far fronte alle carestie e alla fame di buona parte della popolazione), il sempre più scarso rendimento dell'industria incapace di sostenere la concorrenza dei prodotti francesi, italiani e fiamminghi, migliori e meno cari, la bancarotta del commercio laniero rovinato dal monopolio della Mesta, la mancanza di capitali e di iniziative (persino la tratta degli schiavi venne lasciata nelle mani di appaltatori stranieri), l'inettitudine di una burocrazia statale sempre più numerosa, lenta e inutile, anche per il sistema di vendita allora in voga in Europa (ma che in Spagna durò più a lungo) delle cariche pubbliche, e infine il caos del sistema fiscale, che gravava soprattutto sui meno abbienti, costituiscono gli aspetti salienti di un grande disastro economico. Nel 1609, l'espulsione di trecentomila moriscos, abili agricoltori e artigiani – estrema conseguenza dell'isabellino “spirito di crociata” e dell'integralismo elevato a sistema di governo – rappresentò un altro colpo mortale per l'agonizzante economia. Con i due ultimi austriaci – l'imbelle Filippo IV (1621-65), che lasciò governare il conte-duca d'Olivares, monomaniaco assertore di una potenza ormai illusoria, e Carlo II (1665-1700), facile preda di fattucchiere e di scongiuratori di demoni – si tocca veramente il fondo della decadenza; perduto il Portogallo, l'interno stesso del Paese divenne teatro di rivolte, secessioni e persino di un colpo di stato (Giovanni Giuseppe d'Austria), che naturalmente non bastò a salvarlo.

Storia: i Borbone e Napoleone

All'inizio del sec. XVIII, ormai incapace di governarsi da sé, la Spagna fu disputata dalle grandi potenze europee – la Francia di Luigi XIV contro l'Austria, l'Inghilterra e l'Olanda alleate – in una lunga e sanguinosa guerra di successione (1702-13). Risultato della quale fu l'avvento sul trono spagnolo del francese Filippo V di Borbone (1700-1746); la politica spagnola tornò a essere sostanzialmente filofrancese, almeno fino al 1789, in una posizione subalterna regolata dal “patto di famiglia” (1733, rinnovato nel 1743 e 1761) che la costrinse fra l'altro a ripetute guerre con l'Inghilterra. All'interno, però, l'azione della nuova monarchia si fece ben presto sentire con risultati positivamente sostanziali all'epoca di Ferdinando VI (1746-59) e in particolare di Carlo III (1759-88), il più “illuminato” dei Borbone e senza dubbio il miglior sovrano che abbia mai avuto la Spagna. Avvalendosi di collaboratori generalmente onesti e bene intenzionati, da prima stranieri (francesi, poi italiani, come G. Alberoni, G. Grimaldi, L. Squillace) e infine spagnoli (Ensenada, Aranda, Campomanes, Floridablanca), i Borbone iniziarono una serie di “riforme” dall'alto, intese da prima al riordino dell'amministrazione statale – sarebbe stato impossibile governare un Paese moderno mantenendo l'arcaica e caotica amministrazione austriaca – e presto anche al ricupero economico e culturale. Ancorché ostacolata e rallentata in tutti i modi dalla resistenza delle forze conservatrici (la Chiesa, l'Inquisizione, l'alta aristocrazia, che continuava a possedere la maggior parte delle terre, pur rappresentando meno di un decimo della popolazione), l'azione riformatrice conseguì indubitabili successi: costruzione di strade e porti, inizio di una colonizzazione interna, rinascita dell'agricoltura (con nuovi metodi e impulso di scuole “tecniche”), rilancio delle province e delle regioni periferiche (cominciò nella seconda metà del secolo il decollo dell'industriosa Catalogna), rinnovamento dell'istruzione superiore (specie dopo l'espulsione dei gesuiti, 1767), fine delle discriminazioni razziali con l'abolizione del “disonore legale” gravante sugli artigiani, creazione di centri nuovi e attivi come le Società Economiche degli Amici del Paese, repressione del banditismo e del vagabondaggio, fiscalizzazione più equa, fine dei privilegi esorbitanti della Mesta e dei grandi proprietari ecc. Alla fine del secolo, la popolazione era salita da 7 a 10 milioni e mezzo, e il numero degli aristocratici e degli ecclesiastici era più che dimezzato. Notevoli successi si ottennero, in senso analogo, anche nei vicereami americani (portati da 2 a 4 e potenziati economicamente e culturalmente) col risultato però di far nascere anche le prime idee (e moti) d'indipendenza, che dovevano trionfare all'inizio del sec. XIX. La promettente rinascita, così vasta e palese al tempo di Carlo III, doveva tuttavia subire un netto arresto col figlio e successore di lui, Carlo IV (1788-1808), sia per l'inettitudine del sovrano, che lasciò governare Godoy, un ministro venale e di torbide origini, sia anche e soprattutto perché la Spagna, legata dal “patto di famiglia”, si trovò fatalmente coinvolta nel grande dramma europeo di fine secolo: la Rivoluzione francese del 1789 e le conseguenti guerre del Consolato e dell'Impero. La Pace di Basilea (1795), dopo una disastrosa guerra con la Francia repubblicana, e soprattutto i due patti di San Ildefonso (1796 e 1800) con cui la Spagna si legò di nuovo alla Francia, le costarono la perdita di alcune colonie americane, la distruzione pressoché totale della flotta a Trafalgar (1805) – e quindi, poco più tardi, la perdita dell'America – e l'assoggettamento a Napoleone, con gravissime conseguenze. All'inizio del 1808, con la scusa di combattere il Portogallo ribelle al “blocco continentale”, Napoleone occupò militarmente la Spagna “alleata” e facendo leva sull'ostilità esistente fra l'inetto Carlo IV e il figlio di lui, il vile Ferdinando VII, depose (Colloquio di Bayonne) i due Borbone e li sostituì col proprio fratello Giuseppe, “trasferito” da Napoli. Pensava con questo di aver risolto in definitiva la “questione spagnola”; ma si sbagliava perché una violenta insurrezione popolare, seguita da cinque anni (1808-13) di feroce guerriglia (un termine spagnolo che doveva diventare universale) lo costrinse a impegnarsi a fondo nella penisola, rivelandosi, alla fine, una delle cause decisive della sua sconfitta. Non meno gravi, però, furono per la Spagna le conseguenze di quella che gli storici definirono “guerra dell'indipendenza”, ma che in realtà fu una guerra civile, giacché molti spagnoli presero parte a essa dalla parte dei francesi, convinti in buona fede (da veri “illuminati”, quali erano, e credenti negli “immortali principi dell'89”) che fosse l'inizio di una “nuova storia”, finalmente moderna, per il loro tribolato Paese. La loro sconfitta segnò quindi il trionfo della reazione più oscurantista e inquisitoriale e l'inizio di un lungo dramma che esplose nella guerra civile del 1936-39. La convulsa storia moderna e contemporanea della Spagna si è svolta, dunque, sotto il segno nefasto della guerra civile, la “guerra di Caino”, ha detto M. de Unamuno; e che questa tragica peculiarità abbia contribuito a rendere più alti, per dir così, i Pirenei, “distinguendo” la Spagna dal resto d'Europa quasi quanto nell'alto Medioevo, è confermato dal fatto che le massime “crisi” europee (1848, 1870, 1914-18, 1939-45), almeno in apparenza, non l'hanno riguardata, come se si trovasse in un altro continente, o vi sopravvivessero inspiegabilmente gli inestinguibili odi religioso-razziali dei remoti secoli della Reconquista.

Storia: la Restaurazione e le guerre carliste

Dopo la caduta di Napoleone, la Restaurazione assolutista, impersonata in Spagna da Ferdinando VII, si prolungò per un ventennio, fino alla morte del re (1833), con una parentesi di tre anni (1820-23) nel corso dei quali una rivolta di militari liberali e massoni, guidata da Riego, lo costrinse a ripristinare la Costituzione di Cádice (votata nel 1812, ma soppressa dal re nel 1814 al momento del suo rientro in Spagna), che era stata esemplata su quella francese del 1791. Com'è noto, questo triennio costituzionale finì drammaticamente, a opera di un esercito francese (i “centomila figli di San Luigi” del duca d'Angoulême), mandato dalla Santa Alleanza a ristabilire l'ordine (battaglia del Trocadero, 1823). D'altronde il triennio stesso, caratterizzato da un tremendo caos politico, aveva dimostrato l'immaturità democratica degli spagnoli e in particolare l'indifferenza delle masse contadine e analfabete nei confronti delle “libertà” sancite dalla Costituzione. Tiranno ottuso (anche se fornito di una certa grossolana furberia), Ferdinando VII governò dispoticamente, fidandosi più della sua camarilla che dei pavidi ministri e odiando soprattutto gli intellettuali e la cultura in genere. Si dovette chiaramente alla sua cecità politica la perdita delle colonie d'America, negli anni Venti. Dopo la fine del triennio costituzionale, il suo spirito di rancore e di vendetta contro i liberali portò a una fase di vero “terrore bianco”. Alla fine, però (a partire dal 1828), il rigore si andò allentando e ministri più illuminati (F. L. Ballesteros, F. Cea Bermúdez) poterono dare qualche impulso al progresso economico del semirovinato Paese. Ma alla morte del re, che lasciava erede la figlia Isabella, di tre anni, sotto la reggenza della madre Maria Cristina di Borbone-Napoli, il fratello di lui Don Carlos – riconosciuto come Carlo V da una minoranza di reazionari fanatici – scatenò la prima delle guerre carliste (1834-39) che per decenni dovevano insanguinare il Paese. Di fronte al grave pericolo, la reggente dovette appoggiarsi ai liberali ed emanare un decreto di amnistia che consentì il ritorno in Spagna di decine di migliaia di emigrati politici del 1808 e del 1823. Nata in condizioni così precarie, la seconda democrazia spagnola non poteva non avere vita languida. La feroce guerra civile, oltre a costare molto sangue e denaro, causò una più grave conseguenza: il predominio politico dei generali. Il quarantennio seguente è infatti dominato dai golpes o pronunciamientos di questi, e in particolare di quattro: B. Espartero, R. M. Narváez, J. Prim e L. O'Donnell, diversi come “coloritura” politica (Espartero, per esempio, si appoggiò ai progressisti; Narváez, invece, ai conservatori, e O'Donnell capeggiò un babelico partito chiamato Unión Liberal), ma simili nei metodi di governo. Infine, nel 1868, una rivoluzione cacciò dal trono l'inetta Isabella II, a opera del generale Prim. Questi chiamò a sostituirla Amedeo di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II, ma venne assassinato da sicari borbonici nello stesso momento in cui arrivava in Spagna il nuovo re (1870). Amedeo I regnò poco più di due anni, sempre fra crisi e disordini, e alla sua abdicazione (febbraio 1873) venne proclamata la Repubblica, mentre la guerra civile imperversava un'altra volta, a opera di carlisti, alfonsisti, cantonalisti ecc. In pochi mesi di vita la Repubblica ebbe 4 presidenti: E. Figueras, F. Pi y Margall, N. Salmerón e E. Castelar, e il caos fu completo. Il 29 dicembre 1874, un ennesimo generale, A. Martínez de Campos, si “pronunciava” a Sagunto, proclamando la restaurazione monarchica nella persona di Alfonso XII, figlio della deposta Isabella II.

Storia: da Alfonso XII alla dittatura di Primo de Rivera

Il periodo 1874-98 portò finalmente alla Spagna la tranquillità politica, grazie a una stabile struttura democratico-parlamentare, e un innegabile progresso socioeconomico. La monarchia costituzionale (Alfonso XII, e dopo la morte di lui, nel 1885, la reggente Maria Cristina d'Asburgo in nome del figlio Alfonso XIII) e illuminati statisti “civili”, quali A. Cánovas del Castillo e P. M. Sagasta, capi dei due partiti che si alternarono pacificamente al potere (conservatori e liberali, vicini al modello inglese), resero effettive le libertà fondamentali di coscienza, associazione, stampa e insegnamento, e le conquiste civili, come la giuria popolare e il suffragio universale. Il consolidarsi di una borghesia attiva – specialmente in Catalogna e nei Paesi Baschi, dove si moltiplicarono le imprese commerciali, le industrie e le banche –, le opere pubbliche, in particolare le ferrovie (sia pure largamente finanziate da capitali esteri), gli sviluppi dell'agricoltura, permisero di superare, almeno in parte, il forte distacco fra la Spagna e il resto d'Europa. La popolazione aumentò (da 15 a 20 milioni in mezzo secolo) e si alzò il livello di vita. Ma c'era anche un rovescio della medaglia: scarsa moralità politica (elezioni truccate, invadenza politica dei grandi proprietari-elettori, clientelismi, corruzione nei governi locali, scissioni nell'interno dei partiti, che screditarono, infine, il regime democratico), squilibrio sempre più accentuato fra l'aumento della popolazione e quello della produzione agricola e industriale, bilancia commerciale quasi sempre in deficit, sviluppo dei movimenti sociali (quello anarchico prima e quello socialista) e tendenze autonomistiche delle regioni più ricche (Catalogna e Paesi Baschi), represse invano dal rigido centralismo di Madrid. Ma il fattore più deleterio per le sorti della fragile democrazia spagnola fu la lunga questione di Cuba, che, dopo un'interminabile guerriglia nella colonia, sfociò nella guerra del 1898 contro gli Stati Uniti, perduta in poche settimane, e nel forzato abbandono degli ultimi resti dell'immenso impero di Carlo V. Ne derivò un grave danno economico, ma ben più grave fu quello morale. Il regno di Alfonso XIII (1902-31) vide, da una parte, la progressiva decadenza del regime parlamentare, nonostante l'onestà di uomini politici come A. Maura, J. Canalejas Mendaz e E. Dato (i due ultimi morti assassinati), e dall'altra l'acutizzarsi delle tensioni politiche e sociali, con scioperi, sommosse e dure repressioni (“settimana tragica” di Barcellona, 1909). Continue crisi di governo (trentatré in vent'anni, 1902-23), per lo più inutili e incomprensibili per le masse, alimentando la sfiducia nella democrazia parlamentare, indussero il re a intervenire sempre più pesantemente in politica, alle spalle dei propri ministri e con l'appoggio dell'esercito. Immemori della lezione di Cuba, i generali cercarono prestigio e promozioni in un'altra infelice guerra coloniale, nel Marocco stavolta, e complice il re incapparono, dopo un lungo salasso di uomini e di denaro, nella disfatta di Anoual (1921). Questa, coincidendo con la grave crisi economica che seguì la prima guerra mondiale (durante la quale la Spagna, grazie alla sua neutralità, aveva realizzato pingui guadagni commerciando con tutti i belligeranti), portò al colmo l'esasperazione popolare. Unanimi per la prima (e forse ultima) volta, Parlamento e Paese reclamarono la punizione dei responsabili, ai quali non rimase che l'estremo ricorso, tante volte sperimentato con successo nel sec. XIX: il colpo di stato e la dittatura militare, impersonata dal generale M. Primo de Rivera (1923-30). A suo merito furono, indubbiamente, il ristabilimento dell'ordine pubblico e una notevole ripresa economica, grazie anche a un vasto programma di opere pubbliche, elettrificazione, produzione di ferro e acciaio. Ma il paternalismo autoritario della dittatura non risolse alcun problema veramente importante del Paese: si limitò a congelarli tutti, dandoli per risolti. Minato anche dall'opposizione degli intellettuali (come Unamuno), il fragile regime andò in pezzi al primo urto contro una più forte realtà: la crisi economica mondiale del 1930. E solo poco più di un anno dopo la caduta del dittatore, il 14 aprile 1931, semplici elezioni municipali facevano crollare anche la monarchia.

Storia: le premesse della guerra civile

Nata pacificamente, fra le speranze della maggioranza della nazione, la Seconda Repubblica finì, com'è noto, nella tragedia della guerra civile del 1936-39, prologo della seconda guerra mondiale e della dittatura franchista. Per comprendere sul piano storico questo ennesimo fallimento delle “sinistre” spagnole non basta considerare che i propositi riformatori dei politici repubblicani – teoricamente impeccabili, come li precisò la Costituzione del 1931, esemplata su quella tedesca di Weimar – dovevano necessariamente cozzare contro l'opposizione dei ceti privilegiati (latifondisti, grandi industriali e finanzieri), i quali – soprattutto dopo le rivoluzioni asturiana e catalana dell'ottobre 1934 – cercarono anche appoggi internazionali ed ebbero contatti diretti col fascismo italiano, da cui nacque la Falange spagnola di J. A. Primo de Rivera, figlio del deposto dittatore (gruppo peraltro che rimase sempre marginale e di minoranza). Né basta ricordare l'antica vocazione “golpista” dei generali, che diede il via alla guerra civile il 18 luglio del 1936. Nel biennio chiave di fondazione della Repubblica (1931-33), prima del rafforzamento delle opposizioni di destra (monarchici, carlisti, alta borghesia) e di sinistra (anarchici, comunisti), imprudenze ed errori gravi sono imputabili alla coalizione governativa di centrosinistra (radicali di M. Azaña e socialisti di varie e troppe correnti), che promise molto più di quello che poteva fare, improvvisò riforme eccessivamente ambiziose senza poterle perciò attuare a fondo, offese i sentimenti religiosi della maggioranza con un anticlericalismo rabbioso e finì con lo scontentare tutti – a cominciare dalla piccola borghesia che l'aveva appoggiata nel 1931 –, esasperando i dissensi e gli opposti estremismi. Si spiega quindi la sbandata a destra delle elezioni del 1933, che portarono al potere la CEDA (partito democristiano di J. M. Gil Robles, sostanzialmente conservatore), con altre formazioni di centrodestra non estremiste. A questo punto un consolidamento della debole democrazia sarebbe stato, forse, ancora possibile se le opposizioni non si fossero lanciate ad avventure folli, come le insurrezioni anarchico-separatiste delle Asturie e di Catalogna. Terrorizzati dagli eccessi forsennati, le estreme destre e alcuni generali cominciarono a pensare a una controrivoluzione armata, mentre le estreme sinistre, momentaneamente sconfitte, si armavano a loro volta per la rivincita.

Storia: la guerra civile

Prima ancora delle elezioni del febbraio 1936, che portarono alla vittoria del Fronte Popolare (sulla base peraltro di una precedente legge maggioritaria che attribuiva l'80% dei seggi alla lista che avesse avuto più del 50% dei voti), destre e sinistre avevano già iniziato la loro guerra civile. Le vicende della guerra (18 luglio 1936-1º aprile 1939) sono ben note. I ribelli, guidati dai generali F. Franco, E. Mola, J. Sanjurjo e M. Goded (i tre ultimi morti presto tragicamente), conquistarono subito le regioni settentrionali, fino a Saragozza e alla Sierra del centro, esclusi però i Paesi Baschi e la Catalogna, che divennero repubbliche autonome confederate con Madrid. Contemporaneamente, truppe marocchine e del “Tercio” si impadronivano di Siviglia e di altre città andaluse, con l'appoggio aeronavale dell'Italia fascista (la quale successivamente mandò a Franco molto materiale bellico e fino a 120.000 soldati, mentre la Germania nazista contribuiva con una divisione aerea e fino a 30.000 “specialisti”). La ribellione fallì invece a Madrid e a Barcellona, che rimasero ai repubblicani, con le regioni del Centro, fino all'Estremadura, e dell'Est. Forze popolari più o meno organizzate (sebbene sempre minate da dissidi fra anarchici e comunisti) e più tardi (da ottobre-novembre) “brigate internazionali” antifasciste, fino a un massimo di 40.000 uomini, lottarono a fianco delle truppe governative, senza poter salvare l'Estremadura e Toledo, ma fermando però i franchisti alle porte di Madrid, che resistette eroicamente fino alla fine. L'Unione Sovietica fornì aiuti di aerei, carri armati e specialisti, limitati però dalle difficoltà di trasporto o da intralci internazionali. Davanti a tali massicci interventi, la Società delle Nazioni si dimostrò praticamente impotente. Si limitò a creare un quasi umoristico Comitato per il non-intervento, di cui facevano parte la Germania e l'Italia nel tempo stesso in cui praticavano il più spudorato intervento. Sul piano militare, i fatti principali furono: nel 1937 le conquiste franchiste di Málaga e dei Paesi Baschi (con conseguente annullamento del fronte del Nord), le battaglie di Guadalajara e di Brunete, che rafforzarono la difesa di Madrid; nel 1938 la battaglia di Teruel, l'avanzata franchista fino al Mediterraneo, che tagliò in due la zona repubblicana, e la disperata battaglia dell'Ebro, ultimo sforzo bellico dell'esercito repubblicano; nel 1939 la caduta della Catalogna e la fuga in Francia di oltre 200.000 repubblicani, e infine la consegna di Madrid a Franco da parte di una “giunta di Difesa” ribelle al governo legittimo e l'occupazione franchista del Levante valenciano.

Storia: l'ascesa di Franco e la sua dittatura

Sul piano politico, l'assunzione da parte di Franco di tutti i poteri civili e militari (1º ottobre 1936) e il “decreto di unificazione” del 17 aprile 1937 che creava un partito unico falangista-tradizionalista, struttura portante della dittatura; mentre, dal lato repubblicano, la debolezza del governo nei confronti delle potenti organizzazioni anarchiche (CNT-FAI), comuniste (col suo forte V reggimento, comandato da E. Lister e J. Modesto), socialiste (PSOE-UGT) e trotzkiste (POUM) – quest'ultima liquidata poi in piena guerra per ordine di Stalin – determinò una situazione di caos che spiega anche troppo bene i successi militari dei franchisti. Quando, dalla fine del 1937, il governo del socialista J. Negrín riuscì a imporre una certa disciplina nella retroguardia e a riorganizzare l'amministrazione, era ormai troppo tardi. In realtà, l'ostinazione degli anarchici, dei trotzkisti e di parte dei socialisti nel volere “prima la rivoluzione e poi la guerra”, contribuì alla vittoria di Franco non meno dei potenti aiuti militari forniti a costui da Hitler e da Mussolini. La guerra civile costò alla Spagna, a parte le perdite materiali (distruzioni, regresso economico), ca. 300.000 morti sui fronti di battaglia, più un numero imprecisato (ma forse ancora più elevato) di vittime nelle retroguardie. Le esecuzioni di nemici del regime continuarono per anni, dopo il 1939, nella Spagna franchista. Centinaia di migliaia furono gli emigrati politici, fra cui molti intellettuali. Durante la seconda guerra mondiale, il nuovo regime simpatizzò apertamente con la Germania e l'Italia, ma limitò il suo intervento a una “divisione blu” (División azul) che combatté a fianco dei tedeschi sul fronte russo. Dopo il 1945 si trovò isolato sul piano internazionale, ma fu letteralmente salvato dalla guerra fredda che, dividendo gli ex Alleati, indusse gli Stati Uniti e l'Inghilterra a considerare la Spagna un'utile pedina sullo scacchiere antirusso. Così, la Spagna entrò nella FAO (1950), nell'UNESCO (1952) e infine nell'ONU (1955), che pure l'aveva condannata come Paese non democratico nel 1946. Intanto il regime aveva iniziato un'evoluzione formale, proclamando la Spagna regno (1947) – solo nel 1969 Franco riconobbe ufficialmente come futuro successore Juan Carlos di Borbone, nipote di re Alfonso XIII –, diminuendo il peso politico della Falange, mentre veniva dato maggior spazio politico a personalità di estrazione cattolica, specie dopo il Concordato con la Santa Sede (1953). Rimasero però sempre in vigore l'autorità assoluta del caudillo (che solo nel 1973 rinunciò alla carica di capo del governo per cederla a un suo fedelissimo, l'ammiraglio L. Carrero Blanco), il partito unico ribattezzato Movimento nazionale (nonostante dissensi sempre più palesi tra falangisti e monarchici), i tribunali militari con leggi ferree contro gli scioperi, le associazioni “illegali” ecc.; e inoltre la censura sulla stampa e il teatro, il sindacato “verticale” o statale, il predominio governativo dell'industria (INI), del commercio, del petrolio ecc. Un cauto passo in direzione liberale fu l'entrata in vigore della “legge organica”, approvata con referendum il 14 dicembre 1966. Tuttavia l'opposizione contro il regime trovò sempre più largo seguito tra vari strati della popolazione (operai, studenti, basso clero) e soprattutto nei Paesi Baschi (ad opera dell'ETA) e in Catalogna, dove più forti erano le istanze autonomistiche. Nel 1973 il primo ministro Carrero Blanco fu ucciso in un attentato rivendicato dall'ETA; lo sostituì C. Arias Navarro che accentuò l'indirizzo autoritario di un governo ormai agonizzante, bersaglio di indignate proteste da parte dei governi democratici di tutto il mondo.

Storia: il processo di democratizzazione dopo Franco (1975)

Il 20 novembre 1975 moriva Franco e gli succedeva il principe Juan Carlos, incoronato due giorni dopo re di Spagna. Cresciuto fino a quel momento all'ombra del caudillo, il nuovo re si trovò in una situazione molto difficile, con un apparato interamente franchista in un Paese che ormai da tempo non lo era più. Sostenuto moralmente, comunque, dalla maggioranza degli spagnoli, procedette con abile moderazione allo smantellamento del regime autoritario, avendo come principali collaboratori dapprima lo stesso Arias Navarro e, dal luglio 1976, un uomo nuovo, A. Suárez. Forti di un primo e incoraggiante risultato conseguito nel referendum popolare del 14 dicembre 1976, il re e Suárez condussero il Paese alle elezioni del 16 giugno 1977 (le prime libere tenute in Spagna da 41 anni), nelle quali la coalizione centrista (UCD, Unione del Centro Democratico) dello stesso Suárez ottenne la maggioranza relativa. Questo risultato consentì una serie di riforme in senso democratico (amnistia per i reati politici, soppressione del Tribunale dell'Ordine Pubblico e del sindacato verticale unico, legalizzazione di tutti i partiti, compreso il comunista, riconoscimento dei sindacati dei lavoratori, libertà di stampa e di associazione, autonomia regionale ai Paesi Baschi, alla Galizia, all'Andalusia). Suárez, riconfermato dalle elezioni del 1979, diede inaspettatamente le dimissioni agli inizi del 1981; l'incarico di formare il nuovo governo fu affidato a L. Calvo Sotelo in uno dei momenti più difficili per il precario equilibrio di una democrazia in fase di costituzione. Il 23 febbraio 1981 vi fu infatti un tentativo di colpo di Stato messo in atto dal tenente colonnello della Guardia Civile, A. Tejero, che, alla testa di un gruppo di rivoltosi, invase il Parlamento. Le forze armate si dichiararono fedeli al re, che in quel momento ebbe l'appoggio incondizionato di tutte le forze politiche. Dalla drammatica vicenda la democrazia usciva rafforzata, mentre aumentava di prestigio la personalità del re. In questo frangente Calvo Sotelo riusciva ad ottenere la fiducia del Parlamento e a formare il nuovo governo, che alla prova dei fatti si rivelò tuttavia incapace e incerto nel fronteggiare da una parte l'ingerenza politica delle forze armate, dall'altra la recrudescenza dell'offensiva terroristica. L'UCD, presentatasi smembrata e divisa al suo interno alle elezioni del 1982, fu infatti nettamente sconfitta dal Partito socialista (PSOE) di F. González Márquez, nuovo primo ministro di una compagine statale basata ormai su un bipartitismo: sinistra socialista con maggioranza assoluta al potere, destra di Alleanza popolare all'opposizione. Nel 1982 la Spagna entrò nella NATO, ma in un secondo tempo i socialisti decisero di sottoporre la questione al giudizio degli elettori. Il 1º gennaio 1986 la Spagna, dopo anni di isolazionismo, entrò anche nella CEE assieme al suo dirimpettaio iberico, il Portogallo. La politica di risanamento economico, portata avanti da González nella seconda metà degli anni Ottanta, provocò il riavvicinamento del sindacato di ispirazione socialista UGT alle comuniste Comisiones Obreras, in funzione antigovernativa. Di fronte alle nuove difficoltà González ricorse al voto anticipato e le urne, sia pure in modo ridotto, confermarono la maggioranza assoluta ai socialisti del PSOE (ottobre 1989). Nei primi anni Novanta il terrorismo dell'ETA, molto attivo anche per tutto il decennio precedente, concesse una breve tregua in occasione delle Olimpiadi svoltesi a Barcellona (1992), per riprendere subito dopo la sua propaganda di sangue. Il terrorismo, la recessione economica, alcuni scandali che avevano investito il PSOE, tutto contribuì a rendere incerte le elezioni del 1993 che i socialisti riuscirono a vincere, ma perdendo la maggioranza assoluta, mentre crebbe vistosamente la destra di I. Fraga (34,8%). González riuscì comunque a formare un nuovo esecutivo grazie a un “patto di solidarietà” stretto con alcune forze autonomiste, disponibili a sostenere un governo a guida socialista. Nel settembre 1995, indebolito da nuovi scandali e messo in difficoltà dalla ripresa dell'offensiva terroristica dell'ETA, il governo González perse l'indispensabile sostegno parlamentare degli autonomisti catalani. Le elezioni politiche del marzo 1996 videro, quindi, da una parte la sconfitta del PSOE, dall'altra la vittoria del Partito popolale (PP), guidato dal leader J. M. Aznar. Questi, postosi come obiettivo, oltre alla lotta al terrorismo dell'ETA, il risanamento dell'economia e la riduzione del deficit pubblico e dell'inflazione per far entrare la Spagna tra i Paesi che avrebbero adottato per primi l'euro, appoggiato alle Cortes dai partiti autonomisti basco e catalano, formò il nuovo governo. La questione federalista, comunque, si poneva sempre più come decisiva per il futuro della Spagna, soprattutto nel caso dei Paesi Baschi. L'atteggiamento intransigente del governo, condiviso da una parte sempre più consistente dell'opinione pubblica negli stessi Paesi Baschi, non impedì il ripetersi di nuovi attentati. Dopo aver più volte respinto le proposte del Partito nazionalista basco (PNV), alla fine del 1998 il governo avviò difficili trattative per una soluzione di pace. Nel luglio 1999 furono liberati i 22 membri dell'Herri Batasuna, braccio politico dell'ETA, ma, falliti i negoziati, in ottobre l'ETA propose al governo la ripresa del dialogo diretto, ricevendo in risposta un netto rifiuto che determinò la ripresa degli attentati dinamitardi. Nel frattempo il governo di Aznar, raggiunto l'obiettivo di far rientrare la Spagna tra i primi 11 Paesi ad adottare l'euro, ottenne un nettissimo successo sia nel giugno 1999, quando il PP si confermò principale forza politica nelle consultazioni per il Parlamento Europeo, sia nel marzo 2000, conquistando la maggioranza assoluta alle Cortes nelle elezioni politiche.

Storia: il nuovo millennio

Nel 2003 la Corte Suprema spagnola decretò la messa al bando del partito basco indipendentista Batasuna. L'11 marzo 2004, a pochi giorni dalle elezioni politiche, un gravissimo attentato alla stazione di Atocha a Madrid, rivendicato da Al-Qaida, provocò circa 200 morti e oltre 1400 feriti. Pochi giorni dopo, la popolazione partecipò in massa alle elezioni, in cui il candidato socialista J. L. Rodriguez Zapatero battè nettamente il premier Aznar. Dopo otto anni, i socialisti del PSOE tornarono così alla guida del Paese con un governo sostenuto dalla sinistra e dai partiti indipendentisti. Nel giugno 2005 il Parlamento approvò la legge per le unioni matrimoniali tra omosessuali, mentre nel 2006, in seguito alla guerra tra Israele e Libano, la Spagna decise di partecipare alla missione Unifil con poco più di 1000 soldati. In dicembre l'ETA tornò a colpire con un attentato l'aeroporto di Madrid; il governo decideva quindi di sospendere qualsiasi negoziato. Nel marzo 2008 il PSOE vinse le elezioni politiche sfiorando il 44% dei consensi. Nel giugno 2008 venne inaugurata a Saragozza l'Expo 2008, dedicata al tema dell'acqua. Nel 2011 il governo e i sindacati raggiunsero un accordo per varare una riforma del sistema pensionistico. La crisi economica globale e la situazione d'emergenza finanziaria del Paese influirono decisamente sul cambiamento politico che avveniva con le elezioni del novembre del 2011, che videro il Partito popolare, guidato da Mariano Rojoy, conquistare la maggioranza assoluta in parlamento con 186 seggi, mentre i socialisti ottennero il peggior risultato di sempre con 110 seggi. Il nuovo premier affrontò subito il problema della crisi economica del Paese con una serie di riforme nel campo del lavoro e dell'amministrazione pubblica. Nel giugno del 2012 l'Unione Europea concedeva alla Spagna un prestito di cento miliardi di euro, destinato ai piccoli istituti di credito colpiti dalla bolla immobiliare. Nel giugno del 2014 il premier Rojoy annunciava la decisione di Juan Carlos di abdicare in favore del figlio Felipe, che veniva proclamato re con il nome di Filippo VI. Nel 2015 La coalizione indipendentista di destra "Junts Pel Si" e i radicali del Cup (Candidatura d'Unitat Popular), favorevoli alla secessione dalla Spagna, vincevano le elezioni regionali in Catalogna.

Cultura: generalità

Descrivere la cultura spagnola significa, in realtà, addentrarsi in molte tradizioni e retaggi frutto delle peculiarità storiche di regioni che coprono territori molto vasti, la cui diversità è evidenziata dalla persistenza, nel Paese, di una varietà di lingue: il castigliano è parlato abitualmente soltanto dai tre quarti della popolazione, mentre la restante parte adotta come prima lingua il catalano, il gallego o il basco. La Spagna può essere considerata un mosaico di culture: antiche e moderne, sacre e profane. Un Paese tanto ricco e variegato ha prodotto eccellenze in ogni ambito e in ogni epoca (Miguel de Cervantes, El Greco, Pablo Picasso, Antoni Gaudì, Salvador Dalì) e conserva entro i propri confini straordinarie testimonianze artistiche e culturali del passato. In particolare, restano tracce importanti delle conquiste romana (Segovia, Lugo) e araba (Siviglia, Cordoba, Granada, Toledo e Aragona). Ma è naturalmente il cattolicesimo, religione di Stato fino al 1978, ad aver influenzato in modo più profondo la cultura e le tradizioni dello Stato iberico. Proprio in territorio spagnolo si trovano alcune delle massime espressioni artistiche della cultura cristiana, come il monastero e il palazzo di El Escorial (monumento dichiarato patrimonio UNESCO nel 1984) a Madrid e il santuario di Santiago de Compostela (una delle principali mete di pellegrinaggio al mondo). La presenza di un patrimonio tanto vasto e importante si associa a una particolare vitalità nel panorama delle istituzioni culturali: molti musei hanno valenza mondiale e tra essi si possono ricordare il Prado, il Thyssen-Bornemisza e il Centro de Arte Reina Sofia (Madrid), quest'ultimo dedicato all'arte moderna; il Museu Picasso e il Museo Nazionale d'Arte Catalana (Barcellona); il Museo Guggenheim (Bilbao), vero e proprio tempio dell'arte contemporanea e motivo di impulso e vivacità culturale per la città basca. La vitalità di istituzioni come il Guggenheim, eccellenti espressioni della cultura moderna, denota la tendenza a un'apertura sempre maggiore sulla scena internazionale, in netto contrasto col rigido isolamento che ha contraddistinto la Spagna fino alla metà degli anni Settanta del sec. XX. Il patrimonio culturale della Spagna è così vasto che l'UNESCO ha iscritto nelle sue liste più di quaranta siti importanti tra i quali le città antiche di Avila (1985), Cordoba (1984), Salamanca (1988), Toledo (1986) e i monumenti di Oviedo (1985). Il Paese ha ospitato grandi manifestazioni che hanno contribuito al suo sviluppo, come le Olimpiadi di Barcellona (1992) e, nello stesso anno, l'Expo di Siviglia, eventi che hanno permesso alle città ospitanti un netto miglioramento del proprio profilo urbanistico. Tra i centri culturalmente più attivi si segnalano Barcellona, caratterizzata da un'offerta permanente e dinamica nell'opera e nella danza (Gran Teatro del Liceo), nella musica (Palazzo della Musica Catalana) e nel teatro (Teatro Nazionale della Catalogna), e Valencia. Presso quest'ultima, che ha tratto notevole slancio dalla possibilità di ospitare la Coppa America (2007), si svolge la Mostra di Cinema del Mediterraneo e si trovano la Città delle Arti e delle Scienze e il Museo Nazionale della Ceramica. A dispetto del basso livello medio di istruzione dei suoi abitanti, la Spagna può vantare una tradizione universitaria antica: atenei storici sono quelli di Barcellona (1450), Granada (1526), Madrid (1508), Oviedo (1608), Salamanca (1287), Santiago (1520), Siviglia (1502), Valencia (1500), Valladolid (1346) e Saragozza (1533).

Cultura: tradizioni

Oltre il velo ufficiale dell'unità politica del Paese, i vari volti e le anime diverse della Spagna si possono perfettamente percepire nella grande varietà dei fenomeni folcloristici, vale a dire antropolinguistici, culturali, socioeconomici e politici (spinte autonomistiche regionali). La stessa Spagna romana, nella sua distribuzione “provinciale”, consacrò, su basi geografiche, l'esistenza di cinque zone o aree fondamentali: meridionale, orientale, settentrionale, occidentale e centrale. L'area meridionale (in epoca moderna costituita essenzialmente dalla regione dell'Andalusia, con “appendici” nel Sud dell'Estremadura e nell'Ovest della Murcia), anticamente popolata da Turdetani, Turduli e Bastuli, accolse gli influssi più o meno profondi e duraturi di Fenici, Cartaginesi, Romani, Germani (Vandali e Visigoti), Bizantini, Ebrei e soprattutto Arabi (più precisamente, dei Mori marocchini). Da qui la persistenza di antiche forme di sfruttamento dei terreni fertili (latifondo; colture della vite e dell'olivo; allevamenti bovini ed equini), di tipiche forme di vita e stratificazioni sociali (abitazioni in grotte e capanne, ma anche in cortijos, grandi fattorie isolate, ville signorili di tipo pompeiano – col classico patio – e prosperi nuclei urbani, come Cordoba, Siviglia, Granada, Jaén, Cáceres ecc.; ricchi e colti latifondisti e masse di servi e salariati agricoli, con nuclei di emarginati e fuorilegge: schiavi, bandoleros e, a partire dal sec. XV, moreschi e gitani) e conseguenti manifestazioni di religiosità popolare e rurale, superstizioni, culti vistosi ed emblematici (confraternite e pasos della Settimana Santa , santuari e pellegrinaggi innumerevoli, corride, alle cui origini è forse il culto cretese del toro ecc.), nonché peculiari caratterizzazioni linguistiche (ceceo e seseo, lessico ricco di arabismi, barocchismi metaforici e iperbolici) e vasto repertorio di creazioni artistiche, culminanti nelle canzoni e nelle danze dello straordinario cante hondo o flamenco. La zona orientale o mediterranea, più o meno coincidente in tempi moderni con l'area linguistica catalana, vide fiorire, accanto alla primitiva cultura agricola (non però di latifondo) ibero-celtica, ricchi empori commerciali greci, ereditati e sviluppati poi da Romani e Mori (rimasti in gran numero, questi ultimi, anche dopo l'espulsione del 1609). Ma costanti furono anche i contatti delle province settentrionali (Catalogna propriamente detta) con la Francia occitanica e l'Italia, a partire dall'epoca di Carlo Magno. Da cui, forse, il tipico senso pratico (seny) e l'attivismo dei catalanofoni, che hanno fatto di Barcellona la capitale economica del Paese. Il loro modernismo non è, tuttavia, in contrasto con un profondo attaccamento ai costumi antichi, dall'uso tenace della lingua ai culti religiosi (la Vergine Moreneta di Montserrat, san Giorgio e altri patroni) e dalle danze – tra cui primeggia la classica sardana, semplice e solenne come una danza greca – alle feste popolari. Queste ultime sono distribuite in tutto l'arco dell'anno e si contraddistinguono per la loro varietà e originalità. Si comincia, il 17 gennaio, con la festa di sant'Antonio, in occasione della quale i preti benedicono gli animali domestici e di allevamento. Il 5 febbraio è invece il giorno di sant'Agata, patrona delle donne sposate; a Zamarramala, presso Segovia, a queste ultime vengono concessi per l'intera giornata i privilegi e i poteri che spettano al sindaco. Tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera arriva la grande festa dei fuochi: Las Fallas di san Giuseppe a Valencia, in cui vengono incendiate sculture di cartapesta per significare l'abbandono delle cose vecchie e la rinascita della vita. Vi sono poi numerose feste che celebrano la Reconquista, come le battaglie tra Mori e cristiani di Alcoi, particolarmente suggestive e spettacolari. A Siviglia si tiene la Festa di aprile, mentre nel mese successivo in varie parti del Paese si decorano i crocifissi con fiori (Los Mayos). Pasqua resta la principale festività della religiosissima Spagna (anche se la religione cattolica romana ha cessato di essere religione di Stato ai sensi della Costituzione del 1978) ed è salutata dalle processioni della Domenica delle Palme, come quella che si svolge a Elche, particolarmente pittoresca. Durante la Settimana Santa uomini in tonaca, accompagnati da figuranti in abiti penitenziali con alti cappelli conici, sorreggono i pasos (sculture a tema sacro) o pesanti croci, in maestose processioni come quelle di Siviglia, Murcia e Valladolid. La Pentecoste e il Corpus Domini sono pure ricorrenze religiose di primo piano, particolarmente sentite a Valencia, Toledo e Granada, come la festa di san Pietro (29 giugno), patrono dei pescatori, in occasione della quale in molti porti vengono decorate le imbarcazioni. Celebre in tutto il mondo per la sua particolarità è poi la corsa dei tori a Pamplona, che si svolge in luglio durante Los Sanfermines e che si chiude immancabilmente con un bilancio di numerosi feriti tra i partecipanti. Dopo l'Assunzione, i riti autunnali dedicati alla vendemmia (presenti soltanto nelle zone vinicole) e quelli di commemorazione dei defunti, si giunge alla principale festività natalizia: Nochebuena, ovvero la Vigilia di Natale. Le famiglie si riuniscono per aspettare la messa di mezzanotte (misa del gallo) e allestiscono i belenes, presepi con statuine di terracotta dipinte. Il 28 dicembre ricorre invece il Dia de los Inocentes, in occasione del quale si fanno scherzi di ogni tipo, aspettando la Noche Vieja, ovvero la notte di Capodanno, salutata con chiassosi e prolungati festeggiamenti. Antiche tradizioni sopravvivono, oltre che nelle numerose feste popolari, anche nelle abitazioni (dal mas o masía catalano alla barraca valenciana), nei cibi (la paella, la butifarra), in qualche indumento (la “frigia” barretina) e in un ricco canzoniere popolare. Nella zona settentrionale hanno spicco i Paesi Baschi (a cui appartiene anche la Navarra, regione “castiglianizzata”) e le Asturie, che si vantano di essere state il primo e più antico regno cristiano medievale. A parte il mistero delle loro origini e della lingua, è certo che i baschi, cristianizzati solo a partire dal sec. IX e vissuti a lungo isolati sulle montagne, conservano una solida struttura familiare e rurale (con centro nel caserío o microvillaggio), resti di costumi giuridici matriarcali e di culti totemici e lunari, superstizioni radicate (stregonerie), danze e mascherate di evidenti reminiscenze rituali agricole, un notevole repertorio di canti e racconti popolari e riti spettacolari, quali la famosa pelota, l'airikote, la lotta dei montoni, le gare d'ascia ecc. Gli abitanti della costa sono, da tempi immemorabili, pescatori e marinai provetti. Assai ricca è anche la cultura popolare asturiana, pure di origine pastorale e agricola, con un vasto patrimonio di romances, danze quali la danza prima e il corricorri e strumenti come la gaita de pellejo. Nella zona occidentale risalta la Galizia, regione isolata e aspra (vi domina il minifondo e le risorse sono molto limitate), che in tempi remoti fu però il centro di un forte regno barbarico (quello svevo) e nel Medioevo ebbe un momento di apertura e di fama europea grazie al celebre santuario di Santiago de Compostela, per cui la parlata romanza locale, successivamente estesa al Portogallo, assurse alla dignità di lingua letteraria. I galiziani conservano costumi e istituti antichi, dalla proprietà comunale dei pascoli all'horreo isolato su piloni, dalla capanna rotonda (pallaza) alla cappa impermeabile vegetale (coroza). La loro immaginazione celtica popola la terra di fantasmi di trapassati (Santa Compaña) e di stregonerie; ma le loro feste (tra cui i maggi), con musiche e danze (muiñeiras) accompagnate dalla zampogna (gaita) e dal tamburo, sanno anche essere allegre, sebbene mai disgiunte da un fondo di malinconia. La zona centrale, infine, comprende le due Castiglie e l'Aragona, i pilastri dell'unità politica spagnola. Discendenti di quei Cantabri e Celtiberi che tanto resistettero ai Romani (l'attestano ancora le epiche rovine di Numanzia), i castigliani, individualisti come il loro eroe tipico, il Cid Campeador, calarono dalle montagne (a N di Burgos) fino a Gibilterra, in lunghi secoli di lotta contro i Mori, popolando la Spagna di castelli e di hidalgos. In epoca moderna la Vecchia Castiglia (Soria, Ávila, Salamanca) risulta meno popolata e più povera delle fertili regioni centrali (Nuova Castiglia, dove rimasero molti discendenti dei Mori vinti) e meridionali, ma conserva zone di un affascinante arcaismo, come le Hurdes (Salamanca), l'alta Estremadura e la Maragatería (nell'antico regno di León), e costumi agricoli e pastorali (transumanza) molto radicati, con danze, feste (san Giovanni) e canzoni tipiche. Interessante appendice castigliana è la Montagna (provincia di Santander), vero cuneo inserito tra Baschi e Asturiani, sulla costa cantabrica. Nell'Aragona, infine, sono ben distinguibili due zone: le alte valli pirenaiche, dove sopravvivono arcaici costumi pastorali, e la fertile valle dell'Ebro, secolare via di comunicazione e di scambi culturali, ben nota a Romani e Arabi. Qui sorge l'antica capitale, Saragozza, col suo famoso santuario della Madonna del Pilar, e divenuta capoluogo di una prospera regione agricola e industriale. Nel composito folclore aragonese spiccano la celebre jota, vivacissima danza di probabile origine moresca, il dance, colorito spettacolo coreografico, e i maggi. Appartengono, da ultimo, alla Spagna due gruppi insulari di alto interesse folclorico: le mediterranee Baleari, dove l'arcaica Ibiza fa spicco sulle catalane Maiorca e Minorca, e le atlantiche Canarie, dove prima della conquista castigliana (fine sec. XV) fiorì la misteriosa cultura dei Guanches e dove sopravvivono costumi antichissimi, come le danze tajaraste e sirinoque e il linguaggio “fischiato” della Gomera, unico nel mondo. In ognuna di queste aree è fiorente l'artigianato e basterà ricordare gli smalti, le perle artificiali (le cosiddette “perle di Maiorca”), le spade e i coltelli di Toledo con decorazioni in agemina, i broccati di Segovia, le sete di Granada, i tappeti di Alcatraz e dell'Alpujarras, gli strumenti musicali, specie a corda, le nacchere, i cembali, i cuoi sbalzati di Cordoba, le mantiglie e gli splendidi ventagli.In Spagna il pasto è un momento di socializzazione e di piacere. § La cucina, sostanziosa e saporita, mescola i sapori (tipica in questo senso la paella valenciana). Eccellenti sono il prosciutto della Sierra (jamón serrano) e il chorizo, saporitissima salsiccia. Cibo tipico è il cocido, simile al cuscus arabo. Altri piatti tipici sono la zuppa d'aglio, il gazpacho (zuppa andalusa), specie di minestra fredda a base di pomodori, peperoni, cetrioli, cipolle sminuzzate, aglio, pane, olio e aceto. La merluza (merluzzo) è cucinata in un'infinità di modi. Tipiche sono le tapas, piccoli spuntini a base di carni fredde, formaggio, frutti di mare e verdura. Il queso manchego, formaggio di pecora di La Mancha, è il più famoso della Spagna. Numerosi i piatti ai frutti di mare: gambas a la plancha (gamberi alla griglia), mejillones (cozze) a la marinera, calamares fritos (calamari fritti), fritura de pescado (frittura mista). Nel pasto tipico spagnolo, infine, non può mancare la tortilla, una specie di omelette, molto spessa e a base di patate e cipolle. Tra le bevande, la più diffusa è il vino (rioja, jerez, málaga, manzanares e alicante). Tra gli alcolici, il ruolo di protagonista spetta alla sangria, a base di vino rosso e servita con pezzetti di frutta.

Cultura: letteratura. Dagli scrittori latini alla fine del sec. XI

Scrittori latini nati in Spagna (pagani o cristiani che fossero), quali Seneca, Lucano, Marziala, Quintiliano, Prudenzio e Orosio, vennero e vengono definiti spagnoli da storiografi iberici nazionalisti ma, a parte il luogo di nascita, non si vede che cosa ci sia di veramente ispanico in questi scrittori latini. Diverso fu invece il caso di Isidoro di Siviglia – massima e pressoché unica vetta culturale della Spagna visigota –, vissuto fra il sec. VI e VII, nelle cui opere, e specialmente in quelle storiche, sembra affiorare una certa coscienza di ispanità, come nella vasta enciclopedia filologica Etymologiarum libri XX dove si coglie l'intenzione di sottolineare le peculiarità ispaniche nel quadro della globale cultura latino-cristiana. I sec. VIII-XI sono caratterizzati da lunghe e confuse lotte e da una travagliata gestazione culturale. Quale eredità avessero lasciato i Germani (Visigoti e Svevi) nel sapere degli Ibero-Romani è difficile accertare. Secondo R. Menéndez Pidal, germaniche sarebbero le origini della futura epica castigliana e il “ciclo di Rodrigo”, per esempio, sarebbe nato addirittura nel sec. VIII, ossia subito dopo la scomparsa dell'ultimo re visigoto nella battaglia del Guadalete. Appare comunque certo che nella lingua romanza gli elementi germanici erano scarsi e se esistevano forme di poesia popolare non è sicuro che fossero sempre di origine germanica. È noto che gli invasori musulmani rispettarono, in genere, la religione, la lingua e i costumi dei loro sudditi cristiani (detti mozarabi) ed ebrei. Ma ben presto si andò affermando una ricca e splendida cultura musulmana che influì largamente sul pensiero e sull'arte d'Europa. I nomi di Ibn Rushd (l'Averroè degli scolastici e di Dante), Ibn Hazm, Ibn Masarra, Ibn al-'Arabī ecc. e degli ebrei Maimonide, Ibn Gěbīrōl (l'Avicebron degli scolastici), Jehuda Halevi, poeta e filosofo, attestano l'ampiezza e la libertà di questa straordinaria fioritura intellettuale. Quanto alla poesia, il canzoniere tipicamente “meticcio” del cordovese Ibn Quzmān (ca. 1080-1160), mentre anticipa forme e modi che saranno poi dei giullari europei, denuncia contatti con una tradizione poetica e popolare indigena, la cui esistenza è stata anche dimostrata dalla scoperta di liriche bilingui – in arabo, ma con “congedi” in protoromanzo iberico – risalenti fino al sec. XI, cioè anteriori alle più antiche liriche volgari europee finora conosciute. Quanto alla narrativa, basti ricordare la Disciplina clericalis di Pero Alfonso (un ebreo di Huesca battezzato nel 1106), raccolta di 33 apologhi tratti da fonti arabe, persiane e indiane, e trasmessi in tal modo alla posteriore narrativa europea. Pertanto, anche gli studiosi che non accolgono interamente la tesi radicale di A. Castro (secondo il quale non si può parlare di Spagna e di cultura spagnola se non dopo l'islamizzazione della penisola e come diretta conseguenza di essa) devono ammettere l'immensa importanza dei secoli di simbiosi e di scambi culturali arabo-ebraico-cristiani, durati almeno fino alla conquista dell'Andalusia mora da parte del re castigliano Ferdinando III (metà del sec. XIII), e accettare la definizione di Menéndez Pidal della Spagna come eslabón (anello di congiunzione) fra l'Islam e la cristianità medievale. Ne sono, del resto, diretta conferma anche le migliaia di vocaboli e di idiotismi di origine semitica tuttora esistenti nelle lingue ibero-romanze. Non meno decisivi, tuttavia, vanno considerati gli apporti ed esempi europei. Il latino, come lingua scritta e della cultura ufficiale della Chiesa e delle cancellerie, non cessò di essere usato nei piccoli regni cristiani sorti fin dal primo secolo dell'invasione araba sulla Cordigliera Cantabrica e lungo i Pirenei. I contatti fra questi regni e l'Europa “franca”, iniziati all'epoca carolingia con la creazione della Marca Ispanica (sec. VIII-IX), andarono intensificandosi soprattutto dopo il crollo del califfato di Cordova (1031), la nascita del regno di Castiglia e la conquista di Toledo da parte di Alfonso VI (1085); e mentre i monaci cluniacensi fondavano grandi monasteri, centri di cultura romana, nobili guerrieri e commercianti franchi collaboravano alle “crociate” castigliane e davano impulso ad attivi scambi commerciali.

Cultura: letteratura. Dal XII alla fine del XIV secolo

Fatto capitale fu anche l'apertura della “strada di San Giacomo”, che per vari secoli (dal XII in poi) vide sfilare migliaia di pellegrini europei – fra cui, certo, anche affaristi e viaggiatori, letterati e giullari – diretti a Santiago de Compostela, divenuto uno dei centri della cristianità medievale. In tal modo, mentre presso le corti peninsulari si coltivava largamente la poesia trovadorica, anche a opera di sovrani quali Alfonso II d'Aragona, Dionigi di Portogallo e Alfonso X il Dotto di Castiglia (grande e illuminato patrono della cultura nazionale), i giullari divertivano il popolo sulle strade e sulle piazze; la Chiesa stessa, ostile dapprima alle mode mondane e all'uso delle lingue volgari, finì per comprendere l'utilità delle rappresentazioni liturgiche di Natale e della Settimana Santa e delle recite festive di poemi edificanti. Decaduta e quasi scomparsa la cultura del Mezzogiorno musulmano, la Spagna cristiana ebbe, quindi, parte non piccola nel grandioso fervore di rinascita che caratterizzò l'Europa occidentale dal sec. XI in avanti. Fra le tre principali lingue romanze, nate dal latino volgare e pervenute a livello artistico dal sec. XII in poi, il catalano mantenne più lunghi contatti con il Sud di Francia (dove i re aragonesi ebbero anche domini e interessi politici) e successivamente con l'Italia dell'umanesimo e del Rinascimento. Massimi rappresentanti della poesia catalana furono lo straordinario mistico francescano Raimondo Lullo (Ramón Llull), morto verso il 1315, e più tardi il lirico petrarchista Ausias March (ca. 1397-1459). Importante e originale fu anche la fioritura lirica in Galizia (sec. XIII-XV), a tal punto che persino Alfonso X di Castiglia, assertore convinto della superiorità del castigliano su tutte le lingue peninsulari (e sul latino stesso), compose in galiziano le proprie poesie: Cantigas de Santa María (Cantiche di Santa Maria). Ma presto il distacco del Portogallo dalla matrice galiziana, col conseguente inizio di una letteratura portoghese autonoma, e la supremazia politica castigliana fecero della Galizia una remota provincia senza storia. La Catalogna, fiorente Stato mediterraneo, resistette più a lungo, cioè fino all'unificazione spagnola (sec. XVI), dando anche col Tirant lo Blanch (ca. 1460) un primo esempio di romanzo cavalleresco. Ma poi la sua letteratura scomparve, per rinascere, come quella galiziana, solo nel sec. XIX. La prepotente dinamica delle vicende storiche fece, dunque, della Castiglia l'asse e il motore politico-civile della Reconquista e pertanto del castigliano – la più tardiva delle lingue romanze peninsulari, ma anche la più chiara, semplice e aperta – la lingua dominante negli atti pubblici, nella letteratura ufficiale (cronache e testi giuridici, come quelli compilati per ordine e sotto la personale direzione del re sapiente, Alfonso X, 1221-84), e in quella creativa. Il primo e più interessante fenomeno di quest'ultima è senza dubbio l'epica. A parte l'intricata e forse irresolvibile questione delle origini (germaniche? arabe? franco-europee?), il pathos epico predominò talmente nel primitivo spirito castigliano che, dopo aver nutrito varie generazioni di giullari popolari – ai quali spetta il merito di aver trasfigurato in epica la figura storica del Cid Campeador, e non solo questa –, permeò di sé le cronache in prosa, penetrò persino nei dotti monasteri (dando origine ai poemi colti del mester de clerecía), rifiorì più tardi (sec. XIV-XVI) nel meraviglioso Romancero – multiforme e inesauribile “Iliade senza Omero”, secondo la famosa definizione romantica –, accompagnò le imprese della conquista di Granada (1492) e le incredibili prodezze d'America; e, dopo la nascita della Spagna imperiale, ispirò ancora poeti colti, drammaturghi, narratori storici e cavallereschi del Siglo de Oro, per calare poi a fondo fino agli anonimi autori di romances di banditi e gitani (sec. XVIII), di corridos messicani e di poemi gaucheschi argentini (anche il gaucho è, in fondo, un eroe epico), sopravvivendo nelle più disparate forme fino a tempi anche non troppo remoti. È chiaramente arbitrario ancorare tale disposizione epica a un non bene precisabile realismo, che sarebbe uno dei due caratteri fondamentali dell'intera letteratura spagnola (un irrealismo lirico e barocco, con epicentro nel Meridione moresco, sarebbe il secondo). Ma l'imponenza e la vastità, nel tempo e nello spazio, del fenomeno non è contestabile. Della primitiva epica giullaresca castigliana l'unico testo pervenutoci pressoché intatto è il Cantare del Cid, composto intorno al 1140, la cui importanza è capitale, anche a livello europeo. Ma le cronache recano tracce indubbie di altri cicli epici: la fine della Spagna visigota, le origini castigliane e la figura leggendaria di Fernán González, i Sette Infanti di Lara (truce storia di odi e vendette medievale, con la moresca Cordova sullo sfondo), la leggenda carolingia fino a Roncisvalle (con Bernardo del Carpio, sorta di anti-Orlando iberico) ecc.; temi tutti di larga fortuna. Quello del Cid, per esempio, riappare nel tardo Cantar de Rodrigo, centrato ormai sul romanzo degli amori con Jimena, in varie cronache, in centinaia di romances e in poemi colti (fino a Fernán Pérez de Guzmán e al cinquecentesco Jiménez Ayllón), per passare poi al teatro. Altri temi sono invece leggendari (campana di Huesca), o di storia più “moderna” (Poema de Alfonso XI, del trecentesco Yáñez). Ai secoli delle guerre di frontiera fra Castiglia e Mori di Granada (sec. XIV-XV) risalgono invece i più antichi testi del Romancero, divenuto poi il genere più popolare della letteratura spagnola (a tal punto che migliaia di romances sono stati raccolti dalla tradizione orale non solo in tutta la Spagna, ma anche in America e presso i sefarditi, ossia gli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492). Presto però (sec. XIII), accanto ai poemi giullareschi e talvolta sugli stessi argomenti, si andò sviluppando la poesia colta (mester de clerecía), che ha i suoi testi più rappresentativi nel Poema di Fernán González, in quelli romanzeschi di Alessandro Magno e di Apollonio (temi orientali divenuti europei attraverso la poesia francese) e soprattutto nei poemi religioso-narrativi di Gonzalo de Berceo – il primo poeta di nome noto –, un pio prete riojano educato nel monastero benedettino di Spagna Millán de la Cogolla e morto verso il 1265. I suoi Miraclos de Nuestra Señora sono un eccellente esempio di trapianto in Spagna dei temi della leggenda aurea, anch'essi poi di larga fortuna anche nella narrativa e nel teatro. Circa quest'ultimo, un solo frammento superstite dell'Auto de los Reyes Magos (Auto dei Re Magi), attribuito al sec. XIII, sta a dimostrare che si trattava di un genere di derivazione francese. Nel Medioevo spagnolo nulla lascia sospettare il prestigio favoloso che il teatro avrebbe avuto dal Cinquecento in avanti. Nel sec. XIV il carattere più saliente della letteratura castigliana fu la mudejarizzazione, ossia la fusione, in sintesi originale, di dati e generi di matrice orientale con dati europei: in sostanza, una sorta di meticciato culturale. Due personalità eccezionali emergono: un misterioso Juan Ruiz, arciprete di Hita, morto verso il 1350, e il principe Juan Manuel (1282-1348), nipote del grande re Alfonso X il Dotto. Sotto il nome del primo ci è pervenuta una singolarissima opera lirico-narrativo-satirica, il Libro de Buen Amor, oggetto tuttora di controversie critiche, ma in ogni caso di eccezionale importanza artistica e culturale e certamente una delle opere più originali dell'intero Medioevo europeo; il secondo lasciò una vasta opera in prosa, narrativa e storica, culminante nel Libro de Patronio o Conde Lucanor (Il conte Lucanor), collana di racconti morali, “incorniciati” al modo orientale e narrati con una gravità “principesca”, non senza qualche variegatura ironica che rivela, oltre a quella morale, l'intenzione artistica. Contemporaneo di Boccaccio e di G. Chaucer (che certo non conobbe), Juan Manuel è il terzo fondatore della narrativa europea. I primi influssi umanistici, avvertiti specialmente in Catalogna, e più concrete preoccupazioni politico-civili per le crisi europee e spagnole (guerra dei Cent'anni, grande scisma d'Occidente, tragedia di re Pietro I il Crudele) si riflettono variamente in altri – e minori – scrittori, quali il rabbino Sem Tob (ca. 1296-ca. 1369), autore di gravi e stoici Proverbios morales, e il cancelliere Pedro López de Ayala (1332-1407), di cui resta ammirevole la Crónica dei re di Castiglia, più del lungo poema Rimado de Palacio, di carattere didattico-morale.

Cultura: letteratura. Il XV secolo

La crisi non fece che aggravarsi nel sec. XV, vero autunno del Medioevo, per la debolezza della dinastia dei Trastámara (sempre molto sensibile, peraltro, alle istanze culturali e amica di umanisti e poeti soprattutto all'epoca di re Giovanni II, 1419-54) e la crescente violenza delle discordie civili, che provocò alla fine del secolo la reazione autoritaria di Isabella la Cattolica. Fiorirono gli studi umanistici, sugli esempi italiani – traduzioni di testi classici, indagini filologiche ed estetiche (dall'Arte de Trovar, di Enrique de Villena, alla prima Grammatica castigliana, 1492, di Antonio de Nebrija), la letteratura storica, la poesia satirica fino a punte di estrema crudezza (Coplas del Provincial), gli studi religiosi dettati da un palese desiderio di rinnovamento spirituale e la lirica di raffinata eleganza “cortese”. Tra i moltissimi poeti minori (presenti soprattutto in raccolte antologiche, come il Cancionero de Baena, 1445, quello di Lope de Stuñiga, 1460, e altri fino al tardo Cancionero general, 1511, di Hernando del Castillo) emergono poeti colti, buoni conoscitori della poesia italiana, quali il marchese di Santillana (1398-1458), il citato umanista Enrique de Villena (1384-1434), Jorge Manrique (1440-1479), aristocratico, soldato, autore di una delle più belle liriche dell'intera letteratura spagnola (Coplas por la muerte de su padre, Stanze per la morte del padre), e Juan de Mena (1411-1456), educato in Italia e autore di poemi allegorico-morali (El laberinto de fortuna) validi soprattutto per la novità del linguaggio poetico. Notevoli testi di prosa, fra cui il satirico Corbacho (Corbaccio) di Alfonso Martínez de Toledo, arciprete di Talavera (1398-ca. 1482), e le belle Cronache di Hernando del Pulgar (ca. 1430-ca. 1493) completano il panorama del primo Rinascimento ispanico, ricco di fermenti vitali. La successiva età dei re cattolici, accentuando la rinascita religiosa – con testi in versi e in prosa di Íñigo de Mendoza (ca. 1425-1507), Ambrosio Montesino (ca. 1448-ca. 1512), Hernando de Talavera (1428-1507) e diversi altri –, impresse all'umanesimo castigliano uno spirito messianico di nazionalismo trionfalista, con inquietanti punte inquisitoriali e antisemite. Non tutto però fu ufficiale e conformista, in essa. Vi si svilupparono anche generi ben più liberi e artistici, come il teatro – di radici umanistiche, fra la dotta Salamanca e la piccola corte dei duchi di Alba, ad Alba de Tormes, per merito del poeta e musicista Juan del Encina (ca. 1468-1529) – e la narrativa romanzesca, di spiriti e strutture ben più moderne rispetto all'aneddotico racconto medievale. Diego de San Pedro, con la celebre Cárcel de Amor (1492) e Juan de Flores col Grimalte y Gradissa (ca. 1495) sono i creatori del romanzo psicologico-sentimentale (su radici italiane: la Fiammetta di Boccaccio, E. S. Piccolomini ecc.); mentre il romanzo cavalleresco e avventuroso, di chiari precedenti francesi, portoghesi e catalani (Tirant lo Blanch, “il miglior libro del mondo” secondo Miguel de Cervantes), ha un prodigioso rilancio in castigliano, grazie a uno dei libri più letti, ammirati e imitati del secolo: l'Amadigi di Gaula (1508).

Cultura: letteratura. Gli umanisti

Ma proprio alla fine del secolo (Burgos, 1499) l'ebreo convertito e semiclandestino Fernando de Rojas (m. 1541) dava alla Spagna il suo primo capolavoro moderno: la Tragicomedia de Calixto y Melibea, detta poi La Celestina, dal nome del suo personaggio più nuovo e potente, una vecchia e spregiudicata mezzana che favorisce gli amori di due giovani impossibilitati a sposarsi (forse per pregiudizi religiosi e sociali), avviandoli a un catastrofico destino. Sorta di lungo romanzo dialogato e non rappresentabile, La Celestina presentava fin da principio diversi problemi critici, non tutti risolti. Ma l'originalità dell'opera – nonostante le evidenti fonti umanistiche e rinascimentali –, la sua feroce amoralità senza speranza, l'impressionante violenza delle passioni che vi si scatenano e della critica sociale che vi è sottesa, la totale icasticità dei personaggi, nobili o plebei che siano, oltre a farne qualcosa di artisticamente unico e irripetibile spiegano l'immensa e duratura fortuna che ebbe poi nel teatro e nella narrativa, e non soltanto in Spagna (ma anche, per esempio, nel dramma elisabettiano). Dalla Celestina all'inizio della Controriforma (il cui primo concreto connotato fu l'Indice dei libri proibiti, 1559, dell'inquisitore Juan de Valdés), la cultura spagnola visse un momento europeo di pienezza e vitalità rinascimentale. Gli stretti contatti con l'Italia determinarono una splendida fioritura del pensiero filosofico e religioso, degli studi classici, della poesia lirica, della narrativa e del teatro, favoriti dal mecenatismo di Carlo V, imperatore europeo, degli aristocratici e persino di dignitari ecclesiastici, come i cardinali Manrique – l'inquisitore generale che patrocinò, addirittura, l'edizione dell'Enchiridion di Erasmo, messo poi all'Indice nel 1559 –, A. de Fonseca e B. Carranza, quest'ultimo vittima egli stesso, più tardi, dell'Inquisizione. Fiorirono movimenti di rinascita spirituale, come quelli degli alumbrados (illuminati), degli erasmisti e dell'ascetismo francescano e domenicano, basi di quello che fu poi l'originale misticismo spagnolo fino a Santa Teresa e a San Giovanni della Croce. Fecondato da stimoli erasmiani, l'umanesimo religioso produsse figure di altissimo rilievo morale e intellettuale, come il filosofo e pedagogista Juan Luis Vives (1492-1540), i fratelli Alfonso (ca. 1490-1532) e Juan de Valdés (m. 1541), i grecisti Francisco (m. 1545) e Juan de Vergara (m. 1557), il geniale ed enigmatico Cristóbal de Villalón, i medici-filosofi Andrés Laguna (1499/1511-1559), probabile autore del Viaje de Turquía, e Francisco López de Villalobos (ca. 1473-1549), l'enciclopedico Francisco Sánchez de las Brozas, detto El Brocense (1523-1601), e molti altri, per culminare nel teologo, ebraista e sommo poeta Luis de León (1527-1591), “cristiano nuovo” (ossia discendente di ebrei), come molti di questi riformatori cattolici. La poesia lirica, rinnovata negli spiriti e nelle forme dagli esempi italiani, inizia col grande Garcilaso de la Vega (1503-1536), esempio perfetto di “cortegiano” del Rinascimento, un trionfale cammino ascendente su cui si mossero anche il citato Luis de León, Juan Boscán (ca. 1490-1542), il sivigliano Fernando de Herrera (1534-1597), Francisco de Aldana (1528-1578), Gutierre de Cetina (ca. 1520-1557), Cristóbal de Castillejo (1480/1490-1550), Baltasar del Alcázar (1530-1606), Jorge de Montemayor (ca. 1520-1561), Francisco de la Torre, Francisco de Figueroa (1536-1617), Hernando de Acuña (1520-1580), Bartolomé (1562-1631) e suo fratello Lupercio Leonardo de Argensola (1559-1613), Francisco de Medrano (1570-1607), Andrés Fernández de Andrada (considerato autore della stupenda Epístola moral a Fabio, ca. 1626), e diversi altri, fino al mistico carmelitano san Giovanni della Croce (1542-1591), il cui breve canzoniere, a parte il valore religioso illustrato dallo stesso poeta nei lunghi e densi commenti in prosa, tocca livelli altissimi di puro lirismo. Né meno interessanti furono gli sviluppi del teatro, in cui gli esempi dei comici italiani dell'Arte (più ancora che i testi umanistici e le traduzioni e imitazioni di Plauto, Terenzio e dei tragici greci) suscitarono continuatori originali quali Lope de Rueda (m. 1565), Juan de Timoneda (m. 1583) e Juan de la Cueva (ca. 1543-1610), oltre a Gil Vicente (ca. 1460-forse 1536) e Bartolomé de Torres Naharro (m. forse 1524), che operarono fuori di Spagna.

Cultura: letteratura. L'evolversi del filone morale-religioso e di quello narrativo

Senza tali precedenti resterebbe inspiegabile la grande rivoluzione teatrale iniziata intorno al 1580 da Cervantes e, più ancora, da Lope de Vega. Nella prosa, infine, nacquero dalla stessa matrice umanistica due filoni destinati poi a divergere: quello morale, storico e religioso, e quello narrativo. Il primo fu coltivato, con esiti vari, oltre che dai citati erasmisti (i quali spesso scrivevano ancora in latino, come Juan Luis Vives), da scrittori colti quali Antonio de Guevara (1480-1545), noto in Europa per le eleganti Epístolas e due brevi testi retorico-morali, il Relox de príncipes (Orologio di principi) e il Menosprecio de la corte y alabanza de aldea (Disdegno della corte ed elogio del villaggio); e inoltre da Diego Hurtado de Mendoza (1503-1575), autore di una classica Historia de la guerra de Granada; Pero Mexía (ca. 1499-1551) e Luis de Ávila y Zúñiga (1500-1573), storici di Carlo V; numerosi storici delle scoperte e conquiste americane, fra cui Hernán Cortés, conquistatore del Messico, Gonzalo Fernández de Oviedo (1478-1557), Francisco López de Gómara (1511-ca. 1562), Bernal Díaz del Castillo (1492-1581), la cui Verdadera historia de los sucesos de la conquista de la Nueva España è un autentico capolavoro, Francisco de Jerez (1504-1539), cronista di F. Pizarro, e altri. Ma ancora più folta è la schiera degli scrittori religiosi, ascetici e mistici, che annovera personalità di prim'ordine, quali Francisco de Osuna (1497-ca. 1540), il poeta fray Luis de León (autore anche del mirabile De los Nombres de Cristo), il santo Giovanni d'Ávila (ca. 1500-1569), il multiforme Luis de Granada (1504-1588), Diego de Estella (1524-1578), Giovanni degli Angeli (1536-ca. 1609), Alonso de Orozco (1500-1591), Pedro Malón de Chaide (ca. 1530-1589) e molti altri, fino alla straordinaria santa Teresa d'Ávila (1515-1582), riformatrice del Carmelo e scrittrice senza pari nell'autobiografia (Libro de su vida), nelle mistiche Moradas (Dimore), nell'epistolario e in altre opere di grande interesse storico e letterario. Il filone narrativo annovera vari generi: il romanzo cavalleresco, nato dall'Amadigi e continuato da decine di testi “commerciali” molto letti fino a Cervantes (che li superò di gran lunga col Don Chisciotte); il romanzo pastorale, nato dall'Arcadia di Iacopo Sannazaro, che culmina nella Diana (1558-59) di Jorge de Montemayor e nella Diana enamorada (1564) di Gaspar Gil Polo; il racconto moresco, con la Historia del Abencerraje y de la bermosa Jarifa (Storia dell'Abenceragio e della bella Jarifa) di Alonso de Villegas e Las guerras de Granada di Ginés Pérez de Hita (ca. 1544-ca. 1616); la novella italiana, trapiantata da Juan de Timoneda con El Patrañuelo (1567; Il raccontafavole) e infine la picaresca, iniziata nel 1554 da un breve e straordinario capolavoro di autore anonimo, il Lazarillo de Tormes, che rovesciava, per così dire, il trionfalismo della letteratura “imperiale” per narrare con realistica ironia (non disgiunta da umana pietà) e aperte intenzioni polemiche, la “biografia” niente affatto edificante di un misero proletario. A metà strada fra la Celestina e il Don Chisciotte, la Spagna del Rinascimento apriva col Lazarillo un'altra via nuova alle letterature europee. Ultimo – e minore – dato, nel quadro, molto ricco e vario, della Rinascenza ispanica, è il poema epico. Nata insieme dagli indimenticabili esempi classici e italiani (Virgilio, Ariosto, Tasso) e dalla realtà storica delle imprese spagnole in Europa e in America, l'ambizione epica tormentò numerosi poeti iberici, ma i risultati rimasero, in genere, molto al di sotto delle intenzioni, salvo che in un caso: quello dell'Araucana, di Alonso de Ercilla (1533-1594), che cantò prolissamente la conquista del Cile, alla quale il poeta prese parte. Il lungo regno di Filippo II (1556-98), in coincidenza con la Controriforma religiosa e la disperata lotta della Spagna contro nemici troppo forti (Inghilterra, Francia) per difendere domini troppo vasti, rappresentò l'inizio di un'involuzione culturale destinata a finire presto in aperta decadenza. Ciò non significò, tuttavia, la perdita di ogni facoltà creatrice, nella letteratura e nell'arte, ma i processi inquisitoriali, l'Indice dei libri proibiti, l'isolamento culturale dal resto d'Europa, l'orgoglio nazionalistico incoraggiato dalla retorica ufficiale, portarono inevitabilmente, a lungo andare, a un inaridimento spirituale, mentre la crisi economica – incomprensibile contrappasso della potenza imperiale spagnola – riempiva le strade di avventurieri e mendicanti (pícaros) e i conventi di desengañados.

Cultura: letteratura. Il passaggio dal Rinascimento al Barocco

Isolato sullo spartiacque fra il luminoso meriggio rinascimentale e il triste crepuscolo manierista e barocco sta il più grande degli spagnoli: Miguel de Cervantes (1547-1616), che, per “dare conforto al cuore malinconico e umiliato” di un ex eroe di Lepanto e di Algeri ridotto a esattore di gabelle, scrisse il primo romanzo dell'epoca moderna, il Don Chisciotte, splendide novelle (Novelas ejemplares, Novelle esemplari) e intermezzi, molte opere teatrali (fra cui El cerco de Numancia, L'assedio di Numanzia) e due altri romanzi: La Galatea e Los trabajos de Persiles y Sigismunda (I travagli di Persile e Sigismonda). Quasi nello stesso momento, un altro e ben diverso genio, Lope de Vega (1562-1635), dava al teatro migliaia di commedie, scatenando un incredibile “tifo” popolare, e trovava modo di scrivere anche, fra le avventure non esemplari di una vita spericolata, vari canzonieri lirici, poemi lunghi, romanzi, novelle, nonché una nuova e barocca Celestina intitolata La Dorotea. Da lui aveva inizio un intero secolo di civiltà teatrale spagnola, che doveva chiudersi con la morte di Pedro Calderón de la Barca (1600-1681), dopo aver prodotto molti autori – diversi di primo piano quali Tirso de Molina (ca. 1584-1648), Juan Ruiz de Alarcón (ca. 1581-1639), Francisco de Rojas Zorrilla (1607-1648), l'oriundo italiano Agustín Moreto (1618-1669), Luis Quiñones de Benavente (ca. 1589-1651) e vari minori tra cui A. Cubillo de Aragón (ca. 1596-1661), Juan Bautista Diamante (1625-1687), Bances Candamo (1662-1704), Guillén de Castro y Bellvis (1569-1631), autore delle Mocedades del Cid (Le gesta giovanili del Cid), J. Pérez de Montalbán (1602-1638), autore di Los amantes de Teruel (Gli amanti di Teruel), L. Vélez de Guevara (1579-1644), A. Mira de Amescua (1574/77-1644), autore del Esclavo del demonio (Lo schiavo del demonio), Antonio de Solís y Rivadeneira (1610-1686), Antonio Coello y Ochoa (1611-1682) – e innumerevoli opere di ogni genere: drammi, commedie agiografiche, fantastiche, di “cappa e spada”, satiriche, intermezzi con o senza musica, fino agli autos sacramentales eucaristici e simbolici, che rappresentano il vertice della smisurata “macchina” teatrale barocca spagnola. In essa dovevano trovare – e ben lo si comprende – una vera miniera di temi, situazioni e personaggi, la maggior parte dei teatri europei, e in particolare il teatro classico francese (da P. Corneille a Molière), l'elisabettiano e l'italiano fino ai settecenteschi libretti d'opera e a Carlo Gozzi. Né meno importante fu, anche a livello europeo, l'altro genere tipico della Spagna barocca: la narrativa picaresca. Ripresa, dopo il lontano prototipo del Lazarillo, da Mateo Alemán (1547-ca. 1614), con il Guzmán de Alfarache, la picaresca fu successivamente continuata da altri, fra cui il grande Francisco de Quevedo y Villegas (1580-1645) con la Vida del buscón llamado don Pablos (Storia della vita del paltoniere chiamato don Paolo), Vicente Espinel (1550-1624), A. del Castillo Solórzano (1584-1648), F. López de Úbeba, Jerónimo de Alcalá (1563-1632), A. de Salas Barbadillo (1581-1635), Carlos García, A. Enríquez Gómez (1600-1663), Maria de Zayas y Sotomayor (1590-ca. 1661) ecc., sempre sulla linea realistica (biografia di un reietto della società, “servo di molti padroni”, deciso a “vivere” con qualsiasi mezzo e malgrado tutto e tutti), ma con varianti tonali che vanno dalla caricatura grottesca e iperrealistica alla palese intenzione di contestazione e protesta sociale, fino a una visione del mondo totalmente pessimista e nichilista. Il barocco spagnolo annovera anche moltissimi poeti, ma uno solo può e deve dirsi grande e nuovo: Francisco de Quevedo. Prosatore potente nel citato Buscón, come in altri testi satirici (Sueños, Sogni; La hora de todos), filosofico-morali (La cuna y la sepultura) e persino ascetici e devoti (vite di s. Paolo e di Bruto, Providencia de Dios ecc.), Quevedo esprime nelle sue liriche, con un linguaggio denso e intenso, superbamente modulato, una concezione coerente e sconsolata della vita e della storia, indulgendo spesso a un umorismo nero e spietato, ma capace anche di mirabili effusioni sentimentali. Accanto a lui, il suo nemico Luis de Góngora (1561-1627), famoso autore dei poemi Soledades (Le solitudini) e Polifemo e di un discusso canzoniere lirico, appare certamente abilissimo nell'uso di un raffinato linguaggio manieristico e nell'espressione di un mondo prezioso e favoloso, gremito di allusioni culturali incomprensibili allo spregiato “volgo ignorante”; ma anche di un'umanità meno ricca e meno sostanziale. Forse per questo Góngora ebbe numerosi imitatori (di un sempre più retorico barocchismo), mentre Quevedo non ne ebbe, e meglio resiste, d'altra parte, al tempo. Il Seicento ispanico si chiude con una serie di prosatori morali e religiosi, fra i quali emergono l'indocile gesuita Baltasar Gracián y Morales (1601-1658), maestro dell'agudeza (massima paradossale, sentenza pregnante), e il mistico quietista Miguel Molinos (1628-1696), che morì a Roma nelle carceri dell'Inquisizione. Nelle opere del primo (El héroe, El discreto – raccolte “monografiche” di agudezas –, e il romanzo allegorico El criticón, Il criticone), come, in modo diverso, nella Guía espiritual del secondo, culmina il pessimismo della Spagna barocca, stanca di se stessa e del mondo ostile. I rimedi proposti sono uno stoicismo aristocratico, intelligente e amaro (Gracián), o un Dio negativo, incomprensibile, molto simile all'abisso del Nulla, in cui l'anima viene esortata a immergersi (Molinos). Due vicoli senza uscita.

Cultura: letteratura. L'influenza dell'Illuminismo

Il sec. XVIII è, quindi, nei migliori spagnoli una volontà di “ricominciare da capo”, cioè di “riaprirsi” all'Europa e al mondo (il mondo, nel frattempo, era diventato più grande, per merito soprattutto della scienza); nei peggiori, e nelle masse, un adagiarsi nel “continuare” a vivere, con l'alibi ideologico del “rispetto delle tradizioni nazionali” e del “culto delle grandezze passate”. Un intelligentissimo benedettino galiziano, Benito Feijoo y Montenegro (1676-1764), aprì la via all'illuminismo spagnolo. Enciclopedico e razionalista, nemico quindi delle superstizioni, dell'ignoranza e di tutti i barocchismi (fondati, per lui, sulla menzogna, sul “non sentito” e quindi “non vero”), è però sempre un cristiano convinto e ottimista: usare la ragione non significa, per Feijoo, negare Dio, bensì al contrario glorificarlo. E criticare la Spagna vecchia, in ritardo sul resto d'Europa, vuol dire crearne una nuova, giovane e aperta al futuro (il sogno dei maggiori spagnoli venuti dopo di lui). Codesta volontà di rinnovamento, su basi critiche e moderne, dilagò, dopo Feijoo, in tutti i campi – la storia (E. Flórez, Muñoz, G. Mayans y Siscar, fino a Ferreras e J. F. Masdeu), l'estetica (I. de Luzán, 1702-1754), la critica d'arte (A. Ponz, 1725-1792) e letteraria (Diario de los Literatos e altri periodici; M. Sarmiento, 1695-1771; T. A. Sánchez, 1723-1802; A. Montiano, 1697-1764; L. Velázquez, 1722-1772), il teatro (R. de la Cruz, 1731-1794; J. Cadalso, 1741-1782; i due Moratín: Leandro, 1760-1828, e Nicolás, 1737-1780), la narrativa (J. F. de Isla, 1703-1781; P. Montengón, 1745-1824; I. Zamácola, 1756-1826), la pubblicistica, l'economia, le scienze giuridiche, la pedagogia (ossessione di tutti gli illuministi) – e si espresse soprattutto nel genere più caratteristico e originale del secolo: la saggistica. Saggisti sono infatti, in essenza, i due maggiori scrittori del secolo: il già citato José Cadalso e G. M. de Jovellanos (1744-1811), esemplari illuministi e talmente nuovi, nel pensiero come nella scrittura, che solo oggi si possono comprendere nel loro pieno significato. È quindi giusto e fondato parlare di un'autentica rinascita settecentesca dello spirito spagnolo, che coincide quasi esattamente col regno del buon re “napoletano” Carlo III (1759-1788), per declinare e offuscarsi all'epoca del suo imbelle successore Carlo IV (1788-1808), anche a causa dei gravi fatti storici (Rivoluzione francese, Impero napoleonico) in cui la Spagna si trovò, suo malgrado, coinvolta. E di fronte all'importanza di quel grande rinnovamento morale e culturale poco importa che la lirica e l'epica siano rimaste indietro, legate ancora ai modi barocchi o troppo vincolate a quelli arcadici; sicché, fra i moltissimi poeti del secolo, uno solo merita di essere ricordato, il languido e a momenti preromantico J. Meléndez Valdés (1754-1817).

Cultura: letteratura. Romanticismo e postromanticismo

Reinseritasi ormai nell'Europa, la Spagna nei sec. XIX e XX dovette seguirne, sia pure a modo suo, le vicende politiche, sociali e culturali. Certo, le reazioni tradizionaliste vi furono più forti, forse, che in altri Paesi, meno condizionati da glorie passate; il che spiega le molte guerre civili combattute nella penisola, dal 1808 (invasione napoleonica) al 1936-39, e fenomeni pressoché inauditi, per la loro ostinata persistenza, come l'integralismo carlista. E quando la minoranza liberale riuscì a imporsi (rivoluzione del 1868, prima effimera repubblica del 1873, seconda repubblica del 1931-36), essa venne presto sopraffatta non solo da un'estrema destra sempre agguerrita, ma anche da un'estrema sinistra anarchica, non meno utopistica e integralistica. Ciò tuttavia non significa che la Spagna sia diversa dal resto d'Europa. La storia culturale e artistica dimostra precisamente il contrario, cioè la sincronia dei moti, delle idee e dei gusti. A parte gli esiti singoli, infatti, non c'è dubbio che la letteratura spagnola del sec. XIX attraversò, nelle sue grandi linee, le stesse tre fasi europee: l'iniziale neoclassicismo, eredità dell'illuminismo settecentesco, non scevro peraltro di presentimenti romantici; il romanticismo, trionfante soprattutto dagli anni Venti ai Sessanta ca.; e il realismo positivista, dominante in pratica fin verso la fine del secolo. I corrispondenti generi preferiti furono: il saggio, la poesia civile e didattica, la narrativa e il teatro di costume (nella prima fase), la lirica “di sentimento personale, effusivo”, il dramma e il romanzo storici (seconda fase); il romanzo realistico e sociale e il teatro di idee e problemi etico-sociali (terza fase). A ciascuno di essi, puntualmente, si devono riferire nomi spagnoli. Con inevitabile sommarietà e sempre salvi, ripetiamo, gli esiti singoli, ecco i più significativi. Nella prima fase i saggisti e poeti J. M. Blanco White (1775-1841), M. J. Quintana (1772-1857), A. Lista y Aragón (1775-1848), J. J. de Mora (1783-1864); il saggista A. Alcalá Galiano (1789-1865); i commediografi F. Martínez de la Rosa (1787-1862), M. E. de Gorostiza (1789-1851) e M. Bretón de los Herreros (1796-1873); prosatori quali J. T. de Trueba y Cossío (1799-1835), S. Estébanez Calderón (1799-1867), R. de Mesonero Romanos (1803-1882) e altri, interessati ai costumi da punti di vista oscillanti fra il morale e il pittoresco, come in altro campo l'intermezzista andaluso J. I. González del Castillo (1763-1800). Seconda e sicuramente più brillante fase: lirici come J. de Espronceda (1808-1842) – certo il più importante, insieme a M. J. de Larra (1809-1837), della sua generazione –, M. de Cabanyes (1808-1833), G. Gómez de Avellaneda (1814-1873), C. Coronado (1823-1911), N. Pastor Díaz (1811-1863) e moltissimi altri, con una “seconda generazione” dominata da due poeti di forte personalità: il sivigliano G. A. Bécquer (1836-1870) e la galiziana R. de Castro (1837-1885); drammaturghi e autori di romances storici, quali A. de Saavedra, duca di Rivas (1791-1865) – il cui Don Álvaro o La Fuerza del sino (1835; Don Álvaro o La forza del destino) rimane come testo esemplare del teatro romantico –, A. García Gutiérrez (1813-1884), J. E. Hártzenbusch (1806-1880), J. Zorrilla (1817-1893), autore soprattutto del Don Juan Tenorio (1844), E. Gil y Carrasco (1815-1846), R. López Soler (1806-1836), e molti ancora; e infine saggisti e pubblicisti quali J. Donoso Cortés (1809-1853), J. Balmes (1810-1848) e soprattutto il già citato Larra, che meglio di ogni altro penetrò a fondo nella viva problematica del suo tempo, analizzandola con implacabile lucidità e col malinconico e civile umorismo che, prima di lui, solo Cervantes aveva portato, nella rappresentazione degli eterni casi del mondo. Finalmente, la terza fase presenta un romanziere e drammaturgo di statura europea, autore di oltre un centinaio fra romanzi e drammi: il canario B. Pérez Galdós (1843-1920) e, accanto a lui, narratori quali J. Valera (1824-1905), J. M. de Pereda (1833-1906), P. A. de Alarcón (1833-1891), J. O. Picón (1852-1923), J. Ortega y Munilla (1856-1922), Clarín (1852-1901), A. Palacio Valdés (1853-1938) e V. Blasco Ibáñez (1867-1928), con i quali il realismo narrativo penetra largamente nel sec. XX. Nello stesso tempo, drammaturghi moderni come E. Gaspar (1842-1902), M. Tamayo y Baus (1829-1898), il catalano A. Guimerá (1847-1924) e J. de Echegaray (1832-1916), e specialmente pensatori, critici e maestri come i krausistiJ. Sanz del Río (1814-1869), F. Giner de los Ríos (1839-1915) e M. B. Cossío (1858-1935), il cattolico M. Menéndez Pelayo (1856-1912), i liberali J. Costa (1844-1911), Clarín, A. Ganivet (1865-1898), S. Ramón y Cajal (1852-1934), il socialista F. Pi y Margall (1824-1901) e molti altri, mettevano a raffronto, da vari punti di vista, i problemi spagnoli con quelli del mondo moderno, in uno sforzo coraggioso di aggiornamento e di critica costruttiva. Altrettanto vive e vitali appaiono, nell'insieme, le letterature regionali, e in particolare la catalana, caratterizzata soprattutto da una mirabile rinascita poetica con J. Verdaguer (1845-1902), M. Costa i Llobera (1854-1922), Mestres (1854-1936), il già citato Guimerá, J. Alcover i Maspons (1854-1926), J. Maragall i Gorina (1860-1911).

Cultura: letteratura. Lineamenti generali della letteratura del XX secolo

Il sec. XX si apre con un fatto di enorme portata letteraria e morale: l'affermarsi della Generazione del '98, composta da scrittori di potente originalità, quali Miguel de Unamuno (1864-1936), poeta, saggista, romanziere e drammaturgo, il “prosatore d'arte” e critico Azorín (1873-1967), il romanziere P. Baroja (1872-1956), il romanziere e drammaturgo R. del Valle-Inclán (1866-1936), il drammaturgo J. Benavente (1866-1954), il saggista R. de Maetzu (1874-1936), e due lirici che avviarono una stupenda rinascita lirica per più generazioni successive: J. R. Jiménez (1881-1958) e A. Machado y Ruiz (1875-1939). Ciascuno a modo proprio, essi rappresentano in primo luogo la rivolta antipositivistica (e antirealistica) che caratterizza il clima culturale europeo di fine Ottocento; e senza alcun banale nazionalismo (i soliti tradizionalisti li accusarono persino di antiispanismo, come da Feijoo in poi era sempre accaduto ai più geniali innovatori e risvegliatori di coscienze), ne trassero stimoli e idee per la fondazione di una vasta e multiforme letteratura novecentesca di sostanza inconfondibilmente spagnola e – dato non meno importante – di alto livello artistico. Per questo si può affermare che le lettere ispaniche (nel più ampio senso del termine) nemmeno oggi hanno finito di “fare i conti” con quei “padri” (o, se si preferisce, “nonni”) novantottisti. Almeno tre altre generazioni sono finora succedute a essi: quella degli anni Venti o delle avanguardie, detta Generazione del '27; quella degli anni Quaranta, profondamente influenzata, in molti modi, dalla guerra civile del 1936-39, e quella degli anni Sessanta, molto più sensibile alle vicende artistiche e politico-sociali del mondo, non meno che a quelle particolari della Spagna. In puntuale sincronia, all'estetica simbolista-modernista sono succedute altre estetiche o ideologie: surrealista, neoclassicista, esistenzialista, neorealista, socialista, sperimentalista ecc., alle quali anche gli scrittori spagnoli si sono, più o meno, dimostrati ricettivi. Ciò però non ha mai impedito, nemmeno a quelli rimasti in patria (e quindi sottoposti a un regime politico tutt'altro che “liberale”, specie fra il 1923 e il 1931, e dal 1939 al 1975), di esprimere passioni, realtà e speranze “spagnole”, come con tanto vigorosa efficacia avevano fatto i novantottisti e i loro immediati successori ed epigoni, a cominciare dal filosofo J. Ortega y Gasset (1883-1955), maestro dei novecentisti del ‘27, e da altri “intermediari”, quali il romanziere-saggista R. Pérez de Ayala (1881-1962), il narratore-lirico G. Miró (1879-1930), il saggista E. d'Ors (1882-1954) e il geniale “inventore” neobarocco e proto-futurista R. Gómez de la Serna (1888-1963). Ecco ora i nomi più sicuramente eminenti degli scrittori delle tre ultime generazioni.

Cultura: letteratura. La generazione del '27

Quella del ‘27 si presenta, dapprima, come una meravigliosa fioritura lirica: gli andalusi F. García Lorca (1898-1936), R. Alberti (1902-1999), V. Aleixandre (1898-1984), E. Prados (1899-1962), L. Cernuda (1902-1963), M. Altolaguirre (1905-1959) e i castigliani P. Salinas (1892-1951), J. Guillén (1893-1984), G. Diego (1896-1987), D. Alonso (1898-1990) e J. Larrea (1895-1980), personalità diverse ma di statura poetica senza pari. Accanto a loro, sempre con formazione di avanguardia, operano prosatori d'arte, narratori, critici, saggisti, quali J. Bergamin (1897-1983), R. J. Sender (1902-1982), M. Aub (1903-1972), F. Ayala (n. 1906), M. Bacarisse (1895-1931), A. Espina (1894-1972), B. Jarnés (1888-1950), G. de Torre (1900-1972), R. Cansinos Asséns (1883-1964), E. Giménez Caballero (1899-1988), E. Montes (1897-1982), Corpus Barga (1892-1975), J. Arderíus (1890-1969), C. M. Arconada (1900-1964). Stranamente, questa straordinaria generazione è meno attirata dal teatro, in cui la novità più geniale del dopoguerra è rappresentata dall'esperpento del "vecchio" R. del Valle-Inclán (1866-1936), a parte qualche tentativo di "comico surreale" da parte di E. Jardiel Poncela (1901-1952), E. Neville (1899-1967), M. Mihura (1905-1977).

Cultura: letteratura. La letteratura del periodo franchista

Ma negli anni Trenta, lirici puri come i già citati Lorca e Alberti portano anche nel teatro un inizio di rinnovamento, troppo presto stroncato dalla guerra civile. Questa disperse la Generazione del ‘27, che, nella grande maggioranza dei casi, continuò a operare nell'esilio; ma prima si erano già manifestati nuovi e brillanti rincalzi lirici, quali M. Hernández (1910-1942), L. F. Vivanco (1907-1975), L. Rosales (1910-1992), L. Panero (1909-1962), A. Serrano Plaja (n. 1909), V. Crémer (n. 1910), G. Celaya (1911-1991) ecc., la cui opera confluì in quella della generazione successiva. Quest'ultima non ebbe certo vita facile, nel clima repressivo degli anni Quaranta, ma espresse da prima, instancabilmente, nuovi poeti quali D. Ridruejo (1912-1975), J. García Nieto (1914-2001), B. de Otero (1916-1979), J. L. Hidalgo (1919-1947), J. Hierro (n. 1922), R. Montesinos (n. 1920), C. Bousoño (n. 1923), G. Fuertes (1918-1998), L. de Luis (n. 1918), R. Morales (n. 1919), V. Gaos (n. 1919) e numerosi altri, per tentare poi anche la narrativa e il teatro, generi molto più vigilati dalla censura. Questa comunque non poté impedire la rivelazione di due capofila: il narratore C. J. Cela (1916-2002) e il drammaturgo A. Buero Vallejo (1916-2000), confermati maestri negli ultimi decenni. Da Cela discende almeno in parte la narrativa di tendenze sociali degli anni Cinquanta e Sessanta che annovera autori quali M. Delibes (n. 1920), A. M. Matute (n. 1926), C. Laforet (n. 1921), G. Torrente Ballester (1910-1999), Á. M. de Lera (1912-1984), J. M. Gironella (n. 1917), J. Bonet (n. 1917), P. de Lorenzo (n. 1917), J. L. Martín Vigil, J. L. Castillo Puche (n. 1919), E. Quiroga (1921-1995), R. Pinilla, L. M. Santos (1924-1964), I. Aldecoa (1925-1969), A. López Salinas (n. 1925), J. Fernández Santos (1926-1988), R. Sánchez Ferlosio (n. 1927), J. García Hortelano (1928-1992), A. Grosso (1928-1995), C. Rojas (n. 1928), A. Prieto (n. 1930); mentre fra i più giovani sono emersi J. Goytisolo (n. 1931), H. Vázquez Azpiri, J. Marsé (n. 1933), F. Umbral (n. 1935), J. Torbado (n. 1943),T. Moix (n. 1943). Nel teatro, dopo A. Buero Vallejo (1916-2000), che resta la personalità più forte e compiuta del dopoguerra, buone affermazioni hanno portato A. Sastre (n. 1926), drammaturgo apertamente impegnato, L. Olmo (1922-1994), C. Muñiz, J. Salom (n. 1925), A. Gala (n. 1937), J. Rodríguez Méndez (n. 1925), A. Diosdado (n. 1938), J. Rodríguez Budel, J. M. Recuerda (n. 1926) e altri, mentre la più facile commedia di divertimento, di blanda critica sociale o apertamente umoristica, è coltivata, tra gli altri, da A. Paso (1926-1978), J. J. Alonso Millán, C. Llopis, Jaime de Armiñán (n. 1935) ecc. Attivi e numerosi sono infine, sulla strada aperta dalla Generazione del ‘98, i pensatori, critici e saggisti delle più diverse e aggiornate tendenze: dai vecchi storici del passato spagnolo, tra cui A. Castro (1885-1972), C. Sánchez Albornoz (1893-1984), J. Vicéns Vives e i loro discepoli, ai continuatori più o meno diretti del pensiero orteghiano, tra cui J. Marías (n. 1914), P. Laín Entralgo (1908-2001), J. A. Maravall (1911-1986), F. Vela (1888-1960), P. Garagorri (n. 1916), J. Ferrater Mora (1912-1991), M. Zambrano (1907-1991), M. Granell (1906-1993), X. Zubiri (1898-1983), R. Xirau (n. 1924), J. Gaos (1902-1969); dai cattolici J. L. Aranguren (1909-1996), P. Sainz Rodríguez (1898-1986), J. M. González Ruiz, J. Ruiz Giménez, J. Lozano (n. 1930) ecc., ai positivisti e marxisti E. Tierno Galván (1918-1986), M. Sacristán (1925-1985), C. Castilla del Pino (n. 1922), C. París ecc., fino a una schiera sempre più folta di storici del mondo moderno e contemporaneo che comprende M. Tuñón de Lara (1915-1997), M. Artola (n. 1923), R. de la Cierva, economisti come R. Tamames (n. 1933), sociologi, critici letterari e artistici, pubblicisti, antropologi come J. Caro Baroja (1914-1995) ecc.

Cultura: letteratura. La letteratura postfranchista

Dalla fine degli anni Settanta la letteratura spagnola ha sperimentato in modo frenetico, data la situazione di orgogliosa marginalità in cui è stata costretta nei lunghi anni del franchismo, ogni modello, forma e tendenza della scrittura contemporanea. Durante gli anni Ottanta si riscoprono i temi politici, la letteratura erotica, la narrativa di genere (quella rosa o quella nera), spesso di qualità. Si restituisce agli esiliati, da M. Zambrano a M. Andujar (n. 1913), da J. Gil-Albert (1904-1994), a R. Alberti, la considerazione sottratta loro dal franchismo. Si finanziano - da canali istituzionali - compagnie e collettivi di teatro "indipendente"; la qual cosa avvantaggerà in modo particolare la drammaturgia catalana, assai avanti in iniziative del genere. Si intensifica l'attività editoriale, libera finalmente da censura e stimolata da un pubblico avido di novità. Coesistono, in questo periodo, cinque o sei gruppi generazionali. Sono, in primo luogo, ancora influenti i grandi nomi della Generazione del ‘27, come R. Alberti che negli anni Novanta ha pubblicato una lunga serie di testi autobiografici, saggi, articoli e poemi riuniti nei due volumi di La arboleda perdida (L'albereto perduto), F. Ayala, J. López Rubio (1903-1996), R. Chacel (1898-1994). Accanto a essi, in una posizione più incisiva e attivamente propositiva, troviamo i rappresentanti della prima grande generazione del dopoguerra, da G. Torrente Ballester (1910-1999) al già citato C. J. Cela, vincitore nel 1989 del Premio Nobel, e M. Delibes (n. 1920). La loro produzione è di altissimo livello, per ricerca stilistica e immaginazione creativa; probabilmente quanto di più prezioso e di sicuramente duraturo si produca oggi in campo narrativo. Di Torrente Ballester ha visto la luce una splendida serie di romanzi, da La rosa de los vientos (1984; La rosa dei venti) a Yo no soy yo, evidentemente (1987; Non sono me stesso, evidentemente) Filomeno a mi pesar (1988; Ahimè sono Filomeno), Crónica del rey pasmado (1989; Cronaca del re stupito), La boda de Chon Recalde (1995; Il matrimonio di Chon Recalde). Di Delibes si segnalano capolavori come Los Santos inocentes (1981; I santi innocenti), Cartas de amor de un sexagenario voluptuoso (1983; Lettere d'amore di un sessantenne voluttuoso), Señora de rojo sobre fondo gris (1991; Signora in rosso su uno sfondo grigio), Diario de un jubilado (1995; Diario di un pensionato), He dicho (1997; Ho detto), El hereje (1999; L'eretico). Di Cela, Mazurca para dos muertos (1983; Mazurca per due morti), Cristo versus Arizona (1988), La cruz de San Andrés (1994), El asesinato del perdedor (1994; L'assassinio del perdente), Madera de Boj (1999; Legno di bosso). In poesia, dopo la morte di G. Celaya (1911-1991), B. de Otero (1916-1979), V. Aleixandre (1898-1984) e L. Rosales (1910-1992), sono J. Hierro (n. 1922) - con Agenda (1991) e Cuaderno de Nueva York (1998) - e C. Bousoño - con due importanti sillogi come Metáfora del desafuero (1988; Metafora del sacrilegio), e El martillo en el yunque (1997; Il martello sull'incudine) - i maestri venerati dalla lirica attuale, mentre in campo saggistico l'attenzione si disloca su J. Marías (n. 1914) e P. Laín Entralgo (1908-2001). Tra gli scrittori del dopoguerra va incluso J. Semprún (n. 1923), esule in Francia e deportato in Germania per aver partecipato alla resistenza francese. Esponente della Spagna postfranchista come ministro della cultura nel governo Gonzales (1988-1991), ha scritto in lingua francese, tra gli altri, i libri L’evanouissement (1967; Evanescenza), Netchaiev est de retour (1987; Il ritorno di Netchaiev), ispirati all'antifranchismo e alle sue esperienze di prigioniero, L’écriture et la vie (1994), Mal et modernité (1995) e Se taire est impossible (1996; Tacere è impossibile). Altro autore importante come ponte per la generazione successiva è infine F. Nieva (n. 1927), artista integrale, poeta, drammaturgo (tra gli ultimi eccellenti lavori citiamo Oceánida, 1996, e Centón de teatro, 1997, Centone teatrale) e ora anche romanziere (con El viaje a Pantaélica, 1994, Viaggio a Pantaèlica e La llama vestida de negro, 1995, La fiamma vestita di nero) in grado di combinare sperimentalismo e classicismo, modelli tradizionali e linguaggi moderni, poesia e tecnologia. A questo gruppo di maestri fanno subito seguito i discepoli eccellenti, come i romanzieri J. García Hortelano (1928-1992), J. Benet (1927-1993), autore di un ciclo di romanzi memorabili sulla guerra civile (Herrumbrosas lanzas, 1983, 1985, 1986, Lance arruginite), il poeta J. Gil de Biedma (1929-1990), - tutti e tre prematuramente scomparsi dalla scena letteraria e a loro volta guide preziose per i romanzieri e i poeti più giovani - e via via tutti coloro che hanno occupato una posizione di rilievo nella prosa e nella lirica degli anni Sessanta. In campo narrativo spiccano i nomi dei neorealisti R. Sánchez Ferlosio (n. 1927) con una prosa sempre più meditativa e apocalittica, e J. Marsé (n. 1933) con El amante bilingüe; quelli di A. M. Matute (n. 1926) e C. Martín Gaite (1925-2000) con la loro letteratura di testimonianza e di frontiera tra realismo sociale e realismo magico - da La torre vigía (1971; La torre d'osservazione) della prima a Lo raro es vivir (1996; L'assurdo è vivere) della seconda -; quello di J. Goytisolo (n. 1931), per la sua ferma coscienza critica (da Makbara, 1980 a El sitio de los sitios, 1995, Il luogo dei luoghi). Sul finire del XX secolo emergono altri esponenti della letteratura spagnola capaci di ottenere discreti riscontri anche all'estero: B. Atxaga (n. 1951), J. Llamazares (n.1955), A. Bryce Echenique (n. 1939), J. Tomeo (n. 1935) e R. Regás (n. 1933). J. J. Milás (n. 1946), in particolare, ottiene grande successo grazie agli articuentos, un genere letterario nuovo che fonde gli elementi propri dell'articolo giornalistico con quelli della fiction. In campo poetico sono senz'altro esemplari i tracciati poetici di J. A. Valente (1929-2000) - da Material memoria, 1979, a Nadie, 1996, Nessuno - C. Rodríguez (1934-1999) - con Desde mis poemas, 1983, Dalle mie poesie - A. González (n. 1925), J. A. Goytisolo (1928-1999). Irrompono infine i Novísimos, nove giovani poeti spagnoli - alcuni dei quali, come F. de Azúa (n. 1944), V. Molina Foix (n. 1946), M. Vázquez Montalbán (n. 1939), A. M. Moix (n. 1947), offriranno contributi eccellenti anche in prosa - presentati dal critico J. M. Castellet come la nuova proposta lirica della Spagna degli anni Settanta.

Cultura: arte. Preistoria

Ampi sono i ritrovamenti dell'Età del Ferro, in cui comparve la ricca civiltà iberica, ampiamente diffusa nella Spagna dell'Est e del Sud. La civiltà greca è testimoniata soprattutto ad Ampurias, dove è stato scavato – accanto alla più tarda città romana di Emporiae – l'abitato greco della Néa Pólis con l'agorá, edifici pubblici e case private; da Ampurias vengono pregevoli vasi greci figurati La presenza dei Fenici e poi dei Cartaginesi è documentata da alcune necropoli, tra cui quella di Cádice (città che sembra conservare l'impianto urbanistico fenicio-punico) e di Ibiza nelle Baleari (dove il santuario rupestre di Cueva d'es Cuyram ha dato molte statuette fittili); i ritrovamenti consistono in statuette, avori, amuleti, paste vitree, gioielli. Notevolissimi sono i resti della Spagna romana. Centri archeologici sono, oltre che Emporiae, Sagunto, con resti iberici nel “Castillo” e un bel teatro romano; Italica (anfiteatro, terme, case, oltre a vari reperti esposti al Museo di Siviglia); Numanzia, dove i resti della città romana, interessante per il suo impianto urbanistico, si sovrappongono a quelli della città celtiberica (materiali al Museo di Soria, tra cui interessanti vasi dipinti). Importanti complessi monumentali sono a Tarragona (Tarraco), che conserva il suo imponente circuito di mura di due diverse epoche e i resti del Palacio de Augusto, e a Mérida (Emerita Augusta), con teatro, anfiteatro, lungo ponte sulla Guadiana (in parte rifatto) e arco di Traiano. Archi onorari sono anche a Bará sulla via romana da Barcellona a Tarragona, e a Medinaceli (Oscilis); un grande palazzo romano è stato scavato a Clunia Sulpicia, le cui rovine sono presso Coruña del Conde nella Vecchia Castiglia. A Carmona (Carmo) è un'importante necropoli romana, a Vich (Ausa) un tempio molto alterato. Imponenti opere di ingegneria dei sec. I e II d. C. sono i ponti di Salamanca (in parte rifatto) preceduto da un toro iberico, di Martorell presso Barcellona con archi trionfali, e quello famoso di Traiano sul Tago ad Alcántara, con arco trionfale al centro e piccolo tempio all'imbocco. Più numerosi che in altre province romane sono gli acquedotti (chiamati talora “ponti del diavolo” o “dei miracoli”) tra cui quelli di Calahorra (Calagurris Nassica, patria di Quintiliano), di Siviglia, di Chelvez presso Valencia con ponte a tre arcate; di Tarragona, di Mérida con grandi bacini d'acque; il maggiore è a Segovia, con lungo e alto ponte di pietra a più ordini di arcate. Della fine del sec. III e del sec. IV sono le mura costruite per resistere alle invasioni barbariche: resti imponenti si conservano a Saragozza (Caesaraugusta), a Barcellona (Barcíno, dove sono anche avanzi monumentali di terme e di altri edifici pubblici e privati) e soprattutto a Coria (Caurium) e a Lugo (Lucus Augusti); le cinte sono fortificate da solidi torrioni. Nel campo delle arti figurative (statue, rilievi, ritratti; notevoli anche i mosaici) la Spagna è tra le province romane più vicine all'arte di Roma, soprattutto per le opere della Betica e per Mérida, che fu sede di officine scultoree; in qualche altra regione sono più evidenti persistenze iberiche e celtiche. Di notevole importanza è anche il patrimonio epigrafico.

Cultura: arte. Dal periodo paleocristiano al X secolo

Scarse sono le testimonianze dell'architettura paleocristiana, mentre più significativi sono, nei sec. IV e V, gli esempi offerti dalla scultura (statue del Buon Pastore, sarcofagi scolpiti) e dai mosaici (Tarragona, Maiorca, Huesca), alcuni dei quali rivelano influssi nordafricani. Durante il periodo visigotico (sec. V-VII) il confluire di influssi nordafricani (soprattutto nella Betica) e bizantini portò al lento sviluppo di un'arte preromanica spagnola. Ai sec. V-VI risalgono le chiese di Aljezares (Murcia) e S. Pedro de Alcántara (Málaga); più numerose quelle del sec. VII, caratterizzate da una massiccia struttura muraria e da absidi rettangolari (S. Juan de Baños a Palencia; S. Pedro de la Mata a Toledo; S. Pedro de la Nave a Zamora). La scultura nel periodo visigotico ebbe una funzione esclusivamente decorativa, connessa all'architettura, con prevalenza di motivi geometrici e presenza di elementi orientali, che si notano sia nei sarcofagi (da Burgos, Oviedo ecc.) sia in alcuni tipi di capitelli. Elevato il livello qualitativo delle arti minori, soprattutto dell'oreficeria, nella quale si nota il progressivo trasformarsi del gusto barbarico sotto gli influssi bizantini (tesori di Guarrazar e di Torredonjimeno, i cui esemplari sono oggi nei musei di Madrid, Parigi, Barcellona, Cordova). L'invasione araba (sec. VIII) divise in due parti la Spagna , con importanti conseguenze culturali e artistiche. Negli Stati cristiani del Nord la tradizione visigotica si sviluppò nell'arte asturiana, con manifestazioni destinate poi a confluire nel più vasto ambito del romanico. Il più antico esempio di arte asturiana è la chiesa di Santiañes de Pravia (774-783), ma le sue più importanti manifestazioni si ebbero durante il regno di Ramiro I (842-850), con le chiese di S. Maria de Naranco, S. Miguel de Lillo, S. Cristina de Lena, tutte nei pressi di Oviedo. Queste chiese, coperte a volta, con contrafforti e grandi finestre, presentano una decorazione scultorea di tipo orientale e notevoli affreschi (importanti soprattutto quelli della chiesa di S. Julián de los Prados). L'arte asturiana continuò, con manifestazioni di minore importanza, fino al sec. X; l'oreficeria religiosa di questo periodo si distingue per alcuni capolavori, conservati nella Camera Santa di Oviedo, che ricordano il contemporaneo stile ottoniano. Nelle regioni meridionale della Spagna , dominate da regni islamici, si sviluppò fino al sec. XV l'arte moresca, con una straordinaria fioritura destinata a lasciare importanti tracce anche dopo la riconquista cristiana nella cosiddetta arte mudéjar. Molti degli edifici ispano-moreschi sono scomparsi a causa delle distruzioni operate dalla Reconquista o di successive trasformazioni. I principali monumenti rimasti, dalla moschea di Cordova (sec. VIII-X) all'Alhambra di Granada, agli Alcázar di Siviglia e Toledo, appaiono di altissima qualità, anche se non si può parlare in senso stretto di un'arte locale, dato che gli elementi architettonici fondamentali appaiono simili a quelli degli altri Paesi arabi. Notevolissimo fu l'apporto della cultura islamica nel campo delle arti minori: nel mobilio, nella lavorazione dei metalli (niellati, cesellati), nelle armi (Saragozza, Toledo, Granada), nel cuoio stampato (Cordova), nei tappeti, nei vetri smaltati e dorati e soprattutto nelle famose maioliche smaltate a lustro metallico. Nei sec. IX-XI, nei territori di dominazione musulmana fiorì anche la cosiddetta arte mozarabica, cioè un'arte cristiana fortemente permeata di elementi islamici, come si nota nell'uso dell'arco a ferro di cavallo. Tra le varie chiese rimaste si ricordano S. Miguel de Escalada (León), Santiago de Peñalba (León), S. Millán de la Cogolla (Logroño), S. María de Melque (Toledo). Fiorente anche la produzione di codici miniati (Apocalisse del Beato di Lievana, opera di Magio, sec. X).

Cultura: arte. Dall'XI al XV secolo

Nel sec. XI iniziò lo sviluppo, nella Spagna settentrionale, del romanico, legato agli sviluppi della Francia settentrionale, che diede unità alle manifestazioni artistiche dei regni cristiani spagnoli. Caratterizzato dall'impiego dell'arco a tutto sesto, dalla pianta basilicale cruciforme, dalla copertura con volta a botte, dalle absidi semicircolari, il romanico fu favorito nella sua diffusione dai pellegrinaggi a Santiago de Compostela, sul cui percorso sorsero la cattedrale di Jaca (Aragona), le chiese di S. Salvador de Leyre (Navarra), di S. Isidoro di León e la stessa cattedrale di Santiago nella Galizia. Esempi di un romanico più vicino alle forme provenzali si ebbero in Catalogna (S. Pedro de Roda, S. Vicente de Cardona). In origine le chiese romaniche erano ampiamente affrescate (ciclo del Panteón de los Reyes in S. Isidoro di León). Nel Museo de Bellas Artes de Cataluña di Barcellona si trovano dipinti murali provenienti da S. Quirico di Pedret, S. Maria di Tahull, S. Maria d'Aneu ecc.; al Prado di Madrid affreschi da S. Baudilio di Berlanga, dalla Ermita de la Cruz di Maderuelo. Nel campo della scultura, accanto a quella decorativa (capitelli floreali o istoriati, rilievi di portali ecc.), si affermò la statuaria devozionale in legno policromo. Lo stile romanico non mancò spesso di arricchirsi di elementi della tradizione moresca e mozarabica (cattedrali di Zamora e di Salamanca; basilica di S. Vicente d'Ávila) dando luogo fin dal sec. XII al formarsi dei primi esempi di arte mudéjar, che rappresenta appunto l'interpretazione spagnola degli stili romanico prima, gotico successivamente. Con la fondazione del monastero di Moreruela (Zamora, 1131) venne introdotta in Spagna l'austera architettura cistercense, caratterizzata dall'impiego dell'arco a sesto acuto, dalle volte a crociera, dalle absidi quadrangolari, dall'accentuato verticalismo. Le prime costruzioni propriamente gotiche, pur nella persistenza di elementi romanici, sono le cattedrali di Ávila e di Cuenca (sec. XII-XIII), ispirate al gotico borgognone e modelli per le tre grandi cattedrali successive di Burgos, Toledo e León, tutte erette nel corso del sec. XIII. Nei sec. XIV e XV il gotico in Castiglia assunse una caratterizzazione regionale che si manifestò con una particolare esuberanza decorativa (si parla infatti di gotico mudéjar), che prelude al plateresco. In Catalogna, Aragona e Valencia invece, regioni più indipendenti dagli influssi della Francia settentrionale e più legate culturalmente alla Provenza e all'Italia, vi fu dapprima un attardamento su forme romaniche (cattedrali di Lérida e Tarragona), quindi prevalsero, nell'ambito del gotico, strutture più semplici e proporzionate (sec. XIV: cattedrali di Barcellona, Gerona, Palma di Maiorca, Manresa, Tortosa; chiesa di S. Maria del Mar). Fiorente durante tutta l'età gotica fu la scultura, sia decorativa sia funeraria. Tra i maggiori artisti può ricordarsi maestro Bartolomé, attivo fra i sec. XIII-XIV nella cattedrale di Tarragona. La Catalogna, grazie ai contatti con la Francia meridionale e l'Italia, fu aperta agli influssi della pittura toscana, soprattutto senese (Ferrer Bassá, Ramón Destorrens, fratelli Serra), ma anche nella Castiglia e nel León si diffuse la lezione italiana. Nel corso della prima metà del sec. XVI l'arte spagnola conobbe un grande sviluppo e una profonda evoluzione. Le due regioni nelle quali massimo fu lo splendore artistico sono la Castiglia e l'Andalusia, per preminenza politica e florida condizione economica. In architettura lo stile predominante fu il plateresco, alla cui formazione contribuirono elementi del gotico mudéjar e del Rinascimento italiano e che fu caratterizzato da una straordinaria vivacità decorativa. Le città in cui più notevoli sono le testimonianze di questo stile sono Burgos, León, Salamanca, Segovia, Toledo, Valladolid, dove furono attivi i maggiori esponenti dell'architettura del tempo: A. De Covarrubias, R. G. de Hontañón, L. Vázquez. Solo nella seconda metà del secolo, con l'avvento al trono di Filippo II, e in corrispondenza del purismo controriformistico, venne introdotto massicciamente un severo stile classicista, di derivazione manierista, che trovò il suo massimo esempio nell'Escorial di J. De Herrera. Un processo analogo a quello dell'architettura si svolse nel campo delle arti figurative, che conobbero un grande rigoglio. La scultura si sviluppò in varie scuole locali, tutte variamente sensibili ad apporti italiani e francesi, sempre però rielaborati in un linguaggio nazionale di grande esuberanza ornamentale. Maestri italiani come Domenico di Alessandro Farnese e, in seguito, Leoni Pompeo e Leone Leoni, attivi presso la corte, esercitarono una sensibile influenza su molti artisti locali, mentre vari scultori spagnoli appresero in Italia le basi della loro arte: fra i maggiori, A. Berruguete (Toledo), B. Ordoñez (Barcellona), D. de Siloé (Granada). Nel campo della pittura determinanti furono gli influssi fiamminghi e italiani. L'attività in Andalusia di personalità come P. de Campaña, F. Sturm e F. Frutet, assieme ai viaggi nei Paesi Bassi compiuti da artisti spagnoli, favorirono dapprima il predominio della corrente ispano-fiamminga, rappresentata da L. Dalmau e, in Castiglia (dove l'influsso fiammingo fu più durevole), da J. Inglés, dal Maestro di Sopetrán, da J. de Flandes, corrente che fu anche fondamentale per la formazione dei due maggiori pittori del periodo: B. Bermejo e P. Berruguete. Successivamente prevalsero però gli orientamenti italianeggianti per la mediazione di artisti quali J. de Borgoña (Toledo), F. de Llanos e F. Yáñez de la Almedina, formatisi in Italia e sensibili a influssi leonardeschi e raffaelleschi. La costruzione dell'Escorial richiamò numerosi artisti di varia provenienza ma soprattutto i manieristi italiani L. Cambiaso,P. Tibaldi, F. Zuccari, che confermarono il predominio italiano alla corte di Filippo II. Tuttavia i due massimi pittori attivi in Spagna nella seconda metà del sec. XVI furono due stranieri: El Greco, che non ebbe però che pochi seguaci, e A. Moro, che contribuì all'affermazione del realismo nella ritrattistica. Da segnalare, in età rinascimentale, anche la fioritura delle arti minori, particolarmente dell'oreficeria religiosa e del ricamo. In Castiglia alla fine del sec. XV si eseguirono infatti ricami di grande fastosità ornati di perle e pietre preziose (pianeta di Isabella la Cattolica, manto della Vergine del Sagrario), secondo un gusto decorativo che si accentuò nel Cinquecento e nel Seicento con il ricamo a forte rilievo, il lavoro di applicazione di velluto su raso a colori vivaci e la profusione di lustrini d'oro e d'argento.

Cultura: arte. Dal XVI secolo alla seconda guerra mondiale

Nei sec. XVI-XVII-XVIII conobbe una grande fioritura anche l'arte vetraria. La produzione catalana, caratterizzata dalla decorazione a smalto, si distingue per i colori densi e vivaci e gli schemi decorativi ispano-moreschi. Tra le più tipiche forme di recipienti si ricordano l'almorrata (a più becchi), il porrón (bottiglia-bicchiere con lunghissimo becco), il cantír o cantaro (bottiglia-bicchiere con due becchi opposti e manico superiore ad anello), tutti prodotti in Catalogna e a Valencia; caratteristici dell'Andalusia gli jarritos, vasi bassi e panciuti con lungo collo a tromba e manici ornati a creste. Col finire del sec. XVI si posero le premesse dello sviluppo della nuova arte barocca, che ebbe in Spagna lunga vitalità e durata prolungandosi fino alla fine del sec. XVIII, sia pure attraverso diverse fasi. Massimo centro culturale e artistico continuò a essere Madrid, sia per la presenza stimolante della corte, grande committente e collezionista, sia per il proseguimento dei lavori dell'Escorial. Accanto alle grandi realizzazioni religiose (chiese e conventi) e pubbliche (Palazzo della Granja, Palazzo Reale di Madrid, ampliamento del Prado), notevoli furono le sistemazioni urbanistiche, come quella della Plaza Mayor di Madrid (J. Gómez) e, nel sec. XVIII, di Aranjuez. Tra le scuole regionali in cui si differenziò il barocco, celebri quelle di Madrid, di Granada, di Galizia (D. de Andrade) e soprattutto quella di Salamanca dove furono attivi i Churriguera, dal cui stile di straordinaria fastosità ed esuberanza prese origine una vera e propria corrente architettonica. Anche la scultura secentesca fu in larga prevalenza religiosa e in ossequio alla precettistica controriformista si fece realista e patetica, con risultati sovente deteriori. Le scuole più vivaci furono quelle di G. Fernández, a Valladolid, e quella sivigliana, mentre più originale e isolata fu l'attività di A. Cano. Di altissimo livello fu la pittura del sec. XVII. L'influsso italiano, in particolare di Caravaggio, provocò il nascere di una scuola realistica, caratterizzata da un vivace senso luministico, che ebbe tra i suoi maggiori esponenti J. Ribera, che fu attivo a Napoli. D. Velázquez fu tra i protagonisti della pittura secentesca europea e diede vita, a Madrid, a un'attivissima scuola. Altri artisti madrileni furono fortemente influenzati dalla feconda attività spagnola di L. Giordano. In certa misura separata è la scuola sivigliana, che in F. de Zurbarán ebbe un artista di profonda e austera religiosità e in B. E. Murillo un felice esponente della pittura religiosa popolareggiante. Il sec. XVIII vide il proseguire, più stanco, dei grandi motivi dell'arte secentesca, sia nell'architettura sia nella decorazione. Solo con la seconda metà del secolo (fondazione dell'Accademia di S. Fernando a Madrid, 1752) venne lentamente introducendosi il gusto neoclassico, che incontrò tuttavia molte resistenze e restò a lungo limitato alla capitale (Palazzo del Prado, chiesa di S. Francisco el Grande). Anche nel campo della scultura gli interessi neoclassici furono accentrati a Madrid, mentre gli altri centri spagnoli restarono legati al decorativismo barocco. La seconda metà del sec. XVIII costituì dunque soprattutto un periodo di transizione verso la piena affermazione nel neoclassico, avvenuta soltanto nell'Ottocento. Assai stimolante, per ciò che riguarda la pittura, la presenza di G. Tiepolo e dei suoi figli, di C. Giaquinto e soprattutto di A. R. Mengs, che lasciò larga traccia. Del tutto isolata invece la potente personalità di F. Goya, esempio di un profondo rinnovamento stilistico e morale. Per tutto il sec. XIX e l'inizio del XX l'architettura fu caratterizzata da una coesistenza di orientamenti stilistici, da quelli neoclassici e accademici a quelli eclettici, di gusto romantico. Modesta nel complesso la scultura dove, dopo una fase accademica, si affermò il realismo, in parte di ispirazione tradizionale. In pittura si svilupparono correnti di influsso romantico, quali la pittura di storia e quella di paesaggio, mentre ebbero grande diffusione anche il disegno e la litografia, di derivazione goyesca. Solo marginale fu l'influsso dell'impressionismo (J. Sorolla, A. de Beruete ecc.).

Cultura: arte. Il Novecento

Mentre la cultura in Spagna restava in larga misura ancorata a un sostanziale provincialismo, all'inizio del XX secolo alcuni pittori spagnoli, quali P. Picasso, J. Gris, J. Miró, S. Dalí, si posero fra i massimi protagonisti della grande rivoluzione artistica del periodo. Fino alla seconda guerra mondiale sporadici furono i tentativi di rinnovamento culturale: già aperta alle avanguardie europee appare l'opera pittorica di J. de Echevarria, B. Palencia, D. Velázquez Díaz, mentre, nel campo architettonico, fondamentale fu la conoscenza del Bauhaus grazie all'esposizione tenuta a Madrid nel 1931 da W. Gropius. Soprattutto nel secondo dopoguerra però si constatò, da parte delle giovani generazioni, una vivace reazione antiaccademica insieme al tentativo di rendere partecipe la Spagna delle esperienze internazionali di maggior livello. Nel 1948 si verificarono eventi significativi e determinanti per lo sviluppo dell'arte spagnola d'avanguardia, quali la formazione del Gruppo delle Canarie, l'esposizione di arte astratta di Saragozza, la fondazione della rivista barcellonese Dau al Set, l'apertura della Scuola d'Altamira, di tipo antisurrealista. Da questi movimenti hanno preso il via vari gruppi indirizzati a forme espressive di origine astratta accomunati da una componente tipicamente spagnola di severa, forte drammaticità (E. Chillida, M. Millares, A. Saura, A. Tapies, F. Farreras ecc.). Per quanto riguarda l'architettura, nel primo Novecento originale fu l'esperienza di A. Gaudí a Barcellona, nella quale all'impiego di tecniche moderne si contrappone un ripiegarsi mistico e quasi visionario su esperienze culturali del passato. Nel 1929, in occasione dell'Esposizione Internazionale di Barcellona, sono stati costruiti alcuni edifici emblematici del Movimento Moderno, fra cui il più noto è il padiglione di L. Mies van der Rohe. Nel 1930 J. L. Sert ha fondato a Barcellona, insieme a S. Yllscas, il GATCPAC (Gruppo di Artisti e Tecnici Catalani per il Progresso dell'Architettura Contemporanea), tramutatosi poi in GATEPAC come sezione spagnola del CIRPAC (Comitato Internazionale per la Risoluzione dei Problemi dell'Architettura Contemporanea). Il gruppo ha organizzato manifestazioni, pubblicazioni sull'architettura razionalista e ha dato vita con Le Corbusier al piano Macia (1932-34) per il nuovo assetto urbanistico di Barcellona. La guerra civile ha poi bloccato le istanze moderniste a favore di una ripresa di modelli tradizionali con soluzioni spesso pittoresche (Esquivel, Siviglia 1948, A. de la Sota; Cáceres 1954-58, J. L. Fernández del Amo). Nel 1952 è nato il Gruppo R che ha ripreso i programmi del GATEPAC. Ricordiamo a questo proposito i lavori di J. M. Martorell, O. Bohigas e J. M. Sostres a Barcellona. A Madrid J. A. Corrales, R. Vázquez Molezún e M. Sierra hanno seguito l'esempio statunitense e il modello di pianificazione britannico. Negli ultimi anni del sec. XX l'architettura si è sviluppata essenzialmente a Barcellona e a Madrid. La scuola di Barcellona, aperta ad istanze progressiste, è legata alla borghesia illuminata ed emergente. Le Olimpiadi di Barcellona del 1992 hanno offerto alla città un'occasione unica per un riordino urbanistico nell'ambito metropolitano (Parc de la Vall d'Hebron, 1992; Paseo Marítimo de la Barceloneta, 1996, Auditorium, 1999, progettato da J. R. Moneo), da segnalare inoltre la realizzazione del MACBA (Museu d'Art Contemporani de Barcelona, 1990-1995) su progetto dell'architetto R. Meier, con un impianto spiccatamente razionalista e una struttura dall'aspetto brillante e luminoso ideale per ospitare la produzione artistica contemporanea della città, ormai di fama internazionale e le due torri dell'Hotel Arts (1992), simbolo della recente apertura di Barcellona al mare. A Madrid invece l'architettura è più tradizionalista, legata alla committenza pubblica (Stazione ferroviaria di Atocha, 1990, realizzata da Moneo). Ricordiamo anche il progetto Cartuja 93 a Siviglia (rivalutazione di aree periferiche al servizio della cultura e del tempo libero) e in Catalogna l'apporto e l'esempio di R. Bofill e dello Studio PER. In generale, l'architettura spagnola, nel passaggio dal sec. XX al XXI, evidenzia una piena integrazione con le tendenze planetarie, dimostrando così, al pari degli altri settori della vita culturale e artistica, di essersi definitivamente svincolata dall'isolamento “autarchico” che caratterizzò la produzione della dittatura franchista. Oltre ai già citati Sert, Bofill e Moneo, tra gli architetti maggiormente apprezzati anche al di là dei confini della madrepatria va ricordato anche Calatrava. Dopo il periodo concettualista e minimalista, in pittura dagli anni Novanta del sec. XX si è affermato l'oggettualismo, coi vari Tápies, Barceló, José Maria Sicilia e Garcia Sevilla. Infine, in ambito scultoreo, dove manca l'adesione a movimenti o scuole di maniera e prevalgono gli stili personali, meritano una citazione Susana Solano, Juan Muñoz, Jaume Plensa e Xamin Badiola.

Cultura: musica

La prima testimonianza di una tradizione musicale specificamente spagnola è il canto cristiano liturgico alquanto impropriamente denominato mozarabico (sec. V-XI). In seguito va ricordato lo sviluppo di una polifonia spagnola (sec. X-XII), con le rilevanti composizioni giunteci nel Codex Calixtinus, e, in ambito monodico, la fioritura delle cantigas, una delle tradizioni più rilevanti nel quadro della monodia europea del sec. XIII. Dopo le testimonianze polifoniche dei sec. XIII-XIV, trasmesse dal Códice de Las Huelgas, non si conoscono composizioni spagnole della prima metà del sec. XV: nella seconda metà invece si pongono le premesse della grande fioritura della musica rinascimentale, con la produzione di pagine sacre, villancicos e romances dovuta a J. del Encina (1468-1529) e a numerosi altri compositori presenti nel celebre Cancionero de Palacio e in altri cancioneros. Le personalità dominanti del Cinquecento sono C. de Morales (ca. 1500-1553), T. L. de Victoria (ca. 1550-1611) e F. Guerrero (1528-1599), che vanno annoverati tra i protagonisti della musica europea di quel secolo. Grande rilievo assume anche la musica per organo, con A. de Cabezón (1510-1566) e la ricca fioritura di opere per vihuela, con L. de Milán (ca. 1500-dopo il 1561), L. de Narváez (ca. 1500-dopo il 1555), A. de Mudarra (ca. 1508-1580) e numerosi altri. Nel sec. XVII la vihuela decadde, mentre si affermò la chitarra, specialmente con il compositore G. Sanz (1640-1710); tra gli organisti emerse J. Bautista Cabanilles (1644-1712). Proseguì la tradizione dei villancicos e dei romances e nacque una forma di teatro con musica, la zarzuela(il nome deriva dal palazzo dove nel 1657 fu rappresentato El golfo de las sirenas di P. Calderón de la Barca), con J. Hidalgo (ca. 1610-1685) e S. Durón (1650/60-ca. 1720), mentre rimase esclusa l'opera italiana. Essa fu introdotta nel sec. XVIII per iniziativa della corte borbonica, ma incontrò resistenze; in ambiente popolare fu preferita la tonadilla, semplice e spesso di carattere satirico, coltivata da P. Esteve y Grimau (m. 1794), L. Misón (m. 1776), B. de Laserna (1751-1816). La figura emergente in questo secolo, che, come il precedente, viene considerato di decadenza per la musica spagnola, è quella di A. Soler (1729-1783); ma si deve ricordare la significativa influenza dei due musicisti italiani vissuti a lungo in Spagna , D. Scarlatti (nella prima metà del Settecento) e L. Boccherini (nella seconda metà). Il più noto compositore spagnolo attivo all'estero fu V. Martín y Soler (1754-1806). Grave si fece la decadenza della musica spagnola nella prima metà del sec. XIX, in cui predomina l'influsso dell'opera italiana, ravvisabile anche nel protagonista di uno dei momenti più felici nella storia della zarzuela, F. A. Barbieri (1823-1894), accanto a cui vanno ricordati F. Chueca (1846-1908), M. Fernández Caballero (1835-1906), P. Arrieta y Corera (1823-1894), T. Bretón y Hernández (1850-1923), R. Chapí y Lorente (1851-1909). Soprattutto negli ultimi due si fece viva l'aspirazione a un teatro musicale spagnolo di carattere nazionale: di tali istanze va considerato sostenitore soprattutto F. Pedrell (1841-1922), la cui opera di compositore, didatta e studioso (in particolare del Rinascimento e della musica popolare spagnola) esercitò una significativa influenza sui compositori spagnoli della generazione successiva che raggiunsero fama europea: I. Albéniz (1860-1909), E. Granados (1867-1916) e M. de Falla (1876-1946), il maggior musicista spagnolo del Novecento. Accanto a loro, ma su un livello nettamente inferiore, può essere ricordato J. Turina (1882-1949). L'influenza di De Falla si avverte chiaramente in E. Halffter (1905-1989), mentre tra i compositori spagnoli più attenti alle ricerche più avanzate del secondo dopoguerra vanno ricordati C. Halffter Escriche (n. 1930) e L. de Pablo (n. 1930). La tradizione della zarzuela ha trovato prosecutori in J. Serrano (1873-1941), J. Guerrero (1895-1951), F. Moreno Torroba (1891-1982), autore anche di fortunata musica per chitarra. Questo strumento ebbe costantemente cultori in Spagna : si ricordano in particolare F. Sor (1778-1839) e F. Tarrega (1825-1909). A parte vanno ricordati alcuni concertisti spagnoli di larga fama: il violinista P. de Sarasate (1844-1908), il pianista R. Viñes (1875-1943), il violoncellista P. Casals (1876-1973), il chitarrista A. Segovia (1894-1987). Grande rilievo ha avuto nella vita musicale spagnola e nella stessa musica colta europea, a partire dal sec. XIX, la tradizione popolare, soprattutto quella andalusa del cante hondo e del flamenco.

Cultura: teatro

Dopo la caduta dell'Impero romano, durante il quale anche in Spagna , come nelle altre province, erano in funzione numerosi circhi e teatri, la Chiesa impedì per molti secoli ogni forma di rappresentazione e sopravvissero soltanto riti e feste d'origine pagana che le autorità religiose cercavano a volte di proibire e a volte di incorporare nelle loro cerimonie. Poi nelle zone sfuggite alla dominazione dei Mori, si sviluppò, partendo come altrove dai tropi del rituale cristiano, una forma di dramma liturgico caratterizzato ben presto da complesse e sontuose strutture spettacolari (ne è ancor oggi testimonianza la rappresentazione che si svolge annualmente per l'Assunzione nella chiesa di Elche, su un testo del sec. XVI, ma con probabile riferimento a una tradizione ancor più antica). Che questa forma di teatro si sia ben presto secolarizzata è attestato dal codice di Alfonso X il Dotto (1221-84) che vietava a preti e laici la partecipazione a juegos de escarnio e autorizzava rappresentazioni per Natale, l'Epifania e Pasqua, ma solo sotto il diretto controllo delle autorità ecclesiastiche. Nella prima metà del secolo successivo l'istituzione della processione del Corpus Domini permise di affiancare agli intenti edificanti propri di questa festa elementi tratti da forme di spettacolo popolare, fiorite, in stato di semiclandestinità, in epoche precedenti (soprattutto per opera dei juglares, giullari). Alcuni di questi elementi, soprattutto le esibizioni pirotecniche e i finti combattimenti, entrarono ben presto nel cerimoniale di corte in occasione di feste nuziali o di visite di personaggi illustri, mentre i tornei cessavano di essere fatti d'arme per diventare avvenimenti spettacolari, spesso ispirati a famosi romanzi cavallereschi, e altre forme teatrali, come gli entremeses, servivano da svago ai potenti. Sorse così, verso la fine del Quattrocento, un teatro di corte, nel quale alle preoccupazioni religiose si mescolavano i nuovi ideali del Rinascimento, che ospitò drammi pastorali, mitologici e cavallereschi spesso di notevole valore letterario. A corte veniva occasionalmente accolta anche la compagnia dell'attore-autore Lope de Rueda, il primo capocomico professionista spagnolo, che recitava le sue commedie e i suoi pasos soprattutto nei villaggi e nelle piazze. Contemporaneamente (metà del sec. XVI) giunsero in Spagna le prime compagnie italiane dell'Arte (importante quella di Ganassa) che fornirono un modello di alta professionalità e un solido schema organizzativo ampiamente imitato. Fu così che si formò un vero e proprio teatro professionale (a opera di compagnie itineranti), che trovò le sue prime sedi prendendo in affitto semplici cortili (corrales) circondati da case, fin quando (a Madrid dal 1572) il monopolio delle rappresentazioni teatrali non fu affidato a organizzazioni benefiche (come la madrilena Cofradía de la Pasión) che resero permanenti due corrales de comedias. Essi consistevano in un palcoscenico (a due piani con sommari elementi scenografici e poche semplici macchine) proiettato verso il pubblico che prendeva posto nel patio (i cosiddetti mosqueteros, gli spettatori più umili ma anche i più rumorosi), su vari palchetti o (le donne) in un'apposita galleria. Le compagnie erano dirette da un autor de comedias, cioè da un impresario-capocomico che acquistava i copioni dagli scrittori, scritturava gli attori e stipulava i contratti con i gestori dei corrales (co fradías o municipalità). Fu questo il teatro spagnolo del secolo d'oro, frequentato da rappresentanti di tutte le classi sociali e destinato soprattutto alle città che assorbivano una quantità enorme di comedias, il che spiega la copiosissima produzione di Lope de Vega o di Calderón de la Barca. Accanto a questo teatro professionale, c'erano gli autos sacramentales che venivano rappresentati nelle piazze su apposite impalcature in occasione del Corpus Domini e c'era un fiorente teatro di corte (come all'interno del Buen Retiro) che ospitava spettacoli caratterizzati dall'impiego di macchine complicate e da vistose trovate scenografiche. Dal teatro di corte si sviluppò anche un genere particolare, la zarzuela, brevi opere d'argomento mitologico sfarzosamente allestite, il cui successo coincise (nella seconda metà del Seicento) con il rapido declino del teatro commerciale. Il Settecento vide il trionfo dell'opera italiana (a corte e altrove), nonché la graduale sostituzione di teatri permanenti agli antichi corrales. Si rappresentavano commedie neoclassiche imitate dal francese, rifacimenti di testi del secolo precedente, zarzuelas, melólogos (monologhi o dialoghi con accompagnamento musicale), escenas mudas (pantomime pure con musica) e sainetes. L'Ottocento fu, come altrove, il secolo del teatro borghese nelle sue varianti romantica e realistica, e fu solo dopo il 1890 che si verificarono alcune importanti novità: il clamoroso successo della zarzuela intitolata La verbena de la paloma (1894), di R. de la Vega; il trionfo del género chico e l'apertura, a Barcellona, del Teatre Intim di A. Gual, primo esempio in Spagna di teatro sperimentale di tendenza simbolistica. Con il nuovo secolo la reazione antirealistica culminò in un rinnovato interesse per il teatro dei fantocci e per il teatro d'ombre (con copioni firmati dai maggiori scrittori dell'epoca) e nell'attività svolta da M. Sierra come direttore, dal 1917 al 1925, del Teatro Eslava di Madrid. Altri importanti uomini di teatro furono negli anni precedenti la guerra civile A. Cipriano Rivas Cherif, fondatore nel 1928 della compagnia El Caracol e successivamente animatore, con M. Xirgu, del Teatro Escuela de Arte, e i fratelli Baroja che allestirono al Mirlo Blanco varie commedie di R. del Valle-Inclán. Poi nel 1931, dopo l'avvento della Repubblica, sorsero alcuni teatri proletari e due istituzioni sovvenzionate, la Barraca di G. Lorca, che presentava testi classici nei villaggi, e il Teatro del Pueblo di A. Casona, cui si aggiunse, negli anni della guerra civile, la Nueva Escena di R. Alberti, il più importante dei gruppi politici di parte repubblicana. La vittoria di Franco segnò, anche in teatro, la restaurazione di un'immagine della Spagna non più rispondente alla realtà. Si rappresentarono soprattutto commedie d'evasione (spesso importate dall'estero) o classici edulcorati, nonché rivistine, zarzuelas e altre forme di teatro scacciapensieri. La prima reazione di rilievo fu nel 1945 la creazione, a opera di A. Sastre e A. Paso, di Arte Nuevo, un gruppo dichiaratamente sperimentale. In seguito Paso divenne un autore meramente commerciale, mentre Sastre continuò, tra mille difficoltà, a propugnare un teatro socialmente impegnato con le sue commedie e con l'attività svolta in organismi come il Teatro de Agitación Social e il Grupo de teatro realista. Importante è stata anche negli anni Sessanta la riscoperta di autori come Lorca, Unamuno, Valle-Inclán e Casona, nonché il lavoro compiuto da compagnie professionali, prima fra tutte quella di N. Espert (che ha contribuito al rinnovamento del teatro in lingua catalana) e da vari gruppi sperimentali. Questi ultimi, operanti spesso nella clandestinità durante il franchismo, hanno avuto modo, dopo il 1975, di rivelarsi più apertamente. Il più importante è l'Els Joglars di Barcellona, diretto da A. Boadella, impegnato a praticare un teatro di protesta, di resistenza e di agitazione sociale (molti suoi membri, a metà degli anni Settanta, sono stati anche arrestati e processati). Altre formazioni di rilievo sono l'Els Comediants, nato nel 1972 sotto la guida di J. Font, che tenta un percorso di immediata e diretta comunicazione con il pubblico (si ricordino le performances del marzo 1981, attuate “invadendo” la città di Venezia in occasione dell'apertura del carnevale, e che sono state poi replicate con successo in giro per il mondo) e La Fura dels Baus, che nasce alla fine degli anni Settanta ispirandosi a manifestazioni popolari del folklore mediterraneo. Da segnalare anche l'attività di altri gruppi come il Tei, il Teatro Tabano di Madrid, la Cuadra di Siviglia e il Teatro Estudio Lebrijano.

Cultura: danza

Il patrimonio coreutico iberico è fra i più ricchi al mondo e la nazione spagnola può contare su almeno due straordinari filoni di tradizione autoctona, quello di ascendenza flamenco-andalusa e quello accademico-spagnolo della escuela bolera. Accanto a questi due filoni maggiori sopravvivono una quantità di tradizioni coreutiche regionali e, in tempi moderni, si sono affermate nuove forme di espressione coreutica che attingono alla tradizione ballettistica e a quella del modernismo e dello sperimentalismo internazionale. Le origini del flamenco – tuttora spesso erroneamente considerato un'arte esclusivamente gitana – si perdono nella notte dei tempi. Le prime tracce sono di epoca preiberica e risalgono allo sviluppo di una fiorente civiltà insediatasi nel Sud della Spagna, che aveva per capitale Tartesso. In epoca romana Marziale e Giovenale narrano di danze insolitamente ritmiche eseguite dalle fanciulle di quella regione con l'accompagnamento dei crotali. Con l'arrivo degli Arabi in Andalusia (711 d. C.) l'influenza orientale si aggiunse all'eredità della musica liturgica greco-bizantina e giudaica e a quella ritmico-musicale di ascendenza ibero-celtica romanizzata, confluendo in una forma unica di cultura che, dopo la Reconquista si irradiò in tutte le regioni della Spagna , perdendo in questo passaggio alcuni dei suoi tratti peculiari. Nel sec. XX, con l'apertura dei primi Cafés Cantantes, la musica e la danza andaluse, che avevano mantenuto intatti caratteri antichissimi, subirono una divaricazione. Se da un lato continuò a fiorire, in circoli ristretti, il flamenco andaluso – frutto di intricati e geniali percorsi di improvvisazione individuale ottenuta per accumulazione geometrica secondo un insieme di regole di proibitiva complessità, protette da una sorta di intangibilità iniziatica – dall'altro si verificò una parallela evoluzione della tradizione flamenca secondo forme più lineari e stilizzate, trascrivibili – nel caso della musica – e trasmissibili – per la danza. Quanto alla escuela bolera, che ebbe la sua massima fioritura nei sec. XVIII e XIX, ma la cui tradizione è giunta fino a noi grazie all'attività di celebri famiglie di artisti, fra i quali i Pericet, essa può essere sinteticamente definita come una variante spagnola dell'accademismo di scuola franco-italiana, con alcune proprie regole, eccentriche rispetto al corpus principale. In epoca moderna il patrimonio iberico e la moderna tradizione del balletto risalente a S. P. Djagilev (che soggiornò in Spagna con i suoi Ballets Russes negli anni del primo conflitto mondiale) si riunirono in una singolare e geniale figura di interprete-creatrice, La Argentina (nome d'arte di Antonia Mercé), cui si è soliti attribuire il merito della moderna rinascita della tradizione coreutica teatrale spagnola. Intorno a lei e dopo di lei sono fiorite numerose altre notevoli figure di interpreti-creatori (La Argentinita, Antonio, V. Escudero, Mariemma, P. López, J. Greco, A. Gades, M. Maya) che hanno vivificato la tradizione spagnola, rendendola nuovamente celebre in tutto il mondo. A partire dal 1979, per iniziativa del Ministero della cultura, la Spagna possiede anche un Balletto Nazionale Classico orientato alla formazione di un repertorio ispirato alla tradizione ballettistica internazionale. Accanto a esso il Ballet Nacional de Espana, nato nel 1978, si prefigge di conservare e arricchire, secondo un'originale disciplina di scuola, il patrimonio folclorico nazionale. Nell'ultimo quindicennio sono poi fiorite in Spagna numerose altre espressioni coreutiche variamente ispirate a esperienze stilistiche e coreografiche di ascendenza europea e americana. Personalità come quelle di V. Ullate – già ballerino nella compagnia di Antonio (Ruiz Soler) e nel Ballet du XXe Siècle di M. Béjart –, V. Saez, e gruppi come Mudances, Lanònima Imperial, Gelabert-Azzopardi Compania de danza, arricchiscono il panorama spagnolo contribuendo a farne uno dei terreni di più vivace attività coreutica nel mondo.

Cultura: cinema. Dalle origini agli anni Settanta del XX secolo

Dal 1896 a Madrid e a Barcellona, il cinema entrò in Spagna negli ultimi anni del secolo sotto il duplice stendardo dell'esercito e della Chiesa, ampiamente sbandierato nei primi cinegiornali (anche se, nel 1898, il reportage anonimo La llegada de las tropas de Cuba, L'arrivo delle truppe da Cuba, recava inconsciamente una sinistra eloquenza). Tra i pionieri vanno citati S. de Chomón, maestro di trucchi che fece poi carriera all'estero, F. Gelabert e R. de Baños che negli anni Dieci realizzarono i primi film di successo e di qualche prestigio. Le società non mancavano, specie a Barcellona, ma la produzione imitava il cinema straniero o blandiva la piccola borghesia locale con spagnolismi insulsi e volgari. Negli anni Venti, sotto la dittatura “protezionistica” di P. de Rivera, si affermarono quali registi nazionali B. Perojo, J. Buchs, F. Delgado e F. Rey (1896-1961) che nel 1929 firmò con La aldea maldita (Il villaggio maledetto), fortemente influenzato dal realismo russo, il migliore dei film spagnoli muti. Intanto, nel 1928, era nato a Madrid il primo cineclub (fondato da L. Buñuel) e nei primi anni Trenta nacque la rivista Nuestro Cinema grazie a J. Piqueras (1904-1936), fucilato nella guerra civile. L'introduzione del sonoro coincise con l'avvento della Repubblica. Buñuel girò nel 1932 Las Hurdes (tit. italiano Terra senza pane), documentario di grande efficacia su una delle regioni più povere della Spagna, riuscendo in seguito a imporsi al grande pubblico con film che univano elementi onirici, critica sociale e umorismo beffardo da Un Chien andalou, 1928 (Un cane andaluso) e L'Âge d'or, 1930 (L'età d'oro), a Los Olivados, 1950 (I figli della violenza), a Le charme discret de la bourgeoisie, 1950 (Il fascino discreto della borghesia) e Viridiana (1960). Negli anni Trenta molti registi si dedicarono a un'attività alquanto impersonale (E. F. Ardavin, E. Neville, J. L. Saenz de Heredia e altri). Nel 1935 si produssero una quarantina di film, tra i quali solo un paio da ricordare: Nobleza baturra (Nobiltà contadina) di Rey e La verbena de la paloma (La festa della colomba) di Perojo. Fiorì però il documentarismo di C. Velo (poi esule in Messico come Buñuel). Dopo il 1939 e la caduta della Repubblica, la produzione si stabilizzò sui 30-50 film annui, quasi raddoppiati con gli anni Sessanta. Ma, come disse nel 1955 J. A. Bardem alle Conversaciones cinematográficas di Salamanca, si trattava pur sempre di un cinema “politicamente inefficiente, socialmente falso, intellettualmente infimo, esteticamente nullo e industrialmente rachitico”, anche se, fin dai primi anni Cinquanta, proprio Bardem con L. G. Berlanga aveva segnato la nascita di un cinema nazionale fatto “con amore, sincerità e onore”. Dominato da queste due personalità, e non certo da L. Vajda che nel 1954 ottenne successo anche all'estero con Marcelino pan y vino, il decennio subì l'influsso positivo del neorealismo italiano e all'inizio del decennio successivo, mentre il reduce Buñuel trionfava a Cannes con Viridiana (1961), subito sconfessato dal regime, l'italiano M. Ferreri con El cochecito (La carrozzella) mise in moto l'umorismo nero di R. Azcona, suo sceneggiatore. Negli anni Sessanta una certa liberalizzazione controllata, un certo protezionismo per i film di qualità e i cínemas d'arte y ensayo, lo sviluppo delle riviste specializzate, la presenza di un produttore spregiudicato come E. Querejeta fecero parlare di nueva ola, di nuevo cine. Guardati a vista, Bardem e Berlanga diedero altre felici prove (il primo Nunca pasa nada (Non succede mai niente) nel 1963, il secondo La ballata del boia nel 1964), mentre emergevano nuovi talenti: anzitutto C. Saura (Los golfos, 1960; La caza, 1966, La caccia), poi M. Picazo (La tía Tula, da Unamuno, 1964), J. Camíno (Los felices '60, 1963), J. Grau, B. M. Patino, F. Regueiro, M. Summers, A. Fons, A. Eceiza, J. Aguirre; senza contare la cosiddetta scuola di Barcellona, il cui film riassuntivo fu Fata morgana (1965) di V. Aranda, che tentò nello stesso periodo di operare a livello stilistico una rottura, anzi una completa distruzione della realtà non più tollerata. Il passaggio dall'uno all'altro decennio, caratterizzato da una recrudescenza della censura, può essere illustrato da due film ermetici e durissimi del giovane A. Ungría: El hombre oculto (fine anni Sessanta) e Tirarse al monte (inizio anni Settanta). Notevole, in questa congiuntura, anche il rinnovato impegno ideologico di Saura, e da segnalare il bel film di V. Erice El espíritu de la colmena (Lo spirito dell'alveare), premiato al Festival di San Sebastián del 1973.

Cultura: cinema. Il cinema postfranchista

Durante la lunga agonia del generalissimo Franco entrarono in lavorazione tre film, che nel 1976 annunciavano una Spagna diversa: Cría cuervos... di Saura, La famiglia di Pascual Duarte del giovane R. Franco (entrambi premiati a Cannes), Las largas vacaciones del '36 (Le lunghe vacanze del '36) di Camíno, che direttamente si ricollega ai momenti tragici della guerra civile. Il dopo Franco portò una liberalizzazione sia politica che nei costumi (l'orgia di nudo sugli schermi), senza però che si perdesse subito l'uso della metafora, specie nei film di Saura, come anche nel Ponte di Bardem. L'assuefazione alla quarantennale notte del franchismo impediva a molti di rompere col passato. Passato che in modo limpido e agghiacciante riemergeva dal trittico documentario di B. M. Patino, Canciones para después de una guerra (Canzoni per un dopoguerra, 1971, a lungo bloccato dalla censura), Querisídimos verdugos (1976, tit. italiano Carissimi carnefici) e Caudillo (1977). In Raza, el espíritu de Franco (1977), G. de Herralde “rileggeva” criticamente il vecchio Raza (1941) di J. L. Saenz de Heredía su soggetto del dittatore. Venivano alla luce i riti del fascismo in Camada negra (1976) di M. Gutiérrez Aragon, e soprattutto le “diversità” che il fascismo non tollerava: il legame sesso-morte in Bilbao (1978) di J. Bigas Luna, l'omosessualità in A un dios desconocido (1977; A un dio sconosciuto) di J. Chávarri e in Ocaña un retrato intermitente (1978; Ocaña un ritratto intermittente) di Ventura Pons. Con La ciutat cremada (1976, tit. italiano La città bruciata) di A. Ribas, nasceva il cinema interamente parlato in catalano. In Alicia en la España de las maravillas (1977; Alice nella Spagna delle meraviglie) di J. Feliu si ironizzava sulla democrazia che, subentrata a una dittatura dal volto macabro, assumeva parvenze giovani e vecchie, sempre denudate, inafferrabili, magari multinazionali. Un film sulla Guardia Civil, El crimen de Cuenca (1980) di P. Miró, venne anche proibito. Cosicché, alla fine degli anni Settanta, il cinema spagnolo non risultava all'altezza delle generali speranze, pur cogliendo importanti successi all'inizio degli anni Ottanta: l'Orso d'oro di Berlino, sia pure ex-aequo, e sia pure col non eccelso La camada di M. Camus; e lo speciale premio di Cannes al film-balletto di Saura, Carmen. Oltre a questi cineasti vanno ricordati J. L. Garci che con Volver a empezar (1982; Ricominciare) porta, per la prima volta, un film spagnolo a vincere l'Oscar. Paradossalmente nello stesso periodo, mentre il cinema iberico sopravviveva grazie ai contributi governativi, esplodeva internazionalmente il "fenomeno" Almodóvar, tra i più effervescenti portabandiera della nuova Spagna: Pepi, Luci, Bom y otras chicas del montón (1980; Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio); La ley del deseo (1986; La legge del desiderio); Laberinto de pasiones (1982; Labirinto di passioni); Qué he hecho yo para merecer esto? (1985; Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?); Matador, 1987; Mujeres al borde de un ataque de nervios (1988; Donne sull'orlo di una crisi di nervi); Átame! (1990; Legami!); Tacones lejanos (1991; Tacchi a spillo); Kika, 1993; La flor de mi secreto (1995; Il fiore del mio segreto); Carne trémula, 1997; Todo sobre mi madre (1999; Tutto su mia madre), che vinse l'Oscar per il miglior fil straniero nel 2000; Hable con ella (2002; Parla con lei), La mala educación (2004; La cattiva educazione), Volver (2006), Los abrazos rotos (2009; Gli abbracci spezzati), La piel que habito (2011; La pelle che abito) e Los amantes pasajeros (2013; Gli amanti passeggeri). Temi ricorrenti delle sue opere sono la violenza, l'omosessualità e in generale le passioni dell'animo umano, indagate in modo profondo e toccante. Sulla scia del suo straordinario successo, molti registi sono riusciti a superare i confini nazionali, facendosi notare per una serie di pellicole dagli argomenti più vari (prevalente la tematica erotica, trattata con disinvolto spirito scandalistico, in funzione dissacratoria e anticonformista). Tra i nomi più interessanti troviamo M. Armendaritz (La 23 hora, 1986), F. Trueba (Belle époque, 1992, premio Oscar per il miglior film straniero), A. Albacete (Mas que amor, frenesi, 1996), M. Lombardero ( El brazos de la mujer madura, 1997), J. L. Guerin (Tren de sombras, 1997), R. Franco ( La buena estrella, 1997), A. Amenábar (Tesis, 1996; Abre los ojos, 1997; Mar adentro, 2004, premio Oscar per il miglior film straniero) e i già citati Gutierrez Aragon (La mitad del cielo, 1986) e Aranda (Amantes, 1991; La pasión turca, 1997). La diffusione all'estero di numerose produzioni iberiche ha inoltre permesso ad alcuni attori spagnoli come C. Maura, V. Abril e A. Banderas, di acquisire una notevole fama internazionale. Se in patria i film dell'anziano Berlanga continuano a raccogliere consensi (La vaquilla, 1985; Paris-Timbuktu, 1999), anche gli autori rappresentativi della cinematografia degli ultimi decenni sono tornati alla ribalta:.tra questi Saura (Ay Carmela!,1991; Dispara!, 1993; Flamenco, 1995; Taxi, 1996; Tango, 1998; Goya, 1999; Buñuel y la mesa del rey Salomón, 2001) e Bigas Luna: Las edades de Lulú (1990; Le età di Lulù); Jamón, jamón (1992; Prosciutto prosciutto); La teta y la luna, 1994; Bámbola, 1996; La camarera del Titanic (1998; L'immagine del desiderio); Son de mar (2001; Il suono del mare), Yo puta (2004. Io puttana). Nel dicembre 1999, nell'isola di Lanzarote, lo Spanish Film Screening for Europe ha rivelato il talento di nuovi registi, tra i quali ricordiamo Carlos Saura jr con Tu que harias por amor. La produzione cinematografica spagnola si mantiene vivace anche nel periodo di passaggio dal XX al XXI secolo, con titoli che spaziano tra una varietà di generi. Tra le pellicole che hanno varcato i confini nazionali si ricordano i drammatici El crimen del padre Amaro (2002; Il crimine di padre Amaro) di C. Carrera, Lucia y el sexo (2002; Lucia e il sesso) di J. Medem, Los lunes al sol (2002; I lunedì al sole) di F. Leon de Aranoa, El portero (2003; Il portiere) di G. Suarez, Tuno negro (2003) di V. J. Martin e P. Barbero. Ricco anche il filone thriller-horror, con i lavori di J. Balaqueró (Los sin nombre, 1999, I senza nome; Darkness, 2002), E. Martinez-Lazaro (La voz de su amo; 2001, La voce del padrone) e F. Plaza (Segundo nombre; 2002, Secondo nome). Nella produzione contemporanea spagnola rivestono un ruolo significativo anche i film fantastici e di animazione, come Intacto (2001; Intatto) di J. Fresnadillo, El bosque animado (2001; Il bosco animato) di M. Gómez e A. de la Cruz, El Cid, la leyenda (2003; La leggenda del Cid) di J. Pozo. Infine, tra i lavori a sfondo storico hanno avuto discreto successo Lázaro de Tormes (2001) di F. Fernán Gómez e J. L. Garcia Sanchez e Juana la loca (2002; Giovanna la Pazza) del già citato V. Aranda.

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N. Alonso Cortés, El teatro espanol en el siglo XIX, Barcellona, 1957; G. Torrente Ballester, Teatro espanol contemporáneo, Madrid, 1957; A. B. Donovan, The Liturgical Drama in Medieval Spain, Toronto, 1958; J. A. Cook, Neo-Classic Drama in Spain, Dallas, 1959; J. P. Borel, Théâtre de l'impossible, Neuchâtel, 1963; F. Ruiz Ramón, Historia del teatro espanol, 2 voll., Madrid, 1967-71; R. Salvat, El teatro de los anos Setenta, Barcellona, 1974; E. Caldera, Il teatro politico spagnolo del primo Ottocento, Roma, 1991.

Per il cinema

E. Ducay, Del sonido a la guerra, Salamanca, 1955; C. Fernández Cuenca, Fructuoso Gelabert, fundador de la cinematografía espanola, Madrid, 1957; J. Lopez Clemente, Cine documental espanol, Madrid, 1960; J. M. García Escudero, El cine espanol, Madrid, 1962; F. Méndez-Leite, Historia del cine espanol, Madrid, 1964; G. Cincotti, Nuovo cinema spagnolo a Olbia, in “Bianco e Nero”, 7-8, Roma, 1969; L. Micciché, Spagna: Silenzio e grido a Madrid e La scuola di Barcellona, in “Il nuovo cinema degli anni '60”, Torino, 1972; C. M. Cluny, J. Grant, Carlos Saura, in “Cinéma 75”, 201-202, Parigi, 1975; E. Vinsani, A. Dalla Vecchia, Sguardo sul cinema spagnolo, Milano, 1991.

Per la danza

T. Borrul, La danza espanola, Barcellona, 1946; S. Gasch, Diccionario del baile y de la danza, Barcellona, 1950.

Per il folclore

E. Lopez Chiavarri, Música popular espanola, Barcellona, 1958; G. de Bazandiran, Danzas de Euskalerri, San Sebastián, 1963; R. M. de Azkue, Cancionero popular vasco, 2 voll., Bilbao, 1968; J. M. Gómez Tabernera e altri, El folclore espanol, Madrid, 1968; J. Hidalgo Montoya, Folclore musical espanol, Madrid, 1975; C. Pascual, Guía sobrenatural de Espana, Madrid, 1976.

Media

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