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Slàvi

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Generalità

Gruppo etnico comprendente la maggior parte delle popolazioni dell'Europa orientale. Il significato del nome è oggetto di controversia. Le due etimologie più comunemente accettate farebbero risalire o alla voce slava slovo (parola) o alla radice indeuropea klew (bagnare): nel primo caso gli Slavi sarebbero i “parlanti” di fronte ai popoli contigui “muti” o “mal parlanti”; nel secondo caso potrebbero essere gli “abitanti presso un corso d'acqua”. Sono state tuttavia proposte anche altre ipotesi. La grande somiglianza tra le parlate degli Slavi orientali, occidentali e meridionali e la ricchezza del lessico comune inducono a pensare che queste genti siano vissute a lungo insieme, in un territorio non eccessivamente vasto: parecchi indizi suggeriscono una regione tra la Vistola e il Dnepr, forse localizzabile attorno alla Polessia e alla Volinia. Quando poi siano partite da questo luogo per espandersi verso nord-est, verso ovest e verso sud-ovest, non ci è dato sapere. Gli scrittori greci e romani non conobbero gli Slavi, almeno sino al sec. IV, quando furono nominati gli Anti (Slavi orientali?). È più che dubbio che i Neuri citati da Erodoto e i Veneti (o Venèdi) menzionati da Plinio il Vecchio, Tacito e Tolomeo fossero veramente Slavi.

Storia: espansione e organizzazione sociale

All'inizio della nostra era, l'espansione degli Slavi verso ovest doveva già essere incominciata, se pure in modo pacifico e poco appariscente. Gli archeologi individuarono nei bacini della Vistola e dell'Oder tracce sicure della presenza di Slavi nei primi secoli d. C. Ma verso il sec. VI il movimento d'espansione si fece certo più intenso e fu tale da lasciare un chiaro ricordo nelle cronache del tempo. Gli Slavi si misero dunque in movimento sia in direzione della penisola balcanica sia verso l'Oder e la pianura germanica. Queste migrazioni di popoli già stabilizzati può essere spiegata o con un forte accrescimento della popolazione o, meglio ancora, con la spinta esercitata dai nomadi delle steppe che, provenienti dall'Asia centrale e dalla regione caspica, inondavano le pianure della Russia meridionale. Si sa di Slavi (Croati, Serbi ecc.) che, dal sec. VI in poi, varcato il Danubio, guerreggiarono nella penisola balcanica, istallandosi in parecchie regioni e assorbendo, del tutto o in parte, le popolazioni preesistenti. Quasi nello stesso tempo altri Slavi (Sloveni) penetrarono nella zona alpina, invasero l'Istria e si spinsero sin nel Friuli; altri ancora si insediarono in PannoniaGli Slavi occidentali, frattanto, s'infiltrarono pacificamente in Boemia e moltiplicarono le loro sedi nella Germania orientale, spingendosi con qualche tribù sino al corso inferiore dell'Elba e ben al di là del suo corso superiore. Press'a poco contemporanea dovette essere l'espansione degli Slavi orientali verso nord e nord-est, dove abitavano genti baltiche e soprattutto finniche: era l'alba della storia della Russia. Nel periodo tra il 500 e il 1000 la civiltà slava entrò veramente nella storia. Gli Slavi erano, come si è accennato, agricoltori sedentari: conoscevano l'aratro, coltivavano frumento e miglio, allevavano bestiame in quantità notevoli. Lavoravano abilmente l'argilla, il legno, l'osso e non di rado i metalli di pregio. La base della loro vita sociale era la famiglia patriarcale, legata da un capostipite comune. Al di sopra della grande famiglia era la stirpe, al di sopra della stirpe la tribù. Più tribù formavano un popolo. A ciascuno di questi organismi presiedeva un capo, la cui autorità era però limitata dagli anziani. La vita pubblica aveva una forte impronta democratica; solo col tempo, e per l'esempio dei Franchi, si creò una gerarchia simile a quella feudale. Gli Slavi avevano un'organizzazione militare piuttosto primitiva; anche l'organizzazione politica era rudimentale. Buoni combattenti, si lasciavano spesso reggere in pace e condurre in guerra da capi o da aristocrazie straniere.

Storia: la colonizzazione slava in Europa

Ma in tutti i casi, e forse anche per la mancanza di valide opposizioni, gli Slavi, alla fine del primo millennio, avevano cambiato il volto dell'Europa. Nella penisola balcanica erano dilagati: in pochi secoli avevano imposto le loro lingue alla maggior parte del Paese, fatta eccezione per la Grecia e per la regione attorno a Costantinopoli (lingua greca), per qualche zona dell'odierna Romania e per le città costiere della Dalmazia (lingua latina). Anche nella Bulgaria, dominata da un popolo affine agli Unni, si affermò nel sec. IX una lingua slava (il bulgaro). Politicamente, gli Slavi meridionali non costruirono molto, dato che l'indipendenza dei Serbi o dei Croati era in quell'epoca assai precaria; le più audaci iniziative vennero invece dai sovrani bulgari, i cui sudditi però erano in gran parte slavi. In Boemia la presenza degli Slavi si fece sentire dopo il sec. IX, quando la tribù dei Cechi riuscì a imporsi sulle altre grazie ai Přzemyslidi, fondatori e difensori di un forte stato (sec. X-XIV). Nella Germania orientale, invece, la colonizzazione slava era in fase di riflusso dal sec. IX in poi; e la maggior parte delle tribù slave che avevano varcato l'Oder erano minacciate di assorbimento dall'avanzante colonizzazione tedesca. In quella che oggi è la Polonia si faceva luce, intanto, la tribù dei Polani, abitanti della Posnania, che impose la sua egemonia politica con la monarchia dei Piasti (sec. X-XIV) e diede alla nazione il proprio nome. I Polacchi (da pole, campagna, pianura) si dividevano in molte tribù (Polani, Slesiani, Masoviani, Vistolani, Cujaviani, Casciubi ecc.), ma la forza della monarchia e la necessità dell'unione contro i nemici fecero della Polonia medievale uno degli stati europei più solidi e compatti. Questa forza derivò anche dall'appoggio della Chiesa di Roma che la protesse dall'invadenza tedesca e la responsabilizzò poi come barriera di protezione contro gli scismatici (Russi) e i musulmani (Turco-tartari). Ebbe invece caratteri differenti l'espansione degli Slavi orientali verso l'attuale territorio russo. Fu lenta, pacifica, non interrotta da grossi ostacoli: non si ebbe una vera difesa da parte delle stirpi preesistenti. Le difficoltà per l'antica Russia vennero tutte dal sud, percorso continuamente da nomadi bellicosi in direzione est-ovest: dagli Unni (sec. IV-V), dai Bulgari (sec. VI), dagli Avari (sec. VI), dai Chazary (sec. VII-IX), dai Magiari (sec. IX). Né la presenza dei popoli d'Asia finì lì. Nello stesso sec. IX, le discordie endemiche fra le tribù (Polani, Severiani, Drevliani, Dregovici, Radimici, Krivici, Viatici, Slaviani, Chorvati, Užici ecc.) terminarono con un compromesso: la chiamata del variago Rjurik, che s'insediava a Novgorod. Con suo figlio Oleg, che poneva a Kijev la propria sede, s'inaugurava la gloriosa storia della Russia kijeviana. A metà del sec. XI questa Russia si estendeva già sino al golfo di Finlandia, incorporava i laghi Ladoga e Onega, comprendeva i bacini superiori del Volga e del Don e gran parte dell'Ucraina sin oltre il Dnestr, si avvicinava alla Vistola. Regno cristiano, d'ubbidienza bizantina, la Russia di Kijev costituiva un baluardo contro le inquiete popolazioni “pagane” che s'accampavano ai suoi margini meridionali e orientali.

Storia: il mondo slavo nell'età moderna

Il mondo slavo, nonostante l'evidente affinità delle sue parlate, non si presenta nella storia moderna come qualcosa di compatto. Lo divide una profonda spaccatura, risultante da una conversione al cristianesimo che derivò per gli uni da una predicazione latinogermanica, per gli altri da una predicazione grecorientale. Dopo lo scisma del sec. XI, la separazione tra i fedeli di Roma (Polacchi, Cechi, Slovacchi, Croati, Sloveni) e i fedeli di Bisanzio (Russi, Ruteni, Serbi, Bulgari) apparve netta e ancora aggravata dalla differenza dell'alfabeto e dall'uso di testi religiosi diversi. Il distacco sembrò ancor più penoso quando, dal sec. XVI in poi, Mosca assunse le funzioni di “terza Roma” e gli zar circondarono di un alone religioso i loro sogni d'egemonia politica nel mondo orientale. In questa prospettiva, Russia e Polonia si trovarono di fronte come avversarie implacabili, perché opposta era la loro interpretazione di un Vangelo che entrambe intendevano predicare. Ciononostante, l'unificazione, almeno spirituale, degli Slavi si presentava a uomini di fede e di pensiero come un'idea feconda. Il sec. XIX vide infatti nascere e prosperare alcuni movimenti che prendevano le mosse da un apprezzamento quasi mistico dei valori slavi: lo slavofilismo e il panslavismo; di carattere culturale il primo, di matrice nettamente politica il secondo. Nel corso del XIX e del XX secolo, gli Slavi diedero vita, in varie regioni europee a consistenti movimenti nazionalistici, alimentati dalla dissoluzione dell'impero asburgico e dell'impero ottomano, all'indomani della prima guerra mondiale. Nel 1943, durante la seconda guerra mondiale, il Consiglio antifascista di liberazione iugoslavo istituì le strutture della futura Federazione iugoslava, uno stato federale che avrebbe ripartito il popolo slavo in sei regioni: Bosnia Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Slovenia. La costituzione della Repubblica popolare socialista di Iugoslavia, adottata nel 1946, riconosceva cinque nazioni costitutive: quella dei serbi, dei croati, degli sloveni, dei montenegrini e dei macedoni. Nel 1968 in Bosnia Erzegovina fu costituita una nazione musulmana che andava così a completare la famiglia dei popoli slavi del sud, facenti parte dello stato federale. In realtà l'autonomia delle repubbliche, dal 1945 alla seconda metà degli anni Sessanta, fu limitata. La Iugoslavia si impose come stato centralizzato, e la Repubblica, grazie a una serie di riforme autonomiste, andava irrimediabilmente frammentandosi e disgregandosi. I dirigenti di Belgrado tentarono di rimediarvi, ma la lentezza della messa a punto della questione costituzionale favorì l'emergere della corrente guidata da S. Milošević, che optò per una revisione costituzionale senza alcuna concertazione con le province. Infatti nel marzo 1989 alcuni emendamenti ridussero l'autonomia delle province, e nel 1990 la Costituzione sancì la decisione. Gli albanesi del Kosovo si rivoltarono, mentre nel 1991 venne proclamata l'indipendenza delle Repubbliche di Slovenia e Croazia. La disintegrazione della Iugoslavia proseguì con la proclamazione dell'indipendenza della Macedonia, nel 1991, della Bosnia, nel 1992, mentre la Serbia e il Montenegro istituirono, nel 1992, una federazione che si proclamò erede della vecchia Repubblica federale di Iugoslavia.

Religione

Non si possiedono elementi sufficienti non solo per conoscere ma neppure per ipotizzare una religione comune a tutti i popoli slavi. Le notizie in nostro possesso sono frammentarie, riguardano singole regioni, e soprattutto sono indirette, ossia sono fornite da tardi autori cristiani e per lo più non slavi (a cominciare dal sec. XII). Si aggiunga che le stesse notizie concernono popolazioni cristianizzate o semicristianizzate, e comunque sottratte alla loro cultura originaria da influssi occidentali anteriori anche al cristianesimo. Dal che deriva l'estrema problematicità delle conclusioni a cui sono giunti gli studiosi, e delle quali si dà conto in questa sede. Non c'è un dio supremo per tutti gli Slavi: manca una figura unica e portatrice di uno stesso nome; si trovano invece degli dei supremi regionali variamente concepiti e denominati. Un'area più vasta è quella che sembra fare capo al dio Perun (o Perunŭ): essa comprende la Russia (dove il suo culto è documentato direttamente) e anche le regioni occidentali (dove è documentato indirettamente dalla toponomastica, per esempio Pomerania da Prohn). E tuttavia la documentazione indiretta può essere fallace, perché non è detto che anche nelle regioni occidentali Perun avesse un ruolo di dio supremo. Si veda al riguardo il caso di Svarožič che è attestato come dio supremo presso i Leutici dell'Oder; esso si ritrova anche nella regione russa col nome di Svarog, ma qui non come dio supremo, bensì in posizione subordinata a Perun. Inoltre non si tratta soltanto di nomi, ma di diversità tra l'una e l'altra figura divina; il che significa che non si può attribuire la sovranità a questo o a quel dio basandosi sui suoi caratteri: Perun è un dio celeste, folgoratore, che sembrerebbe avere tutte le caratteristiche di un Essere Supremo, ma Svarožič ha una natura diversa, che stando alle fonti parrebbe attribuibile a un dio fuoco. Altro dio fuoco, identificato con Svarožič, è Daz'bog, che in certe regioni russe o in certi tempi sembra contendere la supremazia a Perun, tanto da essere considerato il padre divino dei Russi (un arabo del sec. X, Ibn Rusta, definì i Russi adoratori del fuoco). Questa venerazione del fuoco ha fatto pensare a un influsso iranico; tanto più che si ha testimonianza di un dualismo che secondo alcuni richiamerebbe il dualismo mazdeo espresso dalla concezione di un dio del bene contrapposto a un dio del male. Presso gli Slavi si avrebbe un “dio bianco” (Bialobog) contrapposto a un “dio nero” (Zcernebog). Ma non è detto che tale contrapposizione sia necessariamente d'origine mazdea; tanto più che il “dio nero” viene chiamato anche Diabol, e quindi la sua caratterizzazione parrebbe risalire piuttosto al concetto cristiano di “diavolo”. Altri dei supremi sono: Svetovit dell'isola di Rügen, Triglav (un dio con tre teste) di Stettino, Jarovit (identificato con Marte) di Vologost. Le fonti cristiane parlano di esseri femminili definiti, alla greca, come daimona (demoni). Tali sono le Bereginje, le Vile (dette anche Rusalke nella Russia del sec. XVI) e le Rožanice. Le Bereginje parrebbero una specie di ninfe montane. Le Vile, in numero di 30, sono forse ninfe acquatiche, connesse con i gorghi dei fiumi. Le une e le altre esprimono la pericolosità del “selvaggio”. Le Rožanice, che si riscontrano in connessione di culto con il dio Rod, hanno a che fare con la “generazione” (rodu, la cui radice è nel nome del dio e delle ninfe), nonché con il “destino”, evidentemente subordinato alla nascita. Altri esseri variamente documentati parrebbero spiriti dei morti. Ma non si conosce gran che sulle idee che concernono la morte e un'eventuale esistenza oltretombale. Anzi, Thietmar, vescovo di Merseburg (sec. XI), negò che gli Slavi credessero in un'esistenza dopo la morte. Comunque si ha notizia di vari usi funerari. Caratteristico è quello della cremazione in una barca: il cadavere veniva messo in una barca alla quale poi veniva dato fuoco. Può darsi che la cremazione fosse connessa con la venerazione del fuoco di cui si è detto sopra. Un autore arabo del sec. X, Ibn Fadlan, dà la descrizione dettagliata di un funerale: il morto, un notabile, veniva provvisoriamente messo in un sepolcro finché i suoi beni non erano stati divisi in tre parti (per la famiglia, per il corredo funerario, per il banchetto funebre) e non si era trovata una ragazza disposta a morire con lui; la ragazza veniva strangolata da due uomini e pugnalata da una vecchia, detta “angelo della morte”; poi il suo corpo era deposto, insieme ad altre offerte, accanto al defunto su una nave alla quale si dava fuoco; le ceneri venivano recuperate e seppellite sotto un tumulo sul quale si piantava un palo col nome del morto. Esisteva un sacerdozio specializzato per l'esecuzione e anche per la prescrizione di riti. A tale riguardo, si sa che i sacerdoti davano ordini agli stessi re, disponendo il tempo e la materia del sacrificio (anche di sacrifici umani all'occorrenza). Esisteva probabilmente una classe o casta sacerdotale gerarchizzata: si ha notizia di collegi sacerdotali retti da un sommo sacerdote. Anche le donne esercitavano la funzione sacerdotale. Una specie di profetessa nel 1209 guidava in guerra i Polacchi: non si sa se si trattava di un'istituzione o di un caso sporadico. Indovini, profeti, sciamani ecc. svolgevano indubbiamente un'importante funzione presso i popoli slavi. La mantica era in grande onore e la cristianizzazione comportava dovunque la persecuzione degli indovini stregoni, intesi come creature del diavolo. Ma oltre ai singoli indovini, esistevano veri e propri templi o centri oracolari; di più: ogni tempio importante aveva anche il suo oracolo. Di tre templi, di Svarožič a Riedegost, di Triglav a Stettino, e di Svetovit ad Arcona, si sa che l'oracolo si otteneva mediante un cavallo, certi segni sulla cenere e pezzi di legno. Il cavallo serviva per trarre un pronostico circa le spedizioni di guerra: se, nel passare certi traguardi, usava sempre il piede destro era un segno augurale, altrimenti si aveva un segno negativo e si rinunciava all'impresa. Circa i pezzi di legno e i segni sulla cenere, dovrebbe trattarsi di un sistema geometrico: con più gittate dei legni si ricavava il tipo di segno da fare ogni volta sulla cenere, dopo di che si “leggeva” quel che si era andati “scrivendo”. Con la cristianizzazione molte pratiche furono sradicate, ma altre, come dovunque, sopravvissero nel folclore o furono inserite nel rituale cristiano. Le più dure a sparire furono, come dappertutto, le pratiche connesse al culto dei morti. Esistono documenti ufficiali della Chiesa del 1326 che proibivano agli ecclesiastici di partecipare a giochi in maschera eseguiti in onore dei morti negli incroci stradali. Come esempio di una pratica a livello folcloristico connessa con il culto cristiano si ricorda la festa Rusalia (connessa con le Rusalke, di cui si è detto sopra), o “Pasqua Rosa”, che aveva luogo in Bulgaria nella settimana di Pentecoste: in tale occasione i ragazzi, con un comportamento licenzioso, giravano di casa in casa chiedendo doni (sec. XIII).

Bibliografia

H. Lowmiański, La genèse des Ètats slaves et ses bases sociales et économiques, Varsavia, 1955; M. P. Dragomanov, Notes on the Slavic Religio-Ethical Legends: the Dualistic Creation of the World, Bloomington, 1961; F. Dvornik, Gli Slavi nella storia e nella civiltà europea, 2 voll., Bari, 1968; idem, Gli Slavi. Storia e civiltà dalle origini al sec. XIII, Padova, 1974; R. Portal, Gli Slavi, Roma, 1975; K. Leont'ev, Bizantinismo e mondo slavo, Parma, 1987.