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Iran

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(Jomhūrī-ye Eslamī-ye Irān). Stato dell'Asia occidentale (1.648.195 km²). Capitale: Teheran. Divisione amministrativa: province ostān (30). Popolazione: 72.213.000 ab. (stima 2008). Lingua: fārsī (persiano). Religione: musulmani (sciiti 93,9%, sunniti 5,7%) cristiani 0,1%, altri 0,3%. Unità monetaria: riāl (100 dinari). Indice di sviluppo umano: 0,777 (84° posto). Confini: Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan e Mar Caspio (N), Afghanistan e Pakistan (E), Golfo di ʽOman e Golfo Persico (S), Iraq e Turchia (W). Membro di: OCI, ONU e OPEC.

Generalità

Stato dell'Asia che occupa tutta l'ampia sezione occidentale delle alteterre che si innalzano tra il tavolato siro-arabico, la valle dell'Indo, i bassopiani aralo-caspici e l'Oceano Indiano.Dal 22 marzo 1935 il Paese ha assunto ufficialmente il nome di Iran, mentre in precedenza veniva chiamato anche Persia (dal pers. antico Pārsa, regione in cui si trovava il regno di Anšan). Tale nome venne diffuso dagli storici antichi per indicare l'impero achemenide, ed è ancora diffuso nel mondo occidentale. A grandi linee il Paese si identifica con una precisa area culturale – quella abitata da popolazioni iraniche – che si è delineata attraverso un lungo processo storico e che ha nel Fārs, regione che domina da vicino la Mesopotamia, il suo nucleo originario. Abitato dai Medi e dai Parti, l'antico regno noto nell'antichità con il nome di Persia estese il suo territorio, sotto la guida del condottiero Ciro il Grande, fino a inglobare l'Asia Minore, parte dell'India, l'Egitto e la Grecia, prima di cedere il passo all'avanzata di Alessandro Magno. Su questo ricco e antico sostrato, si innestò successivamente l'islamismo (ca. 641 d. C.), che informò la preesistente cultura pur senza comprometterne del tutto le peculiarità e la singolare identità rispetto al resto dell'Asia islamizzata. Attraversato nel corso della sua storia da spinte differenti, volte da un lato all'affermazione di uno Stato moderno, lontano da influenze religiose, indipendente, neutrale, moderato, e, dall'altro, ispirate alla ricerca di una purezza confessionale e fondamentalista di stampo antioccidentale, l'Iran ha suscitato alternativamente gli entusiasmi dei Paesi europei e del mondo arabo; gli uni, attratti dalle possibilità di investimento aperte dai governi più illuminati e secolarizzati, gli altri, affascinati dalla possibilità di realizzare un modello alternativo all'Occidente, come quello propugnato dagli scià più tradizionalisti e che ha avuto nella Rivoluzione islamica della fine degli anni Settanta uno dei momenti più rappresentativi. Anche l'Iran del nuovo millennio si ripresenta al mondo animato da forti contraddizioni, e sarà proprio la ricomposizione di tali aspetti a porsi come uno dei problemi che il Paese dovrà affrontare nell'immediato futuro e dal cui esito dipenderanno equilibri di scala mondiale.

Lo Stato

In base al referendum del 30 marzo 1979 l'Iran è una Repubblica islamica. La Costituzione approvata per referendum il 2 dicembre 1979 sancisce la subordinazione dello Stato alla guida del clero sciita. Al vertice dello Stato è posto il capo religioso, il Rahbar, nominato dall'Assemblea degli esperti (un Consiglio di 84 teologi eletti a suffragio diretto ogni 8 anni). Il Rahbar presiede il Consiglio dei guardiani della Costituzione e della shari‘ah (i cui membri sono da lui nominati) e ha il controllo sulle leggi e sugli organi dello Stato, incluso il presidente della Repubblica, che è a capo del potere esecutivo. Quest'ultimo, che in base a un emendamento della Costituzione nel 1989 ha ampliato i suoi poteri con l'abolizione della figura del primo ministro, è eletto a suffragio diretto ogni 4 anni così come i membri dell'Assemblea islamica, a cui spetta il potere legislativo. Il sistema giudiziario in uso si basa sulla legge islamica; le emanazioni della Corte di Giustizia Internazionale non sono ritenute vincolanti. È in vigore la pena di morte. Le forze armate presenti nel Paese sono organizzate secondo la tripartizione classica: esercito, marina, aviazione. A questi corpi, si aggiunge una Guardia rivoluzionaria (pasdaran) a sua volta a capo di una milizia volontaria (Basij) pronta a mobilitarsi in caso di necessità. Lo sviluppo dell'educazione iraniana è stato analogo a quello delle nazioni arabe. La Costituzione del 1906 stabilì il principio dell'obbligatorietà scolastica ma solo nel 1942 fu promulgata una legge in proposito che fu applicata dopo la seconda guerra mondiale. Ufficialmente l'istruzione è obbligatoria per tutti i ragazzi dai 6 agli 11 anni, ma nelle zone rurali questa prescrizione è largamente disattesa. Il sistema scolastico prevede una scuola primaria, gratuita, che comincia a 5 anni e ha durata quinquennale. L'educazione secondaria, che va dagli 11 ai 18 anni, è divisa in due cicli, uno di tre e l'altro di quattro anni. Nel Paese sono attivate una ventina di università (di cui una a Teheran), che hanno subito un periodo di chiusura forzata fra il 1980 e il 1983. Dopo la rivoluzione khomeinista, sono state inoltre abolite le scuole miste e sono stati ridotti gli istituti artistici. La percentuale di analfabeti presenti all'interno del Paese era, nel 2006, pari al 17,7%. Nonostante la differenza tra l'alfabetizzazione maschile e femminile sia particolarmente elevata, si è registrato un sensibile allineamento, al punto che nei livelli di istruzione superiore le donne sono in numero maggiore rispetto agli uomini.

Territorio: morfologia

Le alteterre che costituiscono l'Iran sono strutturalmente formate da un'antica zolla, facente parte del continente eurasiatico, chiusa e sollevata tra grandi fasci di catene montuose. Queste sono rappresentate dalla catena dello Zagros, che separa l'altopiano dalla depressione mesopotamica e dal Golfo Persico, sua continuazione, e dal sistema dell'Elburz, che prosegue verso E nel piegamento del Kopet Dag. Si tratta di catene delineatesi con l'orogenesi cenozoica e formatesi in seguito a corrugamenti provocati dalle spinte della massa siro-arabica verso N, spinte cui si è contrapposta la rigidità della massa crustale aralo-caspica. Le catene sono emerse dalla geosinclinale Tetide, che si sviluppava notoriamente da E a W lungo tutta l'Eurasia meridionale. Zagros ed Elburz sono in effetti la continuazione dei sistemi montuosi dell'Anatolia con i quali si annodano nella regione armena e nell'Azerbaigian, nella parte nordoccidentale del Paese; verso E le stesse catene continuano nei fasci di piegamenti del Baluchistan l'una, nel Paropamiso e nell'Hindu Kush l'altra. Lo Zagros è strutturalmente formato da una serie di pieghe il cui andamento è ben indicato dall'orientamento generale della catena, che si sviluppa per ca. 1000 km con una larghezza media di oltre 200, e che morfologicamente è costituita da una serie di allineamenti rocciosi da NW a SE, alternati a conche depressionarie e a piane alluvionali disposte nello stesso senso. Le cime più elevate toccano i 4547 m nello Zard Kūh ma nel complesso la regione, con il suo andamento ad altopiano, si mantiene sui 1800 m. Vi prevalgono le formazioni sedimentarie mesozoiche (calcari) nella sezione più interna, cenozoiche (arenarie e marne) su tutto il versante esterno volto alla Mesopotamia. La struttura è complicata da una serie di fratture e faglie ancora attive, tanto che la regione dello Zagros, come l'area nodale dell'Azerbaigian (che culmina a 4814 m con il vulcano Sabalān), è soggetta frequentemente a moti sismici. Molte delle conche di cui si è detto sono endoreiche e ospitano laghi salati, altre sono state catturate dall'erosione regressiva dei fiumi mesopotamici che incidono trasversalmente, in modo spettacolare, la catena. Verso SE lo Zagros gradatamente si abbassa nella regione del Makrān, che presenta ancora piegamenti nelle formazioni mesozoiche, ma dove si trovano anche aree vulcaniche recenti. L'altra grande catena dell'Iran, l'Elburz, è più erta dello Zagros; si eleva dalla depressione caspica come una muraglia, passando subitamente dai livelli caspici (-28 m) ai 5604 m del Damāvand, il quale però è un cono vulcanico sovrimposto al grande corrugamento, disposto a guisa d'arco da W a E. Sul lato meridionale l'Elburz ha un versante meno aspro che si distende verso le depressioni costituenti il nucleo centrale delle alteterre iraniche. Questo versante interno è solcato da alcune valli profonde che portano ai valichi della catena, tutti piuttosto elevati, e nei quali affiorano potenti formazioni mesozoiche e nuclei scistosi paleozoici. Verso E l'Elburz si abbassa e trapassa nel Kopetdag, una catena formata da un duplice piegamento di rocce mesozoiche, divise tra loro dalla valle dell'Atrek. La catena sfiora in qualche punto i 3000 m e tende a spegnersi verso il confine con l'Afghanistan. Il Kopetdag è un rilievo importante nella geografia iraniana perché è l'elemento di separazione tra le terre del Khorāsān e l'intero altopiano dai bassopiani centroasiatici. Tra i grandi fasci montuosi si apre la zolla centrale dell'altopiano, che dorsali montuose anche di rilevante altezza (Kuh-e-Hazārān, 4420 m; Shīr-Kūh, 4074 m) dividono in varie depressioni, tra cui il Kavīr, ai piedi del versante nordorientale dello Zagros, il Dasht-e Kavīr, ai margini sudorientali dell'Elburz, e il Dasht-e Lūt, che dal centro dell'altopiano si estende verso sud.

Territorio: idrografia

Le catene periferiche e la presenza di vasti bacini interni sono fattori determinanti per la rete idrografica iranica. Più di metà del territorio scola le sue acque nelle aree interne; in particolare il Dasht-e Lūt e il Dasht-e Kavīr formano un'area endoreica molto estesa, che rappresenta oltre un terzo della superficie dell'intero Paese. Laghi salati e vaste superfici biancheggianti di depositi salini occupano entrambe le depressioni, che hanno un clima accentuatamente arido e assorbono perciò rapidamente le acque dei fiumi che, specie d'inverno e di primavera, scendono dalle montagne. Ma ovunque in Iran, dato il carattere arido del clima, l'idrografia ha una rete poco organizzata; tuttavia l'importanza dei corsi d'acqua alimentati dalle fasce montuose è fondamentale perché grazie a quelle acque possono sussistere le numerose oasi che sorgono alla base dei rilievi o ai margini delle depressioni. Endoreica è la sezione settentrionale del Paese volta al Mar Caspio, in cui si scaricano, oltre ai brevi corsi d'acqua del versante settentrionale dell'Elburz, i fiumi che drenano l'Azerbaigian e l'altopiano armeno, tra cui l'Aras al confine con la Repubblica dell'Azerbaigian. Nell'Azerbaigian Occidentale un endoreismo autonomo è rappresentato dal bacino del lago di Orūmīyeh (lago di Urmia). Il versante esterno dello Zagros appartiene idrograficamente al Golfo Persico cui tributano due dei principali fiumi dell'Iran, il Kārūn, che drena la sezione settentrionale e nel tratto inferiore fiancheggia lo Shaṭṭ al‘Arab, e il Mond, originato nella sezione centrale della catena, che incide con un percorso tortuoso. Dal punto di vista antropico il limitato sviluppo idrografico del Paese è compensato dalla presenza di numerose falde acquifere, da cui traggono alimento le oasi e alle quali l'uomo attinge con quei canali sotterranei, i qanat, che formano in certe aree una rete fittissima e fondamentale nella geografia dell'Iran.

Territorio: clima

L'Iran è climaticamente compreso nell'area arida dell'Asia occidentale. Sarebbe un Paese povero e spopolato se non avesse quelle catene montuose che, godendo di una certa piovosità, riescono ad alimentare, sia pure per brevi periodi, i fiumi e le falde idriche che sono il sostegno delle oasi. L'aridità dell'Iran è dovuta alla sua posizione nell'ambito dell'Asia, posizione che lo esclude in larga parte dalla circolazione delle masse umide marittime. La conformazione del Paese è pure un fattore determinante dell'aridità; sul lato occidentale e sudoccidentale, da dove provengono gli influssi marittimi, l'Iran è sbarrato da catene montuose, mentre sul lato settentrionale e nordorientale è aperto agli influssi delle masse d'aria continentali secche, che si manifestano con venti caratteristici, come quello che spira dall'Asia centrale verso S, nel Sistān, ed è chiamato “vento dei 120 giorni” (tra la fine dell'estate e l'inizio dell'inverno). La presenza del Caspio ha influssi limitati ma ben avvertibili sul versante settentrionale dell'Elburz, verde zona ben irrorata che contrasta con il resto del Paese il quale, d'estate, presenta un volto riarso e desolato. Vi è tuttavia, anche in Iran, un momento magico dell'annata meteorologica: è la primavera, quando finite le precipitazioni invernali e con lo scioglimento delle nevi sulle montagne steppe e oasi rinverdiscono. La distribuzione delle piogge è irregolare; esse si verificano quasi su tutto il territorio nei mesi invernali, secondo il ritmo proprio dei climi mediterranei, benché il regime termico sia molto diverso a causa dell'elevata continentalità e dell'altitudine del Paese. D'inverno le temperature si abbassano notevolmente, raggiungendo nell'altopiano pochi gradi sopra lo zero. A Teheran per esempio si hanno in gennaio medie di 2 ºC, a Tabrīz -1 ºC. Però a S la latitudine fa sentire la sua incidenza e i valori si elevano di alcuni gradi. Al di fuori dell'altopiano eccezionali sono i valori di Abādān, che si trova in una zona tropicale, umida e caldissima, con medie annuali di 25-26 ºC (ed estive di 36 ºC). L'estate registra anche sull'altopiano valori elevati, benché le differenze tra il dì e la notte siano notevoli: la media di 16-17 ºC di Teheran nasconde valori massimi giornalieri che superano spesso i 30-35 ºC. Per quanto riguarda la quantità delle precipitazioni, sull'altopiano si hanno medie che non superano mai i 250 mm (a Teheran, Tabrīz, Mashhad); si abbassano verso S, ai margini del deserto del Lūt (Kermān 135 mm). Si hanno valori superiori ai 250 mm lungo tutto il versante esterno dello Zagros, dove oltre i 2500 m cadono annualmente anche più di 500 mm di pioggia; ciò vale anche per il versante settentrionale dell'Elburz (a Rasht, per esempio, si hanno sino a 1300 mm annui).

Territorio: geografia umana

Il popolamento dell'Iran è il risultato di quella progressiva espansione verso S delle popolazioni centroasiatiche, indoeuropee, che da un lato hanno conquistato la valle dell'Indo (i popoli Ari), dall'altro, varcando il Kopetdag, l'altopiano iranico. Il Kopetdag è rimasto ancora, come più a E il Paropamiso, l'elemento divisorio tra area iranica e area turca. Tuttavia non mancano in Iran diversi gruppi di turchi: gli azerbaigiani che rappresentano un quarto della popolazione, i turcomanni che vivono a E del Mar Caspio, kashkai, nomadi e seminomadi dello Zagros, discendenti di un'orda giunta nel Paese a seguito dell'invasione mongola. Però la maggioranza delle popolazioni è data da iranici, tra i quali tuttavia si riconoscono gruppi etnici che hanno conservato una loro unità di promozione feudale: tra questi gruppi i principali sono quelli rappresentati dalle grandi tribù nomadi dello Zagros, tra cui i luri, i bactiari e gli stessi curdi (questi ultimi rappresentano, in territorio iranico, solo una frazione del più vasto gruppo che occupa l'Iraq nordorientale e la Turchia orientale); altro gruppo importante è quello dei baluchi nel Sudest del Paese. Gli Iranici veri e propri rappresentano il 51% del totale e non hanno soltanto una comune paternità ma sono stati anche profondamente plasmati nel tempo da una cultura che non ha mai perduto i suoi profondi legami unitari. Questi si rifanno anzitutto all'impero achemenide, che per la prima volta ha allacciato sotto un'unica organizzazione il territorio iranico, creando centri nodali non più abbandonati e ponendo nel Fārs il nucleo di base del Paese. Importante fu poi l'islamizzazione, che ha esaltato l'urbanesimo, consolidando quella struttura territoriale che ha i suoi centri nelle grandi oasi già privilegiate anteriormente. Sotto il dominio dei Safavidi l'urbanesimo fu ancora riattivato dalla vivacità economica e commerciale del Paese, che trovò in Eṣfahān la sua raffinata capitale. Con la dinastia dei Cagiari la capitale fu trasferita a Teheran, e si ebbe così una riorganizzazione territoriale che, già sotto il dominio di Nādir Shāh, era stata contrassegnata da un nuovo regime delle terre (che favorì la riconversione del feudalesimo in quel latifondismo perdurato sino alla seconda metà del sec. XX) e da una estesa sedentarizzazione delle popolazioni nomadi. Nel corso del Novecento, dopo un lungo periodo di decadenza e di isolamento, il Paese si aprì all'influsso occidentale grazie alla politica di Reẓā Pahlavī con il quale ebbero inizio tutti quei fenomeni caratteristici connessi alla modernizzazione, tra cui crescita demografica, sviluppo dell'urbanesimo, valorizzazione delle aree più funzionali rispetto ai traffici a svantaggio di quelle più povere e periferiche. La popolazione dell'Iran ha subito delle leggere variazioni, che però non mutano in maniera sostanziale il quadro generale della situazione demografica iraniana che si caratterizza per un tasso di crescita contenuto. La densità media è di 44 ab./km², con percentuali decisamente più alte nell'area della capitale, nelle province settentrionali e in quelle situate sul Mar Caspio. Sulla relativa stabilità demografica iraniana hanno esercitato, nell'ultimo decennio del sec. XX e nei primi anni del secolo successivo, una certa influenza i flussi di profughi provenienti dall'Afghanistan e dall'Iraq, una parte dei quali è stata rimpatriata (850.000 gli afghani che hanno fatto ritorno in patria tra il 2002 e il 2007). La popolazione della campagna rappresenta ancora quasi il 35% del totale. Esistono gruppi di nomadi, soprattutto nello Zagros, che compiono migrazioni stagionali tra le piane costiere affacciate al Golfo Persico (terre calde o Garmsir) e i pascoli dell'altopiano (terre fresche o Sardsir). Seminomadi si trovano nel Baluchistan, nell'Elburz e nell'Azerbaigian. Ma la maggior parte della popolazione, dopo i processi di sedentarizzazione, vive in villaggi. Essi sono di diverse dimensioni e si raccolgono nelle oasi, più o meno estese secondo la ricchezza d'acqua, attinta dai qanat, i canali sotterranei lunghi decine di chilometri che consentono agli insediamenti di porsi anche lontano dal pedemonte, nelle piane aperte, dove i suoli sono migliori. A questa distribuzione nelle pianure si debbono i villaggi tipo qal'a, cioè quei centri fortificati, numerosi soprattutto nel Khorāsān, la cui origine è antichissima e la cui diffusione sembra sia da ricollegarsi all'insicurezza lasciata dall'invasione mongola di Gengis Khān. Questi villaggi comunque si ponevano come difesa dalle incursioni dei nomadi che, nei secoli passati, si avevano frequentemente sul fronte settentrionale aperto al Turkmenistan (la diga di Alessandro, il Sād-e-Iskender, è un elemento di difesa che aveva funzioni un po' simili a quelle della muraglia cinese). Nelle oasi, nelle zone di agricoltura più intensiva, al villaggio compatto si è sostituito in qualche caso la casa sparsa (costruita di fango e aerata mediante prese d'aria; ben diversa è la casa urbana signorile che deriva da tradizioni antiche ed è di notevole raffinatezza). Tuttavia all'antico fenomeno della concentrazione della popolazione nelle poche aree coltivabili e ricche di acqua si è affiancato quello della tendenza all'inurbamento. La povertà dell'agricoltura e la presenza di attività commerciali, culturali e religiose nei centri urbani hanno da sempre rappresentato un incentivo allo sviluppo, ma l'avvio di un processo di industrializzazione nelle città ha richiamato un consistente afflusso di popolazione. L'esempio più eclatante di questo urbanesimo accelerato è Teheran, un'immenso agglomerato di quartieri miserabili, che si contrappongono in modo violento a quelli moderni e lussuosi della parte alta, sulle pendici ospitali del Kolum Bartek. La città è cresciuta in modo vertiginoso negli ultimi decenni del Novecento: nel 1930 contava solo 120.000 ab., mentre al censimento del 2006 contava quasi 8 milioni di ab., considerando anche le vaste bidonvilles periferiche. Ciò è dovuto al fatto che essa concentra le principali attività, rispetto alle quali è favorita dalla sua posizione nodale nei confronti delle aree più prosperose e popolose del Paese. La capitale è direttamente collegata con le altre città del Paese, nodi centrali, a loro volta, di distinte regioni: Tabrīz, chiave di volta del Nord-Ovest, Eṣfahān del Centro-Sud e Mashhad del Nord-Est. In particolare un notevole sviluppo ha avuto Eṣfahān: l'antica capitale safavide rappresenta la tipica città persiana, con la sua ordinata urbanistica sviluppata intorno alla Maydān-i-Sahāh, con i suoi magnifici monumenti e con il vicino bazar diviso in quartieri artigianali e commerciali; essa ha conservato gran parte del suo fascino e al tempo stesso è andata industrializzandosi e moltiplicando le sue attività. Sulla direttrice tra Eṣfahān e la capitale è collocata Qom, città santa sciita capoluogo della provincia omonima. Eṣfahān si trova inoltre sull'importante direttrice stradale che, verso S, continua fino a Shīrāz, capoluogo del Fārs, città anch'essa in notevole fase di sviluppo e ricca di attività commerciali e industriali. Funzioni analoghe svolge Tabrīz, la cui importanza è accresciuta dalla posizione sulle arterie che collegano la capitale alla Turchia, all'Armenia e all'Azerbaigian. Su Mashhad, all'estremità opposta del Paese, gravita tutto il Khorāsān; essa inoltre, unita alla capitale da una linea ferroviaria, si trova sulla direttrice che conduce al confine afghano ed è al centro di una ricca e vasta oasi. È anche un prestigioso centro religioso, frequentato da migliaia di pellegrini. Su Teheran fanno direttamente capo le città del Caspio, di cui Rasht è la maggiore. Nonostante siano ormai unite da buone comunicazioni con la capitale, minor sviluppo hanno avuto le città che si trovano ai margini dei deserti, centri di antica origine come Yazd e Kermān, poste sulla direttrice che prosegue sino a Zāhedān, città di recente valorizzazione presso il confine con il Pakistan. Città importante, che si aggira sul milione di abitanti è anche Ahvāz, capoluogo del Khuzistān e importante località culturale ed economica, mentre presso il Golfo Persico è Ābādān, porto d'imbarco del petrolio e grosso centro petrolchimico. Un ruolo più rilevante hanno assunto Karaj (nei pressi di Teheran) Bandar-e Khomenī e Bandar-e ‘Abbās (città portuali).

Territorio: ambiente

Le condizioni climatiche del Paese sono all'origine della grande povertà di vegetazione. In generale predominano le formazioni steppiche, con graminacee, astragali, piante spinose. Tra le specie arboree si trovano tamerici e acacie, però in generale con fusto poco sviluppato. Nella parte più meridionale, la tropicalità del clima è rivelata dalla presenza di palme nane (pish) e, nelle oasi costiere, di palme da dattero, specie nella zona di Ābādān. Sui versanti montagnosi meglio irrorati si hanno specie vegetali di ambiente temperato, tra cui in particolare le querce, che un tempo dovevano formare grandi boschi, oggi assai degradati. Boschi lussureggianti invece si trovano ancora sul versante caspico dell'Elburz, dove compaiono molte altre specie temperate, come pioppi e salici, olmi, ecc., alberi d'ambiente ripario presenti peraltro ovunque vi siano acqua e irrigazione, anche sull'altopiano. La fauna selvatica comprende leopardi, gazzelle, tigri, onagri, iene, orsi, cinghiali, stambecchi. Vi sono numerosi roditori, rettili e anfibi; notevole anche il numero di uccelli migratori. Nel Golfo Persico e nel Mar Caspio vive una grande varietà di pesci. Le aree protette coprono il 6,8% del territorio con 16 parchi nazionali, istituiti per preservare particolari ecosistemi, e numerose oasi e riserve. È notevole l'inquinamento atmosferico (principalmente nelle aree urbane) dovuto alle emissioni industriali e delle automobili, e delle acque a causa dei rifiuti urbani e delle acque reflue; il Golfo Persico inoltre è inquinato dal petrolio. Il Paese è stato molto danneggiato, anche a livello ambientale, dalle guerre, in particolare da quella Iran-Iraq. Deforestazione, desertificazione, degrado del suolo sono altri problemi ambientali del Paese. Vi è infine insufficienza di acqua potabile.

Economia: generalità

A metà degli anni Novanta, quel processo di straordinaria espansione avviatosi attorno alla prima metà degli anni Sessanta, grazie soprattutto agli elevatissimi proventi dovuti al petrolio (di cui il Paese fu a lungo il secondo produttore del Medio Oriente dopo l'Arabia Saudita), e destinato a fare dell'Iran una vera e propria potenza, determinando, almeno a livello locale radicali cambiamenti nel suo assetto sociale, sembrava essersi esaurito e il Duemila ha visto una buona ripresa economica affiancata però da una difficoltà a pianificare e attuare le riforme necessarie al progresso del Paese. Si può dire che la grande svolta dell'economia iraniana sia iniziata nel 1951 con la politica nazionalista tentata da Moṣaddeq, in particolare con la nazionalizzazione del petrolio e la creazione della NIOC (National Iranian Oil Company). Di questo rinnovamento si fece interprete – anche se in chiave nettamente capitalistica e mirante a privilegiare l'emergente borghesia locale – lo scià Reẓā Pahlavī: verso il 1960 egli avviò quella che è stata definita la “rivoluzione bianca” o “rivoluzione silenziosa”, cioè un processo riformistico avente lo scopo di sollevare la depressa situazione economica del Paese mediante la sua accelerata industrializzazione. Di contro rimase insoluto il problema della riforma dell'agricoltura. Infatti la confisca dei latifondi e la distribuzione delle terre ai contadini iniziata nel 1963 non significarono minimamente una maggior partecipazione di costoro ai cospicui flussi finanziari che, grazie al petrolio, giungevano ormai nel Paese ma prendevano subito altre direzioni. Non mancarono in effetti varie iniziative a favore dello sviluppo delle cooperative e in particolare l'istituzione, nel 1963, del CORC (Central Organization for Rural Co-operatives of Iran), ma a trarne beneficio furono unicamente i pochi agricoltori che già avevano le terre migliori e che comunque erano in grado di dare un'impostazione produttiva alla loro attività. In pratica la già potente classe degli ex latifondisti, debitamente indennizzati, si trasformò nella crescente forza imprenditoriale, che, nel quadro dell'accelerata industrializzazione e grazie al deciso appoggio governativo, divenne la struttura portante del nuovo Iran. Frattanto migliaia di famiglie di contadini furono costrette ad abbandonare le campagne, che non assicuravano il loro sostentamento, ed emigrarono nelle città, dove l'industria stava registrando enormi sviluppi (gli aumenti del settore furono in media, sino alla caduta dello scià, dell'ordine del 15% annuo) a opera non solo degli imprenditori privati ma anche dello Stato e di varie imprese straniere. Queste trovavano ideali condizioni operative: vicinanza di fonti energetiche, basso costo del lavoro, un mercato in via di rapida espansione e ottime condizioni fiscali. La presenza straniera, soprattutto statunitense e dell'area della Comunità Europea, era particolarmente intensa nei settori siderurgico, metalmeccanico e petrolchimico, con una produzione destinata, oltre che al consumo interno, anche ai limitrofi mercati mediorientali e centrasiatici. Nel frattempo il reddito pro capite si accresceva enormemente, soprattutto in concomitanza ai colossali aumenti del prezzo internazionale del petrolio: si quadruplicava dal 1973 al 1976, passando da meno di 500 a quasi 2000 dollari. A fronte di un'indubbia potente dinamicità produttiva e di una, almeno formale, presa di possesso da parte del Paese delle proprie ricchezze di idrocarburi (nel 1973 era completata la nazionalizzazione delle risorse petrolifere mediante un accordo tra la NIOC e il cosiddetto “consorzio”, raggruppante le numerose società straniere operanti nel settore, in base al quale tutte le attività di esplorazione, estrazione e raffinazione passavano sotto controllo iraniano), andavano accentuandosi in campo socio-economico gravi distorsioni in ragione sia del diverso ritmo di sviluppo dei singoli settori produttivi sia degli squilibri regionali e delle pesantissime sperequazioni sociali. Si è stimato che sul finire degli anni Settanta solo un 10% degli iraniani accentrava nelle proprie mani le rilevanti ricchezze del Paese, mentre il 90% viveva in condizioni più o meno disperate. In modo particolare l'agricoltura si collocava nel quadro globale del Paese come un'immensa sacca di arretratezza e di emarginazione, mentre l'autosufficienza alimentare era ben lungi dall'essere raggiunta. L'avvento di Khomeini non mutò il quadro economico e i risultati furono il più delle volte disastrosi. All'incertezza degli orientamenti programmatici concreti di Khomeini si aggiunsero ulteriori determinanti fattori, quali la fuga dei manager e del personale qualificato dal Paese, la rottura dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti e il congelamento operato sui capitali iraniani presenti negli USA. A rendere più difficile la situazione dopo la caduta dello scià concorreva la lunga guerra con l'Iraq (blocco dei porti, incendi di raffinerie, elevatissime perdite umane e materiali, spreco di risorse economiche, ecc.). Questo insieme di elementi interni e internazionali era alla base della rovinosa caduta della produzione petrolifera e del non meno elevato calo dell'attività industriale (forse del 30% dal 1979 alla metà degli anni Ottanta), nazionalizzata nei suoi settori portanti, quali il minerario, il siderurgico, l'automobilistico, così come lo erano le banche e le compagnie di assicurazione, soggette dal 1984 ai dettami della legge islamica. Un ulteriore effetto di compressione della crescita del reddito nazionale si ebbe a causa della diminuzione del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, culminato nel controshock petrolifero del 1986. La crisi economica iraniana, inoltre, si acuiva in seguito alle sanzioni e all'embargo economico degli Stati Uniti. Tale situazione evidenziava, quindi, l'eccessiva dipendenza dell'economia nazionale dall'unica risorsa degli idrocarburi: negli anni Novanta, in particolare dopo la conclusione del conflitto con l'Iraq, si cercava così di stimolare la diversificazione delle attività, favorendo lo sviluppo agricolo e varando piani per la realizzazione dell'autosufficienza nel settore petrolchimico, profondamente danneggiato dagli eventi bellici. I contrasti politici, principalmente fra l'alto clero e il gruppo dei tecnocrati, però si traducevano inevitabilmente nell'incapacità di definire politiche economiche efficaci, nonché in un'azione di freno a una parziale privatizzazione e all'ingresso di capitali stranieri. Inoltre, la ripresa economica, nonostante nei primi anni Novanta avesse beneficiato di un elevato tasso di crescita, veniva ben presto compromessa dal peso del debito estero, a cui si era massicciamente fatto ricorso non solo per soddisfare il desiderio crescente di beni di consumo, ma anche per finanziare la ricostruzione postbellica. La palese impossibilità, da parte dell'Iran, di sopportare gli obblighi derivanti dal peso del debito, divenuto più oneroso in conseguenza dei mancati introiti per il ribasso del petrolio, induceva il governo ad avviare una serie di trattative con i suoi creditori per il riscaglionamento del debito. Questa politica che, per tener fede ai pagamenti, ha dovuto imporre l'adozione di severe restrizioni alle importazioni, ha comunque consentito di riportare in attivo la bilancia delle partite correnti, ma ha messo in seria difficoltà l'industria, strettamente dipendente dalle importazioni, riducendo quindi la crescita economica. Il costo sociale della recessione è stato così molto elevato: l'impennata dell'inflazione e la caduta vertiginosa del rial hanno infatti ridotto enormemente il potere d'acquisto dei salari e incrementato la disoccupazione. Allo stesso tempo i tentativi preannunciati dal governo di ridurre la dipendenza dai prodotti petroliferi non sortivano gli effetti sperati. Il settore secondario rimaneva, infatti, condizionato nella sua espansione dalla scarsità di risorse tecnologiche e dalla carenza di infrastrutture; solo l'industria petrolchimica, dopo le gravi perdite e distruzioni dovute alla guerra con l'Iraq, registrava egualmente segnali di crescita. Sul fronte regionale l'Iran cercava di accrescere la propria influenza, in diretta concorrenza con la Turchia, promovendo un accordo con i Paesi che si affacciano sul Mar Caspio per la prospezione di giacimenti petroliferi offshore e dichiarandosi disponibile al transito sul proprio territorio di oleodotti destinati a trasportare greggio al Golfo Arabico. Alla fine degli anni Novanta del Novecento la situazione rimaneva caratterizzata da un clima d'incertezza legato, soprattutto, agli esiti della privatizzazione. Grazie alle costanti entrate derivanti dagli idrocarburi e dal crescente aumento dei prezzi del petrolio a partire dal 2000 l'Iran ha visto un incremento medio annuale del PIL del 5,5% circa. La situazione economica del Paese, con un PIL di 344.820 ml di $ USA e un PIL pro capite di 4.732 $ USA (2008), presenta elementi di instabilità ed è segnata da un'inflazione elevata. Inoltre, a fronte di un sempre maggiore ingresso di giovani nel mercato del lavoro, l'Iran presenta un alto tasso di disoccupazione. Le posizioni politiche assunte dal governo ultra-conservatore, a partire dal 2005, e l'atteggiamento dei governi stranieri, che hanno adottato misure restrittive, pongono serie difficoltà alle relazioni commerciali del Paese, che presenta scarsa apertura agli investimenti esteri. L'embargo posto dagli Stati Uniti e le pressioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno effettivamente condizionato l'andamento degli scambi commerciali anche se il Paese ha saputo diversificare i propri partner potenziando le relazioni con altri Stati asiatici, interessati al mercato energetico. Nei primi anni del XXI sec. infatti l'Iran ha siglato importanti accordi per la gestione delle riserve di idrocarburi del Mar Caspio, con Russia, Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian, per la fornitura di petrolio alla Cina, oltre ad aver attuato programmi di sviluppo del nucleare. I necessari programmi di diversificazione dell'economia stentano a decollare e gli idrocarburi e i derivati del petrolio rappresentano ancora la grande maggioranza della produzione e dell'esportazione dell'Iran.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

I terreni coltivati continuano a rappresentare una porzione molto modesta (circa un decimo) della superficie globale, mentre incolti e improduttivi ne costituiscono oltre la metà. Data la natura del territorio, per la maggior parte dei suoli l'irrigazione è indispensabile. Il Paese dispone infatti di buone risorse idriche, una migliore razionalizzazione delle quali consentirebbe un'agricoltura irrigua assai più produttiva. Prevale di gran lunga l'antico sistema dei qanat, lunghi canali sotterranei in cui scorre l'acqua prelevata dalla falda freatica con pozzi artesiani anche molto profondi, ma non mancano moderni impianti d'irrigazione che utilizzano pompe meccaniche. Inoltre la costruzione di alcune dighe e delle relative opere di canalizzazione ha consentito la creazione di vasti comprensori irrigui, dove elevata è la produttività dei suoli destinati alle più redditizie colture industriali o d'esportazione. Nonostante una certa arretratezza del settore agricolo, che contribuisce a un decimo del PIL, l'Iran si colloca nelle prime posizioni in Asia e nel mondo per la coltivazione di alcuni prodotti, che riescono ad alimentare le esportazioni. Buona parte dell'arativo è occupata dal frumento, che può crescere sia sui terreni aridi e stepposi sia nelle aree montane; tale coltivazione è diffusa nell'Iran nordoccidentale e occidentale (Azerbaigian, Khuzistān, Lorestān), dove le condizioni dei suoli e le precipitazioni primaverili non rendono necessaria l'irrigazione. Assai diffuso è anche l'orzo. Terzo cereale per importanza è il riso, che trova l'ambiente più adatto nelle regioni fertili e pianeggianti del litorale caspico: in particolare il paesaggio del Māzandarān, attorno alla città di Sārī, è caratterizzato da terrazze irrigue che si succedono sui fianchi dei monti. Gli altri cereali (mais, miglio, sorgo) danno produzioni molto limitate. Tra le colture destinate all'alimentazione locale hanno anche importanza le patate, diversi ortaggi (pomodori, cipolle, fagioli ecc.) e numerose varietà di frutta: uva, mele, pistacchi, pesche, agrumi, albicocche e, nelle zone meridionali, datteri. La frutta, fresca o essiccata, in particolare uva secca, è altresì avviata ampiamente all'esportazione. Inesistente è invece la produzione di vino, bevanda proibita dalla religione musulmana. Tra le piante industriali domina il cotone; esso trova nel Paese condizioni climatiche generalmente favorevoli e dà buone rese laddove sia possibile un'adeguata irrigazione dei terreni: le aree di maggior diffusione sono il Māzandarān e il Khorāsān, cioè il Nord e il Nord-Est del Paese. Minore importanza hanno alcune piante oleaginose, come il lino, il sesamo e il ricino, mentre discreta è la produzione della soia, peraltro introdotta nel territorio in epoca piuttosto recente. Colture tradizionali sono il tabacco, che ha una vasta area di diffusione ma la cui qualità più pregiata si ricava nell'Azerbaigian, e il tè. Un notevole incremento di produzione hanno registrato infine la barbabietola da zucchero (di cui è diventato il secondo produttore del continente) e la canna da zucchero allo scopo di poter soddisfare le crescenti richieste del mercato interno, per il quale operano ormai numerosi zuccherifici. La superficie forestale copre il 6,8% del territorio nazionale, ma un tempo era molto più estesa; boschi veri e propri sono limitati all'umido versante caspico dell'Elburz e ai fianchi più irrorati delle catene del Lorestān. Con la riforma agraria le foreste sono divenute proprietà dello Stato, che va attuando una vasta opera di rimboschimento e conservazione di tale patrimonio. La produzione di legname soddisfa in gran parte il fabbisogno interno. Notevole valore economico hanno inoltre alcune gomme vegetali (gomma adragante) e gommoresine raccolte da piante (astragalo, assafetida) che crescono spontanee nel Paese. § Un'attività sempre fondamentale è l'allevamento, specie ovino e caprino, non solo per le popolazioni nomadi ma anche per quelle sedentarie, per i contadini dei villaggi, che integrano la loro povera economia proprio con le pecore e le capre, animali che si adattano bene ai pascoli magri delle steppe (prati e pascoli permanenti ricoprono il 26,9% della superficie territoriale). Nel Paese si ha un buon numero di ovini (il Paese è il quarto al mondo per il numero di capi ovini), che forniscono sia carne e latte sia soprattutto lana, cui si ricollega la fabbricazione dei rinomati tappeti persiani, in parte ancora tessuti a mano, ma per lo più prodotti industrialmente. Si allevano, inoltre, specie nel Nord-Ovest, ovini di razze particolarmente pregiate e selezionate, le cui pelli sono usate per la confezione di pellicce. Numerosi sono anche i caprini e i volatili da cortile; in forte aumento sono i bovini soprattutto nell'Iran settentrionale, dove sono stati avviati vicino ai maggiori centri urbani allevamenti lattieri moderni e razionali. Sono ancora largamente impiegati in tutto il Paese gli asini e i cavalli, mentre in forte diminuzione sono altri animali già ampiamente diffusi, come dromedari e bufali; non vengono allevati i suini la cui carne è proibita per motivi religiosi; tradizionale è infine la bachicoltura, che trova le condizioni ambientali più favorevoli nell'area caspica. § La pesca ha nel complesso un ruolo meno importante; quella marittima nel Golfo Persico ha il suo centro principale a Bandar-Abbās, dotato di industrie conserviere e che si va sviluppando sul piano industriale e commerciale. Ben più importante è la pesca dello storione nelle acque del Caspio: qui il porto peschereccio più attrezzato è Bandar-e ‘Abbās (già Bandar-e Pahlavī), dove viene sbarcato il pesce e dove, con le uova appunto dello storione, si procede alla preparazione del caviale.

Economia: industrie e risorse minerarie

Il panorama industriale si presenta ormai abbastanza diversificato; i maggiori sviluppi si sono registrati, oltre che nel settore petrolchimico, in quelli siderurgico, metallurgico, elettronico, chimico (fertilizzanti azotati, soda caustica, acido solforico) e meccanico e in quello degli elettrodomestici. Particolarmente dinamica è l'industria automobilistica che accanto a stabilimenti di montaggio produce diversi autoveicoli su licenze estere; in espansione sono anche le fabbriche di pneumatici. Tra le industrie tradizionali spiccano quelle tessili, cui è collegata la produzione dei tappeti; si vanno potenziando pure le industrie alimentari. Rilevanti sono altresì le manifatture di tabacchi, le concerie, i calzaturifici e i cementifici. Le industrie sono concentrate soprattutto a Teheran, seguita da Eṣfahān, Tabrīz, Shīrāz, Rasht, Mashhad, Hamadān, Arāk, Bandar-e ‘Abbās, Ahvāz, Kermān. § Il petrolio continua a costituire la principale risorsa del Paese. In condizioni di normale andamento economico i proventi petroliferi consentono di stimolare sensibilmente gli altri settori produttivi: in media per buona parte degli anni Settanta il Paese aveva estratto annualmente oltre 250 milioni di t di petrolio. Nel 1979 la NIOC, che era divenuta in pratica un potente strumento economico nelle mani dello scià, è stata posta sotto il controllo diretto del Ministero del petrolio e l'anno successivo è stato istituito un nuovo organismo governativo, la Continental Shelf Oil Company of the Islamic Republic of Iran, che ha raggruppato tutte le società straniere operanti nei giacimenti petroliferi delle acque del Golfo Persico, fatto questo che non ha mancato di suscitare ovvie reazioni negative da parte delle società interessate. Ma negli anni Ottanta del XX sec., a causa del conflitto con l'Iraq, la produzione è scesa notevolmente rispetto al passato. Oltre che dall'importante giacimento presso l'isola di Khārg e dagli altri della piattaforma continentale, la maggior parte del greggio proviene dalla fascia compresa tra la Bassa Mesopotamia e la costa settentrionale del Golfo Persico; altri giacimenti si trovano nello Zagros, vicino a Shīrāz, e, a Nord-Ovest, presso Kermānshāh. Una fitta rete di oleodotti collega i luoghi di estrazione con le raffinerie. Al petrolio è spesso associato gas naturale; l'estrazione ha luogo principalmente nelle regioni nordorientali, dove un gasdotto collega Mashhad con Bandar-e Torkeman (sul Mar Caspio) e in quelle sudoccidentali, tra Shīirāz e Bandar-e' ‘Abbās, dove sono presenti anche giacimenti off-shore. L'Iran è ricco di molti altri minerali, per alcuni dei quali è tra i maggiori produttori a livello continentale, come per lo zinco, il cromo, il ferro e il piombo; seguono per importanza rame, zolfo, gesso, ferro, carbone, antimonio, manganese, magnesite ecc. Un discreto rilievo ha anche la produzione di energia elettrica, per la maggior parte di origine termica, favorita naturalmente dalla grande disponibilità di carburante.

Economia: commercio, comunicazioni e turismo

Le esportazioni, che superano le importazioni, sono tuttora costituite per la quasi totalità da petrolio e prodotti petroliferi i cui maggiori acquirenti sono il Giappone e i Paesi dell'Unione Europea, in specie l'Italia. Le altre esportazioni sono rappresentate da frutta fresca ed essiccata, ortaggi, ferro e acciaio, tappeti, alluminio ecc. Le importazioni, fornite in elevatissima percentuale dal Emirati Arabi Uniti, Unione Europea e Cina riguardano invece essenzialmente macchinari e mezzi di trasporto, prodotti industriali, in specie chimici, generi alimentari ecc. § Lo sviluppo delle attività economiche ha richiesto un adeguamento delle vie di comunicazione, che rimangono centratesulle direttrici principali, e non uniformemente distribuite sul territori nazionale. La rete ferroviaria (di complessivi 7131 km nel 2005) si impernia su: la Transiraniana, che da Bandar-e Khomenī (già Bandar-e-Shāhpur), sul Golfo Persico, attraverso la catena dello Zagros raggiunge Teheran, continuando poi sino al Mar Caspio con un percorso spettacolare attraverso gli Elburz; la linea che da Teheran porta al Pakistan passando da Eṣfahān e Kermān (con una diramazione fino a Bandare ‘Abbās); le due linee verso ovest passanti per Tabrīz e per Hamadān e Kermānshāh; la linea che giunge fino a Mashhad nel Khorāsān. Notevole impulso hanno avuto sia le comunicazioni stradali, che superano ormai i 170.000 km, di cui 120.000 km pavimentati (2003), sia quelle aeree; compagnia di bandiera è la Iran Air, che raccorda Teheran con gli altri maggiori centri iraniani, nonché con il Vicino e l'Estremo Oriente e con l'Europa. Teheran, Eṣfahān, Shīraz e Ābādān sono sedi di aeroporti internazionali; Ābādān è, o almeno era in tempi normali, anche un grande porto petrolifero, mentre i principali sbocchi marittimi del Paese sono Bandar-e' Abbās, in eccezionale posizione strategica sullo stretto di Hormuz, Bandar-e Khomenī e Būshehr. Sul Mar Caspio si trovano i porti di Bandar-e Anzalī e Bandar-e Torkaman. § Le notevoli ricchezze costituite dal patrimonio storico e archeologico dell'Iran ne fanno meta del turismo culturale.

Storia: l’antica Persia

L'Iran, prima di essere occupato dalle tribù ariane, fu sede nella sua parte occidentale del regno elamita con capitale a Susa, che durante il II millennio a. C., sotto influenze mesopotamiche, ebbe una parte culturale importante fra la valle del Tigri, la catena degli Zagros e il litorale del Golfo Persico. Le tribù indeuropee, le cui prime sedi furono probabilmente le steppe della Russia meridionale e della Transcaucasia, mossero verso S intorno alla metà del II millennio. Fra le tribù di stirpe iranica stanziatesi nella parte occidentale dell'altopiano emergono per importanza gli Sciti, la cui supremazia fu di breve durata, i Medi, già citati negli annali assiri nell'836 a. C., il cui regno, con capitale Ecbatana, giunse dall'Elam all'Urartu, e principalmente i Persiani Achemenidi. Questi ultimi, dapprima sovrani di un piccolo regno nella regione di Pārsa, semindipendente sotto Assiri ed Elamiti, e poi vassallo dei Medi, giunsero a dominare in breve tempo quasi tutto il mondo antico, particolarmente sotto Ciro il Grande e Dario I (sec. VI-V a. C.), coi quali l'impero achemenide si estese dalla Tracia e dall'Egitto a occidentale sino al Gandhāra e alla valle dell'Indo a oriente. Tale impero, caratterizzato da una cultura composita e cosmopolita, grandiosa sintesi delle antiche civiltà della Mesopotamia, Siria, Egitto e Asia Minore, nel sec. IV a. C. cadde in pochi anni sotto i colpi di Alessandro Magno, che aprì la strada a una profonda ellenizzazione sia politica sia culturale dell'Iran, continuata sotto i Seleucidi. Presero quindi il sopravvento sull'altopiano iranico i Parti (sec. II a. C.-III d. C.), originari del Khorāsān, mentre l'estremità orientale dell'Iran era dominata, nei primi due secoli della nostra era, dal regno dei Kuṣāṇa. Una reazione nazionale iranica fu costituita dal sorgere della dinastia sassanide (sec. III-VII), originaria del Fārs, il cui impero fortemente centralizzato, con capitale a Ctesifonte in Mesopotamia, è segnato da un riassorbimento degli elementi ellenistici penetrati in Iran nelle epoche precedenti e da una rinascita delle tradizioni nazionali e della religione mazdea.

Storia: dalla conquista araba al tentativo di protettorato inglese

La conquista araba (634-651) inserì l'Iran nell'impero musulmano che si andava creando nei primi anni dopo la morte di Maometto, diffondendo nel Paese l'Islam che sostituì quasi del tutto l'antica religione zoroastriana. Sotto i califfi omayyadi (661-750), che governavano da Damasco, l'Iran rimase in posizione alquanto marginale, mentre riacquistò la sua importanza col califfato degli Abbasidi, la cui ascesa si dovette soprattutto a elementi iranici, e che posero la loro capitale a Baghdad, sul territorio dell'antico impero sassanide. Con la disgregazione politica dell'impero califfale si vennero affermando a partire dal sec. IX in varie zone dell'Iran dinastie locali, fra cui i Tahiridi (820-872) nel Khorāsān e Transoxiana, coi loro successori Saffaridi (868-908), e particolarmente i Samanidi (874-999), che fondarono un vasto e importante Stato dal Khorāsān e Sistān sino a Taškent. Tali Stati, in seguito a scismi religiosi e alla pressione delle popolazioni centro-asiatiche, dovettero cedere a dinastie di origine turca, quali i Gasnavidi (sec. X-XII) con centro in Afghanistan, e i Selgiuchidi (sec. XI-XIII) che formarono un vasto regno comprendente Iran e Asia Minore, o di origine mongola: tali furono gli Ilkhānidi, successori di Hülägü, che governarono vaste zone dell'Iran sotto la sovranità del Gran Khān dei Mongoli, e i Timuridi. Una riscossa “nazionale” si ebbe, sotto le bandiere sciite, con i Safavidi (1502-1736). Il fondatore della dinastia, Ismāʽīl I, dopo una successione di rapide conquiste, cozzò invano contro l'ostacolo ottomano: di esso venne invece brillantemente a capo ʽAbbās I nei primi anni del Seicento grazie a un esercito organizzato all'europea. Ma dopo la morte di ʽAbbās I seguì un periodo di rapido declino: Baghdad, Armenia e Kurdistān furono recuperati dai Turchi. Nel 1722 gli Afghani saccheggiarono Esfahān, la capitale. L'impero persiano perse le sue province caucasiche, divise tra Turchi e Russi. La potenza dell'Iran appariva al tramonto, allorquando Nādir Shāh, un soldato di ventura, riuscì a risollevarne le sorti. Afghani, Turchi e Russi furono sconfitti o costretti con le minacce ad abbandonare i territori strappati. Successivamente Nādir invase l'India (1739) e annetté l'Afghanistan e le regioni a W dell'Indo; si rivolse poi a nord conquistando Khiva e Buchara. Alla morte di Nādir (1747) il vasto impero andò in pezzi. I successori di Nādir, gli Zand e i Cagiari (1786-1925) non raccolsero che una parte della sua eredità: inoltre dovettero ben presto fare i conti con la duplice pressione russa e inglese. Nel 1828 le regioni caucasiche furono definitivamente cedute alla Russia, mentre l'Inghilterra impedì ai Persiani di riconquistare l'Afghanistan (1857). I primi anni del Novecento sottolinearono i gravi mali che affliggevano il Paese: Russia e Inghilterra procedettero nel 1907 a una virtuale spartizione della Persia; all'interno le forze più illuminate strapparono allo scià Muzaffar ad-Dīn, nel 1906 (poco prima che morisse), una Costituzione. Durante la prima guerra mondiale la Persia fu neutrale, ma alla fine del conflitto gli Inglesi, approfittando della crisi che investiva la Russia, tentarono di imporre il loro protettorato al Paese. La manovra fallì.

Storia: dalla dinastia dei Pahlavī alla Repubblica islamica

Dal caos del dopoguerra uscì un uomo forte, Reẓā Khān, che nel 1925 spodestò l'ultimo dei Cagiari, inaugurando la dinastia dei Pahlavī. Rezā (1925-41) restaurò l'autorità del governo centrale, promosse sulla scià del modello kemalista un'intensa campagna di modernizzazione “dall'alto” e cercò di impostare le relazioni con l'estero su un piano di parità. Ma non poté annullare le concessioni petrolifere inglesi e nel 1941 la sua neutralità filogermanica provocò un intervento anglo-russo. Lo scià abdicò in favore del figlio Moḥammad Reẓā. Durante il conflitto e nell'immediato dopoguerra l'URSS tentò di assicurarsi il controllo di vaste aree dell'Iran, ma i Paesi occidentali contrastarono tali iniziative. Nel 1951 i nazionalisti, guidati da Moṣaddeq, ebbero il sopravvento e decretarono la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere. La reazione degli occidentali e delle forze conservatrici interne non si fece attendere: nel 1953 un colpo di Stato diretto dal generale Zāhedī privò Moṣaddeq del potere e aprì la via a un accordo con le compagnie petrolifere le quali, sia pure al prezzo di certe concessioni, recuperarono sostanzialmente le posizioni precedentemente detenute. Nel 1955 l'Iran aderì al Patto di Baghdad e, pur coltivando una politica di buon vicinato con l'URSS, mantenne sempre un atteggiamento decisamente favorevole agli Stati Uniti e successivamente (1971) stabilì normali relazioni diplomatiche con la Cina. Nel 1963 lo scià lanciò una campagna riformatrice, diretta a ridistribuire i latifondi fra i contadini e ad accelerare la modernizzazione del Paese, ma ben presto dovette ridimensionarla. Nel 1975 abolì l'opposizione legale facendola confluire in un unico partito, il Movimento per la Resurrezione politica nazionale (Rastakhiz). Ma l'opposizione allo scià si manifestò ugualmente con dimostrazioni e scioperi (1977 e 1978) e assunse dimensioni tali che egli decise di abbandonare il Paese (16 gennaio 1979). Il ritorno dall'esilio del leader religioso Rūḥollāh Khomeini (1º febbraio 1979) indusse l'esercito a ritirare, pochi giorni dopo, il proprio sostegno al primo ministro Chapur Baktiar che si rifugiava in Francia, dove poi sarebbe morto nel 1991 (Parigi) vittima di un attentato dei seguaci degli ayatollah. Khomeini, divenuto di fatto leader del Paese, nominò Mehdi Bazargan primo ministro. Mediante due successivi referendum popolari, sempre nel 1979, veniva instaurata la Repubblica islamica e quindi approvata la nuova Costituzione che designava Khomeini capo religioso supremo a vita, carica che accentrava l'effettivo potere politico. Nel frattempo, nel Paese scoppiarono diverse tensioni per le rivendicazioni autonomistiche delle minoranze etniche iraniane, mentre alcuni studenti iraniani sequestrarono il personale dell'ambasciata statunitense (4 novembre 1979), chiedendo in cambio il ritorno dello scià dagli USA per sottoporlo a processo. La questione, risoltasi grazie alla mediazione algerina col rilascio degli ostaggi (gennaio 1981), però passò in secondo piano con l'invasione di alcune zone del territorio iraniano (settembre 1980) da parte dell'Iraq per contese di frontiera. Gli anni Ottanta, quindi, si presentavano contrassegnati dal conflitto con l'Iraq, protrattosi fino all'agosto 1988, in una situazione di sostanziale stallo e di isolamento pressoché totale per l'Iran, e conclusosi con l'accettazione dei confini del 1975, secondo la risoluzione dell'ONU. Per quanto riguarda la politica interna, nel gennaio 1980 veniva eletto presidente della Repubblica Bani Sadr, esponente del Partito rivoluzionario islamico di Khomeini, che entrato presto in disaccordo col partito sulla nomina dei ministri del nuovo governo, nel giugno 1981, veniva sostituito da Moḥammad Alī Rajai, ucciso pochi mesi dopo in un attentato.

Storia: il dopo Khomeini

A partire dal 1989, con la morte dell'imām Khomeini e l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, Hashemi Alī Akbar Rafsanjani, i rapporti con l'estero sembravano avere un sensibile miglioramento. Rafsanjani, con il suo governo di tecnici, patrocinò azioni sia per la pacificazione della regione mediorientale sia per il rilascio degli ostaggi occidentali, detenuti in Libano dai gruppi sciiti, favorendo all'interno del Paese l'emarginazione delle correnti radicali islamiche. Un'ulteriore evoluzione nel campo delle relazioni internazionali fu prodotta dalla posizione di neutralità assunta in occasione della guerra del Golfo (gennaio-febbraio 1991). Le elezioni del 1992 per il rinnovo del Parlamento segnarono la disfatta dei candidati radicali dell'ala khomeinista, confermando la vittoria della linea moderata di graduale apertura all'Occidente, perseguita dal presidente Rafsanjani, riconfermato alla guida del Paese nelle successive presidenziali del 1993. La nuova fase di distensione con i Paesi occidentali subiva, però ben presto, una brusca interruzione per il divieto imposto dall'Iran alle società statunitensi di operare nel settore petrolifero iraniano. Accusata, inoltre, di promuovere il terrorismo e di dotarsi di un armamento nucleare, la Repubblica teocratica iraniana era costretta a subire un embargo finanziario e commerciale da parte degli Stati Uniti (aprile 1995), che andava a gravare ancora di più sul generale impoverimento del Paese, già tormentato da un'inflazione galoppante e da una crescente disoccupazione. Nel 1996, nonostante Rafsanjani avesse tentato di accentuare il carattere moderato della sua politica con il nuovo partito centrista, i Servi della Costruzione dell'Iran, e avesse stabilito un'alleanza con le componenti radicali di sinistra, le elezioni legislative confermarono ancora una volta l'egemonia dell'Associazione del Clero Combattente, movimento caratterizzato da un forte pragmatismo misto a improvvise fiammate di estremismo religioso. L'anno successivo, comunque, le elezioni presidenziali, con la vittoria di Moḥammad Khatami, una figura di rottura rispetto al rigorismo islamico ancora imperante, segnarono per l'Iran l'inizio di un processo di democratizzazione. Forte di un andamento economico momentaneamente positivo e di una nuova credibilità finanziaria, data dalla tenuta dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale, il presidente Khatami si adoperava subito per un graduale processo di apertura democratica, simboleggiato anche dall'assegnazione della vicepresidenza a una donna, Massoumeh Ebtekar. La modernizzazione patrocinata dal nuovo presidente però incontrava forti resistenze da parte dei tradizionalisti che, controllando il potere giudiziario e disponendo della maggioranza parlamentare, incoraggiavano l'estremismo populista e trovavano alleati potenti in quegli strati della popolazione i cui interessi erano lesi dal rinnovamento culturale e dalla pur lenta liberalizzazione economica: di qui il riacutizzarsi, tra il 1998 e il 1999, dei fenomeni di violenza contro gli intellettuali liberali. Ciò, tuttavia, intaccava solo parzialmente la popolarità di Khatami e dei suoi sostenitori, incoraggiati a proseguire sulla via di pur caute riforme anche dalla nascita del Fronte della Partecipazione Islamica, un'organizzazione politica autonoma dalla vecchia destra clericale e dai seguaci dell'ex presidente Rafsanjani. Per quanto riguarda la politica estera, la difficile transizione interna non aveva nessuna ripercussione sugli orientamenti internazionali del Paese: immutata restava la linea di una graduale normalizzazione dei rapporti con l'Occidente, bene accolta dagli Stati Uniti a partire dal 1998, anno in cui venivano sospese tutte le sanzioni commerciali anitiraniane, pur rimanendo ancora in vigore l'embargo. Altro passo decisivo per il reinserimento iraniano in campo internazionale era il miglioramento delle relazioni con il mondo arabo. Benché infatti continuassero a sussistere contrasti con gli Emirati Arabi Uniti, si intensificavano gli scambi economici con gli Stati affacciati sul Golfo, si distendevano i rapporti con l'Egitto e l'Arabia Saudita. Nel 2000, malgrado i continui ostacoli posti dall'ala conservatrice al governo, i riformisti ottenevano anche nelle elezioni legislative una schiacciante vittoria. Trionfo riaffermato nelle presidenziali del 2001, che decretavano la rielezione di Khatami. Pur non avendo risolto ancora i nodi di fondo di un Paese in bilico tra democrazia e teocrazia, in cui il fondamentalismo degli sciiti, se pur ridimensionato, trovava un autorevole punto di riferimento nell'ayatollah Alī Khamenei, Khatami e i riformisti raccoglievano, quindi, notevoli consensi alla loro politica di modernizzazione soprattutto tra i giovani e le donne. Un problema irrisolto rimaneva però quello dei profughi afghani: l'invasione sovietica (1979-1989) e la guerra esplosa tra le diverse fazioni islamiche prima e l'attacco statuninense all'Afghanistan poi (2001) avevano infatti causato l'esodo verso l'Iran di oltre un milione di persone, incidendo pesantemente anche sulla situazione economica del Paese. Nel 2003 si verificavano numerose manifestazioni di protesta da parte degli studenti, che protestavano contro le gerarchie conservatrici che ostacolavano le riforme. Nel dicembre dello stesso anno un disastroso terremoto distruggeva la città di Bam, provocando decine di migliaia di morti e feriti. Nel febbraio 2004 si svolgevano le elezioni legislative che venivano vinte dai conservatori, dopo che i riformisti avevano invitato l'elettorato ad astenersi, per protestare contro la gestione della campagna elettorale da parte degli avversari. In agosto il Parlamento, composto in maggioranza da conservatori, bocciava un progetto di legge sulla parità trai i sessi proposto dal governo riformatore. Si era aperto nel frattempo un contenzioso con Europa e Stati Uniti circa il programma nucleare del Paese, che vedeva una prima soluzione con l'impegno, in novembre, da parte del governo di Teheran, di sospendere le attività di arricchimento dell'uranio, nell'ambito di un accordo con la UE. Nelle elezioni presidenziali di giugno 2005 si affermava il candidato conservatore Mahmūd Ahmadinejād, già sindaco di Teheran; anche questa volta il voto si caratterizzava per l'esclusione dalla competizione elettorale di numerosi candidati riformisti e per l'alto tasso di astensionismo tra gli elettori riformisti. Il primo atto del nuovo governo è consistito nella ripresa del programma nucleare, rompendo l'accordo con la UE. Nell'aprile del 2006 Ahmadinejād annunciava, che per la prima volta il processo di arricchimento dell'uranio era stato portato a termine, suscitando la preoccupazione della AIEA e della comunità internazionale e portando, nel luglio dello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza del'ONU a dare un ultimatum al governo iraniano e a porre un embargo sulle forniture tecnologiche, nucleari e missilistiche (2007). Sul versante delle relazioni dirette con gli Stati Uniti, interrotte nel 1979, nel maggio del 2007 si svolgevano a Baghdad i primi colloqui ufficiali tra i due Paesi attorno al tema della crisi irachena sia pure senza grandi progressi. Nel marzo 2008 i partiti conservatori vincevano le elezioni, ma dall'opposizione e dalla comunità internazionale giungevano critiche sia sullo svolgimento sia sui risultati. Nel giugno del 2013 si svolgevano le elezioni presidenziali vinte al primo turno dal moderato Hassan Rohani con il 50,68% dei voti.

Cultura: generalità

Il panorama culturale che l'Iran di oggi rappresenta ed esprime deriva in larga parte dalla civiltà persiana, che qui nacque e si sviluppò. Molto forte è infatti il legame che ancora lega gli iraniani al loro passato, così come grande è l'impegno per mantenere vivi questi vincoli. L'eredità del grande impero achemenide non è però l'unica componente del variegato mosaico odierno: vi si sono inserite le tradizioni della regione armena, le cui propaggini occupano il NW del Paese, quelle del Khorāsān, area situata nel NE e, ovviamente, gli influssi delle culture della Mesopotamia. Memoria tangibile di tale straordinario passato sono, per esempio, i siti inseriti dall'UNESCO nel patrimonio dell'umanità: Meidan Emam, Eṣfahān (1979); Persepoli (1979); Tchogha Zanbil (1979) presso Īlām; Takht-e Soleyman (2003); Bam e il suo paesaggio culturale (2004, 2007); Pasargadae (2004); Soltaniyeh (2005); Bisotun (2006). Lungo i secoli poi i diversi gruppi etnici che in Iran sono confluiti hanno apportato il proprio contributo, in termini di costumi, valori, folclore. Non ultima va considerata la componente religiosa, trasversale alle diverse comunità, dell'islamismo sciita, la cui marcata impronta sulla società ha connotato in maniera forte le abitudini quotidiane e gli stili di vita. Uno scenario, dunque, quanto mai nutrito, valorizzato con efficacia da un popolo che ne è orgogliosamente consapevole e che ha dato vita a espressioni multiformi in ogni ambito, dall'architettura, alla musica, alla letteratura. L'Iran attuale ha inoltre visto crescere la forza con cui le suggestioni dell'Occidente si sono inserite nella società, nonostante i regimi succedutisi alla guida della repubblica islamica non si siano distinti per l'apertura verso l'esterno. In ogni caso oggi si praticano sport occidentali come il calcio e il rugby, e si ascolta la musica rock. Anche in arte e letteratura l'Iran ha visto mescolarsi tradizione e modernità: il fermento culturale in atto è in costante progresso, alimentato in forme più o meno esplicite soprattutto dai giovani, i quali sempre di più guardano fuori dai confini nazionali alla ricerca di stimoli, idee e confronti per non restare prigionieri di un immobilismo che poco ha a che fare con la tradizione.

Cultura: tradizioni

L'Iran, per il suo passato più che millenario, per il suo complesso tessuto storico e tradizionale, rappresenta, per quanto concerne il folclore, uno dei più complessi mosaici. Le sue usanze e i suoi costumi sono del resto marcati da una delle più misteriose e al tempo stesso delle più affascinanti religioni: lo sciismo, che ha inglobato l'eredità spirituale delle origini e l'influsso arabo in un'osmosi che ha influenzato in modo determinante le abitudini dei popoli nomadi, quelle ancestrali dei contadini e quelle cittadine. La vita sociale in Iran si distingue dalle vicine nazioni arabe per una maggiore semplicità della cucina (il riso occupa, come in India, un posto importante, ma è la frutta che prende il primo posto nell'alimentazione nazionale) e per una grande raffinatezza, soprattutto riguardo ai colori, agli abiti, alle suppellettili ecc. L'intero folclore del Paese è scandito dalle feste: se ne contano 51 nell'anno, prima tra tutte quelle del Now Ruz (capodanno) che ha luogo il 21 marzo e in cui, tra l'altro, tutto viene dipinto di rosso, dalle barbe degli uomini alle criniere e code degli animali. Gli altri elementi che più colpiscono, soprattutto nei centri urbani, consistono nell'attività nei pressi delle moschee (i cui cortili esterni sono veri e propri “giardini” per la meditazione), nell'intensa vita di scambi e di conversazioni nei bagni pubblici, nell'“ambiente” del tutto particolare dei caffè (riservati agli uomini), in cui cantastorie e musicisti raccontano le “vicende antiche” (tratte principalmente dal Libro dei re di Firdūsī), e infine in una istituzione straordinariamente pittoresca, quella delle zur-khané (“case della forza”, da intendere sia in senso fisico sia in senso morale), in cui vengono fatti esercizi ginnici dai movimenti particolarmente complessi, con delle clave molto pesanti o delle catene, alla presenza di un pubblico di adepti (e non di curiosi). Quest'ultima istituzione, unita a quelle legate ai mestieri (soprattutto alla pratica della tintura dei tappeti), testimonia del persistere in Iran delle “confraternite”, intese come una sorta di “cavalleria” nel senso medievale del termine, strettamente riservate agli uomini. Il tappeto è in Iran soprattutto elemento di pratica utilità, prima di essere un accessorio decorativo. E con i tappeti vanno ricordate le coperte, specie quelle per cavalli, le djol, opere di pazientissimo lavoro a mano che a volte richiedono anche un intero anno di lavoro. Altre espressioni dell'artigianato locale sono gli avori minuziosamente dipinti (soprattutto braccialetti), attraverso i quali rivive l'antica tradizione della miniatura persiana, i lavori in legno, gli oggetti di rame e di cuoio, specialmente dei nomadi del Sud.

Cultura: letteratura. La produzione preislamica

Il più antico documento della letteratura iranica prima dell'avvento dell'Islam è l'Avestā, in cui è contenuta la predicazione religiosa di Zarathustra (sec. VI a. C.). Dell'Iran achemenide (sec. VI-IV a. C.) non ci rimangono opere letterarie, ma solo iscrizioni monumentali; le più importanti sono quelle di Behistūn, di Persepoli e di Susa, fatte scolpire da Dario e da Serse, in antico persiano, in accadico e in elamico. Con i Sassanidi (sec. III-VII) si assiste, dopo la parentesi di ellenizzazione del periodo arsacide, a una ripresa vigorosa della religione zoroastriana, testimoniata da una vasta produzione di parafrasi ed esegesi dei testi avestici, in una lingua medio-iranica sudoccidentale, il pahlavi. Di questa letteratura esegetica basterà ricordare il Denkart (Atti della fede), una specie di enciclopedia del mazdeismo (nome più recente per esprimere la religione di Zarathustra) pervenutaci in una redazione tarda, del sec. IX, e il Bundahišn (Storia della creazione). Sempre in pahlavi si possiede una non vasta produzione di ispirazione profana, dove cominciano ad apparire le leggende care poi ai poeti dell'Iran musulmano. Importanti, perché precedenti immediati del Libro dei re di Firdūsī in quanto a patrimonio di leggende e a ispirazione nazionale, sono i brevi romanzi in prosa assai popolari in quel tempo, di cui il più noto è il Libro delle gesta di Artaxšīr, figlio di Papakān, in cui viene celebrata la dinastia dei Sassanidi, a noi noto nella redazione composta intorno al 650. Poco si possiede della produzione poetica: soltanto la Storia degli Zārer (forse sec. IV) sembra accogliere le eco epiche degli yašt dell'Avestā nel racconto della guerra fra il re turanico Arǧasp e il re Guštasp, fedele alla religione di Zarathustra.

Cultura: letteratura. La produzione neopersiana

Con l'invasione araba del sec. VII si fa iniziare la letteratura neopersiana. Sull'inaridita cultura aristocratica dei Sassanidi si innestò la ricca e vitale tradizione araba, tanto che dopo poco più di un secolo il lessico letterario persiano era in gran parte sostituito da quello arabo. La letteratura neopersiana appare forse come la più raffinata ed elegante fra le grandi letterature islamiche e abbraccia quasi tutti i generi letterari tradizionali, poesia (lirica ed epico-cavalleresca), prosa d'arte, storiografia, filosofia, trattatistica scientifica, ecc. Il suo veicolo linguistico, il neopersiano (fārsī), già lingua d'arte delle corti del mondo islamico dalla Turchia ottomana all'India moghūl e poi lingua ufficiale, seppure con varianti, dell'Iran, dell'Afghanistan e del Tagikistan, ha contribuito grandemente, con la sua struttura grammaticale estremamente duttile e sciolta, allo sviluppo e alla conoscenza di questa letteratura ben oltre i confini politici dell'Iran attuale. Spesso espressione di una società d'élite, e già al suo apparire ricercata e quasi definitivamente precisata nei suoi canoni estetici, la letteratura neopersiana si può dire non conosca, nel corso della sua già oltre millenaria storia, grandi variazioni stilistiche e, specie in poesia, si affida semmai alla diversità di contenuto tradizionalmente prevista dai suoi generi letterari (qaṣīda, masnavī, ġhazal, rubā'ī) per variare i propri motivi di ispirazione. I primi grandi nomi sono quelli dei poeti dell'età samanide (sec. IX-X), il lirico Daqīqī (m. ca. 952, autore di un masnavī) che si conosce in parte attraverso il Libro dei re di Firdūsī, e Rūdakī (m. 943), che in uno stile ornato rielaborò la famosa raccolta di favole indiane Calila e Dimna, purtroppo perduta. Ma fu tra i poeti della cosiddetta pleiade ghaznavide, riuniti alla corte del sovrano Maḥmūd'd di Ghaznā e dei suoi successori, che emersero figure di prima grandezza nella storia della cultura iranica e islamica di quel periodo; si ricordano i nomi di Farrūkhī (m. 1038), Asgiadī, Manūčihrī (m. 1041) e soprattutto di Firdūsī (m. ca. 1020), autore del Libro dei re, grandiosa cronaca in versi della storia dell'Iran dalle origini alla conquista araba. La successiva epoca dei Turchi selgiuchidi (sec. XI-XIII) vide il fiorire dei grandi masnavī di Niẓami di Gangia (1140-1203) e l'opera poetica e scientifica di ʽUmar Hayyām (m. ca. 1123), famoso anche in Europa per la fortunata traduzione che delle sue poesie brevi fece nel secolo scorso il letterato inglese E. Fitzgerald. Anche la prosa raggiunse in questo periodo la sua maturità: si ricordano i preziosi Quattro trattati di Niẓami ʽAruzi di Samarcanda (m. 1174), pieni di utili notizie culturali e culmine stilistico della prosa in stile antico. Il periodo dei Mongoli e dei loro successori Timuridi (sec. XIII-XV), politicamente caratterizzato dal frazionarsi dell'Iran e dell'Asia centrale in tanti piccoli regni autonomi, è l'epoca di Saʽdī (1184-1291) e di Ḥāfiẓ (ca. 1319-ca. 1390), insuperati maestri della prosa d'arte il primo (nell'elegantissimo e terso Roseto) e della lirica (ġhazal soprattutto) il secondo. Questo fertilissimo periodo, forse il “secolo d'oro” della letteratura neopersiana, vide ancora le figure di Rūmī (1207-1273), il più grande mistico di Persia, dello storico Mīrkhwānd, per chiudersi con gli armoniosi masnavī dell'ultimo poeta “classico”, Giāmī (1414-1492). Dalla sua opera risulta il grado di perfezione e di raffinatezza raggiunto dalla poesia persiana, ma anche l'esigenza di rinnovamento di una poetica non più vitale, consunta dall'irripetibilità della sua stessa perfezione. Con il sec. XVI iniziò infatti un periodo di decadenza causato anche dalle difficili condizioni politiche del Paese, sconvolto da lotte intestine. Molti poeti si rifugiarono in India alla corte del Gran Mogol, dando vita a quel cosiddetto “stile indiano” che ebbe il suo massimo rappresentante in Ṣāʽib di Tabrīz (1601-1677). Solo tra la fine del sec. XIX e gli inizi del XX si ebbe una ripresa della vita letteraria, stimolata anche dal mutato clima politico. Sotto l'influenza occidentale gli scrittori persiani hanno abbandonato i canoni dell'imitazione classica per una prosa scarna, semplificata, che si adatti ai temi trattati, che sono per lo più di denuncia delle condizioni di arretratezza del Paese. Anche la lingua è stata radicalmente rinnovata; da una parte c'è stato il tentativo di sostituire al lessico arabo termini peculiari iranici, sollecitato anche dalle autorità, ma rimasto sostanzialmente lettera morta, dall'altra si è sviluppato un interesse per il linguaggio popolare, adottato con successo dalla maggior parte degli scrittori contemporanei. Domina fra tutti la figura di Ṣādieq Hidāyat (1903-1951), considerato dai Persiani come il loro più grande narratore. E in effetti la sua narrativa all'interno del Paese ha avuto un'importanza enorme per l'introduzione di tecniche nuove nella giovane novellistica persiana, mentre offre scarsi valori su un piano universale. Delle sue opere la più nota in Occidente è Il gufo cieco (1941), storia di un solitario pittore, fumatore d'oppio, in preda a un incubo che si può definire kafkiano. Altri nomi di rilievo sono, tra i narratori, Muḥammad ʽAlī Ǧamāl-zada (1892-1997), autore della raccolta di novelle C’era una volta (1922) e del romanzo Il manicomio (1942), e, tra i poeti, Farrukhī Yazdī (1888-1938), autore di raccolte inneggianti alla libertà e al comunismo, Abū'l-Qāsim Lahūtī (1887-1957), di cui è soprattutto famosa la sua ode al Cremlino, carme di esaltazione alla Russia socialista, la poetessa Parvīn Eʽtesami (ca. 1906-1941), che si è espressa in un linguaggio colloquiale. Fra gli altri autori, Āl-e Aḥmad (1923-1969), Afghānī (n. 1925), Nāder Nāderpūr (1929-2000), Modarresī (n. 1934), Aḥmad Reẓā Aḥmadī (n. 1940). Si distingue da questi Abdulkarim Soroush (n. 1945), filosofo e docente (da alcuni anni ad Harvard) ma soprattutto figura di riferimento per il movimento democratico iraniano in prima linea nella lotta al fondamentalismo e alla censura. Le generazioni dei nuovi scrittori iraniani contano alcuni nomi già sulla ribalta internazionale. Tra questi si segnalano tre donne: Azar Nafīsī (n. 1955), espulsa dall'Iran nel 1997, che con Leggere Lolita a Teheran, best-seller mondiale, ha saputo parlare degli anni della dittatura islamica con forza, sensibilità, coraggio come pochi altri prima di lei; Bahiyyih Nakhjavani, autrice di La donna che leggeva troppo, in cui è nuovamente la letteratura il mezzo di espressione e ribellione alle imposizioni dall'alto; e Marjane Satrapi (n. 1969), il cui romanzo autobiografico a fumetti Persepolis ha illustrato al grande pubblico un ulteriore spaccato della società iraniana del secondo Novecento.

Cultura: arte

Le prime manifestazioni artistiche iraniche si ebbero nel V e IV millennio a. C. con le culture dette “della ceramica dipinta” e sono costituite da vasi di argilla ornati di vivaci pitture, prima a motivi geometrici e poi con figure di animali – motivo predominante di tutta l'arte iranica – o anche umane. La ceramica dipinta centro-iranica è documentata soprattutto a Tepe Siyalk presso Kāshān (del periodo Siyalk I è anche la più antica scultura, un manico d'osso di falce a figura umana), ma nel periodo della sua maggiore fioritura, ossia nella seconda metà del IV millennio (Siyalk III), si estese anche nell'Iran nordorientale (strati inferiori di Tepe Hiran). Forse contemporaneo fu l'inizio dell'arte del Lorestān (scavi di Tepe Giyan presso Nihawend). Nel Khuzistān e nel Fārs la ceramica dipinta raggiunse il suo maggior sviluppo nel IV millennio (Susa I). In questa zona, con l'apparire dell'architettura monumentale e la formazione delle prime città-Stato, si sviluppò, dal III millennio, la civiltà elamita, più o meno influenzata, nei diversi periodi, da quella mesopotamica e che raggiunse il suo maggiore splendore nei sec. XIII e XII a. C. con grandi costruzioni monumentali (Dur Untash) e sculture bronzee. Nelle altre regioni dell'Iran le manifestazioni artistiche furono influenzate, nel III e II millennio, dall'arte elamita e da quella mesopotamica. Nell'Iran occidentale la cultura di Tepe Giyan appartiene forse ai Lullubiti; a Sar-i Pul sono alcuni tra i rilievi rupestri più antichi. Nell'Iran nordorientale si sviluppò nel III millennio la cultura di Gorgān (scavi di Tepe Hissar e di Turang-Tepe) con la formazione di centri protourbani, cui si sovrapposero, dal II millennio, i nuovi insediamenti ariani. Notevole e in parte originale lo sviluppo della metallurgia (vasi aurei figurati e altri oggetti del tesoro di Asterabad). Ancora più ricca fu la produzione di bronzi del Lorestān decorati con animali ed esseri fantastici. Il tesoro di Sakkez, nel Kurdistān, comprendente oggetti assiri, sciti e della locale arte mannea, documenta chiaramente l'evoluzione dell'arte della regione sino ai sec. VII-VI a. C. Dal sec. VI al IV a. C. si sviluppò nell'Iran, centro del grande impero persiano, la splendida arte achemenide, che si formò soprattutto sotto Ciro (Pasargadae) e raggiunse il suo maggior splendore sotto Dario e Serse. Caratterizzata dalle monumentali architetture delle città imperiali di Persepoli e Susa, sede del “re dei re”, dai grandiosi rilievi su roccia e dalle tombe reali (tombe rupestri di Dario I, Serse I, Artaserse I, Dario II a Naqsh-i Rustam), raggiunse alti livelli anche nella raffinata produzione di vasellame, gioielli, oggetti d'oro e di altri materiali preziosi. Dopo la conquista di Alessandro Magno e il periodo dei Seleucidi l'Iran entrò a far parte del grande dominio dei Parti, la cui arte è però più nota dai ritrovamenti della Mesopotamia; importanti in Iran alcuni rilievi rupestri, tra cui quelli di Behistūn e Tang-i Sarvak e le sculture bronzee di Malamir (Shami). Una nuova eccezionale fioritura artistica si ebbe con la dinastia sassanide (224-650 ca.). L'aristocratica arte sassanide, volta tutta alla glorificazione del sovrano (grandiosi rilievi su roccia in onore di Ardashīr, Šāpūr I, Bahram III, Šāpūr II a Naqsh-i Rustam) e dei grandi feudatari, pur riallacciandosi all'arte achemenide, di cui è stata considerata una rinascenza, continuò la tradizione partica, soprattutto nell'architettura (volta, īvān), con una sempre maggior preponderanza di motivi orientali rispetto a quelli ellenistici; molto sviluppata fu l'oreficeria, spesso vivacemente policroma. Importanti resti monumentali sassanidi si trovano ad Ardashīr-Hurra (odierna Firūzābād, Giund-i Šāpūr presso l'odierna Dezfūl, Bishapur, Sarvistān nel Fārs. Dopo che gli Arabi si furono impadroniti, nell'arco di un ventennio, dell'impero sassanide, l'Iran (che allora comprendeva anche il Turkestan sovietico e il Khorāsān afghano) entrò a far parte dell'area culturale islamica e rappresentò uno dei settori più vivaci e creativi della civiltà musulmana nel suo complesso, soprattutto a partire dall'epoca selgiuchide. Ma già con i Samanidi (874-999) cominciarono a svilupparsi quelle caratteristiche d'indipendenza dalla comune matrice islamica che fecero definire il periodo in questione come quello della “rinascenza iranica”. Abbandonato il Fārs, culla dei Sassanidi, il centro culturale dell'Iran fu dapprima a Esfahān, con i Buwaihidi (sec. X-XI) e i Selgiuchidi (sec. XI-XIII), quindi verso il nord, a Tabrīz e Sultaniya, dopo l'invasione mongola, a Herāt in epoca timuride, ancora a Eṣfahān con i Safavidi, a Shīrāz, nel cuore del Fārs, durante la breve parentesi dei sovrani Zand, e infine nell'attuale capitale Teheran. Samarcanda, Buhara e Marv sono, con Herāt, gli unici centri del passato islamico dell'Iran attualmente fuori dei confini del Paese. Il più grande merito dell'iranismo fu quello di aver saputo amalgamare in un mondo unico le varie civiltà complementari (quella ellenistico-romano-bizantina e quella ellenistico-romano-asiatica) da cui l'Islam primitivo aveva preso l'avvio e che sembrano caratterizzare in forme autonome l'Islam iranico. In realtà le forme soprattutto architettoniche “classiche” dell'Iran dovevano diventare appannaggio di tutto il mondo musulmano dall'India all'Asia centrale e all'Anatolia turca fino all'Egitto mamelucco. Ci si riferisce alla moschea del tipo madrāsa a quattro īvān prospicienti una corte rettangolare, o ai mausolei quadrati coperti da cupola o ancora alle tombe-torri che si diffusero poi in vastissime zone dell'Islam. Il monumento più significativo dei Samanidi è il bellissimo mausoleo di Ismāʽīl a Buhara, derivato sostanzialmente dal tetrapilo del tempio del fuoco sassanide e coperto da una cupola su nicchie angolari. Particolarmente interessante la struttura in mattoni, usati anche per la decorazione, in facciavista, integrati da motivi in mattone cotto scolpito, tecnica che avrebbe conosciuto una grandissima fortuna anche presso i Buwaihidi, i Gasnavidi e i Selgiuchidi. Sotto questi ultimi sultani, l'Iran raggiunse i vertici dell'eccellenza in ogni campo; le grandi moschee di Ardestān, Gulpaygan, Natanz, Qom, Qazvin, Sava segnano le varie tappe dell'evoluzione di quella tipologia a īvān seguito da una sala cupolata che troverà la sua espressione più compiuta nella Grande Moschea di Eṣfahān, con gli splendidi ambienti realizzati a opera dei due grandi visir dell'epoca, Niẓam al-Mulk e Taj al-Mulk. Oltre alle splendide cupole, in epoca selgiuchide si realizzarono anche slanciatissimi minareti, annessi alle moschee, su base quadrata, ottagonale o stellare, il cui alto fusto cilindrico era decorato da un parato geometrico di mattoni in vista; mausolei monumentali dalle tipologie più diverse (quadrata, cilindrica, poligonale) e caravanserragli dall'impianto grandioso, per sopperire le numerose esigenze del commercio carovaniero. L'architettura monumentale andò ancor più affermandosi con gli Ilkhānidi, il cui capolavoro è considerato il mausoleo di Öljeitü, costruito nella nuova capitale Sultaniya, agli inizi del sec. XIV. Con i Safavidi, l'arte iranica conobbe il suo apogeo, specie per i grandiosi programmi urbanistici di Shāh ʽAbbās il Grande (1557-1629) nella sua nuova capitale Esfahān, e la fitta rete di impianti commerciali in tutto il Paese, riunito dopo secoli di smembramenti ed elevato al rango di nazione. Palazzi disseminati entro parchi e giardini si aggiunsero alle moschee e alle madrāse, ai caravanserragli e ai mausolei, contribuendo al ricco patrimonio artistico. In questo periodo, accanto alla miniatura, estremamente raffinata ed elegante, si diffuse anche la pittura murale, per l'influsso dell'Occidente, in particolare delle scuole olandese e italiana. Le influenze occidentali (in questo caso però russe) dovevano farsi sentire successivamente nel periodo Cagiari quando le soluzioni architettoniche e urbanistiche di Teheran e Kāshān sembrano ispirarsi alquanto ibridamente a modelli d'epoca zarista. L'Iran ebbe anche centri assai importanti per la produzione di bronzi e metalli lavorati (in particolare il Khorāsān), per la produzione di ceramiche a lustro (Kāshān) che continuarono tradizioni precedenti preislamiche (Rayy, Nishāpūr), per la confezione di tappeti dai colori e i disegni inimitabili (Ardabil, Tabriz, Kāshān, Esfahān). Negli ultimi decenni del Novecento l'arte iranica ha cercato di conciliare le proprie tradizioni con le correnti internazionali dell'arte moderna e ciò è spesso evidente nelle realizzazioni degli artisti contemporanei che utilizzando i motivi tipicamente persiani con un linguaggio nuovo. Alcuni fra gli artisti più rappresentativi dell'arte moderna e contemporanea dell'Iran sono Sohrāb Sepehrī, Masoud Arabshahi (n. 1935), Hossein Zendeh Roodi, Manouchehr Sheibani, le cui opere sono ospitate in molte gallerie internazionali e costituiscono parte della collezione del Museo di arte contemporanea di Teheran, aperto nel 1977 e progettato dall'architetto Kamran Diba (n. 1937).

Cultura: musica

Le corti dei re iranici favorirono il canto (sarwad) e la musica (rūd) espressa con strumenti come l'arpa (chang), la pandora (tanbūr), i liuti (barbaṭ, rubāb), i flauti (rūyin nāy), i corni e le trombe (karranāy, shaipūr), i tamburi (kūs), ecc. Non si hanno tuttavia notizie precise sulla teoria musicale iranica a causa dell'inesistenza di trattati specifici; ci sarebbero stati inizialmente sette modi, diventati trenta attorno al sec. VII, con 360 melodie forse correlate a concezioni cosmogoniche rivelanti l'influsso della musica dell'antica Mesopotamia. Famosi musicisti, nel periodo di maggiore splendore della dinastia sassanide (sec. III-VII) furono Bārbad di Fārs, Angisiyyā e Al-Naḍr (m. 624); celebri furono anche le cantatrici-arpiste Āzāda e Shīrīn. Per il tramite dell'importante centro di al-Ḥīra, capitale dei Lakhmidi, la musica iranica penetrò nei Paesi arabi e condizionò lo sviluppo successivo della musica islamica. Il primo musicista dell'Islam fu Ṭuwais (m. 710), esperto imitatore di melodie iraniche. I famosi Ibn Suraij (m. 710), Ma‘bad (m. 743), Ibn Misjaḥ (m. 715) e Ibn Muḥriz (m. 755) studiarono a lungo nell'Iran. In seguito i caratteri nazionali della musica iranica si fusero con quelli arabi e rimase uno stile islamico unico, tuttora adottato.

Cultura: cinema

Per intervento dello scià, il cinema fu introdotto nel 1900, ma solo nel 1913 venne aperta a Teheran la prima sala pubblica. Le prime opere di qualità risalgono però addirittura al 1958, anno di Il sud della città di F. Ghaffary, ispirato al neorealismo, peraltro subito proibito. La notte del gobbo (1964) dello stesso Ghaffary, Il mattone e lo specchio (1965) di I. Gholestan e Siyāvach a Persepoli (1967) di F. Rahnamā, oltre al folgorante documentario sui lebbrosi La casa è nera, con cui la giovane poetessa Forough Farrokhzad vinse nel 1966 il gran premio a Oberhausen, anticiparono l'esplosione della nouvelle vague, che si fa risalire al film La vacca (1969) di Daryush Mehrjui. Nacque così un cinema di testimonianza, di intervento e di poesia sulla vita delle città, dei villaggi e del deserto, i cui titoli più rinomati furono: Il postino (1972) dello stesso Mehrjui, La tranquillità in presenza degli altri (1971) di Nasser Taghvāi, Dāsh Akol (1971) di Massud Kimiai; e poi L’acquazzone (1971), Lo straniero e la nebbia (1974) e La ballata di Tara (1978) di Bahram Beyzai; I Mongoli (1973), Il giardino di pietre (1976) e O. K. Mister (1978) di Parviz Kimiavi; Un caso semplice (1973), Vita quieta (1974) e Diario di un innamorato (1976) di Sohrab Shahid-Saless che ha poi lavorato in Germania (dove ha realizzato Ordine, 1980; Mittente sconosciuto, 1983; Utopia, 1983). Con una media annuale di ca. 80 lungometraggi, la produzione commerciale, detta fārsī, cioè persiana, occupava tuttavia gli schermi coi suoi racconti di vendette e delitti d'onore. Non trovava spazio invece, fuorché all'estero dove era inviato quale alibi culturale, il nuovo cinema iraniano detto motefāvet, cioè diverso, imperniato anche su altri nomi quali Arby Ovanessian (La sorgente), Parviz Sayyad (Cul-de-sac, 1977; La missione, premiato a Locarno nel 1983) e Marva Nabili (La terra sigillata, 1977). All'avvento di una rivoluzione islamica sempre più monolitica sul piano ideologico, si registrò un calo della produzione commerciale, ma anche un preoccupato ermetismo nel cinema “diverso”, come indicano due titoli di ʽAlī Erfān: Tutt’e tre, lui dice e Il signor Geroglifico. Alla fine degli anni Ottantan il cinema iraniano, a dispetto della censura e delle ristrettezze, ha iniziato ad avere un riconoscimento del pubblico occidentale, partecipando con film di notevole fattura a manifestazioni internazionali. In particolare ha colpito l'intensità e la personalità di Amir Naderi, straordinaria figura di autodidatta, che con Il corridore (1985), storia di un ragazzino abbandonato che lotta quotidianamente per la sopravvivenza, e con Acqua, vento e sabbia (1986-89), ballata senza dialoghi, di grande bellezza visiva, ha raggiunto vette di valore assoluto. Altri registi di talento si sono rivelati: Abbas Kiarostami con Dov’è la casa del mio amico (1987), Il vento ci porterà via (1999), premiato al festival di Venezia, e Dieci (2002); K. Ayyari con Oltre il fuoco (1988), Bidar show, Arezoo! (2005; Wake up, Arezu!); B. Beyza'i con Bashu, il piccolo straniero (1986-89), Sagkoshi (2001; Killing Mad Dogs); S. Ebrahimifar con Nar-o-Ney (1989), Movajehe (2006); M. Makhmalbaf con Il ciclista (1989), Viaggio a Kandahar (2001); Jafar Panahi, vincitore del Leone d'oro a Venezia nel 2000 con Il cerchio e dell'Orso d'Argento a Berlino nel 2006 per Offside; Mohammad Shirvani (1973), regista di Nahf (2004); Amir Naderi (1946), regista di A, B, C... Manhattan (1997) e Marathon (2002); Kamal Tabrizi con Marmoulak (2004).

Bibliografia

Per la geografia

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Per la storia

P. Avery, Modern Iran, Londra, 1964; F. Bemont, L’Iran devant le progrès, Parigi, 1964; D. N. Wilber, Iran. Past and Present, New York, 1967; A. K. S. Lambton, The Persian Land Reform 1962-66, Oxford, 1969; M. Zonis, The Political Èlite of Iran, New York, 1972; P. Balta, Iran-Irak: une guerre de 5000 ans, Parigi, 1987; A. Bani-Sadr, Il complotto di Teheran, Roma, 1990; S. Vaner, Modernisation autoritaire en Iran et en Turquie, Parigi, 1992.

Per la letteratura

E. G. Browne, A Literary History of Persia, 4 voll., Cambridge, 1951-54; A. Pagliaro, A. Bausani, La letteratura persiana, Milano, 1960; A. M. Piemontese, Storia della Letteratura persiana, 2 voll., Milano, 1970.

Per l’arte

E. Herzfeld, Iran in the Ancient East, Oxford, 1941; U. Monneret de Villard, L’arte iranica, Milano, 1954; L. Van den Berghe, L’archéologie de l’Iran ancien, Leida, 1959; D. Schlumberger, L’Orient hellénisé, Parigi, 1970; R. Ghirsman, La civiltà persiana antica, Torino, 1972; E. J. Grube, La pittura dell’Islam, miniature persiane dal XII al XV secolo, Bologna, 1980.

Per la musica

H. Farmer, A History of Arabian Music, Londra, 1929; R. d'Erlanger, La Musique Arabe, 6 voll., Parigi, 1930-59; P. Righini, La musica araba nell’ambiente, nella storia, Padova, 1979.

Per il folclore

S. G. Wilson, Persian Life and Customs, Edimburgo-Londra, 1964; H. Corbin, En Islam iranien, 4 vol., Parigi, 1971-72; L. Dolmay, Iran aujourd’hui, croyances et coutumes, Parigi, 1984.

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