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Medioèvo o Mèdio Èvo

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Descrizione generale

sm. [sec. XVII; medio+evo]. L'età di mezzo tra quella antica e quella moderna. Nella storiografia occidentale il concetto di età di mezzo – il termine medioevo fu usato per la prima volta dal tedesco Cristoforo Keller (Cellarius) nella sua Historia medii aevi dai tempi di Costantino alla caduta di Costantinopoli del 1453, pubblicata nel 1688 – si costituisce a cominciare dalla seconda metà del sec. XV. Esso deriva dallo studio inteso a definire con una valutazione complessiva il periodo che va dalla decadenza dell'Impero romano agli inizi di un'età moderna che si distingue per eventi nuovi, irriducibili al passato e determinanti per l'avvenire, quali la rinascenza artistica e culturale, la scoperta di nuove terre, la Riforma protestante, l'affermazione dei grandi Stati nazionali. È ovvio che i limiti cronologici tradizionali e più comunemente ammessi di tale periodo, l'anno della deposizione dell'ultimo imperatore romano d'Occidente (476) e l'anno della scoperta dell'America (1492), sono puramente convenzionali e simbolici e possono essere, e sono stati, variamente modificati dagli studiosi, secondo che da un lato la decadenza, dall'altro il rinnovamento siano stati valutati da un punto di vista artistico o culturale, religioso, politico-economico-sociale, ecc. Nel concetto di Medioevo è rimasto a lungo implicito (e non del tutto scomparso) un giudizio negativo, proprio della storiografia umanistica, protestante e soprattutto illuministica, polemicamente rovesciato dalla storiografia romantica, ma ripreso da quella positivistica. La storiografia moderna, sostenuta dai risultati di un imponente lavoro di erudizione e di critica (avviato nel sec. XVII e in seguito sempre più approfondito e affinato), evitando le generalizzazioni astratte e i relativi giudizi complessivi, tende a evidenziare, del Medioevo, i caratteri originali e soprattutto le istanze religiose, che ne costituiscono la connotazione essenziale e dominante, quali siano gli aspetti particolari (compresi quelli economici, al cui studio è dedicata specialmente la storiografia marxista).

Dalle invasioni barbariche alle invasioni longobarde e arabe

Il Medioevo si inizia con le grandi invasioni barbariche nell'area imperiale romana nel quadro di una più ampia migrazione di popoli in Asia e in Europa. La strategia difensiva adottata con successo dall'Impero nei sec. III e IV (contenimento dei barbari con le armi oltre il Reno e il Danubio, riforme politico-militari di Diocleziano e Costantino, primi accoglimenti di barbari, in qualità di federati, in territorio romano) divenne inefficace nel sec. V per la concomitanza di due ordini di fatti: nell'Impero, un avanzato processo di deterioramento istituzionale, economico-sociale, militare e morale, nonché dal travaglio di sviluppo del cristianesimo; fuori dall'Impero, un'accresciuta pressione dei barbari sui confini provocata a sua volta dall'arrivo in Europa degli Unni. Venuta meno la difesa, l'Impero d'Occidente fu interamente invaso da popolazioni germaniche che, dopo più o meno lunghe e rovinose peregrinazioni, vi si stanziarono, alterandone profondamente la composizione etnica, le strutture politiche, economiche e sociali e la vita spirituale. Sorsero così i regni romano-barbarici degli Angli e dei Sassoni in Inghilterra, dei Vandali in Spagna poi nell'Africa mediterranea occidentale, dei Visigoti in Gallia e in Spagna, poi solo in Spagna, dei Franchi in Gallia, dei Burgundi ancora in Gallia, degli Ostrogoti in Italia. Nel corso di questa catastrofe si ebbero le incursioni degli Unni, due assalti barbarici a Roma (Visigoti nel 410, Vandali nel 455), la deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'Occidente (476). Dall'Impero d'Oriente, rimasto relativamente indenne grazie alla sua più salda organizzazione, Giustiniano I promosse nel sec. VI la riconquista dell'Occidente mediterraneo, annettendo l'Africa vandalica, l'Italia ostrogotica e una parte della Spagna visigota; ma nel secolo stesso l'Italia fu invasa dai Longobardi, nel sec. VII tutta l'Africa mediterranea e nel sec. VIII la Spagna e anche una parte della Gallia furono conquistate dagli Arabi, e nella stessa Penisola Balcanica entrarono gli Slavi.

La restaurazione dell'impero romano-cristiano

La rottura definitiva dell'antica unità romana del Mediterraneo, per le sue imponenti conseguenze storiche, è considerata da alcuni storici (Pirenne e sua scuola) come la vera fine del mondo antico e come il prologo del Medioevo. L'avanzata dell'Islam produsse infatti un trauma nell'economia di scambio di cui il Mediterraneo era ancora il campo, col conseguente ripiegamento dei Paesi europei sull'economia agraria; ma per la cristianità fu anche uno stimolo a una difesa più coerente ed efficace, che si dispiegò in Oriente per opera di Leone III l'Isaurico (difesa di Costantinopoli, 717-718 e successiva controffensiva) e in Occidente per opera dei Franchi (vittoria di Carlo Martello a Poitiers, 732, e successive controffensive di Pipino il Breve e di Carlo Magno); le due azioni si svolsero indipendentemente l'una dall'altra, ma ovviamente con beneficio comune. In Occidente il regno dei Franchi, divenuto grazie a una sempre più stretta alleanza col papato il presidio della cristianità romana e dilatatosi in questa veste a W fino ai Pirenei e oltre, a S all'Italia longobarda, a E fino all'Elba e al Danubio, parve la reincarnazione dell'antico Impero Romano in Occidente rinnovato nel segno della croce, col Reno come asse politico, Roma pontificia come santuario. Simbolo della restaurazione d'un impero romano-cristiano ai confini tra la realtà, il mito radicato nella tradizione, l'idealità proiettata nel futuro, fu l'incoronazione in Roma di Carlo Magno imperatore per mano di papa Leone III (800). La fragile unità dell'Impero carolingio fu disfatta da crisi di potere, dall'insorgere nel suo seno delle forze dispersive del feudalesimo, allora in piena fioritura, e di primordiali orgogli nazionali (Francia, Germania, Italia) e da nuove invasioni (Ungari, Normanni, Saraceni), che prevalsero per tre quarti di secolo dopo la sua fine (887). La stessa forza di coesione costituita dalla Chiesa, coinvolta nei suoi primi tempi di sovranità temporale in una serie di crisi, andò indebolendosi. Di iniziativa germanica, e non più franca o franco-papale, fu la restaurazione politico-religiosa di Ottone I di Sassonia, incoronato imperatore nel 962, quando la sua vigorosa personalità di sovrano degno di essere paragonato a Carlo Magno s'era imposta in Germania e in Italia (non nel regno di Francia, di fatto già fuori dell'Impero) e in Roma stessa, con la tutela e la correlativa sottomissione del papa.

La supremazia del papato e lo scisma d'Oriente

Tra la fine del sec. X e gli inizi dell'XI Ottone III e papa Silvestro II proposero le linee concettuali del rinnovamento dell'Impero (renovatio imperii), rimaste intatte sin quasi alla fine del Medioevo: rinnovamento voleva dire riunione di tutto il mondo cristiano (Occidente e Oriente) sotto il governo solidale dell'imperatore e del papa, residenti entrambi a Roma, ai fini della promozione di una sempre più larga e autentica comunità di credenti. Quasi fusione, dunque, della Chiesa e dell'Impero nell'attuazione di un nuovo ordine politico, etico e religioso universale cristiano. Ma questa universalità restava una prerogativa puramente formale per l'Impero, che comprendeva i soli regni di Germania e d'Italia (e più tardi, di Borgogna), mentre per la Chiesa era carattere istituzionale e processo storico in attoda un millennio di missione, di espansione e di affermazione. E fu la Chiesa, rinvigorita dalla riforma monastica promossa sin dagli inizi del sec. X dai benedettini di Cluny e da una generale rinascita religiosa, e insieme economica e civile nel sec. XI, a realizzare la vera renovatio, rivendicando a sé sola la tutela e la promozione dei supremi valori spirituali romani e cristiani. I papi della seconda metà del Mille operarono insieme alla rigenerazione morale e religiosa del clero e al conseguimento della libertas della Chiesa, giungendo con Gregorio VII alla coerente affermazione della supremazia spirituale e, per via indiretta o diretta, anche politica del papa nei confronti dell'imperatore e di tutti gli altri principi della terra. Affermazione gravida di conseguenze. In questo quadro l'Impero bizantino, che pure aveva svolto un'intensa azione missionaria tra i popoli slavi e conduceva una costante lotta contro l'Islam (particolarmente efficace nel sec. X), si staccò definitivamente dalla Chiesa romana (1054).

Dalla lotta delle investiture alla nascita del Comune

Nel 1076 si accese tra Gregorio VII ed Enrico IV la cosiddetta lotta delle investiture, in realtà lotta per la supremazia, che sconvolse per quasi mezzo secolo l'Occidente; dopo vicende drammatiche per l'una e l'altra parte, essa fu conclusa nel 1122 da Callisto II ed Enrico V con un compromesso politico, ma con una netta vittoria religiosa del papa, in quanto l'imperatore, rinunciando all'investitura spirituale dei vescovi, perdeva il carattere carismatico a sostegno del suo potere. Ma d'ora in poi i due mondi, quello ecclesiastico e quello laico, andranno sempre più distinguendosi e separandosi, e i successivi, continui conflitti tra la Chiesa e l'Impero o gli altri Stati avvennero sul terreno comune del potere temporale, e dei relativi interessi, che spesso tuttavia papi e imperatori e re coprirono di un velo di spiritualità. Dalle stesse radici etico-religiose della lotta delle investiture ebbero stimolo e alimento eventi non meno caratteristici dell'età di mezzo: la I Crociata, anzitutto (1096), che, durante quella lotta, unì per la prima volta tutta la società occidentale, ecclesiastici, cavalieri, mercanti, gente minuta, in un'impresa collettiva contro i Musulmani (Turchi Selgiuchidi, ora) per la liberazione della Terra Santa, le cui conseguenze immediate e più tarde, il costituirsi di nuove relazioni tra l'Occidente e l'Oriente vicino e lontano furono essenziali per lo sviluppo economico-sociale e culturale dell'Europa. Dove intanto andavano individuandosi, nell'unità cristiana, popoli e Stati: Castiglia e Aragona protagoniste della Reconquista iberica, lo Stato normanno di Sicilia sorto a spese di Bizantini e Arabi (altri Stati normanni si sviluppavano in Inghilterra, Scandinavia e Russia), e cominciavano le fortune mediterranee di Pisa, Genova e Venezia, precedendo di poco quelle delle città marittime del Baltico e del Mare del Nord. Nei sec. XII e XIII alla curva ascendente della popolazione iniziata nell'XI, corrispose un continuo incremento della produzione agricola, artigianale e mercantile, i cui responsabili misero in crisi l'ordine sociale tradizionale: all'aristocrazia feudale, nata e cresciuta per la guerra, e all'ecclesiastica si affiancò un'aristocrazia nuova della produzione, del commercio, delle professioni, con le sue roccheforti nelle città ma con una larga influenza nelle campagne, che a poco a poco s'impose coi suoi interessi e la sua mentalità. Essa sconfisse la fame, ridusse la servitù, ruppe e sovvertì privilegi di casta, risvegliò, sia pure ostacolandola, la coscienza degli umili. L'espressione politica di questi rivolgimenti economico-sociali furono i Comuni cittadini, sorti come una costellazione sempre più fitta nelle zone economicamente più favorite, come le valli del Po e del Reno, la Toscana e le Fiandre. I Comuni italiani furono i veri protagonisti delle grandi lotte di predominio tra i pontefici e gli imperatori della casa di Svevia tra la metà del sec. XII e la metà del XIII, che finirono con la decadenza politica sia del papato sia dell'Impero e con l'affermazione delle singole individualità cittadine, statali e nazionali comprese nella loro cornice ideale sempre sopravvivente e studiata e discussa negli ambienti dell'alta cultura fiorente nelle università, e sovrapposta a una non meno fiorente cultura “volgare” nella quale si riflettono le inquietudini e le istanze, anche religiose, del popolo (si pensi per esempio alla letteratura francescana).

Il tramonto dell'età di mezzo in Europa

L'Europa trecentesca fu colpita da gravi calamità naturali: carestie ed epidemie ricorrenti vi portarono la fame e ne decimarono la popolazione (forse da 75-80 a 50 milioni di abitanti). Il sec. XIV fu anche quello della guerra dei Cento anni, dell'avanzata dei Turchi Ottomani in Asia e in Europa (1354), del papato avignonese, dello scisma d'Occidente. Gli ideali universalistici naufragarono col venir meno della forza delle istituzioni, papato e Impero, che li sostenevano e di cui Dante fu l'ultimo assertore, testimone della misera fine di Enrico VII di Lussemburgo (1313). Ma alla caduta di quegli ideali, alla luce dei quali s'era svolta tutta la vita civile del Medioevo, corrispondeva l'affermazione nella realtà e nel pensiero dell'idea di Stato nazionale, maturata nelle grandi monarchie occidentali di Francia, d'Inghilterra, di Castiglia, d'Aragona nel corso di conflitti secolari, mentre nell'area imperiale si consolidava la pluralità degli Stati regionali o cittadini di Germania e d'Italia (signorie e città-Stato del nord e del centro, repubbliche marinare, domini della Chiesa, regno angioino di Napoli) e, a Oriente, i regni di Boemia e d'Ungheria andavano acquistando posizioni rilevanti. L'Impero bizantino, sommerso dalle colonie veneziane, genovesi, catalane e ridotto a proporzioni sempre più esigue dai Turchi ormai insediati nei Balcani, andava perdendo ogni ruolo politico. Questa Europa delle nazioni e degli Stati senza più un asse politico e con un asse religioso in decadenza (nascita di nuove eresie con componenti nazionalistiche, che anticipavano con Wycliffe e Hus la rivoluzione luterana) passava dal Medioevo all'età moderna in una gara per la potenza, la ricchezza, il predominio, coperta da una più o meno consapevole visione nuova della vita, che cercava nel mondo antico una giustificazione del suo culto dell'uomo come artefice del suo destino e del suo successo in terra. Sotto questi segni, fra Trecento e Quattrocento, si svolsero eventi decisivi. La Reconquista iberica, già virtualmente compiuta nel sec. XIII, si concluse con l'unificazione dei regni di Castiglia e d'Aragona (1469) e la caduta di Granada, ultimo resto della dominazione araba (1492); un impero mediterraneo (nell'orbita aragonese, Sicilia, Sardegna, Napoli) e atlantico, che in concorrenza col Portogallo si avventurava verso terre extraeuropee ancora ignote in Africa e infine oltre l'Atlantico. La Francia integrò il suo territorio, liberato dagli Inglesi dopo oltre un secolo di lotte, con l'annessione della Borgogna (1477) e ambì all'Italia (Napoli, poi Milano), avviando imponenti guerre di predominio con la Spagna e l'Impero, che nel 1519 si trovarono uniti sotto Carlo V d'Asburgo in un unico immenso patrimonio. In Italia, logoranti conflitti per la preponderanza si conclusero con un fragile sistema di equilibrio tra i cinque Stati più forti (Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli), che durò quarant'anni (1454-94) e crollò sotto l'urto francese e ispano-imperiale; e iniziò allora per gli Italiani il lungo periodo delle preponderanze straniere. I Turchi Ottomani, con la conquista di Costantinopoli (1453) e degli ultimi frammenti dell'Impero romano d'Oriente, intaccarono di nuovo l'unità cristiana dell'Europa; ma l'appello per una crociata di papa Pio II cadde inascoltato. Dell'Impero caduto, gli umanisti italiani raccolsero l'eredità letteraria e filosofica, il Principato di Mosca, libero dopo due secoli di vassallaggio ai Mongoli, l'eredità religiosa e le rivendicazioni imperiali. Il Medioevo tramontava in una fastosa fioritura artistica e letteraria, mentre i confini del mondo conosciuto si allargavano sempre più e una spregiudicata corsa alla ricchezza e alla potenza, sorretta da una nuova scienza e da una nuova tecnica (a beneficio di pochi), metteva definitivamente in crisi quei valori certi, morali e religiosi, che avevano illuminato i secoli di mezzo.

Bibliografia

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