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Petrarca, Francésco

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La vita

Poeta italiano (Arezzo 1304-Arquà 1374). Figlio di Eletta Canigiari e del notaio fiorentino ser Petracco, che era stato bandito nel 1302 da Firenze dopo la vittoria dei guelfi neri, considerò sempre Firenze come la sua vera patria di origine, anche se rinunciò a ritornarvi quando, a opera di Boccaccio, i Fiorentini lo invitarono, promettendogli i dovuti onori e la restituzione dei beni confiscati al padre. Dopo aver trascorso i primi anni nel podere paterno dell'Incisa e dopo un anno di studi a Pisa, nel 1311 seguì il padre ad Avignone, allora sede del pontefice, dove ser Petracco, perduta ogni speranza di un ritorno a Firenze, aveva trovato lavoro. Suo primo maestro fu Convenevole da Prato: avviato, per imposizione del padre, agli studi giuridici, frequentò l'Università di Montpellier e poi quella di Bologna (1320-26). Tuttavia il suo appassionato interesse per le lettere prevalse sulla volontà paterna: fu attratto dalla lettura dei classici latini, specialmente Cicerone e Virgilio, e questo spiega perché non conseguì alcun titolo accademico. La permanenza a Bologna, dove l'aveva accompagnato il carissimo fratello Gherardo, gli servì per conoscere a fondo la poesia in volgare, specialmente la lirica del “dolce stil nuovo”. Tornato in Provenza nel 1326, abbandonati gli studi giuridici, prese gli ordini minori che, senza imporgli obblighi ecclesiastici, gli permisero di ottenere incarichi e canonicati redditizi. Frequentò la raffinata corte avignonese e ad Avignone, il 6 aprile 1327, un venerdì santo, nella chiesa di S. Chiara, vide per la prima volta Laura (forse la figlia di Audiberto di Noves, sposa di Ugo de Sade, o Laura di Sabran, o Laura Colonna), figura dominante e fulcro d'ispirazione della sua esperienza poetica. In quello stesso tempo si approfondirono gli interessi del Petrarca umanista: non seppe mai bene il greco, che studiò soltanto molto più tardi, ma, come tutti gli uomini colti del tempo, Petrarca fu padrone del latino e vide nell'antichità classica un modello insuperato di vita al quale fare riferimento per ricostruire una vera cultura. Cicerone, Virgilio e Seneca furono i suoi maestri ideali e molti furono i testi classici che Petrarca riportò amorosamente alla luce: nel 1333 scoprì a Liegi l'orazione ciceroniana Pro Archia. Era stato intanto assunto (1330) come cappellano di famiglia dal cardinale Giovanni Colonna, fratello di Giacomo, l'amico carissimo degli anni bolognesi. Furono quelli anni di grandi fermenti: la sua natura inquieta, curiosa di uomini e di cose, lo spinse a viaggiare in tutta Europa (Francia, Fiandre, Brabante, Renania). Ma l'ambizione, la felicità nello studio, i primi successi non vinsero l'inquietudine e la malinconia di Petrarca. Nel 1333 il frate agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro gli fece dono di una copia delle Confessioni di Sant'Agostino, che fu da allora in poi uno dei testi fondamentali della vita del poeta, come egli narra nella famosa lettera indirizzata appunto a Dionigi (Familiares, IV, 1): in una dura ascensione sul monte Ventoso, quando il paesaggio si stese davanti ai suoi occhi, Petrarca aprì a caso le Confessioni e lesse: “vanno gli uomini ad ammirare gli alti monti, i gonfi flutti del mare, il lungo corso dei fiumi, l'immensità dell'oceano, la rivoluzione degli astri, e di se stessi non prendono cura”. Era il richiamo cristiano all'interiorità, ciò di cui il poeta aveva bisogno: perciò si rifugiò a Valchiusa, in Provenza, portando con sé i suoi libri in quella serena dimora solitaria, che rimase il suo paesaggio dell'anima per il resto della vita, spinto da un'ansia mondana, assumendosi vari incarichi diplomatici e tuttavia sempre dominato dal desiderio di quiete e di raccoglimento per i suoi studi: un letterato nel senso moderno della parola e al tempo stesso un intellettuale “impegnato”, coinvolto anche con passione nella politica. Dalla Provenza, che abbandonò spesso per i tanti viaggi che compiva, si staccò solo nel 1353, dopo un quindicennio in cui aveva maturato il meglio della sua poesia. Nel 1340 ricevette contemporaneamente due proposte di incoronazione poetica: una da parte dell'Università di Parigi, l'altra dal Senato di Roma. Dopo qualche incertezza scelse la seconda: nel 1341 si sottopose a Napoli all'esame di Roberto d'Angiò, il re umanista. Forte di tale riconoscimento, in quell'anno stesso, il giorno di Pasqua (8 aprile) ricevette solennemente in Campidoglio la corona di poeta, che, in segno di umiltà, depose sulla tomba di San Pietro. Ma neanche questo servì a comporre la sua crisi; proprio in quegli anni 1342-43 scrisse il Secretum, amara confessione in forma di dialogo con Sant'Agostino delle proprie debolezze di uomo e della difficoltà di raggiungere la cristiana virtù. Proprio in quegli anni cominciò a dare forma alle rime del Canzoniere. Intanto soggiornava brevemente a Pisa, a Selvapiana di Parma, ad Avignone, nei “luoghi descritti da Virgilio” (Pozzuoli, Baia, il lago di Lucrino e quello d'Averno, il Falerno), quindi di nuovo a Parma. Nel 1347 era di nuovo in viaggio per Roma, dove Cola di Rienzo aveva conquistato il potere e accendeva gli animi nel nome della libertà. Petrarca aveva ormai largamente dimostrato le sue preferenze, sia con i sonetti antiavignonesi, sia con le epistole che, scritte fra il 1342 e il 1353, e poi nel 1359, intitolò Sine nomine; per questo, forse, aveva perduto l'amicizia dei Colonna. Ma in viaggio, a Genova, lo raggiunsero le notizie del fallimento di Cola – al quale aveva diretto un'ecloga latina e la famosa Hortatoria – e, cadute le speranze di un risorgimento popolare nel nome di Roma, decise di rientrare. Andò a Verona, a Ferrara, a Padova, a Mantova, a Firenze dove incontrò Boccaccio, a Roma per il Giubileo e poi si fermò ad Arezzo. Il 19 maggio del 1348 segnò sul codice del suo Virgilio la notizia della morte di Laura, avvenuta durante l'epidemia di peste che infuriava in Europa. Alcuni anni più tardi (1361) ancora la peste doveva privarlo del figlio Giovanni, avuto nel 1337 da una oscura donna di Avignone (da un'altra aveva avuto nel 1343 la figlia Francesca). Nel 1351 rientrò in Provenza, che abbandonò definitivamente nel 1353 per stabilirsi in Italia, dove la sua attività di diplomatico divenne più intensa: dal 1353 al 1361 fu a Milano, presso i Visconti, dove rivide più volte Boccaccio; dal 1361 al 1362 a Padova, presso Francesco da Carrara, e poi a Venezia, in Riva degli Schiavoni, dove la Serenissima gli aveva assegnato un palazzo in cambio dell'impegno da parte del poeta di lasciare erede Venezia della sua ormai famosa biblioteca. Ma nel 1368 era di nuovo a Padova; nel 1370 partì per Roma, per incontrarsi col pontefice Urbano V, ma a Ferrara venne colto da una sincope e dopo essere rimasto trenta ore senza conoscenza si fece trasportare a Padova e di lì ad Arquà, sui Colli Euganei, nella casa dove aveva riunito la famiglia: la figlia Francesca, il marito di lei e la nipotina Eletta. Ad Arquà trascorse gli ultimi anni, mentre la sua salute andava peggiorando rapidamente. Scrisse delle lettere (l'ultima è indirizzata a Boccaccio) e la notte tra il 18 e il 19 luglio 1374 spirò, secondo la tradizione, col capo reclinato sull'amato codice dell'Eneide virgiliana (altri dirà sulle Confessioni di Sant'Agostino).

Le opere

Il primo biografo di Petrarca fu Boccaccio, che, nell'opera De vita et moribus Francisci Petracchi de Florentia, insisteva soprattutto nell'esaltare il poeta latino, lo studioso, l'autore del poema latino Africa (1338-41), in gara con l'Eneide virgiliana, e del poema in terza rima i Trionfi, nelle intenzioni dell'autore poema sacro e profano, come la Commediadantesca. Così per più di un secolo la fama di Petrarca fu legata soprattutto alla sua vasta opera di letterato erudito. In realtà egli unisce in sé due distinte qualità: fu il primo umanista italiano, legato quindi strettamente alla cultura del suo tempo, a voler riannodare, oltre la parentesi del Medioevo, i legami col mondo classico rivissuto con spirito cristiano; e fu poeta d'amore, il poeta del tormentoso affanno dell'io nelle contraddizioni delle passioni, dei ricordi e dei rimorsi: in questo, modernissimo e sempre attuale. Ma egli stesso, dei due personaggi che incarnava, credeva più al primo che al secondo. La sua opera di scoperta, divulgazione, esaltazione dei testi dell'antichità classica – mossa dalla medesima venerazione che aveva spinto Dante a scegliere Virgilio come maestro e guida nel suo viaggio poetico nei tre regni dell'oltretomba – è fondamentale nella storia della cultura dell'Occidente. Petrarca fu il più convinto assertore del valore supremo, liberatorio, della poesia. In più precorse appunto l'Umanesimo nel tentativo di affermare la continuità tra cultura greco-romana e cristianesimo, considerando il messaggio cristiano il compimento dei valori etici ed estetici trasmessici dalla classicità: Cicerone, Seneca, Virgilio e Sant'Agostino sono oggetto per lui di un unico, inscindibile sentimento di amore quasi filiale. In questo senso, l'impronta che Petrarca ha dato a tutta la cultura occidentale è di importanza grandissima e decisiva. Nel 1338 cominciò la sua prima opera latina, De viris illustribus, ritratti dei grandi uomini dell'antichità, assunti come modello di vita e di virtù. Subito dopo (1338-39) cominciò l'Africa, poema in esametri in nove libri e quasi 7000 versi, ispirato al ciceroniano Somnium Scipionis, e che ha per tema la II guerra punica. L'autore attendeva dall'opera una gloria immortale e il poema infatti gli consentì di ricevere la solenne incoronazione in Campidoglio. Ma oggi, a parte qualche episodio, come quello dell'amore di Massinissa e Sofonisba, appare solo come un'opera di manierata eloquenza. Ancora in latino è il Bucolicum carmen (1346-57), vasto poema allegorico tra l'autobiografia (amore e morte di Laura) e i problemi politici del tempo. Così in latino sono le Epistolae metricae, in tre libri, e una serie di libelli su vari argomenti (De vita solitaria, De otio religioso, De remediis utriusque fortunae, saggio di morale cristiana, De sui ipsius et multorum ignorantia, vivace polemica contro il formalismo della filosofia aristotelica, Invectivarum contra medicum, una difesa della poesia contro la pretesa della scienza di bastare da sola ai bisogni dell'uomo, bisogni che sono invece innanzitutto spirituali). Ma, tra le opere latine, oggi ci interessano non tanto quelle di ispirazione dotta, quanto quelle più autobiografiche, che ci mostrano Petrarca di fronte ai suoi turbamenti interiori e nel vivo dei conflitti della sua travagliata epoca: il Secretum e le lettere (Familiares, Seniles, oltre alla lettera-testamento spirituale Posteritati) che costituiscono veri e propri capolavori sia per la forma, sia per la splendida capacità descrittiva e narrativa, sia per la penetrazione psicologica e l'estrema libertà dell'animo che si confessa. Un discorso simile si può fare per le opere in volgare. Petrarca credeva di avere affidato la sua fama soprattutto ai Trionfi, poema in sei canti, in terza rima, che aveva iniziato nel 1351 e al quale lavorò fino alla morte, ma s'ingannava: è questa una vasta opera allegorica, per lo più fredda e meccanica, anche se non priva di versi di squisita fattura: nel cuore dell'uomo trionfa l'amore, che però è vinto dalla castità: entrambi soggiacciono alla morte, vinta tuttavia dalla gloria, sulla quale trionfa inesorabilmente il tempo; e solo nell'amore divino cielo e terra trovano eterna armonia. In sostanza, soprattutto col Canzoniere, che Petrarca indicava modestamente come Rerum Vulgarium fragmenta, egli ha veramente espresso se stesso e vinto il tempo. Il linguaggio di Petrarca ha filtrato il volgare, ne ha tratto soltanto le forme e i modi più armoniosi. In confronto a quella di Dante, la lingua di Petrarca è poverissima, ma tutta eletta, così che ha costituito per secoli il modello dell'italiano aristocratico e letterario.

La fortuna e la critica

La fortuna di Petrarca volgare si confuse, nel Trecento, con quella degli stilnovisti e di Dante giovane: si citano, al riguardo, versi di Sennuccio del Bene (ben noto da Poeti di parte bianca di Carducci), di Bonaccorso da Montemagno il Vecchio e di altri. Nel Quattrocento si vede un influsso preciso di Petrarca per le Rime e i Trionfi. Il giudizio critico complessivo sul letterato tiene conto della fama del Petrarca volgare secondo una linea che conduce al petrarchismo del Cinquecento, ma non si esaurisce in esso. Alla morte del poeta il genero ed erede Francescuolo da Borsano conserva le opere inedite e le divulga: tra esse l'Africa, poi da Vergerio pubblicata nel 1396. Francescuolo favorì i contatti con Boccaccio, morto troppo presto (1375) per contribuire con rinnovata efficacia alla fama del maestro e amico. Nel Quattrocento la figura del Petrarca umanista è considerata come fondamentale nella nuova cultura europea ispirata all'umanesimo e al culto dell'antichità e si tien conto della sua eccellenza di poeta volgare soprattutto a opera dei dialoghi Ad Petrum Histrum di L. Bruni. Fama speciale ebbero i Trionfi (Triumphi nella grafia del poeta), prediletti dai critici per le allegorie e dai pittori per i soggetti simbolici. Tra i commenti delle Rime, intese come modello di stile, si ricorda quello di C. Landino; l'imitatore G. Visconti si preoccupò di trovare un testo più fedele per passarlo alle stampe a Milano nel 1494 (l'edizione principe è la veneziana del 1470, a cura di Vendelin da Spira). Grande fu l'influsso del poeta volgare sugli stessi umanisti oltre che sui rimatori di ogni parte d'Italia; ma più che dei poeti cortigiani si tenga conto dell'opera poetica di Boiardo e di Lorenzo de' Medici, che si ispirano nobilmente alla sua passione d'amore e alla sua classica ricerca di armonia. La pubblicazione di tutte le opere (nelle edizioni di Venezia, 1496 e 1501, con ristampa nel 1503, e di Basilea, 1554 e 1581) favorì la fortuna di Petrarca in tutta Europa, in un momento in cui la cultura umanistica si stava diffondendo con vigore nelle corti e contendeva la strada al pieno trionfo del volgare. Importante è la posizione assunta da Petrarca come “modello” degno di prendere il posto degli antichi. Nel 1501 l'edizione aldina delle Rime a cura di P.Bembo inizia in modo sicuro una fama che sarà convalidata da Bembo stesso con l'autorità delle Prose della volgar lingua (1525): il poeta di Laura diviene l'esempio fondamentale della nuova lirica. Anche nel proclamare la necessità di un classicismo francese basato sulla imitatio dei grandi modelli greci e latini, i poeti della Pléiade si varranno di motivi di Petrarca filtrati persino attraverso i Carmina dell'Ariosto e lo stesso Orlando furioso. Il petrarchismo, a cominciare dalla fortuna del poeta in Francia, è stato valutato un fenomeno letterario europeo e documento rinascimentale di cultura. Alla fama del poeta nel Cinquecento (a parte le polemiche antipetrarchesche dovute a Folengo, Aretino, Berni e Franco) contribuirono le ricerche di Bembo sul testo autografo delle Rime intorno ai futuri codici Vat. Lat. 3197 e 3195, quelle di Ruscelli e di altri. Ma soprattutto il combaciare del petrarchismo col platonismo dei trattati d'amore favorì un giudizio positivo sull'eccellenza delle Rime, il cui modello linguistico durò fino ad Alfieri, visto che Leopardi, con distacco sentimentale, commentò l'opera con preminente illustrazione del lessico. In Europa, a cominciare dalla Francia, traduzioni e commenti favorirono nuovi giudizi di valore su un poeta ormai ritenuto il più grande dopo i greci e i latini. Nuove ricerche sulla vita del poeta e perfino sulla identificazione di madonna Laura sono favorite da una maggiore conoscenza della letteratura e della civiltà provenzale. Il periodo passato dal poeta in Avignone e a Valchiusa è esaminato con frutto: raffronti delle opere latine e degli autori antichi pagani e cristiani sono utili. Si citano fra i critici Vellutello, Gesualdo, Daniello, Castelvetro, e, per acume filologico, Beccadelli. In Francia un grande riconoscimento viene dall'Art poétique française (1548) di Th. Sébillet e da lodi di scrittori, fra cui alcuni dei maggiori italianisants, quali M. Scève, Margherita di Navarra (specialmente per i Trionfi), Cl. Marot, L. Labé, Pontus de Tyard. Nella Pléiade, fuori dai canoni della Defence et illustration de la langue française (1549) si ispirarono a P. Ronsard e du Bellay. Desportes, per la sua fedeltà al poeta italiano, venne discusso da Malherbe, che pure aveva iniziato come petrarchista. Montaigne stimò molto Petrarca come poeta e come umanista. Per una diversa tendenza, che attraverso Tasso porta al barocco, Petrarca fu avversato da G. Bruno: il dialogo Degli eroici furori (1585) condanna un petrarchismo deteriore che troverà nuovi oppositori nel Settecento (con Baretti) e nell'Ottocento (coi romantici). D'altro lato, Bruno ne La cena delle ceneri (composta nel 1584) parimenti condanna i berneschi e quanti dell'amore parlano con accenti plebei e realistici. Già sulle Rime, nella Controriforma cattolica, opera la censura ecclesiastica a cominciare dal 1580 per i sonetti contro la Curia avignonese, rivendicati dalla polemica protestante. Gli studi e il gusto del Seicento non furono favorevoli a Petrarca: Boileau lo considera uno degli autori di un italianismo da criticare al pari di Tasso, il più ingannevole di tutti per il suo clinquant (orpello). Sagaci sono, di Tassoni e poi di Boccalini, le osservazioni sui difetti del petrarchismo, ma i due autori non colsero l'intima e inconfondibile vena del poeta. Il confluire del petrarchismo nel marinismo e nel secentismo induce a vedere i deprecati (o esaltati) “concetti” nelle Rime. Riscontri coi provenzali, fatti da Tassoni, tramite gli studi di G. M. Barbieri, collegano Petrarca a un'esperienza europea. Le ricerche erudite proseguirono, specie sulla figura storica di Laura, a opera di I. F. Tomasini nel Petrarcha redivivus (1630, con ristampe) e di F. Ubaldini con lo studio dei frammenti (1642) tolti dall'autografo degli abbozzi (il Vat. Lat. 3196). Le Rime sono apprezzate maggiormente per le numerose correzioni di stile. L'Arcadia stima in Petrarca un antesignano del nuovo gusto razionale. Ma soprattutto nelle Osservazioni (1711) di Muratori, oltre che nel Della perfetta poesia, si notano i pregi delle Rime più che i difetti, sia pure nell'ambito di una retorica razionalistica, non estranea a problemi morali. Della purezza dello stile del poeta Muratori ha coscienza, e così B. Schiavo (che ne sente la grandezza, ben distante da meschini imitatori). Numerosi ancora, nel Settecento, valutarono Petrarca nel classicismo: grande fu la stima espressa da Tiraboschi, nella sua Storia della letteratura italiana, più da erudito che da critico della poesia. Alcuni contributi filologici e storici di grande importanza sono offerti nella Vie de Pétrarque (Parigi, 1738-43, tomi 2) di de la Bastie, nelle memorie dell'Académie des Inscriptions et Belles Lettres e, quindi, nei Mémoires pour la vie de F. Pétrarque (Amsterdam, 1764-67) di J.-F. de Sade. Da quest'ultima opera deriva il noto Del Petrarca e delle sue opere di Baldelli-Boni (Firenze, 1797, e, in seconda ed., Fiesole, 1837): il lato biografico e aneddotico, nell'esame della vita e dell'opera di Petrarca, prende ormai il sopravvento. Pur con riserve verso il petrarchismo e il connesso manierismo, la Staël sente la grandezza di Petrarca nel De la littérature (Parigi, 1800) e la proclama in Corinne (1807). Illustra largamente l'opera multiforme di P. Ginguené nella sua Histoire littéraire d'Italie (vol. II, 1811), e così Sismondi, anche se con diffidenza verso il petrarchismo e i “concetti” che ne derivano, valuta la personalità del poeta nel De la littérature du midi de l'Europe (1813). Basati sulle testimonianze epistolari sono i Viaggi di F. Petrarca di A. Levati (Milano, 1820, 5 vol.). Celebri per interpretazione psicologica della poesia d'amore sono i saggi su Petrarca pubblicati da U. Foscolo in inglese (Londra, 1823; poi tradotti da C. Ugoni). Leopardi non ama Petrarca, ma lo commenta con esattezza filologica (Milano, 1823). Il suo commento, al pari di quello di Carrer (Padova, 1826), si basa sul testo di Antonio Marsand (Padova, 1819-20), pregevole avvio a nuove ricerche. Tra i contributi maggiori dell'Ottocento sono le edizioni e traduzioni dell'epistolario curate da G. Fracassetti (Firenze, 1859-63, 3 vol., e 1863-67, 3 vol.). Un lavoro erudito, volto a magnificare l'umanista, fu il Pétrarque (Parigi, 1867) di A. Mézières: De Sanctis recensì l'opera e unì le sue pagine al Saggio critico sul Petrarca (Napoli, 1869): qui esalta soprattutto il poeta lirico volgare, come farà nella Storia della letteratura italiana (tomo II, Napoli, 1870). La nuova critica estetica terrà conto dell'interpretazione di De Sanctis. Un lavoro letterario d'insieme fu il Petrarka di L. Geiger (Lipsia, 1874; trad. di A. di Cossila, Milano, 1877); pure del 1874 è l'edizione degli scritti inediti di Petrarca apprestata a Trieste da A. Hortis. Del 1878 sono gli Studi sul Petrarca (Napoli) di B. Zumbini, allievo di De Sanctis. Nuove ricerche erudite espose A. Bartoli nel suo F. Petrarca (Firenze, 1884, vol. VII della sua Storia della letteratura italiana). Mirabile studio filologico, connesso col ritrovamento del Vat. Lat. 3195, è Le Canzoniere autographe de Pétrarque (Parigi, 1886) di Pierre de Nolhac, da unire, per la storia dei libri del poeta, a La bibliothèque de Fulvio Orsini (Parigi, 1888). Un commento finissimo fu quello, di natura umanistica, di G. Carducci e S. Ferrari alle Rime (Firenze, 1894, riesumato in edizione anastatica con presentazione di G. Contini, 1956, e ristampato). Contributi filologici sono l'edizione dei Trionfi a cura di C. Appel (Halle, 1901), le Vite di Dante, Petrarca e Boccaccio scritte fino al sec. XVI, a cura di A. Solerti (Milano, 1904), e, a cura del medesimo, le Rime disperse di F. Petrarca o a lui attribuite (Firenze, 1909) e l'edizione critica del De sui ipsius et multorum ignorantia, apprestata da L. M. Cappelli (Parigi, 1906). Una raccolta organica degli Studi petrarcheschi (Firenze, 1911, in nuova edizione) di Carlo Segrè mette in evidenza alcuni punti della critica psicologica e biografica unita alla valutazione complessiva dell'opera artistica e letteraria. Nel 1925 uscì il testo delle Epistole sine nomine, incluso da P. Piur in un libro da lui scritto alla scuola di K. Burdach, Petrarcas “Buch ohne Namen” und die päpsliche Kurie (Halle), e col 1926 ha inizio l'edizione nazionale degli scritti del poeta, con l'Africa curata da N. Festa (cui seguirono nel 1933-42 le Familiari, a cura di V. Rossi e U. Bosco, 4 vol., i Rerum memorandarum libri, a cura di G. Billanovich nel 1945, e il De viris illustribus, a cura di G. Martellotti nel 1964). Si menzionano ancora l'Epistola posteritati, a cura di E. Carrara (Torino, 1929, poi ristampata nel 1959 in volume) e i Salmi penitenziali dietro il manoscritto di Lucerna (Parigi, 1929, a cura di H. Cochin). Parallelamente ai contributi filologici hanno sviluppo lavori di storia della cultura e della critica con Il Petrarca nell'Ottocento di C. Naselli (Genova-Napoli, 1923), un saggio di R. S. Phelps, The Earlier and Later Form of Petrarca's “Canzoniere” (Chicago, 1925) e una indagine di A. Viscardi su F. Petrarca e il Medioevo (Genova-Napoli, 1925), la riesumazione della tesi di laurea di R. Serra sui Trionfi (1927 e, quindi, negli Scritti, vol. II, 1938), gli Aneddoti della vita di F. Petrarca (Brescia, 1928) di A. Foresti. Un'importanza tutta speciale conserva il saggio di B. Croce sulla poesia di Petrarca, del 1929, raccolto nel 1933 in Poesia popolare e poesia d'arte (Bari): nella scia di De Sanctis è messo in precisa evidenza il carattere intimo della lirica di Petrarca e se ne valuta il particolare accento, in sé e nel contesto della letteratura europea. I contributi fondamentali di V. Rossi come filologo e come critico sono raccolti negli Studi sul Petrarca e sul Rinascimento (Firenze, 1930). Un saggio di H. Hauvette, Les poésies lyriques de Pétrarque (Parigi, 1931), va unito a due nuovi contributi di P. Piur, Cola di Rienzo (Vienna, 1931; trad. di J. Chabod Rohr, Milano, 1934) e Petrarcas Briefwechsel mit deutschen Zeitgenossen (Berlino, 1933): la vita del poeta è illustrata nei suoi atteggiamenti culturali e politici. Un inquadramento fine e sicuro dell'attività e della personalità di Petrarca è nel Trecento di N. Sapegno (Milano, 1934 e nuove edizioni), oltre che nella Storia letteraria del Trecento (Milano-Napoli, 1963) e nella Storia della letteratura italiana, diretta da E. Cecchi e dal Sapegno stesso (vol. II, Milano, 1965). Un profilo, condotto con puntuali giudizi sull'uomo e sul poeta, è nel Pétrarque (Neuchâtel, 1940) di H. de Ziegler. Un'ampia raccolta di studi e contributi è Nella selva del Petrarca (Bologna, 1942) di C. Calcaterra. Particolare importanza ha il Saggio d'un commento alle correzioni del Petrarca volgare (Firenze, 1943) di G. Contini, seguito dalle sue edizioni delle Rime (Parigi, 1959, e Torino, 1964, con note di D. Ponchiroli). Nell'esigenza dell'unità spirituale del poeta e del dotto, dopo Petrarca e l'umanesimo filologico (in Giornale storico della letteratura italiana, 1943) U. Bosco dà con Petrarca (Torino, 1946, e Bari, 1961) una monografia armonica e salda nella valutazione della complessa personalità dell'umanista, del religioso e dell'artista. Nel 1946, G. Billanovich pubblica Petrarca e Cicerone (in Miscellanea G. Mercati, vol. IV, Città del Vaticano) e Suggestioni di cultura e d'arte tra il Petrarca e il Boccaccio (Napoli) e quindi Petrarca letterato: I, Lo scrittoio del Petrarca (Roma, 1947), e Gli inizi della fortuna di F. Petrarca (Napoli, 1947). Sulla rivista Studi petrarcheschi (dal 1948 al 1961, inizialmente per impulso di Calcaterra) contributi filologici e critici, anche a integrazione degli Annali della cattedra petrarchesca, uscirono a opera di G. Billanovich, G. Martellotti e altri. Nel 1948 è apparsa un'introduzione alla bibliografia di Petrarca (in Philological Quarterly) di E. H. Wilkins, uno dei più agguerriti specialisti di Petrarca: di lui si ricordano gli importanti libri The Making of the “Canzoniere” and Other Petrarchian Studies (Roma, 1951), Petrarch's Correspondence (Padova, 1960) e Life of Petrarch (Chicago, 1961; trad. it., Milano, 1964). Vanno quindi citati, di J. H. Whitfield, Petrarca e il Rinascimento (Bari, 1950, trad. di Capocci) e, di C. F. Goffis, L'originalità dei “Trionfi” (Firenze, 1951). Numerosi sono i successivi contributi filologici fra cui si menzionano: G. Billanovich, Petrarch and Textual Tradition of Livy (in Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, 1951) e P. O. Kristeller, Il Petrarca, l'Umanesimo e la Scolastica (in Lettere italiane, 1955, ristampato in volume di Autori Vari, La civiltà veneziana del Trecento, Firenze, 1956). La critica erudita, parallelamente, dà pregevoli edizioni di testi: a cura di P. G. Ricci il Contra quendam magni status hominem sed nullius scientie aut virtutis (Firenze, 1949) e l'Invective contra medicum (Roma, 1950, con unito il volgarizzamento di ser D. Silvestri); a cura di R. Weiss, un inedito, La redazione sconosciuta di un capitolo del “Trionfo della fama” (Roma, 1960) e, a cura di Th. E. Mommsen, il testamento del poeta, edito, tradotto e illustrato (Ithaca, 1957). Studi di rilievo sono, di A. Romanò,Il codice degli abbozzi (Vat. Lat. 3196) di F. Petrarca (Roma, 1955); di H. Baron, The Evolution of Petrarch's Thought: Reflections on the State of Petrarch Studies (in Bibliothèque d'Humanisme et Renaissance, 1962); di B. Ullman, Petrarch Manuscripts (Padova 1964, con inizio della serie “Censimento dei codici petrarcheschi”, da contributi dapprima apparsi su Italia medioevale e umanistica, a opera di E. Pellegrin, 1966, per le biblioteche francesi; di O. Besomi, 1967, per le biblioteche svizzere, e di A. Sottili, dal 1967 in poi, per le biblioteche tedesche). Un inedito di rilievo ha visto la luce a cura di G. Martellotti, la Collatio inter Scipionem, Alexandrum, Hanibalem et Pyrrum (in Classical Mediaeval and Renaissance Studies in Honor of B. L. Ullman, Roma, 1964). Indagini di varia erudizione sono le seguenti: C. Cordié, Il Petrarca e il petrarchismo nelle testimonianze di Stendhal (in Ricerche stendhaliane, Napoli, 1967: saggio uscito dapprima in Studi petrarcheschi, 1951); D. Cecchetti, Il Petrarca in Francia (Torino, 1970); G. Mombello, I manoscritti delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio nelle principali librerie francesi del sec. XV (in Il Boccaccio nella cultura francese, a cura di C. Pellegrini, Firenze, 1971); U. Dotti, Petrarca e la scoperta della coscienza moderna (1978) e Vita di Petrarca (1987); G. Orelli, Il suono dei sospiri. Sul Petrarca volgare (1990); M. Santagata, Per moderne carte. La biblioteca volgare di Petrarca (1990); la lettura psicoanalitica del Canzoniere realizzata da S. Agosti (Gli occhi e le chiome, 1993). Notevoli per ricerca filologica sono i contributi di C. Godi, La “Collatio Laureationis” del Petrarca (in Italia medioevale e umanistica, 1970), e di E. Casamassima, Un autografo petrarchesco: la seconda epistola al pontefice Urbano V (“Senili”, IX, 1) nel cod. Riccard. 372 (in Miscellanea in memoria di G. Cencetti, Torino, 1973). Sintesi utili sono Petrarca di B. T. Sozzi (Palermo, 1961) e, con ampia bibliografia ragionata, F. Petrarca di A. E. Quaglio (Milano, 1967). Aggiornamenti sulle edizioni critiche, sui manoscritti e sui codici sono anche in Studi petrarcheschi (nuova serie, dal 1984). Un settore particolare della critica è quanto concerne Petrarca e le arti figurative. Si citano: Prince d'Essling ed E. Müntz, Pétrarque, ses études d'art, son influence sur les artistes, ses portraits, et ceux de Laure, l'illustration de ses écrits (Parigi, 1902); A. Farinelli, Petrarca e le arti figurative (in Michelangelo e Dante e altri brevi saggi, Torino, 1918); P. de Nolhac, L'art de la miniature chez Pétrarque (in Studi petrarcheschi, 1928); L. Venturi, La critica d'arte e F. Petrarca (in Pretesti di critica, Milano, 1929). Per quanto riguarda la fortuna e la storia della critica nei vari Paesi del mondo, si segnalano in particolare, per la loro importanza, alcune schede bibliografiche: quelle di L. Holik-Barabás (1931) e di E. Várady (1948) sull'Ungheria; di A. Cronia (1948) e di G. Surdich (1949) sulla Iugoslavia; di C. Isopescu (1931) sulla Romania. Numerosi sono i contributi sulla Polonia (di G. Maver, 1931; di N. Contieri, per i sec. XIV-XVI e per Mickiewicz, nel volume Petrarca in Polonia e altri studi, Napoli, 1966), sulla Cecoslovacchia (di A. Cronia, 1931, 1935 e 1952, e di J. Bukácek, 1933), sulla Russia (della Contieri, volume citato, con Batjuškov; e di M. F. Varese, Batjuškov. Un poeta tra Russia e Italia, Padova, 1970). E ancora, di H. Rudiger, Studien über Petrarca, Boccaccio und Ariosto in der deutschen Literatur (1976); di J. D'Amico, Petrarch in England (1979). Una rassegna di G. Billanovich, Studi sul Petrarca in America (in Giornale storico della letteratura italiana, 1948), riguarda contributi segnalati nel presente paragrafo e conferma come allo studio di Petrarca e della sua opera tutto il mondo operi in solidarietà scientifica allo scopo di illustrare uno dei poeti più rappresentativi della civiltà.

Bibliografia

B. Croce, Poesia popolare e poesia d'arte, Bari, 1933; G. Gentile, Studi sul Rinascimento, Firenze, 1936; G. Contini, Saggio di un commento alle correzioni del Petrarca volgare, Firenze, 1943; B. Croce, Poesia antica e moderna, Bari, 1943; R. De Mattei, Il sentimento politico del Petrarca, Firenze, 1944; A. Momigliano, Introduzione ai poeti, Roma, 1946; G. Billanovich, Petrarca letterato, Roma, 1947; C. Calcaterra, Il Petrarca e il Petrarchismo, in Autori Vari, Questioni e correnti di storia letteraria, Milano, 1949; N. Sapegno, Il Trecento, Milano, 1949; A. Schiaffini, Momenti di storia della lingua italiana, Roma, 1950; E. Bigi, Dal Petrarca al Leopardi, Milano-Napoli, 1954; F. De Sanctis, Saggio critico sul Petrarca, a cura di E. Bonora, Bari, 1955; L. B. Ullman, Studies in the Italian Renaissance, Roma, 1955; F. Montanari, Studi sul “Canzoniere” del Petrarca, Roma, 1958; U. Bosco, Francesco Petrarca, Bari, 1961; A. Noferi, L'esperienza poetica del Petrarca, Firenze, 1962; F. Chiappelli, Studi sul linguaggio del Petrarca, Firenze, 1971; R. Amaturo, Petrarca, Bari, 1988.