Afghanistan

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(Dowlat-e Eslāmī-ye Afghānestān; De Afghānistān Islamī Dawlat). Stato dell'Asia sudoccidentale (652.864 km²). Capitale: Kābul. Divisione amministrativa: province (34). Popolazione: 23.993.500 ab. (stima 2009). Lingua: dari e pashtō (ufficiali), uzbeko. Religione: musulmani (sunniti 82%, sciiti 17%), altri 1%. Unità monetaria: nuovo afghani (100 puls). Confini: Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan (N), Cina (NE), Pakistan (E e S), Iran (W). Membro di: OCI e ONU.

Generalità

Paese islamico a maggioranza sunnita, l'Afghanistan è diviso in due dall'imponente catena dell'Hindukush, spartiacque geografico tra le steppe del nord e le regioni agricole delle pendici meridionali, ed è chiuso nell'estremo nord est dai monti del Pamir, che Marco Polo chiamò “il tetto del mondo”. .Territorio di contatto tra grandi regioni confinanti, l'Afghanistan è stato a lungo crogiolo di lingue e culture diverse (indiane, cinesi, persiane, ma anche greche e arabe) oltre che culla delle principali religioni: qui nacquero lo zoroastrismo, il manicheismo e il buddhismo, portato da mercanti e monaci in Cina e Giappone tramite la Via della Seta, e qui si sviluppò l'islamismo delle origini, improntato sui rivoluzionari precetti di giustizia ed eguaglianza. Un insieme di elementi, questo, che nel tempo ha reso difficile la formazione di un'identità nazionale e dell'unità socio-territoriale, come le vicende belliche che contraddistinguono l'inizio del millennio testimoniano ancora con forza. Anche i confini geografici furono definiti solo in epoca coloniale, quando il Paese assunse il ruolo di Stato cuscinetto nello scacchiere centro-asiatico. Sede di una delle più antiche città del mondo (Balkh, centro dell'arte e dell'architettura buddhista, altaica e persiana) ed espressione di uno dei più fiorenti e raffinati imperi della storia, quello Timuride, responsabile della fusione tra culture centroasiatiche e persiane di fondamentale importanza per il futuro dell'Afghanistan, il Paese è stato però anche preda di mongoli, uzbeki, persiani prima, e terra di occupazione di sovietici, Taliban e americani poi. L'Afghanistan vive dunque da millenni la sua condizione di centralità ed eterogeneità senza saperne trarre vantaggi spendibili per uno sviluppo interno che sia davvero maturo e stabile..

Lo Stato

L'intervento, nel dicembre 2001, di un nutrito contingente militare guidato dagli Stati Uniti portava al rovesciamento del regime dei Taliban e all'instaurazione di un governo designato al termine di una conferenza internazionale. Il 25 gennaio 2004 veniva firmata la nuova Costituzione, in base alla quale l'Afghanistan è una Repubblica islamica presidenziale in cui è garantita libertà di culto a tutte le religioni. Il presidente è eletto a suffragio diretto con mandato di 5 anni, rieleggibile per una sola volta. Il Parlamento, bicamerale, è eletto a suffragio universale (alle donne è riservato un quarto dei seggi). Il sistema giudiziario è in fase di revisione e la riforma è stata affidata, con il ruolo di leading country, all'Italia. La Corte Suprema è formata da 9 giudici (in gran parte mullah) nominati dal capo del Governo; il 90% delle cause viene affidato ai Consigli degli anziani (Jirga) che decidono secondo tradizioni tribali. La pena di morte è in vigore. La forza militare è costituita dall'esercito nazionale afghano, in cui i soldati hanno l'obbligo di prestare servizio per quattro anni. A partire dagli anni Sessanta del Novecento, epoca in cui l'analfabetismo interessava oltre il 90% della popolazione afghana, rilevanti progressi erano stati compiuti nel settore dell'istruzione, grazie anche all'aiuto dell'UNESCO, che aveva elaborato un piano trentennale di sviluppo dell'insegnamento a tutti i livelli. L'istruzione primaria, che compete unicamente allo Stato e fa capo al relativo ministero, è gratuita e obbligatoria e ha la durata di 8 anni (dai 7 ai 15 di età); tale obbligatorietà tuttavia è stata, forse a causa della guerriglia, ampiamente disattesa, come dimostra la flessione delle iscrizioni alla scuola primaria. La scuola secondaria, presente solo nella capitale e nei capoluoghi di provincia, data dal 1904, quando fu fondato il collegio Habibiyyah. L'ascesa al potere dei Taliban ha poi ulteriormente scardinato il sistema scolastico, con l'esclusione delle bambine di età superiore agli 8 anni dall'istruzione e l'introduzione di nuovi curricula per bambini. Attualmente (2007) l'istruzione pubblica è stata ripristinata, benché la frequenza presenti grossi divari regionali. Nel 2006 il tasso di analfabetismo si è attestato al 71,9%, dato percentuale che situa il Paese all'ultimo posto nel continente asiatico e al terz'ultimo nel mondo, seguito solo da Ciad e Burkina Faso.

Territorio: morfologia

I caratteri salienti del territorio afghano si collegano essenzialmente a un fattore morfologico e a un fattore climatico. Il primo è costituito dalla presenza di un'imponente catena montuosa che si erge al centro del Paese con direzione E-W; il secondo è caratterizzato dall'aridità, cui supplisce però una certa ricchezza di acque fluviali provenienti dalle catene montuose. Queste appartengono al sistema dell'Hindukush, che nella sezione più orientale, dove si ha l'allacciamento con il Pamir e il Karakoram, si spinge sin oltre i 7000 m d'altezza s.m., assumendo forme maestose, con estesi fenomeni glaciali; nella sezione centrale il massiccio del Kuh-i-Baba (5143 m) funge da château-d’eaux, centro e vertice del Paese. Verso W la catena è formata da digitazioni via via più aperte e digradanti nelle pianure alluvionali che, a S e a N rispettivamente, rappresentano la continuazione dell'altopiano iranico, compreso fra il Tigri e l'Indo, e della cosiddetta Battriana, la regione solcata dall'Amudarja. L'ulteriore prolungamento verso W della catena (Paropamisus) continua strutturalmente nel Kopet Dağ, in Iran. Altri rilievi chiudono a E e SE il Paese: sono i monti Suleiman, fasci di pieghe che costituiscono il “gradino” morfologico tra altopiano iranico e pianure dell'Indo. Le catene montuose dell'Afghanistan sono dovute a piegamenti verificatisi tra il Secondario e il Terziario e si elevano tra le masse rigide, peneplanate, delle pianure. Vi si trovano formazioni diverse, ma soprattutto scistose; estesi sono anche i tavolati di arenarie mesozoiche. Grandi fratture sono all'origine delle vallate che solcano le catene, i cui valichi sono elevati ma non eccessivamente aspri, soprattutto a W.

Territorio: idrografia

Le valli sono generalmente ampie e percorse da fiumi che in primavera, allo scioglimento delle nevi, diventano tumultuosi. Essi fanno parte di tre distinti bacini, corrispondenti ai tre versanti che si pongono come prima divisione regionale del Paese: a N si riversano nell'Amudarja, a E nella valle dell'Indo, a S nell'Helmand, il maggior fiume dell'Afghanistan, o terminano in depressioni endoreiche tra cui quella del Gaud-i-Zirreh occupata da estese paludi e laghi salati. Una vasta sezione areica, a E di questa, è costituita dal deserto dunoso del Rīgestān.

Territorio: clima

L'aridità, come in tutta l'Asia sudoccidentale, è essenzialmente il risultato di un eccesso di continentalità. Alle alte pressioni dell'Asia centrale si deve anche il sad-u-bist ruz (vento dei 120 giorni) che spira costante e violento tra il Khorāsān e il Sistān, nel SW del Paese, alla fine dell'estate. Nei periodi invernale e primaverile, con lo spostamento zenitale del Sole e l'allentarsi delle alte pressioni, si verificano le precipitazioni. Esse però sono scarse: variano da 50 a 150 mm nelle pianure e si elevano fino a 300 mm sui rilievi e nella sezione orientale, marginalmente esposta agli influssi monsonici. Alla continentalità e all'altitudine generale del Paese si devono le forti escursioni termiche diurne e stagionali; la temperatura media è di 12-13 ºC, passando, a Kabul, da una media invernale di 0 ºC a una estiva di 25 ºC. Nelle sezioni meridionale e orientale si ha un clima quasi tropicale, generalmente mite, che consente colture mediterranee.

Territorio: geografia umana

Il popolamento dell'Afghanistan riflette perfettamente le condizioni naturali . La densità media è di 37 ab./km², ma la distribuzione della popolazione è molto irregolare, perché dipende essenzialmente dalle disponibilità idriche: si passa infatti dai 4 ab./km² delle regioni desertiche meridionali ai ca. 789 ab./km² nella provincia di Kābul. Le aree più popolate corrispondono pertanto alle vallate dei principali fiumi che scendono dai rilievi centrali: Kābul, Arghandāb, Helmand, Harīrūd, Murgab, Surkhab, Ghorband. La sedentarietà in queste vallate, dove i villaggi (spesso di tipo fortificato, qal’ah) si susseguono lungo le belle fasce verdi irrigue di fondovalle, ha origini antiche che si collegano alle prime civiltà neolitiche di fondamento agrario, sviluppatesi poi sulle importanti vie carovaniere (come la famosa “Via della Seta”) che un tempo attraversavano l'Afghanistan. Alla sedentarietà si oppone il nomadismo, che qui è fenomeno imponente. Con i loro armenti i nomadi (kuči) si muovono stagionalmente tra le piane aride e i rilievi centrali alla ricerca di pascoli; alcuni di essi si dedicano anche ad attività agricole (semisedentari). La maggior parte degli afghani appartiene all'etnia dei Pashtun (42%), formata da popolazioni di lingua pashtō, che si spostano tra l'Hindukush e le piane dell'Indo ignorando il confine politico tra Pakistan e Afghanistan (ciò è all'origine delle rivendicazioni afghane e dei contrasti sorti tra i due Paesi). Negli afghani, proprio per la funzione di crocevia del Paese, si trovano però le tracce di numerosi miscelamenti con genti centrasiatiche diverse, come i turchi e i turco-mongoli. Gruppi d'origine turca formano frazioni cospicue della popolazione afghana: gli uzbeki (9%) che vivono a N intorno a Mazār-i-Sharīf e i turkmeni (3%) dell'Afghanistan nordoccidentale. Un altro gruppo numeroso è quello degli hazari (9%), discendenti di orde mongole, stanziati nelle valli dell'Hindukush (Hazarajat). Più affini agli afghani sono i tagichi (27%), che vivono nella zona di Kābul e nella parte settentrionale del Paese e sono classificabili come iranici. Infine si trovano minoranze arabe e kirghize. Gruppi tribali hanno lasciato le zone del Nord di più recente colonizzazione, molti nomadi hanno intrapreso la strada della sedentarietà; le campagne si sono spopolate. La città di gran lunga più importante è Kābul, massimo centro economico, politico e culturale del Paese, punto di raccordo delle principali vie di comunicazione. Le altre maggiori città sono: Herāt, nel settore occidentale dell'Afghanistan, antica capitale timuride; Kandahār, seconda città del Paese per numero di abitanti, nodo di comunicazioni e storico centro alle soglie del Rīgestān; Ghazni, antica capitale dell'impero gasnavide. Nella parte settentrionale le città principali sono Mazār-e Sharīf, che ha funzioni economiche preminenti in tutta la Battriana, e i centri in via d'industrializzazione di Baghlan, Kondūz e Pul-i-Khumri; in sviluppo è Jalālābād. I centri più popolosi si trovano comunque nelle oasi, allo sbocco delle principali vallate, e costituiscono i nodi delle comunicazioni che da E a W, lungo il piede delle catene centrale, uniscono le varie parti del Paese tra loro e con la valle dell'Indo. Il controllo delle vie di comunicazione, interne ed esterne, è da tempo al centro di feroci scontri, spesso regolati da pratiche illecite. Le vie nevralgiche per il collegamento con il Pakistan, attraverso i valichi del SE, e il Turkmenistan, a N, partner economico-politici dei vari gruppi locali alternatisi al potere, sono state spartite negli anni come contropartita di armamenti e carburante, beni preziosi per un Paese perennemente in guerra. Ed è proprio la guerra intestina tra le diverse fazioni musulmane, che ha continuato a sconvolgere il Paese, a rendere difficile delineare un quadro demografico certo. Si calcola che siano fuggiti dall'Afghanistan oltre 6 milioni di profughi con centinaia di migliaia di vittime causate da circa vent'anni di guerra prima contro i sovietici, poi interna tra le diverse etnie-gruppi religiosi. Nel periodo 2002-2005 sono rientrati in patria circa 2,7 milioni di persone.

Territorio: ambiente

Steppe di artemisie, molto povere, si stendono nelle pianure, mentre le acque fluviali che scendono dai rilievi consentono la formazione di oasi in cui l'albero sovrano è il pioppo; altrove le formazioni arboree e arbustive (tamerici ecc.) sono rare. Se non fosse per l'accentuata aridità, l'Afghanistan avrebbe estese possibilità agricole, soprattutto nella sezione settentrionale del Paese dove si hanno vaste regioni ricche di Löss. Anche l'ambiente ha risentito in maniera consistente dei conflitti armati degli ultimi decenni, con lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali (es. legno), il progressivo degrado del suolo, l'inquinamento e la riduzione delle fonti di acqua potabile. Le aree protette nel 2008 coprivano lo 0,2% del territorio ed esiste un solo parco nazionale, il Band-e-Amir, istituito nel 1973, al cui interno si trovano laghi d'alta quota, aspre catene montuose e numerose grotte.

Economia: generalità

L'evoluzione della struttura economica verso forme moderne, ovvero lo sviluppo di attività di trasformazione secondo aggiornati processi tecnologici, è fatto relativamente recente in un Paese come l'Afghanistan ancora caratterizzato da modi di vita tradizionali, connessi all'esercizio dell'agricoltura e della pastorizia, e grandemente influenzato dal conservatorismo islamico . Fin dalla metà del XIX sec., supplendo alla mancanza di una classe imprenditoriale con il proprio intervento diretto, lo Stato ha assunto il compito di governare l'economia attraverso la formulazione di piani quinquennali, volti inizialmente alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali a particolare beneficio del settore primario (con la collaborazione di statunitensi e sovietici) e quindi alla formazione di una base industriale, almeno per la produzione dei beni più legati alle esigenze quotidiane della popolazione (tessili, materiali per l'edilizia). I modesti risultati complessivamente raggiunti alla fine degli anni Settanta del Novecento sono stati in seguito compromessi dalle complesse vicende politiche del Paese. Il processo di sviluppo economico dell'Afghanistan appare fortemente minato dai forti contrasti interni che non hanno mai consentito al Paese una reale pianificazione dello sfruttamento delle proprie risorse. Già i mujaeddin, saliti al potere nel 1992, avevano dovuto fronteggiare numerose emergenze economiche a causa di una cronica scarsità di alimenti e combustibile, di un totale collasso del settore industriale, dei seri danni riportati dalle infrastrutture, del rientro di migliaia di rifugiati, della necessità di bonificare i campi e le aree agricole da milioni di mine antiuomo, dell'elevato tasso di inflazione. La situazione economica assumeva i caratteri del dramma con l'ascesa al potere dei Taliban nel 1996 per l'incompetenza dei nuovi dirigenti e per l'allontanamento delle élite urbane e delle donne dalle attività produttive, voluta dai Taliban nell'applicazione più rigida delle leggi coraniche. Inoltre, l'atteggiamento del governo nei confronti delle donne, nonché altre violazioni dei diritti umani hanno spinto i Paesi occidentali a limitare i propri aiuti. In questo quadro di per sé drammatico, si inseriva la guerra scatenata nel 2001 dalle forze NATO guidate dagli USA, che assestava un ulteriore colpo alla vita economica e alla capacità di ripresa del Paese. All'Afghanistan non è rimasto quindi che affidarsi alla sua principale e tradizionale risorsa economica, l'oppio, di cui oggi l'Afghanistan è il primo produttore mondiale e le cui attività di coltivazione e lavorazione sono di gran lunga le più redditizie. La cauta ripresa, cui si lega anche il processo di riforma delle attività finanziarie, ha portato, nel 2009 il PIL del Paese a un valore di 14.044 ml $ USA, ma resta comunque molto lenta e si basa sostanzialmente sugli aiuti esteri. Restano infatti grosse difficoltà da superare: innanzitutto la diffusa carenza di servizi e risorse di base (acqua, elettricità, assistenza medica, infrastrutture), oltre a forti disparità interne tra le regioni di confine, “avvantaggiate” dalle maggiori possibilità di scambi commerciali, e quelle del nord, più isolate e povere di risorse.

Economia: agricoltura e allevamento

Il settore primario è il più importante e redditizio. L'agricoltura, con l'allevamento, impegna il 67% della popolazione attiva e incide sul PIL per più del 39,3%; è un settore che vanta antiche tradizioni specie per quanto riguarda l'irrigazione (in certe zone fatta con kārēz, cioè con canalizzazione sotterranea), tecnica vitale per un Paese arido, in buona parte tuttora incolto o improduttivo. Le acque dei fiumi sono il bene più prezioso dell'Afghanistan e negli ultimi decenni grandi dighe hanno consentito un maggior sfruttamento di tale risorsa. Le opere di sbarramento e canalizzazione dei fiumi Helmand e Arghandāb, attuate dagli statunitensi, hanno permesso la conquista di nuove terre prima desertiche; nella valle del Kābul, a Jalālābād, altri progetti erano stati iniziati a opera dei Sovietici. Sviluppata è la cerealicoltura (frumento, riso e mais), mentre tra le colture industriali il primo posto è occupato dal cotone, che alimenta alcune industrie tessili a Gulbahar, Jabal-us-Seraj e Kābul. Altra coltura importante è la barbabietola da zucchero, con zuccherifici a Baghlān, Jalālābād, Kondūz, cui seguono talune colture olearie (sesamo, lino). La frutticoltura è un settore peculiare dell'Afghanistan e dà prodotti pregiati come meloni, albicocche e agrumi e soprattutto uva, ampiamente utilizzata per la produzione di uva passa. Alcuni dei terreni fertili e lussureggianti, come quelli intorno alle città-oasi disseminate lungo le valli fluviali, esemplificate in modo eloquente da Kandahār, ricoperti di vigneti e frutteti e fonte di ricchi proventi commerciali grazie anche al trasporto su strada verso i mercati del Medio Oriente, hanno lasciato il posto negli ultimi decenni del Novecento a campi minati e alla devastazione della guerriglia intraetnica e religiosa. La distruzione della vegetazione, delle coltivazioni e soprattutto dei sistemi di irrigazione di queste zone ha contribuito a compromettere una delle attività più redditizie dell'economia del Paese. Un ruolo di rilievo ha l'allevamento, risorsa fondamentale dei nomadi che, a seconda dei gruppi, allevano ovini (comprese le pecore karakul), caprini, bovini, asini e cammelli: la produzione di pelli karakul (pregiate soprattutto quelle delle zone settentrionali) costituisce una delle principali fonti del commercio estero.

Economia: industria e risorse minerarie

Il settore industriale, uno dei più colpiti dagli anni di guerra, è limitato a pochi comparti con isolati impianti dislocati nelle valli del Kābul e del Surkab, ove funzionano alcune centrali idroelettriche, insufficienti però a coprire il fabbisogno nazionale. A questi complessi si aggiungono cementifici, manifatture, fabbriche di laterizi e stabilimenti conservieri. L'artigianato, date anche le condizioni economiche generali, può essere considerato fiorente soprattutto grazie alla produzione di tappeti. Le risorse minerarie non sono rilevanti: si segnalano il carbone, con giacimenti presso Karkar, Ishpushta e Dara-i-Soof, il rame, presso Ainak, il petrolio, presso Herāt, e il gas naturale, presso Sheberghan e Mazār-e Sharīf, quest'ultima collegata da un gasdotto lungo 120 km al confine uzbeko. La produzione di gas naturale, in passato piuttosto elevata ed esportata quasi totalmente nell'Unione Sovietica, è fortemente diminuita e destinata solamente al consumo interno; alla fine degli anni Novanta, inoltre, complice il crollo del prezzo del petrolio, saltarono gli accordi tra Afghanistan e alcuni partner stranieri (Argentina, Italia e altri) per la costruzione di una nuova rete di gasdotti e oleodotti. Nel 2003, tuttavia, è stato stipulato un accordo tra Afghanistan, Pakistan, India e Turkmenistan per il trasporto di petrolio e gas naturale da quest'ultimo verso gli altri Paesi. Famosi sono i giacimenti di lapislazzuli del Badakhshan, le cui pietre sono poi lavorate a Kābul.

Economia: commercio e comunicazioni

L'arretratezza del Paese è attestata anche dalla scarsità delle vie di comunicazione: ai sovietici e agli statunitensi si deve l'avvio della costruzione di una prima basilare rete stradale, giunta nel 2007 a un'estensione di 34.782 km (di cui poco più di 8200 km sono asfaltati) tra cui la strada che collega Herāt con Kābul e il passo di Khyber e quella che da Kābul porta a Mazār-e Sharīf attraverso il passo di Salang (3748 m). Praticamente assente la rete ferroviaria, estesa per pochi chilometri. Le difficoltà nei trasporti si riverberano sulle attività commerciali, scarsamente sviluppate se non in alcune zone più prossime ai confini. Gli scambi con l'estero riguardano l'esportazione dei prodotti tipici nazionali (karakul, lana, frutta, tappeti ecc.) verso Pakistan, India e Russia, e l'importazione di beni di consumo, beni strumentali e abbigliamento soprattutto da Pakistan, USA, Germania, India e Turkmenistan. Dal 2001 ha preso avvio un programma di riforma e regolamentazione del sistema bancario e finanziario, i cui primi risultati hanno portato l'interesse di diverse banche straniere verso l'Afghanistan. Uno degli ostacoli maggiori, oltre a quelli citati, verso questa trasformazione, e più in generale per lo sviluppo dell'intero comparto economico, resta tuttavia la presenza di un circuito finanziario parallelo, informale (se non spesso illegale) e concorrente rispetto a quello ufficiale. Questo sistema, se da un lato permette a molti l'accesso a fondi in maniera veloce e vantaggiosa, dall'altro mina alla base la crescita economica e costituisce uno dei canali preferenziali per il riciclo del denaro derivante dal commercio dell'oppio.

Storia

I territori dell'attuale Afghanistan non costituirono un'omogenea unità politica che a partire dal sec. XVIII, anche a causa della posizione geografica, di transito fra mondo iranico e indiano. Sin dal III millennio a. C. infatti furono teatro di complessi incontri fra popolazioni diverse, finché, conquistati da Ciro e da Dario (sec. VI a. C.), passarono poi in parte sotto Alessandro Magno (329 a. C.) ed entrarono nella sfera della civiltà ellenistica. Dopo un periodo di sottomissione all'impero indiano dei Maurya (320-232 a. C.), intorno al 250 la dinastia indogreca di Battriana vi costituì un regno indipendente. Verso il sec. I d. C., Parti e Saka si divisero i territori e nel 90 tutto l'Afghanistan fu conquistato dai Kuṣāṇa, creatori di un vasto impero che durò sino all'invasione degli Unni Bianchi (ca. 500), spodestati più tardi da un'invasione iranica, che diede origine a vari principati autonomi (sec. VI). Nei due secoli successivi, l'invasione araba, con la progressiva islamizzazione del territorio, fece rientrare la storia dell'Afghanistan nella più ampia storia persiana e quindi in quella dell'impero arabo e poi musulmano. Alla dinastia dei Gasnavidi (sec. X-XII) e a quella dei Khwārizm Shāh (sec. XII), seguì, nel sec. XIII, l'invasione di Gengis Khān, che determinò la formazione di vari principati mongoli. Sotto la dinastia dei Timuridi (sec. XV), l'Afghanistan ebbe grande prosperità, ma nel sec. XVI Bâbur (capostipite dei Moghūl indiani) ne fece la base per la conquista dell'India. Per quasi due secoli l'Afghanistan perdette l'indipendenza, diviso fra i Moghūl e i Safawidi, mentre già nei sec. XVI e XVII si delineavano le prime influenze delle potenze occidentali; l'Afghanistan andava assumendo la funzione di Stato cuscinetto, alla quale va attribuita la sua stessa esistenza come Stato, pur non sottovalutando il peso di tendenze nazionalistiche. L'Afghanistan, indipendente dal 1747 (quando fu eletto re il generale Aḥmad), cercò di attuare verso l'India una politica di espansione, frenata, verso la fine del secolo, da aspre lotte dinastiche, complicate da interventi inglesi e russi. Furono questi ultimi a scatenare l'invasione persiana che ebbe come immediata conseguenza l'intervento inglese (prima guerra anglo-afghana, 1838-42). A un periodo di neutralismo dell'Afghanistan seguirono un trattato di rispetto territoriale anglo-afghano (1854) e un secondo intervento inglese in favore dell'Afghanistan contro la Persia, mentre nuove tensioni tra Russia e Inghilterra provocarono la seconda guerra anglo-afghana (1878-79), conclusa con un trattato (1880) che sanciva la preminenza inglese. Neutrale nella prima guerra mondiale, l'Afghanistan ritentò, nel 1919, l'invasione di territori indiani, scatenando la terza guerra anglo-afghana, conclusa (Trattato di Rawalpindi, 1919) con il riconoscimento dell'indipendenza afghana. L'Afghanistan avviava allora un'autonoma politica estera (accordi con URSS, Turchia e Iran), mentre accoglieva una più accentuata penetrazione sovietica. Nel 1931 fu emanata la prima Costituzione e nel 1933 il re Muḥammad Ẓāhīr stipulò l'Intesa orientale (con Iran, Iraq e Turchia), primo nucleo del moderno panislamismo. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale al vecchio antagonismo anglo-russo si sostituiva quello statunitense-sovietico (l'Afghanistan fungeva ancora da cuscinetto). Ammesso all'ONU nel 1946, l'Afghanistan incominciava a ricevere aiuti economici dagli USA e militari-economici dall'URSS, conservando però un rigoroso neutralismo. La questione dei confini si riaccendeva con la formazione del Pakistan che inglobava il Pashtunistan abitato da genti affini agli Afghani; ciò dava pretesto a rivendicazioni territoriali dell'Afghanistan (1953), sfociate nel 1961 in incidenti armati. Nel 1963 la situazione migliorava e le questioni di confine pendenti venivano regolate anche con l'URSS e la Cina. Nel 1964 era approvata una Costituzione più aperta a esigenze liberali. Pur essendo essenzialmente musulmano, l'Afghanistan si avvicinava all'India, anche per reazione alle mai sopite questioni di confine con il Pakistan. Nel luglio 1973 il re Muḥammad Ẓāhīr veniva deposto da un colpo di stato di nobili progressisti capeggiati da Muḥammad Dā'ud, cugino dello stesso re: era proclamata la Repubblica e, nel 1977, varata una nuova Costituzione. La rapida involuzione moderata del nuovo regime politico conduceva però nell'aprile 1978 a un nuovo colpo di stato, che portava al potere il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), di ispirazione marxista, capeggiato da Muḥammad Taraki Nur, leader della fazione Khalq, il quale rafforzava i legami dell'Afghanistan con l'URSS. Nel settembre 1979 Taraki veniva ucciso e sostituito alla direzione politica del Paese da Hafizullah Amin, ex uomo forte del precedente governo. Incapace di controllare la situazione, Amin veniva ucciso nel dicembre 1979 in seguito a un intervento militare sovietico che consentiva la presa del potere da parte di Babrak Karmal, fondatore della fazione comunista Parcham. La presenza delle truppe straniere faceva presto crescere l'opposizione al regime, sfociata in attività di guerriglia condotte da gruppi islamici ispirantisi all'esperienza della rivoluzione iraniana: sfruttando la conoscenza degli impervi territori montani, i mujaeddin tenevano costantemente in scacco l'Armata Rossa e l'esercito regolare afghano arroccati nei centri urbani di pianura. Solo dopo le dimissioni di Karmal, sostituito nel settembre 1987 dal generale Najibullah, sembrava avviarsi il processo di pacificazione nazionale, favorito dal nuovo corso della politica estera sovietica: tra il 1986 e il 1987, contemporaneamente ad accenni di disimpegno da parte dell'URSS, il governo proponeva iniziative di dialogo, culminate durante l'anno seguente in negoziati e intese tra le parti, siglati a livello internazionale. All'inizio del 1989 veniva completato il ritiro dell'Armata Rossa, ma al disimpegno sovietico non si accompagnavano credibili iniziative internazionali in grado di favorire una soluzione politica del conflitto. A peggiorare il quadro si aggiungeva la particolarità di una resistenza armata fortemente frazionata in cui operavano almeno una quindicina di gruppi divisi tra di loro anche sul piano religioso (otto fazioni facevano riferimento al rito musulmano sciita e sette a quello sunnita) e nella quale si trovavano a convivere un'anima moderata e una fondamentalista: la prima si esprimeva nella figura di Sibghatullah Mjaddidi, leader dei moderati, mentre la seconda era rappresentata da Rasul Sayaf. Il 15 aprile 1992 Najibullah era costretto a dimettersi e dopo un tentativo fallito di espatriare dovette rifugiarsi in un ufficio dell'ONU; i mujaeddin davano quindi vita, nello stesso anno, a un governo di transizione che doveva fronteggiare lotte intestine e problemi connessi al rientro di oltre cinque milioni di profughi. I contrasti si sviluppavano in particolar modo tra le formazioni moderate e la componente più fondamentalista Hezb i Islami guidata da Gulbuddin Hekmatyar. A Kābul, comunque, il potere veniva assunto da un Consiglio supremo di 10 membri che provvedeva a eleggere un capo provvisorio dello Stato nella persona del moderato Burhannudin Rabbani, e un primo ministro in quella di Abdul Sabul Fareed del partito fondamentalista Hezb i Islami. Ma proprio il capo di questa fazione, Gulbuddin Hekmatyar, si mostrava il più insofferente verso tale soluzione e Kābul diveniva nuovamente un teatro di guerra tra fazioni. In questa complessa situazione si affacciavano sulla scena politica nazionale (1994) i Taliban, un nuovo movimento di etnia pashtō e di ispirazione islamica radicale, nato nelle scuole coraniche al confine con il Pakistan. Studenti di teologia coranica, i Taliban, influenzati probabilmente dal Pakistan, scendevano in campo agitando la bandiera della legge coranica (shari‘ah) come strumento di pacificazione, ma di fatto divenivano un terzo polo della guerra civile in grado di mettere in seria difficoltà le altre fazioni in lotta. Inizialmente formazione di studenti-guerriglieri con una forte caratterizzazione fondamentalista, in seguito, sotto la guida di Moḥammad Omar, un ex mujaeddin deluso dalle lotte di fazione ai vertici del Paese, oltre agli studenti il movimento iniziò ad arruolare ex soldati dell'esercito afghano e mujaeddin che avevano disertato dopo la vittoria su Mosca. Grazie a una serie di successi militari, che costringevano lo stesso Hekmatyar a stringere un nuovo accordo con Rabbani, i Taliban riuscivano a conquistare la capitale Kābul condannando subito a morte l'ex presidente Najibullah e alcuni collaboratori, imponendo una rigida applicazione della legge coranica, in particolare nei confronti delle donne. Il nuovo consiglio provvisorio, che risultava composto da sei mullāh, venne immediatamente riconosciuto dal governo del Pakistan, mentre il presidente deposto Rabbani, insieme al comandante dell'esercito e al primo ministro Hekmatyar, dopo aver lasciato Kābul, fuggiva verso il Nord del Paese. Questo però non metteva fine alla guerra civile afghana, alimentata non solo da divisioni religiose, ma soprattutto dall'opposizione delle etnie non pashto, maggioritarie nel Nord del Paese: usbechi, azeri e tagichi. Nel maggio 1997, i Taliban sferravano un'ampia offensiva su più fronti ed entravano vittoriosi a Mazār-e Sharīf (la capitale nel Nord del Paese) da dove venivano poi ricacciati dagli sciiti filoiraniani dello Hezb i Wahat e dalle milizie uzbeke. Questa sconfitta, la più dura in tre anni di inesorabile avanzata, non riusciva a frenare la marcia dei Taliban che, dopo aver proclamato nel 1997 l'Emirato islamico, conquistavano di nuovo la principale roccaforte dell'opposizione, Mazār-e Sharīf (1998). Malgrado queste vittorie e il sostegno del Pakistan (interessato non solo a incoraggiare il fondamentalismo musulmano, ma anche ad assicurarsi un corridoio verso l'Asia centrale, per importare gas dal Turkmenistan, e un retroterra strategico nei confronti dell'India), i Taliban si trovavano isolati sul piano internazionale a causa dei loro collegamenti con il terrorismo islamico, in particolare con l'esule saudita Osama Bin Laden, rifugiatosi in Afghanistan nel 1996 e accusato dagli Stati Uniti di essere il mandante degli attentati contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania (1998). Sottoposto a forte pressione diplomatico-militare sia dagli USA sia dall'Iran (sostenitore degli sciiti), l'Afghanistan riusciva comunque a evitare un impari confronto bellico con entrambi i Paesi. All'interno però il regime – riconosciuto soltanto da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – doveva continuare ad affrontare la resistenza armata del Nord, guidata dal generale Ahmed Shah Massoud (islamico moderato ed ex ministro della Difesa, assassinato il 9 settembre 2001) e sostenuta dall'Iran, dall'India e dalla Russia, che ripetutamente accusava l'Afghanistan di appoggiare il terrorismo e le ribellioni delle vicine aree dell'ex Unione Sovietica, soprattutto in Cecenia, Uzbekistan e Tagikistan. Nessun passo in avanti verso la pacificazione si otteneva nel marzo del 1999, giacché l'accordo, allora stipulato con l'opposizione per formare un governo di unità nazionale e un esercito comune, si rivelava ben presto fragile. La conseguente ripresa della guerra civile gettava la popolazione in una situazione tanto drammatica da screditare la stessa leadership dei Taliban presso l'etnia pashtō, stanca di un conflitto che in venti anni era costato un milione di vittime e recalcitrante ad arruolarsi nell'armata taliban, ormai in buona parte sostenuta da volontari reclutati nelle scuole religiose pakistane. Ulteriormente isolato nel mondo in seguito all'entrata in vigore delle sanzioni dell'ONU, il regime afghano si rendeva nel 2001 responsabile di altri gravi provvedimenti e atti barbarici, tesi a schiacciare i segmenti non islamici della società, come l'obbligo di portare segni distintivi per i non musulmani e la distruzione delle antiche statue di Buddha della valle di Bamiyan. Alla fine di settembre dello stesso anno, il regime dei Taliban, ancora una volta postosi come difensore indulgente di Osama Bin Laden e della sua organizzazione terroristica Al-Qāiʽda, i cui campi di addestramento erano situati in territorio afghano, trascinava il Paese nel più completo isolamento internazionale e lo conduceva verso un conflitto di maggiore entità rispetto alla guerra civile in cui versava da anni. Provata la responsabilità di Bin Laden come mandante degli attentati terroristici dell'11 settembre contro il World Trade Center di New York e il Pentagono, a Washington, il governo Taliban negava l'estradizione del terrorista saudita agli Stati Uniti, inducendo questi e i suoi alleati, appoggiati sia dal mondo occidentale sia da Paesi arabi come l'Egitto e l'Arabia Saudita, a sferrare i primi attacchi contro gli obiettivi militari taliban e i campi d'addestramento dei terroristi il 7 ottobre 2001. Abbandonati anche dal loro più fedele alleato, il Pakistan, e rafforzata l'opposizione del Nord da contingenti militari occidentali, i Taliban si trovavano a contrastare gli attacchi su più fronti e, all'inizio di dicembre, fiaccati dalle molte perdite e scalzati dalla loro ultima roccaforte, la città di Kandahār, erano costretti alla resa. Nel frattempo, a Petersberg, cittadina tedesca nei pressi di Bonn, si riuniva, sotto l'egida dell'ONU, un vertice fra i rappresentanti dei quattro maggiori gruppi etnici e politici afghani, al termine del quale veniva siglato un accordo sulla formazione di un nuovo governo, alla cui guida veniva posto il leader pashtō Hamid Karzai (vicino all'ex re Ẓāhīr), che si insediava il 22 dicembre. Il governo, del quale facevano parte anche due donne, aveva il compito di accompagnare il Paese fino alle elezioni. Nel gennaio 2002 si insediava in Afghanistan una forza multinazionale di pace (ISAF), composta quasi per metà da soldati britannici, a cui contribuiva anche un contingente di 350 militari italiani. Nel giugno dello stesso anno si riuniva il Consigli degli anziani (Jirga), la grande assemblea tribale convocata nei momenti più delicati della storia del Paese, al termine della quale Karzai veniva eletto capo dello Stato. Nell'aprile del 2003 Karzai istituiva una commisione incaricata di redigere una nuova Costituzione, che veniva approvata dalla Jirga nel gennaio 2004. Nel gennaio 2004 veniva varata una nuova Costituzione secondo la quale l'Afghanistan è una Repubblica islamica di tipo presidenziale, ma senza nessun riferimento alla . Tuttavia i progressi in campo istituzionale non risolvevano i conflitti per il controllo del territorio che contrapponevano le forze fedeli al governo, i “signori della guerra” locali e la resistenza talebana. Nel settembre 2005 si svolgevano le elezioni legislative, in un clima di forti tensioni per la paura di attentati. Il governo era in grado di esercitare la sua autorità solo nella capitale e nei dintorni di essa, mentre le varie province continuavano ad essere controllate dai tradizionali “signori della guerra”. Gli attacchi aerei contro le basi dei Taliban provocavano spesso stragi di civili e contribuiivano ad aumentare l'ostilità verso le truppe della NATO (2007). Nel settembre 2008 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU prorogava di un anno il mandato della ISAF. Nell'agosto del 2009 si svolgevano le elezioni presidenziali che vedevano il presidente uscente H. Karzai nettamente in testa. In ottobre, però, la commisione elettorale afghana, accertati brogli e irregolarità nei voti, decideva di tornare alle urne per il ballottaggio tra Karzai e l'ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, che però decideva di ritirarsi. Karzai veniva così eletto presidente dalla Commissione elettorale indipendente.

Cultura: generalità

La storia culturale dell'Afghanistan vanta origini millenarie e, soprattutto grazie alla particolare posizione di questa terra, crocevia di popoli ed esperienze in continuo movimento, sin dall'antichità si è configurata come esito di tradizioni diverse e sedimento, di volta in volta, di elementi del mondo persiano, greco, egiziano, indiano ecc. Su questo mosaico si inserì l'egemonia dell'Islam, la cui influenza determinò nel corso del tempo i modi, le caratteristiche, le produzioni – non solo culturali – della vita del Paese e dei suoi abitanti. Se la dominazione Moghūl va ricordata come uno dei periodi più alti per l'arte e la cultura afghane, in tempi recenti la stessa intensità ha caratterizzato momenti di tutt'altra natura: il regime dei Taliban è infatti coinciso con un profondo processo di inaridimento e smantellamento culturale del Paese e del territorio, attuato anche attraverso la distruzione di parte del patrimonio artistico del Paese. A questi gruppi fondamentalisti è infatti imputabile la demolizione delle due statue di Buddha presenti nel sito archeologico di Bamiyan (marzo 2001, non è esclusa l'ipotesi di una ricostruzione o di un museo all'aperto che resti a ricordo dello scempio) e di molte opere e sale del Museo di Kābul. La riscoperta e la valorizzazione di questa formidabile eredità è tuttavia una delle tante sfide che attendono l'Afghanistan nel suo cammino verso la modernità: alcuni segnali incoraggianti sono per esempio arrivati dalla riapertura in questi anni di alcune facoltà dell'Università di Kābul e dalla nascita di nuovi giornali. A diffondere e sensibilizzare il pubblico internazionale circa la storia recente e la cultura dell'Afghanistan, ha contribuito invece in maniera determinante, a partire dal 2003, la pubblicazione dei libri di Khaled Hosseini, giovane autore nato e cresciuto a Kābul prima di trasferirsi con la propria famiglia a Parigi e poi negli Stati Uniti, i cui romanzi hanno avuto successo in tutto il mondo. Ostacolata dalle vicende belliche o proibita dai Taliban come ogni altra forma di spettacolo, anche l'attività cinematografica sta lentamente cercando di rinascere. Sviluppatosi a partire dagli anni Sessanta, il cinema afghano, i cui archivi sono stati decimati ma non totalmente distrutti dai fondamentalisti, conta oggi, tra gli autori più interessanti, Siddiq Barmak (n. 1962), autore di Osama (2003), ambientato proprio nell'Afghanistan del “regime” talebano, e Atiq Rahimi (n. 1962), regista franco-afghano, che ha diretto Earth and Ashes (2004). A testimoniare il valore di queste opere contribuisce, la vittoria, per entrambe, di un premio speciale al Festival di Cannes. In Afghanistan sono inoltre presenti due siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO: Minareto e resti archeologici di Jam (2002) e Paesaggio culturale e resti archeologici della valle di Bamiyan (2003).

Cultura: tradizioni

Le prescrizioni coraniche, benché interpretate con modalità e severità diverse a seconda dei periodi e dei poteri al governo, hanno avuto e hanno un'influenza determinante anche sui costumi del popolo afghano. Nondimeno, anche in questo panorama, comune peraltro a molti Stati dell'Asia, la gente afghana, dopo la dolorosa parentesi talebana, ha timidamente ricominciato a riassaporare spiragli di vita sociale, consuetudini nuove e attività a lungo proibite. Se il senso dell'ospitalità è rimasto un tratto costante del modo di vivere della popolazione afghana (e di gran parte del mondo islamico), arti come la musica, sia quella di impronta tradizionale suonata con strumenti “classici” sia quella più moderna influenzata dal pop occidentale, stanno tornando a diffondersi. Soprattutto le giovani generazioni si dedicano ad attività quali la fotografia o lo sport. Una delle attività tradizionali è il movimentato e antico buzkashi, giocato con una carcassa di capra.

Cultura: letteratura

La poesia e la prosa degli ambienti colti dell'Afghanistan si sono sviluppate principalmente in persiano, la lingua ufficiale in quel Paese fino al 1936, quando fu affiancato dal pashtō. La produzione in pashtō, che è dunque la letteratura degli afghani, è abbondante. La letteratura aulica riflette lo stile persiano, ma è permeata da uno spirito inconfondibilmente diverso, che compare con accenti assai più marcati nelle opere e nelle tradizioni popolari. Molto dubbie, malgrado alcune scoperte che fanno peraltro sorgere nuove ombre, sono le origini della letteratura in pashtō. In una raccolta di biografie di poeti accompagnate da passi antologici, intitolata Tesoro nascosto, composta forse nel 1729 a Kandahār da Muḥammad Hōtak ed edita nel 1944 a Kābul da A. H. Ḥabībī, sono riportati esempi di poesia che risalirebbero addirittura al 756. Se tale data appare inverosimile, è tuttavia sicuro che nel Tesoro nascosto compaiono, senza che sia possibile alcuna datazione, i più antichi documenti poetici in lingua pashtō. Le origini della prosa risalirebbero invece alle Biografie di Santi, opera scritta agli inizi del sec. XIII da un certo Sulaymān Makū. Ma è solo in epoca moghūl (cioè con il sec. XVI) che si ha una vera fioritura. È in questo periodo, infatti, che troviamo la figura dell'eretico Miyān Bāyazīd Anṣārī, soprannominato dai suoi seguaci Pīr Rōšan (Maestro luminoso), autore de La miglior esposizione, il cui testo originale, solo in parte in pashtō, è stato scoperto soltanto nel 1962. Bāyazīd Anṣārī è il primo scrittore in lingua pashtō di cui ci siano giunte le opere, insieme a quelle del suo avversario, il dottore ortodosso Āhūn(d) Darwēzah. Tra i seguaci del Pīr meritano di essere ricordati Arzānī, autore di un dīwān giunto fino a noi, e il nipote Mīrzā Khan Anṣārī, anch'egli mistico e poeta. Contemporaneo di questi è Hušhāl Khan Hatak (1613-1689), forse il più celebre poeta afghano, autore di un gran numero di versi, purtroppo in gran parte perduti, e strenuo avversario degli invasori moghūl. Il poeta ʽAbd ur-Raḥmān, meglio noto presso gli Afghani come Raḥmān Bābā (m. 1706), si riallaccia ai temi della poesia mistico-erotica persiana. Alla sua stessa tribù appartenne anche un altro poeta lirico, ʽAbd ul-Hamīd (m. ca. 1732), tra i cui discepoli, oltre a Qalandar, celebre per essere cantato in numerose poesie del maestro, emerge Ḥamīd Gul, autore di ballate, anche in dialetto, scritte per lo più in forme e metri popolari. Tra le opere in prosa di questo periodo ricordiamo la Storia incrostata di gemme, scritta da Afżal Khan Haṭak, discendente di Hušhāl Khan e capo tribù (fin verso il 1770) come Ḥāfiẓ Raḥmat Khan (m. 1774), poeta e raccoglitore di una vasta biblioteca di opere in lingua pashtō, ora perduta, e padre di Nawāb Maḥabbat Khan e di Allāh-yār Khan, autori di grammatiche e lessici di pashtō. Tra gli autori del secolo XIX deve essere ricordato Munšī Aḥmad Ğān, virtuale fondatore della prosa moderna in pashtō, che compose tre volumi di novelle in una lingua che rispecchiava quella popolare. Primo illustre esponente della cultura afgana contemporanea può essere considerato Mahmud Tarzi (1865-1933), autore di vari saggi, poesie, diari di viaggio, traduzioni di poeti stranieri e, soprattutto fondatore e curatore del periodico La fiaccola delle notizie (pubblicato dal 1911 al 1918), nel quale venivano ampiamente spiegate e propagandate le iniziative di modernizzazione nei vari campi della vita sociale, politica e culturale afghana avviate dall'emiro Habibullah e che sarebbero state proseguite poi da Amanullah. La fiaccola delle notizie, oltre a offrire un quadro completo del vasto programma di riforme attuato, ebbe una rapida diffusione anche all'estero, particolarmente in India, nell'Impero ottomano e nel Turkestan russo, guadagnando notevole prestigio anche nell'opera di propaganda dei vari nazionalismi musulmani. Tuttavia una vera e propria rinascita della letteratura pashtō si ebbe solo dopo il 1937, anno di fondazione dell'Accademia Afghana che, con un intenso lavoro di studio e la pubblicazione di un notevole gruppo di opere che rischiavano di andar perdute, contribuì a diffondere la cultura afghana anche tra il popolo. Ma il risveglio aveva avuto inizio anni prima con la fondazione a Peshāwar, da parte di ʽAbd ul-Qayyūm Khan, dell'Islamia College (1920), seguito dall'Edward College. Da questi due centri sono usciti letterati di ogni genere, che hanno ridato splendore alla lingua. La letteratura afghana contemporanea vede tra gli altri suoi esponenti di maggior prestigio Gulpacha Ulfat (1909-1977), Dastangir Panjsheri (n. 1931), il poeta Suleiman Laik (n. 1931; pubblicò la sua prima raccolta di versi nel 1962, cui seguirono le raccolte La tenda del nomade e Ricordi e campi in lingua pashtō, e nel 1981 la sua prima antologia di versi in lingua dari, La vela), e Barek Shafii (n. 1932), scrittore, poeta, pubblicista, proveniente da una famiglia di intellettuali (i suoi primi versi apparvero negli anni Cinquanta del sec. XX, e nel 1963 pubblicò la prima antologia: Il ramoscello). Nel 1980 fu fondata a Kābul l'Unione degli Scrittori Afghani. Primo presidente della neonata associazione fu eletto Asadullah Habib (n. 1941), scrittore, poeta, filologo, studioso della letteratura contemporanea e in seguito rettore dell'Università di Kābul. Ricordiamo la sua raccolta di novelle I tre braccianti e la notevole produzione poetica. Tra gli autori della generazione più giovane, vale la pena di ricordare Abdullah Naibi (n. 1955). Non va peraltro dimenticata l'importanza della letteratura popolare delle varie nazionalità e tribù. In quanto Paese multietnico, l'Afghanistan ha diverse espressioni culturali che conferiscono al folclore colori e dimensioni affascinanti, soprattutto se si tiene conto che le lingue parlate dalle varie popolazioni sono ben trentasei. Tra i pochi che hanno affrontato lo studio di questo cospicuo patrimonio folclorico ricordiamo Abdul Rahman Baluch, che fin dagli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso ha curato la pubblicazione di vasto materiale originale di area baluci, accompagnato da studi sulle tradizioni e la cultura di questo popolo. Importanza fondamentale ha anche la letteratura popolare nelle tribù nomadi, le quali hanno elaborato, in modo quanto mai vivo e incisivo, forme poetiche quasi completamente ignote alla letteratura colta. Dopo quasi un decennio di “silenzio” forzato, il movimento letterario sta riacquistando vita, grazie, per esempio, alla pubblicazione di raccolte di testi per opera di autori che avevano dovuto lasciare il Paese durante la “diaspora” (l'esodo forzato di milioni di afghani a causa dell'occupazione sovietica, prima, e del regime talebano poi), così come si deve ai libri del già citato Khaled Hosseini (n. 1965), autore de Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli, due bestseller mondiali, la riscoperta della realtà afghana degli ultimi decenni.

Cultura: arte

L'arte nell'Afghanistan si produce per confluenza di correnti diverse, partecipi di quella componente fondamentale indoiranica che da epoca remota segnò i contatti tra le due civiltà (nei siti afghani di Mundigak e Kandahār già dal IV millennio a. C. sono testimoniate affinità evidenti con le civiltà dell'Indo e dell'Iran), con una continuità più evidente dal sec. VI a. C. al sec. VIII d. C. Sull'itinerario dei centri monastici del buddhismo e lungo le vie carovaniere (Begram) si attuarono i più imprevisti incontri fra tradizioni estetiche e formule iconografiche di origine diversa , dando vita a connubi stilistici come quello greco-buddhista (sec. II a. C., frutto di influenze ellenistiche e irano-partiche) e quello irano-buddhista fiorito a Bamiyan, successivamente sottolineato da una corrente sassanide-gupta (sec. V-VII d. C.; vedi Fundukistan). Ancora dall'alveo culturale iranico, ma con altri interessi estetici, dipenderà l'arte dei Gasnavidi (sec. X-XII d. C.) e dei Goridi (metà sec. XII-inizi sec. XIII d.C.), sfondo immediato all'arte selgiuchide e antefatto di quella indomusulmana. Dei primi si ricordano i resti dei palazzi sultaniali di Lashkari Bazār (con pitture murali di stile centro-asiatico) e di Ghazni (l'antica Ghaznā, con resti di rivestimenti parietali marmorei di finissima eleganza), oltre ai magnifici minareti a pianta stellare di Mas'ud III e di Bahrām Shāh, sempre a Ghazni. Ai secondi appartiene il bellissimo minareto cilindrico di Jam, fra le montagne del Ghor, prototipo immediato, insieme con i precedenti, del Quṭb Minār di Delhi. L'arte islamica, che, per quel determinismo di fondo religioso che la distingue, aveva trovato congeniali elementi nell'arte romana, bizantina, copta, si conclude nell'Afghanistan con la splendida fioritura della civiltà timuride (sec. XV), che avrà uno dei suoi centri maggiori a Herāt. Il sec. XX si è connotato come un periodo di riscoperta di opere, grazie a ricerche archeologiche e a politiche di recupero e restauro attuate dal governo (tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento), prima che l'oscurantismo dei regimi fondamentalisti arrestasse ogni sviluppo ed evoluzione artistica e si accanisse nel tentare di eliminare ogni opera non solo in presunto contrasto con la dottrina islamica ma in quanto espressione tout cour di una “cultura”, in quanto sinonimo di storia, tradizioni, valori, pratiche e conoscenze.

Bibliografia

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Per il folclore

Mohammed Ali, Manners and Customs of the Afghans, Lahore, 1958; E. Turri, Viaggio a Samarcanda, Novara, 1963.

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