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rifórma

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Lessico

sf. [sec. XVI; da riformare].

1) Qualsiasi attività o movimento tesi a modificare uno stato di cose, un'istituzione, una struttura politica, sociale, religiosa, ecc., in genere per adeguarsi alle nuove esigenze dei tempi: riforme lievi, profonde, sostanziali; chiedere, concedere le riforme;riforma agraria; riforma carceraria; riforma sanitaria; riforma tributaria; il rinnovamento spesso operato: introdurre adeguate riforme in campo economico; la riforma non ha dato gli effetti sperati. Con riferimento a precisi fenomeni storici: l'età delle riforme, il Settecento illuminista; per antonomasia: la Riforma.

2) Provvedimento di esonero permanente dal servizio militare dei giovani di leva o dei militari riconosciuti non idonei al servizio militare o alla continuazione di esso.

Cristianesimo: i movimenti di riforma dal XII al XVI secolo

Nella storia del cristianesimo, per Riforma si intende il vasto e complesso movimento di rinnovamento spirituale, iniziato nel lontano sec. XII e portato a vaste proporzioni da Lutero e dai suoi continuatori nel sec. XVI. Reformatio, restitutio, regeneratio sono termini ricorrenti nella letteratura religiosa in questi quattro secoli e presso i vari autori incentrano un'idea-madre, che dà significato ed energia spirituale al movimento: Gioachino da Fiore profetizza l'avvento dello Spirito Santo e mette al centro della sua renovatio la santità; San Francesco d'Assisi predica la restitutio Regni Dei sulla via stretta e difficile della povertà evangelica; Pietro di Valdo e i movimenti pauperistici riprendono il tema della povertà quale l'aveva concepita San Francesco ed era stata dimenticata dai suoi seguaci e ne fanno argomento di giustizia sociale, che nel contempo diventa segno di fratellanza fra gli uomini. Il trasferimento della corte papale ad Avignone e lo Scisma d'Occidente erano il segno di un turbamento profondo nelle coscienze, di una rivolta degli spiriti, che ormai non alimentava più soltanto gruppi più o meno consistenti, ma interessava larghi strati del popolo cristiano. In nome della riforma si raccolsero i concili di Pisa (1409), di Costanza (1414-18), di Basilea-Ferrara-Firenze-Roma (1431-45), che enuclearono una verità ormai notissima, la corruzione delle gerarchie ecclesiastiche, indicando quale rimedio la sottomissione del papa al concilio. Ma il papato continuava sulla sua strada, ricorrendo ancora una volta alla scomunica nel tentativo di fermare la frana che assumeva proporzioni insolitamente vaste con il movimento hussita. La corruzione della Chiesa era giunta a proporzioni macroscopiche e diventava sempre più evidente anche al popolo minuto: accentramento del potere mondano nella curia romana, pressioni fiscali del papato sui vari re d'Europa, avidità di ricchezze da parte dell'alto clero, commercio delle indulgenze, simonia e concubinato; alle mancate riforme il popolo, nella sua fede ingenua e mal diretta, riparava con una più intensa pratica religiosa ridotta però spesso a vuoto formalismo esteriore (culto di Maria e dei Santi, pellegrinaggi, culto delle reliquie) quando non era inquinata da superstizione. A questo d'altronde portava la teologia cattolica del tempo, ferma il più delle volte a questioni secondarie, se non addirittura oziose, mentre trascurava, denunciando la sua povertà di pensiero e di slancio spirituale, i grandi temi della redenzione in Cristo, della fede e della giustificazione: temi che l'occamismo aveva imposto alla considerazione degli studiosi. Proprio a essi Lutero prestò la sua attenzione facendosi interprete dell'esigenza del popolo. Alla Riforma portava anche l'Umanesimo con la sua ansia di tornare alle fonti, che suggerì ai cristiani il concetto della restitutio. D'altra parte l'ingerenza del papato nella vita politica ed economica degli Stati diventava sempre più intollerabile ai governanti che attendevano il momento di liberarsi da quel pesante condizionamento. Se questi elementi prepararono in vario grado e modo il movimento della Riforma, sua vera origine ed essenza fu la riscoperta del Vangelo e la nuova dimensione in cui veniva reinterpretato: fino ad allora la teologia cattolica aveva sentenziato che “l'uomo raggiunge la giustificazione con le sue opere buone e l'aiuto della grazia di Dio” (sinergismo, collaborazione fra la volontà umana e la grazia divina). La giustizia (il compiere opere giuste) era quindi attiva nell'uomo e questo entrava come protagonista nell'opera della sua giustificazione.

Cristianesimo: Lutero

Lutero capovolse la situazione: meditando sulla Lettera ai Romanidi San Paolo egli lesse: “La giustificazione del peccatore (viene) mediante la fede nel Cristo crocifisso e risorto” (1, 17); giunse quindi alla conclusione che la giustizia nell'uomo non è attiva, ma passiva: l'uomo cioè non si giustifica con le sue opere, ma Dio lo giustifica in virtù dell'opera di Cristo. Di qui la riscoperta di tutta la Bibbia come “rivelazione della giustizia misericordiosa di Dio”: con la Legge, Dio rende l'uomo cosciente del suo stato di peccato, con il Vangelo gli dona la grazia per riscattarlo dal peccato. In ultima analisi quale il significato più profondo delle Sacre Scritture? La giustificazione per la fede. Esse non sono quindi solo parola, ma parola vivificata dallo Spirito Santo e come tali contengono in sé i mezzi necessari alla salvezza. Nasce quindi una nuova eticità, in cui il principio che la informa non era più “la dottrina moralistico-perfezionista” delle virtù, fondata sul merito e quindi sul premio e il castigo, ma l'“obbedienza alla fede”, che coinvolge non solo i singoli atti dell'uomo, ma tutto il suo comportamento. Le opere della fede non servono alla salvezza, ma sono solo espressione della nostra gratitudine a Dio e sono perciò svincolate da ogni elemento egoistico. Alla santificazione non serve la virtù monastica con la sua drastica separazione dal corpo degli altri fedeli, ma la vita laica, assieme agli altri fedeli: la vocazione cioè non è religiosa, ma laica, un servizio nella società onorando Dio e amando il prossimo; se di ascesi si deve parlare, questa è “intramondana”, non “extramondana”.

Cristianesimo: la concezione della vita religiosa

Vi era in questa laicizzazione della vita religiosa un elemento eversivo della struttura ecclesiastica, quale era stata concepita dal cattolicesimo romano: se tutta la vita religiosa si compie nel popolo e per il popolo, perché costruire un pesante e ingombrante istituto giuridico-sacramentale nella Chiesa, con il suo sacerdozio quale mediatore tra Dio e gli uomini? Non vi è bisogno di mediatore dove la parola di Dio si comunica direttamente al fedele. Ogni fedele è quindi sacerdote e la comunità non è oggetto ma soggetto della cura delle anime, lei stessa responsabile della predicazione del Vangelo, dell'amministrazione dei Sacramenti, della sua disciplina interna e del suo governo. È soppresso il sacerdozio, ma non i ministeri sui quali la comunità si edifica: i pastori per predicare il Vangelo, i dottori per la sua retta interpretazione, gli anziani per la disciplina e i diaconi per l'assistenza materiale. Essi sono posti sotto l'autorità della Sacra Scrittura e il loro insegnamento è valido nella misura in cui si conforma a quello degli apostoli nella primitiva comunità cristiana (ecco il senso della restitutio o ritorno alle origini). Nella loro opera pastori, dottori, anziani, diaconi sono solo strumenti a disposizione del Cristo, unico capo della sua Chiesa. Questa è vera e vivente dove si predica il suo Vangelo e si amministrano i sacramenti (per Lutero solo il battesimo e la Cena Santa, gli unici che egli riconosce istituiti da Cristo); essi sono sufficienti a dare unità alla Chiesa. Su queste basi Lutero procede a togliere al culto sacramentale cattolico tutto ciò che si riferisce al merito per caratterizzarlo solo come atto di ringraziamento e di lode a Dio; per infondergli lo spirito missionario di divulgazione della parola di Dio; per rendere attivo in tutti i momenti della vita quotidiana il fedele l'esercizio della propria vocazione. Cadevano in tal modo la struttura della Messa cattolica e l'invocazione della Vergine e dei Santi, il latino lasciava posto alla lingua volgare, ma rimanevano gli elementi essenziali del culto: lettura della Bibbia, preghiera, canto, celebrazione dei sacramenti. Diversa fu anche la posizione di Lutero di fronte al potere civile: Chiesa e Stato sono entrambi una sfera particolare del governo di Dio sul mondo, ma ognuno con attribuzioni diverse; Egli regge la Chiesa con il Vangelo e la Grazia, signoreggia la sfera civile con la Legge. Cadeva così il primato del potere spirituale su quello temporale, perché entrambi, come creature di Dio, erano messi sullo stesso piano. Nella sua idea centrale, la Riforma di Lutero voleva essere solo un “annunzio” del Vangelo, non in antitesi con la Chiesa di Roma, ma solo in lotta contro i suoi abusi e la sua corruzione: una tesi condivisa anche da molti cattolici e dallo stesso papa Adriano VI (1522). L'opposizione fatta in seguito da Roma alla sua predicazione convinse Lutero che il papato non era riformabile, e che il papa era identificabile con lo stesso Anticristo. Da allora le sue parole e le sue azioni furono in aperta polemica con Roma e fecero travisare il significato originario della sua opera: “riformare la Chiesa secondo la parola di Dio” (vedi anche luteranesimo e protestantesimo).

Cattolicesimo

La revisione di tutti i libri liturgici, nello spirito della tradizione e secondo le esigenze del nostro tempo, ordinata dal Concilio Vaticano II è stata attuata nei dieci anni successivi (1964-74). In tutti i riti della Chiesa, infatti, vi sono elementi immutabili e altri formatisi nel corso dei secoli e quindi mutevoli. Il fine della revisione voluta dal Concilio è di rendere i riti e i testi facilmente comprensibili, senza eccessive sovrastrutture e inutili ripetizioni, lineari ed essenziali, adattabili alle diverse situazioni dei fedeli, in modo da facilitare la loro partecipazione attiva e consapevole. Il primo passo fu il passaggio dal latino alle lingue parlate. È il più importante lavoro di revisione della liturgia che la storia ricordi, compiuto da esperti di tutto il mondo, sotto la guida di un gruppo di vescovi. Tutti i libri della riforma vanno sotto il nome di Paolo VI, durante il cui pontificato sono stati pubblicati.

Bibliografia

A. Renaudet, L'età del Rinascimento e della Riforma, Torino, 1957; H. Brinton, The Contest of Reformation, Gottinga, 1961; G. Ritter, Weltwirkung der Reformation, Monaco, 1967; V. Vinay, La Riforma protestante, Brescia, 1970; R. H. Bainton, La Riforma Protestante, Torino, 1975; P. Chaunu, Les temps des Reformes, Parigi, 1975; E. Iserloh, Compendio di storia e teologia della Riforma, Brescia, 1990.