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linguìstica

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Descrizione generale

sf. [sec. XIX; dal francese linguistique]. Studio scientifico del linguaggio umano. In Italia si usa anche il termine glottologia che deve la sua fortuna al fatto che G. I. Ascoli lo preferì a quello di linguistica, che è stato però ripreso e ha assunto un'accezione più ampia e comprensiva di glottologia, intendendosi comunemente con quest'ultima la sola linguistica comparativa, cioè quel ramo della linguistica che studia, sincronicamente o diacronicamente, i rapporti di parentela tra i vari dialetti, lingue o gruppi di dialetti e di lingue. La linguistica sincronica è lo studio di un dialetto o di una lingua in un determinato momento della sua evoluzione e può essere: descrittiva, se si limita a descrivere il sistema linguistico preso in esame; normativa, se si propone di stabilire le regole e le norme dello scrivere e del parlare corretti; strutturale, se studia la struttura e la funzionalità del sistema linguistico. La linguistica diacronica o storica è lo studio dei mutamenti che si sono verificati in una lingua o in un dialetto in diversi periodi della sua evoluzione; la ricerca delle origini dei suoni e delle forme di lingue o gruppi linguistici è compito specifico della glottogonia. Lo studio della lingua nella sua estensione spaziale è l'oggetto della linguistica areale o spaziale o geografia linguistica o geolinguistica; lo studio dell'aspetto psicologico dell'attività linguistica è l'oggetto della psicolinguistica; quello dei rapporti tra società e lingua è l'oggetto della sociolinguistica; mentre l'etnolinguistica analizza i rapporti tra lingua e sistemi simbolici, tassonomie, cultura, considerando la distribuzione delle etnie sotto il profilo linguistico.

Cenni storici: dall'antichità al XVI secolo

Interessi linguistici si possono rilevare, sia pure in forme diverse, presso tutti i popoli fin dall'antichità più remota. Già nelle prime pagine della Bibbia si cerca una spiegazione etimologica dei nomi: quello di Adamo viene messo in relazione con la parola “terra” da cui fu tratto, quello di Eva viene interpretato come “madre di tutti i viventi”. Un'interessante letteratura linguistica si può trovare presso gli Assiri e i Babilonesi nella forma di cataloghi di segni cuneiformi con l'indicazione dei loro valori oppure in quella di glossari bilingui sumero-accadici. Nell'Estremo Oriente i Cinesi si sono particolarmente interessati di problemi lessicografici componendo dizionari bilingui sanscrito-cinesi e sino-mongolici, e anche plurilingui. Notevoli furono gli studi linguistici dei grammatici indiani e soprattutto di Pāṇini (sec. IV a. C.) la cui precisa analisi e descrizione dei suoni e l'acuta scomposizione delle parole in radici, suffissi e desinenze, hanno costituito un modello anche per i glottologi moderni. Importante fu pure il contributo portato dagli Indiani nel campo della lessicografia sia con liste di vocaboli vedici difficili, spiegati e commentati, sia con vocabolari di sinonimi e omonimi. I filosofi greci impostarono il problema dell'origine del linguaggio chiedendosi se esso fosse dominato da una necessità naturale, o se invece fosse opera umana; ad Aristotele si deve la prima formulazione delle categorie grammaticali, agli stoici la creazione della terminologia grammaticale che è quella fondamentalmente ancora in uso ai nostri giorni, a Dionisio Trace la compilazione della prima grammatica greca sistematica che costituì la base dell'insegnamento grammaticale fino al periodo umanistico e oltre. Gli studi grammaticali latini sorsero e si svilupparono sul modello di quelli greci: le opere più importanti sono quelle di Donato e Prisciano che con la loro autorità dominarono tutto il Medioevo. Il vivo interesse degli Arabi per i problemi linguistici è dimostrato dalle numerose grammatiche e dai lessici da essi compilati. Le principali scuole grammaticali arabe furono quelle di Kufa e quella di Basra, spesso fra loro in contrasto; la grammatica araba più famosa è quella di Sībawaihi (sec. VIII d. C.). Sotto l'influsso della grammatica araba sorgono e si sviluppano gli studi grammaticali ebraici che iniziano con Gaon Saʽadyā (m. 942) e continuano con Yĕhūdāh Ḥayyūg (sec. X-XI) cui, tra l'altro, si deve il riconoscimento del costante trilitterismo delle radici ebraiche; degna di menzione è l'opera Rudimenta linguae hebraicae di J. Reuchlin (sec. XV-XVI) cui risale gran parte della terminologia tecnica ancor oggi usata nella grammatica ebraica. Dalla grammatica araba dipende anche quella siriaca che ha in Barebreo (sec. XIII) uno dei suoi maggiori rappresentanti. Felici intuizioni linguistiche si trovano nel De vulgari eloquentia di Dante che tentò una classificazione delle lingue europee, riconobbe l'affinità delle lingue romanze occidentali e descrisse e classificò i vari dialetti italiani. Interessanti osservazioni si possono trovare anche nei grammatici del Cinquecento che riuscirono a scorgere una certa regolarità di sviluppo dal latino al volgare. Nello stesso secolo F. Sassetti notava singolari coincidenze tra vocaboli sanscriti e italiani, precorrendo così di oltre due secoli l'intuizione di coloro che, proprio sulle affinità tra il sanscrito, il greco, il latino e le lingue germaniche, fondarono poi la nuova scienza linguistica.

Cenni storici: dal XVII al XX secolo

Nei sec. XVII e XVIII dominarono i principi razionalistici della Grammaire générale et raisonnée di Port-Royal, ma intanto si faceva sempre più viva la curiosità per le lingue e le civiltà extraeuropee; Leibniz suggerì a Pietro il Grande l'idea di raccogliere il materiale lessicale del maggior numero possibile di lingue e dialetti e il progetto fu poi ripreso da Caterina II e realizzato da P. S. Pallas con i Linguarum totius orbis vocabularia comparativa (1786-89); poco dopo J. C. Adelung cominciò a pubblicare il Mithridates, oder allgemeine Sprachenkunde, continuato dopo la sua morte da J. S. Vater (1806-17), imponente raccolta di numerose lingue con la traduzione del Pater noster in 500 idiomi. Ma il fatto nuovo soprattutto decisivo per gli ulteriori sviluppi degli studi linguistici fu la scoperta del sanscrito da parte degli studiosi europei. Nel 1783 W. Jones fondò a Calcutta la “Reale Società Asiatica” e qualche anno dopo vi pronunciò un discorso in cui sostenne che le affinità tra il sanscrito, il greco e il latino non erano casuali ma dovevano essere la conseguenza della comune origine di queste lingue. F. Schlegel nel suo libro Uber die Sprache und Weisheit der Indier (1808; Sulla lingua e la sapienza degli Indiani) riprese queste comparazioni estendendole anche al persiano e alle lingue germaniche e mise in rilievo lo stretto rapporto di parentela tra tutte queste lingue, commettendo però l'errore di considerare il sanscrito la fonte da cui sono derivate le altre lingue. Il problema fu invece esattamente risolto pochi anni dopo da F. Bopp che in un suo saggio (1816) sul sistema verbale del sanscrito in comparazione con quello del greco, latino, persiano e germanico, dimostrò la parentela genealogica di queste lingue e ne trovò la comune origine non già nel sanscrito, ma in una lingua non documentata da cui è derivato anche il sanscrito, cioè nell'indeuropeo. Ciò gli valse il titolo di fondatore della “grammatica comparata”. Anteriore di due anni al saggio di Bopp, ma pubblicata solo nel 1818, è la dissertazione del danese R. Rask sull'origine dell'antico-nordico o islandese, in cui viene riconosciuta la parentela delle lingue germaniche con quelle baltiche, slave, col greco e col latino, e in cui si sono chiaramente definiti i mutamenti consonantici del gruppo germanico, poco dopo codificati anche da J. Grimm nella Deutsche Grammatik, esemplare opera di grammatica storica. La fase puramente comparativa si conclude nella prima metà dell'Ottocento con la pubblicazione della grande grammatica comparata di F. Bopp (1833-52) e con le ricerche etimologiche sul lessico delle lingue indeuropee di A. F. Pott (1833-57). Con la seconda metà del secolo iniziò la fase propriamente ricostruttiva della lingua madre, semplicemente postulata dalle comparazioni boppiane, per opera di A. Schleicher che, per effetto dei suoi interessi per le scienze naturali e per influsso della filosofia hegeliana, fu indotto a concepire le lingue come organismi naturali non determinabili dalla volontà degli uomini e ad applicare a esse il metodo delle scienze naturali. Pertanto nel suo compendio di grammatica comparata delle lingue indeuropee (1861-62) egli ricercò soprattutto le leggi fonetiche, analoghe a quelle fisiche o chimiche, secondo cui le lingue mutano e si trasformano e in base alle quali egli pretendeva di ricostruire la lingua madre; l'intero processo di derivazione delle lingue è concepito secondo lo schema di un albero genealogico. Al rigido principio schleicheriano dell'albero genealogico J. Schmidt, in un importante lavoro sui rapporti di parentela delle lingue indeuropee (1872), contrappose la “teoria delle onde” secondo cui i rapporti di parentela tra le varie lingue non sono tanto il semplice risultato di una progressiva disintegrazione di un'originaria unità ben determinata, quanto e soprattutto il prodotto di una complessa opera di integrazione dovuta al diffondersi in più lingue di innovazioni che si sono irradiate in epoche diverse e da vari centri e si sono estese in aree più o meno vaste come onde ampliantisi in cerchi concentrici, sempre più grandi e sempre più deboli quanto più si allontanano dal centro. Questa teoria è decisamente preferibile a quella dell'albero genealogico per la sua maggiore aderenza alla realtà ed è effettivamente confermata dall'evoluzione delle lingue e dei dialetti viventi. La scuola dei neogrammatici (Junggrammatiker) abbandonò il principio schleicheriano della lingua intesa come organismo naturale indipendente dalla volontà dell'uomo, ma riprese la rigida formulazione delle leggi fonetiche o ne proclamò l'ineccepibilità e accettò sostanzialmente la teoria dell'albero genealogico. Anche se gli ulteriori sviluppi della linguistica misero in luce i limiti e i difetti di questa corrente, sarebbe ingiusto misconoscerne i meriti sottovalutando il progresso che essa determinò rispetto alle precedenti posizioni; a Karl Brugmann, uno dei maggiori rappresentanti della scuola neogrammatica, si deve quella che è ancor oggi la migliore grammatica comparata delle lingue indeuropee (1886-1916). All'inizio del sec. XX, con il sorgere della geografia linguistica, per opera soprattutto dello svizzero J. Gilliéron, si aprì una nuova era negli studi linguistici; lo studio della distribuzione geografica dei fatti linguistici ha portato a una valorizzazione delle nozioni di sostrato e di prestito e a una migliore comprensione delle cause che spiegano la scomparsa e le trasformazioni fonetiche e semantiche delle parole, il sorgere di altre e le modalità della loro diffusione. Un profondo rinnovamento del pensiero linguistico si ebbe negli stessi anni con un altro linguista svizzero, F. de Saussure, che si occupò dapprima di linguistica indeuropea, portando un notevole contributo alla riforma del sistema vocalico indeuropeo, e in seguito di linguistica generale. Il suo celebre Cours de linguistique générale, pubblicato postumo (1916), sviluppa e approfondisce concetti fondamentali che stanno alla base delle principali scuole linguistiche moderne: la distinzione nello studio e nell'analisi del linguaggio del piano diacronico da quello sincronico e la valorizzazione di quest'ultimo, il carattere arbitrario del segno linguistico in quanto rapporto immotivato del significante e del significato, la distinzione di langue (lingua come sistema e di carattere prevalentemente sociale) e parole (lingua concreta individuale). Partendo dalla concezione della lingua come sistema e approfondendo alcuni principi teorici del linguista polacco J. B. de Courtenay, alcuni studiosi del Circolo linguistico di Praga (e in primo luogo N. S. Trubetzkoj e R. Jakobson) elaborarono la teoria di una nuova disciplina che fu chiamata fonologia o fonematica. Essa studia i suoni non come elementi isolati della parola, ma come elementi funzionali della lingua con valore distintivo, cioè capaci di differenziare semanticamente una parola da un'altra, e ne analizza le combinazioni e le relazioni reciproche soprattutto in senso oppositivo. Alla concezione della lingua come sistema si riallacciano anche i vari indirizzi della linguistica strutturale (i cui principi teorici furono elaborati nel Circolo linguistico di Copenaghen soprattutto da V. Brøndal e L. Hjelmslev), che studia la struttura interna delle lingue e la funzionalità dei vari elementi che le compongono. Rispetto a tali concezioni nuovi sviluppi sono emersi nella linguistica statunitense postbloomfieldiana, soprattutto per opera di N.A. Chomsky. In questo indirizzo, al carattere statico dell'analisi di tipo strutturalista (limitata pertanto all'aspetto “superficiale” della lingua) si contrappone un orientamento dinamico, che tende a cogliere le relazioni specifiche tra la “competenza” del parlante e l'intuizione soggettiva dell'ascoltatore. Compito essenziale della grammatica dovrebbe essere quello di definire le diverse “trasformazioni” chegli elementi fondamentali di una lingua possono subire nella coscienza linguistica del parlante: da questa aspirazione è sorta appunto la “grammatica generativa trasformazionale”, che si è sforzata di mettere in luce la struttura “profonda” del sistema linguistico. È stata così in parte ripresa l'istanza razionalistica di certe tendenze anteriori alla linguistica positivista, dalla grammatica di Port-Royal alle teorie di K.W. von Humboldt. La prospettiva è quella di giungere a un'identificazione delle forme “universali” del linguaggio, per determinare con sufficiente completezza i meccanismi di funzionamento comuni a tutte le lingue.

Bibliografia

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