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europeismo

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Lessico

Sm. [sec. XX; da europeo].

1) Adesione ai movimenti politici e alle correnti ideali che si propongono l'integrazione dei popoli europei in un più vasto ordinamento unitario sovranazionale.

2) Parola o loc. comune a più lingue europee.

Cenni storici: le origini del concetto

Nell'accezione di insieme di correnti ideali, movimenti politici e concrete iniziative consapevolmente tese a realizzare l'integrazione dei popoli europei in un più vasto ordinamento unitario sovranazionale, l'europeismo ha indubbiamente origine nei sec. XIX e XX. Tuttavia, per comprenderne a fondo le più lontane radici, non si può prescindere dal substrato storico che, sedimentato nei secoli, ha costituito l'autentica premessa dell'europeismo otto-novecentesco, e cioè la formazione del concetto di Europa, intesa non solo come partizione geografica della Terra distinta da altre aree continentali, ma come spazio unitario di valori spirituali, culturali e politici. Certamente fuorviante sarebbe ipotizzare una preistorica e naturalistica unità culturale europea e, per altri versi, altrettanto inesatto identificarne il fondamento esclusivamente nella civiltà greca e in quella romana, che in realtà ebbero il loro epicentro nel Mediterraneo e si caratterizzarono per l'influenza di un forte elemento orientale extraeuropeo e specificamente asiatico. Va però sottolineato che l'epoca greco-romana assolse l'indispensabile funzione di incubare i tratti di una comune matrice culturale, sviluppatasi grazie all'azione uniformatrice dell'Impero romano e ulteriormente definita in seguito alla divisione tra Impero d'Occidente e Impero d'Oriente. Ancor più incisiva fu l'unità religiosa realizzata attraverso il cristianesimo e, nel Medioevo, la coesione indotta dall'uso della lingua latina, che diedero al continente quell'impronta classico-cristiana da cui trasse forza dapprima l'universalismo dell'Impero carolingio e poi, seppure in minor misura, quello dell'Impero romano-germanico. Questo contesto, nato dagli influssi mediterranei della Grecia classica, dalle conquiste territoriali romane e dall'uniformità religiosa del cristianesimo, fece da sfondo alla nascita di una più precisa idea e coscienza di Europa all'alba dell'età moderna, allorché l'idea dell'unità europea cominciò a profilarsi nelle opere di Dante Alighieri (sostenitore nel De monarchia di una forte autorità imperiale necessaria per limitare l'autonomia dei singoli regni e imporre loro una pacifica collaborazione) e in quelle di un avversario del potere temporale pontificio come Pierre Dubois (che nel De recuperatione Terrae Sanctae propugnava una lega dei principi cristiani).

Cenni storici: dalla Repubblica cristiana alla Repubblica dei dotti

Fra Trecento e Quattrocento il ritorno allo studio delle civiltà classiche e il conseguente senso dell'immanenza del processo storico introdotto dall'Umanesimo svincolarono progressivamente l'autodefinizione dell'Europa da quel significato religioso che in epoca medievale aveva condotto a identificarla pressoché esclusivamente con la cristianità. Favorito dall'ampliamento di conoscenze indotto dalle scoperte geografiche, il pensiero rinascimentale si confrontò ripetutamente con il problema della determinazione di un concetto di Europa concretamente comparativistico e non più astrattamente universalistico. Già all'inizio del XVI secolo Niccolò Machiavelli, in un celebre passo dell'Arte della guerra, aveva distinto il continente europeo dall'Asia e dall'Africa, fornendone una definizione in termini storici e laici; e, alla fine del Cinquecento, dallo studio di Giovanni Botero sulle civiltà da poco scoperte nelle Americhe, emergeva una più chiara distinzione concettuale dell'Europa dal resto del mondo. Non venne meno, però, l'idea dell'universalismo imperiale, incarnato soprattutto dall'imperatore asburgico Carlo V, e dell'universalismo religioso rappresentato dalla Controriforma. Il quadro di anarchia internazionale e il drammatico scenario offerto dalle guerre tra gli Stati e dalle lotte religiose, unitamente al ritornante timore dell'espansionismo islamico, favorì l'opinione che una ricomposizione sarebbe stata possibile mediante un accordo tra i prìncipi cristiani, sia nella forma imperiale sia in quella di una lega. La prospettiva dell'unità europea venne legandosi alla volontà di raggiungere una pace politica e religiosa duratura e, in questo senso, tra i primi a proporre un concerto europeo dei sovrani fu il grande umanista olandese Erasmo da Rotterdam. I conflitti che continuarono a far sanguinare il continente tra Cinquecento e Seicento incoraggiarono, quasi per reazione, altri utopistici progetti di pace “perpetua” che presupponevano, o dai quali conseguiva, una qualche forma di unificazione. Così, nella Francia del Seicento, il ministro delle finanze di Enrico IV, il duca di Sully, predispose un programma di pace generale, noto come Grand dessain, mirante a creare una respublica christianissima che garantisse la convivenza delle tre principali confessioni cristiane (cattolica, luterana e calvinista) e la libertà di commercio. Composta dai quindici principali Stati europei, rappresentati in un apposito Consiglio, affiancato da sei Consigli competenti per diverse aree geografiche (e ciascuno dotato di proprie forze armate internazionali), questa primordiale comunità europea avrebbe dovuto avere il potere d'imporre leggi comuni ai suoi membri, tra i quali sarebbero stati equamente ripartiti i proventi fiscali e le eventuali conquiste territoriali esterne. Analogo progetto aveva visto la luce, sempre in Francia, per mano di Eméric Crucé, autore del Nouvel Cinéé (1623), opera in cui si teorizzava una “Società universale delle Nazioni”, capace di sostituire alla guerra, come strumento regolatore dei conflitti d'interesse, una sorta di tribunale internazionale formato dai rappresenti di ciascun Paese e munito di un proprio esercito per tutelare i troni eventualmente minacciati da rivolte popolari. Idee non dissimili sull'arbitrato internazionale coltivava nei primi decenni del XVII secolo il giurista e filosofo olandese Ugo Grozio e più tardi, a cavallo tra Seicento e Settecento, il quacchero inglese William Penn, ideatore di ardimentosi progetti volti a instaurare la pace tramite l'unione degli Stati europei in un Parlamento generale che avrebbe fissato norme internazionali di comportamento, sanzionando gli eventuali Stati trasgressori mediante la pressione diplomatica o il ricorso alle armi. I caratteri marcatamente utopistici di simili proposte non nascondevano, in realtà, gli interessi particolaristici da cui scaturivano. Nel caso del Sully, infatti, era il grande nemico storico della Francia, l'impero tedesco, a dover fare le spese del piano di pace europea, cedendo gran parte dei suoi domini; nel caso di Crucé erano i regimi repubblicani a dover subire il controllo delle monarchie assolutistiche; mentre per Penn spettava all'Inghilterra farsi promotrice della lega europea per combattere l'egemonia della Francia di Luigi XIV. Nello stesso lasso di tempo veniva anche maturando un altro tipo di consapevolezza europeistica. Il raffronto con altre civiltà, infatti, introdusse la consapevolezza del relativismo storico di quella europea: nacque così una vasta letteratura antieuropea che, idealizzando la vita dei popoli “selvaggi” e contrapponendo una loro mitica “natura” pura ed incorrotta alla decadenza della cultura europea, assolse l'importante funzione critica di condannare le aberrazioni e i disvalori di un continente perennemente dilaniato da guerre di potenza. Al cosiddetto mito del buon selvaggio si ispirarono infatti non solo i più tenaci critici dell'Europa, ma anche quei rinnovati progetti di lega o federazione europea ispirati alla volontà di dirimere senza traumi bellici i conflitti interstatali. Simili concezioni trovarono il loro apice nella cultura razionalistica dell'Illuminismo, quando un incipiente europeismo poté affiorare compiutamente grazie al definitivo rovesciamento dei vecchi valori del cristianesimo e all'affermazione dell'idea di un costante progresso civile incentrato sull'economia, sul diritto e su una politica completamente secolarizzata. La critica del passato e il confronto tra Europa e resto del mondo fecero crollare la radicata convinzione di un primato politico e religioso del continente, ma permisero anche di scoprire quanto l'Europa, al di là delle sue divisioni politiche, fosse superiore agli altri popoli nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, consentendo di delineare un nuovo europeismo culturale, erede in questo senso tanto della “Repubblica cristiana” medievale quanto della “Repubblica dei dotti” umanistico-rinascimentale. Ebbero così nuovo vigore i disegni pacifisti di unificazione politica. Questi, del resto, traevano ulteriori stimoli dall'evidente fallimento dei tentativi di ottenere una stabilità del continente mediante il cosiddetto principio dell'equilibrio. Sorto nell'Italia del Quattrocento, consisteva nel sapiente sforzo di bilanciare, attraverso la diplomazia, i rapporti di forza esistenti tra i vari Stati e di appianare le loro divergenze nell'intento di evitare una situazione di perenne belligeranza. Variamente teorizzato, e divenuto categoria fondante della politica europea con i trattati di Vestfalia (1648) e di Utrecht (1712-1713), che posero rispettivamente fine alla guerra dei Trent'anni e alla guerra di successione spagnola, l'equilibrio s'era rivelato in realtà garante degli interessi delle potenze di volta in volta vincitrici sui campi di battaglia e pertanto non poté non fallire sistematicamente il proprio obiettivo. Accanto alla convinzione di un'unità anzitutto culturale dell'Europa, la constatata impossibilità di trasformare in durevole norma giuridica la prassi politico-diplomatica dell'equilibrio fu dunque l'altro fattore che diede nuovo impeto alle proposte pacifiste di unificazione degli Stati europei, da realizzarsi grazie alla creazione di organismi internazionali analoghi a quelli teorizzati nel Seicento. Tali i piani del Saintard (1747), dell'Ange Goudar (1757), del Lilienfeld (1767) e, soprattutto, di Charles-Irénée Castel (più noto come abate di St. Pierre) il quale, in una serie di opere composte nei primi trent'anni del XVIII secolo, immaginò una pace “perpetua” raggiungibile mediante l'istituzione di una lega degli Stati europei (Corps Européens), di cui elaborava minuziosamente persino le procedure di voto, fondata sulla libertà di commercio e dotata, come già in Crucé, di una propria forza militare per soffocare insurrezioni locali, pur lasciando pienamente sovrani i singoli Stati nell'amministrazione interna.

Cenni storici: la posizione di Immanuel Kant

Nessuno dei progetti elaborati fino al pieno Settecento concepì tuttavia l'unità europea come un'unione fra popoli intesi come soggetti politici in grado di autogovernarsi. Questa visione cominciò a svilupparsi solo in seguito alla Rivoluzione francese, che rese ogni successivo disegno di unificazione europea inscindibile dal problema della partecipazione dei popoli e di conseguenza dall'affermarsi di regimi antiassolutistici e, almeno tendenzialmente, democratici. Nello stesso tempo, però, costretto a tutelarsi dalla reazione legittimista delle grandi potenze continentali e dalle aggressioni delle coalizioni internazionali, il regime rivoluzionario nato nel 1789 esaltò il valore della difesa della patria minacciata, incubando quel principio di nazionalità che ebbe poi largo sviluppo nel secolo XIX. Le concezioni europeiste ottocentesche s'incardinarono pertanto tra gli estremi opposti e contraddittori della ricerca della pace e dell'unità continentale e dell'indipendenza nazionale, con conseguente affermazione della sovranità statale assoluta. Lo sforzo più compiuto di risolvere queste incongruenze si manifestò già alla vigilia della Rivoluzione francese con Immanuel Kant che, tenace critico della politica di equilibrio, nel saggio Idee di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) stabilì un nesso tra l'affermazione dei regimi repubblicani di stampo liberal-costituzionale e la possibilità di chiudere l'epoca dell'anarchica proliferazione dei conflitti internazionali. Sostenendo che le guerre, in quanto imponevano il primato della sicurezza esterna e della difesa, incoraggiavano i regimi autoritari ed osteggiavano quelli liberali, Kant propugnò nel 1795, nell'opuscolo Per la pace perpetua, un'unione federativa di liberi Stati, non soggetta all'egemonia di una nazione sulle altre, come unico strumento atto al raggiungimento della pace. Pur non avendo una visione chiara del sistema istituzionale dello Stato federale, il filosofo tedesco additava pioneristicamente una via che avrebbe avuto larga fortuna nell'europeismo novecentesco: concretamente realizzato per la prima volta in quegli stessi anni con la costituzione degli Stati Uniti d'America (sancita nel 1787 dalla Convenzione di Filadelfia) e teorizzato da Alexander Hamilton (The Federalist, 1787-88), il federalismo apparve in seguito come una delle poche soluzioni in grado di conciliare l'autonomia degli Stati con l'accentramento sovranazionale.

Cenni storici: europeismo contro nazionalismo

D'altronde, dopo la Rivoluzione francese, l'Impero napoleonico sembrò dimostrare la possibilità di una convivenza di diversi popoli sotto le stesse leggi, benché garantita dalla volontà di un solo uomo e dal tradizionale principio monarchico, pienamente reintrodotto dalla Restaurazione che soppresse le speranze di un europeismo dei popoli. Con le rivoluzioni del 1848, poi, l'Europa tornava ad essere un sistema concertato di Stati, in precario equilibrio tra interessi nazionali e generali. L'idea dell'unità europea, culturale prima ancora che politica, non si fermò neppure nel XIX secolo, quando poté anzi essere rielaborata da un punto di vista romantico ed antimoderno, antinazionalistico perché conservatore, teso al recupero dell'organiscismo universalista del Medioevo: tale il caso del poeta e narratore tedesco Novalis, tenace critico, nella sua Cristianità o Europa (1799), della dissoluzione dell'unità religiosa europea provocata dalla Riforma protestante, nemico del progresso scientifico e dello Stato nazionale, elementi tutti che gli sembravano aver rovinosamente sgretolato il cristianesimo, ai suoi occhi solo e irrinunciabile fondamento dell'unità dell'Europa; posizioni che si ritroveranno, variamente formulate, in Fredrich Schlegel, nell'economista francese Frédéric Le Play, e, nel Novecento, in Ernst Robert Curtius e poi in Thomas S. Eliot. Né mancò chi, all'inverso, vide l'unità europea proprio come un risultato delle differenze nazionali, dunque alla stregua di un poliforme e mutevole campo di forze (François Guizot); ovvero chi, sulla scia di Kant, insistette sul legame tra pace e libertà che penetrava allora negli ideali patriottici delle singole nazioni, interpretando l'unità europea nei termini di un'unione dei popoli. Ne dava significativa testimonianza il De la Réorganisation de la société européenne (1814), scritto dal socialista utopista Claude Henri de Saint-Simon e dallo storico Jacques-Nicolas-Augustin Thierry. Pur riconoscendo l'imprescindibile funzione unitaria storicamente assolta dalla Chiesa nel Medioevo, infatti, i due autori partivano dall'accettazione delle singole realtà nazionali per proporre un sistema politico continentale basato sull'accordo tra Francia ed Inghilterra e sulla creazione di un Parlamento dei popoli europei ispirato al modello costituzionale britannico. Ancor più di quanto non fosse accaduto tra il XVII e XVIII secolo, l'irruzione sulla scena dell'idea di nazione inficiò le costruzioni teoriche del nascente europeismo ottocentesco. Palese, per esempio, questa contraddizione si rivelò nel pensiero di Giuseppe Mazzini, convinto che la costituzione delle singole indipendenze nazionali avrebbe condotto di per sé alla concordia e alla collaborazione fra i popoli. Un contributo più incisivo per i successivi sviluppi dell'europeismo doveva invece provenire, almeno sul piano teorico, ancora dal federalismo, maturato in Italia in seno al movimento risorgimentale, sia nella versione moderata e neoguelfa di Vincenzo Giobertisia in quella, più coerente, del repubblicanesimo democratico di Giuseppe Ferrari e soprattutto di Carlo Cattaneo, che pose esplicitamente la creazione degli Stati Uniti d'Europa come obiettivo finale del proprio disegno politico. Non meno importante fu il contributo dello storico inglese John Robert Seeley, che in una conferenza sugli Stati Uniti d'Europa del 1871, sullo sfondo della guerra franco-prussiana ancora in corso, segnalò tra le ragioni che giustificavano la necessità dell'unificazione non solo i rischi dell'anarchia internazionale, secondo la lezione kantiana, ma anche gli sviluppi della rivoluzione industriale, a suo avviso governabili soltanto su scala continentale. Gli unici paesi dotati di una simile dimensione politica – sosteneva Seeley – erano gli USA e la Russia, ben presto perciò destinati a sovrastare per potenza gli Stati europei come già intravisto da Tocqueville. Di qui la sua assunzione del modello federale statunitense per conciliare democrazia ed efficienza nell'auspicata unificazione dell'Europa che, non essendo un semplice accordo tra governi, si sarebbe raggiunta non attraverso intese diplomatiche ma soltanto in virtù di un vasto movimento popolare. In realtà, dissoltosi dopo il 1870 il sogno associazionistico mazziniano, le istanze europeiste non registrarono alcun progresso e non guadagnarono consensi, rimanendo appannaggio di minoranze e singole personalità, come in Francia Charles Lemonnier, direttore alla fine degli anni Sessanta di un periodico, Les États Unis d’Europe dalla vita assai breve o nell'area svizzero-tedesca il filosofo e pubblicista pangermanista Konstantin Franz, assertore di un federalismo mondiale, e il giurista elvetico Johann Kaspar Bluntschli, che propose l'unione di 18 Stati europei in un saggio del 1881. All'affacciarsi del Novecento l'europeismo appariva sopraffatto dalla degenerazione del principio nazionale in nazionalismo che, concependo le nazioni come comunità etniche aggravò le conflittualità ideali e le divisioni politiche, già acutizzate dall'espansionismo coloniale europeo. Tuttavia il concetto di una comunanza culturale dei popoli europei si perpetuò nell'ispirazione internazionalista insita nelle grandi ideologie del liberalismo, della democrazia e del socialismo; e le non spente sollecitazioni europeiste cominciarono a perdere quei connotati utopici che avevano avuto sino ad allora, trasferendosi sul concreto terreno della discussione politica. Le considerazioni sui tragici effetti del primo conflitto mondiale e sulla perdita di preminenza planetaria dell'Europa rappresentarono in questo senso una svolta decisiva. La guerra infatti, causata dalle mire egemoniche della Germania, favorì le spinte europeistiche non solo per la sua enorme distruttività e per la sua tendenza a mobilitare masse popolari di ogni paese, ma anche perché dimostrò per la prima volta l'impotenza dell'Europa a ristabilire con le proprie forze l'equilibrio politico.

Cenni storici: il ruolo della Società delle Nazioni

La sconfitta tedesca, infatti, fu dovuta principalmente all'intervento di una potenza estranea al sistema europeo, gli Stati Uniti, che nell'immediato dopoguerra raccolsero le speranze di un nuovo ordine internazionale basato sui princìpi dell'autodeterminazione dei popoli, della tutela delle minoranze, della liberalizzazione degli scambi, della riduzione degli armamenti e del rifiuto della guerra per la soluzione delle controversie internazionali. Il presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson si ispirò in buona parte a questi ideali delineando nel 1918 il programma di pace postbellico (i “quattordici punti”), dal quale nacque l'anno seguente, alla conferenza di pace di Parigi, la Società delle Nazioni, l'organismo internazionale sorto per garantire l'arbitrato nelle dispute internazionali e perseguire il disarmo. La Società delle Nazioni non ebbe però la forza d'impedire l'insorgere di nuovi scontri tra i suoi Stati membri, sia perché ambiva a un ordine mondiale, pur essendo i suoi aderenti in prevalenza europei, sia perché abbandonata dagli stessi Stati Uniti, che imboccarono la strada dell'isolazionismo, sia infine perché di fatto dominata dai Paesi vincitori. Fu sullo sfondo della debolezza di questo consesso internazionale e del progressivo disfacimento del sistema politico europeo che emersero non più solo correnti, movimenti o singole personalità europeiste, ma anche concrete seppur inefficaci iniziative governative favorevoli ai processi di unificazione. Comune a questi progetti fu la convinzione che il ripudio della guerra costituisse l'indispensabile premessa di una rinascita non solo della potenza politica dell'Europa, ma anche della sua civiltà in crisi. Come nel caso dello scrittore e sociologo spagnolo José Ortega y Gasset, fautore di un unico grande Stato europeo che superasse divisioni etniche e nazionali, l'europeismo trasse alimento negli anni Venti e Trenta dalla diffusa volontà di restituire al vecchio continente il perduto primato morale e politico sul pianeta e trovò ancora una volta un decisivo punto di riferimento nelle correnti federaliste, importanti soprattutto perché cominciarono a fornire un coerente quadro teorico delle ragioni che avrebbero giustificato l'integrazione. Le radici novecentesche del filone federalista dell'europeismo possono rintracciarsi, in parziale continuità con le sue origini ottocentesche, nel pensiero di Luigi Einaudi che, in alcune lettere scritte tra il 1918 e il 1919 per il Corriere della Sera con lo pseudonimo di “Junius” (poi edite in volume nel 1920), si rifece al federalismo statunitense e alla lezione di Seeley e criticò severamente la Società delle Nazioni, accusata di fondarsi ancora sul mantenimento della sovranità statale assoluta, a suo avviso vera causa del ricorso alla soluzione bellica dei conflitti internazionali. L'analisi einaudiana, fatta propria nel 1918 anche da Giovanni Agnelli e Attilio Cabiati in Federazione europea o Lega delle nazioni, non mancava tra l'altro di indicare una strada concreta per avviare il superamento della sovranità assoluta, esprimendo la speranza che anche in tempo di pace si conservasse, ai fini della ricostruzione economica europea, l'organismo creato dagli Alleati a Londra durante la guerra per sovrintendere all'acquisizione e distribuzione delle materie prime necessarie a sostenere il conflitto. Con ciò Einaudi precorreva quelle rinnovate spinte europeistiche che di lì a poco trovarono un parziale riscontro nelle iniziative di Richard Nicolas von Coudenhove-Kalergi, figlio di un diplomatico austriaco, fondatore del movimento Paneuropa (1923) e dedito a propagare la causa dell'unificazione dei Paesi europei (a esclusione però della Russia comunista e della Gran Bretagna), autore di una Lettera aperta ai parlamentari francesi (1924) in cui sosteneva la necessità di una federazione continentale (inclusiva dell'Italia fascista) per raggiungere una dimensione analoga a quella delle grandi potenze statunitense, britannica e sovietica. Nel 1926 e 1930 Coudenhove-Kalergi promosse congressi per la nascita degli Stati Uniti d'Europa, dando impulso a un movimento d'opinione che raccolse il consenso di grandi uomini politici e intellettuali (Thomas Mann, Sigmund Freud, Albert EinsteinPaul Claudel, Paul Valéry, Lucien Romier, Miguel de Unamuno). Tra gli altri fu in grado d'influenzare il primo ministro francese Aristide Briand, già patrocinatore della riconciliazione franco-tedesca e dell'ingresso della Germania nella Società delle Nazioni. Proprio ai rappresentanti di questa assemblea Briand prospettò nel 1929 la creazione di un vincolo politico, economico e sociale tra gli Stati europei, sintetizzato nella formula “unirsi o perire”. Ma, sostenuta dal solo cancelliere tedesco Gustav Stresemann, la sua proposta fallì, travolta dalle rivalità ideologiche e nazionali (vi si opposero l'Italia e la Gran Bretagna) e dal crollo della Repubblica di Weimar. Ancora una volta la Società delle Nazioni rivelò i propri limiti, non riuscendo a fronteggiare le dispute territoriali, le recidive tendenze alla mobilitazione nazionalistica delle masse rivitalizzate dall'avvento dei regimi totalitari e la risorgente espansione della Germania nazista, divenendo anzi praticamente inutile negli anni Trenta, allorché subì le defezioni di tedeschi e giapponesi, nel 1933, e poi nel 1937 dell'Italia mussoliniana (nel 1939 ne fu espulsa l'Unione Sovietica). Si trattava di uno scenario in cui si palesava la fragilità del progetto di Briand, affidato alle iniziative diplomatiche di governi in competizione tra loro. E tuttavia quel progetto ebbe il merito di rilanciare il disegno dell'integrazione europea, ripreso in termini compiutamente federalisti in Gran Bretagna, dove nel 1939 nasceva il primo movimento europeistico di esplicito orientamento federalista, la Federal Union, e si sviluppava una riflessione teorica che annoverò tra i suoi esponenti di maggior spicco l'economista Lionel C. Robbins, autore di un libro su The Economic Causes of War.

Cenni storici: le proposte di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli

In quello stesso 1939 due giovani antifascisti italiani confinati nell'isola di Ventotene, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, dalla lettura dei testi di questi teorici federalisti britannici e delle lettere di Einaudi, nonché dai colloqui con il socialista triestino Eugenio Colorni, esiliato con loro, traevano spunto per redigere due anni dopo un Manifesto per l’Europa libera e unita che costituì l'ideale atto di nascita del federalismo europeo contemporaneo. Spinelli, comunista dall'avvento del fascismo e convinto che l'internazionalismo proletario avrebbe posto fine ai conflitti nazionalistici, era rimasto però deluso dall'ostilità sovietica verso le socialdemocrazie occidentali e dalla spregiudicata politica estera dell'URSS, firmataria nel 1939 del trattato di amicizia con la Germania hitleriana. Ne scaturì per lui un approfondimento delle tematiche federaliste che lo condusse a un'interpretazione della crisi europea diversa da quella comunista. Le due guerre mondiali gli apparivano il risultato del disfacimento dello Stato-nazione; e fascismo e comunismo lungi dal costituire una reazione della borghesia contro il proletariato, ne erano la conseguenza antidemocratica, espansionistica e contrastante con le tendenze all'unificazione economica. Pertanto i conflitti che avevano causato i totalitarismi e alimentato le guerre non sarebbero stati risolti né dalla sconfitta della Germania né dall'avvento di un'altra Società delle Nazioni, ma solo dal superamento del sistema delle sovranità nazionali nel contesto dello sviluppo della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Conseguentemente era indispensabile un'unificazione federale europea, in grado di trasferire a un governo, a un parlamento e a un'alta corte di giustizia sopranazionali i settori strategici dell'economia, della difesa, della moneta e della politica estera. Considerata prima tappa di un'integrazione mondiale, la federazione europea rappresentava così un nuovo spartiacque tra progressisti e conservatori, divisi non più soltanto da opposte concezioni sulla libertà, la democrazia e l'equità sociale, ma anche dalla volontà di perpetuare o meno le sovranità statali assolute. Per raggiungere questi obiettivi Spinelli e Rossi ritenevano indispensabile creare un'organizzazione, poi effettivamente nata il 27 agosto 1943 a Milano (il Movimento Federalista Europeo). Complessivamente furono anni in cui le correnti dell'europeismo si rafforzarono, giacché la guerra riconfermò l'incapacità del vecchio continente di risolvere le proprie crisi senza il sostegno di potenze esterne, che questa volta oltre agli USA includevano anche l'URSS. Non solo in Italia, ma un po' ovunque, già nell'ultima fase della lotta antifascista, molti democratici pensavano a una federazione continentale unita e libera, mentre organizzazioni simili al movimento di Spinelli sorsero in molti Paesi. Benché nel complesso i movimenti di resistenza si orientassero più verso gli ideali della rinascita nazionale che verso quelli europeistici, nel 1944 i militanti di diverse resistenze europee lanciarono una dichiarazione che denunciava i limiti dello Stato nazionale e caldeggiava un più ampio organismo europeo a carattere federale. Ancor più ascolto simili istanze trovarono nel dopoguerra, quando la debolezza dell'Europa si tradusse nella perdita della sua autonomia internazionale. Assorbita nel nuovo sistema di equilibrio bipolare e spaccata in due sfere d'influenza delle grandi potenze planetarie sovietica e americana, la società europea si avviava oltretutto a una profonda trasformazione, segnata dall'avvento della società di massa e del consumismo.

Cenni storici: i movimenti affermatisi nel secondo dopoguerra

Le idee europeiste connesse alla necessità di affermare la democrazia poterono diffondersi unitamente a concezioni liberiste in economia che, come nel caso di Einaudi, individuavano nella federazione europea l'inevitabile esito dei processi d'integrazione economica, contrastanti con le politiche protezionistiche e le dimensioni ancora nazionali degli Stati (così in Problemi economici della federazione europea, saggio composto per il Movimento di Spinelli e Rossi). I vari gruppi politici federalisti confluirono alla fine del 1946 nell'Union Européenne des Fédéralistes (UEF) che l'anno successivo teneva a Montreux, in Svizzera, il suo primo congresso. La UEF registrò tuttavia una divisione interna tra i costituzionalisti, di cui Spinelli fu esponente di spicco, ispirati al federalismo statunitense e impegnati a ottenere un'assemblea costituente europea, e gli integrali, legati al pensiero antinazionalista di Pierre-Joseph Proudhon e rappresentati dal movimento francese La Fédération, che nel federalismo vedevano non solo una soluzione politico-istituzionale ma un principio di organizzazione generale di tutta la vita associata, dagli ambiti territoriali (lo Stato, le regioni, gli enti locali) a quelli professionali e sociali. Accanto allo svizzero Denis de Rougemont (dal 1949 promotore del Centro Europeo per la Cultura) e all'olandese Hendrik Brugmans, animatore di una simile concezione fu il francese Alexandre Marc. Attivissimo protagonista in patria nella Fédération e nei Cercles Fédéralistes et Socialistes di Claude-Marcel Hytte, primo segretario dell'UEF (presieduta da Brugmans) e vero artefice del congresso di Montreaux, presente in tutti i raggruppamenti federalisti mondiali (assicurando in particolare i collegamenti tra l'UEF et il Movimento Universale per una Confederazione Mondiale, MUCM), Marc interpretava il federalismo nei termini di una sintesi vivente tra e il socialismo libertario e la filosofia personalista (alla quale aderivano anche de Rougemont e Brugmans) che, antindividualista e anticollettivista, faceva della dignità della persona umana l'epicentro di uno spiritualismo d'ispirazione cristiana socialmente impegnato. Altre correnti, forse ancor più importanti sul piano dei concreti progressi politici dell'europeismo, furono quella confederalista, che tra i suoi antesignani aveva avuto Coudenhove-Kalergi e Briand, per la quale l'unione europea poteva essere conseguita mediante la collaborazione intergovernativa e la diplomazia e non, come nel federalismo, tramite processi dal basso. In questa accezione confederale l'europeismo lasciava intatte le sovranità nazionali e apriva agli Stati la possibilità di concordare decisioni su alcune materie d'interesse comune. La congiuntura del dopoguerra si presentò particolarmente favorevole ai confederalisti, giacché il contrasto russo-americano, stimolando in senso unitario le politiche dei paesi europei non comunisti, favorì la presenza al potere di personalità sensibili a uno spirito non nazionalista e agli sviluppi dell'integrazione economica. La salvaguardia dell'integrità nazionale e della sovranità assoluta statale consentì pertanto a questa corrente dell'europeismo di raccogliere il consenso dei più grandi statisti europei, da Winston Churchill a Charles De Gaulle. Churchill, in particolare, si era già distinto per la proposta avanzata nel giugno 1940, all'immediata vigilia della capitolazione francese di fronte alle truppe naziste, di un'unione franco-britannica. Benché ispirata dalla Federal Union e dall'economista e uomo politico francese di sicura fede europeista Jean Monnet (allora a Londra per occuparsi della cooperazione economico-bellica tra i due paesi, cui aveva già lavorato durante la Grande Guerra), la proposta mirava in realtà ad aiutare la resistenza francese in funzione della difesa della Gran Bretagna. Nel dopoguerra, tuttavia, Churchill dava più autentico vigore all'ipotesi confederalista, presiedendo l'United Europe Mouvement fondato in Gran Bretagna nel 1947 e diretto da Duncan-Sandys. In collaborazione con l'UEF e con altre organizzazioni europeistiche, l'associazione britannica promosse all'Aia l'anno seguente un congresso dell'Europa, cui, accanto a intellettuali come Salvador de Madariaga, Ignazio Silone e ai convinti federalisti de Rougemont, Marc e Spinelli, presero parte i più prestigiosi leaders politici europei: l'ex primo ministro francese Léon Blum, il primo ministro allora in carica in Francia (e futuro ministro degli Esteri) Robert Schuman, il cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il capo del governo italiano Alcide De Gasperi, emerso tra i protagonisti del dibattito europeistico successivamente, nel 1951-52, quando l'Italia fuoriusciva faticosamente dalla sua condizione di Paese sconfitto. Molti dei partecipanti assunsero poi un ruolo rilevante nel movimento d'integrazione europea e rivestirono cariche nelle istituzioni comunitarie, ma i risultati più immediati e significativi del convegno dell'Aia furono la nascita del Consiglio d'Europa (1949) e di un'organizzazione comune, il Movimento europeo. Presieduto da Churchill, Blum (cui succedette Schuman), De Gasperi e dall'ex primo ministro belga (e poi ministro degli Esteri) Paul-Henry Spaak, il Movimento europeo assunse sotto la direzione effettiva di Duncan-Sandys una linea decisamente confederalista. Quando però nel 1950 a Duncan-Sandys subentrò Paul Henri Spaak, tenace assertore dell'integrazione economica europea e primo presidente del Consiglio d'Europa, l'organizzazione si aprì ad una sintesi tra le posizioni federaliste e quelle di un'altra importante corrente dell'europeismo affermatasi proprio a partire dalla fine degli anni Quaranta: il funzionalismo.

Cenni storici: i primi passi verso l'Europa unita

Contrassegnata da pragmatico realismo, la concezione funzionalista dell'integrazione europea condivideva con il federalismo l'obiettivo del superamento della sovranità statale assoluta, ma si avvicinava al confederalismo nei metodi pratici per ottenerlo, reputando preferibile battere la strada più indolore della cooperazione internazionale in settori definiti e limitati. In questo senso essa si presentava come una strategia per la cooperazione e il coordinamento delle politiche degli Stati nazionali e, al tempo stesso, come una teoria che tentava di spiegare la logica dei mutamenti internazionali al di fuori degli assunti tradizionali dell'anarchia tra enti statali egoisti e competitivi, sostituendo all'immagine dell'endemico e disorganico vuoto di potere sovranazionale quella di una progressiva collaborazione settoriale scaturente da oggettivi interessi comuni, che in prospettiva, avrebbe instillato una condivisione di valori in grado di condurre all'unione politica. Precursore di questa ipotesi fu l'economista rumeno David Mitrany, convinto che una struttura sovranazionale potesse realizzarsi mediante la creazione di istituzioni di natura tecnico-amministrativa e non politica, che gradualmente avrebbero assorbito porzioni di sovranità delle singole nazioni fino al trasferimento della stessa autorità statale. Al congresso dell'Aia del 1948 aveva attivamente partecipato anche Jean Monnet, che fu l'esponente di maggior spicco del funzionalismo, del quale formulò nelle sue Memorie il principio essenziale secondo cui “da un vicolo cieco si può uscire in un solo modo: con un'azione risoluta su un punto limitato ma decisivo, che provochi un cambiamento fondamentale su questo punto e modifichi progressivamente i termini stessi dell'insieme dei problemi”. Gli indubbi successi di una simile impostazione, che contribuì all'avanzamento dell'europeismo assai più dei generosi quanto utopici progetti federalistici, furono certamente favoriti dal non facile contesto politico ed economico lasciato in eredità dalla guerra. Interessati al contenimento dell'URSS, gli Stati Uniti posero tra le condizioni della loro assistenza militare e finanziaria alla ricostruzione dei Paesi europei la creazione di regimi democratici decisamente anticomunisti, in cui il patriottismo giocava un ruolo antisovietico ma non nazionalistico. Il sostegno statunitense fu pertanto subordinato all'avvio di una prospettiva d'integrazione europea quantomeno sociale ed economica, se non politica, che nel 1948 si concretizzò nella nascita dell'OECE (Organizzazione Europea della Cooperazione Economica), creata appunto per coordinare la distribuzione degli aiuti economici statunitensi all'Europa occidentale stabiliti l'anno prima dal Piano Marshall. Nello stesso 1948 si dava vita al Patto di Bruxelles, che impegnava alla difesa comune i suoi firmatari (Gran Bretagna, Francia e paesi del Benelux) e rappresentò la premessa alla costituzione, l'anno seguente, della NATO. Fu nel quadro dell'Alleanza atlantica che si fece pressante l'esigenza di evitare il rischio della rinascita di velleità revansciste o egemoniche da parte della Germania, con la Francia disponibile per questo ad accordi di cooperazione e d'unione. In un simile scenario – che però vedeva anche il distacco prima e l'opposizione poi della Gran Bretagna, legata a rapporti preferenziali con gli Stati Uniti e alla sua specifica dimensione planetaria costituita dal Commonwealth – non fu quindi casuale che le iniziative europeistiche più incisive provenissero proprio dai Francesi e che fosse il funzionalismo di Monnet a guadagnare consensi. Intanto il Consiglio d'Europa era ben presto divenuto una mera accademia politica, priva di strumenti d'intervento e non legittimata da obblighi particolari da parte degli Stati membri, a eccezione del rispetto dei diritti dell'uomo, della libertà e della democrazia. Monnet proseguì dunque con successo nella sua strategia di delegare una parte di attività pubbliche ad amministrazioni sovranazionali concordemente gestite dai singoli Stati mediante appositi trattati. Lo scopo non era, naturalmente, quello di dar vita come i federalisti a un movimento politico, ma di influire sulle classi dirigenti dei vari paesi, iniziando da quei settori economici suscettibili di risvegliare nuovi contrasti: il carbone e l'acciaio, anzitutto, allora basilari per i Paesi industrializzati. Nacque così con il Trattato di Parigi del 1951 la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio), sostenuta dal ministro degli Esteri francese Schuman, intenzionato a bloccare l'autonomia delle attività produttive della Germania federale (con connessi pericoli nazionalistici) nel momento in cui gli alleati tolsero i controlli sull'industria pesante tedesca. La volontà della Francia di sorvegliare i Tedeschi e di sottrarre loro l'esclusivo controllo del settore carbosiderurgico obbligò però tutti i Paesi aderenti (oltre a Francia e Germania, l'Italia e i membri del Benelux) ad accettare le competenze sovranazionali dell'organo direttivo della CECA, l'Alta Autorità, presieduta da Monnet. Per quanto il potere di questo comitato di esperti non elettivo fosse sgradito ai federalisti e malgrado la mancata adesione della Gran Bretagna e dei Paesi scandinavi, la CECA sancì una seppur minima abdicazione di sovranità degli Stati membri ed ebbe il positivo effetto di far nascere la cosiddetta “Europa dei Sei”, eretta attorno alla riconciliazione franco-tedesca e sul binomio egemonico di questi due Paesi. Almeno da questo momento i destini dell'europeismo, più che con progetti definiti a priori, coincisero con un processo empirico, legato alle politiche dei singoli governi e, pertanto, anche alle loro reciproche tensioni. Venne a confermarlo il fallimento della Comunità Europea di Difesa (CED), creata nel 1952 ancora una volta per il desiderio francese di non consentire il riarmo della Germania, proposto dagli USA per contrastare il pericolo di espansione del comunismo. L'idea di istituire un esercito europeo, tra l'entusiasmo dei federalisti, si trasformò su iniziativa di De Gasperi in un tentativo di dar vita ad una sorta di costituente dell'Europa unita, affidandone l'incarico dapprima appunto all'Assemblea parlamentare della CED e poi a quella della CECA. Ma nel 1953, allorché l'approvazione di questo progetto sembrò mettere all'ordine del giorno l'obiettivo dell'unità politica europea, fu proprio dalla Francia che si levò l'opposizione più consistente. Per motivi diversi sia De Gaulle (ostile ad abbandonare il controllo delle forze armate nazionali e con esso quello dei domini coloniali) sia il Partito comunista francese (avverso a rafforzare il blocco dei Paesi capitalistici) impedirono nel 1954 la ratifica dell'accordo, che del resto aveva visto ancora una volta defilarsi la Gran Bretagna. Mentre Spinelli insorgeva contro la Francia lanciando una campagna per un Congresso del popolo europeo e per la convocazione di una costituente europea, al problema del riarmo tedesco fecero fronte proprio gli inglesi proponendo con successo la trasformazione del Patto di Bruxelles nell'UEO (Unione dell'Europa Occidentale, del 1954), un organo di cooperazione esclusivamente militare inclusivo, oltre che degli originari contraenti del Patto (Gran Bretagna, Francia e Benelux), anche della Germania federale e dell'Italia. La frustrazione delle promettenti implicazioni politiche racchiuse nell'istituzione della CED ebbe come conseguenze di rafforzare il ruolo della NATO e degli USA in Europa (malgrado l'uscita nel 1958 dall'Alleanza atlantica della Francia, che scelse di dotarsi di un'autonoma forza nucleare) e di far percorrere l'unica strada possibile, quella dell'integrazione economica. Sull'onda del successo della CECA. Monnet si riattivò promuovendo nel 1955 un vasto gruppo di pressione formato da parlamentari e sindacalisti, il “Comitato d'azione per gli Stati Uniti d'Europa”, giudicando decisiva la nascita di una struttura politica comune per l'uso dell'energia atomica a fini pacifici, ufficialmente proposta da un comitato intergovernativo (presieduto da Spaak) che avanzò anche l'istanza di una comunità economica per l'abbattimento delle barriere tariffarie. Si avviarono così i negoziati che condussero all'istituzione dell'EURATOM o CEEA (la Comunità Europea dell'Energia Atomica) e della Comunità Economica Europea (CEE), nel corso dei quali si distinse il ministro degli Esteri italiano Gaetano Martino (poi presidente del Parlamento europeo dal 1962 al 1964). Di queste due strutture, nate entrambe con la firma dei Trattati di Roma (1957), l'EURATOM conseguì i risultati più deludenti, malgrado la sua nascita fosse stata favorita dalle scarse risorse petrolifere, ancor più preoccupanti dopo il fallimento nel 1956 della spedizione anglo-francese a Suez per sventare la nazionalizzazione del canale da parte dell'Egitto. Fu invece la CEE a innescare in prospettiva una più efficace dinamica integrativa, anche se non priva di limiti. Abbandonando definitivamente l'ipotesi federalista e consacrando la via della collaborazione intergovernativa, infatti, i Trattati del 1957 stabilivano che le competenze legislative ed esecutive della nuova Comunità economica fossero accentrate nelle mani del Consiglio dei ministri degli Esteri o dei ministri competenti per singole materie degli Stati membri, relegando a funzioni puramente consultive la prevista Assemblea parlamentare (composta da deputati designati dai Parlamenti nazionali). Per di più le decisioni del Consiglio dovevano essere prese all'unanimità, consentendo così un diritto di veto a ciascun Stato. Grave fu d'altra parte, come già per la CECA e la CED, il mancato ingresso nella CEE della Gran Bretagna, artefice nel 1959 di una distinta area di libero scambio, l'EFTA (European Free Trade Association), alla quale parteciparono l'Austria, la Danimarca, la Norvegia, il Portogallo, la Svezia e la Svizzera, ma i cui non incoraggianti risultati (nonostante la successiva adesione di Finlandia, Islanda e Liechtenstein) spinsero gli Inglesi ad aprire nel 1961 trattative per inserirsi nella CEE L'europeismo subì ulteriori rallentamenti negli anni Sessanta ad opera di De Gaulle, tornato al potere nel 1958. Favorevole all'integrazione comunitaria per rafforzare la propria linea di autonomia dagli USA e dall'URSS, il presidente francese respinse infatti i progetti miranti a far nascere organismi sovranazionali capaci di decisioni autonome, preferendo salvaguardare le identità nazionali nell'intento di far ruotare l'Europa sull'asse privilegiato franco-tedesco. Una politica propensa piuttosto a forme confederali di concertazione (tale fu, per esempio, il “Piano Fouchet”, concepito per contrastare le tendenze federaliste ma fallito per l'opposizione olandese e belga) e, comunque, decisamente antinglese, che condusse per due volte, nel 1963 e nel 1967, al veto della Francia contro l'ingresso britannico nella CEE La posizione di De Gaulle, determinata anche dai propositi protezionisti verso l'agricoltura francese, e il perdurante scetticisimo inglese finirono per disegnare un'Europa degli Stati assai lontana dalle aspirazioni dall'originario europeismo. Solo nel 1969, con la fine dell'era gollista, la Francia accettò l'ingresso della Gran Bretagna nella CEE, consentendo così la ripresa del processo d'integrazione. Oltre alla Gran Bretagna anche Danimarca, Irlanda e Norvegia entrarono nella CEE (1972), che poté stipulare accordi di libero scambio con Austria, Finlandia, Portogallo, Svezia e Svizzera (1973) e intraprendere negoziati per l'ingresso di Grecia (1976), Portogallo e Spagna (1977). Passi in avanti consistenti poté altresì registrare l'assetto istituzionale della Comunità: al vertice europeo di Parigi (1974) fu infatti stabilito di creare un Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo e di far eleggere direttamente dai cittadini il Parlamento europeo.

Cenni storici: l'Unione Europea, prospettive e problemi

Potenza economica ormai consolidata, la CEE possedeva negli anni Settanta politiche economiche comuni, una burocrazia, una Corte di giustizia, una politica estera collaborativa e, in prospettiva, un parlamento democraticamente legittimato. Tutto ciò era però assai lontano dall'antico europeismo: era piuttosto il risultato dovuto a una rinnovata intesa franco-tedesca e alle esigenze economiche e finanziarie dei singoli Stati. Particolare rilievo assumeva in questo senso la circostanza che gli scambi europei avvenivano in dollari e che, in seguito alla decisione statunitense d'interrompere la convertibilità del dollaro in oro, i paesi della Comunità prospettarono un'unione anche monetaria. Malgrado le difficoltà incontrate, questo progetto fu consacrato dall'introduzione del Sistema Monetario Europeo (SME, ma senza l'adesione inglese) nel 1979, anno in cui si svolgevano anche le prime elezioni a suffragio universale del Parlamento europeo. Ancora una volta Spinelli propose all'inizio degli anni Ottanta il progetto federativo con il trattato per l'Unione Europea, approvato solo nel 1987, dopo la sua morte. La sua opera fu proseguita con maggior successo dal francese Jacques Delors, presidente della Commissione europea dal 1984 al 1994, artefice delle maggiori riforme istituzionali della Comunità, in particolare dell'introduzione del voto maggioritario nel Consiglio dei ministri europei, e solerte promotore degli ideali europeisti anche dopo il suo ritiro dalla politica a metà degli anni Novanta. Delors otteneva il sostegno del presidente francese François Mitterrand e del cancelliere tedesco Helmut Kohl, ma doveva affrontare l'ostilità del premier inglese Margaret Thatcher, disponibile a una Comunità europea come zona di libero scambio, ma avversa, con una retorica sconfinante nella xenofobia, a un'integrazione sociale, culturale e politica. Delors riusciva comunque nel 1986 a far approvare l'Atto unico europeo, prima vera revisione del Trattato di Roma del 1957, rafforzando così i poteri del Parlamento e puntando alla completa rimozione delle barriere commerciali. Il movimento federalista europeo tornava ad assolvere un'azione non solo di stimolo (come nel caso del referundum per affidare al Parlamento europeo il mandato per un progetto di Costituzione europea, promosso e vinto in Italia nel 1989), ma anche a ottenere concreti risultati (estensione dei poteri decisionali del Parlamento, inclusa la fiducia e la sfiducia alla Commissione esecutiva). Ma, agli inizi degli anni Novanta, un'accelerazione verso l'unificazione proveniva ancora una volta dal mutato scenario internazionale più che dalle diversificate spinte dell'europeismo: la dissoluzione dell'URSS, il crollo dei regimi comunisti dell'Europa orientale e la riunificazione della Germania, con conseguente timore di un rafforzamento tedesco, resero la prospettiva della moneta unica ancor più forte, mentre si aprirono le possibilità di ulteriori allargamenti della Comunità sia nelle aree mediterranea e scandinava, con le richieste di adesione di Cipro, Malta, Svezia, Finlandia, Norvegia, sia soprattutto verso l'Est, con gli accordi stipulati con Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia. Era dunque affacciandosi su questo inedito e mutevole contesto che l'Europa sanciva con il Trattato di Maastricht (1992) la futura nascita della moneta unica, e dava vita all'Unione Europea (UE), prima autentica organizzazione politica a carattere sovranazionale; contemporaneamente, malgrado l'opposizione inglese, la strada di un'unificazione anche della politica estera e di difesa era aperta dalla formazione di un esercito misto franco-tedesco. Tuttavia, proprio le rigide politiche di rigore economico stabilite a Maastricht mediante l'elencazione delle condizioni (“criteri di convergenza”) per il raggiungimento della moneta unica, finivano per rinforzare in molti Paesi europei le correnti “euroscettiche”, favorite anche da una generale stagnazione economica e dalla crescente disoccupazione. L'unificazione rimaneva per la verità contraddittoria: ai progressi registrati sul piano economico-finanziario, rafforzati dalla nascita della Banca Centrale Europea, non corrispondevano altrettante rinunce degli Stati nazionali alle proprie sovranità, pure pesantemente erose (gli Stati non possono più battere moneta, violare le regole del patto di stabilità che sancisce le riduzioni dei disavanzi di bilancio, né possono applicare politiche protezionistiche per le loro industrie). Il fatto stesso che parlamenti e governi dei singoli Paesi abbiano continuato a essere legittimati da elezioni nazionali in presenza di un Parlamento sovranazionale eletto direttamente, ma impossibilitato a esprimere un vero governo europeo, induceva a parlare di un deficit democratico delle istituzioni comunitarie, ormai di fronte alla questione ultima sollevata dall'europeismo, e cioè quella dell'unione politico-istituzionale. Altro problema era quello dei confini geopolitici, con il rischio per l'Europa di diventare una potenza dalle frontiere indefinite e inglobante una parte del mondo islamico qualora dovesse includere la Turchia, indispensabile dal punto di vista strategico (essendo membro della NATO) ma sospinta verso l'Asia centrale turcofona. L'accelerazione dell'allargamento, diretta a rassicurare il diffuso malessere dell'opinione pubblica dei Paesi dell'Europa centro-orientale per le politiche economiche di adeguamento al modello occidentale, nonché le crescenti diffidenze dei loro governi di fronte alla lentezza delle negoziazioni per l'ingresso nell'UE, obbligava quest'ultima a tornare ad affrontare il tema della riforma delle sue istituzioni, in particolare il ruolo del Parlamento, la composizione della Commissione, l'estensione del voto a maggioranza qualificata e una nuova ripartizione del voto ponderato (secondo il peso demografico dei vari Paesi) in seno al Consiglio europeo, questioni discusse in un'apposita conferenza intergovernativa riunita nel febbraio 2000 conclusa con la firma del Trattato di Nizza (febbraio 2001). Anche in relazione alle politiche interne l'UE manifestava qualche difficoltà ad esprimere indirizzi comuni, nonostante il vertice europeo di Tampere (ottobre 1999) abbia fissato obbiettivi prioritari di cooperazione giudiziaria e di polizia, di lotta alla criminalità, di politiche di regolamentazione dell'immigrazione, e quello di Lisbona (marzo 2000) abbia tentato di disegnare una coesione in materia di occupazione, riforme strutturali e politiche macroeconomiche, insistendo sull'importanza dell'innovazione scientifica, della ricerca e della formazione come motori dell'economia. Questioni che impongono un superamento del vecchio pragmatismo funzionalista e un rinnovamento del tradizionale bagaglio teorico dell'europeismo, per verificare in quale misura e in quali forme il progetto europeo possa oltrepassare i confini del metodo della conciliazione tra gli Stati e divenire un modello politico in grado di realizzare un “federalismo delle nazioni”. In questo senso insufficiente si rivelava anche la mera trasposizione a una confederazione di Stati europei del prototipo classico dello Stato-nazione, tenuto conto del policentrismo in cui è venuto organizzandosi lo spazio-Europa, mentre a molti appare insoddisfacente (è la tesi, per esempio, di Ralf Dahrendorf) non solo il metodo funzionalista, ma anche un federalismo che neghi valore e importanza agli Stati nazionali, ancora oggi nucleo primario e fondamentale del rapporto cittadino-istituzione.

D. Del Bo, Sviluppi istituzionali dell'integrazione europea, Roma, 1964; J.-B. Duroselle, L'idea d'Europa nella storia, Milano, 1964; B. Olivi, L'Europa difficile, Milano, 1964; B. Voyenne, Histoire de l'idée européenne, Parigi, 1964; A. J. Zurcher, La lotta per l'Europa unita 1940-1958, Roma, 1964; M. Albertini, L'integrazione europea e altri saggi, Pavia, 1965; A. Spinelli, Rapporto sull'Europa, Milano, 1965; M. Pacini, E. Baroni, Europa anno zero, Bologna, 1968; A. Spinelli, L'avventura europea, Bologna, 1972; F. Chabod, Storia dell'idea d'Europa, Bari, 1989; F. Chabod, Idea di Europa e politica dell’equilibrio, Bologna 1995; B. Olivi, L'Europa difficile. Storia politica dell’integrazione europea (1948-2000), Bologna 2000.