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Sèrbia

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(Republika Srbija). Stato dell'Europa balcanica (88.361 km²) e Repubblica dello stato omonimo. Capitale: Belgrado. Divisione amministrativa: repubbliche (3). Popolazione: 9.880.000 ab. (stima 2008). Lingua: serbocroato (ufficiale), albanese. Religione: (Serbia e Montenegro) ortodossi 62,6%, musulmani sunniti 19%, cattolici 5,8%, altri 12,6%. Unità monetaria: nuovo dinaro iugoslavo in Serbia (100 paras), euro (100 centesimi) in Kosovo. Indice di sviluppo umano: 0,821 (65° posto). Confini: Montenegro (SW); Ungheria (N), Romania (NE), Bulgaria (E), Macedonia (S), Albania (SE), Bosnia Erzegovina (W). Membro di: Consiglio d'Europa, ONU e OSCE.

Generalità

La Serbia, regione abitata dalla popolazione slava meridionale maggiormente numerosa che già nella prima metà del sec. XIX aveva iniziato un processo costitutivo di stato nazionale a base territoriale, ha esercitato il ruolo di centro di aggregazione politica intorno al quale nel sec. XX si è formato lo Stato che ha compreso le popolazioni iugoslave dei Balcani. Questo Stato con capitale Belgrado, prima retto da una monarchia e dopo il 1945 a forma istituzionale repubblicana, federale e socialista, si è dissolto per la massima parte negli anni Novanta dopo la crisi mondiale del comunismo. Da allora, la Serbia (con le proprie province autonome di Kossovo e Vojvodina) ha mantenuto un legame federale unicamente con la sola repubblica del Montenegro, fino a che nel 2006 (21 maggio), con un referendum svoltosi in Montenegro, le due repubbliche si sono separate creando due stati distinti. Da un punto di vista paesaggistico, nella Serbia propriamente detta, si distinguono: la Sumadija, regione originariamente boscosa a S di Belgrado, che costituisce il “cuore” del territorio della repubblica in quanto epicentro del movimento di resistenza antiturca sviluppatosi nei primi anni del sec. XIX; la parte serba del Sangiaccato di Novi Pazar nel SW, storicamente ultimo possedimento ottomano in Europa e spartito tra Serbia e Montenegro nel 1913, ancora abitato da una popolazione in gran parte slavo musulmana; la valle della Morava che attraversando la Serbia sull'asse N-S, conduce verso Skopje e costituisce la più importante via di traffico terrestre tra la Grecia e gli altri stati dell'UE; la valle della Nišava, a SE, che è un importante nodo di comunicazione tra i Balcani occidentali ed orientali.

Lo Stato

La Serbia è una Repubblica di tipo parlamentare. Il parlamento è formato da 250 membri, eletti a suffragio universale, la cui carica dura per 5 anni. Il Kosovo, provincia autonoma della Serbia, è occupato da truppe internazionali e dal 1999 è sottoposto all'amministrazione dell'ONU (UNMIK). La sua assemblea è formata da 120 membri eletti a suffragio diretto, e da un presidente eletto dall'assemblea. La pena di morte è stata abolita nel 2002. Nel 2006 l'analfabetismo colpiva il 3,6% della popolazione.

Territorio: geografia fisica

Il territorio, pianeggiante nella sezione settentrionale, è montuoso in quella meridionale; è attraversato da W a E dal Danubio in cui sfociano i fiumi Tibisco, Drina, Kolubara, Sava, Morava, Mlava e Timok; l'estremo settore sudoccidentale tributa al mar Adriatico tramite il Drin Bianco. Il rilievo è costituito da numerosi gruppi montuosi isolati (Kopaonik, Golija, Povlen) appartenenti alle Dinaridi, tranne a SE, dove si innalzano le propaggini occidentali dei Balcani, e a SW, dove si allungano le Alpi Albanesi (Ðaravica, 2656 m); tra la Sava e il Danubio sorge isolato il gruppo della Fruska Gora (539 m). Il clima è di tipo semicontinentale, con inverni freddi (temperatura media di gennaio inferiore a 0 ºC) ed estati calde (media di luglio superiore ai 20 ºC); le precipitazioni, molto copiose (anche 2000 mm annui) sui rilievi, diminuiscono nelle zone pianeggianti (nella Vojvodina, 500-750 mm annui).

Territorio: geografia umana

Il paese è abitato prevalentemente da popolazioni serbe, con piccole minoranze albanesi, ungheresi, croate ecc. Il Kosovo da secoli ha attirato correnti migratorie dalle montagne albanesi, tanto che, alla fine dell'Ottocento, nella sua composizione etnica gli albanesi risultavano essere il 77% della popolazione: questo spiega gli aspri contrasti tra albanesi kosovari e governo serbo negli anni Ottanta e Novanta del Novecento e la richiesta albanese, dopo la guerra NATO contro la Jugoslavia nel 1999 che ha prodotto un'ulteriore riduzione della componente serba in Kosovo, di fare della regione uno stato indipendente monoetnico. La Vojvodina, invece, è abitata da popolazioni slave originariamente immigrate a partire dal tardo sec. XVII, e non slave, tra le quali spicca la componente magiara (i coloni tedeschi sono stati espulsi alla fine della seconda guerra mondiale). Anche tra questa regione e il governo centrale si sono aperti accesi conflitti, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso, che hanno determinato la migrazione di decine di migliaia di magiari verso la vicina Ungheria. La densità di popolazione è di 112 ab. per km².

Territorio: ambiente

Ricca di montagne, di fiumi e di foreste, la Serbia ospita numerose specie sia vegetali sia animali. Nei bassi versanti crescono querce e faggi, mentre nelle regioni montuose si sviluppano boschi di conifere. L'intera regione dei Balcani è fra le aree europee più apprezzate per l'osservazione degli uccelli (aquile, gheppi, falchi ecc.), e qui vivono anche orsi, lupi e cinghiali. Molti problemi ambientali che affliggono la Serbia derivano dalla contaminazione del territorio da uranio impoverito presente nei missili NATO usati nei bombardamenti durante la guerra del Kosovo. Il Paese protegge il proprio territorio con cinque parchi nazionali, i parchi naturali, riserve speciali e paesaggi protetti, per un totale del 2,7%.

Economia

Durante gli anni Novanta del Novecento la difficile transizione dall'economia pianificata al libero mercato e l'embargo commerciale imposto dall'Occidente, hanno causato una lunga crisi concretizzatasi in un crollo della produttività e del commercio estero, inflazione altissima e ampia disoccupazione, inesistente ai tempi del comunismo. Questa crisi si è accentuata con la guerra del 1999 per il Kosovo, in cui la Serbia ha costituito l'obiettivo principale degli attacchi NATO che hanno prodotto pesanti danni alle strutture produttive e alle infrastrutture di comunicazione, azzerando il commercio estero della repubblica che non ha potuto più avvalersi dei ponti sul Danubio, distrutti dai bombardamenti. Dopo la caduta del regime di Milošević, la repubblica ha iniziato una ripresa economico-finanziaria, che ha dato come primo risultato la fine dell'inflazione grazie allo stretto collegamento instaurato tra il dinaro iugoslavo e il marco tedesco. Negli anni successivi, nonostante i progressi realizzati, il quadro economico si è presentato ancora piuttosto problematico. Infatti, la produzione agricola e manifatturiera della Serbia, posta di fronte alla libera concorrenza internazionale, data la fragilità dei suoi settori economici, sarebbe risultata soccombente all'impatto con i mercati esteri qualora non sostenuta dallo stato con tariffe protettive. Questa politica doganale si è scontra fino al 2006 con gli interessi del Montenegro, che intendeva acquistare al libero mercato internazionale i prodotti agricoli e industriali di cui necessitava, senza dovere accettare le tariffe richieste dalla Serbia per le proprie merci. Il contenzioso economico tra le due repubbliche estese anche al settore energetico: infatti, mentre il Montenegro importava i prodotti petroliferi già pronti per il consumo, la Serbia si limitava ad acquistare dall'estero solo il greggio, che veniva raffinato internamente. Dopo la separazione dal Montenegro, la Serbia si presenta come un paese produttore, sebbene abbia ancora un'economia protetta. § Nella Serbia post-bellica è avvenuto un processo di migrazione interna verso le campagne, si sono riscontrate infatti difficoltà occupazionali nelle città, dovute al taglio dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione, alla ristrutturazione delle imprese per adeguarle agli standard internazionali e alle privatizzazioni delle aziende pubbliche. Questo fenomeno è particolamente accentuato nella Vojvodina, che per il suo fertile territorio pianeggiante ha visto aumentare la popolazione dedita al primario dal 4% nel 1992 a quasi il 10% nel 1999. È in controtendenza, invece, il Kosovo, che dopo l'ingresso delle forze internazionali nella regione ha avuto una forte urbanizzazione alimentata dalle nuove opportunità di lavoro offerte dalle organizzazioni internazionali e dalle ONG occidentali che operano sul territorio; nella regione, infatti, i redditi agricoli per gli abitanti sono inferiori a quelli che si possono ottenere dalle rimesse degli albanesi all'estero, dagli aiuti umanitari forniti dall'Occidente e dagli impieghi presso le basi militari e i datori di lavoro privati di provenienza straniera. § La Serbia basa la sua economia soprattutto sull'agricoltura (cereali, barbabietole da zucchero, girasole, lino, canapa, patate, luppolo, tabacco, frutta); altre risorse sono l'allevamento del bestiame (bovini, ovini, suini), lo sfruttamento del bosco e del sottosuolo (lignite, rame, piombo, cromo, zinco, argento, oro, minerali di ferro, antimonio) e l'industria (metallurgica, meccanica, tessile e chimica). Le città principali, oltre alla capitale, sono Niš, Kragujevac, Leskovac, Pancevo, nella Serbia propriamente detta, Novi Sad, Subotica, Sombor, e Zrenjanin in Vojvodina, Priština e Péc in Kosovo.

Storia: dall'epoca romana al sec. XVII

Il territorio dell'attuale Serbia, abitato nell'antichità da Illiri e da Traci, fu occupato da Roma nel 29 a. C. ed entrò a far parte della provincia della Mesia (Mesia Superiore con Diocleziano). Nel sec. VII fu invaso dai serbi, un popolo slavo dedito alla pastorizia, senza precise strutture politiche. Istituto fondamentale era la tribù retta da un zupan. Queste carenze e il bassissimo livello culturale (i serbi non conoscevano la scrittura) spiegano come questi popoli subirono senza reazioni il dominio bizantino. Nel sec. IX il cristianesimo fu introdotto dai discepoli di Cirillo e Metodio che riuscirono a convertire lo zupan Mutimir. Nel 925 si costituì un vescovado nazionale con sede in Ras (successivamente Novi Pazar) legato alla Bulgaria, per cui ne nacque una guerra tra Bulgari e Bizantini. Dopo un'effimera supremazia bulgara, sembrò per un momento (931) che i serbi riuscissero a costituire un governo autonomo ma l'intervento dell'imperatore Basilio II restituì la Serbia a Costantinopoli, anche se, di fatto, una certa indipendenza continuò a sussistere in Bosnia durante i sec. X e XI. Ed è proprio dal territorio “libero” di Raska che nel 1167 lo zupan Stefano Nemanja diede inizio alla lotta contro il dominio bizantino. Lotta vittoriosa, conclusa dal figlio Stefano II Nemanjic (1196-1224) che, con l'aiuto del fratello vescovo, San Sava, poté infine farsi incoronare re con il riconoscimento di papa Onorio III. Ma soltanto con Stefano VI (1282-1321) la Serbia assurse anche formalmente a stato indipendente, quando l'imperatore Andronico II ne legittimò l'esistenza dando in sposa al re la propria figlia (1299). La decadenza bizantina favorì l'espansione dei serbi che sotto la guida di Stefano IX (1331-55) conquistarono Macedonia, Albania, Epiro, Etolia e Tracia cosicché Dušan, al culmine del suo potere personale nella regione, giunse a intitolarsi “imperatore dei serbi e dei greci”. Ma un ben più temibile nemico era alle porte: l'impero ottomano che nel 1389 con la battaglia di Cossovo stroncava in un sol colpo l'indipendenza del giovane stato. Inizialmente tuttavia (come del resto accadde in altri Paesi dell'area balcanica) il dominio turco non fu affatto rigido e si limitò in pratica all'esazione di tributi e al formale riconoscimento dei re da parte della Porta. Ma dopo la conquista di Costantinopoli (1453) e la morte di re Lazzaro III (1458) i Turchi assunsero il dominio diretto anche della Serbia con conseguenze sociali profonde perché essendo, per il diritto turco, tutte le terre proprietà del sultano, i serbi ne furono completamente espropriati in favore di ufficiali e di funzionari turchi cui venivano “affidate” in cambio del loro servizio. Ci fu quindi un generale livellamento delle classi sociali e un notevole abbassamento del livello economico. Tutto ciò non favorì lo spirito nazionalistico e per secoli la vita della Serbia si svolse all'ombra del potere politico degli ottomani.

Storia: dalla decadenza dell'impero ottomano alle guerre balcaniche

A partire dal sec. XVIII, la decadenza dell'impero ottomano e l'aumentare dell'influenza austrorussa ridiedero vigore allo spirito indipendentistico serbo. Sorsero bande armate antiturche (appoggiate soprattutto dall'Austria) che diedero vita alla guerriglia. Per eliminarla, Selim III nel 1793 concesse al Paese una certa autonomia affidando il governo civile a knez (principi) locali. Ma la riforma trovò la fredda accoglienza (o l'ostilità aperta) dell'apparato burocratico e militare locale: ne nacque una rivolta nel 1804, alla testa della quale si pose un modesto mercante di maiali, ex bandito ed ex volontario dell'esercito austriaco, Karađorđe Petrović detto il “Nero”; la sollevazione culminò nel 1806 con la cacciata degli Ottomani da Belgrado e con la nomina di Karađorđe a principe della nuova Serbia (1808). Ma rimasto privo nel 1812 dell'appoggio russo (in seguito a un'intesa tra lo zar e la Porta), il Karađorđe non poté far altro che cercare scampo all'estero. La vicenda fu però ricca di insegnamenti per i serbi, avendo loro dimostrato da un lato l'impossibilità di fare affidamento sull'aiuto straniero e dall'altro la netta spaccatura esistente all'interno di una classe dirigente che, nel momento in cui era chiamata ad assumere le proprie responsabilità in vista dell'indipendenza, preferiva dividersi in fazioni intente a lottare per la supremazia: il Karađorđe venne infatti assassinato nel 1817 mentre tentava di organizzare una nuova insurrezione, da sicari di M. Obrenović, che fu proclamato principe ereditario di Serbia. Questi, che cercava l'autonomia attraverso una politica di collaborazione coi Turchi, fu costretto a cedere il potere nel 1839 a causa del malcontento determinato dai suoi metodi dittatoriali. Suo figlio Michele divenne knez lo stesso anno e resse le sorti del Paese fino a che, nel 1842, fu rovesciato da A. Karađorđević, che nel 1858 fu a sua volta costretto a cedere il potere a Obrenović, da cui nel 1860 passò un'altra volta al figlio Michele. Mentre si svolgevano queste lotte per il dominio del Paese si consolidò sempre più l'indipendenza serba. Mancava ancora il riconoscimento internazionale, e questo venne durante il regno di Milan Obrenović (1868-89), allorché il Congresso di Berlino del 1878 riconobbe l'esistenza di uno stato serbo sovrano e indipendente. Milan assunse il titolo di re nel 1882 grazie all'appoggio austriaco. Gli succedette il figlio Alessandro, che morì in un attentato nel 1903. Seguì il ritorno al potere dei Karađorđević, che con Pietro I (1903-21) rafforzarono le strutture parlamentari del Paese. L'annessione della Bosnia Erzegovina da parte di Vienna (1908) suggerì alla Serbia di Pietro I di confidare nel sostegno russo e tale linea trasse conforto dalla felice conclusione delle due guerre balcaniche (1912-13).

Storia: dalla prima guerra mondiale al XXI secolo

Venutasi a trovare in una situazione particolarmente delicata per l'intero equilibrio europeo, la Serbia non riuscì a evitare di recitare, fino alle ultime conseguenze, quella parte di coprotagonista della politica internazionale che essa stessa aveva per tanto tempo desiderato: all'attentato di Sarajevo contro l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria (28 giugno 1914) seguì il 23 luglio l'ultimatum austriaco alla stessa Serbia e con esso l'inizio della prima guerra mondiale, che vide la strenua resistenza delle forze del Paese, strette nella morsa austro-bulgaro-tedesca. Occupata nell'autunno 1915, la Serbia diede comunque vita, dopo la vittoria dell'Intesa, con Slovenia e Croazia allo Stato iugoslavo. Durante la seconda guerra mondiale la regione fu sottoposta all'occupazione da parte dei nazisti, combatturi e cacciati da parte del movimento di liberazione guidato dai nazionalisti serbi e dai comunisti di Tito, che nonostante il nemico comune si combatterono anche tra loro in una sanguinosa guerra civile che coivolse tutta la regione balcanica. Nel 1945 la Serbia entra a far parte della Repubblica socialista iugoslava di Tito, insieme a Macedonia, Slovenia, Croazia, Montenegro e Bosnia Erzegovina. Le due province serbe della Vojvodina e del Kosovo ebbero amministrazione autonoma. I conflitti etnici, sopiti fino alla morte di Tito nel 1980, andarono acquistando via via forza soprattutto dal 1987, anno in cui S. Milošević, assunse il controllo della sezione serba della Lega dei comunisti jugoslavi, rilanciando il nazionalismo serbo con la richiesta di un ritorno al controllo diretto sul Kosovo da parte della Repubblica serba. Come in tutta la Jugoslavia, nel clima di scontento suscitato dal continuo deterioramento dell'economia, nella Serbia avevano ripreso vigore radicati sentimenti nazionalistici, in nome dei quali la dirigenza serba si era opposta a ogni modificazione del quadro istituzionale federale avanzata da altre repubbliche (soprattutto Slovenia e Croazia) in fase di transizione verso un sistema politico liberale. Iniziale manifestazione di tali sentimenti era stata la limitazione dell'autonomia del Kosovo (con la Costituzione del 1989 che aveva sostituito quella precedente del 1974), definitivamente abolita insieme a quella della Vojvodina, nel settembre 1990. L'idea della “rinascita serba” trovava il principale sostenitore in Milošević che, nel progetto di una nuova ridefinizione degli equilibri fra le nazionalità a favore della Serbia, godeva dell'appoggio delle forze armate e di buona parte dell'opinione pubblica. La situazione precipitava nel corso del 1991, allorché, dopo aver prelevato fondi ingenti dalla Banca centrale jugoslava senza autorizzazione degli organismi federali, la Serbia bloccava il passaggio alla presidenza federale al croato Stipe Mesić. In seguito alla dichiarazione di indipendenza di Slovenia e Croazia l'esercito federale, egemonizzato dalla Serbia, interveniva quindi nelle due vicine repubbliche, mentre la componente serba residente in Croazia si ribellava alle nuove autorità, dando il via a una vera guerra civile destinata a creare centinaia di migliaia di profughi. Nell'ottobre 1991 la Serbia e il Montenegro proclamavano la nascita di una nuova Federazione iugoslava, alla cui presidenza il 15 giugno 1992 veniva posto lo scrittore Dobrica Ćosić. A causa delle responsabilità avute nell'estensione del conflitto alla Bosnia Erzegovina, la Serbia, dopo talune sanzioni, nel giugno 1992 subiva l'embargo decretato dall'ONU (che rifiutava di riconoscere la nuova Federazione di Serbia e Montenegro quale erede della dissolta Jugoslavia), mentre al proprio interno vedeva crescere la forza dell'opposizione all'operato del presidente Milošević. Questi veniva tuttavia riconfermato nel proprio mandato dalle elezioni del dicembre 1992 e riusciva a imporre una linea di intransigente nazionalismo all'ala moderata, che aveva nel presidente federale Ćosić, destituito nel 1993, il suo più alto esponente istituzionale. Nel 1994, dopo anni di aperto sostegno, la Federazione serbomontenegrina interrompeva (almeno ufficialmente) i rapporti con la “autoproclamata” repubblica dei serbi della Bosnia, ostile al piano di pace elaborato dalle diplomazie internazionali. Nel dicembre 1995, in seguito alla firma degli accordi di Dayton e della pace di Parigi, con cui serbi, croati e bosgnacchi accettavano di mettere fine al conflitto in Bosnia Erzegovina, le sanzioni ONU contro Serbia e Montenegro venivano revocate, pur restando aperta la questione della consegna dei criminali di guerra da parte di Belgrado. Sul piano interno Milošević, presidente della Repubblica serba, accentuava i tratti autoritari del proprio regime attuando epurazioni all'interno del Partito socialista serbo e promuovendo la statalizzazione dei principali organi d'informazione giornalistica e radiotelevisiva. Inevitabili erano gli scontri scoppiati a Belgrado nel novembre 1996 in seguito alla decisione del regime di annullare, nella capitale e nelle altre città serbe, i risultati delle elezioni amministrative. In seguito a una certificazione della vittoria dell'opposizione da parte dell'OSCE e a un isolamento della Serbia sul piano internazionale, Milošević decideva di ritornare sui suoi passi. Intanto nel gennaio 1997 le tensioni interetniche tra la Serbia e la provincia meridionale del Kosovo riprendevano. Anche se la Serbia con le regioni circostanti cercava di mantenere buoni rapporti diplomatici, accettando per esempio che la Croazia, agli inizi del 1998, riprendesse il controllo della provincia di Vukorar nella Slavonia orientale, nel Kosovo non aveva ancora ripristinato il sistema scolastico albanese, secondo l'accordo del 1996, provocando così in questa provincia una crescente minaccia di conflitto, che cercava di sedare con l'intervento dell'esercito. Tra il febbraio e il marzo 1998, con un pretestuoso intervento militare contro il gruppo terroristico dell'UCK, l'esercito di liberazione albanese, la Serbia dava avvio ai primi attacchi contro i villaggi di etnia albanese, massacrando sulle montagne di Dremiza donne, vecchi e bambini. Il Gruppo di contatto, costituito per la pace nei Balcani da Gran Bretagna, Francia, Germania, USA, Russia e Italia, diffidava allora la Serbia dal continuare le repressioni, con il blocco dei finanziamenti concessi e il congelamento dei suoi beni all'estero, e promuoveva una serie di incontri tra Milošević, e il leader degli albanesi del Kosovo, I. Rugova, per raggiungere un accordo di pace. Il 23 marzo 1999, a seguito dell'opposizione di Milošević alla firma dell'accordo di pace di Rambouillet, che prevedeva una forte autonomia del Kosovo all'interno della Repubblica iugoslava, la demilitarizzazione del suo territorio, garanzie per gli albanesi, la NATO interveniva in Iugoslavia con raid aerei. L'esercito serbo, messo alle strette dai continui bombardamenti aerei, intensificava la sua azione di pulizia etnica contro gli albanesi del Kosovo, costringendoli a fuggire in massa in Albania, in Macedonia e in Montenegro. Il tentativo di risolvere il conflitto per via diplomatica si rivelava ancora una volta senza successo e per questo si mobilitavano in aiuto dei profughi l'ONU e molti Paesi, compresa l'Italia. Nel giugno dello stesso anno le forze alleate interrompevano gli attacchi contro la Serbia che, ormai ridotta allo stremo, accettava la proposta diplomatica di un piano di pace che prevedeva: la fine delle violenze e una sostanziale autonomia per il Kosovo, il ritiro delle forze serbe, il disarmo dell'UCK e il ritorno dei profughi, operazioni coadiuvate dalla presenza di una forza internazionale coordinata dalla NATO. Nel frattempo in tutta la Serbia molti scendevano in piazza per manifestare contro il governo di Milošević, chiedendone le dimissioni. Nonostante le misure repressive adottate dal governo, le manifestazioni si susseguivano anche nel 2000 e si trasformavano in una vera e propria rivolta popolare nell'ottobre dello stesso anno, a causa della tentata invalidazione delle elezioni presidenziali iugoslave, che vedevano Milošević sconfitto dal democratico Vojislav Kostunica. Sulla scia delle elezioni federali, il 23 dicembre 2000, le consultazioni serbe per il rinnovo del Parlamento decretavano anch'esse la sconfitta del partito di Milošević e la vittoria dell'opposizione democratica (DOS). Nel gennaio 2001 si insediava così, dopo anni di supremazia dei socialisti, un nuovo governo di maggioranza democratica, capeggiato da Zoran Djindjić, che dopo poco, nel marzo del 2001, favoriva la deportazione di Milošević al Tribunale internazionale dell'Aja in cambio dei rimanenti aiuti economici stanziati dagli Stati Uniti per i gravi danni arrecati alla Serbia dai bombardamenti NATO, durante la guerra del Kosovo. Il 14 marzo 2002 Serbia e Montenegro stipulavano un accordo di federazione, che dava vita a una nuova entità statuale con un unico presidente, un parlamento federale (91 seggi alla Serbia e 35 seggi al Montenegro) e un Consiglio dei ministri federale. L'accordo includeva anche il mantenimento del seggio unico alle Nazioni Unite e la futura adesione all'UE. L'accordo prevedeva la durata di tre anni, dopo i quali era prevista la ridefinizione di una nuova forma di unione o l'eventuale ritiro dalla federazione tramite referendum. Il nome del nuovo Paese era Serbia e Montenegro, che ha iniziato ad esistere ufficialmente dal 4 marzo 2003 con la prima riunione dell'Assemblea federale. Al contrario delle nuove istituzioni federali, quelle interne alla repubblica serba si sono rivelate particolarmente fragili, dal momento che tra il 2002 e il 2003 si sono invalidate per ben tre volte le elezioni presidenziali (13 ottobre e 8 dicembre nel 2002 e 16 novembre nel 2003) per il mancato raggiungimento del quorum del 50% +1 di partecipazione al voto. Inoltre, nello stesso 2003 il premier serbo in carica Zoran Djindjić veniva assassinato, lasciando così la Serbia priva contemporaneamente del capo del governo e del presidente. Il leader scomparso era stato il promotore di una serie di riforme interne, di un avvicinamento all'UE e di una seria collaborazione con il Tribunale dell'Aja. Dopo la morte dello statista, è crollata la coalizione che le forze politiche ed istituzionali avevano attuato intorno alla sua figura. Infatti, alle elezioni legislative del 28 dicembre 2003, il nuovo parlamento eletto si è caratterizzato per la propria difficoltà a esprimere maggioranze stabili in grado di sostenere un governo. Inoltre, si sono riscontrati i successi del partito radicale serbo (SRS) del leader ultranazionalista Vojislav Šešelj, risultato eletto nonostante la sua incarcerazione all'Aja e del partito socialista serbo (SPS) fondato da Milošević. Nonostante sia stato proprio l'SRS ad ottenere la maggioranza relativa dei seggi (82 su 250), le altre forze politiche si unirono per dare la fiducia a un esecutivo di minoranza presieduto da Vojislav Kostunica, ex presidente federale e leader del partito democratico serbo (DSS) di orientamento conservatore, che si avvaleva anche dell'appoggio esterno del partito socialista. La scadenza dell'unione Serbia e Montenegro è stata sancita da un referendum svoltosi in Montenegro, nel 2006, per decidere la permanenza o meno del Paese nella federazione. L'esito era negativo con il 55,5% dei consensi, che determinavano così la separazione del Montenegro dalla Serbia. Nel novembre del 2006 veniva approvata, con un referendum, la nuova Costituzione del Paese che, tra l'altro, ribadiva la sovranità della Serbia sul Kosovo. Nel gennaio 2007 gli ultranazionalisti hanno vinto le legislative serbe, senza però ottenere la maggioranza in Parlamento. In maggio veniva formato il nuovo governo, frutto di un'alleanza tra Kostunica (DSS) e Borislav Tadić (DS); Kostunica assumeva l'incarico di premier, mentre in novembre il governo siglava l'Accordo di associazione e stabilizzazione con l'Unione europea. Nel febbraio 2008 si svolgevano le elezioni presidenziali, vinte da B. Tadić con il 50,5% dei voti, contro il nazionalista Nikolić. Nello stesso mese il Kosovo dichiarava unilateralmente la sua dipendenza, decisione che il governo serbo contestava duramente. In marzo Kostunica rassegnava le dimissioni e chiedeva al presidente di sciogliere le camere in vista di nuove elezioni, vinte poi in maggio dalla coalizione ‘Per una Serbia Europea' del presidente Tadić. Nel luglio 2008 la polizia arrestava R. Karadzić, accusato di crimini di guerra, mentre nel maggio del 2011 era Ratko Mladić a essere catturato. Nell'aprile del 2012 il presidente Tadić rassegnava le dimissioni, in vista di elezioni anticipate, tenutesi a maggio con la vittoria del nazionalista Tomislav Nikolić. In luglio il neo presidente incaricava il socialista Ivica Dačvić di formare un nuovo governo. La coalizione nazionalista otteneva la maggioranza assoluta all elezioni del 2014 e l'esecutivo veniva affidato a Aleksandar Vučić.

Cultura: generalità

La vita culturale della Serbia è sempre stata soggetta, nei secoli passati, ad uno straordinario incrocio di influenze, che ne hanno costituito la ricchezza. Pur mantenendo una forte identità slava e ortodossa, la Serbia ha subìto alcuni influssi della cultura turca e ottomana, e ha ospitato nel suo territorio molte etnie differenti, in un pacifico incrocio di culture che alla fine del Novecento sembra essersi irrimediabilmente compromesso. Non solo il regime di Milošević, il nazionalismo aggressivo e le vicende decennali dei conflitti, ma anche il ruolo assunto dal Paese nell'opinione pubblica mondiale, che, a torto o a ragione, ha visto nella Serbia il colpevole di una situazione di scontro interetnico incomprensibile per gli standard occidentali, tutto ha contribuito al grave isolamento, che si va affievolendo solo ora, all'inizio del XXI secolo, della cultura serba sulla scena internazionale. Gli istituti universitari del Paese sono il prodotto di decenni di accurata pianificazione dell'educazione nazionale: vi sono università a Belgrado, a Novi Sad, a Niš. A Belgradosono ripresi anche i contatti culturali con le realtà dei Balcani, sia pure con una certa difficoltà e ostacolati dalle frange più nazionaliste, come in occasione della Biennale iugoslava dei giovani artisti, che dal 2004 riunisce il meglio della produzione artistica dei Paesi della ex Iugoslavia, o del Belgrado Film Festival; a Novi Sad si tiene EXIT, il festival musicale più seguito dei Balcani; a Guca, infine, ogni anno i migliori gruppi di ottoni, in maggioranza Rom, si radunano per un festival travolgente, il Dragacewski sabor. Infine, l'UNESCO ha dichiarato ormai da decenni alcuni dei più bei siti naturalistici del Paese Patrimonio Mondiale dell'Umanità: sono i siti di Stari Ras e Sopočani, il monastero di Studenica e quello di Dečani (2004). Nel 2006 si è aggiunto anche il sito in Kosovo che comprende un complesso di monumenti medievali, fra i quali spicca il monastero di Péc.

Cultura: musica

In Serbia, per quanto concerne la musica polare, è sopravvissuta la presenza delle credenze magiche che, commiste ai riti del cristianesimo, hanno dato origine a canti e danze dai significati simbolici, spesso accompagnati dall'uso di maschere, come il koleda, rito invernale in cui viene rappresentata la lotta della luce contro le tenebre, o il lazarice per le feste primaverili, i canti dell’altalena che si eseguono all'indomani del martedì grasso e ricordano i canti di lavoro, i canti kraljice per il solstizio d'estate e le dodole ispirate a riti pagani. Anche i canti cerimoniali risentono della tradizione magica (canti di nozze, strizba, kravai, slava). § La musica ecclesiastica serba sorse sotto l'influenza bizantina; il più antico documento noto è lo Psaltikija, una raccolta di canti del sec. XV di S. Serbo, musicista alla corte di L. Branković a Smederevo. Dopo una lunga stasi dovuta alla dominazione turca, nell'Ottocento la musica colta riprese vitalità: J. Šlezinger (1784-1870) creò un Singspiel caratteristico serbo che diede origine a studi e ricerche sulla tradizione musicale locale, ai quali si dedicò soprattutto K. Stanković (1831-1865), considerato il fondatore della scuola nazionale serba. Da questa usciranno compositori quali S. Binički (1872-1942) autore della prima opera nazionale serba, Di buon mattino (1903), P. Krstić (1877-1957), B. Joksimović (1868-1955), P. Stojanović (1877-1957). Nel 1920 venne fondata a Belgrado l'Opera Stabile, nel 1923 la Filarmonica e nel 1937 l'Accademia della Musica. La musica popolare serba (narodna muzika) è tuttora molto ascoltata, soprattutto nella sua versione più recente e modernizzata (novokomponovana narodna muzika). La versione più “urbana” e meno rurale della musica tradizionale è comunque basata su semplici liriche, prevalentemente canzoni d'amore, acccompagnate da fisamonica e clarinetto; tra gli interpreti più noti in Serbia citiamo Šaban Šaulić (n. 1951). Il cosiddetto turbo-folk è invece la musica salita alla ribalta con gli anni della guerra civile, e che unisce una base etnica e tradizionale di novokomponovana a elementi rock, house e garage. Il turbo-folk, ritmicamente piuttosto agggressivo e dai testi sempre più espliciti, è stato a volte utilizzato per veicolare una certa propaganda nazionalista; l'interprete più popolare è Svetlana 'Ceca' Ražnatović (n. 1973). Il gruppo rock più conosciuto, fin dagli anni Ottanta del Novecento, è invece Bajaga i Instruktori, una band dal notevole sperimentalismo musicale e con testi lirici sempre all'altezza dell'ottima musica. Notevole anche la popolarità, soprattutto nel S del Paese, dei gruppi tzigani di ottoni e dei fisarmonicisti Rom.

Bibliografia

H. C. Darby, Serbia, Cambridge, 1966; L. S. Ancel, La Grande Serbie, Parigi, 1973; M. Morrisot, Le peuple serbe, Parigi, 1979; S. K. Vuk, La Serbia e l'Europa, Trieste, 1990; G. Castellan, Histoire des Balkans (XIVe-XXe siècle), Parigi, 1991; P. Garde, Vie et mort de la Yougoslavie, Parigi, 1992.