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tossicomanìa

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Definizione

Sf. [sec. XX; tossico+-mania]. Condizione determinata dal ripetuto impiego di certe sostanze psicoattive e caratterizzata, sotto il profilo biologico, da tre elementi fondamentali: l'assuefazione, la tolleranza progressiva agli effetti della sostanza psicotropa, la tendenza all'autointossicazione cronica. § A livello soggettivo l'assuefazione si manifesta con il desiderio compulsivo di stupefacenti, dal cui impiego si ricercano effetti psichici piacevoli o con cui si tenta di evitare le conseguenze sgradite della sua privazione, cioè il quadro clinico della “sindrome di astinenza”. Tale sindrome si manifesta con la brusca sospensione della sostanza o in seguito alla somministrazione di antagonisti. I sintomi della sindrome astinenziale sono solitamente di segno opposto rispetto a quelli che si osservano dopo la prima somministrazione dello stupefacente. La tolleranza può essere definita come una forma di adattamento cellulare a un ambiente chimico estraneo, caratterizzata dalla diminuzione delle risposte biologiche. In pratica, a causa della tolleranza, l'attività della sostanza psicoattiva diminuisce progressivamente, cosicché, per ottenere gli effetti originari, è necessario aumentarne sempre più la dose. La tolleranza può stabilirsi in un tempo più o meno lungo, secondo la frequenza delle somministrazioni. Tolleranza e assuefazione sembrano essere due aspetti dello stesso fenomeno; a esse essenzialmente possono essere attribuite le conseguenze nefaste delle tossicomanie. Il desiderio di evitare la sofferenza della sindrome di privazione costituisce infatti un potente meccanismo di rinforzo dei fattori psichici che in origine hanno spinto il soggetto all'uso di droghe voluttuarie; d'altra parte, la tolleranza obbliga a usare dosi sempre più elevate e rende perciò sempre più difficile, costoso e pericoloso evitare la sindrome di astinenza. Poiché la tolleranza non si instaura per tutti gli effetti della droga, l'intossicazione cronica costituisce la prevedibile conseguenza dell'abuso di droghe, dell'aumento delle dosi e del ritmo sempre più frequente delle somministrazioni. La tossicità delle sostanze psicoattive non è sempre correlata con il loro potere tossicomanigeno, in grado cioè di scatenare dipendenza. L'alcol possiede per esempio una tossicità cronica più elevata della morfina e dell'eroina; la tolleranza e l'assuefazione sono però di entità minore e si stabiliscono solo in una limitata percentuale dei consumatori di bevande alcoliche. Soprattutto in base a questo elemento, alcuni individuano nell'impiego abituale di certe sostanze voluttuarie una condizione di “abitudine” differente dalla tossicodipendenza perché vi è desiderio ma non compulsione patologica (mania) nei confronti della sostanza adoperata; manca o è modesta la tendenza ad aumentare la dose; si osserva un certo grado di dipendenza psichica, ma non dipendenza fisica e non vi è quindi una vera e propria sindrome di astinenza; l'uso della droga, oltre ad avere implicazioni importanti sotto il profilo sociale, comporta spesso gravi conseguenze per la salute dell'individuo. L'uso di droghe voluttuarie è un fenomeno normale del comportamento umano, praticamente diffuso in ogni società, cultura e periodo storico. Ciò che caratterizza l'epoca attuale è l'enorme aumento di disponibilità delle sostanze psicoattive, naturali e soprattutto sintetiche; molte di queste, benché siano state studiate e prodotte come medicamenti, vengono spesso adoperate, più o meno deliberatamente, con finalità non terapeutiche. Disinformazione, interessi economici e una certa predisposizione individuale facilitano il passaggio dall'uso all'abuso di psicofarmaci, la cui scelta è determinata non da valutazioni individuali di pericolosità e di innocuità, ma dalla diversa reperibilità, dal costo, dalla moda, dal costume e dal giudizio morale che la collettività attribuisce alle differenti “droghe”. Nelle società dove l'alcol rappresenta una droga legale e socialmente accettata si definisce “alcolista” colui che abusa dell'alcol, mentre la maggioranza degli individui è costituita da “consumatori”; per contro, qualsiasi consumatore di marihuana viene posto sul piano dei tossicodipendenti, perché la canapa è una droga illegale e non disponibile commercialmente. Si tratta evidentemente di un giudizio discriminativo non assoluto, non applicabile certo nei molti Paesi dove la canapa, a differenza dell'alcol, è una droga socialmente accettata. I concetti di “uso” e di “abuso” delle droghe voluttuarie si possono differenziare solo prescindendo dalle valutazioni di carattere morale, religioso, economico e storico; in tal modo si può riconoscere una condizione di abuso allorché l'impiego abituale di un farmaco pervade l'esistenza dell'individuo, condizionandone il comportamento, i rapporti sociali, le relazioni affettive, lo stato economico e di salute. Ciò si può ritenere valido per qualsiasi agente farmacologico psicoattivo adoperato con finalità non terapeutiche. Non è rara l'osservazione da parte di chi abbia esperienza diretta nel campo delle tossicomanie che certi individui possono adoperare per lunghi periodi di tempo le droghe più pericolose, come l'eroina o le amfetamine senza sviluppare dipendenza da queste sostanze. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, il passaggio dall'uso all'abuso delle suddette droghe avviene più frequentemente e rapidamente che per l'alcol, il tabacco o la caffeina. Nella progressione verso lo stato di tossicomania si possono distinguere diverse fasi. L'avvicinamento iniziale alla droga, o “fase di induzione”, è un fenomeno che va interpretato più in termini sociologici e psicologici che farmacologici. I fattori che principalmente determinano il primo contatto con la droga, sia essa l'alcol, il tabacco o l'eroina, sono la disponibilità della droga stessa, la curiosità e lo spirito di emulazione. Di solito la prima esperienza con la droga non è piacevole, suscita, anzi, senso di ansia, disforia e malessere. Presto tuttavia si passa alla fase in cui l'individuo ottiene sensazioni piacevoli ed effetti gratificanti. Attualmente si ammette che il tipo di risposta all'uso ripetuto delle droghe voluttuarie sia un fenomeno comune a tutti gli animali superiori. Se roditori o primati vengono messi in condizioni di autosomministrarsi eroina, barbiturici, amfetamine o altre droghe, lo fanno in misura crescente, fino a portarsi in uno stato di farmaco-dipendenza. Esperimenti compiuti in laboratorio negli anni passati hanno evidenziato come non sia difficile addestrare l'animale a iniettarsi per via endovenosa determinate sostanze attraverso un dispositivo di iniezione collegato con una leva e attivato ogniqualvolta sia esercitata una pressione sulla leva stessa. Se all'animale viene offerta una soluzione diluita di eroina, si osserva il progressivo aumento del numero di pressioni esercitate sulla leva; l'aumento della quantità di droga somministrata è indice dell'incipiente assuefazione e del progressivo livello di tolleranza. Se a questo punto la soluzione di eroina viene sottratta e sostituita da soluzione fisiologica, l'animale riduce progressivamente il ritmo delle autosomministrazioni endovenose, fino alla completa sospensione. Ciò indica che l'eroina agisce come fattore di rinforzo del comportamento condizionato di autosomministrazione, che tende a estinguersi, come prevedibile, se il farmaco viene sottratto. Se all'animale si somministra una soluzione concentrata di eroina, la frequenza delle pressioni sulla leva è subito molto elevata e, in breve tempo, la necessità di far pressione sulla leva per iniettarsi la droga appare il dato dominante nel comportamento dell'animale. Se in questa fase si sostituisce l'eroina con la soluzione fisiologica, l'animale accentua in modo spasmodico il numero delle pressioni sulla leva al fine di ottenere l'eroina alla quale è ormai asservito; al tempo stesso mostra un comportamento ostile e aggressivo che probabilmente esprime il suo stato di insoddisfatta necessità. Si può dunque ammettere che l'animale cerchi l'eroina non per ottenere effetti gratificanti ma come reazione condizionata di evitamento della sindrome astinenziale. Il comportamento dell'animale di laboratorio nei confronti del narcotico è molto simile a quello rilevabile nell'uomo tossicodipendente. Dopo un certo intervallo di tempo dall'ultima somministrazione della droga l'individuo accusa una sensazione di malessere e di disforia, secondo alcuni legata alla diminuzione dei livelli ematici e cerebrali del farmaco. Il soggetto sa che tale malessere si può combattere con una ulteriore somministrazione di droga, che in effetti produce in lui benessere ed euforia. Tuttavia, con il progredire della tolleranza e dello stato di dipendenza fisica, l'intervallo di tempo che separa la somministrazione della droga dalla comparsa dei sintomi di privazione diventa sempre più breve. L'entità di questi sintomi è il più delle volte modesta, tale da non comportare gravi pericoli per il tossicomane qualora il trattamento venga sospeso. Tuttavia l'individuo tende a mantenere e a rafforzare il suo stato di tossicomania sotto l'influenza di fattori socio-psicologici, sottoculturali e affettivi, che fanno del ricorso alla droga una forma di autoterapia. Questi stessi fattori sono all'origine delle ricadute, tanto frequenti nel tossicomane che si sia sottoposto, con apparente successo, a trattamenti di detossicazione. Per ciò che concerne il meccanismo d'azione delle droghe, non è possibile formulare regole generali, ogni sostanza costituendo un caso a sé; in linea di massima si può affermare che le principali droghe provocano sensibili alterazioni dei meccanismi di sintesi, liberazione e inattivazione dei neurotrasmettitori chimici a livello del sistema nervoso centrale. Particolare importanza avrebbe il sistema noradrenergico cerebrale. Infatti le amfetamine sono agonisti diretti delle sinapsi noradrenergiche e dopaminergiche; inoltre gli alcaloidi della Belladonna, quali l'atropina e la scopolamina, sono antagonisti delle sinapsi colinergiche e, a causa della reciproca regolazione dei sistemi adrenergici e colinergici, possono avere effetti simili a quelli della noradrenalina. Più complessa è invece la relazione fra gli alcaloidi stupefacenti dell'oppio (morfina e suoi derivati) e il sistema adrenergico; infatti il recettore di queste droghe non è direttamente implicato nei sistemi adrenergico e colinergico e gli effetti della morfina non sono gli stessi in tutte le specie animali. Nell'animale di laboratorio, l'autosomministrazione di eroina è bloccata dal trattamento con farmaci che interferiscono nella sintesi o nell'attività della noradrenalina, come la 6-idrossidopamina, l'alfa-metil-p-tirosina, la reserpina o la fentolammina; il comportamento di autosomministrazione viene invece accentuato dalle amfetamine, dall'imipramina e dagli inibitori delle monoamminossidasi, che aumentano il contenuto cerebrale di noradrenalina. Una parte importante nell'assuefazione e nella tolleranza avrebbero anche altri mediatori centrali, come l'acetilcolina, la dopamina e la serotonina. Secondo Collier, la ripetuta somministrazione di oppiacei provoca un fenomeno di ipersensibilità dei recettori postsinaptici del sistema nervoso centrale nei confronti dei rispettivi mediatori chimici. È stato dimostrato che la morfina inibisce la liberazione di acetilcolina a livello delle terminazioni nervose presinaptiche. A fini compensatori, si manifesta allora un aumento del numero dei recettori per l'acetilcolina a livello delle sinapsi colinergiche centrali, in modo tale che anche una minore quantità di neurotrasmettitori sia sufficiente a esercitare la sua azione. La neosintesi di strutture chimiche recettoriali è un'ipotesi plausibile per spiegare l'insorgenza della tolleranza. D'altra parte la sindrome di astinenza sarebbe provocata dal brusco ritorno a una normale situazione di liberazione dei neurotrasmettitori in presenza di un eccesso di recettori. Per il momento la teoria di Collier ha trovato conferma sperimentale solo a livello delle strutture colinergiche. Come è noto, i recettori sono strutture proteiche ed è significativo che la tolleranza e la dipendenza alla morfina siano bloccate nell'animale di laboratorio dal pretrattamento con inibitori della sintesi delle proteine (puromicina, cicloesimmide) o degli acidi nucleici (6-mercaptopurina, 5-fluorouracile). L'esistenza di recettori specifici per gli oppiacei è stata dimostrata sia a livello cerebrale sia nell'intestino; sono stati pure definiti la natura proteolipidica di questi recettori e il loro peso molecolare. La dimostrazione di recettori specifici per la morfina obbliga ad ammettere l'esistenza di uno o più “mediatori” morfinici endogeni, così come l'acetilcolina è il mediatore per i recettori colinergici e la noradrenalina per i recettori adrenergici. É stata infatti dimostrata nel cervello dell'uomo e di molte altre specie animali la presenza di mediatori di natura proteica che legano il recettore degli oppiacei. Questi mediatori, che appartengono a due classi, delle endorfine e delle encefaline, sono implicati in diversi fenomeni neurologici, e, in particolare nei vertebrati superiori, nelle risposte di gratificazione e nella sensibilità psicofisica al dolore. Le droghe voluttuarie comprendono: i narcotici, gli psicostimolanti, i neurodeprimenti (ipnotici, barbiturici, alcol, ansiolitici), gli allucinogeni, la canapa indiana, i solventi organici inebrianti (benzina, acetone, acetati alifatici, toluene, metilisobutilchenone). Solo a narcotici, psicostimolanti e neurodeprimenti si riconosce la proprietà di indurre un vero stato di tossicomania. I narcotici sono sostanze da lungo tempo adoperate in medicina per combattere il dolore o come antitosse; vengono talora definiti “stupefacenti”, dato che nel soggetto sofferente essi producono uno stato dibeatitudine sonnolenta (stupore). Comprendono composti naturali, ricavati dall'oppio (morfina, codeina), derivati semisintetici (eroina) o sintetici (meperidina, metadone). Come è noto, l'azione analgesica dei narcotici si svolge non sui meccanismi di percezione degli stimoli dolorifici, ma su formazioni nervose (sistema limbico, circuiti talamo-corticali) attraverso le quali la sensazione del dolore acquista significato cosciente e viene percepita come sofferenza. Le sostanze morfino-simili eliminano la reattività al dolore e conferiscono al soggetto sofferente una sensazione di benessere. Nel soggetto che non ha dolore la morfina provoca sensazioni sgradevoli, come ansia, disforia, nausea. Tuttavia, una volta comparsa l'assuefazione, la droga acquista potenti effetti euforizzanti. Il narcotico dotato di maggiore potere euforizzante e tossicomanigeno è l'eroina, la quale penetra rapidamente e in misura elevata nel cervello, dove si trasforma in morfina. La tolleranza ai narcotici si instaura rapidamente e in poco tempo la dose richiesta per dominare la sindrome di astinenza aumenta anche di 100 volte. Nelle gravi tossicomanie la sindrome di astinenza compare dopo 4-5 ore dall'ultima somministrazione. Nella sintomatologia si possono riconoscere vari stadi caratterizzati da manifestazioni di crescente intensità. La tossicomania da narcotici ha in qualche caso origine iatrogena, derivando cioè dall'uso di morfina o di sostanze morfino-simili nella terapia del dolore; più spesso il soggetto, già consumatore di droghe, passa all'eroina da droghe “leggere”, spinto dalla convinzione che sostanze più attive e potenti possano procurargli un livello più elevato di benessere artificiale o comunque soddisfare meglio i motivi che lo inducono a drogarsi.

Storia

La droga è una scoperta antica. L'oppio era noto sicuramente fin da quattromila anni prima di Cristo e si hanno notizie del suo impiego a cominciare dal sec. XVI prima dell'era cristiana. I Sumeri lo chiamavano la “pianta della felicità”. Omero stesso parla degli straordinari effetti dell'oppio, o, come egli lo chiama, del nepento, che Elena fa bere a Menelao. Il nepento induce all'oblio e allevia ogni male. Gli stessi effetti erano raggiunti dagli antichi Persiani con il soma, probabilmente un estratto della canapa. I bramini prendevano il soma prima di dedicarsi ai riti religiosi, per stabilire un contatto con gli dei in un mondo di visioni. Le virtù della canapa indiana erano per altro conosciute anche dai Mongoli e dell'uso dell'hashish si parla abbondantemente nelle Mille e una notte, dove è celebrato anche come afrodisiaco. Capace di infondere coraggio e di spingere alle azioni più violente e crudeli, l'hashish, si racconta, era frequentemente utilizzato dagli uomini del capo musulmano Hassan, nel sec. XI, che uccidevano senza pietà, tanto che la parola assassino deriva forse da hashish o dal nome dello stesso Hassan. L'oppio, tuttavia, è stato in primis considerato come un dono per lenire le sofferenze. Ippocrate lo prescriveva. Marco Aurelio ne fu un consumatore e un estimatore. Gli orientali lo celebravano come “pillola della gaiezza”. La droga, nel corso dei tempi, ha attirato anche molti artisti, politici, mistici, che non hanno fatto mistero della loro predilezione per i mondi delle visioni colorate e ultraterrene. Si sa che P. de Ronsard era un oppiomane, che Richelieu non disdegnava l'oppio, che G. Savonarola vi cercava visioni esaltanti. S. T. Coleridge, E. A. Poe, P. Loti, C. Baudelaire, P. Verlaine, T. Gautier, G. de Maupassant, A. Dumas padre, G. de Nerval, M. Proust, non sono che i primi nomi di un lungo elenco di artisti che conobbero o si rovinarono con la droga. Gautier pubblicò il Club du hashish, per concludere che la droga ha effetti disastrosi sulla salute della mente. Perché ci si droga? Se gli intelletti più raffinati vi cercarono o cercano un'esaltazione quasi divina allo loro alta sensibilità, per altri le motivazioni sono molteplici. Ci si droga per sfuggire alla miseria o alla fame, come fanno i masticatori di betel o di foglie di coca. Si tenga presente che in Bolivia con la parola cocada si indica addirittura un tratto di viaggio, per dire che si giungerà da un posto all'altro nel tempo necessario a masticare due o tre o quattro manciate di foglie di coca, che alleviano la fatica. Ci si droga per saturazione di esperienze, per carenza di affetti familiari, per asservimento alla civiltà consumistica, per imitazione o per plagio. La droga è diffusa da organizzazioni criminali ed è spesso importante nell'economia di alcuni Paesi, nei Balcani, nell'Asia Minore, nell'Estremo Oriente e nell'America Centrale e Meridionale. La droga, prodotta dall'industria farmaceutica a scopo analgesico e terapeutico, utilizzata al di fuori delle prescrizioni mediche alla ricerca di paradisi artificiali, costituisce un affare colossale sul mercato nero nel quale sono stati coinvolti molti Paesi. Nel 1839-42 l'Inghilterra si trovò in guerra con la Cina per l'esportazione dell'oppio. Il risultato fu che l'Inghilterra, che esportava in Cina poco meno di 3000 quintali annui di oppio, dopo il Trattato di Nanchino (1842) ne esportò 125.000 quintali. Fu un trattato disastroso per la Cina, che aveva tentato in tutti i modi di chiudere le porte al meno costoso prodotto indiano, e disastrose furono le conseguenze: il numero dei drogati nel solo Estremo Oriente salì da alcune decine di milioni a cento milioni di persone. L'industria farmaceutica, dal canto suo, utilizzò l'oppio per infiniti preparati. Nella stessa Inghilterra, nella seconda metà dell'Ottocento, veniva venduto uno sciroppo all'oppio, reclamizzato come il balsamo per ogni dolore, particolarmente gradito ai bambini e a esso dedicato, che ebbe conseguenze disastrose per l'alto consumo che se ne fece. Contro il dolore l'industria farmaceutica produsse la morfina nel 1803 e l'eroina nel 1898. Rispetto all'oppio e ai suoi primi derivati, entrambi i prodotti erano assai più efficaci e insieme all'alcol e alla nicotina si diffusero in maniera impressionante. La seconda guerra mondiale rappresentò una svolta determinante nella diffusione della droga. Il soldato inglese per vincere la fatica, la paura e conservare alto il morale divenne un consumatore di amfetamine, scoperte intorno al 1920. Come i soldati inglesi, furono drogati anche i soldati tedeschi, e non da meno furono i Giapponesi. Lo stesso avvenne con la guerra in Vietnam e i soldati rimpatriati contagiarono i giovani americani. Considerato come un comportamento deviante e perseguito come illegale – seppure con differente severità – in tutte le società industriali dell'Occidente, lo spaccio e l'uso della droga sfuggono attualmente alla possibilità di rigorose quantificazioni statistiche. Indiscutibile è però purtroppo il grande incremento del consumo di droga e del conseguente diffondersi delle tossicomanie prodotte dall'assunzione di allucinogeni, eccitanti e stupefacenti. Le preferenze rispetto al tipo di droga - sino a pochi anni or sono connesse a mode o culture locali - appaiono inoltre sempre più orientate dall'espansione dell'offerta, dovuta alla diffusione di nuove droghe sintetiche (quali per esempio il crack, l'ice eil brown), e dalle sue regole speculative. Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei circolavano altre devastanti sostanze stupefacenti, estratte da animali e piante (dalle ghiandole del rospo Bufo vulgaris si secernono sostanze attive, tra cui la bufotenina, di tipo allucinogeno; un tipo di cactus messicano contiene mescalina e dai semi di una pianta diffusa nelle Antille e in America meridionale si ricava una sostanza stupefacente). Altrettanto evidente è che l'espansione del circuito sociale della droga si colloca in stretta relazione con la crescita di forme diverse di criminalità; che la popolazione adolescenziale egiovanile risulta la più esposta (ma con diversa intensità a seconda delle realtà nazionali e delle classi generazionali osservate); che non esiste una nitida correlazione con la condizione economico-sociale dei tossicomani e delle loro famiglie di origine.

Diritto

La storia della legislazione italiana in materia di tossicomania è il risultato dell'azione di molteplici misure frutto di differenti filosofie che si sono stratificate nel tempo. Una legge del 1954 ordinava il controllo, la vigilanza della produzione, del commercio e dell'impiego al Ministero della sanità. Tale legge non comportava una differenziazione tra lo spacciatore e il consumatore. In effetti, chiunque, senza autorizzazione, avesse venduto, ceduto, esportato, importato, procurato ad altri, impiegato o comunque detenuto sostanze stupefacenti veniva punito con la reclusione da 3 a 8 anni. La legge 22 dicembre 1975, n. 685, introduceva la distinzione fra spacciatore e consumatore, stabilendo il principio della non punibilità del consumatore in possesso di una “modica quantità”. Le sostanze stupefacenti sono state in tale occasione suddivise in 6 categorie secondo la loro pericolosità: I) oppio e derivati, foglie di coca, amfetamine, indolici, allucinogeni; II) canapa indiana e derivati; III) barbiturici che inducono alla dipendenza; IV) farmaci che inducono alla dipendenza; V) le sostanze delle 4 dette categorie quando preparate in modo da non presentare rischi di abuso; VI) ansiolitici, antidepressivi e psicostimolanti che inducono alla dipendenza. In particolare, la legge stabiliva la non punibilità di chi acquista o detiene stupefacenti di cui alle prime 4 categorie per solo uso personale purché in “modica quantità”, entità controversa quantificata dall'autorità giudiziaria in sede di giudizio penale. La legge 26 giugno 1990, n. 162, aveva introdotto rilevanti modifiche alla legge del 1975 prevedendo una sanzione penale per i consumatori. Tale legge ha inoltre aggravato l'entità delle pene: essa punisce la produzione e il traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle categorie I e III con la reclusione da 8 a 20 anni e con la multa da 50 a 500 milioni di lire (da 4 a 15 anni nella legge del 1975). Lo spaccio di modiche quantità a terzi per uso personale è punito con la reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 5 a 50 milioni di lire se si tratta di stupefacenti di cui alle categorie I e III; ovvero con la reclusione da 6 mesi a 4 anni e la multa da 2 a 20 milioni di lire se si tratta delle categorie II e IV. La legge ha introdotto nell'armamentario penale il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, prevedendo per i promotori e dirigenti la pena della reclusione non inferiore a 20 anni e per i partecipanti la pena non inferiore a 10 anni di reclusione. Per distinguere il consumatore dallo spacciatore la legge ricorreva al disputato criterio di “dose media giornaliera” che secondo il Ministero della sanità era pari: a 100 ml di eroina tagliata al 10%; a 150 ml di cocaina; per le droghe leggere: 2,5 g di marihuana o 50 ml di hashish. Il possesso di una quantità superiore alla dose media giornaliera comportava l'applicazione delle norme repressive dello spaccio. Il semplice consumatore, in occasione delle prime due violazioni di legge finiva davanti al prefetto che poteva adottare alcune sanzioni amministrative (sospensione della patente, del porto d'armi o del passaporto da 3 a 8 mesi). Alla terza violazione della legge il consumatore di sostanze stupefacenti diventava imputato di un procedimento penale pretorile rischiando sino a 3 mesi di carcere e una multa di 5 milioni di lire. In seguito all'esito abrogativo del referendum del 18 aprile 1993 l'uso di sostanze stupefacenti è stato depenalizzato. L'abrogazione delle norme sopra descritte reintroduce di fatto il concetto di “modica quantità” in vigore nel corpo della legge del 1975, stabilendo la non punibilità di chi fa uso personale di droghe. Sul piano organizzativo dell'amministrazione pubblica, la legge n. 162 del 1990 ha istituito presso la Presidenza del consiglio dei ministri il Comitato nazionale di coordinamento per l'azione antidroga che promuove la politica generale di prevenzione e di intervento contro l'illecita produzione e diffusione delle sostanze stupefacenti o psicotrope. Al Ministero dell'interno spettano la direzione e il coordinamento della prevenzione e della repressione del traffico di stupefacenti. Dette sostanze sono sottoposte a un'analitica regolamentazione relativamente alla loro produzione, commercio, distribuzione, importazione, esportazione e transito sotto la vigilanza del Ministero della sanità. A tale Ministero spetta stabilire gli indirizzi per le attività di prevenzione e consumo delle sostanze stupefacenti e alcoliche e per la cura e il reinserimento sociale dei soggetti dipendenti in coordinazione con l'ONU, la Unione europea e altre organizzazioni internazionali. Esso determina inoltre: gli indirizzi per il rilevamento epidemiologico da parte delle Regioni e delle ASL; concede le autorizzazioni per la coltivazione, la fabbricazione ecc. Alle Regioni competono la prevenzione e l'intervento contro l'uso non terapeutico degli stupefacenti e soprattutto la riabilitazione e il reinserimento sociale dei curati. Una rilevanza, talvolta controversa, hanno avuto per questo ultimo aspetto le “comunità” organizzate dal volontariato laico o religioso.

Bibliografia

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