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(ant. bisantino), agg. [sec. XIX; dal latino tardo byzantīnus]. Di Bisanzio; relativo all'Impero d'Oriente, che ebbe per capitale Bisanzio, e alla sua civiltà: architettura bizantina, mosaici bizantini. Fig., cavilloso, capzioso: questioni bizantine. In arte e in letteratura indica modi stilistici caratterizzati da preziosismo formale e da raffinatezza di gusto decadente.

Storia: l'Impero bizantino, l'età di Giustiniano e di Eraclio

Denominazione con cui si intende l'Impero romano nell'epoca in cui ebbe come capitale Costantinopoli, l'antica Bisanzio, a datare quindi dal 330; più restrittivamente, la parte orientale dell'impero stesso, definitivamente separata da quella occidentale dopo la morte di Teodosio I (395). Comprendeva allora la Grecia con le sue isole, la Macedonia, la Tracia, l'Illiria, la Mesia, l'Asia Minore, la Siria e l'Egitto e si estese poi (sec. VI) all'Italia, a quasi tutta l'Africa mediterranea e a parte della Spagna. Come unità politica, se non territoriale, l'Impero bizantino, con il nome tradizionale d'Impero romano, sopravvisse fino all'occupazione turca di Costantinopoli (1453). Da Costantino a Teodosio I la storia dell'Oriente e quella dell'Occidente sono ancora strettamente intrecciate e dominate da un ideale politico unitario, che tuttavia trova un sempre minore riscontro nei fatti. In Oriente ebbero luogo i primi due concili ecumenici (Nicea 325, Costantinopoli 381), intesi ad attuare, tra gravi contrasti, l'unità religiosa; ma in Mesia si insediarono i Visigoti (376-79) e i Persiani fecero arretrare in alcuni punti i confini orientali. Con Arcadio (395-408), l'erede di Teodosio in Oriente, il distacco dall'Occidente divenne definitivo e, mentre questo si dissolveva per le invasioni barbariche e dopo il 476 non aveva più imperatori, l'altro resisteva: assumeva una configurazione propria di monarchia assoluta di tipo romano-cristiano-orientale con ordinamenti politici, amministrativi e militari rigidamente centralizzati e affrontava e risolveva, sia pure attraverso gravissime difficoltà, i problemi essenziali della propria sopravvivenza. Teodosio II (408-450), Leone I (457-74), Zenone (474-91), Anastasio I (491-518), mentre trasformavano Costantinopoli in una grande e munitissima capitale, riuscivano a stornare (verso l'Occidente) le invasioni barbariche (Visigoti, Unni, Ostrogoti) e a utilizzare parte dei barbari stessi immettendoli nell'esercito e anche nell'amministrazione. Al tempo stesso, l'impero era impegnato in complesse questioni religiose, che ne ostacolavano l'unità politica (particolarmente delicati i rapporti con Alessandria e con Roma); ma ancora in Oriente ebbero luogo i concili ecumenici di Efeso (431) e di Calcedonia (451), che segnano momenti di estrema importanza nella storia del cristianesimo. Agli inizi del sec. VI, comunque, maturarono nell'impero le condizioni per passare dalla mera difesa all'offensiva. L'iniziativa venne presa da Giustiniano (527-65), nipote, collaboratore e successore di Giustino I (518-27), che realizzò in parte l'ambizione di reintegrare l'unità dell'Impero romano con la riconquista dell'Africa vandalica, dell'Italia ostrogotica e di parte della Spagna visigotica e col tentativo (nel complesso tuttavia fallito) di instaurare l'unità religiosa ispirandosi al principio cesaropapista. Sommo legislatore (Corpus iuris civilis), costruttore di insigni opere monumentali, patrono dell'alta cultura, per sostenere la sua politica di magnificenza impose ai sudditi un peso fiscale tanto grave da inaridire le risorse economiche, che egli stesso si adoperava a potenziare, e da riuscire impopolare. Alla sua morte, le finanze erano esauste e le condizioni generali della popolazione erano misere; la grande costruzione imperiale vacillava, minata all'interno da violente reazioni alla formula assolutistica del regime giustinianeo e scossa da nuovi attacchi ai confini. Giustino II (565-78), Tiberio II (578-82), Maurizio (582-602) cercarono di impedire il franamento con prudenti misure finanziarie e difensive, ma non poterono evitare la perdita dell'Italia, invasa in gran parte dai Longobardi (568), la controffensiva dei Visigoti in Spagna, le incursioni degli Avari e degli Slavi. Questi ultimi si erano insediati in varie zone dei Balcani, soprattutto in Tracia e in Grecia, mentre i Persiani non davano tregua in Armenia, in Siria e in Cappadocia, e solo dopo un ventennio di guerra vennero a patti (591). La durezza di Maurizio, pure imposta da necessità di sopravvivenza, provocò una rivolta militare, che condusse alla sua eliminazione e sostituzione con Foca (602-10), affatto impari ai suoi compiti. Questi fu a sua volta abbattuto da Eraclio (610-41), che dall'Africa sbarcò a Costantinopoli dove fu accolto come un liberatore. Deposte le ambizioni universalistiche romane, Eraclio si dedicò, con vivo senso realistico, alla creazione di un regno meramente greco, “bizantino”, meno disperso e più forte. Il suo maggior successo fu una difficile ma trionfale campagna contro i Persiani, che ne uscirono disfatti (628); Eraclio assunse il titolo dei loro re, in greco basileus; anche gli Avari e gli Slavi furono tenuti a freno. Ma intanto l'impero perdeva definitivamente la Spagna (616), retrocedeva in Italia e, a partire dal 634, veniva mutilato della Siria, della Mesopotamia, dell'Egitto dalla travolgente avanzata degli Arabi; l'egemonia mediterranea di Bisanzio crollava, declinava l'economia, fermenti politico-religiosi si riaccendevano. Il sec. VII fu uno dei periodi più cupi della storia bizantina; la dinastia di Eraclio (610-711) diede sovrani di notevole valore, quali Costante II (641-68), Costantino IV (668-85) e Giustiniano II (685-95 e 705-11), che dedicarono la loro attività alla difesa di un'area sempre più ristretta rinnovandone e rafforzandone le strutture militari (organizzazione dei temi, cioè di circoscrizioni militari) e ravvivandone lo spirito nazionale, greco, e la coscienza religiosa, cattolica. Ma l'impero subì attacchi e perdite territoriali irrimediabili: gli Arabi, dopo l'Egitto, occuparono tutta l'Africa settentrionale fino allo stretto di Gibilterra, assalirono la stessa Costantinopoli (673-77), s'insediarono a Cipro e a Rodi e non cessarono di premere sull'Anatolia. Contemporaneamente gli Slavi penetravano sempre più a fondo in Grecia e i Bulgari, destinati a divenire un grande e aggressivo impero, stabilivano i loro primi stanziamenti a sud del Danubio in Tracia (679).

Storia: l'iconoclastia

Alla dinastia d'Eraclio, finita nel caos di violente ed effimere usurpazioni, succedette, con Leone III (717-41), la dinastia detta degli Isaurici (in realtà, siriaca; 717-802), che consolidò la resistenza. Leone III salvò di nuovo la capitale dagli Arabi (717-18) e li respinse fino al Tauro; Costantino V (741-75) li attaccò in Armenia e in Siria e tenne a freno i Bulgari; Leone IV (775-80) seguì le orme dei predecessori. L'iconoclastia, imposta da Leone III nel 726, s'inquadra nel piano generale di restaurazione degli Isaurici (limitazione della potenza dei monaci, soddisfazione ai soldati); ma, oltre che gravi agitazioni interne, provocò la rottura col papato (che cercò allora l'alleanza dei Franchi) e la perdita dei rimanenti domini dell'Italia settentrionale (passata ai Franchi) e centrale (divenuta patrimonio della Chiesa). La restituzione del culto delle immagini (787), per volontà dell'imperatrice Irene (reggente, poi succeduta al figlio Costantino VI), fu tardiva e non durevole. Regnante Irene, papa Leone III incoronò sacro romano imperatore Carlo Magno (800), infliggendo un duro scacco a Bisanzio, che di Roma imperiale si credeva unica erede e continuatrice. Dopo un periodo di brevi e tragici regni, di cui profittarono a danno dell'impero i Bulgari e gli Arabi, e in cui fu resuscitata tra gravi violenze l'iconoclastia, Michele II (820-29) instaurò la dinastia frigia o d'Amorio (820-67), che risollevò alquanto il prestigio imperiale con iniziative economiche, civili e culturali. Teofilo (829-42) diede grande impulso agli studi; Michele III (842-67), reggente sua madre Teodora, pose fine per sempre all'iconoclastia (843), ristabilendo la pace religiosa; Boemi, Moravi, Bulgari furono convertiti al cristianesimo per iniziativa di Bisanzio (i cui rapporti col papato tuttavia si guastarono per lo scisma di Fozio, 867). Ma i progressi degli Arabi continuarono (823, insediamento a Creta; 827, primo sbarco in Sicilia; 837-42, attacchi in Anatolia e minacce alla capitale) e per la prima volta si profilò una minaccia russa (860).

Storia: la rinascenza macedone

Michele III fu eliminato da Basilio I (867-86), fondatore della dinastia macedone (di fatto di origine armena), che regnò dall'867 al 886 e portò a maturità il lento e faticoso processo di restaurazione dell'impero, conducendolo tra la seconda metà del sec. X e il primo quarto del sec. XI all'apogeo della potenza. Gli inizi della ripresa non furono sempre brillanti: Basilio I non riconquistò la Sicilia, ma rafforzò le posizioni di Puglia e Calabria e d'Asia; Leone VI (886-912) sviò le mire espansionistiche del grande Simeone, zar dei Bulgari; l'uno e l'altro furono insigni legislatori, autori dei celebri Basilici; Costantino VII Porfirogenito (912-959), salvatosi a stento dai Bulgari, grazie a valorosi generali (Giovanni Curcuas, Romano I Lecapeno, che fu coimperatore dal 919 al 944, e Barda Foca), ebbe la ventura di assistere agli inizi della prima vigorosa controffensiva contro gli Arabi in Asia. Avviata verso il 920, essa fu condotta sempre più a fondo non tanto dai legittimi sovrani, Romano II (959-63) e i suoi figli ancora fanciulli Basilio II e Costantino VIII, quanto dai due bellicosi coimperatori, che regnarono con loro: Niceforo II Foca (963-69) e Giovanni I Zimisce (969-76). Questi riconquistarono Creta, la Cilicia, Cipro, Aleppo, Antiochia, Damasco, sfiorando i luoghi santi e tennero in rispetto Bulgari e Russi. Questa serie di travolgenti successi (la cosiddetta “epopea bizantina”) si concluse con la distruzione e la sottomissione dei Bulgari, impresa personale di Basilio II compiuta tra il 996 e il 1014. L'impero riacquistò allora l'estensione, il prestigio, la prosperità dei tempi di Eraclio. Il successivo tramonto della dinastia macedone, con Costantino VIII, le figlie Zoe (coi suoi tre mariti Romano III Argiro, Michele IV, Costantino IX) e Teodora, ultima dei Macedoni (m. 1056), coincise con un periodo di crisi, di riprese offensive di Arabi e Bulgari, di secessioni in Italia e, all'interno, di agitazioni signorili e popolari; avvenne allora anche la definitiva separazione religiosa di Bisanzio da Roma, con lo scisma di Michele Cerulario (1054). Tuttavia il livello civile e culturale non solo non ne sofferse, ma continuò a salire.

Storia: l'età dei Comneni

Le aspre lotte per il potere tra l'aristocrazia militare e terriera e quella burocratica della capitale, che ebbe una certa prevalenza, durante i regni di Michele VI, Isacco I Comneno, Costantino X Ducas, Romano IV Diogene, Michele VII Ducas, Niceforo III Botaniate, provocarono col disagio interno scacchi rilevanti: la definitiva perdita dei domini in Italia e l'insediamento, dopo la sconfitta di Romano IV a Manzikert, dei Turchi Selgiuchidi in Anatolia, nel medesimo anno 1071. Di qui la violenta reazione dell'aristocrazia militare, che portò al trono Alessio I Comneno (1081-1118), fondatore di una nuova dinastia (1081-1185), che diede all'impero gli ultimi splendori. Con le armi e la diplomazia Alessio I salvò Bisanzio dai Normanni di Puglia, da nuovi barbari calati dal nord (Peceneghi e Comani), dai Selgiuchidi dell'Anatolia. La I Crociata, se lo sollevò in parte dal peso della lotta antimusulmana e gli restituì qualche territorio, lo pose di fronte a difficili problemi di coesistenza con gli Stati franchi formatisi in Oriente e a quello, gravissimo, della progressiva avanzata commerciale delle repubbliche marinare italiane nell'impero. Alessio I lasciò a Giovanni II (1118-43) un'eredità gloriosa, che questi conservò dignitosamente, ma una situazione finanziaria precaria e non rimediabile. Manuele I (1143-80), attaccato da Ruggero II di Sicilia, dovette ricorrere all'aiuto dei Veneziani per difendersi e largheggiare con loro in privilegi, estesi poi anche ai Genovesi e ai Pisani. La sua politica italiana lo portò in seguito a un disastroso confronto coi Veneziani stessi, alleati con Guglielmo II di Sicilia. Riportò bensì notevoli successi contro l'Ungheria, arrestandone l'espansione verso l'Adriatico, ma vide crollare nella battaglia di Miriocefalo (1176) la speranza, non infondata, di sottrarre tutta l'Anatolia ai Selgiuchidi. Dopo il breve e tragico regno di Alessio II (1180-83), Andronico I (1183-85), rompendo la tradizione, ritirò tutti i privilegi ai mercanti italiani, che furono oggetto del furore popolare, e, con un'oculata amministrazione, tentò di ridare ordine e sollievo economico ai Greci. Tuttavia la sua durezza e la reazione “latina” sollevarono contro di lui tumulti nella capitale; Andronico I venne deposto e ucciso.

Storia: il declino di Bisanzio

La dinastia degli Angeli (Isacco II, Alessio III, Alessio IV, 1185-1204) fu infelice; andò in rovina con la IV Crociata, le cui conseguenze furono la conquista latina di Costantinopoli, la creazione dell'Impero latino (1204-61), che fu appannaggio di signori di Francia e d'Italia e di mercanti veneziani, la riduzione dell'Impero bizantino a tre frammenti separati (Nicea, Tessalonica e Trebisonda), ciascuno con un principe che rivendicava per sé il diritto di rappresentare, in esilio, la legittima continuità della serie degli imperatori. Prevalse Nicea e mentre l'Impero latino, benché per altro verso non privo di benemerenze, smantellava i resti delle secolari strutture bizantine, gli imperatori di Nicea Teodoro I Lascaris, Giovanni III Ducas, Teodoro II, Giovanni IV Ducas Lascaris e Michele VIII Paleologo, tra il 1204 e il 1261 predisponevano con abilità, coraggio e fortuna la riconquista di Costantinopoli. Essa riuscì, previa alleanza coi Genovesi (Trattato di Ninfeo, 1261), a Michele VIII, che rientrò quasi senza combattere nella desolata capitale (estate 1261) e vi avviò l'ultima e tormentata restaurazione. Michele VIII (1261-82), con l'appoggio dei Genovesi, recuperò parte dei territori (Peloponneso con Mistrà, Acaia, parte dell'Epiro, contesogli da Carlo I d'Angiò, vendicatore dell'Impero latino) e tentò anche l'impossibile riunione della Chiesa greca alla romana. Andronico II (1282-1328), associato col fratello Costantino, assoldò, per la difesa contro Angioini e Turchi, milizie catalane, che finirono col dominare in varie regioni, mentre risorgevano i forti Stati di Serbia e Bulgaria e una nuova formidabile potenza, i Turchi Ottomani subentrati ai Selgiuchidi, avanzava in Anatolia, toccando Brussa (1326). Andronico III (1328-41) poté effettuare ancora qualche recupero in Tessaglia e in Epiro; ma gli Ottomani arrivarono a Nicea e a Nicomedia, mirando alla capitale. Durante il regno di Giovanni V (1341-91), interrotto da ben tre usurpatori (Giovanni VI Cantacuzeno, 1347-55, Andronico IV, 1376-79, Giovanni VII, 1390; questi ultimi rispettivamente figlio e nipote di Giovanni V), maturò la catastrofe. Col favore di Giovanni VI Cantacuzeno, gli Ottomani passarono in Europa, occuparono anzitutto Gallipoli (1354), poi le città della Tracia e Adrianopoli (1362), la Bulgaria e la Serbia (1369-89), riducendo i domini imperiali solo a Costantinopoli, a Tessalonica e al Peloponneso. Gli appelli di Giovanni V alle potenze cristiane d'Occidente furono vani; quelli di suo figlio Manuele II (1391-1425) provocarono una crociata, che fu sbaragliata a Nicopoli (1396). Neppure dell'imponente disfatta inflitta ai Turchi da Tamerlano (Ankara, 1402) Manuele II poté approfittare per mancanza di mezzi propri e di aiuti, così che le posizioni turche in Europa rimasero intatte e si consolidarono. Una seconda crociata, ottenuta da Giovanni VIII (1425-48), dopo aver fatto atto formale di sottomissione al papa Eugenio IV (Firenze, 1439), fu pure battuta (Varna, 1444). Poco dopo, regnante l'ultimo dei Paleologhi, Costantino XI (1449-53), il sultano Maometto II predispose accuratamente la conquista di Costantinopoli e la realizzò, dopo un lungo assedio, il 29 maggio 1453; Costantino XI cadde nell'eroica difesa della città. Tessalonica era già caduta nel 1430; nel 1460 cadde il Peloponneso e nel 1461 Trebisonda, dove dal 1204 sopravviveva, sotto i Comneni, un frammento dell'Impero bizantino. Conclusa così la supremazia politica di Bisanzio, dopo undici secoli di storia spesso insigne, l'Impero sopravviveva con la sua civiltà greco-romano-orientale in tutti i Paesi dell'Oriente e dell'Occidente che erano stati un tempo sotto il suo dominio.

Architettura

A partire dal 330 (anno in cui Costantino elevò Bisanzio al grado di capitale) la città, ribattezzata Costantinopoli, si arricchì di edifici pubblici di proporzioni colossali, tali da sviare l'attenzione dalla poco curata esecuzione degli ornamenti, opera di artigiani convocati da ogni parte dell'impero. Al principio del sec. V, sotto Teodosio II, furono costruite le mura, veramente imponenti e di grande efficacia difensiva, insieme col palazzo imperiale, e si delinearono i due tipi principali di chiesa: la basilica e il martyrion. La basilica, ampiamente diffusa, come a Costantinopoli, in Asia Minore e in Grecia, è a struttura ipostila, normalmente a tre navate (splendido esempio a Costantinopoli è S. Giovanni in Studio, ca. 463), raramente a cinque (S. Demetrio a Salonicco, sec. V, rimaneggiato nel VII). Il martyrion (nato dal culto dei martiri di cui si venerava il sepolcro) è invece a pianta centrale, cruciforme o a raggiera: del primo tipo è il martyrion di S. Babila ad Antiochia; del secondo tipo (esemplificato dalla Panaghia nello Stoa di Adriano ad Atene) abbiamo un esempio anche in Italia, nella chiesa di S. Lorenzo a Milano, eseguita forse su disegni giunti da Costantinopoli. Col regno di Giustiniano (527-65) cominciò la prima età d'oro dell'architettura bizantina, con lo sviluppo nell'architettura ecclesiastica della struttura a volta, che venne progressivamente sostituendo la primitiva struttura ipostila. Certamente un fattore determinante di questo cambiamento fu la difficoltà di procurarsi i marmi necessari per le colonne, ma l'uso della volta corrisponde anche a una reale evoluzione del gusto. La chiesa dei SS. Sergio e Bacco (523-27), a Costantinopoli, è a pianta centrica, con vano centrale ottagonale, coperto da cupola a spicchi e circondato da un ambulacro racchiuso in un perimetro rettangolare. Monumento estremamente significativo di questo periodo è S. Sofia di Costantinopoli (532-37), tentativo di fusione del tipo del martyrion con quello della basilica per formare un insieme nuovo e originale: nello schema centrale del martyrion con nicchie vengono inseriti i colonnati tipici della basilica, in due ordini sovrapposti, fiancheggianti il vano centrale quadrato, coronato da una grande cupola. Nel sec. VI anche in edifici italiani si rispecchiano i tipi bizantini: a Ravenna, S. Apollinare in Classe è una basilica a tre navate, mentre S. Vitale ha struttura accentrata ottagonale con nicchie semicircolari. In epoca giustinianea comparve anche l'iconostasi, muro divisorio che separava il luogo in cui si svolgeva il culto dalla navata (così chiamato in seguito perché adorno di icone), elemento tipico della successiva architettura bizantina. Del periodo iconoclasta non rimane molto nel campo dell'architettura, tuttavia è in quest'epoca che viene elaborandosi un nuovo schema, destinato a sviluppi vitali. Permane ancora la struttura basilicale, ma le colonne sono frequentemente sostituite da pilastri e le navate sono coperte con volte a botte (come nel complesso di Binbir Kilise e nelle affini chiese rupestri della Cappadocia, sec. VII-X). Ma viene ora realizzandosi pienamente il nuovo tipo della chiesa “a croce iscritta” (o “croce greca”), che rappresenta la fusione tra i due schemi sostanziali della basilica e del martyrion, fusione avvenuta in fasi successive, testimoniate per esempio (sec. VIII) dalla cattedrale di Salonicco e dalla chiesa di S. Irene a Costantinopoli, oltre che da altre basiliche con cupole in Cilicia, a Filippi e a Efeso. La “Nea Ekklesia” di Basilio I a Costantinopoli (881?) presenta infine la caratteristica disposizione a croce centrale con cinque cupole: una grande nel mezzo e quattro piccole a ogni braccio della croce. Questo schema ebbe un'enorme fortuna, diffondendosi in tutto il territorio greco continentale, nelle isole dell'Egeo e a Cipro, spesso con particolari flessioni provinciali. Un esempio canonico è la Panaghia Calchéon a Salonicco (1028), con cupole su alti tamburi, mentre varianti tipiche presentano le chiese conventuali (Monte Áthos, Meteore), con terminazione absidale triloba, e quelle a due piani di Mistrà. Dal sec. IX in poi gli edifici furono piuttosto modesti, né la “rinascenza macedone” (sec. X-XI) portò a veri mutamenti degli schemi architettonici. Dal sec. XI al XV l'architettura bizantina si avviò verso il declino: in edifici in genere di piccole dimensioni gli elementi ornamentali presero il sopravvento su quelli strutturali, svuotandoli di significato: si veda per esempio la cappella funeraria della Pammakaristos (ca. 1300) a Costantinopoli, dove la struttura sembra dissolversi nel fantasioso gioco degli effetti ornamentali, o la chiesa dei SS. Apostoli a Salonicco (1312-15), dalla decorazione lussureggiante, con cupole slanciate su altissimi tamburi. Zone di particolare diffusione della tarda architettura bizantina furono, nella regione balcanica, la Serbia e la Macedonia (importanti complessi conventuali di Studenica, sec. XII, e Gračanica, sec. XIV), mentre più tardo fu l'influsso in Romania, dove le forme tradizionali assunsero progressivamente caratteri di maggiore autonomia (vale l'esempio delle chiese moldave edificate nei sec. XV e XVI), come del resto risultati del tutto singolari produsse l'apporto bizantino nell'area russa.

Arte: generalità

I caratteri fondamentali dell'arte bizantina (sec. IV-XV) furono determinati dalle regioni in cui sorse e fiorì, ma soprattutto dal fatto che fu sempre legata all'ispirazione cristiana della Chiesa da un lato e al controllo della corte imperiale dall'altro. Di qui il suo carattere intensamente spirituale (tipico dell'Oriente), solenne e aulico, che così profondamente la differenzia dall'arte romana, da cui trasse origine. L'arte romana, sempre volta all'iconismo naturalistico, aveva idealizzato la natura senza però abbandonarne il modello, mentre l'arte bizantina, impregnata di misticismo ieratico, ritrasse un mondo celeste, distaccato da quello terrestre dell'esperienza quotidiana.

Arte: scultura

Per quanto la scultura bizantina non sia ben conosciuta, perché non molto è giunto fino a noi, è però manifestazione artistica più importante di quanto non si sia creduto per un certo tempo e annovera opere di alta qualità. Nelle prime opere scultoree bizantine (specialmente sarcofagi) la tradizione romana è ancora evidente. La base dell'obelisco di Teodosio, nell'ippodromo di Costantinopoli (sec. IV) non è invece più di stile classico: le fattezze dei personaggi sono ritratte realisticamente, ma le figure, sproporzionate rispetto al volto, hanno un atteggiamento statico e sono disposte in gruppi serrati. Di qualità eccezionale sono invece le sculture dell'arco rinvenuto nella chiesa di S. Maria Panachrantos, a Costantinopoli (forse sec. VI, ma la datazione è tutt'altro che sicura). A cominciare dal periodo iconoclasta, la scultura a tutto tondo sembra essere stata trascurata a favore del mosaico e, per il suo carattere troppo realistico e quindi profano, viene esclusa dalla decorazione delle chiese. Sono abbastanza numerosi i rilievi della Vergine orante, tra cui raffinatissimo quello rinvenuto nel palazzo Mangana di Costantinopoli (sec. XI; Museo Archeologico di İstanbul). La scultura ornamentale bizantina è ben conosciuta nelle sue caratteristiche attraverso i bei capitelli del sec. VI, con decorazioni figurate (Museo Archeologico di İstanbul), i pulvini delle chiese di S. Vitale a Ravenna e dei SS. Sergio e Bacco e S. Sofia a Costantinopoli, e le transenne a traforo, per esempio quella di S. Vitale (sec. VI; Museo di S. Vitale), opere in cui vediamo usati con maestria il bassorilievo, l'intaglio e il traforo. A poco a poco, però, assistiamo al decadere dell'esecuzione che si fa meno accurata: nel sec. XIV il rilievo è appiattito e i disegni stilizzati appaiono ormai privi di ogni vitalità.

Arte: pittura e mosaico

Il particolare carattere dell'arte bizantina è meglio afferrabile, più che in ogni altra manifestazione artistica, nella pittura e soprattutto nel mosaico che, di fatto, costituì la pittura monumentale della civiltà bizantina al suo apogeo. La concezione di un'arte spiritualizzata (nata dalla filosofia neoplatonica) trovò nel mosaico la sua espressione ideale. Né d'altronde la pittura del tempo era arte che avesse alcunché di immediato: l'artista si trovava in una posizione subordinata, sottoposto strettamente ai dettami stilistici della corte, che non solo regolava minuziosamente prestazioni e compensi, ma imponeva anche canoni estetici, in quanto l'arte aveva il preciso compito di educare e insegnare. In questo clima la tecnica del mosaico raggiunse l'apice della perfezione e produsse opere di ineguagliato splendore. Nel periodo che va dal sec. V al VII i principali cicli musivi si trovano non a Costantinopoli, ma a Salonicco e a Ravenna. Di opere costantinopolitane è giunto a noi solo il frammento di mosaico proveniente dal peristilio del grande palazzo imperiale (probabilmente del tempo di Giustiniano), ancora naturalistico nello stile ed eseguito con una tecnica raffinata. A Salonicco, nei mosaici della chiesa di S. Giorgio (fine sec. IV) dagli splendidi colori che risaltano sul fondo dorato, le figure austere e statiche indicano il nuovo gusto astrattizzante, contrastando col movimentato scenario architettonico dello sfondo di ascendenza ancora ellenistica. I mosaici di Ravenna sono da considerarsi di una scuola indipendente, legata alla tradizione paleocristiana italica (per esempio i mosaici del mausoleo di Galla Placidia), benché parte dei mosaici di S. Apollinare Nuovo e soprattutto i mosaici di S. Vitale rivelino l'influsso della scuola di Costantinopoli con rielaborazioni locali. Gli affreschi della chiesetta di Castelseprio (sec. VII-VIII), invece, per l'eccezionale maestria tecnica furono verosimilmente opera di artisti greci di passaggio. Tra le miniature di codici sono notevolissime quelle del Dioscoride di Iuliana Anicia (sec. VI; Vienna, Österreichische Nationalbibliothek), vivaci e sciolte, certamente eseguite in una bottega della capitale. Dopo la frattura dovuta al periodo iconoclasta (726-843), quando la decorazione musiva e pittorica sfruttò motivi puramente ornamentali, l'arte della corte costantinopolitana, cui era venuta meno la tradizione iconografica, dovette rivolgersi all'arte popolare orientale, che prima aveva cercato di soverchiare imponendo i propri schemi stilistici. L'influsso orientale, tendente verso la spiritualizzazione, si fece visibile nelle figure statiche e severamente allineate e gli scrupoli dottrinali fecero evitare ogni traccia di naturalismo, stabilendo anche i temi da rappresentare e la loro collocazione sulle pareti della chiesa: nella cupola viene raffigurato di solito il Cristo Pantocratore, mentre la Vergine e il Bambino vengono rappresentati in maestà nell'abside principale e gli apostoli, i patriarchi, ecc. nelle volte. Dal sec. IX all'XI il potere centrale rinforzato ebbe la tendenza a imporre lo stile di corte, con il conseguente predominio della scuola costantinopolitana. A S. Sofia di Costantinopoli esistono diversi mosaici del periodo dal sec. IX al XIV, tra cui splendida la Vergine col Bambino dell'abside orientale, variamente datata, tuttavia le testimonianze più importanti si trovano in Grecia: al sec. XI appartengono i cicli di mosaici di Hosios Lucas nella Focide (principio del secolo), quelli di Nea Moni a Chio (1042-56) e quelli della chiesa di Dafni, vicino ad Atene (seconda metà del secolo). All'epoca dei Paleologhi (sec. XIII-XV) appartiene la maggior parte delle icone portatili dipinte e a mosaico, eseguite spesso con grande raffinatezza e minuzia tecnica. Tra i manoscritti miniati, di cui ci sono giunti magnifici esemplari dei sec. IX-XI, ricorderemo soltanto il famoso codice di S. Gregorio Nazianzeno (880-86; Parigi, Biblioteca Nazionale). Durante il sec. XIII, e più ancora nel XIV, il mosaico declinò rapidamente e fu sostituito in tutto il mondo bizantino dagli affreschi. La supremazia artistica di Costantinopoli e della Grecia andò declinando e le più notevoli opere di pittura vennero eseguite soprattutto in Iugoslavia (in Macedonia e Serbia in particolare). Dopo la caduta dell'Impero d'Oriente (1453) l'arte bizantina sopravvisse in formule stereotipe nei Paesi di religione greco-ortodossa.

Arti minori: avori, oreficeria, stoffe

Il gruppo principale dei più antichi avori bizantini (sec. IV-VI) è costituito dai dittici consolari, imperiali e cristiani (dittico). Mentre nei dittici di provenienza occidentale c'è un tentativo di ritrattistica, in quelli orientali le figure sono convenzionali e talvolta scompaiono per far posto alla pura decorazione. Importanti sono anche le scatole cilindriche o pissidi e i reliquiari. Nelle opere di questo periodo gli studiosi hanno distinto diverse scuole: le italiane (Roma e Milano), in cui prevale uno stile di gusto classicheggiante, esemplificato in modo eccellente nella lipsanoteca del Museo Civico di Brescia (350-70); Alessandria, cui si attribuisce generalmente dagli studiosi uno stile impressionistico di carattere pittorico e narrativo, e col quale hanno connessione le bellissime storie di Giuseppe sul lato posteriore della cattedra di Massimiano a Ravenna; infine Antiochia, il cui stile sfrutta all'estremo, e talvolta all'eccesso, le possibilità espressive di quello alessandrino. Dopo il periodo dal sec. VII al IX, nella cosiddetta “età d'oro” (sec. IX-XII) l'arte dell'avorio conobbe una nuova epoca di splendore, poiché i maestri bizantini seppero unire la delicata raffinatezza delle arti minori con la grandiosità dello stile dei mosaici dell'epoca. Gli avori di questo periodo sono costituiti da rilievi con ritratti di imperatori, oppure di soggetto religioso, spesso riuniti in trittici, e da un gran numero di cofanetti. Questi ultimi, decorati con scene mitologiche e cristiane, appartengono quasi tutti, salvo rare eccezioni, al gruppo di avori cosiddetto “a rosette”, e mostrano in modo evidente il legame con l'arte classica. Pochi sono a soggetto puramente cristiano (cofanetto del Museo del Bargello di Firenze): i soggetti ripresi da rilievi antichi si mescolano con scene bibliche (cofanetto di Veroli) o cristiane. I rilievi sono stati classificati in diversi gruppi, il più notevole dei quali è il cosiddetto gruppo di Romano, che prende il nome dal bel rilievo di Parigi (Gabinetto delle Medaglie) rappresentante l'imperatore Romano II, caratterizzato dallo stile solenne molto vicino a quello del mosaico. Al gruppo di Niceforo, cosiddetto da una tavoletta col nome di Niceforo Foca, appartengono avori disparati e non tanto pregevoli come quelli del gruppo di Romano. Nel gruppo definito “affine alla pittura”, in quanto chiaramente ispirato da pitture murali o miniature, il legame con l'arte classica è particolarmente visibile. Tra gli avori bizantini non mancano le statuette a tutto tondo (Madonna del Victoria and Albert Museum di Londra). Il grande periodo della scultura bizantina in avorio si può considerare concluso con la fine del sec. XII e l'inizio del sec. XIII. § Gli oggetti preziosi del periodo dell'arte bizantina anteriore all'iconoclastia sono in grandissima parte scomparsi. L'argenteria superstite dei sec. VI-VII (soprattutto di uso ecclesiastico) è di stile classicheggiante, come le patene ritrovate a Kerynia (Cipro). La tecnica predominante sembra essere lo smalto, benché nello splendido calice di Antiochia (sec. VI; New York, Metropolitan Museum) venga usato con maestria il traforo. Intorno al Mille, distaccandosi dalle forme naturalistiche, la decorazione si avvalse soprattutto del colore (sontuosi calici d'oro e pietre dure del Tesoro di S. Marco a Venezia), benché vi siano anche argenti posteriori al Mille che mostrano tendenze classicheggianti. Gli argenti sbalzati bizantini vennero ampiamente imitati in Italia (pala di Cividale del Friuli, in cui i modelli bizantini sono rinvigoriti da nuove capacità creative). In quest'epoca assume un'importanza di primo piano lo smalto cloisonné, di cui si hanno le prime notizie nel sec. V e il cui periodo di fioritura in ambito bizantino giunge al principio del XII. Gli esempi più antichi sono il reliquiario di S. Reparata (565-578) e la croce di Beresford-Hope, mentre tra i più tardi spicca per la finezza degli smalti la stauroteca di Limburg an der Lahn (945-65). Ma la massima espressione dell'oreficeria bizantina è la pala d'oro di S. Marco. Nel periodo più tardo prende grande importanza la filigrana, in forme spesso classicheggianti: magnifico esempio ne è la cornice dell'icona di S. Atanasio al Monte Áthos (ca. sec. XIII). Nel corso del sec. XIII comincia anche per l'oreficeria un lento declino, quantunque sotto la dinastia dei Paleologhi vengano ancora eseguiti pezzi di notevole pregio. § Le stoffe più antiche furono rinvenute in Egitto e quindi vennero conservate nei tesori delle chiese, utilizzate per avvolgere le reliquie. I motivi usati per la decorazione delle prime sete bizantine appartengono ancora al repertorio romano (per esempio la quadriga) ma ben presto (forse al principio del sec. VII) compaiono motivi orientali e soprattutto sassanidi, come i grifoni alati. L'influsso dello stile orientale è visibile anche nelle stoffe di epoca posteriore, delle quali un magnifico esemplare di tessuto in seta decorato con elefanti (sec. X) è stato conservato nella tomba di Carlo Magno ad Aquisgrana. Per ancora due secoli (dal XIII al XV), quando le arti suntuarie declinarono come tutte le altre manifestazioni artistiche, nei conventi continuarono a essere eseguiti pregevoli ricami.

Diritto

Il primo nucleo del sistema giuridico che, da Costantino il Grande e sotto l'impulso di grandi forze politiche ed economiche, andò sviluppandosi nelle regioni orientali dell'Impero romano e da Giustiniano ricevette la sua prima strutturazione scritta, purtroppo ci è giunto solo per frammenti: una parafrasi delle Istituzioni compilata da Teofilo e un breviario delle Novelle opera di Teodoro Scolastico. Nei sec. VI-VII ai libri di Giustiniano si aggiunsero le Costituzioni dei suoi successori; la loro materia venne tutta rielaborata lungo l'arco dei sec. VIII e IX e se ne ricavarono testi legislativi e raccolte. Ufficiali sono l'Ecloga di Leone III Isaurico e Costantino V Copronimo (740), a uso dei tribunali; il Prochiron, promulgato da Basilio I (ca. 879); l'Epanagoge (tra l'867 e il 913), che rivede e amplifica il Prochiron, i Basilici, una emendatio alla compilazione giustinianea, promulgata dall'imperatore Leone (VI) e fornita in seguito di un apparato scolastico, dovuto alla scuola giuridica di Costantinopoli; il nucleo più importante delle Costituzioni imperiali di Leone VI il Saggio (sec. X), che rientra come integrazione essenziale nel suo Corpus legum repurgatum; le Novellae dei successori di Giustiniano fino a Basilio I il Macedone (867-886) e ancora quelle da Costantino VII Porfirogenito fino a Costantino IX Monomaco (912-1055) e da Isacco I Comneno (1005-1061) al 1204; le Costituzioni dal 1204 al 1453. Tutta questa legislazione bizantina (in special modo quella di Leone III Isaurico e quella macedone) trovò applicazione anche nell'Italia meridionale, nella Sicilia e nell'Esarcato e fu il mezzo, pur attraverso le varianti bizantine, per mantenere una certa genuinità della tradizione giuridica romana. Infatti, se la legislazione macedone segna un riavvicinamento al diritto giustinianeo, quella di Leone Isaurico invece risente del distacco dalla romanità effettuato nel quadro della lotta religiosa, che doveva dividere l'Oriente dall'Occidente. Varianti importanti al Codice Giustinianeo sono: la mitigazione delle leggi penali; l'accettazione di alcuni principi del diritto canonico in materia matrimoniale; il superamento della legislazione contrattuale romana; maggior intervento dello Stato nell'apparato giuridico che regolava l'industria e il commercio e che ebbe come conseguenza una più equa fiscalizzazione e un maggior interesse per le terre italiane. In conclusione, dunque, il legame tra Bisanzio e queste terre era di natura politica ed economica, ma lo saldava e gli dava forza il comune diritto capace di sostanziare l'ultima resistenza di fronte alle minacce germanica e islamica.

Diritto canonico

La storia del diritto canonico bizantino, in origine vigente nella sola Chiesa di Costantinopoli e successivamente esteso a tutte le Chiese orientali di rito bizantino, inizia con il Sinodo Trullano (692), che lo strutturò sulle fonti degli 85 canoni apostolici (tratti dal libro VIII delle Costituzioni apostoliche); dei canoni dei concili di Nicea, Costantinopoli I, Efeso, Calcedonia; dei canoni dei sette concili orientali; dei canoni di dodici padri della Chiesa orientale; dei 102 canoni dello stesso Sinodo Trullano. A questi si aggiunsero i 22 canoni del II Concilio di Nicea (787). Una prima collezione cronologica di canoni comparve verso il 535 (Collectio LX titulorum), ma è andata perduta. Ci sono giunte invece quella raccolta da Giovanni Scolastico attorno al 550 sotto il titolo di Collectio L titulorum e una precisa Synopsis canonum, anteriore al Concilio Trullano. A queste va aggiunto il Liber poenitentialis. Caratteristica comune a queste raccolte è l'inserimento a parte della legislazione civile in materia ecclesiastica: comparvero così la Collectio XXV capitulorum, estratta dal Codice Giustinianeo; la Collectio LXXXVIII capitulorum, fatta da Giovanni Scolastico; la Collectio XXII capitulorum, tratta dalle Novellae di Giustiniano; la Collectio tripartita, estratta dal Corpus iuris civilis. Con la comparsa del Nomocanon XIV titulorum (ca. 629) la legislazione civile riguardante la Chiesa entrò come parte integrante nel Codice Canonico. Il testo, riveduto nell'883 e ancora nel 1080, dopo essere stato arricchito e commentato dal canonista Balsamone, rimase il monumento basilare del diritto canonico bizantino. Fino alla caduta di Costantinopoli (1453) le aggiunte si ridussero ai vari decreti sinodali, di cui si ricordano quelli di Nicola Grammatico, di Luca Crisoberges e di Michele Anchiales. Con il sec. XII ebbe inizio il periodo dei grandi commenti: di Alessio Aristene, con il commento alla Synopsis canonum, di Zonara, di Teodoro Balsamone; di Demetrio Comatiano, di Costantino Armenopulo e di Matteo Blastares, autore del Syntagma, una specie di dizionario enciclopedico.

Filosofia

Il concetto di filosofia bizantino è ampiamente discusso dagli studiosi. Ci si chiede, in particolare, se tale filosofia non costituisca altro che un contributo esegetico nei confronti dei testi classici della filosofia greca, o se essa possieda una propria originalità speculativa. Quel che comunque è accertato, è la continuità non solo con la filosofia greca, ma anche con quella patristica. La filosofia bizantina può essere divisa in tre grandi periodi: un primo, che vede fiorire la scuola di Gaza con Enea, Procopio e il retore Zaccaria; essa precisa i concetti di “natura” e “ipostasi” con Leonzio di Bisanzio, sale a un'alta spiritualità con Giovanni Climaco e i commentari ad Aristotele (di Giovanni Filopono). Un secondo, illuminato dalla figura di Giovanni Damasceno e dalla sua opera sistematica intesa a chiarire i massimi temi della fede ortodossa ma in cui si colloca anche l'opera di Massimo il Confessore (ca. 580-662), tenace oppositore del monotelismo, e che vede il preludio di un umanesimo, che Psello (1018-1078) svilupperà nei suoi temi fondamentali, e un rifiorire della cultura sotto i Comneni (sec. XI-XII). Infine un terzo, durante la dinastia dei Paleologhi, particolarmente ricco di problemi che si fanno notare per la loro eterogeneità: filologia e mistica, scienza e neoplatonismo, ecc. Questi problemi, se da una parte rimandano alla tradizione classica, dall'altra collegano la filosofia bizantina con il pensiero umanistico e rinascimentale. Basti ricordare, a questo proposito, i nomi di Gemisto Pletone, di Bessarione, di Giorgio da Trebisonda e di Giorgio Scolario. I rapporti tra filosofia e teologia sono stati molto stretti nei primi secoli del cristianesimo per la necessità di far fronte alle eresie. Sono i concetti filosofici a precisare la delicata terminologia nella disputa cristologica con analisi fine ed esauriente dei concetti di “ipostasi” e di “natura”; rapporto tra operazione ed essenza divina; costante presenza della terminologia stoica nel monachesimo; esaltazione mistica secondo il linguaggio e il concetto platonici; familiarità con la dialettica e la logica aristoteliche, ma ispirazione della metafisica platonica. Con la fine del periodo iconoclastico (843), il distacco della filosofia dalla teologia si fece sempre più sensibile fino ad arrivare all'aperta opposizione di Pletone. Nelle relazioni culturali tra Bisanzio e l'Occidente, grande fu l'influenza sui pensatori occidentali dello Pseudo-Dionigi, di Massimo il Confessore, del Damasceno; questa influenza percorrerà il cammino inverso con le traduzioni di San Tommaso.

Letteratura: generalità

La data convenzionale d'inizio della letteratura bizantina è stata per lungo tempo fissata all'epoca di Giustiniano (sec. VI); attualmente si preferisce però includere nel periodo bizantino l'ultima fioritura della letteratura pagana e la produzione dei padri della Chiesa. Questi ultimi perfezionarono quella sintesi fra pensiero cristiano e cultura ellenistica, a cui corrisponde un aspetto assai appariscente di tutta la civiltà bizantina: il legame indissolubile fra impero e Chiesa, fra vita politica e vita religiosa. Sin dagli inizi, la letteratura religiosa ha una preponderanza cospicua, ma in tutta l'età bizantina si riscontrano la tenace sopravvivenza dell'atticismo e la continuità della tradizione retorica classicistica. L'atticismo, sia pure contaminato da forme neotestamentarie, e il classicismo, che permea tutta la produzione letteraria colta, sono senza dubbio fenomeni frenanti nell'evoluzione linguistica e letteraria. Tale constatazione ha indotto a condannare in blocco la letteratura bizantina sulla base di un giudizio di valore estetico inficiato dal paragone con la letteratura greca classica. In effetti la letteratura bizantina appare relativamente statica, e spesso costretta nelle pastoie della tradizione retorica, e gli stessi suoi apporti allo sviluppo dei rinascimenti occidentali (operatisi nel solco di una cultura prevalentemente latina) non sono così vistosi come spesso si è creduto. È però incontestabile la presenza di opere, e anche di generi, originali, ed è possibile delineare i momenti di una fioritura sufficientemente articolata, in connessione con le vicende storiche. Per comodità, i periodi principali della letteratura bizantina si possono ridurre a tre: periodo proto-bizantino (sec. IV-VI), periodo bizantino propriamente detto (sec. VII-XII), periodo tardo-bizantino (sec. XIII-XV).

Letteratura: il periodo proto-bizantino

Nel periodo proto-bizantino la letteratura profana è strettamente legata ai modelli ellenistico-romani, ma cominciano a manifestarsi gli elementi caratteristici della civiltà medievale. Il processo di accentramento attorno alla capitale (che nel periodo seguente sarà l'unica città culturalmente importante) è solo all'inizio: l'Università di Costantinopoli, fondata nel 330, non è ancora l'unica università dell'impero. In essa, inoltre, fino alla riforma giustinianea continuano a insegnare professori pagani; solo dopo la chiusura della Scuola d'Atene (529) la cultura pagana riceve un colpo mortale e il processo d'accentramento si avvia a compimento. Fino alla fine del sec. VI, il latino è la lingua ufficiale dello Stato (le prime leggi redatte in greco sono le Novellae di Giustiniano); la lingua letteraria però è il greco, sia nel campo profano sia in quello religioso. La poesia colta si esprime in metri e forme classiche (Quinto mirneo, Nonno di Panopoli, epigrammisti, ma anche Gregorio di Nazianzo) ma, col contacio, nasce una nuova forma di poesia religiosa, in metri nuovi e in lingua popolare (Romano il Melode). Eusebio di Cesarea crea la prima “storia ecclesiastica”, mentre ai modelli classici si rifanno direttamente gli storici Procopio e Agazia. Quanto alla teologia, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa e Giovanni Crisostomo completano l'assorbimento nella cultura cristiana di tutto quanto non le è incompatibile nella tradizione classica. Parallelamente, l'ambiente monastico esprime due generi letterari popolari, destinati a grande fortuna: l'agiografia e la cronaca universale (Malala).

Letteratura: il periodo bizantino

Tramontato il sogno giustinianeo di restaurazione dell'impero universale, si coglie nel sec. VII, in cui campeggiano l'imperatore Eraclio I (610-41) e i suoi successi in Oriente, il trapasso dalle strutture tardo antiche alla civiltà bizantina propriamente detta, in cui i caratteri greco-orientali dominano in senso assoluto. Il latino cessa di essere lingua ufficiale e la produzione letteraria si evolve in forme peculiari: se, nel campo della letteratura profana, Teofilatto Simocatta continua la tradizione storiografica classicistica, si afferma nuovamente la cronaca universale popolare (Chronicon Paschale). Il poema epico, abbandonato l'esametro tradizionale, adotta il trimetro giambico trasformato in dodecasillabo (Giorgio Piside). Nella poesia religiosa, dopo l'inno acatisto si afferma il canone, forma poetica assai complessa, in cui la musica ha un'importanza fondamentale, e che ha il suo più famoso artefice in Andrea di Creta. Sul piano teologico e dogmatico, Giovanni Damasceno (autore anche di canoni e di poesie in metri classici) testimonia la prima fase della lotta iconoclastica (726-843). Fra la metà del sec. VIII e la metà del IX, difficoltà di natura esterna, che si sommano alle lotte religiose, provocano un certo abbassamento del livello culturale: la storiografia è sostituita dalle cronache (Giorgio Sincello, Giorgio Monaco), e l'agiografia trionfa. Ma con la restaurazione dell'ortodossia e la ripresa politico-militare della dinastia macedone comincia uno dei periodi più fecondi della civiltà e della letteratura bizantina, che dura fino alla caduta di Costantinopoli per mano dei crociati (1204). Già nell'863 si ha la ricostituzione dell'Università Imperiale, che avvia la rinascita degli studi classici: è questa l'epoca in cui i testi antichi vengono traslitterati in corsivo, e a cui risalgono i più importanti codici giunti fino a noi. Oltre al lavoro di copiatura e d'interpretazione rinasce l'esegesi dei testi, operata anche sulla scorta dei commenti antichi (Areta di Cesarea, Eustazio di Tessalonica). Si compiono inoltre grandi sistemazioni enciclopediche e summae culturali: dalla Biblioteca di Fozio ai Basilici di Leone VI Isaurico; dai trattati di Costantino VII Porfirogenito al lessico Suda; dall'Antologia palatina di Costantino Cefala alle Vite dei Santi di Simeone Metafraste. I sec. XI e XII segnano il culmine di questa rinascita: la storiografia di derivazione classicistica produce le opere di Michele Psello e Michele Attaliate e poi l'Alessiade di Anna Comnena, ma anche la cronaca dà opere di buon livello (Giovanni Scilitze, Giorgio Cedreno, Giovanni Zonara). La poesia raggiunge livelli decorosi (Cristoforo di Mitilene) e soprattutto interessanti, per certi aspetti, dal punto di vista linguistico: con Teodoro Prodromo, che ha il doppio volto del dotto e del “pitocco” popolaresco, si affaccia anche negli ambienti colti la lingua volgare, che verso il sec. X aveva prodotto la grande epopea di Dighenìs Akrìtas, importante anche per l'affermazione definitiva del decapentasillabo, o verso politico, come verso tipico della poesia neogreca.

Letteratura: il periodo tardo-bizantino

Con la costituzione dell'Impero latino d'Oriente (1204-61) la civiltà bizantina registra il suo primo grande crollo. La perdita di Costantinopoli, centro di tutte le principali attività, prelude alla disgregazione del grande impero: anche dopo la riconquista continuerà un policentrismo analogo a quello del periodo proto-bizantino, e centri politici e culturali resteranno Tessalonica, Mistrà e soprattutto Trebisonda, capitale di un impero periferico autonomo. Tuttavia nel periodo tardo-bizantino la cultura non ristagna, tanto che le tendenze della critica parlano, per questi secoli, di umanesimo bizantino. Con Massimo Planude, Tomaso Magistro, Demetrio Triclinio, la grande tradizione filologica tocca i suoi vertici; in campo religioso, la disputa fra latini e greci scismatici provoca un'importante fioritura di opere dottrinali (Niceforo Blemmida, Demetrio Cidone, Bessarione), e la controversia esicastica (esicasmo) dà grande sviluppo alla produzione mistico-teologica (Gregorio Palamâs, Barlaam di Seminara). Fiorisce anche la filosofia, col neoplatonismo di Gemisto Pletone, e le scienze trovano molti cultori. Anche se in un senso sottilmente diverso da quello occidentale, si possono chiamare umanisti Massimo Planude e Demetrio Cidone, “riscopritori” degli studi latini, e anche i grandi eruditi, come Niceforo Gregora e Teodoro Metochita. Grandissimo sviluppo ha poi la storiografia (Giorgio Acropolita, Giorgio Pachimere, Niceforo Gregora, Giovanni Cantacuzeno, Giorgio Franze, Ducas, Laonico Calcocondila) e la cronografia popolare dà il suo primo frutto in lingua volgare moderna, la Cronaca di Morea Alla nuova letteratura della Grecia moderna preludono anche i romanzi bizantini d'amore e d'avventure, in decapentasillabi, fioriti dal sec. XIII in poi e tributari di modelli occidentali. L'eredità classica, dopo la caduta di Costantinopoli e con la diaspora dei dotti, si trasmette all'Occidente europeo.

Linguistica

Nel periodo bizantino la lingua scritta dell'alta letteratura, della scuola, della Chiesa e dell'amministrazione statale continua sostanzialmente l'imitazione dei grandi modelli classici che l'atticismo aveva riproposto, spesso accentuando virtuosismi stilistici e soluzioni enfatiche e facendo uso eccessivo di artifici nella ricerca di facili effetti. La lingua parlata continua invece nella sua evoluzione, distaccandosi sempre più da quella scritta. La letteratura più popolare, le iscrizioni non ufficiali, i papiri e gli stessi manoscritti della letteratura dotta tradiscono però chiaramente le tendenze e le caratteristiche della parlata quotidiana. La fonetica presenta il quadro ormai completo dei fenomeni che caratterizzano il greco moderno e che per la maggior parte appaiono già compiuti nel greco tardo. Fra questi: ē ei oi y > i; ai > e; eu au > ef af (davanti a consonante sorda) ev av (davanti a sonora); b > v; t p k > d b g dopo nasale. In epoca bizantina si inizia anche a segnare iota sottoscritto in corrispondenza degli antichi dittonghi lunghi che si erano risolti in semplici vocali lunghe. Nella morfologia scompaiono l'antico dativo (sostituito dal genitivo o dall'accusativo con preposizione), l'ottativo, il futuro (per cui si ricorre a una forma perifrastica col verbo “volere”) e quasi completamente l'infinito (risolto con proposizioni subordinate). I pronomi di prima e seconda persona plurali sono rifatti sulla forma del singolare; aftós (< autós) diventa anche pronome dimostrativo; o opîos (< hopoîos) o la forma indeclinata (o) (< hópu) sostituisce l'antico pronome relativo (cfr. italiano “il quale” ). Nella flessione verbale -un sostituisce l'antica terminazione -usi alla terza persona plurale del presente. Gli antichi aggettivi neutri plurali in -a appaiono sempre più frequentemente usati come avverbi. Nel lessico gli antichi vocaboli prendono non di rado nuovi significati, si formano neologismi e si accolgono nuovi vocaboli da altre lingue, soprattutto dal latino: adoptíōn da adoptio, decréton da decretum, pácton da pactum, testátōr da testator, tractáton da tractatum.

Liturgia

Il nucleo iniziale della liturgia bizantina, che ebbe il suo centro di maggiore espansione a Bisanzio a partire dal Concilio di Calcedonia (451), quando la capitale sul Bosforo divenne sede patriarcale, è da ricercare ad Antiochia, prima sede d'irradiazione del culto cristiano. Di qui i suoi missionari la diffusero nel Ponto, nella Cappadocia e sulle rive del Bosforo. Tra il sec. VIII e il XII l'autonomia di Bisanzio come sede patriarcale e un clero numeroso, fra il quale si trovavano molti dotti, portarono alla formazione di un calendario liturgico e di nuovi riti. Caratteristiche fondamentali della liturgia bizantina sono: la più rigorosa fedeltà alla tradizione per il valore dogmatico e ascetico che gli orientali attribuiscono ai riti; la comunione sociale, con partecipazione attiva e corale di tutti i presenti; l'amministrazione solenne di tutti i sacramenti; l'uso frequente di preghiere ecclesiali per i bisognosi della cristianità. Anche se nel ritmo espansionistico dei nuovi riti all'inizio la lingua usata era il greco, tuttavia la stessa necessità di mettere i fedeli in grado di partecipare ai riti portava a dare presto la preminenza alla lingua locale. Di qui la presenza di numerose traduzioni: greca, in tutte le province del vasto impero (ne troviamo l'uso in Egitto, in Siria, in Palestina, nelle province meridionali d'Italia, in Sicilia; isole di rito bizantino esistono anche a Napoli, a Venezia, a Roma, ovunque una colonia di bizantini avesse stanza stabile); armena, esiste fin dal sec. V e fu opera di missionari bizantini; paleoslava, risale al sec. X e fu usata da Bulgari, Slavi del Sud, Serbi, gruppi dalmati, Croati, Montenegrini, Belorussi, Grandi e Piccoli Russi; georgiana, venne compilata fra il sec. X e il sec. XI; ungherese, fu tradotta nel sec. XVIII e servì ai Ruteni e ai Russi di lingua ungherese; albanese, è la più recente (1912) ed è usata dalle Chiese autocefale del luogo. § I libri liturgici sono: il Vangelo, diviso in brani per ogni giorno dell'anno; l'Apostolo, gli Atti degli Apostoli e le Epistole, diviso esso pure in pericopi giornaliere; il Salterio, i salmi e i cantici della Bibbia; l'Eucologio, comune di Mattutino e Vespro, le tre liturgie, i sacramenti, i riti per i defunti e le formule di benedizione e consacrazione; l'Orologio, parti fisse delle ore canoniche; l'Octoeco e il Parakletiké, le parti comuni del temporale, disposte secondo l'ordine degli otto toni musicali; il Triodio, le parti comuni della Grande Quaresima; il Pentecostario, le parti proprie dei 50 giorni da Pasqua a Pentecoste; i Meuli, il santorale diviso nei dodici mesi dell'anno; il Tipico, libro che raccoglie le definizioni delle rubriche per le sacre funzioni e che descrive le cerimonie sacre.

Musica

Con canto bizantino si intende la musica liturgica vocale della Chiesa greco-ortodossa di Bisanzio: sia quella conservata nei codici dal sec. IX al 1821, sia quella degli attuali riti bizantino-greci (irrilevanti sono le testimonianze del canto profano nell'Impero bizantino, né vi è traccia di musica strumentale). Il canto bizantino, che era, come quello romano, basato su 8 modi (detti echoi) e monodico, fu in stretti rapporti con la tradizione ebraica e con quella delle più antiche Chiese cristiane orientali, specialmente di Antiochia, da cui era provenuta anche gran parte del rito. Le basi per il successivo sviluppo della musica bizantina si vennero fissando tra il sec. IV e il IX, a opera dei melodi, musicisti e poeti, autori dei testi degli inni ed elaboratori della musica, che poggiava su formule tramandate dalla tradizione. Di questa fase non restano testimonianze dirette: i più antichi manoscritti risalgono al sec. X e presentano una notazione approssimativa (proto-bizantina), che si definì più tardi (ca. 1100-1450) in un sistema grafico (notazione medio-bizantina) di cui è possibile l'interpretazione. Parallelamente, il canto bizantino si arricchì di melismi e abbellimenti, in un discorso melodico sempre più complesso (nel sec. XIV si distinse la figura di Giovanni Cucuzeli); non si spezzò il legame con la tradizione precedente, ma la rielaborazione si fece più ampia e libera. La caduta di Bisanzio (1453) segnò anche per questo canto l'inizio della decadenza, avviata dal sovraccarico di abbellimenti e dalla contaminazione con elementi turco-arabi. Nel sec. XIX Crisanto riformò il sistema grafico, semplificandolo e definendo la notazione in uso presso la Chiesa ortodossa greca. Le principali forme dell'innografia bizantina furono il tropario, il contacio e il canone. Nel sec. XI la creazione poetica dei testi per il canto bizantino ebbe termine: il repertorio venne codificato e definitivamente assunto.

Teatro

Fieramente osteggiato dalla Chiesa primitiva, il teatro, sia popolare (mimo) sia letterario, ebbe vita difficile a Bisanzio fino al periodo iconoclastico. Il trionfo dell'ortodossia però non rinnovò gli anatemi contro attori e spettatori: sotto la dinastia macedone (sec. IX-XI) il dramma sacro entrò ufficialmente in chiesa e rimase poi legato alla liturgia. Quanto al teatro letterario, non si hanno notizie certe nemmeno sulla destinazione dei pochi testi a noi pervenuti (recitazione o lettura): alla lettura sembrano destinati gli Stichoi eis Adàm (Versi su Adamo) di Ignazio Diacono (sec. IX) e il Christòs Paschon (Passione di Cristo, sec. XI-XII), drammi sacri in trimetri giambici e lingua arcaizzante (il Christòs Paschon è un centone di versi tragici classici, da alcuni attribuito a Gregorio di Nazianzo). Nel teatro letterario profano sembrano destinati alla recitazione il dramation di Michele Aplúcheir (ca. sec. XII), allegoria arcaizzante in trimetri giambici, e i due dialoghi in prosa di Teodoro Prodromo, Amaranto o Gli amori di un vecchio e Vendita all'incanto di poeti e di uomini politici, che recano indicazioni di una rudimentale scenografia.

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Media

Bizantino.Bizantino.Bizantino.
BizantinoBizantino

Collegamenti