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neorealismo

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Lessico

sm. [sec. XX; neo-+realismo].

1) Indirizzo filosofico nato in America con il distacco, nel 1902, di R. B. Perry, W. P. Montague, E. B. Holt, W. T. Marvin dall'idealismo di J. Royce, e precisatosi come corrente con la pubblicazione del volume collettivo The New Realism (1912). Il neorealismo affermava l'analiticità della ricerca filosofica, la dipendenza della filosofia dalla logica, il rifiuto di risolvere gli oggetti nelle loro relazioni (e quindi nella relazione con il soggetto, la conoscenza). Gli oggetti sono realtà extramentali e il soggetto conoscente si limita a rifletterli. Provvisti di sussistenza sono anche gli universali e gli enti matematici.

2) Corrente affermatasi in Italia, nel secondo dopoguerra, nella letteratura, nell'arte, nel cinema.

Letteratura

Indirizzo, emerso in Italia tra il 1945 e il 1955, nato come opposizione ideologica e letteraria al fascismo, cronaca e testimonianza della seconda guerra mondiale e della Resistenza, celebrazione dell'antifascismo quale valore di massa da assumere come guida morale per l'età della ricostruzione. Esso espresse una concezione della cultura quale strumento capace di incidere sulle coscienze e di ordinare l'esperienza collettiva, intervenendo nelle sue contraddizioni di carattere politico e sociale, contrassegnata dall'assunzione di uno stile per lo più realista, animato da una visione del mondo e dei fatti sociali mediata da un'ideologia di stampo populista, spesso echeggiante temi marxisti. Rispetto alla letteratura come prosa d'arte o come celebrazione retorica degli anni del fascismo, il neorealismo sollevò il dibattito sulla situazione dell'uomo e dell'intellettuale; quest'ultimo, in particolare, intese farsi portatore della riscoperta del mondo contadino e della sua cultura e, in seconda istanza, dei valori primigeni delle classi subalterne. Non a caso, il neorealismo coincise con la scoperta e la pubblicazione degli scritti di A. Gramsci, che denunciavano la mancanza di una letteratura autenticamente nazional-popolare. L'aspetto ideologico del neorealismo si concretizzò anche nell'assunzione della parlata popolare come arricchimento del linguaggio colto: alla fine, l'utopia del neorealismo fu la sintesi fra le due culture, quella delle classi dominanti e quella delle classi subalterne. Il neorealismo si riallacciò ad alcune prove del ventennio fascista (Gli indifferenti, romanzo di A. Moravia; Tre operai di C. Bernari), fino alle esperienze di C. Pavese ed E. Vittorini, acquisendo per loro tramite il contributo della letteratura americana. Al neorealismo aderirono inoltre F. Jovine, C. Levi, C. Cassola, I. Calvino, V. Pratolini, B. Fenoglio, R. Scotellaro, per alcuni dei quali il clima neorealista costituì solo una tappa per successive esperienze personali.

Cinema

Nel campo del cinema, la tendenza neorealistica presente nella società italiana del secondo dopoguerra si affermò in modo particolarmente brillante e deciso (tanto che i veri “narratori”, a giudizio anche di letterati, diventarono i nostri cineasti). Il neorealismo come movimento unitario e dominante non ebbe, anche perché fortemente ostacolato in patria (l'accusa di esibire i “panni sporchi”, la censura, ecc.), lunga durata: i suoi limiti temporali potrebbero essere fissati tra il 1945, quando uscì Roma città aperta di R. Rossellini, e il 1952, quando Umberto D. di V. De Sica-C. Zavattini cadde in un'atmosfera ostile e Due soldi di speranza di R. Castellani, indicato come contraltare, aprì la strada a un'inversione della tendenza e al capovolgimento dei suoi valori morali e sociali. Il neorealismo venne definito in Francia “Nuova scuola italiana”, Hollywood gli tributò i suoi Oscar (nel 1948, nel 1950), molte cinematografie nazionali in tutti i continenti, dalle Americhe all'Asia, dall'Europa all'Africa, ne avrebbero, presto o tardi, accettato la lezione. Il neorealismo fu anzitutto un'esplosione di libertà dopo le costrizioni e le mistificazioni del ventennio fascista, una rottura col passato, una scoperta dell'Italia reale solo vagamente anticipata in qualche film precedente, un giro d'orizzonte sui disastri della guerra, una rivalutazione sotto l'impulso innovatore di uno sguardo fresco, senza artifici e pregiudizi, dell'uomo contemporaneo nel suo esistere quotidiano e nella sua parte nella vita, nella società e nella storia. Questo slancio si nutrì di spontaneità, di coerenza e, pur nella diversità degli approcci, di una tensione univoca che non si sarebbe più ritrovata nel cammino del nostro cinema. Non dunque una tecnica particolare (riprese “dal vero” con interpreti “presi dalla strada”), né un solo linguaggio o stile (quello di L. Visconti essendo, per esempio, agli antipodi di quello di Rossellini), né contenuti scelti, proposti o sviluppati secondo una stessa matrice, caratterizzarono il neorealismo; bensì il comune atteggiamento di fronte a una realtà nuova e inedita al cinema (donde il prefisso neo al termine realismo, almeno secondo l'interpretazione più semplice e sensata), il comune spirito nell'affrontarla, esplorarla, rivelarla quale passaggio essenziale e indilazionabile verso qualsiasi opera di rinnovamento e ricostruzione del Paese. In questo senso, ciascun regista o sceneggiatore si dimostrò in possesso di una propria visione della realtà e dei suoi problemi, ma tutti insieme, dai maggiori ai minori, coloro che parteciparono a tale corrente, concorsero a fare un cinema che per la prima volta cominciò a misurarsi con alcuni dei grandi temi della nazione, ponendosi (sia pure più o meno genericamente) dalla parte del popolo. Le opere (e gli autori) maggiori del neorealismo sono: la cosiddetta “trilogia della guerra” di R. Rossellini (Roma città aperta, 1945; Paisà, 1946; Germania anno zero, 1947); La terra trema (1948) di L. Visconti; i film di De Sica-Zavattini Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Miracolo a Milano (1950), Umberto D. (1951-52). Tra i registi che in modo più o meno incisivo parteciparono al rinnovato clima del dopoguerra vanno annoverati A. Vergano, G. De Sanctis, L. Zampa, P. Germi, A. Lattuada e altri. Tra gli sceneggiatori, oltre a C. Zavattini, il più importante fu S. Amidei; ma vanno citati anche V. Brancati, S. Cecchi D'Amico, P. Tellini e, tra quelli poi passati alla regia, F. Fellini, C. Lizzani, A. Pietrangeli, G. Puccini e altri.

Arte

Con la medesima etichetta assunta dal cinema italiano nel secondo dopoguerra, viene indicata nelle arti figurative dello stesso periodo quella corrente pittorica che sulla base dell'impegno ideologico sviluppò un linguaggio formale aderente alla tematica del realismo socialista. Nell'entusiasmante ma confuso clima culturale del dopoguerra, la ricerca di una pittura realista pervenne a soluzioni individuali di estremo interesse per serietà di ispirazione e qualità di impostazione stilistica, laddove questi requisiti riuscirono ad arginare l'aggressività enfatica dei contenuti superando anche l'insidioso compromesso di ritorni all'immagine naturalistica. La buona fede del realismo socialista coincise con i problemi e le aspirazioni di una generazione divisa tra le critiche sociali e il richiamo della prepotente personalità di P. Picasso. Se dopo il 1920 la pittura italiana scopriva la lezione impressionista di C. Cézanne, dopo il 1945 Picasso e il cubismo, tramiti essenziali per quella presa diretta della realtà, che fornirono alla pittura del neorealismo la linfa più autentica e vitale. Protagonisti della pittura neorealista furono gli artisti del Fronte Nuovo delle Arti di cui alcuni avevano già fatto parte del movimento di Corrente: R. Birolli, R. Guttuso, E. Morlotti, E. Vedova, B. Cassinari, G. Santomaso, A. Pizzinato, A. Corpora, G. Turcato e gli scultori Leoncillo, P. Fazzini e N. Franchina. L'ultima fase della stagione neorealista iniziò (dopo la rottura del Fronte) nel 1952, quando all'insegna del “realismo sociale” la corrente neorealista si presentò con forze nuove, raccolte attorno a Guttuso e alla rivista Realismo, alla Biennale di Venezia (Guttuso, E. Treccani, G. Migneco, A. Sassu, A. Pizzinato, G. Zigaina, M. Mafai, F. Francese).

Architettura

Questo termine, il cui significato è assai più ristretto e meno qualificante rispetto agli analoghi fenomeni in letteratura, cinema e pittura, è legato a realizzazioni che, intorno agli anni Cinquanta, segnarono il passaggio dal repertorio razionalista e internazionale, i cui temi erano stati appena introdotti nell'Italia del secondo dopoguerra, a esperimenti di riutilizzazione di forme architettoniche legate alla tradizione, nel tentativo di riprendere contatto con la realtà, di mettere in risalto con una visione nuova e critica le cose circostanti. Il movimento architettonico si può restringere a poche significative opere, anche perché si esaurì in breve. Si ricordano soprattutto le case di M. Ridolfi a Roma e a Terni; il quartiere Tiburtino a Roma (progettato da L. Quaroni,C. Aymonino, C. Chiarini, M. Fiorentino, C. Melograni, S. Lenci, F. Gorio, P. Lugli, G. Menichetti, M. Valori, M. Ridolfi, M. Lanza), considerato come l'esempio più cospicuo dell'architettura neorealista; infine il Borgo La Martella presso Matera, di L. Quaroni, F. Gorio, P. Lugli, M. Agati, M. Valori.

Bibliografia

Per il cinema

Autori Vari, Il neorealismo italiano - Documentazioni, Roma-Venezia, 1951; G. C. Castello, Il cinema neorealistico italiano, Torino, 1957; P. G. Hovald, Le néo-réalisme italien et ses créatures, Parigi, 1959; R. Borde, A. Bovissy, Le néo-realisme italien - Une expérience de cinéma social, Losanna, 1960; A. Borrelli, Neorealismo e marxismo, Avellino, 1967; R. Armes, Patterns of Realism - A Study of Italian Neo-Realist Cinema, Londra, 1971; V. Spinazzola, Cinema e pubblico - Lo spettacolo filmico in Italia 1945-1965, Milano, 1974; L. Micciché, Visconti e il neorealismo, Venezia, 1990.

Per l'architettura

P. Portoghesi, Dal neorealismo al neoliberty, in “Comunità”, n. 65, 1958.

Per la letteratura

C. Bo (a cura di) Inchiesta sul Neorealismo, Torino, 1951; S. Guarnieri, Cinquant'anni di narrativa in Italia, Firenze, 1955; C. Muscetta, Realismo e controrealismo, Milano, 1958; C. Salinari, La questione del realismo, Firenze, 1959; A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma, 1965; G. Barberi Squarotti, La narrativa italiana del dopoguerra, Bologna, 1965; O. Lombardi, La narrativa italiana nella crisi del Novecento, Roma, 1971; N. Bonifazi, L'alibi del Neorealismo, Firenze, 1972; W. Siti, Il neorealismo nella poesia italiana (1941-1956), Torino, 1980.